Riassunto Italiani scritti di Luca Serianni, Sintesi di Linguistica. Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
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Riassunto Italiani scritti di Luca Serianni, Sintesi di Linguistica. Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

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Luca Serianni, Italiani scritti

Capitolo 1 – Scritto e parlato

1. Parole, espressioni e gesti

Accanto al linguaggio parlato, che rappresenta la dimensione fondamentale del fenomeno lingua, sussistono

codici secondari, e precisamente:

a) il linguaggio mimico, affidato all’atteggiamento del volto e soprattutto all’espressione dello sguardo.

Normalmente serve come sussidio al linguaggio verbale, per rafforzarne i contenuti o magari per

segnalarne la corretta chiave di lettura;

b) il linguaggio gestuale, costituito dall’insieme dei gesti che compiamo soprattutto con le mani o con

la testa per significare qualcosa;

c) il linguaggio prossemico, legato alla distanza fisica che stabiliamo rispetto al nostro interlocutore. In

molte culture, la distanza è in relazione al diverso grado di confidenza. Rientra nella prossemica

anche la postura del corpo, eretto o piegato in un inchino più o meno profondo.

Questi tre linguaggi sono ausiliari rispetto al parlato. Tranne che per i sordomuti, sono poche le occasioni in

cui un’espressione o un gesto possano davvero sostituire il linguaggio verbale. Non è così, invece, per la

scrittura.

2. Parlare e scrivere: presupposizione e deissi

Non è vero che lo scritto è semplicemente una sequenza parlata trascritta su carta. Intanto, in molte

circostanze la possibilità di ricorrere ad entrambi i linguaggi è solo teorica. Il parlato esaurisce la sua funzione

nell’immediatezza della comunicazione e, tranne poche situazioni in cui ha il potere di agire sulla realtà, è il

veicolo della quotidianità individuale, che coinvolge poche persone e che non aspira quasi mai a lasciare

traccia di sé nel tempo. Con lo scritto, invece, possiamo rivolgerci ad un pubblico indifferenziato: non solo ai

posteri, ma anche a destinatari imprevisti, che potrebbero avere interesse in futuro o in determinate

situazioni a prendere conoscenza di quel che noi abbiamo scritto. In generale, il parlato è molto più libero

dello scritto. Ha un minore controllo; una minore pianificazione; un minore obbligo di esplicitare le

circostanze della comunicazione. Il parlato può permettersi di essere implicito, facendo riferimento al

contesto in cui la comunicazione si svolge, ed in particolare a due meccanismi fondamentali: la

presupposizione e la deissi. La presupposizione consiste nel dare per noto un elemento non esplicitato nel

discorso, perché ricavabile dalle conoscenze dell’interlocutore o dal modo in cui il discorso viene presentato

(e.g. dalla frase Credo che Mario non chiederà mai più un favore al fratello di Andrea si ricava che Andrea ha

un fratello). La deissi consiste nel riferimento al contesto, in relazione al tempo (e.g. con gli avverbi ieri, oggi),

allo spazio (e.g. qui, ; questo, quello), o alle persone implicate (e.g. io, tu).

Naturalmente, c’è scritto e scritto. La presupposizione e la deissi possono avere largo spazio nelle

comunicazioni di tipo privato, dalle vecchie lettere ai moderni messaggini. È anche vero che c’è parlato e

parlato. A quello più spontaneo e tipico, la conversazione tra due o più persone in rapporto di confidenza, si

possono opporre i dialoghi dissimmetrici, in cui i due interlocutori non sono sullo stesso piano come prestigio

e dunque nemmeno come spontaneità di lingua, e i monologhi, in cui non è prevista, o non è abituale,

l’interazione con gli interlocutori: in tutti questi casi la spontaneità è ridotta, trattandosi di un parlato

programmato e articolato in modo organico.

3. Differenze tra parlato e scritto

Al di là delle distinzioni particolari, si possono individuare tre grandi differenze tra scritto e parlato, che vanno

ad aggiungersi al diverso grado di esplicitezza e di collegamento al contesto extra-linguistico. Rispetto allo

scritto, il parlato abitualmente presenta i seguenti tratti:

a) possibilità di retroazione (o feed-back). Solo il parlato dialogico dà modo a chi parla di aggiustare il

tiro del discorso in base alle reazioni dell’interlocutore. Chi parla può intervenire immediatamente a

correggere veri e propri disturbi della comunicazione. Proprio per questo, il discorso orale è

abitualmente ridondante.

b) obbligo di svolgimento lineare. A differenza di un testo scritto, col parlato non possiamo tornare

indietro.

c) limitazione alla sfera uditiva. A differenza del discorso orale, il testo scritto è fatto sia per essere

letto ad alta voce, sia (e soprattutto) per essere letto in modo endofasico. Anche solo da questo

punto di vista, il testo scritto si presenta più complesso. Deve soddisfare non solo l’orecchio, ma

anche l’occhio.

In riferimento specifico alla situazione italiana si può anche osservare il differente peso della norma tra

scritto e parlato. La diffusione della lingua comune avvenuta soprattutto per via scritta e il prestigio della

tradizione grammaticale hanno determinato una norma scritta relativamente rigida; nel parlato, invece, oltre

ai fattori che sono specifici e funzionali di questa varietà, è del tutto normale lasciarsi andare a pronunce

regionali.

Capitolo 2 – Il testo e i suoi requisiti fondamentali

1. Che cos’è un testo?

Condizione perché si possa parlare di testo è che si abbia una produzione linguistica (orale o scritta) fatta con

l’intenzione e con l’effetto di comunicare e nella quale si possano individuare un emittente e un

destinatario. Secondo una proposta di Francesco Sabatini, i testi possono essere distinti a seconda che siano

più o meno rigidi in base al vincolo interpretativo posto al destinatario. I linguisti distinguono sette requisiti

che devono essere assolti perché si possa parlare di un testo. I due fondamentali sono la coesione e la

coerenza.

La coesione consiste nel rispetto dei rapporti grammaticali e della connessione sintattica tra le varie parti. I

rapporti grammaticali possono essere violati in vario modo, per esempio:

a) non rispettando la concordanza di numero tra soggetto e predicato (con l’eccezione delle cosiddette

‘costruzioni a senso’);

b) non rispettando la concordanza di genere tra sostantivo e articolo, aggettivo o participio;

c) non rispettando l’abituale ordine delle parole.

2. I coesivi

Andando oltre la misura dei sintagmi e delle frasi e guardando ai periodi, incontriamo due fondamentali

strumenti per garantire la coesione testuale: i coesivi ed i connettivi.

I coesivi rappresentano i vari modi attraverso i quali si può richiamare un elemento già espresso in

precedenza. Il primo strumento che viene in mente è costituito dai pronomi, che tuttavia non sono l’unico

modo di richiamare il già detto senza ripetere puntualmente una certa parola o espressione. Vediamo le altre

possibilità:

a) sostituzione lessicale mediante sinonimi, iperonimi, nomi generali (gli ultimi due particolarmente

adoperati nel linguaggio giuridico);

b) riformulazione. Consiste nel sostituire al già detto un’espressione che richiami nel contesto, senza

possibilità di dubbio, ciò di cui si è parlato (e.g. l’inventore della lampadina, con riferimento a Thomas

Edison). Il richiamo avviene facendo appello a una conoscenza largamente diffusa, ma funziona

altrettanto bene di fronte a conoscenze nuove;

c) ellissi. Consiste nell’omettere un riferimento esplicito al già detto: il contesto provvede a eliminare

ogni dubbio. L’ellissi è non solo praticata, ma addirittura obbligatoria nell’italiano moderno quando

il soggetto di una frase coordinata o subordinata è lo stesso della reggente.

Naturalmente, in molti casi la soluzione migliore è proprio quella della pura e semplice ripetizione del già

detto.

3. I connettivi

I connettivi sono elementi che assicurano la coesione di un testo garantendo i rapporti logici e sintattici tra

le varie parti. Dei connettivi fanno parte in primo luogo le congiunzioni della grammatica tradizionale.

Qualche volta essi possono essere omessi, anche se l’omissione non ci consente sempre di esplicitare il

rapporto sintattico tra due frasi. Se mancano i connettivi, la lingua scritta si serve di un segno di punteggiatura

“forte” per marcare lo speciale rapporto tra le due frasi. Il limitato uso dei connettivi è tipico della scrittura

giornalistica e si accompagna con uno stile rapido, che tende a singole frasi giustapposte o a frasi nominali.

Non ci sarebbe ragione di rinunciare al termine di “congiunzione” se connettivo fosse soltanto un sinonimo

più à la page: il fatto è che la funzione di assicurare o di migliorare la coesione del testo può essere svolta

anche da altre parti del discorso (gli avverbi: e.g. veramente), da un complemento, o anche da un’intera frase.

4. La coerenza

Mentre la coesione si riferisce al corretto collegamento formale tra le varie parti di un testo, la coerenza

riguarda il suo significato; la coesione dipende da requisiti presenti o assenti nel testo, la coerenza è legata

invece alla reazione del destinatario, che deve valutare un certo testo chiaro e appropriato alla circostanza

in cui è stato prodotto. Al di là della coerenza logica, bisogna tenere in considerazione la coerenza semantica

e quella stilistica. La coerenza semantica è legata all’uso della parola specificamente richiesta in un certo

contesto, ma anche al rispetto delle solidarietà di significato che devono sussistere tra le varie parti della

frase. La coerenza stilistica richiede un registro congruente con un certo tipo di testo.

5. Un bilancio

È più che mai importante ribadire la distinzione tra due tipologie che si situano, per dir così, agli antipodi: il

parlato colloquiale e la prosa informativa o argomentativa. Chi scrive ha un compito ben più difficile di chi

parla. L’unica condizione davvero ineliminabile, anche in una chiacchierata informale, è che si segua un filo

logico, adeguato alle circostanze.

Capitolo 3 – L’allestimento della pagina scritta

1. I segni di punteggiatura

In fatto di punteggiatura occorre prima di tutto tenere ben fermi due capisaldi:

a) I segni che indicano una pausa non riflettono di norma corrispondenti pause del parlato, ma

contrassegnano i vari rapporti sintattici che si stabiliscono tra le varie parti di una frase o di un

periodo. Corrispondenza tra parlato e scritto si riscontra invece col punto interrogativo o punto di

domanda e col punto esclamativo: i due segni marcano rispettivamente una particolare e ben

riconoscibile curva prosodica, rispettivamente discendente-ascendente e ascendente-discendente.

b) A differenza di altri settori della lingua scritta, che sono rigidi e codificati (dall’ortografia alla

morfologia), la punteggiatura ammette in molti casi più possibilità di scelta, o sostanzialmente

indifferenti o legate ad abitudini individuali. Un caso molto ricorrente è costituito dalla selezione

nell’ambito dei segni di pausa medio-forte.

2. La virgola

Il segno di pausa debole è anche, col punto, quello di uso più comune. Non va usato all’interno di un blocco

unitario; in particolare tra soggetto e predicato (anche in presenza di soggetto espanso), tra predicato e

complemento oggetto, tra un elemento reggente e il complemento di specificazione, tra aggettivo e

sostantivo. La virgola può tuttavia figurare tra soggetto e predicato o tra predicato e oggetto quando uno

degli elementi è messo in particolare evidenza o spostato rispetto al posto abitualmente occupato nella frase.

Ma sono eventualità che possono darsi solo nella riproduzione del parlato o nel registro colloquiale, come in

certa prosa giornalistica.

Abitualmente la virgola è richiesta in vari casi: prima di un’apposizione; prima di un vocativo non preceduto

da un’interiezione; nelle ellissi. Vediamo più da vicino alcuni casi meno ovvi. La virgola ricorre di norma, ma

con qualche oscillazione:

a) nelle enumerazioni e nelle coordinate asindetiche (ma quando l’enumerazione è complessa è

necessario ricorrere al punto e virgola, tanto più se i vari elementi non hanno struttura omogenea).

La virgola manca nelle serie sindetiche (norma generale nell’italiano contemporaneo quando gli

elementi collegati sono due, soprattutto all’interno della stessa frase). Quando si ha collegamento

tra frasi coordinate occorre distinguere: nel caso della copulativa e la virgola manca quando la

struttura delle frasi è la stessa, mentre è ammissibile quando collega due frasi che lo scrivente avverta

distanti grammaticalmente o tematicamente; nella coordinazione disgiuntiva la virgola è più

frequente, anche in presenza di frasi con la stessa struttura, a scandire il confine tra due coordinate

di una certa estensione o, più regolarmente, prima di due o più coordinate introdotte dalla medesima

congiunzione disgiuntiva.

b) per delimitare un inciso di qualsiasi tipo. Con questa funzione la virgola concorre con altri due segni,

che sottolineano maggiormente l’inciso, ma che possono adoperarsi anche per semplici ragioni di

chiarezza: le parentesi tonde e le lineette. Le parentesi sono frequenti all’interno di frasi di una certa

estensione, per delimitare con nettezza l’inciso. Le lineette (o trattini lunghi [–]; da non confondere

con i trattini corti [-] adoperati per separare gli elementi di una parola composta, due cifre in

sequenza ecc.) sono di uso assai meno frequente nella prosa letteraria e giornalistica e

contrassegnano in modo marcato l’inciso. Ricorrono senza nessuna particolare restrizione nella

saggistica e nella prosa scientifica.

c) prima e dopo diverse proposizioni subordinate che condividono in una certa misura le

caratteristiche dell’inciso. Nell’italiano contemporaneo la virgola non va mai adoperata in due casi:

tra reggente e completiva e prima di una relativa limitativa (mentre compare prima di una relativa

esplicativa).

3. Il punto e virgola

Abbiamo già detto che il punto e virgola va adoperato in luogo della virgola per scandire i membri di

un’enumerazione complessa. Esaminiamo ora qualche altro caso notevole. Il punto e virgola si usa:

a) per segnalare, in una frase coordinata o giustapposta di una certa complessità, una diversa

tematizzazione (quando il soggetto è diverso o quando un elemento varia regime sintattico nelle due

frasi);

b) davanti a un connettivo “forte” per rango argomentativo e sintattico, specie conclusivo o esplicativo.

Talvolta può essere sostituito dai due punti o dal punto. Anzi, l’uso di scandire piccole porzioni di frase

ricorrendo al punto è frequente nella prosa giornalistica.

L’uso indifferenziato della virgola come segno passe-partout che abbia come sola alternativa il punto fermo

è estraneo alla scrittura colta e può trovarsi solo in una prosa ancora sprovveduta e acerba. L’inadeguatezza

della semplice virgola vale anche in assenza di connettivi, quando si hanno due frasi giustapposte la seconda

delle quali svolga un ragionamento o arricchisca di particolari quella precedente.

4. I due punti

Una funzione tradizionale dei due punti è quella di introdurre il discorso diretto. Ma i due punti si adoperano

anche in altri casi; ricordiamo le due funzioni più importanti.

a) Funzione argomentativa, quando si comportano per dir così come un connettivo interpuntivo,

indicando la conseguenza logica di un fatto, l’effetto prodotto da una causa.

b) Funzione descrittiva, se si esplicitano i particolari di un insieme, enumerandone le singole

componenti o facendone emergere un tratto saliente, a mo’ di commento.

I due punti non vanno usati in presenza di enumerazioni che facciano corpo con la frase che precede (e.g.

che rappresentino il complemento oggetto del relativo predicato o altrettanti complementi indiretti).

5. Le virgolette

In tipografia si distinguono le virgolette basse [«] e [»] e le virgolette alte [“] e [”]. In genere, le prime

assolvono alla funzione più caratteristica, quella di delimitare una parola o un discorso altrui. Le virgolette

alte si adoperano soprattutto in due casi:

a) per riportare un discorso diretto o una citazione entro un altro discorso diretto o un’altra citazione.

Con questo valore le virgolette si alternano da tempo con la lineetta, di norma solo all’inizio del

discorso diretto. Nella prosa narrativa più recente non è eccezionale l’uso di riportare i dialoghi senza

alcun segnale di delimitazione.

b) per contrassegnare l’uso particolare (allusivo, traslato, ironico) di una qualsiasi espressione. Gli

scriventi non specialisti fanno un vero abuso di queste virgolette metalinguistiche, dando

impressione o di sprovvedutezza o di pigrizia.

6. I capoversi

Quando, dopo un punto fermo, andiamo a capo e cominciamo un nuovo periodo è abituale introdurre un

capoverso, cioè rientrare di qualche battuta rispetto all’inizio delle altre linee di scrittura. Questa norma, in

genere ignorata nella scrittura a mano, è applicata in modo sistematico, e automatico, nella stampa e nella

video-scrittura. Il problema è quando ricorrere al capoverso. Potremmo dire che si tratta di una specie di

connettivo implicito: andare a capo significa infatti avvertire il lettore che l’argomento cambia, o se ne

affronta un aspetto nuovo e significativo. Come i tradizionali segni di interpunzione, anche il capoverso è in

parte affidato all’iniziativa dello scrivente o alle consuetudini degli editori. Vi sono, però, alcuni casi pressoché

codificati. Il capoverso si usa:

a) nella prosa saggistica e argomentativa, per introdurre più serie di dati, notizie, circostanze, fatti

omogenei; per accentuare la scansione e insieme il collegamento tra i vari membri, il capoverso può

concorrere con la lineetta;

b) nella prosa letteraria, per riprodurre le battute di dialogo di due o più personaggi.

Capitolo 4 – Il riassunto

1. Quali testi si possono riassumere?

Il riassunto è la sintesi di ciò che altri hanno detto o scritto o il racconto di qualcosa che è avvenuto. Anche in

questo caso fare un riassunto orale è meno impegnativo che mettere le stesse cose per iscritto. Intanto, non

tutti i testi possono essere riassunti e alcuni si prestano a essere condensati meglio di altri: non sono

riassumibili i testi regolativi, mentre sono facilmente riassumibili i testi narrativi, dai romanzi agli articoli di

giornale che raccontino un fatto.

2. Le unità informative

Ovviamente le cose cambiano in relazione al contesto e al destinatario. Ma, in ogni caso, c’è un’esigenza

fondamentale da rispettare: bisogna fare i conti con lo spazio a disposizione, che va programmato in

anticipo, e in base a questa variabile strutturare la gerarchia delle informazioni.

Le unità informative possono risultare, sintatticamente, di una frase, di un periodo o anche di più periodi.

Il primo intervento per condensare un brano in un riassunto consisterà nel classificare l’importanza delle

singole UI. A questo punto, occorre fare i conti (in senso letterale) con lo spazio disponibile: ferme restando

le UI essenziali, le altre possono essere mantenute o, in parte, soppresse, a seconda delle parole a nostra

disposizione. Subito dopo, dovremo intervenire all’interno delle singole UI. Inoltre occorre tenere ben

presente che, nella stesura di un riassunto, è buona norma non ripetere estesi blocchi del testo originale e

trasformare in discorsi indiretti gli eventuali discorsi diretti.

L’individuazione delle UI e il successivo vaglio tra quelle essenziali, importanti e marginali è il modo più

adeguato per procedere al riassunto di un testo narrativo. Non sempre, anche alle prese con un articolo di

giornale, risulterebbe più efficace il metodo delle “cinque W”, ossia l’obbligo di indicare i presunti tratti

salienti di una notizia: who?, what?, when?, where? e why?.

L’individuazione e la gerarchia delle varie UI è in parte legata alla valutazione di colui che redige la riduzione,

ma ogni buon riassunto mantiene intatto il rapporto tra UI essenziali, importanti e marginali.

Capitolo 5 – La parafrasi

1. A che cosa serve la parafrasi?

Scopo della parafrasi è quello di affiancare a un testo di partenza giudicato difficile una versione in prosa

corrente che ne appiani le difficoltà lessicali e semantiche, sintattiche o contenutistiche. Un’efficace parafrasi

presuppone l’esatta comprensione del testo di partenza in tutti i suoi particolari e la capacità di rendere

comprensibile quel testo a un pubblico diverso da quello per il quale è stato concepito.

La parafrasi interviene in modo sistematico sul testo di partenza, anche dove il dettato non offre difficoltà

interpretative, precisando particolari che nel testo sono impliciti e, a maggior ragione, i rapporti sintattici. Si

badi inoltre all’uso delle parentesi, che isolano parole la cui corrispondenza non è ovvia, ma la cui utilità

comprende anche la possibilità, per il lettore, di seguire passo passo il rapporto tra testo di partenza e testo

di arrivo. Vanno notate poi altre due caratteristiche tipiche di questa riscrittura: a) il commentatore può

aggiungere particolari che mancano nell’originale quando essi servono a rendere più appropriatamente

l’immagine del testo di partenza; b) il dettato del testo parafrasato deve mantenere un registro medio-alto.

Altra possibilità è, infine, quella di ripristinare opportunamente l’ordine diretto in una frase.

Capitolo 6 – I linguaggi settoriali

1. Che cos’è un linguaggio settoriale?

Il concetto di linguaggio settoriale è definito dai linguisti con varie denominazioni: si parla di lingua, o

linguaggio, settoriale o speciale. Se i due aggettivi sono sostanzialmente equivalenti, non così i due sostantivi:

per lingua s’intende infatti il codice verbale posseduto esclusivamente dalla specie umana; con il termine

linguaggio si designano invece i tipi di comunicazione, verbali e non verbali, messi in atto non solo dagli esseri

umani, ma anche da quasi tutte le specie animali. Qui ci riferiremo ai linguaggi settoriali, comprendendo

anche i codici non verbali attraverso cui alcuni linguaggi si esprimono (e.g. i simboli matematici).

Con Michele Cortelazzo definiamo il linguaggio settoriale come la varietà di una lingua naturale, dipendente

da un settore di conoscenze o da un ambito di attività professionali, utilizzata da un gruppo di parlanti

ristretto allo scopo di soddisfare le necessità comunicative di un certo settore specialistico. Caratteristica del

linguaggio settoriale è dunque la sua referenzialità, ossia il suo riferimento a significati oggettivi (in altri

termini, ad agire è la denotazione di una parola, non la connotazione!). Di qui discende un tratto che stacca

nettamente i linguaggi settoriali dalla lingua comune (e da quella poetica): la neutralità emotiva.

A livello linguistico, un linguaggio settoriale si caratterizza in primo luogo per determinate scelte lessicali; ma

hanno importanza anche le soluzioni morfologiche e sintattiche.

2. Il lessico: tecnicismi specifici e tecnicismi collaterali

I tecnicismi specifici rappresentano il lessico caratteristico che indica concetti, nozioni, strumenti tipici di un

particolare settore. Essi non hanno alcun tasso di ambiguità e sono utilizzate solo nelle rispettive accezioni

tecniche. Non mancano tuttavia casi in cui i linguaggi settoriali ricorrano alla rideterminazione, cioè

assegnano un significato specifico a parole d’uso comune, generando possibili equivoci (e.g. lavoro in fisica e

colpa in giurisprudenza).

Accanto ai tecnicismi specifici figurano i tecnicismi collaterali, vale a dire termini altrettanto caratteristici di

un certo ambito settoriale, che però sono legati non a effettive necessità comunicative bensì all’opportunità

di adoperare un registro elevato, distinto dal linguaggio comune (e.g. il paziente accusa dolori addominali).

Se i tecnicismi specifici sono indispensabili alle esigenze terminologiche di un certo linguaggio settoriale, i

tecnicismi collaterali potrebbero essere sostituiti senza che l’esattezza ne risenta. Ma, paradossalmente,

proprio questi ultimi sono quelli di uso più esclusivo, essendo limitati alla ristretta cerchia degli specialisti. I

tecnicismi specifici, invece, possono essere noti anche al profano coinvolto in un problema di pertinenza

settoriale ed esposto, quindi, a una certa quota dei relativi tecnicismi.

3. Linguaggio settoriale e morfologia

I linguaggi settoriali possono presentare anche particolari soluzioni morfologiche. A tutti i livelli della lingua

esiste la possibilità di combinare nuove parole attraverso affissi, distinguibili in prefissi e suffissi, o attraverso

confissi. Questi ultimi sono elementi che si comportano rispettivamente come prefissi o come suffissi (e sono

perciò denominati prefissoidi e suffissoidi), estratti da una parola composta e suscettibili di creare una serie

di formazioni anche molto ricca (e.g. auto- e -logia). Nei linguaggi settoriali questo procedimento è

particolarmente sviluppato. Un sistema di suffissi altamente elaborato offre la chimica (e.g. da cloro si

formano clor-ico, clor-ato, clor-idrico ecc.), mentre particolare duttilità nell’impiego dei confissi mostra la

medicina (e.g. cardio-patia, tendino-patia ecc.).

Anche sul versante delle scelte sintattiche e testuali esistono caratteristiche che, pur non essendo generali,

sono sufficientemente estese. Ricordiamone tre:

a) il forte sviluppo del nome (che ha la massima informatività) rispetto al verbo (che riveste un ruolo di

collegamento e ha un contenuto semantico generico), che può comportare frasi ad alto tasso di

nominalizzazione (al verbo si preferisce il corrispondente sostantivo astratto);

b) la deagentivizzazione, attiva soprattutto nei testi scientifici, meno in quelli giuridici;

c) il ricorso al passivo per preservare la sequenza tema-rema [Definizioni. Tema: ciò di cui si parla

(spesso rappresenta anche l’elemento noto). Rema: quanto si dice del tema (spesso rappresenta

anche l’elemento nuovo)].

Sulla scorta delle coordinate tracciate, è facile collocare sotto l’etichetta di “linguaggi settoriali” diversi saperi

specialistici, dalle cosiddette “scienze dure” (matematica, fisica, chimica) a scienze più vicine alla tradizione

umanistica come la stessa medicina, il diritto o la linguistica. Ma sono spesso inclusi tra i linguaggi settoriali

anche il linguaggio della politica e quello pubblicitario, nonostante non presentino nessuno dei tratti

illustrati. Infatti:

➢ nessuno dei due dipende da un settore di conoscenze o da un ambito di attività specialistici e,

soprattutto, la comunicazione è per definizione rivolta all’intera collettività, non a ristrette cerchie di

addetti ai lavori;

➢ l’intento non è quello di comunicare contenuti dimostrabili scientificamente, bensì quello di

convincere consumatori ed elettori, facendo leva su meccanismi almeno in parte emotivi;

➢ è impossibile nel caso della pubblicità e difficile nel caso della politica individuare un lessico

caratteristico, anche se alcune tendenze vive nel linguaggio comune possono essere più accentuate

(per esempio, nella pubblicità, il ricorso a parole straniere).

L’elemento settoriale dei due linguaggi è affidato solo al soddisfacimento di precise strategie comunicative:

anche se uno slogan si rivolge a tutti nella lingua di tutti, per costruirlo e per metterlo a punto servono costose

ricerche di mercato e grande consapevolezza degli strumenti linguistici e retorici da impiegare.

Capitolo 7 – Il linguaggio medico

1. Linguaggio medico e linguaggio comune

Il linguaggio medico presenta due caratteristiche che non si ritrovano, insieme, in nessun altro linguaggio

settoriale:

a) notevole ricchezza terminologica (vedi anche botanica e chimica);

b) forte ricaduta sul linguaggio comune (vedi anche diritto).

L’ampio vocabolario della medicina comprende termini condivisi dall’italiano fondamentale o esclusivi di

pochi specialisti, antichi e recentissimi. Vediamo meglio le componenti fondamentali di questa

stratificazione:

a) termini risalenti al greco di Ippocrate e di Galeno (e.g. artrite, esofago);

b) residui termini di origine araba, risalenti al Medioevo, conosciuti in Occidente soprattutto attraverso

traduzioni latine (e.g. nuca);

c) termini latini reintrodotti durante il Risorgimento, specie nell’anatomia grazie all’opera di Andrea

Vesalio (e.g. alveolo, femore);

d) termini formati modernamente dal latino e soprattutto dal greco, in massima parte composti (e.g.

maxillo-facciale, amnioscopia);

e) termini di recente introduzione, prelevati da una lingua straniera moderna, soprattutto dall’inglese

(e.g. bypass). Dall’inglese (e dal tedesco) provengono inoltre sequenze come oto e nefrotossico e i

composti che presentano la sequenza determinante-determinato, propria delle lingue anglo-

germaniche e del greco (e.g. cortisono-sensibile).

Se il greco ha molta più importanza del latino nella formazione del linguaggio medico, va ricordato che il

latino è stato il termine attraverso il quale i grecismi medici si sono affermati. Ciò vuol dire che, nei numerosi

casi di incertezza accentuativa dovuta ai diversi criteri esistenti nelle due lingue classiche, è preferibile

adottare l’accentazione alla latina (leggeremo dunque edèma e arterioscleròsi).

Qualche volta sono rimasti in uso termini che tradiscono concezioni superate (e.g. influenza, malaria). Altre

volte (per fortuna rare) un medesimo tecnicismo medico è adoperato in accezioni diverse, col conseguente

rischio di fraintendimenti (e.g. nictalopia può indicare sia il fenomeno per il quale si vede meglio a luce fioca

o di notte, sia la cecità notturna).

2. La formazione delle parole

Assai produttiva è la formazione delle parole, che garantisce ai numerosi termini foggiati con elementi greco-

latini una relativa trasparenza. Ma non sempre il rapporto tra gli elementi di un composto è quello atteso

(e.g. il prefisso a-/an- con valore negativo compare in diverse accezioni in achiria e anemia).

Detto dell’intervento terminologico del Vesalio nel linguaggio anatomico, le conseguenze linguistiche sono

rappresentate, tra l’altro, dalla spiccata presenza del latino nell’anatomia di fronte al greco nella patologia.

Ciò ha alimentato un disteso suppletivismo (e.g. cuore > cardiaco).

Vediamo da vicino tre suffissi caratteristici della patologia: -ite, -osi e -oma.

o Il suffisso -ite indica un processo infiammatorio che colpisce l’organo indicato dalla base.

o Si oppone a -ite il suffisso -osi, come appare da alcune coppie formate dalla stessa base (e.g.

artrite/artrosi). In casi del genere il suffisso -osi serve a indicare un’affezione non infiammatoria,

perlopiù a carattere degenerativo. -osi funziona spesso come iperonimo, per riferirsi in modo

generico a un complesso di patologie caratterizzate da un elemento in comune.

o Quanto a -oma, si tratta del suffisso dei tumori: la base può indicare il distretto anatomico colpito

(epitelioma), un aspetto saliente della formazione (melanoma), o non avere un chiaro rapporto col

suffisso (carcinoma). In un certo numero di tecnicismi il suffisso -oma non indica un tumore ma

patologie varie.

Accanto a confissi e suffissi caratteristici, il linguaggio della medicina ricorre ampiamente a elementi che sono

più occasionali in altri settori specialistici: gli acronimi e soprattutto gli eponimi. Gli acronimi medici sono in

parte noti e adoperati anche dai profani (AIDS, TAC), in parte circolanti solo all’interno di riviste specialistiche.

A differenza degli acronimi, gli eponimi sembrano essere tipici della medicina. Sono denominazioni di un

organo, di una malattia, di uno strumento chirurgico che fanno riferimento al nome dello scienziato che li ha

studiati o scoperti (e.g. morbo di Parkinson). La diffusione degli eponimi in medicina dipende da più fattori:

la loro opacità; la tendenza nazionalistica di diffondere il nome di uno scienziato; il prestigio di una scuola

che persiste nell’usare una denominazione altrove rara.

3. Tecnicismi collaterali lessicali e morfo-sintattici

Molto ricca la pattuglia dei tecnicismi collaterali. Possiamo distinguerli in lessicali, i più numerosi, e morfo-

sintattici, quando riguardano un aspetto grammaticale (uso del maschile invece che del femminile, del plurale

invece che del singolare, di preposizioni e locuzioni preposizionali caratteristiche).

Alcuni TC lessicali sono nomi generali (e.g. fatto, fenomeno). Altri TC sono sinonimi di registro più eletto

rispetto a forme della lingua corrente (e.g. indurre, inibire, lamentare/accusare). Altri presentano uno scarto

semantico rispetto alla lingua comune. Spesso si tratta di parole che correntemente presuppongono come

soggetto un essere umano e che vengono adoperate in riferimento a enti inanimati (e.g. scadimento). Altre

volte cambia la connotazione, da positiva a non marcata, dando talvolta luogo ad equivoci (e.g. apprezzare,

risposta). Non mancano infine, neanche nei TC della medicina, spinte eufemistiche, dovute o all’istintivo

rispetto di fronte alla morte (spesso indicata come exitus o obitus) o al desiderio di non allarmare il paziente

formulando in modo troppo esplicito una diagnosi sfavorevole (e.g. esito infausto).

Meno numerosi sono i TC morfo-sintattici. Caratteristico il plurale urine preferito, senza apparenti ragioni, al

singolare e il maschile, adoperato non di rado ma non giustificato etimologicamente, di faringe. Da notare

poi costrutti tipici come il da causale, impiegato in vece di ‘causato da, dovuto a’ (e.g. intossicazione da

botulino, sindromi da carenza tiaminica).

Capitolo 8 – Il linguaggio giuridico

1. L’importanza della lingua nel diritto

A proposito dei vari tipi di linguaggio giuridico un posto a sé spetta all’arringa giudiziaria. Come un discorso

elettorale, un’arringa difensiva o accusatoria può rivolgersi a un pubblico più vasto di quello dei tecnici del

diritto; ha l’intento di convincere di una tesi; il lessico tecnico, pur non essendo eliminato, è sicuramente

ridotto; compaiono, a vari livelli, caratteristiche linguistiche inimmaginabili in un testo normativo,

caratterizzato dalla non emotività, dall’astrattezza e dalla generalità delle norme.

A differenza di altri linguaggi settoriali, la lingua del diritto non ha confini precisi. Vi rientra tutto ciò che può

avere interesse per la vita associata degli uomini: solo una parte di queste realtà può essere designata con

un preciso tecnicismo; solo una parte può essere strutturata in formule strettamente logiche e

consequenziarie, può cioè prescindere dalla soggettività dei punti di vista. Il sistema giudiziario, prevedendo

più gradi di giudizio, accoglie in pieno il principio della fallibilità del processo.

In nessun altro linguaggio settoriale la lingua ha tanta importanza quanta ne ha nel diritto. Un’importanza

che proveremo a esplicitare in due punti:

a) Gran parte dei termini giuridici sono attinti dalla lingua comune, ma si tratta spesso di nozioni che

hanno un contenuto diverso e ciò può ingenerare equivoci (e.g. delitto, multa vs contravvenzione).

b) Nei testi normativi la definizione di un istituto giuridico presuppone quella di concetti affini (e.g.

concussione vs corruzione, amnistia vs indulto): in nessun caso possono ammettersi contraddizioni o

incertezze applicative. Tant’è vero che, se questo avviene, il sistema giudiziario interviene in merito.

Accanto al lessico e alle sottili distinzioni semantiche, ha grande importanza la testualità, a cominciare

dall’ordine delle parole e dalla progressione tema-rema. Grande importanza ha anche la progressione degli

argomenti negli articoli di legge, in un contratto, in una sentenza. Gli articoli passano progressivamente in

rassegna eventi caratterizzati da un rapporto di sequenzialità logica e cronologica.

2. La terminologia giuridica

La distinzione tra tecnicismi specifici e collaterali può presentare qualche difficoltà quando un originario

tecnicismo collaterale come delazione, per il fatto di essere adoperato in una rubrica del codice civile, cioè

nella massima fonte normativa che regola i rapporti di diritto privato, ha acquistato un carattere di

insostituibilità che lo ha trasformato in un vero e proprio tecnicismo specifico. Oltre al già citato delazione,

tanti sono i termini giuridici che, nella lingua corrente, si usano in un’altra accezione (e.g. confusione,

invenzione).

Rinunciando a esemplificare i tecnicismi specifici, soffermiamoci sui tecnicismi collaterali. Distinguiamo

quattro gruppi:

a) Nomi generali, una categoria che nel linguaggio giuridico ha particolare rilievo (e.g. fatto, parte,

persona). Conviene insistere su due punti:

▪ Nomi generali come questi non trovano applicazione in contesti privi di rilievo giuridico.

▪ Nomi di significato appena più specifico rischierebbero di escludere dall’applicazione della

norma alcuni soggetti o situazioni meno frequenti o probabili.

b) TC di uso stabile, che quindi condividono un requisito dei tecnicismi specifici, pur non indicando

nozioni esclusive della scienza del diritto (e.g. impugnare, rigettare);

c) TC dettati dalla ricerca di sinonimi più eletti rispetto alla lingua comune (e.g. caducazione, porre in

essere);

d) TC morfo-sintattici: caratteristiche del linguaggio giuridico sono alcune locuzioni preposizionali

preferite a preposizioni semplici di uso più corrente (e.g. ai fini di ‘per’, ai sensi di ‘per, secondo’);

oltre alle locuzioni preposizionali, potremmo ricordare altre strutture libresche adoperate in

funzione di connettivi (e.g. fatto salvo). Forse, nella preferenza per questi connettivi “pesanti”, non

entrano in gioco solo la tendenza a distanziarsi dal linguaggio comune e la propensione aulicizzante

propria del linguaggio giuridico. I connettivi pesanti hanno la funzione di sottolineare maggiormente

i rapporti di causa-effetto particolarmente importanti in un discorso a forte tenuta argomentativa.

3. Latinismi e forestierismi

Il lessico giuridico, caratterizzato da una leggera patina arcaica, accentua nettamente questa sua fisionomia

ogni volta che ricorre a parole e a singole frasi in latino, la lingua di quel diritto romano che sta a fondamento

dei diritti europei. Sono frequenti singole locuzioni, in qualche caso passate nel linguaggio comune (e.g. de

iure, de facto, ex + indicazione puntuale di un articolo di legge).

Accanto al latino, la lingua veicolare del mondo occidentale fino a un passato recente, fa capolino l’inglese,

lingua veicolare del mondo globalizzato attuale. Alcuni istituti giuridici sono indicati, anche nella legislazione

che li regola, col nome inglese (e.g. leasing, factoring, franchising). Ricorre largamente all’inglese, com’è

notissimo, anche l’informatica; e ogni volta che il diritto si confronta con questa realtà è costretto fatalmente

ad accoglierne anche il lessico esotico.

4. Grammatica e sintassi

Il linguaggio giuridico nel suo insieme presenta, nella grammatica e nella sintassi, alcune caratteristiche

salienti rispetto alla lingua comune. Si tratta perlopiù di scelte che appartengono al livello letterario della

lingua e che quindi appaiono in declino, o addirittura assenti, nell’italiano corrente. Ricordiamo quattro

fenomeni:

a) Maggiore presenza del congiuntivo nelle subordinate, là dove l’italiano parlato, ma anche gran parte

dello scritto, preferirebbe l’indicativo;

b) Forte diffusione del participio presente con valore verbale (e.g. concernenti la tutela della

riservatezza);

c) Frequente anteposizione del participio passato (e, in generale, dell’aggettivo) al nome;

d) Omissione dell’articolo, in parte dovuta a motivazioni particolari: il carattere tecnico di una locuzione

(e.g. proporre ricorso); l’appartenenza a sintagmi con valore avverbiale (e.g. in epigrafe); et cetera.

Capitolo 9 – Il linguaggio burocratico

1. Linguaggio burocratico e vita quotidiana

A differenza degli altri linguaggi settoriali esaminati, l’etichetta di “linguaggio burocratico” si applica a una

realtà molto più sfuggente. Il linguaggio burocratico può essere infatti adoperato nelle circostanze più

diverse. Tutti questi tipi di comunicazione non hanno certo in comune l’emittente (che può essere un ente o

un privato) o il destinatario (che può essere specifico o indifferenziato e anonimo). Anche i messaggi sono

molto diversi tra loro, visto che possono riguardare atti dovuti dai relativi emittenti o atti puramente

facoltativi, legati al legittimo interesse di un singolo. Ciò che accomuna testi tanto diversi è la presenza di

alcune scelte linguistiche.

Quando si parla di linguaggio burocratico, si pensa in primo luogo agli uffici, in particolare a quelli

dell’amministrazione pubblica, che hanno il compito di regolare aspetti essenziali della vita di un cittadino. Il

termine burocrazia, di origine francese, è fin dall’origine marcato negativamente, e questa sfumatura

sfavorevole colpisce in pieno anche il suo versante espressivo: linguaggio burocratico è sinonimo di

complicazione inutile. Un’impressione del genere ha senza dubbio qualche fondamento. La proverbiale

artificiosità del linguaggio burocratico dipende da almeno due ragioni: la prima riguarda la lingua, la seconda

i contenuti.

Sul piano linguistico, la consapevolezza che il messaggio coinvolge o come emittente o come destinatario un

interlocutore astratto fa sì che lo stile si innalzi rispetto al livello usuale o variamente “personalizzato” che

ciascuno di noi adopererebbe con un ben individuato corrispondente in una lettera privata, in una mail o in

un SMS. Anche le parole più comuni subiscono un processo di travestimento, che spesso raggiunge il

grottesco (e.g. spiccioli > moneta divisionale).

Quanto ai contenuti, occorre ricordare che la massima parte dei testi burocratici nasce in ambiente giuridico.

Rispetto alle leggi fondamentali dello Stato, però, la burocrazia ha a che fare con fonti di diritto di rango

inferiore. Ciò comporta una conseguenza inevitabile: la minore cura formale – e quindi la minore chiarezza

ed efficacia comunicativa – con cui questi testi sono stilati. Non solo. In Italia, com’è noto, il numero delle

leggi è abnorme: in moltissimi casi una legge nuova non abroga la vecchia, ma ne limita variamente

l’applicazione; la necessità di raccordare il vecchio al nuovo fa sì che il dettato sia spesso involuto e oscuro.

Il Codice di stile [1993] del giurista Sabino Cassese ha avviato un moto di riforma del linguaggio burocratico,

e in generale della comunicazione rivolta al pubblico, che ha avuto seguito anche nei governi successivi.

2. I tecnicismi collaterali

A conferma della scarsa autonomia dal linguaggio giuridico, si può osservare la quasi assoluta assenza di

tecnicismi specifici. Solo a fatica si potrebbero considerare tali termini quali fincatura, firmario o velinario,

che fanno riferimento alla registrazione scritta di documenti. In qualche caso si incontrano originari tecnicismi

collaterali che si sono consolidati, stabilizzandosi in un significato fisso (e.g. visura, pensioni di vecchiaia vs di

anzianità).

Il linguaggio burocratico è il regno dei tecnicismi collaterali (e.g. espletare, incartamento) e proprio per

questo offre larghi margini d’intervento alla sua riscrittura. Anche qui, come nel linguaggio giuridico, sono

frequenti locuzioni preposizionali di registro libresco, o usate insieme con quelle d’uso corrente, con intento

rafforzativo (e.g. a corredo di ‘insieme con’, di concerto con ‘d’intesa’). In molti casi il tecnicismo collaterale

convive con il sinonimo corrente nell’intento di ottenere effetti di variatio. Ma non tutti i tecnicismi collaterali

rispondono a mere esigenze stilistiche. Talvolta è necessario, proprio come avviene nel linguaggio giuridico,

ricorrere a un iperonimo che sussuma una serie di fattispecie particolari (e.g. titolo di viaggio, area di

circolazione). Altre volte il tecnicismo collaterale risponde a esigenze eufemistiche, intese in senso lato (e.g.

motuleso, necroforo, operatore ecologico, ausiliario).

Al proposito di non urtare la suscettibilità di determinate categorie di parlanti risponde un problema che

trascende la questione dei tecnicismi collaterali: il cosiddetto sessismo della lingua italiana, che

discriminerebbe il sesso femminile, movendo da una visione del mondo tipicamente maschile. La questione

ha trovato una certa udienza proprio nelle discussioni sulla riforma del linguaggio amministrativo: nel già

citato Codice di stile si auspica l’uso dei cosiddetti sdoppiamenti (l’abbonato e l’abbonata o l’abbonato/a), i

nomi collettivi (persona), i nomi professionali differenziati (architetto/architetta, funzionario/funzionaria).

Possiamo toccare appena un paio di caratteristiche lessicali che abbiamo incontrato anche in altri linguaggi

settoriali: la diffusione degli acronimi e la presenta di frasi ad alto tasso di nominalizzazione. Quanto agli

acronimi, possiamo notare due caratteristiche che li differenziano da quelli propri dell’ambito tecnico-

scientifico, in particolare medico: il loro scioglimento nella lingua parlata (e.g. D. Lgs.) e l’ordine dei

costituenti secondo l’italiano (e.g. Cfu). Quanto all’espansione del nome ai danni del verbo sono da

menzionare perifrasi verbali di tipico sapore burocratico in cui l’informazione semantica portata da un verbo

è spostata sul nome corradicale e il verbo assume semplice funzione di introduttore del nome (e.g. dare

comunicazione vs comunicare).

Una caratteristica saliente del linguaggio burocratico è il suo “precisionismo”, vale a dire l’ossessione di non

dare luogo a possibili equivoci, richiamando continuamente il già detto e sovrabbondando in puntualizzazioni

superflue. Due tratti spiccano in particolare:

a) Continuo ricorso a elementi anaforici (e.g. suddetto);

b) Tendenza alla ridondanza, soprattutto col ricorso ad aggettivi o avverbi che, in quel contesto, sono

poco informativi perché altamente prevedibili, e quindi potrebbero essere tralasciati (e.g. appositi

cartelli, eventuale ulteriore chiarimento).

3. Riscrittura e strategie comunicative nel testo burocratico

Accanto al lessico e alla lunghezza di parole e frasi, un requisito fondamentale di cui tener conto nella

riscrittura di un testo burocratico è la strategia delle informazioni. Un atto amministrativo ha una struttura

tradizionale che prevede, in sequenza, i seguenti punti: a) indicazione del soggetto che emana l’atto; b) data;

c) elencazione delle norme e degli altri elementi in base ai quali il soggetto ha il potere di emanare l’atto; d)

decisione presa dall’Amministrazione; e) firma dell’atto. Si tratta di elementi essenziali per assicurare la

legittimità dell’atto; ma nulla vieta che il punto c – quello più ostico per il cittadino – possa essere delegato

in nota o stampato in corpo minore. Come strategia comunicativa, il documento pecca per almeno due

aspetti: 1) non colloca in posizione di massima evidenza il dato informativo saliente; 2) non gerarchizza le

informazioni, dando massimo spazio alla motivazione rispetto al merito del decreto e alla possibilità del

ricorso. L’intervento decisivo perché il documento raggiunga un alto grado di leggibilità è la completa

ristrutturazione del testo che, pur conservando pressoché tutti gli elementi del testo di partenza, dà la

massima evidenza, grafica e linguistica, ai dati che interessano il cittadino-destinatario.

Capitolo 10 – La voce di enciclopedia

1. Dizionari ed enciclopedie

È vero soltanto in parte che, mentre il dizionario si occupa di parole, l’enciclopedia si occupa di cose. Anche

il dizionario non può fare a meno di fornire una serie di dati di volta in volta scientifici, tecnici o storici per

illustrare adeguatamente il significato di un vocabolo. Si tratta, piuttosto, di dosare diversamente nelle due

opere i vari ingredienti della ricetta. Una voce di dizionario ci dà in primo luogo una serie di informazioni

strettamente grammaticali, che prescindono dal significato della parola; ci ragguaglia poi sulle varie accezioni

del termine, contrassegnandole con numeri arabi in grassetto, definendone ambito e frequenza d’uso e

proponendone eventuali sinonimi e contrari; indica, infine, qual è la data della prima attestazione della parola

in italiano, suggerendone l’etimo. In una voce enciclopedica, tutte le indicazioni di tipo linguistico vengono

eliminate, mentre abbondano i dati puntuali.

L’universo lessicale di un dizionario è chiuso: nel senso che tutte le parole adoperate nel metalinguaggio,

ossia nella definizione di un vocabolo, dovrebbero essere registrate anche in ordine alfabetico con una loro

definizione. L’enciclopedia, al contrario, riflette un universo aperto: voci secondarie possono essere

menzionate in un articolo di carattere generale, ma non avere uno spazio loro dedicato. Se la consultazione

di un dizionario dovrebbe essere sufficiente allo scopo che si propone l’utente, la consultazione di

un’enciclopedia rappresenta solo un assaggio, uno stimolo che il lettore interessato al tema deve

approfondire attraverso letture specifiche.

Un’importante differenza tra dizionario ed enciclopedia riguarda la consistenza del lemmario. Il dizionario

comprende solo quelli che, nella grammatica tradizionale, si chiamano “nomi comuni”. All’interno di questa

categoria viene selezionata una quota variabile di lessico: non può mancare il lessico fondamentale, mentre

è mutevole la porzione di lessico settoriale e di lessico marginale. L’enciclopedia comprende invece una quota

consistente di “nomi propri” considerati significativi e, dei nomi comuni, solo quelli che hanno un rilievo che

vada oltre il puro significato linguistico.

2. La compilazione di una voce d’enciclopedia

Prevedibili problemi terminologici vengono posti dalla registrazione delle voci strettamente settoriali. In

generale, il compilatore mantiene i necessari tecnicismi specifici e anche un certo numero di tecnicismi

collaterali, per ambientare il tecnicismo nel terreno di coltura che gli è proprio senza rischiare un’indebita

banalizzazione.

Se talune definizioni si segnalano per la loro essenzialità, altre volte esse si presentano molto più ricche ed

articolate. Un’enciclopedia può (e in certi casi deve), ad esempio, dare maggiore risalto a ciò che, in un

determinato momento storico, appare più importante nella coscienza collettiva.

L’inevitabile difficoltà terminologica presente nelle voci tecnico-scientifiche è controbilanciata da una sintassi

elementare, ad alto tasso di prevedibilità. Nel caso di definizioni particolarmente stringate, la frase nominale

può esaurire l’intero lemma, eventualmente includendo un participio o espandendosi in una relativa.

Un’altra caratteristica della voce di enciclopedia (e di dizionario) è la sua costruzione per accumulo. I vari

periodi sono raramente collegati da connettivi che segnalino il cambiamento del tema e non compare mai

quella sorta di connettivo grafico che è il capoverso. Tutto va nella direzione di una forte concentrazione, sia

linguistica sia grafica: e ciò obbliga il compilatore a sfruttare il poco spazio disponibile per organizzare le

informazioni col massimo di efficacia.

3. Gerarchia ed equilibrio delle informazioni

Uno dei requisiti fondamentali di un dizionario enciclopedico, costretto a condensare in poco spazio una

massa di notizie eterogenee, è una corretta selezione delle informazioni da offrire al lettore, ispirata al

criterio della sistematicità. La concentrazione informativa fa leva altresì sul meccanismo della

presupposizione: una volta indicato, ad esempio, qual è il settore per il quale un certo personaggio viene

registrato, la menzione di un’opera in corsivo (con l’anno di composizione, di edizione o di diffusione) è

sufficiente per ricavare di che cosa si tratti. Lo spazio è tiranno, ed è giusto che sia così: non solo per non

sfondare il tetto delle pagine e dei costi previsti; anche perché ogni voce deve avere uno sviluppo

proporzionale all’importanza del tema trattato.

Strettamente imparentati con i dizionari enciclopedici sono quei repertori che riuniscono una serie di

informazioni di vario tipo (economico, politico, demografico, sportivo ecc.) il più possibile aggiornate. Si tratta

di repertori di grande utilità per tutti coloro che hanno bisogno di attingere notizie disparate nel modo più

semplice e rapido. I requisiti essenziali sono due: 1) l’esattezza delle informazioni (e la loro controllabilità);

2) la sistematicità dei dati offerti (con l’eventuale indicazione della loro indisponibilità).

Capitolo 11 – Il testo scolastico

1. Editori e lettori

L’attuale assetto linguistico dei libri di testo dipende in gran parte, com’è ovvio, dal mutamento dei

programmi, che risentono, molte volte, dei rinnovati indirizzi di ricerca propri delle rispettive discipline.

I libri di testo sono più smilzi di un tempo, la presentazione grafica è accattivante, si fa largo ricorso a tavole

fuori testo e a illustrazioni multicolori, si insiste molto sul percorso didattico che lo studente deve compiere,

sollecitandolo con verifiche e con test di autovalutazione. Una caratteristica non nuova, ma fortemente

accentuata, è proprio questo forte orientamento sul destinatario, espressamente individuato come

l’interlocutore del libro di testo. Sul piano grafico si può notare prima di tutto l’accentuazione di un

espediente tradizionale, inimmaginabile in un testo non destinato allo studio: l’evidenziazione delle parole-

chiave di una certa frase, come se si volesse risparmiare allo studente la fatica di provvedere personalmente

a sottolineare i dati principali, sui quali fissare soprattutto l’attenzione per impadronirsene. Nella stessa

direzione vanno i simboli che simulano un intervento manoscritto, con penna o matita, nella pagina a stampa.

Quanto alle illustrazioni, basterà osservare che attualmente anche i testi scientifici abbondano nell’apparato

iconico, allo scopo di alleggerire il volume e di renderlo più “amichevole” per l’alunno. La vera novità rispetto

a un passato anche recente è rappresentata dai vari sussidi didattici.

2. Informazione e divulgazione

La porzione di testo scritto riservata a un singolo argomento può essere ridotta rispetto a un tempo: ma

questo non implica che la materia sia banalizzata e che si debba rinunciare a un apparato terminologico e

concettuale avanzato. Può accadere addirittura che un testo scolastico presenti un certo numero di termini

specialistici assenti dai dizionari correnti, sovente anche da quelli più ricchi: ciò che può andare a disdoro

dei lessicografi, ma getta qualche ombra sugli effettivi sforzi di divulgazione compiuti dagli autori di testi

scolastici. L’attenzione a spiegare i termini settoriali è in genere abbastanza vigile. Molti testi sono forniti di

un glossario, mentre altri presentano finestre aperte nel corso della trattazione per spiegare determinate

parole chiave. Il problema riguarda la conciliazione di informazione e divulgazione, che comporta l’eventuale

rinuncia a fornire dati in modo troppo sommario perché possano davvero essere assimilati. Per riuscire a

condensare molti argomenti in poche pagine, il testo deve intervenire in due direzioni. La prima, di carattere

generale, è la perdita di ridondanza informativa, che ha comunque una sua funzione precisa: non è detto

che per un ragazzo-tipo sia più proficuo studiare tre pagine ad alta densità informativa piuttosto che cinque

pagine di ritmo più disteso. La seconda, specifica, è l’inevitabile eliminazione di alcuni concetti fondamentali

e la mancata esplicitazione di altri.

3. Struttura linguistica e strategie informative

La scelta e la gerarchia delle informazioni sono aspetti particolarmente importanti che possono suscitare

perplessità anche in libri di testo di buon livello qualitativo. Individuati i contenuti da trasmettere, è

necessario calarli in una struttura linguistica chiara dal punto di vista della strategia informativa.

Generalmente, ogni capoverso contiene una precisa unità informativa ed è strutturato, dal punto di vista

sintattico-grafico, in più blocchi. Il periodo ipotetico può tradurre linguisticamente l’insistenza sul

meccanismo cause-effetti, essenziale per illustrare soprattutto fenomeni scientifici. Anche l’equilibrio tema-

rema deve essere orchestrato con efficacia, attraverso inversioni e riprese dell’ordine tradizionale.

Passando da un libro di testo scientifico ad un libro di testo letterario, non mutano le esigenze di fondo, che

rimangono la gerarchia delle informazioni e l’adeguata strutturazione testuale. Ma è normale che aumenti

l’attenzione stilistica e che il lessico si faccia più ricco e articolato, per una maggiore efficacia dell’esposizione

attraverso un ventaglio espressivo più ampio.

Capitolo 12 – L’articolo di giornale

1. Quale giornale?

In Italia, come confermano implacabilmente i sondaggi, si legge poco rispetto al resto d’Europa e si comprano

pochi quotidiani. D’altra parte, non solo nel nostro Paese, nel corso degli ultimi decenni il giornale ha via via

perso la sua funzione di informare su quel che avviene nel mondo. Il giornale cartaceo ha avuto una ripresa,

nelle grandi città, con la distribuzione mattutina dei quotidiani gratuiti (free press). Ma questo prodotto non

ha molto in comune col quotidiano tradizionale.

Eppure il grande quotidiano “classico” mantiene una sua precisa rappresentatività nella società

contemporanea. È il luogo dei commenti sui grandi fatti della politica, del costume, della cultura scritti da

grandi giornalisti o da intellettuali prestigiosi; propone uno spettro vastissimo di materie, al punto che una

lettura completa richiederebbe molte ore; è la tribuna dalla quale i protagonisti della vita politica

intervengono con un articolo o con un’intervista destinati comunque a essere oggetto di commento o di

polemica. È insomma una voce importante, anche se destinata non alla grande massa della popolazione ma

a una fascia ristretta, quella più avvertita culturalmente o più impegnata nella vita professionale e produttiva.

Questa fisionomia sostanzialmente aristocratica dei grandi quotidiani nazionali non può non riflettersi sulla

lingua. Nonostante qualche refuso o sciatteria, nel suo insieme il giornale resta un testo ben scritto, o meglio:

redatto da professionisti della scrittura, che sanno dominarne gli ingranaggi di base, gestire il rapporto testo-

spazio a disposizione, sollecitare l’interesse del potenziale destinatario, inducendolo a proseguire la lettura.

Per raggiungere questi obiettivi, occorre una buona padronanza linguistica, a cominciare dal lessico. In un

giornale possiamo trovare, con intento ironico, neologismi occasionali o anche parole letterarie o

addirittura arcaiche: altrettante sfide alla capacità del lettore di cogliere le connotazioni che nascono da aree

linguisticamente periferiche e comunque lontane dall’uso quotidiano.

2. L’articolo di cronaca

La cronaca è forse il settore in cui più si avverte il cambiamento di stile del giornale rispetto a quarant’anni

fa. Prima di tutto, c’è una drastica selezione delle notizie. Nella lingua, si evitano i tradizionali stereotipi che

tramavano notizie sempre uguali tra loro nonostante i diversi protagonisti, e si punta su ciò che fa, di un certo

avvenimento, una notizia realmente meritevole di essere comunicata ai lettori. Una tecnica narrativa molto

efficace è, ad esempio, quella della circolarità. La notizia viene raccontata in realtà più volte, aggiungendo

ogni volta qualche particolare che, in sé, non avrebbe interesse ma che serve a mantenere alta la tensione

del racconto, riproponendone gli snodi essenziali. Un altro meccanismo tipico può essere la

drammatizzazione emotiva del resoconto con un avvio emotivo, di gusto letterario, attraverso anche

l’addensarsi di aggettivi di bassa informatività.

3. L’articolo di fondo

L’articolo di fondo (o editoriale) è un po’ il biglietto da visita di un grande giornale. È la sede in cui il direttore,

un giornalista esperto o un autorevole collaboratore esterno propongono una valutazione personale – che il

giornale fa propria, accogliendola in apertura – su un grande tema di politica interna o internazionale oppure

di costume. A differenza di altre sezioni del giornale, che molti saltano o di cui si limitano a scorrere i titoli,

l’articolo di fondo è generalmente letto da tutti coloro che comprano un grande quotidiano. Se l’articolo di

cronaca condensa il massimo di informazione nel sistema dei titoli, molto strutturato e dettagliato, in questo

caso la titolazione generalmente dice poco.

Si tratta di un testo argomentativo che procede in modo lineare, scandendo le frasi del ragionamento in

capoversi, senza riprese del già detto e senza picchi emotivi. I fatti – o almeno i dati che lo scrivente presenta

come tali (sta alla sua deontologia non alterare la realtà) – sono separati dalle opinioni. Il tessuto

argomentativo è ordito sui tipici connettivi che articolano un ragionamento, per dedurre una conseguenza

da una premessa, per avanzare un’obiezione, effettiva o apparente, a quanto appena asserito, per stringere

in una conclusione una serie di considerazioni precedenti. Rispondono a una strategia testuale anche alcuni

segni d’interpunzione, come il punto e virgola che precede un connettivo “forte” o i due punti con funzione

descrittivo-argomentativa. Tipica è anche l’interrogativa didascalica, con la quale chi parla o scrive rivolge

una domanda a sé stesso, quasi fingendo che la domanda proceda dall’uditorio, per vivacizzare l’esposizione.

Notiamo anche il ben oliato meccanismo dei coesivi.

4. L’intervista

Le interviste ad alte cariche istituzionali e politiche avvengono spesso a distanza e in genere vengono rilette

dall’interessato prima che ne sia autorizzata la pubblicazione. Invece le interviste a personaggi di minore

autorevolezza offrono al giornalista l’occasione di rappresentare – e in parte di ricostruire artificialmente –

una conversazione reale, col vantaggio che l’intervistato di turno appare spontaneo, con tutte le esitazioni e

le approssimazioni di discorso proprie del parlato. A questo scopo rispondono alcuni espedienti:

a) l’uso dei puntini (in una conversazione orale i parlanti spesso non ricorrono alla tonìa conclusiva,

discendente, tipica delle frasi assertive, per l’innata tendenza a mantenere il proprio turno di parola);

b) un’ampia tastiera di formule per dire , no, forse;

c) i connettivi fraseologici di apertura del turno di discorso (e.g. sa, senta) o all’interno del discorso, con

intento asseverativo (e.g. si sa, giuro);

d) le formule originariamente metalinguistiche che sembrano andare in cerca della parola giusta, ma in

realtà introducono una notazione polemica;

e) le onomatopee che indicano una reazione non verbale;

f) nella sintassi, il frequente ricorso a frasi nominali.

Andrà rammentato che il parlato reale è molto più “sporco” di questo: è pieno di ridondanze, intralciato da

false partenze e da sovrapposizioni dei turni di discorso. Il giornalista ha però avuto l’abilità di restituire

l’apparenza di un discorso reale, interpretando il senso, se non sempre la lettera, delle cose dette

dall’intervistato e distribuendo sobriamente alcune marche tipiche dell’oralità.

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