Riassunto libro Organizzazione Industriale Carlton Perloff, Appunti di Economia Industriale. Università degli Studi G. d'Annunzio Chieti - Pescara
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vicky171727 gennaio 2018

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Riassunto libro Organizzazione Industriale Carlton Perloff, Appunti di Economia Industriale. Università degli Studi G. d'Annunzio Chieti - Pescara

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Riassunto del libro di Organizzazione Industriale , terza edizione, di Dennis Carlton e Jeffrey Perloff
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ORGANIZZAZIONE INDUSTRIALE

CAP. 1 – UNA PANORAMICA DELL’ORGANIZZAZIONE INDUSTRIALE

L’organizzazione industriale è quella disciplina economica che studia la struttura delle imprese e dei mercati e le loro modalità di interazione, secondo un approccio più realistico, in cui si dà un peso più rilevante ai fattori concreti (rispetto ai modelli microeconomici che sono puramente teorici). Lo studio dell’organizzazione industriale cala nella realtà il modello della concorrenza perfetta, considerando fattori quali l’informazione incompleta, i costi delle transazioni, i costi dovuti all’aggiustamento dei prezzi, gli interventi pubblici e le barriere che ostacolano l’entrata di nuove imprese in un mercato.

Stieler (1968) definisce l’economia industriale come quella parte della microeconomia che utilizza modelli teorici dei prezzi basati sul comportamento delle imprese finalizzato alla massimizzazione dei profitti (π) per effettuare studi empirici sui mercati.

Gli obiettivi di questo lavoro sono anzitutto quelli di descrivere: le dinamiche competitive dei mercati, i comportamenti strategici dell’impresa (strategie sui prezzi, su pubblicità, etc.) e le modalità di interazione tra imprese (ad esempio le modalità di interazione tra imprese oligopoliste in un oligopolio).

Modelli Esistono almeno due approcci principali per affrontare lo studio dell’organizzazione industriale:

1. Struttura–Comportamento–Performance: è prevalentemente descrittivo e atto a fornire una visionedi sintesi dell’organizzazione industriale. Secondo questo approccio i risultati economici di un’industria dipendono dal comportamento delle imprese, che a sua volta è funzione della struttura (insieme dei fattori che determinano la concorrenzialità di un mercato, ad esempio la tecnologia e la domanda).

2. Teoria della formazione dei prezzi: si avvale di modelli microeconomici al fine di spiegare il comportamento delle imprese e la struttura del mercato. Questo approccio spiega i fenomeni di mercato attraverso l’analisi degli incentivi economici cui si trovano di fronte i singoli individui e le singole imprese. George J. Stigler (1968), un pioniere di questo approccio analitico, sosteneva che gli studiosi di organizzazione industriale dovessero avvalersi della teoria microeconomica per effettuare studi empirici relativi ai mercati e agli effetti delle politiche pubbliche; attualmente, la maggior parte delle ricerche in tema di organizzazione industriale è rigorosamente basata sulla teoria microeconomica. I 2 motivi di fondo che hanno condotto allo sviluppo di questo nuovo approccio sono la recente disponibilità di dati empirici più precisi e dettagliati e l’affinamento della teoria della formazione dei prezzi. Nel corso degli ultimi anni, in particolare, 3 sviluppi teorici nell’ambito della microeconomia hanno raccolto significativi consensi:

Analisi dei costi di transazione: con l’espressione costi di transazione si indicano le spese che devono essere sostenute per effettuare uno scambio. Questo approccio parte dalle differenze esistenti in tali costi per spiegare le differenze di struttura, comportamento e risultati economici nelle diverse industrie. Oltre 60 anni fa, Ronald H. Coase (1937) affermò che l'impresa e il mercato rappresentano due mezzi diversi per organizzare l'attività economica. Coase sottolineò che il ricorso al mercato implica determinati costi, i quali, a loro volta, consentono di determinare la struttura del mercato. Per esempio, se per un'impresa i costi di transazione relativi all'acquisto di materie prime e semilavorati sono relativamente bassi, tale impresa tenderà a fornirsi da terzi piuttosto che a produrre essa stessa i materiali di cui necessita. Oliver Williamson (1975), uno dei principali fautori dell'approccio basato sui costi di transazione, sostiene che alla base di questo tipo di analisi vi sono 4 principi:

1. Mercati e imprese rappresentano due mezzi diversi per portare a termine una serie dì transazioni tra loro correlate. Per esempio, un'impresa può comprare sul mercato un determinato prodotto o servizio di cui ha necessità, oppure produrlo da sé; 2. La comparazione tra il costo relativo del ricorso al mercato rispetto all'uso delle risorse interne dell'impresa determina tendenzialmente il tipo di scelta. 3. I costi di transazione relativi alla stesura e alla garanzia dell'osservanza di contratti complessi nell'ambito di un mercato dipendono: dai soggetti responsabili delle decisioni inerenti la transazione e dalle caratteristiche oggettive di quel mercato. 4. L'insieme dei fattori umani e ambientali influenza i costi delle transazioni sia all'interno delle singole imprese, sia nei mercati. Questo approccio mira all'individuazione dei fattori ambientali e umani che spiegano sia l'organizzazione interna delle imprese, sia quella dei mercati. Più precisamente, i fattori ambientali chiave sono:

• l’incertezza; • il numero di imprese operanti nel mercato.

Mentre i fattori umani chiave sono: • la razionalità limitata (per razionalità limitata si intende la limitata capacità umana di prevedere o risolvere problemi complessi).; • il comportamento opportunistico (imprese sfruttano la situazione).

Se vi è un alto grado di incertezza oppure se il mercato è caratterizzato da poche imprese operanti che si comportano in maniera opportunistica (ossia sfruttano la situazione), il ricorso al mercato comporta elevati costi di transazione e le imprese saranno più propense alla produzione interna rispetto alla dipendenza dal mercato. Se si è presenza di un ridotto grado di incertezza, di un elevato numero di imprese (che garantisce condizioni di concorrenza) e di una scarsa possibilità di comportamenti opportunistici, la scelta di affidarsi al mercato risulterà più probabile.

Teoria dei giochi: (von Neumann e Morgenstera, 1944), si avvale di modelli formali per analizzare i fenomeni di conflitto e di cooperazione tra imprese e individui. Nell'ambito di questo approccio, la concorrenza tra imprese è considerata come un gioco di strategie, ovvero come l'interazione tra diversi piani di azione formulati dalle singole imprese (per esempio la strategia di un'impresa può determinare il suo livello di produzione, il prezzo praticato ai clienti e il livello degli investimenti pubblicitari). Nell'ambito di questo gioco, le imprese competono per realizzare profitti. La teoria dei giochi spiega i criteri in base ai quali le imprese decidono le proprie strategie e le modalità secondo cui tali strategie, interagendo, determinano i profitti di ciascuna impresa. La teoria dei giochi si presta ad analizzare situazioni che coinvolgono un numero relativamente limitato di imprese.

Mercati contendibili: mercati nei quali si può entrare facilmente e rapidamente quando i prezzi superano i costi medi e dai quali si può uscire con altrettanta rapidità quando i prezzi scendono ai di sotto dei costi medi. Nel caso di un numero limitato di imprese con facilità di entrata e uscita, il mercato è contendibile e può presentare le stesse caratteristiche di un mercato concorrenziale, in cui il prezzo è uguale al costo marginale e l'analisi del comportamento strategico non è rilevante (esistono pochi esempi di questo mercato). Se invece il numero di imprese operanti in un mercato è limitato e sia l'entrata sia l'uscita risultano difficoltose, il mercato non è contendibile e il comportamento strategico studiato dai fautori della teoria dei giochi ha un'importanza considerevole.

CAP. 2 – IMPRESA E COSTI L'impresa è un'organizzazione produttiva che trasforma gli input (fattori di produzione) in output (prodotti venduti sul mercato a un determinato prezzo). Il profitto dell'impresa (π) è dato dalla differenza tra i ricavi derivanti dalla vendita dei beni prodotti e i costi relativi all'acquisto delle risorse utilizzate per la produzione e la vendita.

L’impresa e i suoi obiettivi

L’obiettivo della maggior parte delle imprese è quello di fare profitti. L’ipotesi sottostante alla grande maggioranza dei modelli economici è che l’obiettivo primario dei dirigenti di un’impresa consista nella massimizzazione dei profitti dell’impresa stessa. A tal fine, i dirigenti devono far sì che l’impresa venda la quantità ottima (q*) di prodotto e realizzi l’efficienza produttiva; ciò significa che, partendo dall’impiego di una certa quantità di fattori di produzione, si ottenga la massima produzione possibile avvalendosi della tecnologia a disposizione in quel momento. Può tuttavia accadere che l'obiettivo primario dei dirigenti non consista nella massimizzazione del profitto (es. i dirigenti preferiscono lavorare in un'impresa di grandi dimensioni, a causa del prestigio ed i benefici economici che ne derivano, potrebbero tendere alla massimizzazione delle vendite e non dei profitti; oppure spendere denaro dell’impresa per uffici lussuosi, jet aziendali, etc…, riducendo la profittabilità dell’impresa). Esistono tuttavia diversi fattori che riducono l’incentivo dei dirigenti di un’impresa a tenere comportamenti non in linea con la massimizzazione del profitto. Nel caso in cui un'impresa viene gestita in modo inefficiente e non profittevole, essa corre il rischio di essere soppiantata da altre imprese concorrenti, con conseguenze negative anche per i suoi dirigenti. Si possono motivare i dirigenti a operare nell'ottica della massimizzazione del profitto, ad esempio dandogli la proprietà di azioni dell'impresa per cui lavorano o altre forme di compensi legati ai risultati aziendali.

Proprietà e controllo

La proprietà di un’impresa e il controllo sulle attività da essa svolte possono assumere forme diverse. Forme proprietarie.Negli Stati Uniti, le 3 forme legali più comuni per un'impresa sono: l’impresa individuale, la società di persone e la società per azioni. In Italia esistono le ditte individuali, le società di persone e le società di capitali. Separazione tra proprietà e controllo. Il rapido e significativo aumento dell'importanza delle spa suscitò, attorno agli anni 30 del secolo scorso, un acceso dibattito circa l'efficienza di tale forma organizzativa. Elemento scatenante del dibattito fu, almeno in parte, la pubblicazione nel 1932 del libro di Berle e Means “The Modern Corporation and Private Property” in cui gli autori sostenevano che il modello organizzativo della società per azioni è causa della separazione tra proprietà e controllo. Ciò significa che (a differenza di quanto accade nelle società di persone, dirette dagli effettivi proprietari) i proprietari di una spa, cioè gli azionisti, solitamente non coincidono con i dirigenti, i quali sono invece dipendenti della società stessa. In caso di separazione della proprietà dal controllo, può accadere che i dirigenti abbiano obiettivi alternativi rispetto a quello della massimizzazione del profitto aziendale: per esempio; la massimizzazione delle proprie remunerazioni, un ritmo di lavoro tranquillo, o anche degli uffici lussuosi. In numerose spa, non vi è alcun azionista che controlli in prima persona l’operato dei dirigenti. Gli azionisti, infatti, per minimizzare i conflitti di obiettivi derivanti dalla separazione tra proprietà e controllo, di solito eleggono un CDA, le cui funzioni primarie sono la tutela degli interessi degli azionisti e il controllo dell’efficiente gestione dell’azienda. Questo sistema di controllo sul Consiglio di Amministrazione e sui dirigenti può tuttavia non offrire la garanzia di un comportamento finalizzato alla massimizzazione del profitto aziendale. Per questo motivo, secondo Berle e Means è impossibile prevedere il comportamento di una spa avvalendosi della tradizionale analisi economica fondata sul principio della massimizzazione del profitto.

Oltre al conflitto tra azionisti e dirigenti, analizzato da Berle e Means, potrebbe nascere un secondo tipo di conflitto, tra obbligazionisti e azionisti. Poiché gli obbligazionisti sono coscienti della divergenza esistente tra i propri interessi e quelli degli azionisti, essi insistono spesso per la stipulazione di patti obbligazionari, che comportano una serie di restrizioni sulle decisioni della società in materia di progetti di investimento e ulteriori finanziamenti. Una possibile interpretazione dell’opera di Berle e Means è che essi concentrano la propria attenzione sul problema del controllo e sui conflitti di interessi connessi all’espansione delle imprese. Non vi è nulla di intrinsecamente inefficiente nel sostenere dei costi, finché questi sono controbilanciati da benefici adeguati. Il fatto che le imprese debbano sostenere dei costi di controllo, non significa che esse siano inefficienti; tali costi possono essere compensati dai benefici derivanti dalle grandi dimensioni dell’impresa e dalla capacità di procurarsi finanziamenti a basso prezzo.

Dimensioni dell’impresa. Un’impresa può espandersi perché desidera produrre una quantità maggioredi output o perché sceglie sia di produrre gli input sia di vendere l’output. Ricorso al mercato e produzione interna all’impresa sono 2 modi alternativi per procurarsi beni e servizi; ovviamente, nel caso di elevati costi di interazione e contrattazione con altre imprese, prevarrà la tendenza a svolgere all’interno le varie attività che compongono il processo produttivo. Un fattore che limita il processo di espansione della produzione all’interno dell’impresa è il costo che deve essere sostenuto per controllare costantemente che i dirigenti e gli altri dipendenti operino in maniera efficiente e redditizia. La dimensione ottima di un’impresa dipende essenzialmente dal compromesso tra queste 2 esigenze.

Fusioni e acquisizioni

Un’impresa può espandersi mediante l’investimento, come per esempio la costruzione di nuovi stabilimenti, oppure mediante fusioni o acquisizioni, operazioni che consentono di combinare i capitali e le attività di 2 o più imprese esistenti per creare una nuova impresa. Esistono 3 tipi di fusioni:

1. Fusioni verticali, in cui un’impresa si unisce con un suo fornitore; 2. Fusione orizzontale, in cui vi è l’unione di 2 imprese concorrenti nello stesso

settore;

3. Fusioni conglomerali, in cui l’operazione riguarda imprese operanti in settori diversi e noncorrelati.

Motivazioni sottostanti le fusioni e acquisizioni

Esistono varie spiegazioni per il fenomeno delle fusioni e acquisizioni. La ragione principale di un’acquisizione di un’impresa è generalmente l’aumento atteso della profittabilità, ma non tutte le fusioni conducono necessariamente a tale risultato; inoltre, alcune fusioni possono aumentare la profittabilità delle imprese coinvolte, ma nuocere nel contempo alla società riducendo il grado di efficienza economica complessiva. (In altre parole, le imprese, fondendosi, assumono una posizione sempre più vicina alla forma di mercao del monopolio che genera un aumento del prezzo e una riduzione del benessere complessivo della collettività (ossia il surplus del consumatore). Fusioni che aumentano il livello di efficienza. Le acquisizioni e le fusioni che aumentano il livello di efficienza economica sono altamente desiderabili per la società. Esisono svariati motivi per cui l’acquisizione di un impresa esistente può promuovere l’efficienza, come per esempio:

• L’aumento della dimensione ottimale: l’accorpamento di 2 imprese può portare a una riduzione delle ridondanze e allo sfruttamento dei vantaggi derivanti

dall’aumento delle dimensioni. Per esempio, le 2 imprese potrebbero tagliare i costi di gestione, affidando a un unico gruppo di dirigenti la gestione di entrambe.

• La creazione di sinergie: imprese che svolgono attività diverse ma “complementari” possono ricavare dei vantaggi dalla fusione grazie alle conseguenti economie di scopo. Lo svolgimento di 2 diverse attività da parte di una stessa impresa può risultare infatti più economico rispetto al loro svolgimento effettuato separatamente da 2 imprese specializzate (a causa della condivisione di risorse).

• Il miglioramento del management: l’acquisizione di un’impresa mal gestita e l’inserimento di un management migliore è fonte di profitto. Gli investitori, individuate le imprese gestite in modo inefficiente, le acquisiscono a basso prezzo, vi apportano dei miglioramenti, e quindi le rivendono o distribuiscono dividendi più consistenti agli azionisti.

Fusioni che riducono il livello di efficienza. Alcune operazioni di fusione possono causare una riduzione sia dei livelli di efficienza sia di profittabilità. In questo paragrafo, comunque, ci soffermeremo sui casi in cui i nuovi proprietari di un’impresa traggono profitto dall’acquisizione, nonostante essa porti a una riduzione del livello di efficienza della produzione o ad altre perdite in termini di efficienza.

Ragioni fiscali: può accadere che alcune imprese decidano di realizzare una fusione che sicuramente non porterà ad alcun aumento del livello di efficienza, ma solo per ragioni di natura fiscale.

Sfruttamento: le imprese possono essere acquisite al fine di ottenere dei guadagni immediati, pur con la prospettiva di perdite future.

Potere di mercato e influenza politica: se un numero sufficiente di imprese operanti nella stessa industria si fondessero, l’impresa risultante dovrebbe fare fronte a una minore concorrenza, acquisendo un maggiore potere di mercato, che corrisponde alla capacità di un’impresa di stabilire un prezzo superiore al livello concorrenziale (viene prodotta una quantità inferiore di beni a prezzi più elevati per i consumatori). Negli Stati Uniti e in Italia le leggi antitrust proibiscono le fusioni che potrebbero condurre a una riduzione della concorrenza e ad un aumento dei prezzi. Anche quando le imprese coinvolte nella fusione non operano nella stessa industria, e dunque non sussiste la possibilità di una riduzione della concorrenza, la loro unione potrebbe tuttavia dare vita a una realtà politicamente significativa, in grado di influenzare la legislazione a proprio vantaggio e, di conseguenza, a scapito del resto della società.

Evidenza empirica sull’efficienza e la profittabilità delle fusioni

La questione circa gli effetti economici (positivi o negativi) della recente ondata di fusioni e acquisizioni è stata al centro di un intenso dibattito. Ovviamente le acquisizioni e le fusioni che promuovono l’efficienza produttiva sono quanto mai desiderabili. Esistono tuttavia molte preoccupazioni circa il fatto che numerose fusioni e acquisizioni consistano unicamente in un cambiamento di proprietà atto a produrre guadagni di breve termine per un piccolo gruppo di speculatori, niente affatto interessati al buon andamento dell’impresa nel lungo periodo. Altre perplessità riguardano la possibilità di ottenere un maggior potere di mercato tramite simili operazioni, con la conseguenza di un danno per i consumatori a causa dell’aumento dei prezzi che ne deriva.

Profitti per l’impresa acquisita. Secondo alcuni studi, gli azionisti di un’impresa acquisita ricevono inmedia una somma dal 16% al 25% superiore al prezzo di mercato delle azioni vigente prima dell’operazione di acquisizione. L’incremento del prezzo delle azioni di un’impresa acquisita avviene per lo più nel momento immediatamente precedente al pubblico annuncio della transazione.

Effetti degli ostacoli alle acquisizioni. Le tattiche adottate dal management al fine di impedire le acquisizioni, da un lato riducono la probabilità di riuscita dell’acquisizione, dall’altro aumentano il prezzo dell’acquisizione, quando questa ha luogo. In caso di fallimento di un tentativo di acquisizione, l’aumento del prezzo delle sue azioni, verificatosi in seguito all’elevata offerta del potenziale acquirente, è completamente annullato e il prezzo si assesta sui livelli precedenti l’inizio dell’operazione.

Profitti per l’impresa acquirente. Gli azionisti di un’impresa acquisitrice non hanno profitti sostanzialmente superiori alla media in seguito all’esito positivo di un’acquisizione.

Effetti della società nel suo complesso. Riassumendo, l’evidenza relativa al mercato azionario avalla la tesi secondo cui le fusioni contribuiscono all’aumento dell’efficienza e alla creazione di valore. Gli azionisti delle imprese coinvolte in questo tipo di operazioni sono i maggiori beneficiari di tale aumento di valore. Siccome la legislazione e le tattiche difensive adottate dal management hanno reso più difficile ottenere il controllo di un’impresa, si sono verificati un aumento dei profitti delle imprese acquisite e una riduzione di quelli delle imprese acquisitrici. Inoltre, pare che non vi siano aumenti né nella concentrazione, né nel potere di mercato, fenomeni che andrebbero a discapito dei consumatori. Infine, non vi è alcuna riduzione delle attività di ricerca e sviluppo (R&S).

Concetti di costo

Un’impresa, se gestita in modo efficiente, è in grado di produrre al minore costo possibile. Qualunque impresa ha bisogno di conoscere i propri costi di produzione al fine di prendere decisioni sensate. Esistono vari metodi di misurazione dei costi, e ciascun concetto di costo risulta essere più adeguato all’analisi di alcuni problemi piuttosto che di altri.

Tipi di costo

Si definisce costo fisso (F) una spesa che non varia al variare del livello di produzione. La parte di costo fisso che non può essere recuperata è detta appunto costo non recuperabile(sunk cost). I costi, inclusi quelli fissi, che non si devono pagare in caso di interruzione di un’attività sono definiti costi evitabili. Si dicono invece costi variabili (VC) quei costi che variano al variare del livello di produzione (q). Per questo motivo,normalmente sono indicati con VC (q), cioè come funzione della quantità prodotta. I costi totali sono dati dalla somma di tutti i costi fissi e variabili, per cui C = F + VC. Il costo marginale (MC) è l’incremento di costo risultante dalla produzione di un’unità addizionale di output. Il costo marginale si trova facendo la derivata prima del costo totale rispetto a q, ossia MC = dTC(q)/dq.

Siccome i costi fissi non variano all’aumentare del livello di produzione, l’incremento del costo totale relativo all’aumento della produzione è pari al corrispondente incremento del costo variabile, ossia MC = MVC. Generalmente si differenziano 3 tipi di costi medi: -il costo totalemedio (AC), equivale al rapporto tra costo totale e quantità prodotta: AC = C(q)/q; -il costo variabile medio (AVC), equivale al rapporto tra costo variabile e quantità prodotta: AVC = VC(q)/q; -il costo fisso medio (AFC) equivale al rapporto tra costo fisso e quantità prodotta: AFC = F/q. Essendo AC la somma di AVC e AFC, questi ultimi non possono superare AC: AC(q)= C(q)/q= VC(q)/q + F/q=VC(q)/q + F/q= AVC(q) + AFC(q)

Benché il costo marginale non dipenda dai costi fissi mentre il costo medio dipende dai costi fissi, non è necessariamente vero che, per qualunque livello di produzione, il costo marginale (MC) sia inferiore al costo medio (AC). Il motivo per cui il costo marginale può essere superiore al costo medio è che esso si riferisce alle variazioni di costo, e non ai livelli assoluti. Facciamo un esempio:

Supponiamo di entrare in un supermercato per comprare della frutta. Abbiamo con noi una borsa che riempiamo di mele, naturalmente di diverso peso. Il peso totale delle mele contenute nella borsa e il relativo peso medio unitario saranno di facile determinazione. Immaginiamo ora di mettere nella borsa una mela molto piccola. Il peso di questa mela rappresenta l'incremento nel peso totale delle mele contenute nella borsa (peso marginale); in questo caso il peso della piccola mela è inferiore rispetto al peso medio delle altre mele scelte, per cui il peso medio diminuisce. Immaginiamo, al contrario, di aggiungere una mela piuttosto grossa; in questo caso, il peso marginale è superiore, al peso medio delle mele contenute nella borsa, per cui il peso medio aumenta. Come sì può osservare, il peso marginale dipende esclusivamente dal peso dell’ultima mela aggiunta; al contrario, il peso medio (dopo l'aggiunta dell'ultima mela) è in gran parte determinato dal peso delle mele già inserite nella borsa. Così come il peso marginale nell'esempio appena considerato, il costo marginale può essere sia superiore che inferiore al costo medio.

Il costo variabile medio equivale al rapporto tra costo variabile e produzione, così come il costo totale medio è pari al rapporto tra costo totale e produzione. Il costo totale medio (AC) è sempre superiore al costo variabile medio (AVC), mentre il costo marginale (MC) può essere inferiore, uguale o superiore al costo totale medio (AC) o al costo variabile medio (AVC).

Tra MC, AVC e AC esiste una relazione di tipo geometrico, visualizzata nella Figura di fianco. La curva MC interseca la curva AVC e la curva AC nel loro punto di minimo. La Figura most ra anche come, all’aumentare della produzione, il costo fisso medio (AFC) tenda a zero e AVC e AC si avvicinino.

Generalmente i costi totali dipendono dalla quantità di output prodotta e dai prezzi dei fattori di produzione (per esempio i salari dei lavoratori e il prezzo delle materie prime). La figura mostra l’andamento di una tipica curva di costo medio (AC) di “breve periodo”, in relazione alla quantità prodotta: prima o poi il costo medio aumenta

all’aumentare della produzione. Questo avviene perché, continuando ad aumentare il livello produttivo in un dato stabilimento, la produzione diventa più costosa. Curve di questo tipo si ottengono nell’ipotesi che i fattori di produzione siano costanti; se tali prezzi dovessero aumentare, l’intera curva si sposterebbe verso l’alto. Tuttavia, non necessariamente la curva subirebbe una traslazione perfettamente ortogonale rispetto all’asse delle ascisse, in quanto anche la quantità di output prodotta al costo minimo potrebbe variare. Si può quindi affermare che la dimensione dell’impresa cui corrisponde la produzione a costi medi minimi dipende dai costi dei salari della manodopera e dai costi di tutti gli altri fattori di produzione.

Una curva di costo riassume in sé un’enorme quantità di informazioni. Conoscere la funzione di costo di un’impresa equivale a conoscere la sua tecnologia. La tecnologia di produzione di un’impresa indica la massima quantità di output producibile a partire da un determinato insieme di fattori di produzione.

Elementi diversi dal livello di produzione. I costi di produzione di un’impresa non dipendonoesclusivamente dalla quantità prodotta (q), ma anche dalla relativa velocità di produzione: produrre molto velocemente comporta solitamente costi più elevati.

Bisogna inoltre considerare l’influenza esercitata dalla variazione del ritmo di produzione nel tempo. Nell’ipotesi di forti oscillazioni della domanda risulta più conveniente l’utilizzo di impianti dotati di elevata elasticità, in grado di adattarsi meglio alla variazione della domanda. Dunque, per un’impresa potrebbe risultare conveniente sostenere dei costi al fine di rendere il proprio impianto facilmente adattabile a livelli di produzione diversi.

Nel caso di un’attività di carattere stagionale, quale, per esempio, la produzione di biglietti natalizi, il costo effettivo non si riferisce alla produzione della quantità di output relativa a un periodo circoscritto, quanto piuttosto alla produzione delle diverse quantità richieste nell’intero corso dell’anno. Se l’output fluttua tra 25 e 100 unità al mese, allora un impianto con una curva

simile a AC1 è più efficiente (cioè avere un costo totale inferiore) rispetto a un altro con una curva simile a AC2, nonostante il punto di minimo della curva AC2 sia più basso rispetto a quello della curva AC1.

Breve periodo e lungo periodo. Per breve periodo si intende un lasso di tempo così breve da non consentire una variazione a costo zero di alcuni tra i fattori di produzione impiegati. Per lungo periodo si intende un lasso temporale sufficientemente esteso da consentire una variazione di tutti i fattori di produzione a costo zero. Per esempio, alla fine dell’anno il commercialista che ha affittato un ufficio con contratto annuale è libero sia di rinnovare il contratto di locazione che di affittare un ufficio diverso; durante l'anno, invece, il contratto può essere sciolto solo pagando una penale, e comporta quindi dei costi non recuperabili. In questo esempio specifico, il breve periodo corrisponde a meno di un anno, mentre il lungo periodo corrisponde a 1 anno e oltre. Un altro esempio si riferisce al macchinario esistente, la cui re-installazione implica un costo piuttosto elevato. Se le macchine durano un anno, alla fine del quale si rende necessaria la sostituzione, il numero di macchine installate può considerarsi predeterminato nel breve periodo, corrispondente a un anno, ma non nel lungo periodo. - Più in generale, il breve periodo può essere definito come il lasso di tempo durante il quale il numero di macchine e lo spazio fisico (impianto) sono predeterminati e non possono essere modificati se non a un costo estremamente elevato, che non risulterebbe in alcun caso conveniente. Nel lungo periodo, essa può

decidere di ridistribuire opportunamente il proprio capitale, acquistando nuovi macchinari, eliminando quelli obsoleti, e anche traslocando le attività in un nuovo stabilimento studiato in modo tale da consentire la produzione di qualsiasi quantità di output al costo minimo. Tra breve e lungo periodo non esiste una linea di demarcazione netta. In realtà, esiste piuttosto un continuum di periodi, dove l’aggiustamento è tanto più agevole quanto maggiore è la durata del periodo considerato. L’impresa deve quindi sostenere costi di aggiustamento tanto più elevati, quanto più rapido è l’aggiustamento della propria capacità produttiva.

Il costo medio di lungo periodo risulta sempre uguale o inferiore al costo medio di breve periodo. Questo perché mentre nel lungo periodo la configurazione di un’impresa può essere variata (è possibile cioè variare anche i costi fissi) senza alcun tipo di restrizione, nel breve

periodo la rosa delle scelte possibili è invece piuttosto limitata.

Tale relazione tra costi di lungo e breve periodo implica che la curva di costo medio di lungo periodo sia costituita dall’inviluppo delle curve di breve periodo; questo significa che la curva di costo medio di lungo periodo (LRAC) è costituita dall’insieme delle sezioni delle curve di costo medio di breve periodo (SRAC) che, per una determinata quantità di output prodotto, consentono di produrre al costo più basso. Dalla figura si evince che nel BP l’impresa può utilizzare soltanto un impianto di dimensioni fisse; infatti come si può osservare, esistono 3 curve SRAC possibili, cioè AC1, AC2 e AC3. Inoltre si può notare che LRAC non sempre coincide con il punto di minimo delle curve di costo medio di breve che la compongono: nella figura in questione, la soluzione più conveniente per produrre 100 unità è di utilizzare l’impianto 2, benché a tale quantità di output non corrisponda il costo medio minimo dell’impianto 2, ma piuttosto dell’impianto 3.

Costo opportunità. Il costo opportunitàdi un’azione equivale al valore della miglior alternativa diutilizzo delle risorse impiegate per quella determinata azione. Per esempio: Se un’impresa assume 3 lavoratori pagando un salario orario pari a 10, il costo orario totale della manodopera sarà pari a 30; in questo caso specifico, il costo opportunità coincide con il costo monetario effettivamente sostenuto. Altro esempio: supponiamo ora che 1 dei 3 lavoratori sia il titolare dell'impresa, che non percepisce alcun salario. Anche in questo caso un economista sosterrebbe che il costo opportunità orario dei 3 lavoratori è pari a 30 (e non a 20), ovvero che la manodopera utilizzata dall'impresa in questione vale 30, poiché un’altra impresa le attribuirebbe tale valore.

I costi opportunità indicano la convenienza o meno a proseguire una determinata attività. Se tutti i costi sono stimati in base al costo opportunità, è sufficiente che il profitto sia nullo per far si che valga la pena continuare l’attività svolta. Il costo opportunità stima tutte le risorse utilizzate a un prezzo che corrisponde alla massima valutazione possibile all’esterno. Se i ricavi riescono appena a coprire i costi, allora tutte le risorse (per esempio il tempo del proprietario oppure l’edificio di proprietà dell’impresa) sono correntemente utilizzate in modo efficiente e non varrebbero di più qualora venissero utilizzate altrove. Dato che il costo opportunità assegna alle singole risorse il valore che queste avrebbero se fossero utilizzate nel modo alternativo più redditizio, possiamo dire

che il costo opportunità attribuisce un profitto normale (il più elevato possibile ottenibile da un uso alternativo della risorsa) a tutte le risorsedell’impresa. (In altre parole il profitto normale costituisce la remunerazione derivante dall’attività dell’imprenditore appena sufficiente a coprire il costo opportunità dell’imprenditore. In formula: ricavi = costi di produzione + costi opportunità).

Economie di scala

Quando un’impresa aumenta il proprio livello di produzione, i costi medi possono mantenersi costanti, aumentare o diminuire. Se i costi medi diminuiscono all’aumentare dell’output si dice che l’impresa gode di economie di scala (rendimenti di scala crescenti). Se invece i costi medi non variano al variare dell’output, l’impresa ha rendimenti di scala costanti. Se, infine, i costi medi aumentano all’aumentare dell’output, l’impresa presenta diseconomie di scala (rendimenti di scala decrescenti). Nel caso in cui un'impresa goda di economie di scala per qualsiasi livello di output, risulterà efficiente che quell'impresa produca l'intero output relativo all'industria.

Cause delle economie di scala Esistono vari motivi che inducono a prevedere una riduzione dei costi medi di un’impresa, almeno inizialmente, in corrispondenza dell’aumento del suo livello di output. Uno di questi è senz’altro il fatto che i costi fissi di organizzazione non variano al variare del livello di output. Per esempio, una casa editrice generalmente sostiene dei costi elevati per la pubblicazione di un libro: costi di redazione, composizione, impaginazione e preparazione delle lastre per la stampa; se si stampano 100 libri invece di 50, i costi di produzione non raddoppiano, in quanto i 50 libri in più comportano costi aggiuntivi ridotti. Esiste un secondo motivo per cui i costi tendono a diminuire all’aumentare del livello di output. All’aumentare della produzione, un'impresa può utilizzare il personale per mansioni più specializzate. Per esempio, se un commercialista ha un'attività limitata, potrà occuparsi in prima persona sia di fusioni, sia di fallimenti. Se lo studio si ingrandisce, un commercialista potrà specializzarsi sulle fusioni e un altro potrà occuparsi esclusivamente dei fallimenti, sviluppando ciascuno la propria competenza in un campo specifico. Se lo sviluppo di competenze specifiche comporta dei costi per la formazione, ne risulterà che solo le imprese in cui si richiede una frequente ripetizione della stessa mansione avranno convenienza a formare i singoli dipendenti per mansioni specializzate.

I costi totali determinano l’esistenza di economie di scala Se un'impresa gode in generale di economie di scala o meno dipende dal livello di incidenza delle singole funzioni (produzione, marketing, R e S, etc..) sul totale dei costi. Un tipico processo produttivo, almeno fino a un certo livello di output, è caratterizzato da economie di scala, ma al crescere della produzione altre funzioni aziendali, quali l'amministrazione, il controllo e il marketing, possono controbilanciare tali economie di scala; la risultante di queste 2 tendenze porta alla determinazione di una dimensione ottimale per l'impresa. Esempio: supponiamo che un'impresa produca latte pastorizzato e lo spedisca ai negozi di alimentari. A un numero più limitato di stabilimenti corrisponderà una lunghezza media del tragitto da coprire per la consegna del latte maggiore, con costi di spedizione inevitabilmente più elevati. Quindi, nonostante le sostanziali economie di scala di produzione, non è efficiente disporre di un unico impianto, se i costi di trasporto sono molto elevati. La curva del costo totale medio da prendere in considerazione è la risultante del costo di produzione del latte più il costo di consegna ai clienti.

Analizziamo la figura: • ACP rappresenta la curva dei costi medi di produzione, che inizialmente decresce, indicando economie di scala nella produzione. • ACT rappresenta la curva dei costi medi di trasporto delle materie prime all'impianto di produzione e del latte ai clienti. In seguito alla produzione di elevate quantità di latte in un singolo stabilimento, le distanze da coprire con le spedizioni saranno piuttosto elevate, causando un inevitabile aumento dei costi di trasporto. • AC è la risultante delle due curve di costo, cioè la curva da prendere come riferimento per determinare il livello di attività. Dal grafico si evince che a parità di condizioni, la dimensione ottimale dello stabilimento diminuisce all'aumentare dell'incidenza dei costi di trasporto. Nei settori caratterizzati da elevati costi di trasporto è infatti piuttosto comune una struttura produttiva costituita da più stabilimenti di piccole dimensioni. La decisione relativa alla localizzazione di uno stabilimento è determinata in gran parte dalla comparazione tra i costi relativi al trasporto delle materie prime allo stabilimento e i costi relativi alla consegna del prodotto finito ai clienti. Più alti saranno i costi di trasporto delle materie prime, più lo stabilimento sorgerà nelle vicinanze della loro fonte. Al contrario, nel caso in cui le materie prime abbiano luoghi di provenienza diversi o siano immediatamente disponibili in diverse zone, le differenze nei costi di trasporto per l’approvvigionamento di materie prime possono essere insignificanti, cosicché gli stabilimenti tendono a essere ubicati vicino ai consumatori. È il caso del cemento, che è piuttosto costoso da trasportare, mentre la materia prima, da cui è principalmente ricavato, cioè il calcare, è molto diffusa. Questa situazione determina un’ubicazione dei cementifici vicino ai consumatori. La decisione relativa al numero ottimale di stabilimenti che un’impresa dovrebbe avere, dipende quindi sia dai costi di trasporto delle materie prime e dei prodotti finiti, sia dalle economie di scala relative alla produzione. Quanto maggiore è l’importanza delle economie di scala nella produzione, tanto più elevata è la probabilità che il processo produttivo sia concentrato in un numero limitato di impianti; più elevati

sono i costi di trasporto (e più i consumatori sono sparsi sul territorio), più è probabile che la produzione si effettui in vari stabilimenti, secondo un modello decentralizzato.

Misurazione delle economie di scala

Si hanno delle economie di scala quando i costi medi diminuiscono all’aumentare del livello di produzione. Fintantoché il costo marginale (MC) è inferiore al costo medio (AC) siamo in presenza di economie di scala; quando, al contrario, il costo marginale è superiore al costo medio, abbiamo delle diseconomie di scala. Questo tipo di relazione suggerisce che una naturale unità di misura delle economie di scala è data dal rapporto esistente tra costo medio e costo marginale. Dunque allorché s = AC/MC, si avranno economie di scala pers > 1, rendimenti di scala costanti pers = 1e diseconomiedi scala per s < 1.

Studi empirici sulle curve di costo

Spesso gli economisti cercano di stimare empiricamente le curve di costo e le economie di scala delle imprese. Siccome le economie di scala si riferiscono alle riduzioni di costo medio risultanti da un aumento dell’output, in ogni studio a esse relativo è essenziale verificare che l’output costituisca effettivamente l’unica variabile che determina delle differenze di costo tra diverse imprese (o in una singola impresa nel tempo).

Alcuni studi cercano di verificare l’ipotesi secondo cui le economie di scala sono tipiche di alcune funzioni specifiche, quali l’acquisto di attrezzature o i costi di esercizio. Altri studi affrontano invece la questione più ampia dell’esistenza di economie di scala nell’insieme delle attività di un’impresa o di un gruppo di imprese.

Economie di scala relative ai costi totali di produzione

Alcune imprese hanno curve di costi medi di lungo periodo a forma di U. In corrispondenza del punto più basso della curva, l’output q*, la curva dei costi medi è piatta. Da studi empirici sulle imprese manifatturiere emerge tuttavia che spesso le curve dei costi medi assumono una forma a L: all’aumentare dell’output la curva

dei costi medi tende verso il basso dapprima in modo repentino, poi più lentamente e alla fine diventa piatta. Questo significa che per bassi livelli di produzione esistono

notevoli economie di scala, mentre per livelli di produzione elevati tali economie tendono a

esaurirsi e i costi medi si mantengono pressoché costanti.

Nel caso delle curve dei costi medi a forma di L, siamo in grado di determinare il livello più basso di produzione (q*) in modo tale che la curva dei costi medi di lungo periodo si mantiene sostanzialmente piatta. Così facendo si determina la scala efficiente minima (SEM) di uno stabilimento. La determinazione della scala efficiente minima di uno stabilimento, specialmente in relazione alla totalità di un mercato, è utile per valutare il numero di imprese che potrebbero operare in quel mercato. Un altro utile criterio di valutazione dell’importanza delle economie di scala è costituito dall’ammontare dei costi aggiuntivi cui deve far fronte uno stabilimento che non raggiunga la scala efficiente minima. Nel caso in cui i costi aggiuntivi risultino contenuti, le economie di scala hanno un’importanza poco rilevante.

Studi sulla sopravvivenza di un’impresa in un’industria

Un altro approccio alla valutazione delle economie di scala è stato sviluppato da Stiegler (1968) a partire dalla semplice quanto efficace osservazione secondo cui, se una particolare dimensione di stabilimento è efficiente, con il trascorrere del tempo tutte le imprese operanti nell’industria tenderanno ad avvicinarsi a quella dimensione. Di conseguenza, qualsiasi dimensione di stabilimento o di impresa che sopravvive nel tempo è efficiente. Lo studio basato sulla sopravvivenza delle imprese individua la singola dimensione efficiente solo nel caso in cui tutte le imprese operanti in un’industria sostengano costi simili (cioè tipologie di costi simili) e producano beni simili. Se, invece, le imprese sostengono costi diversi o producono beni differenti, la loro scala ottima varierà, e tale tipo di studio potrà individuare solo la gamma delle dimensioni efficienti delle imprese. In altre parole, le economie di scala indicano la relazione esistente tra dimensione dei costi medi e aumento dell’output quando tutte le altre condizioni si mantengono costanti. Nel caso in cui questi fattori variano da impresa a impresa, tale metodo non consentirà l’individuazione dell’unica dimensione efficiente, quanto piuttosto di una gamma di possibili dimensioni efficienti.

Concetti di costo relativi a imprese multi prodotto

La maggior parte delle imprese non offre un unico prodotto, ma una gamma di prodotti diversi, tra loro collegati. Un’impresa che produce molti beni diversi è denominata impresa multiprodotto.

In generale, tale circostanza non influenza sostanzialmente i risultati analitici presentati nel testo. È tuttavia importante ricordare che l’analisi in termini di imprese multiprodotto è senz’altro più realistica e che, in alcuni casi, l’omissione di tale caratteristica potrebbe condurre a risultati o a provvedimenti di regolamentazione inadeguati.

Adattamento dei tradizionali concetti di costo a un’impresa multi prodotto

Se un’impresa produce due o più prodotti, è impossibile determinare il costo medio o il costo marginale, poiché non esiste un’unica misura riferita all’output. Si possono tuttavia definire i concetti di costo in maniera simile a quelli relativi all’impresa prodotto singolo.

Per esempio, se l’impresa fabbrica q1 unità del Prodotto 1 e q2 unità del Prodotto 2, il costo marginale relativo alla produzione del Prodotto 1 corrisponde al costo aggiuntivo sostenuto dall’impresa per passare da una quantità di output q1 a una quantità q1 + 1, mantenendo costante l’output q2 del Prodotto 2. Dunque il costo marginale relativo al Prodotto 1 non dipende esclusivamente dal livello di output del Prodotto 1, ma anche da q2. In modo analogo si calcola anche il costo marginale relativo al Prodotto 2.

Il calcolo dei costi medi risulta però meno semplice. Le difficoltà nascono nel tentativo di stabilire se il costo totale sia da dividere per la quantità di output q1 del Prodotto 1 o per la quantità q2 del Prodotto 2; una terza possibilità sarebbe quella di dividere il costo totale per la somma dei due output q1 + q2. Non esiste una sola risposta esatta a tale quesito; piuttosto, sono state proposte varie definizioni di costo.

Esistono alcuni concetti di costo proprie delle imprese multiprodotto. Tra questi, il più importante è il concetto di economie di scopo.

Economie di scopo

Si ha quando la produzione congiunta di 2 prodotti risulta più conveniente rispetto alla produzione separata di ciascuno dei 2. In formula: TC (X1, X2) < TC (X1) + TC (X2). Quest’ultima viene anche chiamata “funzione di sub-additività”. Dunque, è economicamente più conveniente far produrre 2 o più beni da una stessa impresa piuttosto che da 2 o più imprese. Per esempio, del manzo si utilizzano sia la carne che il pellame; nonostante sia possibile, in teoria, allevare alcuni manzi per il pellame e altri per la carne, con la tecnologia attuale questo sarebbe inefficiente. Ovvero: X = (X1, X2) ->funzione di produzione multi prodotto. C = C (X1, X2) -> funzione di costo complessiva Se: C (X1, X2) < C (X1, 0) + C (0, X2) -> Economie di scopo (Funzione di costo sub additiva)

Le economie di scopo sono determinate da una serie di fattori, tra i quali è assai rilevante l’impiego difattori di produzione comuni. L’informazionerappresenta senz’altro uno dei fattori produttivi piùimportanti per la produzione e la vendita di prodotti correlati, in quanto le informazioni relative ad un prodotto interesseranno con tutta probabilità anche un secondo prodotto connesso al primo, e ciò consente di evitare una dispendiosa duplicazione di informazioni. Un ultimo esempio di utilizzo di un input comune si verifica nel caso di determinati servizi che richiedono la presenza fisica di una persona. Per esempio, un idraulico generalmente è in grado di risolvere problemi diversi, che vanno dalla riparazione di un tubo di scarico alla sistemazione di un rubinetto che perde.

Economie di scala ed economie di scopo Un’impresa multiprodotto può destinare ciascuno dei propri stabilimenti alla fabbricazione di un singolo prodotto, ottenendo così economie di scala nell’attività di produzione, pur fabbricando un’intera linea di prodotti. Lo svantaggio derivante da tale specializzazione consiste nella possibilità di un aumento dei costi di trasporto conseguente al fatto che i singoli prodotti devono essere spediti più lontano.

Riepilogando

CAP. 3 – LA CONCORRENZA La concorrenza perfetta

Anche se nel mondo reale la concorrenza perfetta si verifica raramente, essa viene studiata perché rappresenta un ideale riferimento con cui paragonare i vari mercati.

Gli effetti benefici per la collettività di un’economia perfettamente concorrenziale spiegano il motivo per cui gli economisti sono in genere attratti dalla concorrenza

perfetta; tuttavia il fatto che un mercato diverga da quello descritto nel modello della concorrenza perfetta non significa necessariamente che non si possono ridurre le relative perdite di benessere.

Presupposti La concorrenza perfetta è una situazione di mercato in cui tutte le imprese realizzano un output omogeneo perfettamente divisibile; i produttori e i consumatori dispongono di informazioni complete, non incorrono in costi per transazioni e non influiscono individualmente sui prezzi; inoltre non esistono esternalità. I principali presupposti della concorrenza perfetta sono i seguenti:

• Bene omogeneo: tutte le imprese vendono un prodotto identico; i consumatori considerano uguali e quindi indistinguibili i prodotti delle varie imprese.

• Perfetta razionalità degli operatori economici: questi massimizzano sempre la loro funzione di utilità.

• Informazione perfetta: i venditori e gli acquirenti dispongono di tutti i dati rilevanti sul mercato, compresi il prezzo e la qualità del prodotto. Di conseguenza la quantità di output richiesto o offerto varia continuamente al variare del prezzo. Questo presupposto di carattere tecnico consente di evitare i problemi causati da grosse e singole variazioni della domanda o dell’offerta dovute a piccole oscillazioni dei prezzi.

• Assenza di costi di transazione: né gli acquirenti né i venditori devono sostenere costi o tasse per far parte del mercato.

• Le imprese non fissano il prezzo (sono price taker): i venditori e gli acquirenti non riescono a influenzare individualmente il prezzo al quale il prodotto può essere comprato o venduto perché il prezzo è determinato dal mercato, perciò tutti gli acquirenti e i venditori lo considerano come un dato.

• Assenza di esternalità: ogni impresa sostiene i costi totali del processo produttivo, vale a dire che non ci sono esternalità, ossia costi che un’impresa impone a un’altra senza pagare alcuna compensazione.

L’inquinamento prodotto da un’impresa, per esempio, è un’esternalità se l’impresa non paga i costi che il suo inquinamento produce alle altre imprese o ai consumatori.

• Assenza di barriere: entrate e uscite dal mercato sono libere.

Di norma i mercati concorrenziali sono composti da un gran numero di venditori e acquirenti. Se ci sono molte imprese simili, nessuna può imporre un prezzo superiore a quello di mercato senza perdere tutti i clienti, e perciò considera il prezzo di vendita come una variabile che non può controllare. Analogamente, i consumatori non riescono a trovare un’impresa disposta a vendere al di sotto del prezzo di mercato, e anche loro pertanto lo considerano come una variabile non controllabile. Inoltre, anche se in un mercato le imprese fossero relativamente poche, nessuna potrebbe aumentare il proprio prezzo oltre quello di mercato senza perdere tutti i clienti; infatti un’impresa che riuscisse a entrare rapidamente nell’industria e vendere a prezzi inferiori si assicurerebbe tutto il mercato. Dunque, poiché supponiamo che le imprese e i consumatori non fissano il prezzo, non è necessario ipotizzare la presenza di un gran numero di imprese e che vi sia libertà di entrata e uscita.

Di norma i mercati concorrenziali sono composti da molte imprese e consumatori, ma alcuni settori industriali presentano tutte le caratteristiche della concorrenza perfetta, anche se in essi sono attive poche imprese. (Ne consegue che il prezzo è una variabile che imprese e consumatori non possono controllare; ciò spiega perché venditori e consumatori vengono definiti price taker.

Alcuni settori industriali però anche se costituiti da poche imprese, presentano ugualmente tutte le caratteristiche della concorrenza perfetta.)

Un richiamo alla microeconomia

L’impresa ha lo scopo di fare profitto. Il profitto è dato dalla differenza tra ricavi totali e costi totali (π = TR –TC), e si ottiene solo quando TR > TC. L’impresa però ha soprattutto lo scopo di massimizzare i profitti. Dal grafico può vedersi come il massimo profitto si raggiunge nel punto, non solo in cui TR > TC, ma precisamente nel punto in cui la loro distanza è massima. Matematicamente, il punto di massimo di una qualsiasi funzione si ottiene quando la sua derivata prima è uguale a zero. Dunque, il massimo profitto dell’impresa si ha quando la derivata prima della curva di profitto è uguale a zero. Se π = TR – TC, allora dπ = dTR – dTC. La derivata prima del profitto rappresentata dai profitti marginali (Mπ). La derivata prima dei ricavi totali è rappresentata dai ricavi marginali (MR), ma dato che in concorrenza perfetta il prezzo è costante, allora i ricavi marginali sono pari al prezzo, ossia MR = P. La derivata prima dei costi totali rappresentata dai costi marginali (MC). Per cui, se π = TR – TC, allora Mπ = P – MC. Abbiamo però detto che il massimo profitto si ha quando Mπ = 0, ossia quando PMC = 0, cioè quando P = MC. Questa è la cosiddetta condizione di Primo ordine.

Come può agevolmente vedersi dal grafico però, sono 2 i punti in cui i costi marginali si incontrano con il prezzo. Qual è dunque il punto di massimo profitto tra i 2? A ragion di logica il punto in corrispondenza di q1* non può certamente essere considerato quello di massimo profitto poiché le quantità prodotte fino a q1* hanno dato luogo solamente a delle perdite. Infatti prima di quel punto MC > P e ciò vuol dire che fino ad allora l’impresa ha subito solamente delle perdite. Se invece decide di

incrementare la quantità prodotta oltre q1*, essa inizia a conseguire dei profitti poiché da quel punto in avanti P > MC. L’area compresa tra P e MC rappresentano dunque i profitti dell’impresa, che raggiungono il loro livello massimo in corrispondenza del secondo punto di intersezione tra P e MC. Se l’impresa continuasse a produrre oltre q2*, essa inizierebbe a conseguire nuovamente delle perdite. Per queste ragioni, il punto di massimo profitto è rappresentato dall’intersezione tra il “ramo crescente” della curva di costi marginali e la retta del prezzo. Questa è la condizione di Secondo ordine.

Comportamento di una singola impresa Esaminiamo anzitutto il comportamento tipico di un’impresa che opera in concorrenza perfetta supponendo che nel breve periodo presenti le curve di costo rappresentate in figura e il prezzo di mercato sia P0. Quanto dovrebbe produrre l’impresa? Dovrebbe produrre oppure no?

Massimizzazione dei profitti L’obiettivo di qualsiasi impresa è quello di massimizzare i profitti (o di minimizzare le perdite). I profitti dell’impresa concorrenziale sono dati da: π = pq – C(q), dove p è il prezzo, q è la quantità prodotta e C(q) il costo totale di produzione. Dato che le imprese sono price takers, la singola impresa può vendere qualsiasi quantità di prodotto al prezzo p, poiché essa rappresenta una parte troppo esigua del mercato per influenzare il prezzo. Ciò significa che al prezzo p l’impresa avrà una curva di domanda orizzontale. All’impresa conviene aumentare l’output fino a quando il ricavo marginale, ossia il prezzo, è uguale al costo marginale sostenuto per produrre l’unità stessa (p = MC). Se l’impresa producesse una quantità superiore a q0, il prezzo sarebbe inferiore al costo marginale (p0 < MC) e l’impresa potrebbe aumentare i profitti riducendo l’output. Al contrario, se producesse meno di q0, il prezzo sarebbe superiore dei costi marginali (P > MC), e l’impresa potrebbe accrescere i propri profitti incrementando l’output. Al livello di produzione q0, il prezzo è uguale ai costi marginali e i profitti risultano massimizzati. I profitti sono indicati dall’area ombreggiata nella figura. Se il prezzo sale oltre p0, l’impresa ricava maggiori profitti al livello di output corrente, ma ne ottiene ancora di più accrescendo la produzione fino a quando p=MC. Se il prezzo scende al di sotto di p0, l’impresa ricava profitti inferiori al livello di q0, ma subisce una riduzione inferiore se diminuisce l’output finché p=MC. Perciò all’incremento del prezzo, l’impresa sale lungo la curva del costo marginale e i profitti aumentano; invece, man mano che il prezzo scende, l’impresa scende lungo la curva del costo marginale per minimizzare la riduzione dei profitti. Aumenti e diminuzioni dei profitti indicano dunque a un’impresa rispettivamente se incrementare o ridurre l’output.

Decisione di chiusura Un’impresa produce solo se farlo è più proficuo che non produrre, cioè solo se i ricavi derivanti dalla produzione superano i costi evitabili, cioè i costi in cui l’impresa non incorre se cessa la produzione. Per semplicità supponiamo che tutti i costi fissi siano irrecuperabili. In questo caso i costi evitabili coincidono con quelli variabili, perciò la regola per stabilire se rimanere in attività o meno è la seguente:

l’impresa dovrebbe produrre e vendere al prezzo p solo se quest’ultimo è = o > al costo variabile medio (AVC). Nel BP il costo medio minimo (il punto di minimo della curva AC), AC*, è maggiore del punto di minimo della curva AVC, AVC*, perché i costi medi sono dati dai costi variabili medi + i costi fissi medi. Un’impresa trova quindi più proficuo produrre che chiudere se il prezzo è inferiore al costo medio minimo, p<AC*, ma superiore a quello variabile medio minimo, p>AVC*. È più proficuo produrre e ottenere dei ricavi in più rispetto al costo variabile che chiudere e non avere ricavi (che possano contribuire a compensare i costi fissi). Ciò significa che, una volta considerati tutti i costi, l’impresa sceglie di produrre anche in perdita. Se tutti i costi sono irrecuperabili un’impresa è attiva se p è > o = a AVC*, ma non se p < AVC*. Il prezzo al quale un’impresa cessa di produrre costituisce il punto di chiusura, rappresentato da ps. Ciò significa che, se il prezzo supera AVC*, l’impresa opera lungo la curva MC, e quindi la curva di offerta dell’impresa riflette la quantità che un’impresa è disposta a fornire in corrispondenza di ogni livello di prezzo. La curva di offerta è quindi la parte della curva MC che sta sopra AVC* o punto di chiusura. Se un’impresa subisce perdite nel BP (il periodo in cui i costi sono irrecuperabili), dovrebbe continuare l’attività e rimanere in perdita anche in futuro? NO, nel LP l’impresa non reinvestirà, cioè non aumenterà i suoi costi irrecuperabili. Le perdite di BP sono indice che l’impresa non dovrebbe investire ulteriormente per sostituire impianti e attrezzature. Nel LP un’impresa razionale chiude se si aspetta di registrare sempre perdite in ogni periodo, preferisce quindi cessare la produzione invece di investire in nuovi impianti o manutenzione e perdere ancora di più. Quando un’impresa è in perdita nel BP, i suoi ricavi sono inferiori al costo-opportunità di BP delle sue risorse. Poiché il costo-opportunità comprende un profitto normale, può darsi che un’impresa in perdita non spenda più denaro di quanto ne incassi, ma ricavi semplicemente meno di quanto avrebbe potuto guadagnare se avesse investito in altre attività i costi irrecuperabili. Se i costi fissi non sono irrecuperabili, la decisione di chiusura dipende dal fatto che i ricavi superino o meno i costi evitabili. Il prezzo al quale si verifica la chiusura è superiore al costo variabile medio e si avvicina tanto più al costo medio quanto maggiore è la proporzione di costi fissi che risultano essere evitabili. Al limite, quando non esistono costi irrecuperabili, il punto di chiusura coincide con il punto di minimo sulla curva AC, perciò, se non ha costi irrecuperabili, un’impresa chiude prima di subire perdite.

Mercato concorrenziale Dato il comportamento di singole imprese concorrenziali si può derivare la curva di offerta del mercato (industria). L’intersezione tra la curva di domanda e di offerta del mercato determina l’equilibrio concorrenziale.

La curva di offerta dell’industria nel BP Supponiamo che nel BP vi siano n imprese identiche i cui costi fissi siano irrecuperabili nel BP. La curva di offerta dell’industria nel breve periodo (S) è la somma orizzontale delle curve di offerta di ciascuna impresa, ossia la curva MC al di sopra del punto minimo della curva AVC. Il tratto orizzontale della curva di offerta riflette il fatto che l’output è pari a 0 se il prezzo è < al punto di chiusura e a un prezzo leggermente > a quello di chiusura tutte le imprese producono. L’intersezione della curva di domanda con la curva di offerta dell’industria nel BP determina il prezzo di equilibrio (P0) e la quantità di equilibrio (q0). La quantità di output che le imprese vogliono fornire al prezzo di equilibrio è esattamente pari alla quantità che i consumatori richiedono a quel prezzo. Non ci sono né acquirenti né venditori insoddisfatti, poiché a tutti gli acquirenti e a tutti i venditori viene applicato lo stesso prezzo. Nell’equilibrio di BP presentato nella figura, l’impresa rappresentativa consegue un extraprofitto, e questo dà ad altre aziende l’incentivo a entrare. L’entrata non può tuttavia avvenire nel BP in quanto le imprese non possono costruire nuovi impianti in brevi lassi di tempo.

L’equilibrio di LP Nel LP le imprese possono adeguare il loro livello di capitale in modo tale da poter entrare nel mercato. I profitti o le perdite di BP inducono le imprese a entrare nel mercato o a uscirne fino a quando il prezzo raggiunge il costo medio minimo di LP, AC* nel LP. Nella figura 3.2, le imprese ottengono un profitto positivo al prezzo di equilibrio di BP p0 , determinato dall’intersezione della curva di domanda e della curva originaria di offerta del mercato nel BP. Nel LP, questi profitti inducono le imprese ad entrare nel mercato. Se il numero delle imprese che possono produrre allo stesso costo è molto grande, la curva dell’offerta di LP è orizzontale al punto minimo della curva di costo medio, AC*, come indica la figura 3.3. L’equilibrio nel LP è determinato dall’intersezione della curva di domanda e della curva di offerta dell’industria nel LP. Il mercato si trova in una situazione di nuovo equilibrio di BP e di LP in quanto la curva di domanda D interseca sia la curva di offerta di LP sia la nuova curva di offerta di BP che identifica il numero di imprese in equilibrio n*, in corrispondenza del prezzo di equilibrio p*=AC*, e della quantità di equilibrio Q*=n*q*. In questo equilibrio di LP le imprese ottengono profitti pari a 0. In modo analogo, le perdite nel BP inducono le imprese ad abbandonare il mercato e a ridurre l’output fino a quando il prezzo aumenta nuovamente fino a consentire profitti normali (pari a 0). Nell’equilibrio di LP le imprese ottengono profitti = 0, quanto basta semplicemente a indurle a rimanere nel mercato.

La forma della curva di offerta nel LP Un gran numero di imprese potrebbero entrare nel mercato e produrre agli stessi costi marginali e medi delle imprese esistenti. Di conseguenza, la curva di offerta nel LP sarebbe piatta in corrispondenza di AC*, il costo medio minimo di produzione. Tuttavia, la curva di offerta nel LP non deve essere necessariamente piatta. Se un’espansione dell’output dovesse far aumentare i prezzi di alcuni fattori di produzione chiave, facendo dunque accrescere i costi medi, la curva di offerta nel LP si sposterà verso l’alto, assumendo una pendenza crescente, poiché la sua altezza è determinata dai punti di costo medio minimo, AC*. Ogni qualvolta alcuni fattori di produzione hanno un’offerta fissa, i loro prezzi tendono a salire all’aumento dell’output. Invece, se esistono economie di scala, all’incremento dell’output i prezzi dei fattori possono scendere. In quest’ultimo caso la curva di offerta nel LP potrebbe avere pendenza negativa. Un altro motivo per il quale la curva di offerta nel lungo periodo può avere pendenza positiva è che solo poche imprese possono produrre a costi bassi, e quindi al crescere dell’output dell’industria devono entrare nel mercato imprese meno efficienti.

Supponiamo che vi siano n1 imprese efficienti a basso costo con curva di costo marginale MC e dei costi medi AC1 come indicato nella figura 3.4. Il punto di minimo su AC1 è AC*1 e si ottiene se l’impresa produce q1 unità di output. Per livelli di output fino Q1 = n1q1, queste imprese a basso costo possono produrre al costo medio minimo AC*1, perciò a curva di offerta di LP è piatta fino a Q1. Se viene richiesto meno di Q1, alcune di queste n1 imprese usciranno dal mercato. Se la domanda del mercato è leggermente superiore a Q1, il costo medio di produzione deve aumentare. La curva di offerta del mercato è la somma orizzontale delle curve di offerta delle n1 imprese; le curve di costo marginale di queste ultime si trovano sopra AC*1, perciò data l’assenza di imprese a basso costo, la curva di offerta del settore sale dopo Q1. Supponiamo ora che vi siano altre n2 imprese che possono realizzare questo prodotto con la stessa curva di costo marginale delle prime n1 imprese, ma con una curva dei costi medi AC2, con un costo medio minimo superiore, AC*2(>AC*1), Ciò significa che queste imprese hanno costi fissi maggiori delle imprese più efficienti. Se la quantità richiesta è leggermente superiore a Q*=n1q2, il prezzo è AC*2 e qualche impresa con costi elevati entra nel mercato. Gli aumenti della domanda oltre questo punto vengono soddisfatti da altre imprese con costi elevati che entrano nel mercato e producono q2 a un costo medio di AC*2.

Quando la quantità domandata non può più essere soddisfatta dall’entrata di nuove imprese con costi elevati, la curva di offerta nel LP sale nuovamente, dato che essa rappresenta la somma delle curve del costo marginale di tutte le imprese dell’industria. Questo equivale a dire che la curva di offerta nel LP sale per output superiori a Q2 = Q*+n2q2 = q2(n1+n2). Se la quantità domandata supera n1q1, ma è inferiore a Q* (se, cioè, il secondo gruppo di imprese non è entrato nel mercato), le imprese con bassi costi possono realizzare profitti elevati. Ciò significa che esse ricavano una rendita. Se la quantità richiesta è superiore a Q2, entrambi i tipi di impresa ottengono rendite.

Elasticità e curva di domanda residuale Per analizzare sia le industrie concorrenziali sia quelle non concorrenziali si farà ripetutamente ricorso a 2 concetti connessi tra loro: 1) L’elasticità della domanda o dell’offerta rispetto al prezzo: aiuta a comprendere come un mercato reagisce a variazioni della domanda o dell’offerta; 2) La curva di domanda residuale (cioè la curva di domanda di una singola impresa): consente di capire il comportamento di tale impresa. L’analisi seguente spiega come l’elasticità della curva di domanda residuale sia connessa al presupposto per cui un’impresa concorrenziale non può influire sul prezzo.

Elasticità della domanda e dell’offerta Se si verifica uno spostamento della curva di domanda o della curva di offerta avremo una modifica dell’equilibrio concorrenziale. L’ampiezza di questa modifica dipende dalla “forma” della curva di domanda o di offerta. Se, per esempio, la curva di domanda è orizzontale, il prezzo concorrenziale rimane invariato, anche dopo uno spostamento della curva di offerta. Un concetto utilizzato per caratterizzare la forma della curva di domanda o di offerta è l’elasticità della domanda o dell’offerta rispetto al prezzo. L’elasticità della domanda è la variazione percentuale della quantità domandata a fronte di una piccola variazione del prezzo. Essendo il rapporto tra 2 variazioni %, l’elasticità non è influenzata da variazioni di unità di misura del prezzo o della quantità (è un numero puro). Se ad esempio il prezzo viene misurato in centesimi anziché in dollari, l’elasticità è la stessa anche se cambia la pendenza della curva di domanda. Analogamente, l’elasticità dell’offerta è la variazione percentuale della quantità offerta a fronte di una piccola variazione del prezzo. L’elasticità della domanda è sempre un numero negativo, mentre quella dell’offerta di solito è positiva.

Possiamo poi fare la distinzione tra: -Curva di domanda elastica (E > 1): se un aumento del prezzo dell’1% porta a una riduzione della quantità domandata superiore all’1% (determinando così una diminuzione dell’importo totale pagato nel mercato). Ciò significa che una curva di domanda elastica ha un “valore assoluto” dell’elasticità superiore a 1. -Curva di domanda con elasticità unitaria (E = 1): quando una variazione del prezzo dell’1% determina una variazione della quantità domandata dell’1%, e l’importo totale pagato (i ricavi totali) rimane costante. -Curva di domanda anelastica (E < 1): un aumento del prezzo dell’1% provoca una diminuzione della quantità domandata inferiore all’1% e l’importo totale pagato aumenta.

In generale l’elasticità della domanda e dell’offerta dipendono da molti fattori economici, come il livello di output, la disponibilità di prodotti sostituibili (dal lato della domanda) e la facilità con la quale i fornitori possono modificare la produzione (dal lato dell’offerta). All’aumentare del numero di prodotti sostituibili, per esempio, i

consumatori trovano più facile sostituire un prodotto se il prezzo aumenta, il che rende la relativa curva dii domanda più elastica. Analogamente, più flessibile è il processo produttivo di un’impresa, più è probabile che l’impresa stessa possa aumentare notevolmente la produzione in risposta a un incremento del prezzo, il che tende a potenziare l’elasticità dell’offerta.

La curva di domanda residuale delle imprese price takers Esistono 3 modi equivalenti per indicare l’incapacità delle imprese di influire sul prezzo: 1. Un’impresa concorrenziale assume il prezzo come un dato; 2. Al prezzo di mercato la curva di domanda di un’impresa concorrenziale ha pendenza orizzontale; 3. L’elasticità della domanda di un’impresa concorrenziale tende a infinito.

Un’impresa prende il prezzo come un dato se si trova di fronte a una curva di domanda orizzontale, perché quest’ultima ha un’elasticità infinita rispetto al prezzo. In queste condizioni, se l’impresa aumenta il prezzo anche leggermente, perde tutte le vendite; specularmente, se diminuisce l’output non può far salire il prezzo. Un’ impresa con curva di domanda con pendenza negativa, invece, può far aumentare il prezzo riducendo l’output. Se il numero di imprese presenti in un mercato è elevato, la curva di domanda individuale per ciascuna di esse è quasi orizzontale (l’elasticità della domanda è infinita) anche se la curva di domanda del mercato ha pendenza negativa con bassa elasticità, poiché l’elevata presenza di imprese rende sempre più il prezzo non influenzabile, e dunque una costante. A dire la verità, non è però necessario, per la maggior parte dei mercati, che ci siano molte imprese in un’industria perché́ l’elasticità della domanda individuale di una particolare impresa sia elevata. Per dimostrare questo risultato è necessario determinare la curva di domanda cui si trova di fronte una particolare impresa: la curva di domandaresiduale. Questa è data dalla differenza tra la domanda del mercato D(p) e l’offerta delle altre imprese So (p). In formule: Dr(p) = D(p) – So(p). Graficamente, la curva di domanda residuale è data dalla differenza orizzontale tra la quantità richiesta dal mercato e l’offerta di tutte le altre imprese. Se So(p) è maggiore di D(p), Dr(p) è zero.

La figura mostra la curva di domanda del mercato e l’offerta di tutte le imprese tranne 1. Nella figura la curva di domanda residuale di una particolare impresa, corrisponde alla differenza orizzontale tra la quantità richiesta dal mercato a un dato prezzo meno l’offerta di tutte le altre imprese a quel prezzo. Per esempio, a un prezzo di 5, la domanda del mercato è 10.050 unità e l’offerta delle altre imprese è 9.950 unità. La domanda del mercato supera l’offerta di 100 unità, per cui, al prezzo di 5, la domanda residuale è pari a 100 unità a quel prezzo. Al prezzo di 6 l’offerta delle altre imprese è pari alla domanda del mercato e la domanda residuale dell’impresa è zero. Se il prezzo dovesse aumentare ulteriormente, altre imprese sarebbero disposte a fornire ancor più di quanto è richiesto, perciò a qualsiasi prezzo maggiore o uguale a 6 l’impresa rappresentata nella parte (a) non vende alcuna unità di prodotto. Nella figura la curva di domanda residuale dell’impresa è molto più piatta di quella della domanda del mercato, rappresentata nella figura (b). Analogamente, l’elasticità della domanda della singola impresa è molto maggiore di quella del mercato. Se vi sono n imprese identiche in un’industria, l’elasticità della domanda di qualsiasi singola impresa i è data dalla differenza tra l’elasticità della domanda del mercato e l’elasticità dell’offerta delle altre imprese: ����=����−��0(��−��). Dove �� è l’elasticità della domanda del mercato (un numero negativo), ��0 è l’elasticità dell’offerta delle altre imprese (un numero positivo) e (n-1) è il numero delle altre imprese. Per una data elasticità del mercato, all’aumentare del numero di imprese presenti nello stesso mercato, l’elasticità delle singole imprese i ���� , cresce in valore assoluto (cioè diventa più negativa). Analogamente, maggiore è l’elasticità dell’offerta delle altre imprese, ��0, più grande sarà in valore assoluto (più negativa) l’elasticità della domanda dell’impresa i. L’elasticità della domanda della singola impresa varia al variare del numero delle imprese e delle elasticità del mercato, partendo dall’ipotesi che l’offerta delle altre imprese sia completamente anelastica (��0 = 0).

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