Riassunto libro e sbobinatura lezioni Neuropsicologia e psicopatologia forense, Sintesi di Neuropsicologia. Università degli Studi di Padova
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Riassunto libro e sbobinatura lezioni Neuropsicologia e psicopatologia forense, Sintesi di Neuropsicologia. Università degli Studi di Padova

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Riassunto dei libri (Neuropsicologia forense; Linee Guida Nazionali. L'ascolto del minore testimone) e appunti delle lezioni del prof. Sartori per l'esame di Neuropsicologia e psicopatologia forense.
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ELEMENTI DI DIRITTO PENALE Struttura del reato (teoria tripartita)

IL PRINCIPIO DI MATERIALITÀ DEL REATO: NULLUM CRIMEN SINE ACTIONE Secondo questo principio, perché ci sia reato deve esserci un fatto, ne deriva che non è reato atteggiamento volontaristico meramente interno (proposito), un’intenzione meramente dichiarata (ci vogliono atti idonei), modo di essere di una persona (carattere o pericolosità). Fatto tipico Perché ci sia reato sono necessari: - elementi positivi: condotta (eventi collegati da un nesso di causalità); - elementi negativi: assenza di cause di giustificazione (legittima difesa, stato di necessità). La condotta è un’azione o omissione idonea a offendere un interesse protetto da norma o perseguito da legislatore con incriminazione (movimento arti, parola, mimica). - Reati a forma vincolata: la condotta deve realizzarsi secondo precise modalità (furto-sottrazione); - Reati a forma libera (casualmente orientati): è sufficiente che ci sia un’azione casualmente collegata all’evento tipico idonea a cagionarlo (omicidio commesso in qualsiasi modo). L’evento (elemento che ricorre sempre) è il risultato di un’azione o omissione, modificazione del mondo esteriore dipendente dalla condotta (es. omicidio: la condotta è lo sparo, l’evento è la morte). Il nesso di causalità: art. 40 c.p. “Nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se l’evento (dannoso o pericoloso) non sia conseguenza della sua azione o omissione” (sparo morte). Escluso il nesso di causalità se intervengono fattori idonei ad interromperlo che siano stati capaci di per sé di determinare l’evento (es. Tizio ferisce Caio che poi muore in ospedale per un incendio). Il vero problema giuridico della causalità è però il quantum della probabilità, ovvero il giudizio di sufficienza di tale quantum rispetto al caso concreto. Inizialmente la giurisprudenza indicativa specifiche percentuali per ritenere che l’evento era causa di una condotta: es. 30%, probabilità vicino alla certezza, fino alla sentenza dell’11 settembre 2002 n. 32328 Franzese che parla di certezza processuale e di probabilità logica o credibilità razionale. - Definizione completa teoria causalità scientifica: l’azione è causa di evento quando esso ne è conseguenza secondo la miglior scienza ed esperienza in un dato momento storico e l’evento è conseguenza certa o probabile di azione, laddove per probabilità si deve intendere la “probabilità logica o credibilità razionale”. Antigiuridicità Per la sussistenza di un reato non è sufficiente il fatto tipico, è necessario anche che tale fatto si ponga in contraddizione con principi e situazioni dell’ordinamento giuridico. Un fatto può essere antigiuridico se è in contraddizione assoluta con l’ordinamento o lecito anche se una sola norma lo facoltizza e lo impone. Le cause di giustificazione (scriminanti) escludono l’antigiuridicità e dunque il reato; l’efficacia universale riguarda un fatto lecito in qualsiasi settore dell’ordinamento giuridico. IL PRINCIPIO DI SOGGETTIVITÀ DEL REATO: NULLUM CRIMEN SINE CULPA La colpevolezza insieme dei requisiti dai quali la possibilità di muovere un rimprovero per la condotta antidoverosa (concezione psicologica: nesso psichico tra agente e fatto). Art. 42 c.p.: nessuno può essere punito per un’azione o un’omissione se non l’ha commesso con coscienza e volontà. Suitas della condotta esclusa da circostanze come sonnambulismo o forza maggiore. Prima dottrina richiedeva solo reale impulso cosciente della volontà a produzione di un determinato movimento muscolare o a conservare l’inerzia (troppo ristretto, può valere nel dolo ma ci sono forme di elementi soggettivi meno esigenti, come i reati colposi; secondo questa concezione sarebbero esclusi per esempio gli atti abituali o quelli realizzati sovrappensiero).

Antigiuridicità (contrarietà del fatto con l’ordinamento giuridico)

Fat o tip co: - condotta - evento - nesso causalità

Struttura el reato Colpevolezza

imputabilità (second alcuni è un prer quisito)

dolo - colpa

Elementi costitutivi: - Conoscenza o conoscibilità del precetto penale (ignoranza penale non scusa tranne nei casi di ignoranza inevitabile, impossibilità di conoscenza per qualsiasi consociato, es. testo oscuro); - Assenza di cause di esclusione della colpevolezza (impossibilità di conoscere il precetto, impossibilità di determinarsi secondo il divieto, forza maggiore, costringimento fisico) - Imputabilità - Colpa IMPUTABILITÀ Art. 85 c.p.: nessuno può essere punito per un fatto provveduto dalla legge come reato se al momento in cui lo ha commesso non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere; capacità di intendere: attitudine del soggetto a comprendere la realtà esterna e il valore sociale di tali accadimenti – non presume sentimento morale del fatto; capacità di volere: attitudine del soggetto ad autodeterminarsi in modo autonomo in vista di uno scopo. L’imputabilità non sussiste in presenza di: vizio totale o parziale di mente, sordomutismo, età minore ai 14 anni, ubriachezza o azione di sostanze stupefacenti dovute a caso fortuito o forza maggiore, cronica intossicazione da alcool o stupefacenti. L’imputabilità sussiste nonostante la presenza di: stati emotivi o passionali (il legislatore nega a prori che tali stati possano escludere o diminuire la capacità di intendere e di volere), stato preordinato dell’incapacità di intendere e di volere (il legislatore sposta all’indietro il momento in cui dev’essere presente la capacità di intendere e di volere, e aumenta la pena), ubriachezza o intossicazione da sostanze stupefacenti abituale (il legislatore “finge” esistente la capacità di intendere e di volere nel momento della commissione del fatto e aumenta la pena), ubriachezza o intossicazione da sostanze stupefacenti volontaria o colposa (il legislatore “finge” esistente la capacità di intendere e di volere nel momento della commissione del fatto e ne aumenta la pena). IL DOLO Rappresentazione e volontà del fatto tipico di reato, art. 43 c.p. “ il delitto è doloso o secondo l’intenzione quando l’evento dannoso o pericoloso che è il risultato dell’azione o omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto è dall’agente preveduto e voluto con conseguenza della propria azione o omissione”. Deve essere presente nel momento in cui il soggetto agisce. Il dolo è di intensità diversa a seconda delle varie fattispecie legali o situazioni di fatto e il giudice ne deve tenere conto al momento dell’irrogazione della pena. Dolo generico: agente vuole il fatto previsto dalla norma incriminativa; Dolo specifico: finalità particolare che l’agente deve avere di mira, va oltre il fatto tipico di reato per cui non è necessario che sussista per integrare il reato; Dolo diretto: rappresentati e voluti i risultati cui era rivolta la volontà dell’agente; Dolo eventuale: l’elemento psicologico che insorge nel soggetto attivo di un reato che rappresenta il verificarsi dell’evento come conseguenza possibile ma non certa di una condotta diretta ad altri scopi. Tuttavia, pur di non rinunciare all’azione e ai vantaggi che ne deriverebbero accetta che il fatto possa verificarsi, decide di agire, cioè “costi quel che costi”; es. sussiste il dolo eventuale di omicidio se l’agente, animato dalla finalità di creare panico nella collettività, colloca una bomba in una piazza programmandola per deflagrare a tarda notte: a quell’ora la presenza di passanti è possibile (ma non certa), però la decisione dell’agente di collocare e far scoppiare la bomba è presa accettando il rischio che l’esplosione provochi la morte di un eventuale passante; Dolo d’impeto: azione risultato di una decisione improvvisa; Dolo di proposito: distacco temporale tra l’insorgere del proposito criminoso e la su attuazione; Dolo di premeditazione: intervallo di tempo ampio tra l’insorgere del proposito e la sua attuazione che sia utile per consentire una ponderata attuazione, consolidamento del proposito con maturata riflessione e persistenza tenace e ininterrotta dello stesso; Dolo alternativo: soggetto si rappresenta più eventi tra loro incompatibili e ne vuole indifferentemente l’uno o l’altro (es. confetti di cui solo uno è avvelenato); Dolo indeterminato: il soggetto agisce volendo alternativamente o cumulativamente due o più risultati tra loro non incompatibili (es. agente che spara sulla folla volendo cagionare indifferentemente la morte di Tizio o di Caio o entrambi). La colpa Art. 43/2 “il delitto è colposo o contro l’intenzione quando l’evento anche se preveduto non è voluto dall’agente o si verifica a causa di negligenza, imprudenza o imperizia, inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”. L’agente non deve aver voluto il fatto. Colpa cosciente: soggetto non ha osservato regola cautelare pur avendo previsto l’evento evitabile; Colpa incosciente: soggetto non ha osservato norma cautelare per non aver previsto l’evento prevedibile ed evitabile. La preterintenzione Delitto oltre l’intenzione: quando da azione o omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente (deve essere espressamente previsto dalla legge); 584 c.p. “omicidio preterintenzionale”. C’è la volontà dell’evento minore (percosse o lesioni) e non volontà dell’evento più grave neppure come eventualità. La responsabilità oggettiva

Un elemento del fatto di reato o l’intero reato viene comunque posto a carico di un soggetto senza sia necessario accertare la presenza del dolo o almeno della colpa. Responsabilità oggettiva per l’evento: evento posto comunque a carico dell’agente; sufficiente il nesso causale con la condotta, con necessario elemento soggettivo del dolo o della colpa (delitti preterintenzionali); Responsabilità oggettiva per il fatto: fatto posto a carico dell’agente per il solo fatto della sua esistenza a prescindere dalla conoscenza o meno dell’agente (609 c.p. “autore di un delitto contro la libertà sessuale in danno di un minore degli anni 14 non può invocare a propria scusa l’ignoranza dell’età della persona offesa”). Oggi vanno poste in correlazione con il principio costituzionale di colpevolezza, pertanto il giudice dovrà interpretarle come se esse richiedessero almeno la colpa. Le forme di manifestazione del reato: il tentativo ITER CRIMINIS - Ideazione: non è punibile; - Preparazione: dolo di proposito o premeditazione; - Perfezione: verificare tutti i requisiti richiesti dalla norma nel suo contenuto minimo: c’è il reato; - Consumazione: reato è perfetto e ha raggiunto la massima gravità concreta. Art. 56 c.p.: delitto tentato quid minoris rispetto al delitto consumato perché l’azione non si compie e l’evento non si verifica. Requisiti oggettivi: compimento di atti idonei diretti in modo non equivoco a commette un delitto (no configurabile il tentativo per le contravvenzioni); Gli atti idonei sono atti che i base ad un giudizio ex ante in cui vengono prese in considerazione tutte le circostante presenti al momento dell’azione in base al massimo delle conoscenze disponibili al momento del giudizio, risultano aver creato la probabilità della consumazione del reato, cioè l’effettiva messa in pericolo del bene tutelato dalla norma incriminatrice. Gli atti univoci sono atti che segnano l’inizio dell’esecuzione del delitto, irrilevanti gli atti meramente preparatori. Requisiti soggettivi: dolo; non configurabile tentativo colposo. Il concorso di persone nel reato Contributo di più persone nella commissione del reato: verificata in concreto la responsabilità di ciascuno e graduare le pene in base al ruolo rivestito. Autore: chi materialmente compie il reato; Compartecipa: chi insieme al primo esegue la condotta; Complice: chi pone in essere una condotta che di per sé non integra il fatto tipico di reato (partecipazione fisica: ausiliatore; partecipazione psichica: istigatore). qui si distingue il concorso materiale dal concorso morale. Concorso morale: istigazione, ideazione, consiglio tecnico anche attraverso l’omissione che però deve essere condizione necessaria o agevolazione del reato (es. custode della villa non dà allarme), o una violazione di un obbligo giuridico di impedimento del reato altrui (per cui un soggetto tenendo un comportamento doveroso avrebbe impedito il fatto). Distinguere da connivenza: assistenza passiva a consumazione del reato di un soggetto che ha la possibilità materiale di impedirlo ma non l’obbligo giuridico di farlo. Il problema della difesa contro il delitto Alla sentenza di condanna in cui il giudice di cognizione accerta la commissione di un reato conseguono: - sempre una pena principale; - eventualmente vari effetti penali: conseguenze sanzonatorie automatiche di una sentenza definitiva di condanna, incidenti sulla sfera giuridico-penale del condannato nel caso di apertura di un nuovo procedimento penale a suo carico per un nuovo reato; - eventualmente una pena accessoria; - eventualmente una misura di sicurezza (nel caso di condannato socialmente pericoloso). I presupposti dell’applicazione della pena Art. 133 c.p.: capacità a delinquere graduare responsabilità del singolo e correlarla a concreta individualità del caso. Capacità a delinquere: - carattere del reo; - motivi a delinquere; - vita anteatta (condotta di vita è proiezione esterna della personalità del soggetto); - comportamento generale anteriore, contemporaneo e susseguente al reato; - ambiente, condizioni familiari e individuali. Gravità del reato: - natura, specie, mezzi, oggetto, tempo, ogni modalità di azione; - gravità danno o pericolo cagionato; - intensità dolo o grado colpa. IL PROCESSO CIVILE È regolato dal diritto civile, l’insieme delle norme che costituiscono il codice civile e delle altre norme che regolano i rapporti reciproci tra individui, in campo sia personale e familiare sia patrimoniale (in cui vengono relati anche i

rapporti tra enti privati, quali società, associazioni, fondazioni, etc.). Il processo civile contenzioso è un’attività mediante la quale l’Autorità Giudiziaria Ordinaria risolve i conflitti tra privati – ed anche tra privati e gli enti pubblici, quando questi non agiscono nell’esercizio delle loro funzioni – dettando la disciplina che andrà osservata nelle varie fattispecie (vi sono poi altri tipi di processo non di natura contenziosa, ma volontaria). Ambiti: le controversie che danno luogo al processo civile contenzioso sono solitamente di carattere patrimoniale; possono riguardare tutte le materie regolate dal diritto civile: l’annullamento dei contratti per vizi della volontà, la giusta divisione delle eredità, i rapporti di vicinato e condominio, la separazione e il divorzio giudiziale dei coniugi, la compravendita o l’affitto di immobili, i rapporti sui luoghi di lavoro, etc. Fasi: il processo inizia con uno scritto, l’atto di citazione, nel quale la parte che agisce (attore) chiama in giudizio quella con cui si trova in conflitto (convenuto), esplicita la sua pretesa e chiede al giudice di emettere i provvedimenti che ritiene necessari alla tutela dei propri interessi (le parti in causa possono essere anche più di due, come ad esempio nel caso che il convenuto chiami a sua volta in giudizio un’altra persona, dalla quale vuole essere garantito). Il convenuto si costituisce (si rende presente in giudizio) solitamente come una comparsa di risposta serve per esporre la tesi del convenuto sulla questione e fare le sue richieste al giudice. Da questo momento i tempi e le modalità di svolgimento del processo sono dettati dal Giudice Istruttore (G.I.) incarica di trattare la causa nelle varie udienze a tal fine necessarie, secondo le regole di buon funzionamento del giudizio che si trovano riunite nel codice di procedura civile egli assume la posizione di terzo rispetto alle parti litiganti, e deve mantenere questa imparzialità per tutto il processo, compresa l’emissione della sentenza (in particolare non deve violare il principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato di cui all’art. 122 c.p.c., cioè deve pronunciarsi su tutte le domande che gli vengono proposte e non può dare provvedimenti non richiesti). Il G.I. invita innanzitutto le parti a tentare, se possibile, la conciliazione; se il tentativo non riesce, procede all’istruzione della causa. Fase istruttoria: fase in cui le parti si adoperano per dimostrare l’esattezza delle rispettive posizioni attraverso vai tipi di prove (art. 2697 c.c. chi afferma un diritto in giudizio ha l’onere di provare i fatti che ne costituiscono il fondamento). Le prove possono essere documentali o testimoniali (persone diverse dalle parti vengono chiamate a riferire quel che sanno sui fatti di causa). È essenziale che i testi non abbiano interessi personali nella causa o in cause similari, affinché la loro deposizione sia resa nel pieno rispetto della verità (in caso contrario la testimonianza non può essere ammessa). Il giudice è tenuto sempre a valutare tutte le circostanze che possono minare la genuinità delle dichiarazioni dei testi al fine di stabilire l’effettiva attendibilità delle deposizioni. In questa valutazione delle testimonianze il giudice ha un ampio margine di discrezionalità, che può spingersi fino all’indagine psicologica del teste, purché il convincimento che ne deriva sia sorretto da adeguate motivazioni logiche e scientifiche. Il giudice può trarre deduzioni dalle prove testimoniali anche al di là ed in contrasto con l’apparente contenuto di esse, e nulla vieta, quindi, che a questo scopo si avvalga anche di un’analisi psicologica e faccia riferimento ai moti inconsci dell’animo. Ma un’indagine di questo genere deve essere fondata su argomentazioni sicure e tecnicamente valide, risolvono in illazioni superficiali e irrazionali, ed in un sovvertimento arbitrario e ingiustificato dell’esito della prova. Le parti possono essere chiamate a rendere dichiarazioni orali al G.I. mediante: - il giuramento (prova solenne ormai poco utilizzata); - l’interrogatorio, che però può fare prova solo contro il soggetto che lo rende (confessione), nel caso egli affermi fatti contrari al proprio interesse, ritenendosi scontate e irrilevanti – per ovvi motivi – le dichiarazioni che ciascuna parte fa delle circostanze a sé favorevoli. Peraltro, a norma degli art. 116 e 117 c.p.c., il giudice può sempre sentire liberamente (cioè non sotto interrogatorio formale) le parti litiganti, e può desumere argomenti di prova, anche decisivi, dalle loro risposte, nonché dal loro generale comportamento all’interno e all’esterno del processo. L’obbligo del giudice di verificare d’ufficio la presenza degli elementi costitutivi o dei requisiti di fondatezza della domanda non esclude che la prova di questi possa essere tratta dal comportamento processuale o extraprocessuale delle parti, che può costituire non solo elemento di valutazione delle risultanze già acquisite, ma anche unica e sufficiente fonte di prova. Mezzi istruttori disposti dal G.I. di sua iniziativa (ovviamente anche su richiesta, per lui non vincolante, di una o entrambe le parti): ispezione (esame di cose e luoghi che riguardano la controversia) e consulenza tecnica d’ufficio. Consulenza tecnica: la consulenza d’ufficio è un’indagine affidata ad un esperto per fornire al Giudice cognizioni e chiarimenti tecnici necessari ai fini della decisione, e dei quali questi, a causa della specificità delle questioni trattate, è sprovvisto. Il Consulente Tecnico d’Ufficio (C.T.U.) riveste una posizione di imparzialità, viene nominato dal G.I. e presta giuramento all’udienza appositamente fissata. Il giudice poi formula il quesito, in cui vengono specificati esattamente i punti che dovranno essere oggetti della perizia. Il C.T.U. procede quindi alle indagini e agli accertamenti del caso: esamina gli atti e i documenti depositati in causa, effettua accessi ed ispezioni sui luoghi interessati, richiede chiarimenti alle parti e si consulta con i loro consulenti (C.T.P.) se nominati, assume informazioni da terzi ed espleta ogni altra attività utile al suo compito. Delle operazioni peritali il C.T.U. redige verbale, e alla fine della sua indagine riferisce al magistrato oralmente o, più spesso, stende una relazione che contiene le risultanze tecniche degli accertamenti – il perito non può spingersi ad esprimere giudizi non richiestogli, o a dare valutazioni giuridiche – e

le risposte al quesito postogli dal giudice. La relazione deve essere poi depositata presso l’ufficio del G.I. nel termine fissato da quest’ultimo, e servirà al Giudice come elemento tecnico utile ai fini della decisione della causa, che spetta comunque all’Autorità Giudiziaria a prescindere dalle conclusioni del C.T.U. (si suole dire che il giudice è comunque il “perito dei periti”, perché anche la C.T.U., come la prova orale, è soggetta al su libero apprezzamento). Esiti del procedimento civile Il procedimento si conclude quando viene emessa con sentenza da parte del Giudice Istruttore, o a volte da un collegio di tre Magistrati, e produce direttamente effetti nei rapporti tra le parti. Se le parti accettano la sentenza, la decisione del giudice diventa definitiva: si dice allora che la sentenza passa in giudicato, o che su quella questione si forma il giudicato. Se invece le parti non accettano la sentenza, la sentenza viene impugnata e si va in giudizio di appello: lo svolgimento ricalca quello di primo grado; restano acquisiti gli elementi probatori raccolti davanti al primo giudice, ma anche in questa sede può essere svolta una certa attività istruttoria. Anche il processo d’appello si conclude con una sentenza, la quale può passare in giudicato o essere a sua volta impugnata con ricorso davanti alla Corte di Cassazione, ultimo gradino della nostra scala giurisdizionale. Se la Suprema Corte respinge il ricorso, la sente d’appello viene confermata definitivamente, e il processo è concluso. Se lo accoglie, la sentenza d’appello viene riformata, e si può avere cassazione con o senza rinvio: nel primo caso si svolgerà un nuovo giudizio d’appello (ed eventualmente di cassazione), nel secondo il processo è concluso. La complessità e la lunghezza di questo processo sono evidenti, ma esse costituiscono gli unici fattori che assicurano ai cittadini un grado accettabile di obiettività delle decisioni giudiziarie e di tutela del loro diritto di difesa. Il Processo Penale Concepito per pesare le prove, al fine di stabilire se una persona debba essere indagata, se debba essere imputata, se debba essere giudicata, se e come debba essere punita. È un rito rappresentato da una sequenza di atti volti all’accertamento di un’ipotesi accusatoria, secondo un determinato metodo di conoscenza dei fatti oggetto del giudizio (“verità processuale”). Rito accusatorio/inquisitorio: il differente metodo di conoscenza utilizzato consente di distinguere tra rito accusatorio e rito inquisitorio. Nel rito accusatorio (in vigore in Italia): la verità è processuale; le parti (accusa – P.M. – e difesa – imputato) partecipano alla ricerca della verità; la prova di un fatto è solo quella formatasi nel contraddittorio tra le parti avanti al giudice del dibattimento. Gli atti di parte non hanno, di regola, rilevanza probatoria; decisione basata, di regola, sulle prove assunte al dibattimento. Nel rito inquisitorio la verità è fattuale più che processuale; la verità è ricercata da un solo soggetto; l’accusa è posta su una posizione di supremazia rispetto alla difesa; la verità accertata dall’accusa è opponibile a tutti, a prescindere dalle risultanze della contrapposizione con la difesa; la decisione viene tratta sulla base di atti scritti (verbali di acquisizione delle prove); le prove vengono assunte nell’istruttoria, prima del dibattimento. Procedimento penale L’iter procedimentale parte con l’acquisizione di una notitia criminis (notizia di reato) da parte di uno dei soggetti legittimati ad avviare l’attività di indagine (la Polizia Giudiziaria e/o la Magistratura Inquirente, cioè il P.M.), attraverso le modalità indicate dall’art. 330 c.p.p. La notizia di reato è costituita da tutti quegli atti (denunce, querele, etc.) nei quali si porta a conoscenza della Procura che è stato commesso un fatto proibito dalla legge penale. Variante: una possibile variante allo schema generale è costituita dall’arresto dell’imputato in flagranza di reato, ad opera degli ufficiali ed agenti di Polizia Giudiziaria (art. 380 c.p.p. ss.), ma anche dei privati cittadini (art. 383 c.p.p.), o dalla confessione resa dallo stesso nel corso di interrogatorio. In tali casi, previa convalida dell’arresto nelle ipotesi in cui è richiesta, il processo si svolge nelle forme del giudizio direttissimo (si va direttamente al dibattimento) e si conclude rapidamente con la condanna o la assoluzione dell’imputato, a meno che non si verifichi una trasformazione del rito. Procedibilità In base alla gravità dei reati, sono previsti due diversi tipi di procedibilità: 1. Procedibilità d’ufficio per i reati più gravi: l’azione penale è esercitata indipendentemente dalla volontà della persona offesa del reato; 2. Querela di parte nel caso di reati meno gravi: affinché si inizi l’azione penale, la persona offesa deve presentare all’Autorità Giudiziaria un atto formale di denuncia o querela o di referto. Normalmente i termini per proporre la querela sono 90 giorni. Notizia di reato La fondatezza delle notizie di reato è verificata attraverso l’attività di indagine preliminare che si svolge sotto la direzione del P.M.; gli esiti di tale accertamento sono: 1. La richiesta di archiviazione delle indagini per palese infondatezza della notizia di reato, che il G.I.P. vaglia e può accogliere con decreto motivato emesso ex art. 409/1 c.p.p. (che chiude in maniera quasi del tutto definitiva la vicenda processuale) o rigettare, ordinando ex art. 409/2 c.p.p. al P.M. di formulare l’imputazione e quindi richiedere il rinvio a giudizio dell’imputato imputazione coatta; 2. La richiesta di rinvio a giudizio dell’imputato che il P.M. deposita nella cancelleria del G.I.P., ai sensi dell’art. 416 c.p.p., quando ritiene che dalle indagini preliminari siano emersi elementi di prova idonei a sostenere l’accusa in

giudizio; 3. La richiesta di giudizio immediato, di cui all’art. 453 c.p.p., che il P.M. avanza al G.I.P. nel caso in cui la prova appare evidente. Anche in tale ipotesi è configurabile una trasformazione del rito se si chiedono i riti alternativi decide il G.I.P. altrimenti decide il Giudice di dibattimento. Incidente probatorio Spazio processuale che si apre innanzi al giudice delle indagini preliminari nel corso di queste ed è destinato alla formazione anticipata della prova rispetto al dibattimento. È un istituto caratterizzato in termini di eccezionalità, al quale è possibile far ricordo entro limiti tassativamente stabiliti e quando sussiste la comprovata necessità di assicurare in via anticipata la formazione della prova. Si tratta di un atto formato a fini di prova nella fase procedimentale; va inserito nel fascicolo per il dibattimento ed è destinato alla diretta conoscenza e utilizzazione da parte del giudice nella fase dibattimentale accusatoria; consente di anticipare, nel corso delle indagini preliminari e dinanzi al giudice di questa fase, il metodo accusatorio di acquisizione della prova della fase dibattimentale, in quanto la prova non viene assunta dallo stesso giudice che dovrà valutarla. Si procede ad incidente probatorio quando: 1. (art. 392 c.p.p.) occorre assumere la testimonianza di una persona e vi è fondato motivo di ritenere che la stessa non potrà deporre in dibattimento per gravi motivi, oppure quando occorre assumere una perizia, se la prova riguarda una persona o una cosa o un luogo il cui stato è soggetto a modificazione inevitabile; 2. Occorre assumere la deposizione di un minore di anni 16 nei procedimenti per delitti a sfondo sessuale; 3. Occorre disporre accertamenti sulla capacità dell’indagato, il quale a causa di infermità mentale sia incapace di partecipare coscientemente al giudizio (art. 70 c.p.p.). I casi in cui può aver luogo l'incidente probatorio sono indicati dal codice relativamente ai mezzi di prova che possono essere assunti in tale sede. Alcuni di questi possono essere assunti solo in presenza dei «casi tassativi di non rinviabilità al dibattimento» previsti dall'art. 392 c.p.p.: - la testimonianza e il confronto, se il dichiarante non potrà deporre in dibattimento a causa di un «grave impedimento» o di «una minaccia in atto» affinché non deponga o deponga il falso; - l'esperimento giudiziale e la perizia "breve" aventi ad oggetto persone, cose o luoghi il cui stato è soggetto a «modificazione non evitabile»; - la perizia di lunga durata, che se disposta durante il dibattimento determinerebbe una sospensione superiore a sessanta giorni; - la ricognizione, se «particolari ragioni d'urgenza non consentono di rinviare l'atto al dibattimento». Inoltre, vi sono mezzi di prova che possono essere assunti su mera richiesta di parte (nessun requisito): - l'esame dell'indagato che debba deporre su fatti concernenti la responsabilità altrui; - l'esame dell'imputato (o indagato) connesso o collegato; - su richiesta del difensore, la testimonianza o l'esame delle persone che si sono avvalse della facoltà di non rispondere all'intervista difensiva; - la testimonianza di un minore di sedici anni in procedimenti per delitti di violenza sessuale, tratta di persone o assimilati. Lo scopo è quello di permettere il controllo della credibilità della deposizione prima che la memoria del dichiarante subisca deformazioni, poiché a causa della minore età queste possono verificarsi più facilmente. Incidente probatorio protetto (legge n. 269 del 1998) P.M. e indagato possono chiedere di sentire come testimone un minore; il giudice valuta se la prova è pertinente e rilevante. Successivamente deposito di tutti gli atti di indagine se la richiesta è presentata dal P.M. (insieme alla richiesta) o deposito delle precedenti dichiarazioni della persona da esaminare, se la richiesta è presentata dall’indagato (due giorni prima dell’udienza). Ha luogo quindi l’esame protetto (398.5-bis c.p.p.): il giudice stabilisce il tempo, il luogo e le modalità particolari per le esigenze del minore; luogo diverso dal tribunale, strutture specializzate di assistenza e obbligo di documentazione integrale con mezzi di registrazione fonologica. L’esame protetto avviene sempre se è un minore di anni sedici ed è coinvolto in reati di violenza sessuale, pedofilia e tratta di persone; se una parte lo richiede o il giudice lo ritiene necessario , anche per minori con più di 16 anni o minore infradiciottenne in relazione a reati diversi (498.4-bis c.p.p.). L’esame è condotto dal giudice, che può avvalersi di un familiare o di un esperto (498.4 c.p.p.); limiti alle domande sulla vita privata e sulla sessualità dell’offeso: ammesse soltanto se necessarie alla ricostruzione del fatto (472.3-bis c.p.p.); uso di vetro a specchio se richiesto dal minore o dal difensore della vittima minore di anni 18 (498.4-ter c.p.p.); limiti al diritto alla prova in dibattimento se vittima minore di 16 anni e reati di violenza sessuale o pedofilia (190-bis. 1-bis c.p.p.). Udienza preliminare È il principale momento di raccordo tra la fase delle indagini preliminari e l’eventuale successiva celebrazione del dibattimento. Salvo le ipotesi in cui il G.U.P. (Giudice dell’Udienza Preliminare) debba immediatamente provvedere (ex art. 129 c.p.p.) alla declaratoria di proscioglimento per la presenza di cause di non punibilità, ovvero debba procedersi alla celebrazione degli eventuali riti alternativi (patteggiamento e giudizio abbrevviato) di cui sia stata avanzata richiesta, l’udienza preliminare si svolge nelle forme del giudizio camerale, cioè non dibattimentale, con due possibili esiti:

- la sentenza di non luogo a procedere (art. 425 c.p.p.), quando l’imputato a vario titolo abbia il diritto di essere prosciolto. In questo caso è prevista dall’art. 428 c.p.p. la possibilità che il P.M., proponendo appello avverso la sentenza di non luogo a procedere, determini l’apertura di un giudizio incidentale innanzi alla Corte di Appello competente, l’esito del quale può comunque portare all’emissione del decreto che dispone il giudizio. - l’emissione del decreto che dispone il giudizio (art. 429 c.p.p.) quando, viceversa, sussistano elementi che rendano necessaria la celebrazione del dibattimento. Si apre a questo punto la fase del dibattimento che costituisce (o dovrebbe costituire in ossequio al modello accusatorio) il momento centrale dell’acquisizione della prova. Con l'apertura del processo penale, l'indagato (o colui che è stato sottoposto ad arresto o a fermo) acquisisce la qualifica di imputato. Esiti del procedimento penale Provvedimento conclusivo del processo: la sentenza. Diversi tipi di sentenza: - proscioglimento, quando si evidenza l’assenza di una condizione di procedibilità (ad esempio la querela); - assoluzione; - condanna. N.B.: assoluzione e condanna presuppongono sempre una valutazione nel merito dei fatti oggetto del processo. La sentenza è un elaborato scritto con cui il giudice ricostruisce il processo come è avvenuto, e riporta le fonti di prova (valutandole), conclude e motiva la conclusione. Il passaggio fondamentale riguarda la motivazione. Nella lettura della sentenza bisogna enucleare il ragionamento che ha portato a supportare una determinata conclusione (vale in ogni memoria). L’art. 111 Cost. garantisce: “contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale (…) è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge”; il nostro codice prevede la possibilità di proporre appello (da parte di entrambe le parti – impugnazione) per una nuova valutazione del merito con gli ovvi epiloghi della conferma o della riforma della sentenza di primo grado. Nelle motivazioni d’appello si può richiedere la rivalutazione delle prove o la riapertura dibattimentale (si acquisiscono nuove prove; es. nuovo testimone si può chiedere a rinnovazione della perizia con motivazione annessa). Dopo l’appello si può fare ricorso in Cassazione. La Corte di Cassazione può decidere solo su violazioni di legge, dovendosi ritenere inammissibile ogni ricorso formulato per motivi diversi. Le violazioni che legittimano al ricorso sono peraltro tassativamente previste per legge. I possibili epiloghi sono vari e si articolano in tre tipologie di sentenze; la Corte infatti può accogliere il ricorso e rinviare il processo ai giudici di merito di un’altra sezione per una nuova decisione oppure accogliere il ricorso e decidere senza rinvio ai giudici di merito. In tal caso il processo si conclude. L’ipotesi opposta è quella del rigetto del ricorso. Anche in tal caso il processo si conclude. Revisione del processo. Decreto penale di condanna dopo la notizia di reato (pena minore di 3 anni) richiesta dal P.M. al G.I.P. di solito la pena è una multa. L’imputato ha 15 giorni per impugnarlo e fare opposizione e chiedere: patteggiamento, oblazione (pagamento di una somma stabilita dal Giudice; solo per reati puniti con pena alternativa arresto o ammenda),

Perizia Attività processuale che viene disposta dal giudice il quale nomina il suo esperto; alle operazioni peritali possono partecipare i consulenti delle parti processuali. Ruolo del CTP Il CTP assume una funzione di controllo tecnico sull’operato del consulente tecnico d’ufficio, cercando di dare ai fatti l’interpretazione maggiormente conveniente per il proprio cliente che lo ha scelto. Il CTP ha il ruolo di assistere il proprio cliente con il compito di affiancare il CTU nell'espletamento del suo incarico durante le operazioni peritali, appurandone la correttezza metodologica della Consulenza, eventualmente producendo ulteriore documentazione clinica. Il Consulente di parte si presta infine a formulare osservazioni a supporto o critica del risultato al quale il Consulente del Giudice sarà giunto. può intervenire alle operazioni peritali e può presentare osservazioni ed istanze al CTU/perito. Controesame È il diritto che la controparte ha di controinterrogare il teste o l'imputato, già esaminato su domande della parte avversa con il fine di saggiare la sua attendibilità/credibilità. Durante il controesame sono ammesse le domande suggestive (non ammesse in sede di esame), ovvero domande che suggeriscono la risposta; è necessario utilizzare dunque domande chiuse, non aperte, e solo domande di cui si sa già la risposta; la sequenza delle domande deve essere determinata in modo da far cadere il testimone in contraddizione e insinuare un ragionevole dubbio. Imputabilità e Vizio di mente In diritto penale si definisce imputabilità, o idoneità al reato, la condizione sufficiente ad attribuire a un soggetto il fatto tipico e antigiuridico commesso e a mettere in conto le conseguenze giuridiche. Nessuno può essere imputabile se al momento del reato non era in grado di intendere o di volere, ma l'incapacità non esclude l'imputabilità quando è dovuta a colpa del soggetto (una persona che si è procurata un'ubriacatura che pur non essendo in grado di intendere e di volere fracassa una vetrina è imputabile); anche minore di 14 anni. Ai fini della imputabilità il codice penale distingue il vizio totale di mente e il vizio parziale di mente: • Il vizio totale di mente si ha, ai sensi dell'art. 88, allorché colui che ha commesso il fatto era per infermità (stato

mentale patologico) in tale stato di mente da escludere completamente la capacità di intendere e di volere. La conseguenza è la non punibilità dell'agente. In tal caso però il giudice potrà disporre la misura di sicurezza dell'ospedale psichiatrico giudiziario, ma solo ove accerti in concreto gli estremi della pericolosità sociale. • Il vizio parziale di mente si ha, in base all'art. 89, allorché colui che ha commesso il fatto era per infermità in tale stato di mente da scemare grandemente senza escludere la capacità di intendere e di volere. In tal caso il soggetto risponderà egualmente del reato commesso, ma la pena è diminuita. L'alterazione dello stato mentale, ai fini del giudizio di imputabilità, deve esistere al momento del fatto, cioè nel momento in cui il soggetto ha posto in essere la condotta criminosa. Dall'infermità vanno distinti gli stati emotivi (turbamenti improvvisi e passeggeri della psiche del soggetto) e passionali (odio, amore, gelosia) che non escludono né diminuiscono l'imputabilità (art. 90 c.p.); essi possono solo costituire circostanze attenuanti. Pedofilia: non appartiene al vizio di mente La dottrina scientifica ritiene che la parafilia o perversione sessuale (della quale la pedofilia è considerata una sottocategoria) va compresa tra i disturbi di personalità attinenti alla sfera sessuale e le nevrosi, e non comporta dunque la perdita del rapporto con il contesto reale, la destrutturazione della personalità, dissociazione affettiva e ideativa. Dunque, se non accompagnata da una accertata malattia mentale o da altri gravi disturbi della personalità, la pedofilia rappresenta una devianza sessuale, senza alcuna influenza sulle capacità intellettive e volitive. Quesito peritale È la domanda fatta dal giudice inerente questioni tecniche su cui il perito, da lui stesso nominato, è tenuto ad indagare per fornire la consulenza richiesta. Il Giudice è chiamato a prendere una decisione in base alle massime di comune esperienza/fatto notorio: un fatto acquisito alle conoscenze della collettività con tale grado di certezza da apparire incontestabile. Salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero. Può tuttavia, senza bisogno di prova, porre a fondamento della decisione le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza. Pericolosità sociale La pericolosità sociale è un costrutto giuridico; agli effetti della legge penale è socialmente pericolosa la persona, anche se non imputabile o non punibile, che ha commesso un reato o un quasi-reato, quando è probabile che commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reati. La pericolosità sociale è quindi un modo di essere del soggetto, da cui si deduce la probabilità che egli commetta nuovi reati. giuridica vs. psichiatrica (esperto; solo se c’è vizio di mente). Tribunale del riesame: la parte vi si può rivolgere per chiedere la revoca o la misura del provvedimento di custodia cautelare. In fase di indagini si può chiedere al G.I.P. l’arresto di una persona per: pericolo di fuga, inquinamento delle prove e reiterazione del reato. La valutazione del vizio di mente riguarda: indagare il nesso di causa tra malattia e reato e il reato si deve realizzare senza possibilità di controllabilità da parte del soggetto (test poliziotto con la pistola; test controfattuale). Criteri Cozzini-Daubert 1) la verificabilità della teoria: una teoria viene considerata scientifica se può essere controllata mediante esperimenti; 2) la falsificabilità: secondo l’insegnamento popperiano, una teoria viene considerata scientifica solo se è falsificabile; 3) controllo della comunità scientifica: un metodo o una teoria viene considerato scientifico se è stato fatto oggetto di pubblicazioni scientifiche e dunque sottoposto al controllo critico della comunità scientifica; 4) la percentuale di errore noto o potenziale e il rispetto degli standards relativi alla tecnica impiegata; 5) la generale accettazione della comunità scientifica: il giudice deve tenere conto, senza esserne vincolato, della generale accettazione da parte della comunità scientifica. Riconoscimento Line-up: è una procedura di riconoscimento in cui il testimone identifica un sospettato tra diverse persone fisiche; Photo-lineup: procedura di identificazione del sospettato tramite fotografie. Queste procedure presentano un’elevata percentuale di errore; linee guida per la procedura lineup scientificamente fondata (minimizzare l’errore): 1. Descrizione dell’autore del reato da parte del testimone (caratteristiche fisiche); 2. Costruzione di due line-up di almeno 8 soggetti l’uno (sospettato + 7 ”birilli”) tale da far sì che l’eventualità di una identificazione casuale di un innocente sia bassa (sufficient line-up size); 3. Ogni soggetto inserito nel line-up deve condividere con il sospettato le caratteristiche descritte dal testimone; 4. Uno dei due line-up contiene il sospettato colpevole, l’altro no; 5. Procedura a doppio cieco: chi conduce il line-up non deve sapere chi e se c’è il sospettato. Un riconoscimento ad errore minimo si ha quando il testimone individua il sospettato e non riconosce nessuno nel lineup senza il sospettato. Errori e fonti di errore: • Errore nella costruzione del gruppo di individui; • Giudizio relativo: il testimone tende a mettere a confronto le persone che gli vengono presentate selezionando tra

queste la persona che assomiglia più al colpevole ( per questo è meglio la procedura sequenziale piuttosto che simultanea); • Traslazione inconscia: il sospettato viene correttamente riconosciuto ma a causa di una confusione della circostanza; • Weapon effect o effetto arma durante l’evento (attenzione focalizzata sull’arma che inficia l’abilità del testimone ad identificare il volto del reo); • L’esaminatore può inconsapevolmente indicare uno dei soggetti; • Effetto yes: tendenza del testimone a rispondere positivamente anche quando è insicuro o potrebbe nutrire ragionevoli dubbi in merito all’effettiva presenza del reo fra le persone esibite; • La sicurezza del testimone non è un buon predittore di accuratezza. ALTRI ERRORI NELLA MEMORIA DEL TESTIMONE: • Schemi e conoscenze semantiche: un elemento plausibile (compatibile con lo schema relativo all’evento a cui la persona ha assistito) può essere inglobato nel ricordo di un evento anche se questo dettaglio viene proposto dopo l’evento; può potare a: • Misinformation Effect: ricordo influenzato da informazioni post-evento; • Anche l’utilizzo di domande suggestive/fuorvianti ha un ruolo nel favorire la comparsa di un falso ricordo in un successivo interrogatorio e possono porre le basi per un falso resoconto nell’immediato (le info post-evento sono veicolate dalle domande suggestive); • Contagio dichiarativo (Memory conformity effect): il testimone esposto ad una informazione errata proveniente da un altro testimone, tenderà a conformarsi producendo una risposta errata rispetto a quanto effettivamente avvenuto ed invece simile al dichiarato del testimone del quale aveva sentito il racconto. Il contagio dichiarativo avviene sia per informazioni percepite che per azioni compiute; è corretto il divieto ad un testimone di sentire la deposizione di un altro testimone. Tramite l’encoding specificity: ricordare nel medesimo posto in cui è avvenuto il fatto facilita l’accuratezza del ricordo. Compatibilità carceraria L’obiettivo della perizia in questo caso è di determinare se esistono condizioni cliniche tali da rendere non compatibile il diritto della persona alla salute con il regime detentivo. Anche misure alternative alla detenzione (transitorie o permanenti): ricoveri o arresti domiciliari. I soggetti con condanna definitiva possono andare incontro alla sospensione della pena obbligatoriamente per malattia grave; facoltativamente se grave infermità psichica. Non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere se la persona ha: AIDS, immunodeficienza o altra malattia grave dove le condizioni della persona non sono compatibili con la reclusione. Principio del contraddittorio Il principio del contraddittorio esprime la garanzia di giustizia secondo la quale nessuno può subire gli effetti di una sentenza, senza avere avuto la possibilità di essere parte del processo da cui la stessa proviene, ossia senza aver avuto la possibilità di un'effettiva partecipazione alla formazione del provvedimento giurisdizionale (diritto di difesa). Il principio implica quindi un confronto argomentativo tra posizioni o opinioni diverse per par condicio. Principio del “più probabile che non” in ambito civile e “al di là di ogni ragionevole dubbio” nel penale In sede civile è applicabile il criterio del più probabile che non, sulla base del quale è sufficiente che il nesso di causalità tra fatto ed evento dannoso si sia verificato con una probabilità del 50% più 1 e non con una probabilità molto più alta, superiore al 90%, come previsto dal più rigoroso principio dell’al di là di ogni ragionevole dubbio. Il principio dell’al di là di ogni ragionevole dubbio è richiesto come standard probatorio in ambito penale, sempre rispetto al tema della dimostrazione del rapporto di causalità (causalità praticamente certa, in quanto è meglio un colpevole fuori che un innocente dentro). Processo civile vs. Processo penale Sotto il profilo morfologico, bisogna evidenziare che, mentre la responsabilità penale è centrata sulla figura dell’autore del reato, la responsabilità civile è, invece, centrata sulla figura del danneggiato; la responsabilità penale, a differenza di quella civile, non può essere ripartita per quote (per cui, ad esempio, se più soggetti partecipano a un omicidio, la pena non verrà suddivisa tra i rei); bisogna considerare che la responsabilità penale ha una funzione preventiva, punitiva e rieducativa, mentre quella civile è, soprattutto, un istituto con finalità risarcitorie e volto a una corretta allocazione del rischio; impiego di standard probatori diversi, infine, è rintracciabile nel fatto che in ambito civile, da una parte, non è in discussione la libertà del presunto responsabile, dall’altra, è molto più importante l’aspetto risarcitorio, sicché l’obbiettivo da perseguire primariamente, è la possibilità di dare ristoro ai danneggiati, quando invece in ambito penale è molto più importante non condannare un innocente che assolvere un colpevole. Dal punto di vista del consulente: nel civile il parere dell’esperto viene assunto mediante relazioni depositate in tribunale ma non difese davanti al giudice; nel penale si ha l’”oralità” del consulente che difende la sua perizia davanti al Giudice (es. sede d’esame e controesame). Danno psichico Il danno psichico si differenzia dal danno fisico poiché non ha una manifestazione esteriore tangibile. Infatti, mentre la lesione fisica lascia un segno evidente, il trauma psichico è caratterizzato da manifestazioni che riguardano appunto la psiche e che spesso non hanno ripercussioni visibili sul corpo del soggetto. Il danno psichico può essere definito

come una infermità mentale, una condizione patologica di sovvertimento della struttura psichica nei rapporti tra rappresentazione ed esperienza, ricordi e vita vissuta, emozioni e concetti che le esprimono. La menomazione psichica consiste, quindi, nella riduzione di una o più funzioni della psiche. In modo estremamente schematico si può dire che il danno psichico si manifesta in una alterazione della integrità psichica, ovvero una modificazione qualitativa e quantitativa delle componenti primarie psichiche, come le funzioni mentali primarie, l’affettività, i meccanismi difensivi, il tono dell’umore, le pulsioni. Affidi Nei casi di separazione, e divorzio dei coniugi, nell'ambito dell'ordinamento giuridico italiano, è previsto che l'affidamento dei figli avvenga nell'esclusivo interesse dei minori. Nel corso dello svolgimento di una causa di separazione, o divorzio, il giudice ha facoltà di avvalersi di uno o più esperti dotati di cognizioni scientifiche particolari per risolvere al meglio i conflitti e trovare le adeguate soluzioni. Nel caso in cui venga disposta una perizia dal giudice istruttore, si ha un'operazione tecnica che si attua nel quadro di riferimento teorico della psicologia. II compito dello psicologo, nell'ambito dell'attuale CTU è quella di fare uno studio della personalità degli individui coinvolti nella situazione di sfaldamento familiare. Il CTU attraverso le operazioni peritali fornirà risposte ai quesiti del giudice, sia che esso chieda la valutazione e dell'idoneità educativa dell'uno o dell'altro genitore, sia che esso chieda di accertare i veri rapporti che il minore ha con i genitori o altri parenti. La consulenza ha inizio con la presa in esame degli atti processuali. Il CTU prende visione di rutto il materiale disponibile riguardante la causa, per avere una visione generale di insieme, attraverso: dichiarazioni , e memorie degli avvocati, delle parti, eventuali lettere o scritti dei due contendenti, materiale di vario tipo: dichiarazioni degli insegnanti, medici, fotografìe, etc. Esaminata tutta la documentazione il perito avvia le proprie indagini; a questo punto i suoi compiti fondamentali saranno: la valutazione della personalità dei contendenti e dei minori; l'indagine ambientale; audizione di eventuali testimoni. Di solito affido congiunto. Inferiorità psichica L’inferiorità psichica è una condizione (incapacità, anche transitoria, di intendere o di volere e quindi di prestare valido consenso) in cui il soggetto per presenza di una deficienza o minorazione dà il suo consenso ad atti sessuali, consenso che non avrebbe dato se non avesse avuto la minorazione. La parte attrice facendo leva sulla minorazione dell’inferiore psichico mediante artefici e raggiri ottiene dalla parte offesa un consenso al rapporto, che non avrebbe avuto se non ci fosse stata la minorazione disparità tra vittima e chi abusa.

LOCKERBIE Si pensa che la bomba sia stata imbarcata a Francoforte; la bomba fa cadere l’aereo sopra Lockerbie. Le indagini si concentrano sulla ricostruzione di dove è stata comperata la valigia (dove si pensava ci fosse l’ordigno). Subito dopo viene costruita la pista libica di Lockerbie che vedrebbe come artefici dell’attentato alcuni esponenti libici cambiamento di politica internazionale (isolamento di 15 anni della Libia, concluso poco prima della caduta di Gheddafi con un accordo internazionale riguardo un risarcimento). Le indagini portano a risalire all’acquisto della valigetta Samsonite presso il negozio a Malta del sig. Gauci (Malta, anche se indipendente, molto legata all’Inghilterra con cultura inglese, es. guardano molto più la BBC, che già allora parlava di “pista libica”). Due anni dopo la caduta dell’aereo (1990) avviene l’identificazione del realizzatore/orchestratore dell’attentato, Al-Megrahi (“la spia libica”). Al-Megrahi viene collegato all’attentato con una procedura di riconoscimento che si articola in due fasi avvenuta nel negozio di Gauci a Malta due anni dopo. riconoscimento da parte del sig. Gauci tramite photo-lineup tra 4 fotografie (non riconosce Al-Megrahi). Successivamente rifanno il riconoscimento (15gg dopo) sempre con le stesse 4 fotografie (in teoria diventano 3 in quanto potrebbe aver pensato che, un ulteriore riconoscimento poteva significare che la prima risposta era sbagliata) e identifica Al-Megrahi ( condanna per la responsabilità dell’attentato Lockerbie; rilasciato da Londra per problemi di salute). Processo di revisione del processo Lockerbie per miscarriage of justice (una corte che rianalizzando le prove le ritiene errate; avvenuto grazie ad una perizia del professor David Canter in favore di Al-Megrahi). La perizia sostiene che la procedura di riconoscimento che ha portato Gauci ad indentificare Al-Megrahi come colui che ha comperato la valigia nella quale è stato messo l’esplosivo è errata e ha un’altra percentuale di errore. Stile di scrittura che coniuga rigore scientifico e linguaggio non tecnico in quanti è il giudice che deve essere convinto dalla perizia (parole semplici ma non scadere nella banalità sacrificando il rigore scientifico). Si inizia con una sinossi sulla memoria di Gauci; successivamente descrizione-elenco della documentazione processuale sulla quale è fondata la perizia (nulla esiste se non c’è dentro le carte; le carte sono i fatti che in questo caso devono essere descritti dall’approccio scientifico): descrizione del riconoscimento, sedute di udienza, etc. Poi si riassumono i fattori importanti che Canter ritiene essere in gioco in questo contesto (con referenze empiriche): decadimento col passare del tempo della memoria (in quanto Gauci è stato esaminato dopo 2 anni dopo l’accaduto); confabulazione (riempimento delle lacune) – memoria ricostruttiva che, quando il ricordo è molto lontano nel tempo tende a sfoltirsi, aumentano i buchi, e aumentano le inferenze riempimento delle lacune nel ricordo; la tecnica del line-up è buona se parte dalla descrizione accurata dell’autore del reato da parte del testimone (minimizza l’errore) & le persone sono meno accurate nel descrivere le persone appartenenti all’outgroup (diversa età, diversa etnia, etc.) nel riconoscimento di Al-Megrahi si sono usati dei birilli distrattori di diverso gruppo etnico rispetto alla persona da

individuare (difficoltà nel riconoscimento cross-racial); effetti di distorsione della memoria; interferenze della memoria; salienza dell’evento (fa un elenco di fenomeni noti in psicologia della memoria del testimone che si verificano durante la testimonianza di Gauci); nella sentenza si stabilisce che Mr. Gauci è accurato in quanto sicuro della propria testimonianza, e Canter sottolinea come sicurezza e accuratezza non siano correlati scientificamente in ambito di testimonianza. Per costruire una relazione del genere innanzi tutto bisogna studiare le carte del processo, capire quali sono gli aspetti valorizzati dal giudice nel prendere la decisione e vagliarli in relazione alla tenuta sotto profilo scientifico (verificarli e confutarli; es. senso comune che confligge con la legge scientifica). Successivamente vengono analizzate le interviste del Sig. Gauci (prima identificazione 2 anni e mezzo dopo l’evento), il quale è stato intervistato diverse volte nel corso degli anni, il quale cambia versione durante le varie interviste (es. prima dice che non ha venduto camicie e poi dice di averla venduta); distorsioni: Canter dimostra che lo stesso Gauci afferma che prima di essere interrogato sapeva che l’interrogatorio sarebbe stato incentrato sulla questione di Lockerbie (seguendo la tv) sapeva che caratteristiche potesse avere il terrorista (libico). Analizza quindi l’inconsistenza della testimonianza di Gauci (es. prima era a novembre perché non c’erano decorazioni natalizie, poi cambia versione dicendo che era poco prima di Natale in quanto erano presenti le decorazioni). Canter inoltre ha fatto un esperimento mostrando delle fotografie a delle persone a caso chiedendo chi fosse il terrorista tra questi 4; quelle fotografie non erano bilanciate in quanto uno assomigliava più degli altri allo stereotipo del terrorista dimostra che il line-up era stato costruito in modo da far riconoscere Al-Megrahi come terrorista con una probabilità maggiore della semplice casualità (questo esperimento ha portato alla revisione del processo, il ragionamento portante). Canter analizza le diversità espletate nelle interviste di Gauci e spiega come queste siano frutto dei meccanismi di distorsione della memoria noti in psicologia della memoria. perizia storica sulla modalità e qualità (caratteristiche) del riconoscimento che ne garantiscono l’accuratezza.

La neuropsicologia forense ha in comune con quella clinica l’obiettivo di provvedere informazioni basate su principi neuropsicologici e metodologie d’indagine scientificamente validate, tuttavia l’applicazione in ambito leale ne fa sottolineare alcune aspetti peculiari, quali: il “cliente” del neuropsicologo forense non è il paziente, ma una terza figura (avvocato, giudice, etc.); lo scopo della valutazione neuropsicologia forense non è solo documentare un’eventuale disfunzione ma stabilire se tale disfunzione è collegabile all’evento oggetto del quesito giuridico; la metodologia deve saper determinare se la disfunzione documentata è il risultato di una condizione patologica, di meccanismi di natura psicologica o anche simulata. - Neuropsicologia clinica: documentazione di deficit cognitivo; finalità terapeutiche; il “cliente” è il paziente; prevede alleanza (diagnostica e terapeutica) con l’esaminato e di regola non prende in considerazione la possibilità di simulazione. - Neuropsicologia forense: documentazione deficit cognitivo e nesso causale con il quesito giuridico; non ci sono finalità terapeutiche; il cliente non è il paziente ma una terza figura; non è necessaria (da alcuni sconsigliata) l’alleanza con l’esaminato; deve considerare necessariamente la possibilità di simulazione. Gli ambiti applicativi della neuropsicologia forense sono molteplici ed eterogenei: - in ambito penale: valutazione imputabilità, pericolosità sociale; capacità di stare in giudizio (quando si deve dimostrare che le persone accusate di un crimine sono in grado di partecipare coscientemente al processo); capacità di rendere testimonianza; capacità della vittima di reato (circonvenzione di incapace); - in ambito civile: documentazione e quantificazione danno non patrimoniale; valutazione delle capacità di intendere e di volere; valutazione della capacità di prendere decisioni; provvedimenti di inabilitazione, interdizione, amministrazione di sostegno; - In ambito medico-legale ed assicurativo: idoneità alla guida, porto d’armi e mansioni lavorative specifiche; documentazione di invalidità. Poiché il giudice richiede evidenze di tipo fattuale, la soggettività dell’esaminatore è controllabile attraverso metodiche di interpretazione il più possibile esplicite e univoche, possibilmente di tipo quantitativo e automatizzabili. Non tutti gli esami strumentali godono della stessa oggettività rispetto all’esaminatore: es. EEG, radiografia, dipendono dalla soggettività di chi li referta. Gli esami di laboratorio invece sono interamente oggettivi; il controllo della soggettività dell’esaminatore ha trovato una parziale soluzione attraverso l’utilizzo di sistemi diagnostici (es. DSM) basati su criteri espliciti in grado di facilitare il massimo accodo tra osservatori indipendenti. Più difficile è la soggettività del soggetto esaminato; fra le possibili sorgenti di contaminazione soggettiva, gli scopi e gli interessi dell’esaminato rivestono, in ambito giudiziario, un ruolo preponderante. La validità di una procedura si riferisce alla sua capacità di misurare efficacemente solo ciò che pretende di misurare; l’affidabilità, concettualmente secondaria alla validità, si riferisce alla precisione e costanza delle misure ottenute. L’indagine neuropsicologica forense deve fornire una misura sufficientemente accurata di ciò che intende rilevare evitando che questa misura sia eccessivamente contaminata da fenomeni estranei all’oggetti di indagine. La valutazione neuropsicologica del danno alla persona Una parte considerevole di eventi dannosi possono essere ascritti a comportamenti illeciti, e diventare pertanto oggetto di contenzioso giudiziario finalizzato al risarcimento del danno lamentato dalle vittime. Il ragionamento giuridico nella valutazione del danno alla persona poggia su tre pilastri concettuali, ciascuno dei quali deve essere dimostrato

con argomentazioni razionali ed empiricamente fondate: 1. Che ci sia un evento qualificabile come colpa; 2. Che ci sia un danno, inteso come modificazione peggiorativa rispetto alla situazione precedente; 3. Che ci sia un nesso di causalità tra la prima e il secondo. L’esame neuropsicologico forense consiste di un insieme di procedure di indagine finalizzate all’accertamento e alla misurazione del danno neurocognitivo e psichico, potendo fornire utili indicazioni circa la plausibilità del nesso causale ipotizzato (contribuire alla descrizione e misurazione della natura, entità e credibilità del danno lamentato). TRAUMI CEREBRALI La valutazione del danno alla persona conseguente a trauma cranico richiede la produzione di un esauriente e multidisciplinare corredo diagnostico rappresentato da una serie di indagini cliniche, di laboratorio o strumentali, tra le quali è necessariamente compreso l’esame neuropsicologico. I neuropsicologi chiamati a valutare gli esiti di un trauma cranico devono mostrare di aver utilizzato metodologie d’intervento in linea con le migliori evidenze scientifiche disponibili in quel momento storico per la patologia in oggetto, così come attestate dalla più accreditata letteratura in argomento. È metodologicamente corretta una procedura che rispetti una criteriologia scientifica ben definita e confrontabile, basata su principi verificabili di acquisizione, analisi e interpretazione di dati e fondata su tecniche ripetibili e controllabili. Affinché il nesso causale tra un evento cerebrolesivo e il problemi neuropsicologici del soggetto possa essere affermato con la maggiore chiarezza possibile è essenziale che tutti i fattori prognostici e gli indici clinici siano attentamente riconosciuti e valutati, sottolineando quelli che presentano caratteristiche direttamente o indirettamente correlabili ad danno neurologico ed escludendo quelli che invece risultano estranei. L’esame neurops. su questi soggetti richiede tempi operativi notevolmente più prolungati di qualsiasi altra indagine clinico-strumentale (non meno di 4-6h e anche più sedute) per l’acquisizione e integrazione dei dati clinico-anamnestici, psicometrici e funzionali ai fini della formulazione di ipotesi diagnostiche e prognostiche realistiche e obiettive il più possibile. La materia è complicata anche a causa di diverse ragioni: carenza di evidenze neuroradiologiche a sostegno dell’eventuale lesione cerebrale in seguito al trauma; carenza di evidenze a sostegno del fatto che il TCL possa comunque causare disturbi o disabilità significative; carenza di evidenze a sostegno della persistenza dei sintomi cognitivi dopo trauma cerebrale; possibilità che cause diverse dal trauma possano spiegare i deficit permanenti. Tra i fattori che possono spiegare la permanenza dei sintomi, la ricerca ha evidenziato che età avanzata e basso livello culturale in generale risultano correlati negativamente con l’esito finale e con la rapidità della remissione; insieme a problemi psicosociali premorbosi, storia di traumi ripetuti, dolore cronico; d’altra parte è noto che pz con disturbi somatoformi, fibromialgia, etc. lamentano frequentemente disturbi cognitivi anche in assenza di un trauma cranico in anamnesi. Un’altra spiegazione possibile consisterebbe in una erronea attribuzione: i soggetti tendono ad attribuire al trauma ogni tipo di disturbo percepito. Infine si deve ricordare che la simulazione, o comunque una qualche forma più o meno deliberata di esagerazione dei sintomi o inadeguata collaborazione ai test neuropsicologici, è presente tra un terzo – metà dei soggetti. Nel contesto di cause di risarcimento la simulazione deve essere considerata l’ipotesi più probabile in caso di sintomi cronici dopo TCL, e non deve essere esclusa a priori neanche in soggetti che presentano danni cerebrali accertati. Analoghi problemi riguardano anche il colpo di frusta (whiplash): la prognosi risulta fortemente influenzata dai sistemi legislativi assicurativi e di risarcimento del danno. Nella genesi e nel mantenimento della sintomatologia cronica conseguente al TCL sia al colpo di frusta entrano in gioco fattori non semplicemente riconducibili alla lesione biologica, ma anche di natura psicologica e sociale. DANNO DA FOLGORAZIONE I pz accusano frequentemente sintomi precoci o tardivi di sofferenza neurologica diffusa, che si esprimono con disturbi fisici, cognitivi, emotivo-affettivi e comportamentali, spesso in assenza di documentabili lesioni cerebrali. La letteratura indica che è possibile riscontrare in tali pz un’ampia gamma di deficit cognitivi (tale compromissione non sembra correlare in termini di severità con le modalità di origine dell’evento traumatico). Nella valutazione è necessario avere familiarità con i deficit presentati dai pz., in particolare: deficit di attenzione, velocità psicomotoria, memoria, abilità strumentali. Inoltre occorre considerare che il danno da folgorazione è associato ad una elevata comorbidità psichiatrica che si manifesta soprattutto con depressione, ansia e PTSD. Le conseguenze della folgorazione sono spesso oggetto di valutazione finalizzata alla documentazione e quantificazione del danno da risarcire. INTOSSICAZIONI CEREBRALI Le classi maggior di sostanze neurotossiche accertate sono: i metalli, i solventi, i pesticidi, i farmaci, le sostanze d’abuso e i gas. In questo settore (spesso cause che coinvolgono ampi gruppi) è fondamentale adottare una metodologia rigorosa di accertamento del danno, soprattutto per quanto riguarda il riconoscimento dei comportamenti di simulazione, abbastanza frequenti. DISTURBO PSICOTICO BREVE E DISTURBO ACUTO DA STRESS Sono quadri acuti e transitori in stretta relazione temporale con l’evento traumatico causale. I sintomi post-traumatici potranno essere causalmente attribuiti al trauma emozionale, soprattutto se inizialmente accompagnati dai sintomi dissociativi propri del DAS. PTSD Studi di neuroimaging hanno evidenziato chiare alterazioni microstrutturali nei casi di PTSD, che risultano

maggiormente marcate nell’ippocampo e proporzionali alla gravità del trauma subito e dell’intensità dei sintomi. La diagnosi di PTSD qualora avvenga ad una notevole distanza temporale, richiede il rispetto rigoroso di alcuni precetti metodologici, in primo luogo la verifica dell’effettiva compatibilità del trauma riportato dal soggetto con il criterio- chiave previsto dal DSM (A). la maggior parte dei soggetti sperimenta spontaneamente una notevole riduzione dei sintomi già nelle prime settimane dopo l’evento, e solo una piccola minoranza presenta sintomi cronici a distanza di un anno. Per spiegare questa diversa vulnerabilità allo sviluppo del PTSD cronico sono stati invocati diversi fattori: appare critica l’età di insorgenza dell’evento traumatico iniziale (quando occorre durante l’infanzia o la prima adolescenza le conseguenze tendono ad essere più gravi e durare nel tempo); è importante la natura interpersonale dell’evento traumatico iniziale (gli eventi che implicano una violazione intenzionale dell’integrità personale della vittima hanno maggior carica patogena). La presenza di efficaci sistemi di contenimento delle conseguenze dell’evento, quali il supporto psicologico e sociale, la disponibilità di cure adeguate e precoci, e la presenza di ulteriori eventi stressanti influiscono sulla cronicità del PTSD (focalizzare l’attenzione sulle variabili post-trauma). Anche l’essere coinvolti in cause di risarcimento inutilmente lunghe e reiterate influisce negativamente sulla prognosi del PTSD. Le modalità di accertamento incrociato del danno fungono esse stesse da stimoli scatenanti in grado di far riemergere memorie spiacevoli collegate al trauma. Le motivazioni che spingono i soggetti a cercare benefici sono generalmente di tipo simbolico, come il desiderio di ottenere una qualche convalida della propria esperienza emozionale oppure di vedere punito il responsabile della propria condizione, o, ancora, il bisogno di stare meglio con sé stessi, alleviando sensi di colpa e biasimo. La diagnosi di PTSD si incontra frequentemente nei contesti di violenze o molestie sessuali. Si richiama la necessità di utilizzare questa categoria diagnostica solo in presenza di provata esistenza dell’evento stressante e dell’idoneità del medesimo a causare la sintomatologia propria del PTSD. Una metodologia innovativa per la valutazione del danno psichico (Buzzi e Vanini) si articola in due fasi; a una prima fase di rilevazione della sintomatologia e di inquadramento diagnostico segue una seconda fase che verifica l’idoneità lesiva dell’evento che è stato messo in relazione causale con l’insorgenza del quadro psicopatologico. Protocollo valutativo il protocollo prevede l’utilizzo combinato di info di tipo clinico – derivanti dal colloquio e dall’osservazione – e info di tipo psicometrico – derivanti dalla somministrazione di test neuropsicologici. L’esame neuropsicologico forense si compone quindi di tre parti principali: 1. Un resoconto narrativo delle informazioni e delle osservazioni ricavate durante il colloquio con il periziando ed eventualmente con i familiari, come pure una sintesi della documentazione clinica e dei dati strumentali disponibili; 2. Una presentazione completa dei risultati ottenuti ai test neuropsicologici, secondo lo schema: valutazione della validità dell’esame, valutazione del livello di funzionamento premorboso, valutazione del livello di funzionamento attuale; 3. Una parte conclusiva, solitamente composta da una sintesi e da una conclusione, in cui tutti i dati disponibili vengono integrati al fine di formulare una risposta dettagliata ai quesiti proposti dal richiedente. COLLOQUIO ED ANAMNESI: l’esame neuropsicologico forense comincia con il colloquio con il periziando. La più importante differenza riguarda proprio la natura eminentemente conoscitiva del colloquio forense, che come tale non solo non richiede, ma in molti casi esplicitamente sconsiglia la formazione di un legame emozionale con il periziando (alleanza e opposizione). Gli obiettivi del colloquio neuropsicologico forense sono molteplici: - Raccogliere informazioni sulle ragioni della domanda di consulenza: l’esame può essere richiesto da una delle parti, da entrambe le parti congiuntamente, dal consulente tecnico d’ufficio (CTU) o direttamente dal giudice, dal soggetto stesso prima di intraprendere un’eventuale azione legale. - Raccogliere i sintomi e le difficoltà attualmente lamentati: è consigliabile iniziare il colloquio con l’esposizione dei sintomi e delle difficoltà presenti al momento della valutazione, si utilizzano esclusivamente domande aperte che lascino interamente al soggetto la possibilità di organizzare l’esposizione; si potrà in seguito passare ad esplorare aree più circoscritte utilizzando anche – ma solo in fasi avanzate e con cautela – domande chiuse e a risposta binaria. L’enfasi deve essere posta sul presente della valutazione, sul qui e ora. La sintomatologia soggettiva deve essere riportata con le parole stesse del pz. Si considera formalmente errato suggerire, attraverso domande inducenti, sintomi che il pz non abbia presentato per conto proprio si sconsiglia in questa fase l’utilizzo sia di scale di valutazione sia delle interviste diagnostiche strutturate. È necessario mantenere accuratamente distinti il momento clinico – interamente centrato sulla soggettività del pz – dal momento psicometrico – centrato invece sulla misurazione quantitativa della prestazione. - Ricostruire con cura l’evento all’origine della richiesta di risarcimento: il compito del neuropsicologo consiste nel verificare la plausibilità del nesso causale tra il malessere della persona e l’evento. - Ricostruire la storia di vita dopo l’evento; - Raccogliere la storia di vita prima dell’evento. Il colloquio e l’anamnesi neuropsicologica sono la prima valutazione del periziando. 1. Valutazione cognitiva: capacità di comprendere i messaggi che gli sono rivolti dall’esaminatore; capacità di elaborare e produrre risposte verbali comprensibili; capacità di recuperare ricordi autobiografici remoti e recenti; capacità di mantenere l’attenzione concentrata; capacità di rispettare il proprio turno di parola, di decidere se rispondere oppure no, di evitare ripetizioni, distrazioni o divagazioni; capacità di pianificare obiettivi

metacomunicativi etc. 2. Valutazione emozionale e comportamentale. La valutazione del funzionamento premorboso: valutare un eventuale danno significa anche comparare lo stato attuale con quello preesistente all’evento causale. Solo questa comparazione (ipsativa o intraindividuale) è infatti adeguata a fornire le informazioni utili. Nella stragrande maggioranza dei casi, sarà pertanto necessario affidarsi a dei metodi di stima del funzionamento antecedente all’evento morboso. Esistono vari metodi di stima del funzionamento cognitivo premorboso: 1. Metodi basati sui dati anamnestici e demografici: i dati più rilevanti sono quelli relativi alla storia scolastica e lavorativa del soggetto in esame, ne deriva che la raccolta anamnestica dovrà essere accurata e completa. Ci sono almeno 4 ordini di difficoltà nell’uso della storia scolastica e lavorativa come sorgente di informazioni: a parità di livello occupazionale o scolastico conseguito, esistono grandi diversità interindividuali nel livello di funzionamento complesso; il successo scolastico e lavorativo può essere influenzato da fattori diversi del funzionamento del soggetto; il grado di abilità necessario per conseguire un certo livello scolastico varia grandemente tra i diversi gruppi di età; le categorie di classificazione dei lavori e delle occupazioni comunemente utilizzate sono spesso troppo larghe e imprecise, e difficilmente rendono ragione del livello effettivo di complessità cognitiva richiesta. Le informazioni anamnestiche pertinenti possono essere utilizzate in due modi: - Metodo clinico-anamnestico: la stima del funzionamento cognitivo premorboso può essere effettuata in modo clinico, ovvero integrando l’insieme delle info raccolte ed esprimendo una valutazione solitamente descrittiva, supportata da solidi indicatori oggettivi senza omettere dati discordanti (limiti soggettività dell’esaminatore può compromettere l’affidabilità dei risultati). - Metodo attuariale: le info anamnestiche possono essere codificate e inserite, come altrettante variabili, entro una delle equazioni di regressione disponibili, le quali consentono di stimare il livello intellettivo premorboso unicamente sulla base di queste info. L’equazione più utilizzata è l’indice di Barona basata sul campione statunitense di standardizzazione della Scala WAIS-R e consente di predire il Q.I. a partire dalle variabili di età, sesso, razza, etc. In Europa è solitamente utilizzata a formula di Pichot basata sul campione di standardizzazione francese. Questo metodo elimina la soggettività inerente ai metodi anamnestico-clinici. 2. Metodi basati sulle abilità preservate: si basa sull’osservazione che alcune misure del funzionamento cognitivo sono particolarmente resistenti agli effetti sia dell’invecchiamento sia a lesioni cerebrali (hold), e quindi adatte a stimarlo. Due diversi metodi di stima: - Metodi basati sui risultati ai subtest della Scala WAIS-R “che tengono” (hold): vocabolario, informazione, completamento di figure. L’affidabilità di questo approccio è risultata meno sicura di quanto inizialmente previsto. - Metodi basati sull’abilità di lettura di parole: anche le abilità di lettura risultano particolarmente resistenti. In italiano esiste il Test d’intelligenza breve (TIB), analogo al National Adult Reading Test (NART). In questo modo si è potuto costruire e validare un test capace di stimare il livello intellettivo premorboso a partire dal numero di errori commessi, più altre variabili di tipo demografico. La questione della stima affidabile è irrisolta. LA VALIDITÀ DELL’ESAME E IL PROBLEMA DELLA SIMULAZIONE: la grande maggioranza dei soggetti che vengono esaminati nel contesto di cause di risarcimento tende a riferire quadri clinici severi. Essi tendono a presentare una durata, una gravità dei sintomi e un livello di disabilità piuttosto gravi. Qualunque sia la natura del danno per cui si chiede risarcimento, è evidente che questi soggetti hanno un interesse concreto ad aggravare i propri sintomi e problemi. Gli esperti devono quindi stabilire la credibilità di quanto riportato. Esistono almeno tre possibili sorgenti di minaccia alla validità di un test diagnostico: - Imprecisione dello strumento di misura (facilmente controllabile in quanto le caratteristiche psicometriche dei test sono note); - Contesto della valutazione: l’esaminato continuerà molto spesso a percepire la situazione come ostile e minacciosa, e l’esaminatore stesso come qualcuno in grado di ostacolare il raggiungimento dei suoi obiettivi. La situazione d’esame è di per sé un fattore ostacolante la collaborazione e l’impegno del soggetto; - Motivazioni interne al soggetto esaminato: esistono soggetti che si sentono bene durante l’esame e che tuttavia pretendono un risarcimento che sanno essere illegittimo. Questi sono i simulatori, coloro che mentono coscientemente circa il proprio stato di salute allo scopo di ottenere benefici di varia natura, indennizzi e compensazioni varie. La simulazione è una minaccia alla validità dell’esame, di cui occorre tenere conto accuratamente. Inoltre i soggetti possono percepire in modo amplificato il proprio malessere attuale, possono attribuirne erroneamente le cause al trauma subito, possono presentare disturbi concomitanti o antecedenti, possono perseguire obiettivi del tutto diversi da quelli legati agli incentivi esterni, etc. L’esame delle possibili fonti di distorsione interne al soggetto rivela una varietà di motivazioni. Fra queste possibili fonti di distorsione, la simulazione ha ricevuto una grande attenzione. La valutazione neuropsicologica della capacità di agire La capacità di agire è un costrutto di natura giuridica, e consiste nella capacità di esercitare autonomamente i propri diritti e doveri, dei quali la persona è entrata in possesso al momento della nascita. Questa capacità presuppone l’integrità e l’esercizio efficace di una vasta famiglia di competenze di natura cognitiva, emozionale e sociale, riassunte nelle locuzioni giuridiche di capacità di provvedere ai propri interessi o nella più generica capacità di intendere e di volere. Solo qualora il soggetto maggiorenne sia ritenuto incapace di esercitare autonomamente la

propria capacità di scelta, l’ordinamento interviene per proteggerlo dai danni che potrebbero derivargli (a derivare ad altri) dall’esercizio irresponsabile o pericoloso di tale libertà. Fino al 2004 questo ordinamento tutelava proattivamente questi soggetti (giuridicamente e cognitivamente fragili) con le misure dell’interdizione (nel diritto civile italiano, è il provvedimento con il quale il maggiorenne – o il minore emancipato – perde la capacità d'agire, ossia la capacità di compiere atti giuridici, al ricorrere dei presupposti previsti dalla legge) e dell’inabilitazione (è un istituto del diritto civile che esclude parzialmente il soggetto dalla capacità di agire; la differenza rispetto al presupposto dell'interdizione sta solo nella minore gravità dell'infermità, che consente al soggetto di compiere da solo gli atti di ordinaria amministrazione, mentre deve essere assistito da un curatore per gli atti di straordinaria amministrazione; la posizione giuridica dell'inabilitato è identica a quella del minore emancipato), e li tutelava anche retroattivamente con la protezione dell’art. 428, riguardante coloro che – pur non legalmente tutelati – erano incapaci al momento in cui avevano compiuto (o erano stati oggetto di) determinati atti. La nuova legge affida al giudice e ai suoi consulenti il compito di stabilire caso per caso l’esistenza delle condizioni che eventualmente giustificano il tipo e l’estensione della misura di tutela da adottare, sempre con la minore limitazione possibile della capacità di agire. Capacità e incapacità non sono attributi, ma attribuzioni, carichi di giudizi di valore. Non sono termini descrittivi ma prescrittivi: dispongono che certe cose vengano eseguite e non è lecito disobbedire. Per questo sono riservati ai giudici. Si possono ipotizzare almeno tre grandi categorie di situazioni tipiche in cui la domanda di tutela giuridica verrà attivata: 1. Soggetti che si trovano in condizioni così gravi da non poter esprimere nessuna preferenza circa il proprio statuto giuridico, né presente né futuro, e che di conseguenza non possono che essere rappresentati da altri nella formulazione della domanda di tutela: si tratta per lo più di soggetti con ritardo mentale profondo, o con cerebrolesione acquisita (fino allo stato vegetativo) oppure nello stadio avanzato di malattie che causano demenza, oppure affetti da gravi patologie psichiatriche ad andamento cronico. Per tutti questi, prima della riforma era frequente l’uso dell’interdizione. In queste situazioni l’adozione di un provvedimento di tutela è necessario; gli accertamenti che il consulente dovrà effettuare si limitano quasi sempre ad una certificazione di uno stato di per sé autoevidente. 2. Soggetti che, indipendentemente dal tipo di infermità o menomazione da cui sono affetti, sono in grado di esprimere in prima persona (da soli o con altri) la propria preferenze per un regime di tutela giuridica che di fatto considerano più favorevole al pieno sviluppo di sé, anche solo per periodi limitati: realizzare sé stessi con l’aiuto di altri (proxy agent) è una caratteristica umana; il fatto che l’Amministratore di sostegno (AdS) possa diventare, su richiesta del beneficiario, un ulteriore strumento di coesione e sostegno reciproco è un punto di forza. L’AdS può essere designato dallo stesso interessato, in previsione della propria eventuale futura incapacità. La volontà dell’aspirante beneficiario consiste nell’indicare qualcuno che sia in grado di realizzare al suo posto e meglio di lui la tutela dei propri interessi, in particolare per quanto riguarda il consenso (o il rifiuto) a determinati trattamenti sanitari. La volontà espressa tramite atto pubblico o scrittura privata, che il soggetto può revocare nelle stesse forme in ogni tempo, è altamente vincolante per il giudice tutelare, che ne se potrà discostare solo in presenza di gravi motivi. Permette alle persone di realizzare i cosiddetti “contratti di Ulisse” o direttive anticipate per la cura dei disturbi comportamentali; queste persone (es. alcolisti, tossicodipendenti etc.) potrebbero validamente delegare ad altri le scelte da fare in caso di crisi e questa loro volontà prevarrebbe in caso di sopravvenuto cambiamento di decisione da parte del soggetto stesso. 3. Esiste una situazione in cui la domanda di AdS – da chiunque formulata, es. familiari, organi istituzionali o servizi – incontra la più o meno completa opposizione da parte del candidato a esserne il beneficiario: si tratta di soggetti la cui ridotta capacità di agire viene “sospettata” a partire da indizi comportamentali, ma che il soggetto minimamente riconosce come patologici né idonei a giustificare un provvedimento di limitazione della propria capacità di agire. Dal punto di vista della consulenza tecnica, l’area dei beneficiari “per forza” presenta i maggiori problemi: il principale riguarda la difficoltà di discernere esattamente la natura della eventuale condizione patologica che viene posta a giustificazione della domanda. Tranne il caso di soggetti già diagnosticati e curati da servizi sanitari specialistici, la gran parte dei sintomi riferiti appartengono alla fenomenologia osservabile in condizioni fisiologiche, non connotabili come malattie. Occorre che l’accertamento possieda abbastanza specificità da non includere un numero eccessivo di condizioni che, per quanto problematiche, non sono classificabili come malattie. Un problema ulteriore è quello di valutare in modo affidabile l’incidenza dell’accertata condizione morbosa sulla capacità di agire. Questo compito spetta esclusivamente al giudice. L’opzione di default, non deve essere necessariamente un provvedimento di AdS, ma anche nessuno provvedimento o il rinvio della decisione ad un tempo successivo. Agire intenzionalmente presuppone che il soggetto possieda la capacità di fornire rappresentazioni coscienti della realtà esterna e interna, sappia integrare e concatenare queste rappresentazioni in un processo di pensiero e utilizzare tutto ciò per realizzare i propri scopi e interessi. Coscienza e razionalità sono considerati prerequisiti necessari, anche se non sufficienti, della capacità di agire. L’intenzionalità è l’anticipazione di un corso di azione che deve ancora essere realizzato, al quale il soggetto volontariamente acconsente: è una deliberazione, un impegno personale (self- commitment) affinché il proprio progetto si realizzi nella realtà. I risultati dell’azione non costituiscono la caratteristica distintiva della capacità di agire, ne sono piuttosto la conseguenza. L’agire intenzionale consiste nel potere di dar vita ad azioni corrispondenti ai propri scopi e interessi. Una volta accertato questo requisito preliminare, il compito di valutare l’esercizio concreto della razionalità e della libertà (capacità di agire giuridica) spetta

esclusivamente al giudice. l’assenza di adeguati indicatori emozionali può interferire con la capacità di agire; d’altra parte, la capacità di regolare la propria condotta secondo valori e principi morali sembra passare attraverso l’attivazione degli stessi circuiti neurali implicati nella valutazione emozionale degli stimoli esterni (es. insula). La capacità di agire necessariamente postula l’utilizzo di un insieme di processi di natura emozionale, i quali solo anche alla base dell’apprendimento delle regole morali e di convivenza sociale. DISTURBI CHE INCIDONO SULLA CAPACITÀ DI AGIRE - Disturbi da dipendenza ambientale: ne fanno parte alcuni quadri clinici quali comportamento di utilizzazione e di imitazione. In queste situazioni il soggetto agisce come se il suo comportamento fosse interamente dettato dagli stimoli ambientali. Offre risposte tangenziali e descrittive, che escludono una consapevolezza dell’inadeguatezza della propria condotta. Una forma di patologia affina è la mano anarchica; in questa sindrome, nota anche come “sindrome del dotto Stranamore” il soggetto si comporta come se una delle sue mani (controlaterale alla lesione cerebrale fronto- mediale) fosse anarchica, senza alcun controllo volontario da parte dell’agente. Il soggetto è tuttavia consapevole del carattere improprio dell’azione, che percepisce estranea alla sua volontà, senza negare che la mano gli appartenga si tratta di una dissociazione tra coscienza e volontà. Forme minori di dipendenza ambientale possono essere osservate nel comportamento di soggetti affetti da forme lievi di decadimento cognitivo, che conservano ampi margini di autonomia comportamentale. Questi episodi vengono riferiti come sporadici lapsus comportamentali che solitamente i pz tendono a minimizzare. La caratteristica comune di questi comportamenti è la mancanza di flessibilità (shifting): invece di modificarsi in funzione degli scopi, l’azione si irrigidisce e persevera entro schemi già utilizzati in precedenza o dettati dagli stimoli ambientali. - Disturbi del controllo e impulsività: il più grave disturbo dell’autocontrollo è probabilmente l’automatismo. Include un’ampia gamma di disturbi mentali temporanei (es. sonnambulismo, crisi epilettiche, etc.); in queste situazioni il soggetto agisce senza avere alcuna coscienza del proprio agire, ma lo fa automaticamente. Anche la consapevolezza dell’ambiente circostante appare gravemente compromessa, è come se la fenomenologia soggettiva dell’azione fosse abolita. Nel disturbo ossessivo-compulsivo e nella sindrome di Gilles de La Tourette, il soggetto è spinto da u irresistibile impulso ad eseguire una certa azione che non vorrebbe eseguire, ma a cui deve sottomettersi ogni volta che il disagio emotivo sperimentato raggiunge livelli insopportabili. È impossibilitato a non fare, dal momento che il tentativo di inibire l’azione indesiderata finisce per provocarla. L’impulsività è uno dei tratti caratteristici di una vasta gamma di disturbi della personalità e del comportamento; in tutte queste situazioni il livello di disagio soggettivo sperimentato dai soggetti è solitamente molto meno marcato, o tende ad essere trasferito a valle dell’azione, che viene soggettivamente sperimentata come una tentazione irresistibile alla quale è obbligatorio cedere. - Disturbi cognitivi dell’azione: i quadri clinici classicamente ritenuti incidenti sulla razionalità comprendono i ritardi mentali, disturbi dello spettro autistico, patologie neurologiche acquisite, alcuni disturbi dello spettro psicotico, etc. La semplice rilevazione di un’alterazione nel funzionamento cognitivo o nel substrato neurale non giustifica, di per sé, alcuna conclusione circa l’incapacità di agire del soggetto esaminato. Capacità clinica, idoneità e abilità specifiche Sul piano clinico la capacità definisce tutte quelle abilità individuali che permettono di compiere determinate azioni e che poggiano sua sulle capacità decisionali del pz sia sull’idoneità cognitiva al compito richiesto. La valutazione di tali capacità è compito del clinico. La distinzione tra capacità giuridica e capacità clinica è sostanzialmente basata sul ruolo di chi la esamina, giudice o clinico, secondo le competenze assegnate a tali figure. Mentre i giudici hanno l’autorità di poter dichiarare un soggetto incapace solo all’interno di un contesto legale, stabilendo un tutore, il clinico stabilisce la medesima cosa nel contesto quotidiano. Può essere chiamato a valutare: capacità di consentire ad un trattamento, di votare, testimoniare, etc. L’essere in grado di agire queste attività significa, oltre a richiedere l’idoneità specifica al compito richiesto, dipende dal mantenimento di una adeguata capacità decisionale. La capacità decisionale è alla base della capacità di agire, è direttamente proporzionale a livelli decrescenti di capacità cognitive. La perdita della capacità rappresenta una condizione che è definita dalla presenza di difetti funzionali, giudicati essere sufficientemente rilevanti da compromettere la capacità di decidere del soggetto di fronte ad uno specifico compito. Tutti i modelli della capacità decisionale identificano quattro condizioni chiave: 1. Espressione (capacità di manifestare una scelta), 2. Comprensione (capacità di comprendere le info rilevanti), 3. Valutazione (consapevolezza del significato della scelta), 4. Ragionamento (abilità di valutare razionalmente la scelta). Il giudizio sulla capacità del soggetto di elaborare razionalmente le informazioni non dovrà basarsi sul risultato di tale elaborazione, bensì sul procedimento logico adottato, che dovrebbe comprendere: focalizzare il problema, considerare le opzioni, immaginare le conseguenze, stimare la probabilità che le conseguenze si verifichino, valutare la desiderabilità delle conseguenze sulla base della propria scala di valori, decidere. Qualora il neuropsicologo sia chiamato a esprimere una valutazione circa l’eventuale presenza di impedimenti alla capacità decisione e quindi di agire del soggetto in esame, è opportuno disporre di un protocollo di valutazione da applicare in forma flessibile, ma abbastanza completo da non risultare troppo concentrato su aspetti particolari né carente di info pertinenti. L’indagine dovrà essere sempre rivolta non solo alla rilevazione dei punti di debolezza, ma anche dei punti di forza. Non esiste uno strumento gold standard per misurare la capacità decisionale – tanto meno

quella di agire – né linee guida. Nella pratica quotidiana il giudizio è spesso basato sull’impressione clinica, eventualmente integrata dal risultato di indagini effettuate mediante strumenti testistici nati per scopi diversi (in genere batterie per la diagnostica clinica). La valutazione poggia sull’esplorazione delle abilità necessarie a soddisfare i quattro punti chiave; gli strumenti di indagine non dovranno mai essere separati da una valutazione funzionale. Il protocollo di valutazione prevede tre fasi: 1. Fase valutativa si articola in: - Un colloquio approfondito con il soggetto e/o con alcuni informatori attendibili basato sul resoconto soggettivo e osservazione del comportamento del soggetto; - Valutazione neuropsicologica formale comprendente una serie di test di elevata qualità psicometrica esploranti la maggior parte delle funzioni correlate con aspetti rilevanti della capacità di agire. Questa valutazione prevede due tappe, rappresentate dalla valutazione dello stato cognitivo generale e dell’esame delle singole funzioni la cui integrità è requisito indispensabile per l’esercizio della capacità (attenzione, memoria, funzioni esecutive, linguaggio, abilità visuospaziali); - Valutazione funzionale esplorante gli aspetti più circoscritti delle capacità mediante strumenti ad hoc ideati per valutare la capacità clinica globale e le abilità specifiche. 2. Fase interpretativa: interpretazione dei dati ottenuti alla luce degli standard legali di riferimento, la considerazione delle conseguenze delle decisioni del pz e il riconoscimento del carattere temporaneo della determinazione; 3. Fase riabilitativa: identificazione e raccomandazione di interventi di adattamento e supporti ambientali tesi a migliorare la capacità decisione del pz, nonché l’eventuale riabilitazione neuropsicologica. CONSENSO AI TRATTAMENTI SANITARI: l’art. 32 della Costituzione sancisce che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La convenzione di Oviedo stabilisce come regola generale che un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona abbia dato consenso libero e informato. La persona riceve un’informazione adeguata allo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso. Il consenso informato coniuga quindi il dovere di informare il curante con il diritto alla cura per il pz. Esso è l’espressione della volontà del pz che autorizza il professionista ad effettuare uno specifico trattamento sanitario, ed è indispensabile in quanto i trattamenti sanitari sono, dalla legge, garantiti in forma volontaria. Le uniche eccezioni all’obbligo del consenso informato sono: situazioni nelle quali la persona malata ha espresso esplicitamente la volontà di non essere informata; le condizioni della persona siano talmente gravi e pericolose da richiedere un immediato intervento di necessità e urgenza indispensabile (consenso presunto); casi in cui si può parlare di consenso implicito, per es. per le cure di routine; in caso di rischi che riguardano conseguenze atipiche eccezionali e imprevedibili di un intervento chirurgico, che possono causare ansie o timori inutili (ma dare info se il malato le richiede); i trattamenti sanitari obbligatori; le vaccinazioni obbligatorie stabilite nei programmi nazionali di salute pubblica. Il consenso deve essere scritto nei casi in cui l’esame clinico o la terapia medica possano comportare gravi conseguenze per la salute o l’incolumità della persona. Negli altri casi il consenso può essere solo verbale, espresso direttamente al medico. Gli elementi costitutivi di un consenso informato quindi prevedono: un’adeguata informazione del pz da parte del medico; un’adeguata comprensione da parte del pz; la capacità di intendere e di volere del pz; la libertà di decidere; consapevolezza della scelta. Il processo di acquisizione del consenso informato prevede tre fasi: 1. Fornire ai pz un’informazione completa sulla ricerca/procedura diagnostica/trattamento ed eventuali conseguenze; 2. Valutare la comprensione e la capacità di fornire il consenso del pz; 3. Ottenere l’assenso alla partecipazione e il consenso informato. Un requisito imprescindibile nella valutazione della capacità di dare un consenso informato consapevole a un trattamento sanitario è quello della necessità di una valutazione accurata attraverso strumenti standardizzati. Gli strumenti di valutazione rientrano nei test neuropsicologici tradizionali e interviste strutturate/questionari ad hoc. È preferibile utilizzare entrambe le metodiche tenendo presente il ruolo delle emozioni nel processo decisionale. La valutazione deve poggiare sull’esplorazione delle abilità necessarie a soddisfare i quattro punti chiave della capacità decisionale. Il percorso valutativo deve prevedere una prima fase di valutazione del rendimento cognitivo generale (test di screening, es. MMSE, Mental Deterioration Battery, Milan Overall Dementia Assessment, esame neuropsicologico breve; nel giovane test intellettivi), cui fa seguito la valutazione delle abilità specifiche. Il MMSE (Mini Mental Status Examination) è stato elaborato con l’obiettivo di individuare soggetti con possibile compromissione cognitiva, non per effettuare diagnosi né stadiazione di malattia; in linea di massima il punteggio al MMSE sembra correlare con il giudizio clinico di incapacità: un punteggio inferiore a 19 suggerisce una probabilità di ridotta capacità di consenso, mentre è probabilmente competente chi ha un punteggio uguale o superiore a 23. Il passo successivo della valutazione deve prevedere l’applicazione di test selezionati per le singole aree cognitive: domini di memoria, funzioni esecutive, comprensione, abilità espressive. È essenziale considerare il contesto nel quale la capacità di consenso viene richiesta, in particolare il rapporto rischio/benefico del trattamento in questione. Risultati emersi in soggetti con MMSE maggiore uguale a 20, hanno portato gli autori a promuovere l’utilizzo di alcuni strumenti che appaiono sensibili alla valutazione, quali prove di fluenza verbale, prove attentivo-esecutive, prove di memoria logica immediata e differita. Può essere utilizzato un modello che tiene conto prioritariamente delle funzioni esecutive e uno delle funzioni mnestiche. Altri test quali Subtest vocabolario della WAIS, Digit span, Test delle

matrici attenzionali numeriche e Maze test dimostrano una elevata capacità predittiva del test, indicando la presenza di tre componenti principali proprie della valutazione neuropsicologica della capacità di dare un consenso: memoria verbale, controllo logico-esecutivo o problem solving e controllo esecutivo motivazione o conoscenza generale. La valutazione della capacità di consenso può richiedere l’utilizzo aggiuntivo di interviste e questionari ad hoc (soggetti affetti da deficit cognitivo non necessariamente sono incapaci di esprimere un consenso). Fra i più usati negli Stati Uniti: Capacity to consent to treatment instrument (CCTI) e MacArthur competence assessment tool for treatment (McCAT-T; più affidabile). Il MacCAT-T è una intervista semistrutturata composta da 10 item costruita attraverso la cartella clinica del pz valutando in particolare i sintomi, la diagnosi e il trattamento in questione. Vengono poste 10 domande che esplorano quattro parametri: la comprensione è valutata esplorando le abilità del pz di parafrasare; la capacità di utilizzare razionalmente le info è valutata con domande che esplorano la scelta; la capacità di dare un giusto peso alla situazione e alle due possibili conseguenze è valutata con domande che indagano se il pz comprende che le info ricevute sono relative a lui e/o se il trattamento può avere qualche beneficio; la capacità di esprimere una scelta è valutata considerando se il pz ha dato indicazioni circa il trattamento che desidera effettuare. IDONEITÀ ALLA GUIDA: la guida è sottesa dall’interazione si una variegata serie di processi cognitivi, i cui aspetti cardine sono: percezione, identificazione e selezione di stimoli rilevanti; processamento degli stimoli selezionati; programmazione di un piano di risposta basato sugli stimoli in entrata e sul ricordo di precedenti rilevanti esperienze; messa in atto dell’azione consequenziale; monitoraggio degli effetti dell’azione. Fra i modelli proposti, il più noto è quello dei livelli decisionali gerarchici sviluppato da Michon, che prevede la distinzione di tre livelli decisionali: strategico, tattico e operativo. A livello strategico la pressione temporale è relativamente secondaria, mentre costituisce un aspetto importante la programmazione. Il livello tattico riguarda compiti e decisioni sul traffico, concernenti comportamenti compensatori dove la pressione temporale è intermedia. Il livello operativo è quello delle operazioni di base della guida che implica un’alta pressione temporale, data la necessità di improvvisi adattamenti a nuove situazioni. Uno dei principali problemi dei conducenti anziani è il rallentamento delle capacità di processare informazioni; il sopraggiungere del declino cognitivo, quali il deterioramento demenziale, crea le premesse per una perdita dell’abilità di guida. La sospensione della patente può avere effetti negativi sulla libertà di movimento, sul tono dell’umore, sull’autostima, in definitiva sulla qualità di vita del soggetto. Il rispetto dell’autonomia individuale nella guida deve fare i conti con la sicurezza, e il minimo dubbio sull’integrità psicofisica deve portare a considerare la sospensione cautelativa dell’attività di guida. Per ciò che riguarda le demenze, c’è una sostanziale convergenza di opinioni per non consentire la guida nella demenza moderata e severa, mentre la decisione è più complessa e controversa nelle forme lievi o iniziali e nel mild cognitive impairment, dove è opportuno che la decisione di basi su un’analisi dettagliata dei singoli domini cognitivi. Nelle raccomandazioni di Dubinsky e Stein si fa riferimento alla scala Clinical Dementia Rating (CDR): i pz con malattia di Alzheimer con CDR uguale o superiore a 1 (demenza accertata) hanno un aumentato rischio di errori e incidenti, quindi la sospensione della guida è fortemente indicata; pz con AD possibile e CDR = 0,5 (demenza dubbia) devono essere avviati alla valutazione da parte di un esperto. La questione relativa ai pz con malattia di Parkinson è più controversa: la malattia causa una disabilità motoria che può influire sulla riduzione dell’integrità psicofisica necessaria per una guida sicura. La maggior parte di questi pz, anche in assenza di una franca demenza, presenta nel corso della malattia una compromissione cognitiva; tale compromissione rappresenta una possibile minaccia per la capacità di guida e richiede un’accurata valutazione. È necessario valutare anche la ripresa della guida dopo cerebrolesione, come avviene principalmente nei pz reduci da stroke e trauma cranico. In generale tutte le condizioni neurologiche e psichiatriche che danno riduzione delle funzioni superiori, in particolare di controllo, possono ridurre le abilità di guida, quindi suggerire l’opportunità di periodiche revisioni. La maggior parte degli studi descrive valutazioni preliminari (predriver) che comprendono un esame neuropsicologico, eventualmente associato a una prova su simulatore e prove su strada, distinguibile in protette e non protette. Le prove su strada sembrerebbero in teoria in grado di garantire una valutazione più affidabile ma: le prove protette non sono sufficientemente ecologiche, ma anche la prova su strada non protetta presenta dei limiti. La valutazione testistica è centrata sui domini cognitivi che sono ritenuti costituire il substrato delle attività connesse alla guida; nelle batterie ad hoc prevalgono i test che esplorano funzioni di controllo, abilità percettivo-motorie, memoria e capacità decisionale, in genere funzioni esecutive; è essenziale documentare ogni deficit neuropsicologico presente. Gli esami di screening (per esempio MMSE) sono poco informativi, se non nella fase di prescreening, la loro normalità non esclude la potenziale non idoneità. Spesso sono utilizzate informazioni desunte dalle batterie di test mirati alla malattia/condizione in causa. La presenza di deficit in tali prove non comporta tuttavia automaticamente la ridotta capacità di guida. In Italia non esiste una batteria condivisa, la scelta dei test è a discrezione dei singoli centri; qualunque sia la testistica utilizzata deve contenere la specifica indicazione delle finalità e le conclusioni devono includere un giudizio non tanto sull’idoneità alla guida, compito della CML (commissione medica locale), ma sull’integrità delle funzioni ritenute indispensabili per una guida sicura. Alcune nazioni prevedono una valutazione collegiale, a cui partecipano vari esperti e specialisti e la possibilità di giudizi intermedi, quale quello di temporanea non idoneità. La valutazione include la valutazione delle conseguenze dell’eventuale sospensione o mancato rinnovo della patente e indicazioni per un percorso riabilitativo. Quindi, l’unica asserzione valida, anche se insufficiente, è che quanto è più severa ed estesa la compromissione cognitiva, tanto più è probabile che il pz sia compromesso

nell’abilità di guida. PORTO D’ARMI: in Italia, i requisiti richiesti per ottenere la certificazione comprovante l’idoneità psicofisica, rilasciata dall’AUSL di residenza oppure dagli Uffici medico-legali e dalle strutture sanitarie militari e della Polizia di Stato, riguardano l’essere maggiorenni e presentare un certificato del medico di fiducia – o certificato anamnestico preliminare – che attesti l‘integrità psicofisica del richiedente. Per ottenere un porto d’armi per difesa personale occorre inoltre avere un motivo valido e motivato che giustifichi il bisogno. Per i requisiti sanitari sono richiesti requisiti sensoriali e motori, nonché l’assenza di patologie neurologiche e psichiatriche. Sono diversi gli ambiti in cui il neuropsicologo può essere richiesto: in sede di domanda, qualora il medico di fiducia allo scopo di redigere un certificato anamnestico ritenga di avere un riscontro oggettivo dell’integrità cognitiva del pz; in sede di rilascio del certificato di idoneità qualora il medico accertante dell’AUSL o di altra struttura equivalente ritenga di verificare l’integrità stessa; in sede di ricorso contro la mancata concessione o rinnovo di idoneità. La mancanza di protocolli ad hoc fa sì che nella pratica, la valutazione è spesso guidata dal giudizio clinico soggettivo non supportato da indagini specifiche. Nell’approccio al pz con compromissione cognitiva la valutazione dell’idoneità a continuare a svolgere attività potenzialmente rischiose, quali guidare etc. è una componente cardine della valutazione clinica. Non esistono linee guida a proposito della gestione più appropriata del pz demente che possieda o abbia accesso ad un’arma da fuoco e la letteratura appare povera. Raccomandazioni di buona pratica clinica: è necessario che il clinico valutatore abbia familiarità con le procedure e regolamentazioni legislative che sottendono la detenzione e l’uso di un’arma; la presenza di compromissione cognitiva e demenza dovrebbe essere tenuta in rilevante considerazione nella decisione di concedere o rifiutare la licenza, sia da parte del medico di fiducia che rilascia il certificato anamnestico, sia da parte della commissione chiamata a prendere la decisione medico-legale; non deve essere consentito al pz con documentata demenza l’uso delle armi senza la presenza di un supervisore; un’attenta valutazione cognitiva da parte di uno specialista dovrebbe essere fatta anche su pz con MCI e il porto d’armi negato in caso di evidenti BPSD, scarso giudizio critico e deficit delle funzioni esecutive. In caso di concessione della licenza sono opportuni controlli ravvicinati nel tempo; tutte le persone anziane che chiedono o rinnovano il porto d’armi dovrebbero essere sottoposte a uno screening per potenziale demenza e quelle con MCI riviste nel tempo. Più in generale viene raccomandato che, anche nel corso dell’assessment clinico di routine del pz affetto da compromissione cognitiva e demenza, sia indagato routinariamente se il pz o qualcuno della sua famiglia detiene o abbia comunque facile accesso a un’arma da fuoco. IDONEITÀ A MANSIONI LAVORATIVE SPECIFICHE: la formulazione del giudizio di idoneità ha come obiettivo fondamentale la tutela della salute del lavoratore. Tale tutela presuppone che il lavoratore possieda determinati requisiti psicofisici e che non siano presenti situazioni fisiologiche o patologiche in grado di determinare un’incompatibilità a una o più attività lavorative e/o produttive. Nel giudizio di idoneità il medico competente può esprimere tre diverse eventualità: idoneità assoluta: per la quale, oltre a non sussistere condizioni patologiche che potrebbero trarre danno dall’espletamento della mansione lavorativa, non si ritrovano quelle modificazioni biologiche che richiedono interventi sull’ambiente, sull’organizzazione del lavoro e/o sull’uomo; idoneità parziale (temporanea, permanente): condizionata cioè da fattori legati al rischio professionale – o da alcune menomazioni, o che presuppone uso di particolari accorgimenti o ausili approntati per ridurre o eliminare i rischi connessi a determinate attività; non- idoneità: quando sussistono condizioni patologiche, soprattutto degli organi impegnati nei processi di biotrasformazione dei tossici industriali, ovvero quando l’impegno funzionale richiesto dall’espletamento della mansione si rivolge a organi già menomati e ciò potrebbe determinare l’insorgenza o l’aggravamento di determinate patologie. I test neuropsicologici si rendono particolarmente necessari nella valutazione del giudizio di idoneità lavorativa specifica di pz con problemi psichici e/o neurologici che possono compromettere capacità cognitive richieste dal compito lavorativo specifico, da un lato per la valutazione delle capacità residue del lavoratore valutate in funzione delle richieste della mansione cui sarà adibito, dall’altro per ponderare gli effetti della specifica attività lavorativa sulla salute psicofisica del soggetto in esame. La valutazione va posta sul singolo caso, in maniera individualizzata, comunque durante e dopo il trattamento, in riferimento cioè al decorso e alla possibile disabilità eventualmente derivante e delle sue ripercussioni sulla capacità lavorativa. I test dovranno essere scelti in base allo specifico disturbo e alla specifica attività lavorativa. ACCERTAMENTO DELL’INVALIDITÀ DA DISABILITÀ NEUROPSICOLOGICA: la legislazione italiana prevede la possibilità per coloro che risultano essere affetti da una o più patologie o esiti di traumi di ottenere benefici (es. esenzione del pagamento dei ticket sanitari, assegno di accompagnamento). L’invalidità civile consiste nel riconoscimento di uno stato invalidante, indipendente da causa di servizio, lavoro o guerra, in base al quale l’interessato può ottenere i benefici economici e/o sociosanitari previsti dalla legge. Sono per legge considerati invalidi civili i cittadini effetti da minorazioni congenite o acquisite che abbiano subito una riduzione permanente della capacità lavorativa non inferiore ad un terzo o, se minori di 18 anni, che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età. Sono considerati invalidi civili anche gli ultra sessantacinquenni che si trovino nella situazione di difficoltà prevista per i minorenni. Il grado di invalidità è determinato in base ad una apposita tabella; la legge italiana considera diverse soglie di invalidità, in corrispondenza delle quali prevede diversi benefici (soglia minima di un terzo, si ha diritto alle prestazioni protesiche e ortopediche; la soglia del 46% è prevista per l’iscrizione nelle liste speciali per l’assunzione obbligatoria al lavoro; la soglia del 74% dà diritto all’assegno mensile in qualità di invalido parziale; la soglia del 100% dà diritto alla pensione di inabilità in qualità di invalido

totale e, per i soggetti non deambulanti e non autosufficienti, all’indennità di accompagnamento). La menomazione è caratterizzata dall’anomalia, difetto o perdita di un arto, organo o tessuto o altra struttura del corpo, compreso il sistema nervoso e l’organizzazione delle funzioni mentali, configurando in tal caso una disabilità neurologica e/o neuropsicologica. Una malattia può portare ad una lesione, ovvero un’alterazione strutturale e funzionale di uno o più organi del corpo; la lesione può portare ad una disabilità, definita come la compromissione, completa o parziale, di una o più abilità funzionali abitualmente espletate; una o più disabilità posso costituire un handicap, cioè una limitazione delle prestazioni sociali e lavorative della persona in rapporto alle proprie aspettative e a quelle della società cui la persona appartiene. Qualora una persona ritenga di trovarsi nelle suddette condizioni può presentare domanda di invalidità all’AUSL, competente per territorio, ossia quella di effettiva residenza dell’interessato, allegando la certificazione medica attestante la natura delle infermità invalidanti. Inoltre si può allegare documentazione medica di carattere clinico-sanitario, a sostegno di quanto attestato dal certificato medico. Per ottenere i benefici previsti dalla legge è indispensabile che il certificato medico riporti la nota “persona che necessita di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita”. La certificazione specialistica risulta fondamentale nel caso di patologie neuropsichiatriche che comprendono disturbi cognitivi e comportamentali. In questo caso è prassi comune che la certificazione includa una valutazione psicometrica finalizzata a caratterizzare la disabilità neuropsicologica, la cui presenza compromette le capacità del pz in molte attività della vita quotidiana, alterandone la qualità della vita e rappresentando spesso una condizione altamente invalidante. La disabilità è un termine che identifica le difficoltà della persona nell’interazione con l’ambiente e questo introduce elementi complessi nella misurazione. Gli strumenti utilizzabili sono numerosi e molti di essi contengono item informativi su aspetti cognitivi e comportamentali. In genere tale valutazione deve comprendere come primo gradino una valutazione di screening del rendimento cognitivo globale e/o del livello intellettivo. Il passo successivo è rappresentato da un esame più mirato, indirizzando la scelta verso batterie proposte per la patologia o condizione morbosa presentata dal soggetto in esame, o comunque utilizzando test per aree funzionali provvisti di standardizzazione e punteggi normativi. VALUTAZIONE MEDICO-LEGALE DELLA DEMENZA NEL SETTORE ASSISTENZIALE DELL’INVALIDITÀ CIVILE: nel corso della demenza, al deterioramento cognitivo spesso si associano disturbi non cognitivi, quali modificazioni della personalità, disturbi comportamentali e alterazioni della sfera affettiva, raggruppati nel termine BTSD; possono inoltre essere presenti alterazioni del sonno, disturbi sensoriali, disturbi del comportamento alimentare, segni e sintomi di compromissione motoria. Disturbi non cognitivi nelle demenze possono essere presenti già nelle fasi precliniche; rappresentano parametri utili per la diagnosi precoce e per il monitoraggio della malattia. Particolarmente delicata è la valutazione a determinare la presenza del danno funzionale permanente in riferimento alle difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età, condizione indispensabile per ottenere l’indennità di accompagnamento. Per tali motivi, la valutazione complessiva del deficit cognitivo deve rispecchiare il principio dell’integrità (multidimensionalità) della persona e deve avvenire, nello specifico, con la valutazione strutturata dei seguenti domini: funzioni cognitive, sintomi non cognitivi e stato funzionale. La valutazione delle funzioni cognitive prevede la somministrazione di test neuropsicologici. La batteria ideale dovrebbe essere orientata e sensibile a quei difetti ritenuti presenti nella malattia in esame. Dovrebbero avere minima interazione con i sistemi motorio, visivo e sensoriale potenzialmente compromessi dalla malattia e con il tono dell’umore. L’assessment si compone di una fase di screening, per un’indagine rapida e applicabile su ampia scala, utile per la diagnosi precoce, dove vengono utilizzati test caratterizzati da tempo di somministrazione breve, alta sensibilità, applicabilità su popolazione eterogenee, presenza di coefficienti di correzione e punteggi riassuntivi (es. MMSE, Batteria per il deterioramento mentale, Milan Overall Dementia Assessement). Il passo successivo consiste nella fase di approfondimento qualitativo, per la definizione e caratterizzazione di differenti profili neuropsicologici ai fini della diagnosi eziologica. La valutazione dei sintomi non cognitivi rappresenta un momento per valutare, in particolare, i sintomi depressivi, i disturbi comportamentali e disturbi ideativi. Tra le scale più diffuse per i sintomi depressivi: Geriatric Depression Scale e la Beck Depression Inventory e la scala Neuropsychiatry Inventory per i disturbi comportamentali. Di grande importanza nella valutazione del pz demente finalizzata alla determinazione dell’invalidità è ovviamente la valutazione dello stato funzionale, in quanto può fornire info circa la presenza di difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età. Queste scale di valutazione multidimensionale possono essere ricondotte a due tipologie fondamentali: le scale di valutazione multidimensionale cosiddette qualitative (o descrittive) come la ICF; le scale di valutazione multidimensionale cosiddette quantitative; la stragrande maggioranza di queste scale di valutazione multidimensionale è formata da item che si desumono attraverso il resoconto di quanto direttamente dichiarato in sede di intervista, dalla persona e/o dai caregivers; altre individuano item che richiedono l’effettuazione di veri e propri test di performance. Libero arbitrio e imputabilità Attualmente è possibile ottenere una grande quantità di informazioni in quanto possiamo: visualizzare l’attività cerebrale misurando l’attività dei neurotrasmettitori (es. PET) e il flusso cerebrale mediante la rilevazione del segnale BOLD (es. fMRI), PET e fMRI ci permettono di misurare, anche se indirettamente l’attività cerebrale in vivo di un individuo impegnato in una attività cognitiva; studiare il modo in cui le diverse regioni cerebrali comunicano fra di loro, mappando le connessioni funzionali e la loro qualità; studiare le fibre di connessione fra aree cerebrali diverse

mediante la DTI che permette di evidenziare le connessioni anatomiche tra aree cerebrali misurando la velocità di diffusione dell’acqua nelle varie direzioni; studiare la densità della materia grigia e bianca del cervello tramite la Voxel Based Morphometry (VBM) che consente di mostrare alterazioni anatomiche. Inoltre vi è stato un avanzamento nella costruzione di test neurocognitivi che permettono, sempre con maggiore accuratezza, di studiare i meccanismi psicologici e cerebrali sottostanti le funzioni di interesse. È possibile applicare tali compiti cognitivi per valutare in modo quantitativo la presenza della simulazione/dissimulazione, della capacità di pianificazione, delle capacità di comprendere e provare emozioni e delle abilità di ragionamento e giudizio morale, mediante un esame neuropsicologico mirato. Queste metodiche permettono di ottenere una stima quantitativa della funzionalità cognitiva del periziando. Libet e colleghi si sono concentrati sugli stati di coscienza associati all’esecuzione di azioni manuali. Nelle loro ricerche chiedevano ai soggetti sperimentali di muovere a piacimento il polso della mano destra e di riferire il momento preciso in cui avevano avuto l’impressione di aver deciso di iniziare il movimento. Al fine di stabilire il momento in cui il soggetto diveniva cosciente della volontà di effettuare il movimento, Libet ideò un orologio con un pallino che ruotava velocemente; l’orologio veniva usato dal soggetto per indicare la posizione del pallino nel momento della presa di decisione. Durante l’esecuzione del compito, veniva registrata l’attività elettrica cerebrale tramite elettrodi sullo scalpo. I risultati evidenziarono che i soggetti sperimentali divenivano coscienti di aver deciso di muovere il polso circa 200 millisecondi prima dell’inizio del movimento, rilevato attraverso l’elettromiogramma; tuttavia il potenziale di prontezza motorio che culminava con l’esecuzione del movimento iniziava molto prima del momento in cui al soggetto sembrava di aver preso la decisione. I soggetti divenivano consapevoli dell’intenzione di agire circa mezzo secondo dopo l’instaurarsi del potenziale di prontezza motorio. Il processo volitivo sembra, quindi, aver inizio inconsciamente e il cervello si prepara all’azione molto prima che il soggetto sia consapevole di aver deciso di muovere il polso e l’intervallo della decisione inconsapevole è stimato in circa 1/3 di secondo. Il lobo parietale è un'altra regione cerebrale importante nel processo neurale che porta alla sensazione soggettiva della decisione. Pz con lesioni parietali nel compito di Libet divenivano coscienti di aver deciso di iniziare l’azione solo quando l’azione stessa era in fase di realizzazione. Queste ricerche possono mettere in crisi la teoria classica del libero arbitrio, inteso come la capacità dell’individuo di compiere una decisione consapevole; essi sembrano gettare nuova luce sull’eziologia del cosiddetto reato d’impeto, che viene solitamente descritto come qualcosa di iniziato senza una chiara volontà. In criminologia si parla di reato d’impeto, o reazione a corto circuito, per denotare un’azione delittuosa caratterizzata da un comportamento repentino, impulsivo, non mediato e agito secondo modalità più o meno organizzate. Le neuroscienze sociali si occupano di studiare i correlati neurali di quelle capacità che consentono all’individuo di mantenere un comportamento adeguato in un contesto sociale; l’insieme di queste abilità costituisce l’intelligenza sociale, che comprende la capacità di interpretare gli stati emotivi propri e altrui, la mentalizzazione (theory of mind), il giudizio morale e l’empatia. La giurisprudenza corrente indica come la capacità di intendere includa la capacità di distinguere il bene dal male, la capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni, la capacità di “fare altrimenti” eventualmente azzerata dalla presenza di un impulso irresistibile. Tutti questi aspetti possono essere gravemente carenti in una varietà di disturbi psichici, che possono influenzare il libero arbitrio e quindi l’imputabilità. È noto che individui con psicopatia congenita o acquisita manifestano un comportamento caratterizzato da assenza di empatia, bassa moralità e pensiero utilitaristico esasperato oltre che incapacità nell’interpretazione degli stati emotivi altrui. Anche nella schizofrenia, i disturbi dell’intelligenza sociale caratterizzano gran parte della sintomatologia negativa e sono all’origine del grave disadattamento psicosociale di questi pz; aspetto che si osserva anche nell’autismo. Nella sindrome di Williams, al contrario, si rileva un’intelligenza sociale molto sviluppata rispetto all’intelligenza astratta che è invece compromessa; inoltre nella psicopatia congenita è possibile trovare da una parte un livello intellettivo generale nella norma o superiore alla media, dall’altra una grave menomazione dell’intelligenza sociale. Uno degli aspetti dell’intelligenza sociale che assume particolare significato è l’empatia: un’abilità umana che consente agli individui di riconoscere, comprendere e far propri i sentimenti altrui e di avere risposte emotive appropriate alla situazione di sofferenza dell’altro; è una componente importante della capacità di intendere. Recenti studi di imaging hanno delineato le strutture cerebrali alla base delle capacità empatiche nell’uomo che coinvolgono diverse aree della corteccia prefrontale, l’insula, la giunzione temporo-parietale, il polo temporale sinistro, l’amigdala e il cingolo anteriore e posteriore. Ridotte reazioni empatiche sono individuabili come caratteristiche cruciali in individui con autismo, schizofrenia, psicopatia e degenerazione frontotemporale.; in questi individui si sono osservate anomalie strutturali e/ funzionali rispetto a quelle degli individui con normali livelli di empatia. Alcune condizioni neurologiche e psichiatriche che implicano un malfunzionamento delle regioni cerebrali sottostanti all’esperienza soggettiva dell’empatia, possono precludere la possibilità di mettere in atto comportamento prosociali volti ad alleviare la sofferenza dell’altro e quindi possono contribuire al mantenimento di una condotta aggressiva e violenta. Valutazione dell’intelligenza sociale: es. il test di teoria della mente/mentalizzazione con 13 storie che descrivono situazioni sociali e il soggetto deve dire perché i protagonisti si sono comportati in quel modo; il test di attribuzione delle emozioni composto da 58 scene che descrivono situazioni emotigene; la prova delle situazioni sociali misura la capacità del soggetto di giudicare l’appropriatezza di comportamenti all’interno di situazioni sociali; il test di distinzione morale/convenzionale capacità di distinguere i comportamenti normativi dalle violazioni; l’Empathy

Quotient è un questionario sviluppato per misurare le capacità empatiche. IL PENSIERO MORALE: un’altra componente dell’intelligenza sociale; la capacità di discriminare fra bene e male, o di identificare il disvalore sociale di un determinato comportamento è un aspetto del ragionamento morale che tipicamente viene preso come parametro fondamentale per un parere sulla capacità di intendere. I ricercatori hanno sviluppano un metodo che consiste nel chiedere al soggetto di valutare l’accettabilità morale di comportamenti diversi che hanno però il medesimo obiettivo (es. uccidere una persona per salvarne cinque); dal punto di vista comportamentale i soggetti tendevano a considerare come meno accettabili dal punto di vista morale i comportamenti ad alto coinvolgimento personale. Analizzando l’attività neurale, gli autori hanno dimostrato che le regioni cerebrali alla base del giudizio morale comprendono la corteccia prefrontale ventromediale, in particolare il giro frontale mediale bilaterale oltre che il giro del cingolo posteriore bilaterale e il giro angolare bilaterale. Studi su pz con lesioni in queste aree hanno dimostrato che questi individui hanno un pensiero morale eccessivamente utilitaristico, mostrando una ridotta sensibilità alle informazioni di tipo emotivo che generalmente influenzano i processi di decisione di tipo etico. Valutazione del pensiero morale: test di pensiero morale per la conoscenza delle regole sociali; si possono usare alcuni esempi di dilemmi morali. RAGIONAMENTO CONTROFATTUALE: un’altra componente cognitiva della capacità di intendere; la capacità di “fare altrimenti” di fronte ad una situazione è influenzata dalla capacità di rappresentarsi mentalmente dei possibili comportamenti o scenari alternativi. Questa abilità consiste nella capacità di rappresentarsi mentalmente gli effetti di scelte comportamentali alternative. La capacità di ragionamento controfattuale influenza la capacità di produrre intenzioni comportamentali e se il soggetto, per cause patologiche, non riesce a produrre una normale quantità di alternative comportamentali, la sua scelta avverrà necessariamente all’interno di un numero ristretto di alternative. Tra le regioni cerebrali coinvolte nella simulazione di alternative comportamentali, vi è la corteccia prefrontale e in particolare la regione orbitofrontale; coinvolta anche nelle funzioni di controllo esecutivo e nell’integrazione fra emozioni e processi durante la pianificazione del comportamento. Studi su pz con queste lesioni hanno dimostrato che hanno una ridotta produzione spontanea di pensieri controfattuali e non sono in grado di anticipare le possibili conseguenze negative delle proprie azioni. Alterazioni di pensiero controfattuale si osservano in una varietà di disturbi psichici; aumento del pensiero controfattuale (ruminazione) è tipicamente osservato nei disturbi d’ansia e nella depressione, mentre una netta riduzione si osserva nella schizofrenia. Valutazione del ragionamento controfattuale: due metodi per la valutazione quantitativa, un metodo diretto consiste nella produzione di affermazioni controfattuali a partire da eventi autobiografici negativi; uno strumento per valutarlo in modo indiretto è il Counterfactual Inference Test che valuta la capacità di utilizzare il ragionamento controfattuale per compiere inferenze attributive. Una valutazione qualitativa potrebbe essere condotta chiedendo al pz di raccontare un evento autobiografico spiacevole e chiedendo al periziando di simulare mentalmente dei comportamenti alternativi.

IMPULSIVITÀ E CAPACITÀ DI VOLERE: la capacità di volere viene interpretata come la capacità di controllo volontario sulle proprie azioni. Il test legale del “poliziotto con la pistola” messo a punto dalla giurisprudenza anglosassone, è stato ideato per verificare l’effettiva capacità di bloccare l’azione. Se l’azione criminale fosse comunque stata commessa anche in presenza del poliziotto con la pistola, significherebbe che l’autore non era in grado di inibire l’azione nemmeno con la presenza di un poliziotto al suo fianco e che era in preda ad un impulso. Esempi di patologie in cui questo aspetto è gravemente compromesso: bullismo, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo borderline di personalità. I ricercatori che studiano i disturbi caratterizzati da alta impulsività come la psicopatia congenita o acquisita, la schizofrenia, disturbo da deficit di attenzione e iperattività o i disturbi di personalità del cluster impulsivo, si avvalgono di compiti di tipo Go-nogo e Stop-signal, test computerizzati utilizzati come marker endofenotipici dell’impulsività. Nei compiti Go-nogo vengono presentate ai soggetti una serie di prove in cui viene loro chiesto di rispondere (per es. schiacciando un tasto) ad alcuni stimoli e di trattenere la risposta di fronte ad altri. Nello Stop-signal il pz deve rispondere quando vede un semaforo verde mentre non deve rispondere quando vede il semaforo rosso; in alcuni casi il semaforo da verde diventa rosso quando la risposta è già iniziata o sta per iniziare, in questo caso il soggetto deve interrompere l’azione che risulta difficile per i soggetti impulsivi. La corteccia frontale inferiore è fondamentale per un’adeguata capacità di sopprimere una risposta motoria già iniziata. Valutazione dell’impulsività: Hayling Test è una prova di completamento di frasi e consente di esaminare la capacità di sopprimere una risposta automatica; paradigma Stop-signal. INFERMITÀ DI MENTE: in assenza di metodi per identificare i markers neurobiologici della malattia psichica era in auge un approccio convenzionalista basato su diagnosi descrittiva. Secondo questo approccio, alcune forme psicopatologiche (es. schizofrenia) avevano le caratteristiche dell’infermità, mentre altre forme (disturbo sociale di personalità) non le avevano. L’ultima sentenza della Cassazione sul tema riconosce anche ai disturbi di personalità, purché gravi, lo status di infermità di mente. Il grave disturbo di personalità ha maggiore ha maggiori probabilità di avere dei correlati microstrutturali evidenziabili alla Voxel-Based Morphometry (VBM), mentre il disturbo di personalità lieve invece non presenta questa caratteristica. Anche altre metodiche, come gli Event-related potentials (ERP) e la fMRI possono essere utili allo scopo. Le patologie neurologiche e psichiatriche che riducono o aboliscono la capacità di intendere e/o di volere sono accomunate dalla loro potenziale idoneità di intaccare l’efficienza dei

processi psichici coinvolti nella scelta e nell’azione. L’approccio delle neuroscienze cognitive enfatizza la relazione tra sintomi psicopatologici e alterata attività cerebrale al fine di arrivare ad una descrizione delle dinamiche cerebrali patologiche sottostanti. Questo approccio, con il concetto di endofenotipo, è utile in ambito forense. La genetica molecolare ha permesso di formulare delle spiegazioni di causazione probabilistica del comportamento patologico tramite l’identificazione di polimorfismi che determinano un’elevata vulnerabilità psichiatrica nel soggetto portatore. La disintegrazione dei meccanismi cerebrali alla base della scelta consapevole, della previsione delle conseguenze di un comportamento, comprensione empatica e controllo dell’impulso (caratterizzano il soggetto capace di intendere e volere) si può osservare in una varietà di patologie (es. schizofrenia). Le patologie neurologiche e psichiatriche che rilevano ai fini dell’imputabilità sono caratterizzate da una disfunzione al lobo frontale e le patologie psichiatriche che sono riconducibili ad alterazioni del lobo frontale sono le candidate alla non imputabilità, anche se non lo implicano automaticamente. Nel caso specifico si pone il problema di accertare il livello residuo di queste funzioni, che avviene sulla base di metodiche clinico-anamnestiche, ma anche dei mirati test neuropsicologici possono contribuire a oggettivare le funzioni psichiche di interesse e le tecniche di neuroimmagine possono essere utili per documentare il correlato anatomico-funzionale cerebrale. Idoneità del minore a rendere testimonianza La capacità di testimoniare implica non soltanto la capacità di autodeterminarsi liberamente e coscientemente, ma anche quella di discernimento critico del contenuto delle domande al fine di adeguarvi coerenti risposte e di valutazione delle domande di carattere suggestivo oltre che della valutazione delle capacità di ricordo in ordine ai fatti specifici oggetto della deposizione, di piena coscienza dell’impegno di riferire con verità e completezza i fatti a sua conoscenza. L’obbligo di accertamento della capacità di intendere e di volere sussiste solo in presenza di una situazione di abnorme mancanza nel testimone di ogni elemento sintomatico della sua assunzione di responsabilità comportamentale in relazione all’ufficio ricoperto. L’articolo 196 c.p.p. “ogni persona ha la capacità di testimoniare”; viene però precisato che per alcuni soggetti, per i quali vi possono essere rischi di difetti nella rappresentazione e nella narrazione dei fatti, sia opportuno effettuare accertamenti di tipo tecnico-peritali. La minore età di un testimone, non incide sulla capacità di testimoniare, che è disciplinata dal principio generale contenuto nell’articolo 196, bensì sulla valutazione della testimonianza e cioè, sulla sua attendibilità. Nel caso del testimone minorenne il giudice può avvalersi della perizia per valutare l’idoneità del minore stesso a rendere testimonianza su fatti oggetto del processo. Poiché è proprio la formulazione del quesito a definire i confini e l’estensione dell’accertamento peritale, è stato correttamente rilevato come i quesiti debbano essere formulati in termini tali da non implicare definizioni o qualifiche giuridiche la cui cognizione deve esser riservata al giudice, la loro formulazione dovrà essere espressa in modo tale che l’esperto fornisca al giudice dati e valutazioni che attengano esclusivamente alla propria disciplinare in base alle relative e autonome categorie concettuali; questo al dine di evitare che l’esperto esprima valutazioni giuridiche di esclusiva pertinenza del giudice. I quesiti fuorvianti e/o inadeguati richiedono al perito di rispondere a quesiti che sono di esclusiva pertinenza del giudice (il fatto/reato) oppure chiedono al perito di pronunciarsi su un fatto che è scientificamente dimostrato non esistere. Una importante sentenza della Cassazione ha offerto precise categorie definitorie della capacità di testimoniare, specificando che con accertamento della capacità a testimoniare deve intendersi l’accertamento delle sua capacità a recepire le informazioni, di ricordarle con altre, di ricordarle ed esprimerle in una visione complessa, da considerare in relazione all’età, alle condizioni emozionali che regolano la sua relazione con il mondo esterno, alla qualità e alla natura dei rapporti familiari. Valutare l’attitudine del soggetto a rendere testimonianza consiste nell’accertare la capacità del minore di percepire, ricordare ed esprimere eventi in generale e informazioni specifiche; bisogna tenere conto nel momento della valutazione, l’età del minore e il contesto in cui è inserito. La competenza a testimoniare riguarda il rapporto tra realtà oggettiva e soggettiva e fa riferimento alla valutazione delle capacità percettive, mnestiche, cognitive e linguistiche e alla corrispondenza tra il livello di funzionamento psichico e l’accuratezza della testimonianza. Alcuni importanti principi: 1. La ripetizione del medesimo ricordo può portare a distorsioni: il testimone, e non solo il minore, quando si trova a ripetere più volte uno stesso ricordo, lo modifica inconsapevolmente aggiungendo ogni volta nuove informazioni e abbandonandone di precedenti; le primissime dichiarazioni spontanee sono quelle maggiormente attendibili proprio perché non inquinate da interventi esterni che possono alterare la memoria dell’evento; 2. Le domande suggestive possono alterare il contenuto del ricordo: quanto sono più piccoli i bambini tanto più sono suggestionabili, sia di fronte alle leading questions sia ad un interrogatorio pressante. Il porre loro domande che contengono la risposta o che danno per scontato elementi di vario genere (soprattutto poste da persona che esercita una certa influenza) possono comportare una modificazione del ricordo stesso, fino all’incorrere nel fenomeno delle cosiddette false memorie; 3. Non esistono indicatori comportamentali e psicologici specifici di abuso sessuale: non esiste una sindrome clinica caratteristica e identificabile legata specificatamente all’abuso sessuale. I disturbi psichici ad esso legati possono corrispondere a un ampio repertorio di risposte comportamentali comune anche ad altre condizioni cliniche. 4. Le dinamiche familiari: c’è la necessità di considerare le dinamiche parentali quando le accuse di abuso sessuale sono rivolte all’interno del nucleo familiare e in particolare in contesti di separazione coniugale. In questi ultimi casi, la dichiarazione del bambino può essere influenzata strumentalmente da uno dei due genitori. Quando le dichiarazioni

accusatorie del minore vengono valutate come non attendibili e non trovati riscontro in una verità storica, questo non significa che il bambino abbia architettato un consapevole mendacio e che abbia ripetuto una trama narrativa calunniosa da altri predisposta. Si palesano alcune possibilità alternative che considerano l’eventualità che le accuse siano sorte a causa di un grave fraintendimento della realtà, e non siano quindi espressione di una deliberata volontà del bambino di accusare falsamente il presunto colpevole. La perizia deve essere considerata uno strumento tecnico finalizzato ad accertare il grado di sviluppo psichico del minore, la sua capacità di comprendere i fatti e rievocarli in modo utile e corretto, senza trascurare l’esame di tutti quegli elementi che possono influire sulla capacità di testimoniare correttamente quali le sue condizioni emozionali, il numero di ripetizioni del ricordo e le modalità di raccolta della narrazione, e anche le dinamiche familiari oltre che i modi con cui il bambino ha percepito e vissuto gli episodi per cui è testimone. Assume grande importanza la valutazione del testimone minore, dal momento che quanto viene riferito dalla presunta parte offesa, diventa l’unico elemento per l’accertamento processuale dei fatti. L’esperto ha la responsabilità di conferire al minore un ruolo determinante per lo svolgimento del processo. Dal punto di vista metodologico, durante le fasi di raccolta e valutazione dei racconti testimoniali, non sempre vengono utilizzate metodologie scientifiche e oggettive. Spesso viene lasciato troppo spazio all’interpretazione e alla soggettività del perito (o consulente). Gli errori che vengono maggiormente compiuti riguardano aspetti metodologici (es. assenza di videoregistrazioni e citazioni bibliografiche) e aspetti formali (non vengono analizzati gli aspetti critici della testimonianza): 1. Utilizzo di test proiettivi: sono usati come strumenti di misura e non come ausilio all’inquadramento psicologico, attenzione all’affidabilità e alla validità, non risultano utilizzabili per la specifica valutazione in tema di abuso sessuale. Possono fornire solo indicazioni relative alla struttura di personalità del minore, assetto relazionale e qualità degli eventuali disturbi psicopatologici. Fonte di errore è lo scarso utilizzo di test oggettivi. 2. Utilizzo improprio degli indicatori di abuso: altro errore riguarda l’individuazione di supposti indicatori specifici di abuso nei minori valutati. Questa procedura induce un errore logico chiamato “fallacia della conversa” consistente nel dedurre l’esistenza della causa (abuso) sulla base dell’esistenza degli effetti. Gli esiti clinici e della trascuratezza sono variabili e incostanti e si manifestano in funzione di fattori di rischio e protettivi presenti nel soggetto e nell’ambiente familiare e sociale, interpretabili alla luce della psicopatologia dello sviluppo. 3. Verificazionismo: lo specialista si crea un’ipotesi di partenza ancora prima di avere tutte le informazioni necessarie e svolge un lavoro mirante a ricavare dalla valutazione tutte le informazioni confermanti la sua tesi e tralasciando quelle che possono confutarla. La logica scientifica invece deve essere falsificazionista; un altro errore riguarda un eccesso di interpretazione. Il professionista non si limita a osservare e descrivere ciò che emerge dalla valutazione per poi trarre delle conclusioni, ma fornisce spiegazioni e interpretazioni non provabili con i veri elementi e comportamenti emersi nel corso della valutazione; 4. Logica circolare: il ragionamento circolare è una forma di fallacia argomentativa, che rientra nella classe della petizione di principio (o petitio principii). Il ragionamento che sta alla base della dimostrazione dà per scontato che sia vera l’affermazione che deve essere dimostrata, dopodiché si basa su di essa per dimostrare il fatto che essa sia vera. Es. si dà per scontato che l’abuso ci sia stato e secondariamente se ne usano i presunti segni per sancire che esso sia davvero avvenuto. A fronte del mancato accertamento della memoria autobiografica, la gran parte delle consulenze si sofferma in modo approfondito su aspetti marginali alla valutazione dell’idoneità, quali le relazioni intrafamiliari. Il perito possiede autonomia decisionale rispetto alla scelta dei messi e dei luoghi per le indagini appropriate, ma è allo stesso tempo chiamato innanzitutto a utilizzare metodologie riconosciute come affidabili dalla comunità scientifica internazionale oltre che all’esplicitazione dei modelli teorici di riferimento e degli strumenti di indagine utilizzati. La giurisprudenza ha indicato come il giudice deve essere messo nelle condizioni di valutare il tasso di scientificità contenuto nell’elaborato peritale, dovendo egli verificare la corretta applicazione dei criteri e delle metodologie quando questi sono considerati assodati, ovvero accertare il tasso di scientificità, nel caso in cui le metodologie non siano consolidate. In tema di prova scientifica, utili suggerimenti provengono dall’esperienza giuridica statunitense, alla quale si richiama anche la giurisprudenza italiana in una recente sentenza della Cassazione: (caso Frye) criterio di base secondo il quale la prova scientifica accettabile deve essere ancorata alla generale accettazione da parte della comunità scientifica di riferimento; (criteri Daubert) controllabilità e falsificabilità della teoria o della tecnica scientifica alla base della prova; la percentuale di errore noto o potenziale e il rispetto degli standard relativi alla tecnica impiegata; il fatto che la teoria o tecnica in questione siano state oggetto di pubblicazioni scientifiche e di controllo da parte di altri esperti – riviste peer-reviewed (eventualità che specifica la generale accettazione critica da parte della comunità scientifica). Il metodo utilizzato in ambito peritale deve caratterizzarsi dalla presenza di alcuni principi di base che ne garantiscano oggettività e scientificità. Tra questi assume particolare rilevanza il principio della ripetibilità, secondo cui percorsi identici portano a risultati sovrapponibili e quindi confrontabili. Altri principi riguardano l’accuratezza e la precisione. Per accuratezza si intende il porre l’attenzione all’uso scrupoloso degli strumenti che la scienza ci offre. Questi strumenti devono essere a valutazione oggettiva e altamente validi e attendibili. Per precisione invece si intende il ricercare solo quello che interessa ai fini dell’indagine. IDONEITÀ A RENDERE TESTIMONIANZA: i metodi non solo dovrebbero essere qualificabili come scientifici ma

anche pertinenti rispetto alle aree psichiche oggetti di indagine peritale. L’idoneità a testimoniare implica non solo il presupposto della libera e cosciente capacità di determinazione del soggetto, ma anche il discernimento critico del contenuto delle domande, al fine di adeguare risposte coerenti, la capacità di valutazione delle domande suggestive, la capacità mnemonica sufficiente in ordine ai fatti specifici oggetto della deposizione, la piena consapevolezza dell’impegno che il soggetto si assume con la testimonianza di riferire con verità e completezza i fatti a sua conoscenza. La giurisprudenza pone innanzitutto l’accento sul fatto che solo le primissime dichiarazioni spontanee sono quelle maggiormente attendibili perché non inquinate da interventi esterni che alterano la memoria dell’evento, e ancora sottolinea l’importanza di analizzare le modalità con le quali il minore è stato interrogato sui fatti, dal momento che queste influiscono grandemente sulla qualità delle informazioni che lo stesso minore fornisce. “La valutazione del contenuto della dichiarazione del minore parte offesa in materia di reati sessuali, deve contenere un esame dell’attitudine psicofisica del test a esporre le vicende in modo utile ed esatto; della sua posizione psicologica rispetto al contesto delle situazioni interne ed esterne. Proficuo è l’uso dell’indagine psicologica che concerne due aspetti fondamentali: l’attitudine del bambino a testimoniare, sotto il profilo intellettivo e affettivo, e la sua credibilità. Il primo consiste nell’accertamento della sua capacità a recepire le informazioni, di raccordarle con altre, di ricordarle ed esprimerle in una visione complessa, da considerare in relazione all’età, alle condizioni emozionali che regolano le sue relazioni con il mondo esterno, alla qualità e natura dei rapporti familiari. Il secondo – da tenere distinti dall’attendibilità della prova che rientra nei compiti esclusivi del giudice – è diretto a esaminare il modo in cui la giovane vittima ha vissuto e rielaborato la vicenda in maniera da selezionare sincerità, travisamento dei fatti e menzogna”. Gli aspetti psicologici che dovrebbero essere oggetto di valutazione sono quelli che sono coinvolti nei criteri giuridici che devono essere soddisfatti affinché si possa parlare di idoneità a rendere testimonianza che, nello specifico, comprendono: - verifica della capacità di ricordare e riferire fatti vissuti in prima persona (memoria autobiografica); - verifica della capacità di espressione (capacità linguistica); - verifica della capacità di comprendere le domande poste dall’esaminatore (comprensione linguistica); - verifica della capacità di identificare differenze minime di significato (conoscenze semantiche); - verifica della capacità di discriminare il vero dal falso e dal verosimile (riconoscimento delle assurdità); - verifica della capacità di resistere alle domande suggestive quando queste sono inavvertitamente poste dall’esaminatore (suggestionabilità); - verifica della capacità di comprendere gli stati mentali altrui (teoria della mente); - verifica dell’identificazione della sorgente (source monitoring). Memoria di eventi autobiografici:. Valutare la presenza di ricordi autobiografici consente al perito di avere una misura della capacità del minore di raccontare episodi vissuti in prima persona. Ciò consente inoltre di confrontare la qualità di una narrazione di episodi neutri e accertati, con quella di episodi oggetto di indagine. Particolare rilevanza assume un fenomeno determinante consistente nell’amnesia infantile. Con questo termine si intende l’incapacità di ricordare eventi autobiografici avvenuti prima di una certa età. Il numero di eventi autobiografici che vengono ricordati è molto ridotto prima dei 4-5 anni, fascia di età in cui si identifica attualmente il confine temporale del fenomeno stesso. La difficoltà a ricordare in epoca successiva degli episodi autobiografici avvenuti all’interno del periodo dell’amnesia infantile è causato dal fatto che il sistema nervoso del minore continua la sua maturazione fino al 14esimo anno di vita. Suddetta immaturità cerebrale può essere causa di un particolare fenomeno mnestico, la confabulazione. Con questo termine si fa riferimento a ciò che si verifica quando un soggetto riempie involontariamente, senza l’intenzione di mentire, i buchi di memoria con vicende che non sono realmente accadute al fine di garantire una certa coerenza ai propri racconti. Capacità linguistiche: elicitare il ricordo comporta non solo verificare la capacità di comprendere il linguaggio, il significato dei vocaboli usati ma anche la struttura sintattica della domanda. I bambini più sono piccoli e più ridotto è il loro grado di comprensione sia quantitativo sia qualitativo delle strutture lessicali e sintattiche. Tra i 4 e i 6 anni la riduzione del livello di comprensione è estremamente significativa. Il minore viene sollecitato dalle domande dell’esaminatore, e possono essere non pienamente comprese dal minore che quindi non andrà a rispondere alla domanda che l’adulto formula, ma a quella che viene da lui decodificata. Le domande possono essere non adeguatamente finalizzate a raccogliere una narrazione attendibile, in quanto formulate in modo inidoneo, ovvero distante dalla capacità di comprensione dal punto di vista sintattico, lessicale e semantico. La progressiva capacità di comprensione e produzione linguistica e la progressiva capacità di recuperare correttamente ricordi autobiografici sono legati alla maturazione delle regioni cerebrali linguistiche dell’emisfero sinistro (fascicolo arcuato etc.). Comprensione delle parole: le parole dette da un adulto possono assumere un significato diverso in un bambino e quindi le parole che l’adulto usa in fase di esame potrebbero non essere comprese dal minore. Fino ad una certa età non comprendono il significato di determinate frasi, sintatticamente costruite in un modo piuttosto che in un altro e mancano della capacità di riconoscere il significato semantico di parole e di concetti. Il pericolo della domanda inidonea o alla parola non compresa riguarda il fatto che il bambino tende ad assecondare l’adulto e a rispondere in ogni caso, anche senza aver capito il senso della domanda; i bambini sono interlocutori collusivi, cioè tendono a confermare quanto detto dall’adulto e a rispondere a prescindere dall’aver capito o meno la domanda. Vulnerabilità alla suggestione: la vulnerabilità alla suggestione aumenta al diminuire dell’età del testimone; nei

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