Storia Costituzionale degli Italiani - L'italietta - Prof. Volpe, Esami di Storia Del Diritto Italiano. Università di Pisa
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Storia Costituzionale degli Italiani - L'italietta - Prof. Volpe, Esami di Storia Del Diritto Italiano. Università di Pisa

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Sintesi delle lezioni di Storia Costituzionale. Gli appunti servono per superare l'esame scritto, quindi solamente la PRIMA parte del libro, fino a capitolo "VI Il governo" compreso (fino a pag 183 del libro, che è compo...
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RIASSUNTI Esame di Storia Costituzionale _2_

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 1

Esame di Storia Costituzionale

L’italietta Prof. Volpe

Riassunti

Parte I-La questione territoriale

Capitolo 1-La formazione del regno d’Italia

1. Le annessioni degli Sati preunitari del Nord e del Centro.

Alla vigilia della II guerra d’indipendenza (aprile 1859) il territorio italiano comprendeva sette Stati

monarchici e la Repubblica di San Marino.

Gli stati monarchici erano:

-il Regno di Sardegna, con capitale Torino sotto la dinastia Savoia-Carignano

-il Regno Lombardo-veneto, con capitale Milano sotto la sovranità dell’Imperatore d’Austria della dinastia

Asburgo-Lorena

-il Ducato di Parma e Piacenza sotto la dinastia Borboni-Parma

-gli Stati Estensi (Modena, Reggio Emilia, Massa, Carrara, la Lunigiana) sotto gli Asburgo Este

-il Granducato di Toscana, con capitale Firenze sotto la dinastia Asburgo-Lorena

-lo Stato della Chiesa, con capitale Roma

-il Regno delle Due Sicilie, con capitale Napoli sotto la dinastia Borbone- Sicilia

Il Trentino e la Venezia Giulia facevano parte dell’impero Asburgico.

Dall’aprile del 1859 al marzo 1861 sorge il Regno d’Italia. Questo biennio può essere suddiviso in 3 fasi.

La prima inizia con l’insurrezione e la costituzione di governi provvisori negli stati preunitari del centro-

nord, e si conclude con i plebisciti e le annessioni. Scoppi la II guerra d’indipendenza che vede l’alleanza

franco-sarda contro l’Austria.

A Firenze al rifiuto di Leopoldo II di abdicare in favore del figlio Ferdinando e di aderire all’alleanza franco-

sarda si costituisce un governo provvisorio civile che chiede a Vittorio Emanuele II di assumere la dittatura

della Toscana per tutta la durata della guerra. Questo governo provvisorio consegna i pieni poteri al

Commissario regio straordinario del Piemonte, Conte Carlo Boncompagni. Infine si dota di una assemblea

elettiva (il corpo elettorale è costituito dal 5% della popolazione). La grande maggioranza degli eletti sono

liberali moderati.

Governi provvisori civili vengo costituiti anche negli Stati Estensi, nel Ducato di Parma e Piacenza e in gran

parte delle legazioni pontificie (Bologna, Marche e Umbria). I governi offrono la dittatura a Vittorio

Emanuele II che vi insedia dei luogotenenti. Anche a Parma, Modena e Bologna, su iniziativa dei

luogotenenti, vengo istituite delle assemblee elettive.

Tutte queste assemblee come primo atto approvano una mozione di decadenza dei precedenti sovrani e di

annessione al Regno di Sardegna. Vittorio Emanuele II accoglie con cautela le deliberazioni delle assemblee

per timore dei vincoli imposti dall’armistizio di Villafranca (che pose le premesse della fine della II guerra

d’indipendenza), nel quale si stabiliva il ritorno dei sovrani spodestati nei territori delle province insorte. A

Villafranca Napoleone III e Francesco Giuseppe, in assenza dei piemontesi decisero per la restaurazione dei

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precedenti stati sovrani, e per il passaggio dalla Lombardia dall’Austria alla Francia che l’avrebbe

consegnata al Regno di Sardegna. Questo accordo portò alla Pace di Zurigo, e alle dimissoni del primo

ministro Piemontese Cavour, indignato dalla conclusione che era stata raggiunta. Al massimo poteva essere

costituita una confederazione di Stati sotto la presidenza onoraria pontificia e Venezia doveva comunque

rimanere austriaca.

Ma le assemblee rappresentative che si erano create risposero eleggendo reggente dei rispettivi governi il

Principe Eugenio di Carignano (cugino del Re), come passaggio per una definitiva annessione. Napoleone III

esortò Vittorio Emanuele ad opporsi alla reggenza del cugino. Così il principe dovette dichiarare di non

poter accettare, ma nominò come suo rappresentante il conte Boncompagni (già luogotenente in Toscana).

Negli accordi segreti di Plombieres, Cavour e Napoleone III, prima dello scoppio della II guerra

d’Indipendenza, si sarebbero accordati per la cessione della Savoia e Nizza alla Francia in cambio del

sostegno militare contro l’Austria nella guerra che sarebbe scoppiata per la conquista dell’Italia del Nord. A

suggellare il patto il cugino di Napoleone III avrebbe sposato la figlia di Vittorio Emanuele II.

Napoleone III ottenne Nizza e la Savoia, che però vennero prima chiamate ad esprimere con il voto la loro

volontà. La stragrande maggioranza degli aventi diritto si espresse per l’annessione alla Francia, su richiesta

delle autorità sabaude. Questo che venne definito da molti, (sia della destra che della sinistra) un’ ignobile

mercato, provocò reazioni sdegnate, in particolare nei seguaci di Garibaldi, che proprio lì era nato ed era

stato eletto deputato.

Ma in questo modo si manifestava una tacita approvazione della Francia alle annessioni del Nord e del

Centro Italia al Regno Sardo e inoltre si legittimava il plebiscito come strumento per il passaggio di un

territorio da uno stato ad un altro.

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2. L’annessione del Regno delle Due Sicilie.

L’annessione del Regno delle Due Sicilie rappresenta la seconda fase del processo costituente. Nasce

dall’iniziativa rivoluzionaria di democratici siciliani. Nel 1860 Garibaldi guida una spedizione in sostegno dei

moti di rivolta antiborbonici. I Mille di Garibaldi (in realtà 1088 uomini più una donna, moglie di Crispi)

erano volontari che venivano prevalentemente dal Nord e in prevalenza da una lunga militanza cospirativa

antiaustriaca.

Al termine della spedizione l’esercito di Garibaldi contava 50.000 uomini, di cui circa la metà erano

meridionali. A maggio del 1860 Garibaldi assunse la dittatura della Sicilia a nome di Vittorio Emanuele II re

d’Italia. Nello stesso giorno Garibaldi emanò un decreto che ordinava la leva obbligatoria per tutti i maschi

dai diciassette ai cinquant’anni. La risposta fu molto scarsa e fu un fallimento. Ci furono molte rivolte

represse col sangue.

La fine del dominio Borbonico obbliga il Regno di Sardegna ad adoperarsi per l’annessione. Cavour inviò in

Sicilia un suo rappresentante, ma Garibaldi lo fece arrestare per tradimento appena arrivato. Cavour, che

solo ufficialmente aveva preso le distanze dalla spedizione di Garibaldi, intendeva fermarlo prima che

arrivasse a Roma e gestire la formazione dello Stato Nazionale.

Dopo aver conquistato la Calabria e la Basilicata a Settembre Garibaldi entra a Napoli, accolto dalla

popolazione in festa. Scrive a Vittorio Emanuele II invitandolo a Roma per essere incoronato Re d’Italia e lo

invita a disfarsi di Cavour che aveva ostacolato la sua spedizione.

Non si incontrarono a Roma, ma a Teano, alla testa dei loro eserciti. Garibaldi aveva sconfitto l’esercito

borbonico e costretto alla fuga Francesco II costretto a ritirarsi in esilio dal Papa a Roma. Vittorio Emanuele

II era invece arrivato a Napoli occupando le Marche e l’Umbria sconfiggendo le truppe papali. Qui Garibaldi

consegna i poteri al Re e scioglie l’esercito garibaldino. Anche nel Regno delle Due Sicilie ci fu un plebiscito

dove si diceva che Vittorio Emanuele II era Re d’Italia una e indivisibile.

3. La continuità istituzionale dal Regno Sardo al Regno d’Italia.

Prima dell’effettuazione di tutti i plebisciti Cavour fece approvare dal Parlamento piemontese una legge che

accettava i risultati dei plebisciti. Questa legge apre la terza e conclusiva fase del procedimento di

costituzione del Regno. Si palesa il metodo cavouriano dell’unificazione nazionale, fondato sulla mera

estensione al resto dell’Italia dell’ordinamento costituzionale e amministrativo del Regno di Sardegna.

Viene quindi sconfitta l’idea per la costituzione del Regno di una convocazione di una apposita assemblea

costituente, come pretendevano i repubblicani, i mazziniani e lo stesso Garibaldi. A tal proposito è

significativa l’annessione della Lombardia.

Durante la I guerra di indipendenza la popolazione della Lombardia aveva votato per l’annessione al Regno

di Sardegna. Tuttavia era precisato che si sarebbe dovuta eleggere una assemblea costituente che avrebbe

dovuto stabilire le condizioni dell’unione. Il trattato di Zurigo che concluse la II guerra di indipendenza

dichiarò valido il plebiscito piemontese, ma venne dimenticata l’opzione costituente. In pratica venne

stravolta la volontà popolare.

Il Regno d’Italia nasce il 17 Marzo 1861.

A gennaio dello stesso anno si svolsero le elezioni politiche generali della camera. Per votare bisognava

essere maschi, avere 25 anni, saper leggere e scrivere e pagare 40 lire di imposte annue. Per essere eletti gli

stessi requisiti, ma avere 30 anni. I collegi venivano distribuiti maggiormente nel centro nord perché Cavour

voleva il minor numero possibile di napoletani. Il diritto di voto ce l’ha solo l’1,9% della popolazione e di

questi solo il 57% voterà (a causa della posizione della chiesa: “ne eletti ne elettori”). La grande

maggioranza degli eletti erano sostenitori di Cavour. Il senato (composto da tutti nominati) approva il

disegno di legge del governo che dispone che “Vittorio Emanuele II assume per se ed i suoi successori il

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titolo di Re d’Italia”. La Camera approva la legge già approvata dal senato, che diventa la prima legge

d’Italia, promulgata il 17 Marzo 1861 con il numero 4671(progressivo del regno di sardegna).

4. L’organizzazione costituzionale del Regno d’Italia. Lo Statuto Albertino

Lo Statuto Albertino era del 4 marzo 1848. Non fu il frutto di una assemblea costituente, ma venne

concesso da Carlo Alberto, secondo la concezione che la costituzione era un male che serviva ad evitarne di

peggiori. Ma invece di utilizzare il termine costituzione (che richiamava la rivoluzione francese) usò il

termine statuto. L’obiettivo è quello di abbandonare il modello delle monarchie assolute. Tuttavia il Re è

l’organo fondamentale del Governo Monarchico rappresentativo che regge lo Stato. E’ il capo supremo del

governo, è il comandante di tutte le forze militari, dichiara guerra e stipula accordi di pace senza il consenso

delle camere. Anche il potere legislativo lo riguarda, che è esercitato collettivamente alle camere. Poteva

promuovere leggi e sanzionare quelle approvate dal parlamento (in sostanza aveva diritto di veto). Il Re

nomina il presidente, il vice e i componenti del Senato. Istituisce i giudici che amministrano la giustizia in

suo nome e solo lui può fare grazia e commutare le pene. I giudici non sono indipendenti ed autonomi dal

potere regio. E non era necessario che fossero laureati in legge (cosa prevista solo per i giudici d’appello). Il

sistema giudiziario era disciplinato dalla riforma Rattazzi del 1859. Secondo quest’ultimo la magistratura è

uno strumento di governo. Il ministro può sempre trasferire un magistrato. E il magistrato fa carriera in

base alla volontà del Re.

La persona del Re è sacra e inviolabile e non era responsabile di qualsiasi atto. Responsabile dell’attività di

governo era un ministro. Il senato è rappresentativo del re e del suo esecutivo. Dovevano avere almeno 40

anni ed appartenere ad alcune categorie (es vescovi, ammiragli ecc). Fuori da queste categorie erano

ammessi gli illustri della patria e i facoltosi possidenti.

In sostanza lo Statuto delinea una monarchia dove il Re è sopra tutto e tutti e l’unico organo democratico è

la Camera dei deputati. L’elezione di questo organo esclude il 98% della popolazione, ovvero donne,

analfabeti, poveri e giovani.

Viene stabilita l’uguaglianza formale di tutti i sudditi e alcune libertà negative.

Pur essendo una “legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile” è stata spesso strumentalizzata e

manipolata a piacimento.

5. L’unificazione amministrativa del Regno.

I disegni tendevano ad eliminare il sistema centralizzato piemontese attribuendo poteri agli enti locali:

Regioni, province e comuni. Alle regioni veniva affidato il potere legislativo con la relativa autonomia

finanziaria. Secondo questi disegni di legge rimanevano allo Stato la politica estera, i grandi servizi (la

difesa, le ferrovie, le poste e telegrafi, i porti) e il potere di vigilanza e controllo sugli enti locali. Ma questi

disegni vennero bocciati in parlamento e si andò verso un accentramentostatale.

A giugno muore improvvisamente Cavour. Nello sesso giorno è incaricato il barone toscano, Bettino Ricasoli

di formare il nuovo governo. Viene confermata la struttura fortemente unitaria e centralizzata

dell’amministrazione. La rappresentanza periferica del governo è affidata ad un solo soggetto di nomina

regia, il prefetto. I consigli comunali sono consessi di notabili nominati dal prefetto. I diversi corpi di polizia

degli stati preunitari vengono fatti confluire nei carabinieri che sono il corpo militare personale del Re.

Nel 1862 viene unificato il sistema monetario italiano. Vennero sostanzialmente estese agli stati preunitari

le tasse del regno di Sardegna.Viene istituita la Corte dei conti del Regno d’Italia, che doveva riscontrare la

spesa decretata di ogni ministero, con il bilancio approvato dalle Camere che potevano esercitare un

controllo.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 5

Viene istituita l’imposta sulla ricchezza mobile e vengono aboliti in gran parte i dazi doganali tra i vecchi

stati preunitari. Comincia l’alienazione dei beni demaniali ed ecclesiastici e vengono istituite le guardie

dognali che diventeranno poi la Guardia di Finanza.

Nel 1864 viene istituita la Banca Nazionale del Regno, che diventerà poi la Banca d’Italia.

Nel 1865 viene promulgata la legge di unificazione amministrativa del Regno d’Italia. Vennero estesi i codici

penale e di procedura penale del regno di Sardegna a tutto il regno, tranne l’applicazione della pena di

morte per la toscana che l’aveva eliminata già nel 1786. Lo stesso anno viene esteso a tutto il regno anche il

codice civile e di procedura civile. E’ introdotto il matrimonio civile e c’è una forte tutela della proprietà

privata e una scarsa tutela dei lavoratori.

Anche la struttura dell’esercito viene unificata. Fu assorbito l’esercito borbonico. Ma le camicie rosse

garibaldine, ritenute troppo anarchiche, vennero smantellate. L’esercito svolgeva anche il compito di

mantenimento dell’ordine pubblico.

6. Lo strumento dei pieni poteri.

Per accelerare la produzione normativa si sfruttò il conferimento dei pieni poteri al Governo. Il regime dei

pieni poteri consiste nell’iniziativa del Re di chiedere alle camere, adducendo motivi straordinari,

un’autorizzazione all’esercizio della funzione legislativa per un tempo limitato e per materie che almeno

formalmente erano tassativamente indicate. Fino al Fascismo i pieni poteri vengono chiesti e concessi in 5

occasioni.

La prima volta nel 1848 durante la prima guerra d’indipendenza per la difesa della patria. I poteri vengono

attribuiti al governo, che di fatto emanerà un nuovo ordinamento degli enti locali e una lunga serie di altri

provvedimenti esclusi dalla delega.

Nel 1859 durante la seconda guerra d’indipendenza ad ottenere i pieni poteri legislativi ed esecutivi è il Re.

Di fatto li userà anche dopo la fine della guerra per introdurre i codici penale e di procedura penale, per

istituire la Corte dei conti, per la riforma dell’ordinamento giudiziario, istruzione con la nascita della scuola

pubblica,

Nel 1864 i pieni poteri vengono concessi al governo presieduto da La Marmora per completare

l’unificazione amministrativa del regno e per altre leggi. La sinistra criticò che l’istituto dei pieni poteri non

era previsto dallo statuto.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 6

Capitolo 2: Il completamento dell’unità territoriale.

7. Il brigantaggio meridionale.

Nel 1861 i borbone vengono sconfitti e vanno in esilio da Papa Pio IX. Gruppi isolati di militari

continueranno a combattere i piemontesi e si uniranno, tra il 1861 e il 1865 con gruppi di contadini e

banditi dando vita al brigantaggio. L’esistenza di un sacco di braccianti senza terra (i cafoni), la leva

obbligatoria e l’inasprimento fiscale, portarono all’aumento esponenziale di questo fenomeno. Il

brigantaggio è stata la prima guerra civile dell’Italia. Centinaia di bande di briganti ingrossate da molti

contadini occuparono per diverse settimane vaste zone del sud italia, trucidando liberali e guardie

nazionali. Il governo scelse la linea della spietata repressione, con fucilazioni sommarie, massacri e incendi,

con il solo risultato di far aumentare l’ostilità della popolazione. La rivolta venne domata ma rimase

endemica almeno fino al 1870.

Dopo aver cercato di mediare con i ribelli lo Stato adottò una legislazione speciale ed intervenne

regressivamente. Venne utilizzata la Guardia Nazionale, affiancati dagli “squadriglieri” (in molti casi

mercenari) e vennero messe taglie sui ribelli, I meridionali vennero massacrati. Ad aumentare le file dei

briganti intervennero i lealisti borbonici, gli ecclesiastici, gli sbandati dell’esercito borbonico e i cafoni.

Questi ultimi erano delusi dal fatto che le terre erano state messe all’asta con aste spesso manipolate per

favorire i nobili e l’alta borghesia. In sostanza il sentimento che accomunava tutti era quello di sentirsi

invasi da un esercito straniero guidato da un re sconosciuto ed usurpatore che imponeva soprattutto ai più

poveri tasse e leva obbligatoria.

Comunque per tutto il 1862 e 1863 i piemontesi collezionarono più sconfitte che successi. Poi vennero

riorganizzate le truppe e tramite pressioni poliziesche nei centri abitati, l’istituzione di taglie e l’incitazione

del pentitismo. E la situazione cambiò.

Nel 1862 venne istituita alla camera una commissione d’inchiesta sulle cause del brigantaggio. Questa

propose alcuni rimedi: la diffusione istruzione, bonifiche, costruzione di strade e ponti, più equi rapporti

agrari, l’aumento dei carabinieri e della Guardia Nazionale. Ma la commissione non riesce a cogliere

l’avversità di vasti strati della popolazione allo Stato Italiano. La questione è ridotta ad una questione di

ordine pubblico, e non di insurrezione.

Viene accusato il clero di fomentare le rivolte e si propone una legge speciale e fortemente repressiva. Nel

1863 venne promulgata la Legge Pica. Essa stabiliva che nelle Province infestate dal brigantaggio i delitti

commessi da bande venissero giudicate da tribunali militari. I briganti che si opponevano alla forza pubblica

venivano fucilati o messi ai lavori forzati a vita (se c’erano attenuanti). Ai briganti non resistenti e ai loro

complici veniva applicata la pena dei lavori forzati a vita. La legge prometteva sconti di pena a chi si

costituiva entro un mese dalla pubblicazione della legge.

I cafoni fuggirono da queste disposizioni con l’emigrazione.

8. La questione romana. Il trasferimento della capitale a Firenze. Il Sillabo. Le leggi ecclesiastiche.

Per completare l’unità d’Italia era necessaria l’annessione di Roma e di Venezia. L’annessione di Roma

doveva essere fatta con l’accordo della Francia e senza ledere l’indipendenza e la libertà spirituale del Papa,

di cui l’Italia avrebbe dovuto farsi garante di fronte all’europa.

Nel 1861 Ricasoli inviava a Parigi e a Roma un progetto di conciliazione con la Santa Sede. Questo

prevedeva la rinuncia dello Stato a qualsiasi ingerenza nella nomina dei vescovi.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 7

Nel 1862 Garibaldi venne eletto presidente dell’associazione emancipatrice italiana che aveva come

programma la lotta per Roma capitale, ma si proponeva anche l’uguaglianza dei diritti politici di tutte le

classi sociali. Tramite una raccolta segreta di uomini e armi, l’associazione stava organizzando una

spedizione di volontari per liberare Roma. Garibaldi a Palermo raccoglie volontari che organizza nella

Legione Romana e senza previo accordo con il re annuncia l’intenzione di muovere contro lo stato pontificio

in nome del Re.

Il governo dichiara allora lo stato di assedio per cercare di fermare la spedizione di Garibaldi, che era partito

con 1300 volontari. Le truppe regolari cercano di bloccare la marcia. Garibaldi fu ferito e fatto prigioniero.

Quando la notizia si seppe ci furono grandi manifestazioni antigovernative in tutta Italia. Venne così

concessa un’amnistia che valse a liberare Garibaldi e i suoi compagni. Nel 1864 Garibaldi fece un viaggio in

Inghilterra dove si incontrò con Mazzini, accolto da grandi manifestazioni popolari di entusiasmo.

Napoleone III si decise allora ad affrontare la questione romana.

Nel 1864 venne firmata una convenzione che prevedeva il ritiro dei soldati francesi in difesa di Roma nel

giro di due anni per dare tempo al Papa di costituire un proprio esercito. In cambio lo Stato Italiano si

impegnava a non attaccare Roma. Un accordo segreto imponeva all’Italia di trasferire la capitale da Torino

ad altra città, come segnale dell’abbandono della volontà di fare di Roma la capitale del Regno. Si decise

per Firenze. A Torino ci furono molte proteste che vennero represse duramente.

Nel 1864 Pio IX pubblicò l’enciclica “Quanta cura” con in appendice “Sillabo degli errori del nostro tempo”.

Con questa mirava a riaffermare la preminenza della Chiesa in tutti gli ambiti della vita.

Sul piano politico le idee socialiste sovvertivano il diritto naturale alla proprietà. La volontà del popolo

violava i diritti divini delle monarchie e i governi mondiali dovevano vegliare sui diritti della Chiesa.

Sul paino morale le condanne si estendevano alla libertà di coscienza, alla tolleranza religiosa, alla libertà di

pensiero ecc.

La questione romana torna alla ribalta nel 1867. Ad innescarla non è solo Garibaldi, ma anche una vicenda

che colpisce il governo Ricasoli. La camera respinge la proposta del governo di vietare comizi sulle leggi

ecclesiastiche. Per leggi ecclesiastiche si intendevano una serie di norme che autorizzavano la requisizione

in favore del Demanio statale dei beni delle congregazioni, degli ordini e altri istituti religiosi. Ricasoli si

dimise, ma il re non accettò le dimissioni e sciolse le camere indicendo nuove elezioni. Sulla base dei pieni

poteri, nel 1866 era stato emanato il decreto con il quale i fabbricati dei conventi e dei monasteri soppressi

venivano concessi dal Demanio a comuni e a province per l’istituzione di asili infantili, scuole e ospedali.

Questa venne battezzata come “legge sui conventi”. Nel 1867 venne promulgata la legge sulla soppressione

degli enti ecclesiastici e la liquidazione dell’asse ecclesiastico in tutto il Regno e l’alienazione dei beni

medesimi mediante aste.

Soprattutto le terre del meridione furono facile appannaggio dei potenti locali, in grado di anticipare allo

stato le somme richieste. Contadini e coltivatori rimasero senza terre e senza le strutture di carità della

Chiesa che li sostenevano.

9. Roma capitale d’Italia. La legge delle guarentigie.

Nel 1867 Garibaldi è arrestato di nuovo, a Siena, mentre organizzava un assalto a Roma. Disordini in tutta

Italia obbligano il governo a trasformare l’arresto in un soggiorno forzato a Caprera. Da qui Garibaldi fugge

per iniziare a capo di 9000 uomini un nuovo assalto a Roma. Ma fallisce a Mentana contro le truppe

francesi, è di nuovo arrestato e rispedito a Caprera.

Ma sarà la questione internazionale a risolvere la questione romana. Nel 1870 la Francia dichiara guerra alla

Prussia e abbandona Roma. L’esercito francese esce distrutto dallo scontro e Napoleone III è fatto

prigioniero e la Francia diventa una repubblica. In tutta Italia si incita ad attaccare lo Stato pontificio. Il

governo decide allora all’unanimità di attaccare Roma, previo un ultimo tentativo di conciliazione con il

Papa per evitare lo scontro armato. L’esercito italiano con la breccia di Porta Pia occupa quindi Roma,

ponendo fine al potere temporale dei Papi.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 8

L’annessione di Roma fu fatta con molta cautela dal governo italiano. Il generale Cadorna formò una giunta

provvisoria di governo della provincia di Roma, incaricata di preparare il plebiscito per l’annessione di Roma

all’Italia. Al Papa vennero riconosciute prerogative sovrane sui palazzi vaticani e i libero esercizio del potere

spirituale. Come risposta Pio IX scomunica il Re d’Italia e tutti coloro che hanno perpetrato l’usurpazione

del trono pontificio. Cessata la giunta provvisoria insedia una luogotenenza affidata a La Marmora, che

governava in nome del Re. Tutte le autorità civili e militari erano a lui sottoposte in quanto luogotenente.

Inoltre doveva estendere l’ordinamento italiano allo stato pontificio e preparare lo spostamento della

capitale da Firenze a Roma.

Nel novembre del 1870 il Re decretò lo scioglimento delle camere per consentire, anche nei nuovi territori,

lo svolgimento di elezioni politiche (che videro un ampia maggioranza della destra di governo) che registrò

la più bassa percentuale di votanti nella storia (solo il 45% dell’1,9% della popolazione nazionale). Il forte

astensionismo era dovuto all’invito del Papa ai cattolici di astenersi dalla vita politica e disertare le urne.

Nel 1871 venne promulgata la “legge sulle guarentigie”. Si sanciva l’immunità dei luoghi residenziali del

pontefice, si assegnava alla santa sede una donazione annua di 3.225.000 lire, pari a quella di cui godeva

durante il periodo temporale. Venne assicurata l’inviolabilità della figura del pontefice a cui venivano

riconosciuti onori sovrani, il diritto a tenere guardie armate e il pieno diritto di comunicare in Italia e

all’estero. La seconda parte della legge riconosceva l’indipendenza del clero da ogni ingerenza dello Stato.

Venivano però conservati il placet e l’exequator regi rispettivamente per le nomine ai benefici ecclesiastici

e per gli atti concernenti le proprietà della Chiesa e le sue organizzazioni, per consentire allo Stato adeguati

controlli.

Lo Stato regolava unilateralmente i suoi rapporti con la Chiesa, stante l’assenza di rapporti diplomatici tra le

due parti. Le guarentigie rimarranno in vigore fino al Concordato del 1929. Il Papa respinse le guarentigie

riaffermando il potere temporale del Papato con l’enciclica Ubi nos. Il Papa accusa l’Italia di aver soppresso

il dominio temporale necessario per il perseguimento dei fini spirituali. Inoltre il Papa rifiuta lo Stato

Italiano, dicendo che l’unica nazione italiana è quella cattolica. Soltanto i cattolici sarebbero depositari dei

valori nazionali, quindi lo Stato liberale è uno stato di usurpatori che hanno tradito anche i loro padri, in

quanto nello Statuto Albertino si dice, al primo articolo, che quella cattolica è la religione del popolo

italiano.

Per lo stato italiano quella cattolica è solo una questione territoriale risolvibile con trattative diplomatiche

che si attuano con uno sconfitto. Per la Chiesa la breccia di Porta Pia ha aperto una questione nazionale con

l’umiliazione dell’unica e autentica nazione italiana, quella cattolica.

Nel 1873 il Parlamento approva l’estensione a Roma e provincia della legge di soppressione degli organi

religiosi e di liquidazione dei loro beni. Nel 1874 il Papa pubblica il decreto non expedit (non conviene) con

il quale proibisce ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica del Regno.

10. L’annessione del Veneto. Il processo Persano.

Nel 1866 si era svolto in Veneto un plebiscito che aveva sancito l’unione incondizionata al Regno d’Italia.

L’Italia accettò l’annessione e il re entrò a Venezia. Ma perché si arrivasse a questo punto ci fu un

procedimento tortuoso che ancora una volta fu frutto di questioni internazionali. Ad inizio del 1866 il

nostro paese aveva firmato un trattato segreto valido tre mesi con la Prussia in cui l’Italia si impegnava ad

entrare in guerra contro l’Austria in cambio del Veneto e degli altri territori italiani in mano asburgica.

La guerra (terza guerra d’indipendenza) durò meno di un mese. La guerra si concluse con l’armistizio tra la

Prussia e l’Austria che portò al Trattato di Praga. Qui venne deciso che il Trentino e la Venezia Giulia

rimanevano all’Austria. Il veneto veniva ceduto alla Francia di Napoleone III che poi lo avrebbe ceduto ai

rappresentanti della città di Venezia. I francesi imposero un plebiscito di annessione all’Italia (anche se a

molti sembrava superfluo perché la volontà si era già manifestata nel 1848).

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 9

Nei 28 giorni della terza guerra d’indipendenza gli italiani fecero in tempo a collezionare due sconfitte. Una

in terra e una in mare.

Quella di terra avvenne a Custoza con l’insensata idea di dividere in due tronconi l’esercito, con i

conseguenti contrasti e indecisioni dei comandanti. Ma ci furono poche perdite.

Quella in mare avvenne a Lissa, con conseguenze più gravi e con errori strategici più clamorosi. La flotta

austriaca, sebbene in inferiorità numerica riusci ad affondare la nostra ammiraglia Re d’Italia e la

cannoniera Palestro, per un totale di oltre 500 morti.

Sorprendentemente prima dell’inizio della battaglia l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano si trasferì

dall’ammiraglia ad un’altra nave e non riuscì a trasmettere gli ordini efficacemente così che le unità agirono

scordinatamente e altre rimasero senza ordini. Persano venne arrestato e giudicato dal senato (in quanto

senatore). Si difese dicendo che la marina italiana non era preparata e che lo scontro era stato deciso

contro la sua volontà. Persano mise in evidenza i limiti della flotta italiana, costituita troppo

frettolosamente e senza personale adeguato. Il senato condannò comunque Persano alle dimissioni, alla

perdita del grado e a pagare 60.000 lire. Tuttavia nessuna delle questioni venne risolta (e questo venne

pagato in futuro).

Fin dallo scoppio della guerra Garibaldi si era messo a servizio del Re creando un corpo di volontari con il

quale stava per conquistare Trento. L’armistizio impose a Garibaldi di pronunciare il famoso “Obbedisco” e

abbandonare Trento.

Acquisto dell’isola di Montecristo al prezzo di 100.000 da un cittadino inglese.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 10

Capitolo 3: Uno Stato senza Popolo

11. I mazziniani e gli anarchici.

Oltre ai meridionali e i cattolici si aggiunse l’opposizione operaia e proletaria dei mazziniani e degli

anarchici. La Comune di Parigi (che è il governo democratico-socialista che diresse Parigi dal 18 marzo al 28 maggio 1871)

aveva diviso il mondo operaio.

Mazzini prende le distanze dalla comune e da Karl Marx, definendo l’Internazionale dei lavoratori, nata a

Londra nel 1864, dalle correnti politiche marxiste e anarchiche, come una minaccia nei confronti di Dio,

della patria e della proprietà privata. Marx risponde che i proletari non hanno patria.

Nel XII Congresso delle Società operaie riunito a Roma nel 1871 si consuma la definitiva rottura tra

mazziniani e i socialisti e gli anarchici.

Le società operaie di mutuo soccorso si diffusero numerose in Piemonte negli anni 50, grazie allo Statuto

Albertino. Queste si occupavano di fornire agli operai istruzione e assistenza in caso di invalidità o

disoccupazione. Per molto tempo queste società ebbero come punto di riferimento Giuseppe Mazzini che

respingevano le impostazioni rivoluzionarie del marxismo.

Secondo il patto del 1864 le società operaie promuovevano la compartecipazione dei lavoratori agli utili

delle aziende e alla regolamentazione delle ore lavorative, deploravano l’utilizzazione dello sciopero e

indicavano nell’arbitrato la risoluzione di tutte le controversie.

Ma dalla fine del 1871 numerosi soci escono dalle società di mutuo soccorso e fondano sezioni italiane

dell’Internazionale dei Lavoratori. Formando nel 1872 la Federazione delle Sezioni Italiane

dell’Internazionale.

Nel 1872 al Congresso dell’Internazionale, che si svolge all’ Aja, si consuma la rottura tra marxisti ed

anarchici, che decidono di riunirsi separatamente in Svizzera. Al congresso anarchico parteciperanno anche

esponenti delle Sezioni italiane. Queste si faranno sempre più portatrici di idee libertarie secondo il

principio del “da ciascuno le proprie forze, a ciascuno secondo i propri bisogni”. Affermando la necessità

dell’affratellamento tra operai e contadini e identificando la rivoluzione nazionale con quella sociale ed

eleggendo lo sciopero generale come principale mezzo di lotta (in preparazione dell’insurrezione armata).

L’insurrezione armata viene provata del 1874 a Imola ma fallisce con arresti, repressioni ecc. Da allora i

Congressi della Federazione italiana dell’Internazionale si svolsero in clandestinità e senza la partecipazione

dei maggiori esponenti anarchici (perché in prigione, esiliati o internati in manicomio). La propaganda

anarchica continuerà, ma limitandosi ad azioni di anarchici isolati.

Pur divisa tra moderati mazziniani e anarchici internazionalisti, la Sinistra operaia è unita sulla non

partecipazione alla vita politica nazionale.

12. La politica economica. Il pareggio di bilancio. L’imposta sul macinato.

Il piano di Cavour prevedeva la costituzione del Regno dell’Alta Italia, dalle Alpi alle Marche. Il sud non

rientrava nei piani fino alla spedizione dei Mille. Contro lo Stato erano insorti tanti nemici, e lo Stato per

sopravvivere doveva affermare ad ogni costo la propria sovranità. Nel primo ventennio dopo l’unità d’Italia

si decise quindi di operare soprattutto su tre fronti: l’economia, le infrastrutture e la lingua.

Il primo ministro delle finanze dovette affrontare subito un debito pubblico molto grande di oltre 111

milioni di lire, proveniente per poco più di metà dallo stato sabaudo, e per il resto dagli altri stati preunitari.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 11

Per prima cosa venne emanato un unico titolo del Regno d’Italia e vennero estese tutte le tasse e le gabelle

applicate al Regno di Sardegna a tutto il territorio italiano, al fine di ridurre il deficit. Si avviò l’unificazione

monetaria scegliendo la lira e dando la possibilità di battere moneta a sei banche. Gli uffici postali vennero

autorizzati a ricevere depositi di risparmio, affiancandosi alle banche. Si incominciò a seguire l’obiettivo di

raggiungere il pareggio di bilancio. Ma le difficoltà aumentarono a causa della guerra nel 1866.

Le entrate coprivano solo i ¾ delle uscite e per questo si ricorreva a prestiti, anche all’estero, in momenti

pericolosi per le borse.

Quintino Sella, ministro delle finanze nel 1865 sottolineò che bisognava raggiungere il pareggio di bilancio

al più presto. E bisognava incominciare a vendere le strade ferrate. L’inizio della guerra peggiorò la

situazione e perciò il governo introdusse il corso forzoso della moneta ( cioè non più convertibile in oro) e

sospese la convertibilità dei biglietti di banca in monete.

Nel 1868 il debito pubblico era arrivato a sfiorare il 100% del PIL. Per risanare il debito venne proposta

l’imposta sul macinato (imposta di due lire ogni quintale di grano macinato).

Contro questa imposta (che colpiva ancora una volta le fasce più deboli della popolazione) si schierò la

sinistra parlamentare. Si crearono subito agitazioni e rivolte. Ma la repressione guidata da Cadorna fu

durissima. Questa imposta fu così impopolare tanto da determinare la sconfitta del centro destra e

l’avvento al potere della sinistra nel 1876. Tuttavia contribuì al risanamento del bilancio, insieme alle

vendite di beni pubblici e sulla concessione di privative (concessione della produzione e distribuzione in

monopolio dei tabacchi).

13. Lavori pubblici, privatizzazioni e nascita del protezionismo.

Vennero realizzate con grande celerità strade, porti, argini, canali, uffici telegrafici e postali e soprattutto

una grande rete ferroviaria nazionale. Al momento della proclamazione del Regno le strade ferrate erano

gestite in regime di concessione insieme con quelle dell’Austria meridionale da una potente famiglia di

Vienna. Questi si accordarono con lo stato italiano per il rinnovo della concessione delle linee e per la

costruzione di nuove linee. Ma in Parlamento ci fu una sollevazione e prevalse un’impresa italiana. Ma la

convenzione che disciplinava la concessione permetteva di subappaltare conseguendo grossi guadagni.

La caduta della Destra storica e l’avvento al potere della sinistra (con Depetris) formalmente avvenne sulla

tassa del macinato. In realtà fu dovuta alla contrarietà di gran parte di autorevoli esponenti della Destra alla

privatizzazione della rete ferroviaria, che era considerata strategica e quindi da sottrarre all’iniziativa

privata.

Si iniziarono vaste operazioni edilizie che interessarono prima Firenze e poi Roma. I ceti altolocati e

borghesi potevano sfruttare un mercato nazionale senza barriere doganali interne. I contadini invece dalla

liquidazione dei terreni ecclesiastici e demaniali non ricavarono nulla, anzi, persero precedenti benefici e

piccole proprietà. Ad eccezione di alcune attività nel nord e nel centro dove l’agricoltura è praticata in stlie

capitalistico, nel Mezzogiorno dominano il latifondo e i rapporti semifeudali tra proprietario e contadini. Le

tecniche di coltivazione sono rudimentali e si fa un largo uso di manodopera a passo prezzo, senza usare

macchine e tecnologie.

Scarsi sono gli impianti di produzione meccanica, metallurgica e chimica. La produzione manifatturiera è

affidata ad aziende artigianali.

Lo Stato realizzò allora con celerità le infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale del paese e nel 1878

introdusse le prime tariffe protezionistiche per ogni tipo di merce. La filosofia liberista dello Stato minimo

che si limitava ad occuparsi dello stretto necessario incomincia ad interferire nei mercati.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 12

14. La comparsa della mafia.

Nel 1866 a Palermo ci fu una vasta insurrezione popolare. Nelle file dei rivoltosi confluirono borbonici,

esponenti del clero, aristocratici, contadini e poveri, repubblicani, mazziniani e socialisti in cerca della

rivoluzione. Protestavano contro la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, che anche in Sicilia si era risolta

in favore dell’oligarchia latifondista.

I lavoratori, specie quelli agricoli, si ritrovarono disoccupati, gravati dalla leva obbligatoria e da una forte

tassazione, nessun riferimento, neppure religioso. In questo contesto nacquero le associazioni mafiose, con

la complicità dei latifondisti, interessati alla conservazione del regime feudale.

LA rivolta manco di una guida politica unitaria e lo Stato applicò ai rivoltosi gli stessi sistemi adoperati per

combattere il brigantaggio, essendo anche questa una questione territoriale vitale.

Dieci anni dopo il parlamento nominava una commissione per indagare sui problemi della Sicilia in seguito

all’intensificarsi di episodi di mafia. La commissione era guidata da Franchetti e Sonnino. Dalle indagini

emerse che la mafia tendeva a imporsi in modo sostitutivo allo stato. Aveva le proprie regole e i propri

tribunali e i propri principi.

Il ministro degli interni propose conferendo particolari poteri di polizia (come l’arresto preventivo) alle

forze militari sul territorio. Ma il dibattito si accese e il problema venne sottovaluto e venne considerato

come un fenomeno di costume locale.

15. L’imposizione della lingua. La scolarizzazione. I giornali.

La lingua italiana era lingua ufficiale per Statuto, ma era conosciuta e parlata solo dal 2,5% della

popolazione (anche il Re parlava francese). Nel 1868 venne nominata una commissione presieduta da

Alessandro Manzoni, con lo scopo di stabilire come diffondere la buona lingua. La Commissione stabilì che

la buona lingua fosse quella parlata nella città di Firenze (allora capitale d’Italia).

La grande maggioranza degli italiani però non sapevano ne leggere ne scrivere. La scuola era disciplinata

dalla legge Casati e venne estesa a tutto il Regno, costituendo la struttura della scuola italiana fino alla

riforma Gentile del 1923. La scuola era divisa in quattro settori: elementari, tecnica, secondaria classica e

superiore. L’istruzione elementare era divisa in due gradi, inferiore e superiore, di due anni ciascuno ed era

obbligatoria e gratuita per il grado inferiore. Ogni comune o frazione con almeno 50 bambini doveva aprire

a sue spese una scuola e i maestri erano nominati dal comune.

L’istruzione tecnica prevedeva due gradi: una scuola tecnica di durata triennale, alla quale si accedeva dopo

l’intero ciclo delle elementari, e un successivo istituto tecnico di tre anni, articolato per sezioni (ragionieri,

geometri, periti indistruiali, ecc).

L’istruzione classica era incentrata sulle materie filosofiche, storiche e letterarie e comprendeva cinque

anni di ginnasio e tre di liceo. Al termine di ogni ciclo era previsto un esame e solo con la licenza di liceo si

poteva accedere all’università.

L’università comprendeva solo cinque materie: teologia, giurisprudenza, medicina, scienze fisiche

matematiche, lettere e filosofia.

L’obbligo scolastico (di soli due anni) in gran parte del paese rimaneva teorico in quanto spesso i comuni

non avevano le disponibilità finanziare per aprire le scuole, e lo Stato, in quel caso non le assicurava. Solo

nel 1877 con legge era previsto un finanziamento ai comuni che permettesse l’obbligo scolastico dai 6 ai 9

anni, e l’eliminazione del catechismo dalle materie obbligatorie, insegnato eventualmente solo su richiesta

dei genitori.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 13

A seguito di tutto ciò, già negli anni Settanta, furono fondati alcuni importanti quotidiani come il Secolo, il

Corriere della Sera, Il Messaggero e la Gazzetta dello Sport. Tuttavia la platea a cui potevano rivolgersi era

molto ridotta a causa dell’analfabetismo.

16. Il governo del Re. La c.d. rivoluzione parlamentare.

Nel 1879 Giuseppe Garibaldi fonda a Roma la Lega per la democrazia. Il programma della Lega, di

orientamento antimonarchico e anticlericale, prevedeva la revisione dello Statuto, l’abrogazione della legge

delle guarentigie, l’abolizione della tassa sul macinato, la bonifica delle terre e la conquista di Trieste e

Trento. Nel 1880 Garibaldi si dimette dalla Camera e si ritira a Caprera per protesta. La sua delusione era

stata accresciuta dall’operato dei Governi della Sinistra parlamentare, al quale lui aveva fatto affidamento.

E’ la consacrazione della “rivoluzione parlamentare” che aveva visto cadere l’ultimo governo della destra

storica e insediarsi Depretis. Ma anche i governi si centro sinistra ben poco riescono a fare. Il loro

programma prevedeva l’eleggibilità dei Sindaci e dei Presidenti dei consigli provinciali, il suffragio universali

di tutti coloro che sapevano leggere e scrivere e l’istruzione elementare laica obbligatoria e gratutita.

Depretis, pur essendo fedele alla monarchia, tentò di predisporre (con il decreto del 25 agosto 1876) una

base giuridico formale di preminenza del presidente del Consiglio dei ministri rispetto agli altri, e una

autonomia del governo rispetto alla Corona. Secondo questa concezione i ministri non sarebbero stati più

subalterni del Re, ma erano componenti di un organo rappresentato dal Presidente, che a sua volta era

responsabile nei confronti del Parlamento e della Camera in particolare. MA questo progetto sfumò per

l’ostilità della Corona e per mancanza di appoggi politici anche nella sinistra.

Fino al Fascismo la il Re sarà il centro del potere esecutivo. Infatti non esisteva il concetto di fiducia del

parlamento nei confronti del governo. Al contrario la fiducia del Re sosteneva i governi anche contro le

maggioranze parlamentari. Inoltre al Re era riconosciuta la “riserva di nomina regia”, cioè il potere di

imporre al presidente del consiglio 3 ministri. Quello della Guerra, della Marina e degli Affari Esteri.

In sostanza quindi la “rivoluzione parlamentare” è soltanto un mito. Infatti non cambiò sostanzialmente

niente anche perché sia la destra che a sinistra erano composte da aristocratici e borghesi. La formula

“rivoluzione parlamentare” fu sfruttata da Depretis per sfruttare il malcontento suscitato dalla Destra e per

proporsi come l’ ”uomo del cambiamento”.

A un Re irresponsabile che governa corrisponde quindi un Governo che amministra “al minimo”, giusto per

risolvere la questione fondamentale: assicurare la conquista e l’unificazione del territorio mediante la forza

dello Stato.

17. Lo Stato minimo e il governo monarchico-oligarchico. Inesistenza dello Stato di diritto.

Delle riforme politiche di Depretis venne realizzato poco o nulla.

Sul piano sociale la legge Coppino sull’istruzione obbligatoria.

Sul piano finanziario venne riformata l’imposta sulla ricchezza mobile, che elevava il minimo di esenzione

da 250 a 800 lire, riducendo a vantaggio dei ceti borghesi il numero dei contribuenti. Venne istituito un

tributo sul consumo dello zucchero di produzione nazionale, che fini per gravare sui ceti più poveri.

In sostanza le scelte della Sinistra sono in continuità con quelle della Destra, anzi agevolano fortemente le

privatizzazioni, il protezionismo e il finanziamento delle opere pubbliche. Lo sviluppo industriale e l’ascesa

del capitalismo italiano.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 14

Viene fatta approvare la legge sull’ineleggibilità a deputato. Si vietava, sanzionandola con la nullità,

l’elezione di chi ricopriva determinate cariche o uffici pubblici, nell’intento di impedire l’incidenza già al

momento della scelta del corpo elettorale. Era inoltre prevista l’ineleggibilità di ministri di culto e degli

amministratori, dei legali e dei dipendenti di società ed enti sovvenzionati dallo Stato o con essi legati da

rapporti economici.

Veniva approvato il trattato commerciale con la Francia che prevedeva una nuova tariffa doganale generale

per le merci italiane, ma in particolare favoriva i prodotti dell’industria tessile siderurgiche ed alimentari.

L’applicazione dei nuovi dazi portò all’aumento delle esportazioni e ad un calo delle importazioni, con

effetti positivi sulla riduzione del deficit, ma con la conseguenza di avvantaggiare i grandi gruppi industriali

favorendo la nascita di oligopoli.

Le elites al potere volevano uno Stato accentrato e minimo, che svolgesse solo le poche funzioni essenziali.

Politica economica e sociale rimanevano esclusi dagli interventi dello Stato, che aveva l’unico scopo di

mantenere l’unificazione territoriale a tutti i costi.

Non esisteva nemmeno lo Stato di Diritto, che è caratterizzato dall’uguaglianza formale di tutti di fronte

alla legge. Ma per tutti si intende anche lo Stato e i suoi apparati burocratici. Cosa che in Italia non

succedeva, alcune volte avveniva anche il contrario. Non esisteva modo di tutelarsi dalla violazione degli

interessi legittimi di fronte ad un giudice. Quindi tutti gli atti amministrativi che non incidevano

direttamente sui diritti erano privi di ogni controllo, se non quello interno e discrezionale della stessa

pubblica amministrazione.

I giudici non godevano di alcuna indipendenza dall’esecutivo e dal Re.

Inoltre era labile anche il sistema della fonti del diritto a causa dell’ampiezza e dell’indeterminatezza della

prerogativa regia.

La cultura del tempo era incentrata sul principio di disuguaglianza come organizzazione della vita politica e

sociale. E’ una cultura che seleziona una oligarchia come l’unica idonea a risolvere la questione vitale per i

territorio.

18. La cultura romantico-patriottica e il suo declino. La scomparsa dei protagonisti risorgimentali.

Il sentimento nazionale e patriottico fu opera della cultura romantica e idealista del Risorgimento. Vigeva il

culto di Dante, considerato il grande padre degli esuli politici e della lingua e della poesia italiane.

Importanti contributi alla formazione di una cultura e di una lingua nazionale vennero anche dalla Storia

della letteratura italiana di De Sanctis e dal Dizionario della lingua italiana di Tommaseo.

Tutti comunque incarnarono una spirito di ribellione artistica che poi D’Annunzio e Marinetti arricchirono di

valenza ideologica e politica.

Tra il 1878 e il 1882 muoiono molti grandi protagonisti delle vicende unitarie. Nel 1878 muore il Re Vittorio

Emanuele II. Appena qualche giorno prima della morte del Re muore il generale La Marmora. A febbraio del

1878 muore Papa Pio IX e nel 1880 muore Ricasoli.

Nel 1882 muore anche Giuseppe Garibaldi a Caprera, che sull’ultimo si era avvicinato alle idee socialiste e

pacifiste, diventando protagonista di battaglie per l’abolizione della pena di morte.

La morte di questi uomini era il simbolo di un passaggio da un’epoca all’altra, dove il cambiamento

culturale porta ad una nuova questione costituente: la questione sociale.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 15

Parte II – La questione sociale.

Capitolo 4-La società.

19. Le classi popolari.

Il moto delle classe popolari imponeva la necessità di riconoscere le organizzazioni e di cercarne

l’integrazione nello Stato. Occorreva fare della questione sociale una questione nazionale, inserendo,

seppur gradualmente, membri delle masse popolari nelle istituzioni dello Stato. Solo così si poteva

raggiungere la coesione e trasformare il popolo in una nazione.

All’inizio del 1900 l’Italia era considerata il miglior paese per i ricchi ed il peggiore per i poveri. E gli italiani

erano in genere molto poveri e analfabeti. Più del 60% degli abitanti si dedicava a coltivare la terra. E non

sono in genere contadini proprietari, e quando lo sono i loro appezzamenti sono talmente piccoli che non

sono sufficienti per i loro bisogni. La maggior parte delle terre è in mano di grandi proprietari che

instaurano con i lavoratori dei contratti agrari, che vanno dalla mezzadria, all’affitto, fino all’enfiteusi. I

contadini vivevano in condizioni abiette. Avevano nutrimento scarso e cattivo, che causava malattie. Le loro

abitazioni erano malsane ed incivili, prive di acqua di pavimenti e di finestre. Era frequente, tra questa

classe sociale, l’ubriachezza, la superstizione e la delinquenza. I contadini non hanno un orario lavorativo,

che cambia a seconda delle stagioni e delle produzioni. Gli operai invece lavoravano 8/9 ore al giorno (per

arrivare anche a 10 a seconda del settore).

Anche gli stipendi dei pubblici impiegati sono modesti. Anche i professionisti, specialmente nelle zone

rurali, non guadagnavano molto. Prova della povertà generale erano i consumi alimentari bassi e cattivi che

davano problemi di nutrizione a grandi e piccoli. C’era una mortalità infantile altissima.

A questo si aggiungeva una pesante imposizione fiscale indiretta, che gravava proprio sui beni più

elementari come il grano, il latte, lo zucchero e il sale. Le tasse pagate dagli italiani erano le più alte

d’europa, e gravava maggiormente sui poveri e sulle classi lavoratrici, in base al “principio di tassazione alla

rovescia” . In sostanza chi meno aveva più pagava.

Questa situazione portò ad vertiginoso aumento dell’emigrazione all’estero, principalmente negli Stati Uniti

(con conseguente nascita della mafia italo-americana).

20. L’istruzione pubblica.

La risposta dello Staro fu quella dello Stato di polizia in senso classico. In sostanza era una sovranità

assoluta ma illuminata che cerca di prefiggersi il benessere per i sudditi. E per farlo impone un controllo

ferreo dell’ordine pubblico.

Tra i compiti del benessere sociale, l’istruzione era il bisogno primario. L’obbligo della frequenza scolastica

venne aumentato da 10 a 12 anni, e comunque sempre e comunque almeno fino alla terza elementare. Ma

affidare la gestione di questo ambito ai comuni si era dimostrato fallimentare. La maggior parte degli

amministratori comunali cercava di eludere quest’obbligo. Quindi passò direttamente in mano allo Stato.

Grazie a ciò l’analfabetismo diminuì, e immediati benefici ci furono nello status dei maestri, divenuti

dipendenti statali, e che vedevano quindi esaltato il loro ruolo all’interno della società. La discrezionalità dei

comuni nella scelta dei maestri veniva limitata, rendendoli irrevocabili dopo un periodo di prova di 2 anni e

uno di servizio di 6 con esiti positivi. I maestri incominciarono così ad unirsi anche in sindacati e nel 1901

nacque l’Unione nazionale degli insegnanti elementari. Da ciò ne trassero favore le donne, alle quali era

precluso l’accesso nel pubblico impiego in quasi tutti gli altri settori. Già nel 1886 lo Stato imponeva che i

maestri inculcassero i concetti di Dio, patria e famiglia

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 16

21. L’educazione civica. L’antropologia criminale.

L’educazione era lo scopo principale di due libri. Il primo era Pinocchio di Lorenzini (conosciuto come

Collodi). L’altro era il libro Cuore di Edmondo De Amicis. Entrambi proponevano modelli di virtù da imitare

e vizi da bandire. Tra i sentimenti virtuosi dominano l’amore per la patria, la devozione per la famiglia e

l’obbedienza.

Venivano delineati anche tipi ideali, sia fisici che psicologici, secondo una scienza nuova, l’antropologia

criminale. La fisiognomica di Lombroso era in sostanza una pseudoscienza che intendeva trarre dall’aspetto

fisico connotati psicologici e morali, con deduzioni tra il comico e il grottesco. Ad esempio, secondo queste

teorie, chi aveva la passione per il pedalare trascendeva spesso nel furto. Chi era mancino nella pazzia.

Lombroso sosteneva che la pelle nera era un anello di congiunzione tra la scimmia e l’uomo, stabilendo una

gerarchia delle razze umane che vedeva al vertice quella bianca. Ciò fu il fondamento del razzismo.

Lombroso insieme a Verdi e Garibaldi fu uno degli italiani più famosi nel 19° secolo.

22. La sanità e l’assistenza pubbliche e private.

La cura della salute diventò una questione nazionale. Incominciarono ad adottarsi discipline sulla

prostituzione e la profilassi antisifilide. La lotta al colera e la legge sull’immigrazione.

Il colera, come la malaria, la pellagra e la tubercolosi erano malattie endemiche in Italia. Nel 1884 ci fu la

più grande epidemia di colera in Italia. La città più colpita fu Napoli. Nel 1885 venne approvata la legge sul

risanamento edilizio di Napoli, la prima di una lunga serie di normative e di finanziamenti speciali. Questa

legge prevedeva che la ristrutturazione della città fosse finanziata dallo Stato con il contributo di importanti

istituti bancari, anche mediante l’emissione di obbligazioni.

Come già in altri paesi europei, anche in Italia comincia ad affermarsi l’idea che lo Stato deve assicurare le

migliori condizioni minime di vita nelle città. Inizia così a diffondersi l’edilizia popolare.

Durante il primo decennio del Novecento iniziò la lotta alla malaria, che consentirà nel giro di cinquanta

anni di sradicare la malattia.

Nel 1888 entrarono in vigore due regi decreti sulla profilassi e la cura della sifilide. Il meretricio non era

vietato ne punito in alcuna misura, sicché fu introdotto soltanto un “controllo morbido” consistente nella

sorveglianza del personale medico sui luoghi del suo esercizio. La sifilide veniva curata gratuitamente a tutti

coloro che ne risultavano affetti.

A dicembre del 1888 venne approvata la legge sulla sanità pubblica. Ma si trattava di una legge che

essenzialmente riguardava l’organizzazione della sanità più che le prestazioni di assistenza. Pur

continuando ad essere uno dei compiti del ministero dell’Interno, venne creata una struttura piramidale

che vedeva al vertice un organo direttivo affiancato al Consiglio superiore della sanità, ed alla base i medici

e veterinari della provincia. LA riforma della sanità non contemplava, tranne che per alcune malattie

endemiche, prestazioni assistenziali e mediche gratuite. Neppure per i poveri. In astratto sussisteva per

ogni comune l’obbligo di remunerare un medico per assistere gratuitamente i poveri e fornire le medicine

indispensabili, ma questi impegni venivano spesso evasi per mancanza di fondi. L’assistenza sanitaria veniva

fornita alla popolazione indigente nei modi della carità delle associazioni e degli enti pubblici e privati, laici

ed ecclesiastici.

La legge stabilisce che in ogni comune deve esserci una Congregazione di carità, nominata dal consiglio

comunale, tra tutti gli elettori, ad esclusione degli impiegati e del clero con cura di anime, possono essere

designate anche le donne. Queste organizzazioni si occupavano di attrezzature infermiere, ricoveri, piccoli

ospedali, case di lavoro e di maternità e cucine economiche per i poveri.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 17

La mendicità, che per i sani di corpo configura reato di accattonaggio, può obbligare ad entrare in appositi

ricoveri.

L’esclusione degli ecclesiastici dall’amministrazione dell’amministrazione delle opere svela lo scopo politico

della legge Crispi: completare il processo di laicizzazione dei beni posseduti o controllati dagli enti

ecclesiastici.

Le Congregazioni dureranno fino al 1937, quando il governo fascista le trasformerà in Enti Comunali di

Assistenza (ECA). Spesso le Congregazioni di carità amministrarono anche i locali Monti di Pietà, nati

storicamente come agenzie dei pegni, con lo scopo di concedere prestiti a miti condizioni sulla garanzia di

oggetti dati in pegno, per sottrarre i poveri dall’oppressione degli usurai.

23. La tutela del lavoro.

Nel 1897 ottennero riconoscimento giuridico i Comitati di patronato, che elargivano pasti gratuiti alle

scuole e ai poveri. Successivamente i patronati estesero il proprio ambito fornendo sussidi scolastici ai

fanciulli nell’età dell’obbligo e organizzando corsi integrativi di formazione al lavoro, nonché colonie estive

e montane per i più gracili. La maggior parte dei bambini in Italia lavorava. In genere le assunzioni in

fabbrica avvenivano tra i 9 e 10 anni. In alcuni casi perfino a 6, specie nei lavori tessili, per i quali facevano

comodo le mani piccole.

Nel 1886 venne approvata la prima legge sul lavoro minorile. Stabiliva il divieto di lavoro negli opifici e nelle

cave per i fanciulli sotto nove anni, nelle miniere per quelli sotto i dieci anni e il lavoro notturno per quelli

sotto i dodici anni. Venne introdotto anche per il minore l’obbligo di un libretto di lavoro, in cui doveva

essere annotato se sapesse leggere e scrivere.

Nel 1903 entra in vigore la legge per la “protezione del lavoro”. Stabilisce che in nessun caso può essere

occupato un fanciullo sotto gli anni dodici, e neanche ragazzi sotto i quindici anni o fanciulle sotto i

ventuno, se non forniti di un certificato medico che attesti la loro idoneità fisica al lavoro in cui saranno

occupati. Fanciulli sotto i 13 anni e in nessun caso fanciulle possono essere occupati in lavori sotterranei o

notturni. La giornata lavorativa viene limitata per i fanciulli sotto i quindici anni a undici ore, e per le donne

di ogni età a dodici. Nessuna donna può essere occupata prima di tre o quattro settimane dopo il parto, ed

era prevista la possibilità di un congedo non retribuito di un anno per maternità.

Nel 1883 venne costituito un consorzio tra alcune banche nelle principali città italiane, con lo scopo di

istituire e gestire una Cassa nazionale di assicurazione per gli infortuni sul lavoro. Questa assicurazione

aveva carattere facoltativo fino al 1898 quando fu resa obbligatoria con una legge agli operai delle

industrie.

Nel 1911 Giolitti presentò alla Camera il nuovo governo indicando come impegni più urgenti l’introduzione

del suffragio elettorale universale maschile, l’indennità per la carica di deputato (per permettere anche ai

più poveri di diventarlo) e il monopolio statale delle assicurazioni sulla vita. Giolitti affermò che “Carlo Marx

era stato mandato in soffitta”.

La legge che istituiva l’INA stabiliva che le società private che fino ad allora avevano gestito le assicurazione

del ramo vita potessero proseguire la loro attività ancora per dieci anni e comunque terminare la propria

attività, previa cessione all’INA del 40% di ogni rischio assicurativo dopo l’entrata in vigore della legge

stessa. Allo stesso tempo le società private erano obbligate ad impegnare la metà dei premi riscossi in titoli

di Stato vincolati.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 18

Capitolo 5 – L’economia.

24. Lo stato protezionista. L’inchiesta agraria e la sua irrilevanza nella politica economica. L’abolizione del corso forzoso della lira. La guerra commerciale con la Francia.

La questione sociale in Italia nasce con l’inchiesta agraria Jacini del 1877. Questa inchiesta mise in evidenza

gravi debolezze strutturali dell’agricoltura italiana. In particolare l’arretratezza dei mezzi di coltivazione, la

pessima distribuzione delle colture, la scarsa quantità dei capitali investiti e l’eccessività delle imposte.

Questo rendeva impossibili il risparmio per i contadini che erano soggetti a malattie per le condizioni

igieniche precarie nelle quali vivevano. La Commissione ritenne necessaria una riforma agraria strutturale

con: opere di bonifica, introduzione di nuovi sistemi di colture, istruzione tecnica ed efficiente

riorganizzazione del capitale. Nel contempo di chiedeva allo Stato riforme amministrative e fiscali a favore

del settore.

Il risultato dell’inchiesta aprì un dibattito tra protezionisti e liberisti e sul ruolo di intervento dello Stato.

Vennero istituite anche altre commissioni con lo scopo di indagare sull’esercizio ferroviario, sulla marina

mercantile, sulle tariffe doganali e sulle industrie meccaniche e navali.

Dopo un ventennio dominato da un liberismo economico intransigente, nel quale l’unico obiettivo

perseguito fu il pareggio di bilancio a partire dagli anni 80 lo stato comincia a svolgere un ruolo più incisivo

nella politica economica, prima limitando all’attività di impulso ed indirizzo, in seguito passando anche

all’intervento diretto.

Nel 1866 il governo La Marmora aveva deciso l’introduzione del corso forzoso della moneta e aveva

sospeso la convertibilità dei biglietti di banca. Questo venne fatto per fronteggiare il pesante aggravamento

del deficit di bilancio statale. Nel 1881 venne approvata l’abolizione del corso forzoso, ma fu rinviata al

1883 a causa degli effetti negativi della crisi europea borsistica. La legge scioglieva il consorzio delle sei

banche di emissione e poneva la circolazione interamente sotto il controllo dello Stato. Quindi la lira poteva

di nuovo essere convertita in moneta aurea ed argentea. Per dotarsi di tali riserve metalliche lo Stato si

indebitò con istituti di credito italiani, londinesi e parigini. A causa di ciò il potere di acquisto della lira

aumentò notevolmente con conseguente diminuzione dei prezzi. Diventarono più difficili le esportazioni

(con danno alle produzioni agricole) e ci fu un maggior afflusso di capitali stranieri sul mercato interno.

Sempre negli anni 80 si sviluppa la politica del protezionismo statale. Già nel 1878 il trattato commerciale

con la Francia aveva introdotto elementi protezionistici soprattutto a beneficio dell’industria tessile,

alimentare e siderurgica. Nel 1883 la tariffa doganale viene ulteriormente modificata per il deteriorarsi

delle relazioni commerciali con la Francia che aveva imposto gravi dazi sulla carne e il bestiame italiani. Nel

1887 il Parlamento approva i nuovi dazi protettivi dei prodotti in Italia. Erano esentate dal dazio la maggior

parte delle materie prime utili all’industria, mentre erano colpite le importazioni di frumento, zucchero,

minerali, alcolici e prodotti coloniali. Venivano sacrificate invece le colture agricole dell’Italia meridionale

che praticamente non potevano esportare (soprattutto verso la Francia che era il maggior partner

commerciale). Venne inoltre più che raddoppiato il dazio sul frumento e nel 1888 venne aumentato anche il

dazio sullo zucchero.

In sostanza la politica protezionistica favoriva gli industrializzazione e penalizzava i più poveri.

25. Il ritorno del deficit di bilancio e la politica fiscale.

Nel 1875, dopo anni di economia fino all’osso, il pareggio di bilancio era raggiunto. Al raggiungimento del

pareggio il governo, che si è opposto all’abolizione dell’imposta sul macinato, è messo in minoranza ed è

costretto a dimettersi.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 19

Agostino De Pretis inaugura i governo della Sinistra, e dopo qualche anno il pareggio di bilancio non sarà più

raggiunto. Furono gli interventi infrastrutturali, in particolare la realizzazione di ferrovie, tunnel, bonifiche e

altre grandi opere, a far lievitare la spesa pubblica. In più concorsero anche la diminuzione e la progressiva

abolizione dell’imposta sul macinato. Per non parlare l’aumento delle spese militari per l’aderenza alla

Triplice Alleanza e la politica di espansione coloniale in Africa.

Per arginare il disavanzo vennero fatti molti tentativi. Venne fatto ricorso persino a bilanci truccati

mediante artifici contabili. Spesso il re fu costretto a chiedere alla Camera di autorizzare l’esercizio

temporaneo del bilancio. L’unica strategia antideficit praticata dai Governi dell’epoca si risolse in una

catena di inasprimenti fiscali che colpirono innanzitutto le imposte indirette e i prodotti di grande

diffusione come il grano, il sale, lo zucchero e gli alcolici.

Fallirono invece i tentativi di modificare il sistema tributario imperniandolo sui nuovi regimi per le imposte

dirette. Il compito di avviare la riforma secondo gli orientamenti giolittiani si ebbe nel governo Zanardelli da

parte del ministro Wollemborg. Il disegno di legge prevedeva l’abolizione integrale del dazio di consumo sui

generi di prima necessità. Questo avrebbe dovuto essere sostituito dall’aumento di imposte dirette,

principalmente sulle successioni. Il progetto fu respinto e Wollenborg rassegnò le proprie dimissioni e fu

sostituito da un fedelissimo di Giolitti, Carcano. Questo riuscì a far approvare una legge tributaria che

stabiliva l’abolizione del dazio sui farinacei compensata da un contributo statale ai Comuni; veniva

aumentata la tassa di circolazione sui titoli industriali e rivista la tassa sulle successioni di una aliquota

cautamente progressiva.

26. La questione ferroviaria.

Nel 1877 vengono ultimate le linee ferroviarie adriatica e tirrenica e apre il collegamento Napoli Foggia. Nel

1879 viene approvata la legge sulle costruzioni ferroviarie. La legge prevedeva la costruzione e il

potenziamento soprattutto di reti locali mediante l’esecuzione di progetti per oltre 6000 km. L’operazione

gravava quasi per intero sul bilancio dello Stato, e metteva in pericolo il pareggio finanziario appena

raggiunto, che però continua ad essere mantenuto grazie all’imposta sul macinato che la sinistra non riesce

ad abolire (rimarrà fino al 1881).

Le linee ferroviarie, anche se spesso erano tracciate sulla base di clientele politiche e di pressioni elettorali,

avevano contribuito a spezzare l’isolamento delle province e migliorare i costumi del popolo. Tuttavia il

servizio ferroviario era comunemente considerato scadente. Il costo dei biglietti era piuttosto alto, ma

erano previste molte persone che avevano diritto ad esenzioni o riduzioni: impiegati civili, maestri,

giornalisti, medici, militari ecc. ecc.

Nel 1884 Depretis presentò un progetto alla camera che prevedeva di affidare la gestione dell’intera rete

ferroviaria a tre società private, che dovevano costruire altri 1000 km di ferrovie. Le ferrovie venivano

affidate in gestione per 60 anni (ma lo Stato poteva riscattarle dopo 20 o 40). Le strade ferrate costituivano

il principale mezzo di trasporto e il più potente strumento economico creato dallo sviluppo industriale in

quell’epoca. E come tale, la loro gestione diventava una questione di potere.

Prevalse la linea di Depretis che spingeva per la privatizzazione. A lui si opponevano alcuni liberali, come

Zanardelli, che ritenevano che in settori strategici come quello ci dovesse essere l’intervento dello Stato.

Ma per natura e dimensione il settore delle ferrovie poteva essere gestito o da un oligopolio di grandi

società capitalistiche o dal monopolio pubblico. Il dibattito sulle convenzioni ferroviarie lacerò i liberali, ma

anche gli altri. I radicali erano contrari alla gestione privata. I socialisti proponevano di affidare il tutto a

cooperative di ferrovieri.

La questione ferroviaria si ripropose 20 anni dopo (nel 1905) quando scadeva il primo rinnovo e la prima

possibilità di esercitare il riscatto.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 20

Capitolo 6 – Il Governo

27. Trasformismo, positivismo e belle époque.

De Pretis aveva l’obiettivo di far convergere con la Sinistra moderata esponenti della Destra. Inizia così il

trasformismo. La definizione nasceva dall’invito a trasformarsi rivolto da De Pretis ai candidati della Destra

liberale, in modo da trovare una convergenza.

Nella sua versione degenerata il trasformismo ha significato la formazione di combinazioni parlamentari o

elettorali di natura personalistica o clientelare come metodo di spartizione e gestione lottizzata del potere

pubblico.

Il primo esperimento trasformistico della storia d’Italia è quella con Rattazzi che consenti a Cavour di

diventare Presidente del Consiglio nel 1852.

De Pretis intende superare le divisioni politiche e governare con l’idee e l’appoggio della Sinistra, ma in

nome e nell’interesse di tutta la nazione.

L’ultimo ventennio del secolo fino alla vigilia del conflitto mondiale è definito Belle époque. E’ una lunga

fase di pacifica convivenza tra gli stati europei e di grandi progressi in ogni settore di attività, al punto che

partecipavano al relativo benessere anche fasce deboli.

Nascono le centrali elettriche e la Parigi nel 1900 è già definita la Ville lumieré. Nel 1880 un operai italiano,

Alessandro Cruto, costruisce la prima lampadina elettrica resistente, risolvendo l’ostacolo incontrato da

Edison, le cui lampadine a incandescenza avevano una breve durata e luce crepuscolare. Cruto scoprì un

filamento in carbonio che dava alle lampadine una luce bianca, viva, resistente e meno costosa.Nel 1884

viene fondata la Società generale italiana di elettricità, detta Edison (per la partecipazione dell’omonima

società francese) che costituirà l’impresa più importante tra le imprese dell’industria elettrica, sostenuta

dallo Stato.

Sempre in questo periodo incominciano a nascere le ondate di xenofobia e razzismo. Inizia la diffusione

dell’antisemitismo, alimentati da racconti di fantomatici complotti ebraici contro le nazioni cristiane e il

terrore per i rivoluzionari, con i loro crimini contro la proprietà privata, l’autorità e l’ordine costituiti.

Durante la Belle époque si incominciava ad andare al cinema. Il primo spettacolo raffigurava l’arrivo di un

treno. Inizia in Italia una produzione cinematografica di film “storici” che raffiguravano temi popolari e

nazionali come i canti danteschi, le vicende dell’ antica Roma e quelle sacre della Bibbia.

Ritornando a trasformismo, le tecniche di De Pretis corrispondevano alla prevalente mentalità positivistica,

che esaltava i risultati del progresso. Una mentalità che amava al realtà dei fatti e non l’astrattezza dei

principi. De Pretis puntava a formare un grande partito liberale, in grado di fronteggiare i socialisti e i

cattolici (che erano i partiti emergenti). Ma questo non avvenne a causa di resistenze sia della destra

moderata ma soprattutto nella sinistra.

Contro il trasformismo, radicali repubblicani e socialisti fondarono del 1883 il Fascio della democrazia

guidato dai un comitato rappresentante dei tre gruppi. Ma l’unità fu breve. Ma il colpo più duro a De Pretis

venne dalla Pentarchia. L’associazione di un numeroso gruppo di parlamentari della Sinistra nato da un

accordo tra 5 autorevoli esponenti politici: Zanardelli, Cairoli, Nicotera, Beccarini e Crispi. Questi fondarono

un loro organo di stampa, il giornale La Tribuna (al quale parteciperà anche D’Annunzio). La pentarchia

durò fino al 1887 quando Crispi e Zanardelli ritornarono nei ranghi della maggioranza.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 21

28. La riforma elettorale del suffragio allargato e le sue revisioni.

De Pretis affidò le sorti della sua strategia alla riforma del sistema elettorale-politico del 1882. La nuova

legge amplia notevolmente il corpo elettorale mediante:

a) L’abbassamento del limite di età degli elettori da 25 a 21 anni b) Il dimezzamento della quota di imposta necessaria per avere diritto al voto c) L’estensione del voto a coloro che avevano concluso con buon esito almeno la seconda elementare.

E questo requisito prevaleva su quello del censo.

La capacità di leggere e scrivere poteva essere dimostrata anche mediante la dichiarazione di un notaio,

che all’atto di autenticare la firma in presenza di due testimoni, dichiarasse di aver veduto scrivere e

firmare la domanda dell’interessato alla giunta comunale per essere iscritto nelle liste elettorali.

L’ampliamento portò gli aventi diritto al 6,9% della popolazione maschile.

La seconda parte della legge elettorale sostituiva il sistema del collegio uninominale territorialmente

ristretto il sistema di elezione a scrutinio di lista. Quindi in ogni collegio i gruppi in competizione presentano

liste con più candidati. Questo doveva demolire il sistema del collegio uninominale ristretto che assicurava

il predominio elettorale e politico dei notabili locali. Al posto del vecchio regime dell’elite di notabili voleva

sostituire il sistema dei partiti. Inoltre questo sistema premiava i centri cittadini rispetto alle zone agricole,

perché i primi esprimevano più deputati (perché più popolosi).

Con la legge del 1882 si svolsero nuove elezioni nel 1886 e nel 1890 e venne raggiunta la percentuale

dell’8% e 9% della popolazione maschile.

Nel 1891 il parlamento approva un disegno di legge che reintroduce i collegi uninominali. Questa venne

giustificata con l’esigenza di contenere le degenerazioni trasformistiche. La legge imponeva controlli

rigorosi in particolare dei titoli di studio e della capacità di leggere e scrivere e portò alla cancellazione dalle

liste di molti appartenenti ai ceti umili e proletari, soprattutto nell’Italia meridionale. Lo scopo era quello di

togliere il diritto di voto a settori della popolazione considerati terreno di conquista delle opposizioni

socialiste e democratiche.

29. Il suffragio universale maschile.

Il suffragio universale maschile venne introdotto con legge, nel 1912 durante il governo Giolitti e venne

introdotto mantenendo il sistema dei vecchi collegi uninominali. Con esso veniva esteso a tutti i cittadini

maschi il diritto di voto, compresi gli analfabeti che abbiano 30 anni di età, e i ventunenni con i requisiti

della legge del 1882. Con questa legge gli elettori passarono dal 9% al 24%. Per la prima volta viene istituita

una indennità per i deputati tale da consentire anche a chi era in condizioni economiche disagiate di avere

una indipendenza economica nell’esercizio del proprio mandato. Giolitti sperava che in questo modo

nascessero i partiti moderni come organizzazioni ideologiche permanenti, che avrebbero soppiantato il

dominio dei notabili e la personalizzazione della vita politica.

Tuttavia l’inserimento delle classi e delle forze popolari nella vita politica non infrangeva la tradizionale

cornice verticistica sul piano istituzionale. Salvemini accusò Giolitti di fare uso di corruzione e, specialmente

nel mezzogiorno, di aver usato la malavita.

Giolitti era convinto che il riformismo sociale di cui era propugnatore doveva realizzarsi pur sempre

all’interno della struttura politica elitaria dello stato. Per compensare l’allargamento del suffragio era perciò

necessario perseverare nell’antico costume del trasformismo parlamentare, delle manipolazioni elettorali e

degli accordi di vertice con gli oppositori. Alle elezioni per la Camera del 1913 votarono il 60% circa degli

aventi diritto. I cattolici per la prima volta parteciparono in modo massiccio alle elezioni eleggendo i propri

rappresentanti. Circa 1/3 sono deputati di prima nomina. Alcuni deputati liberali vennero eletti dai cattolici

grazie al “patto Gentiloni”. Il patto consisteva in un accordo preparato dal presidente dell’Unione elettorale

cattolica, il conte Gentiloni, nel quale i candidati, per ottenere l’appoggio elettorale, dovevano accettare

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 22

alcune clausole. Le clausole principali clausole riguardavano la tutela della scuola privata, il favore per

l’istruzione religiosa nelle scuole pubbliche e l’opposizione all’introduzione del divorzio. I patti vennero

stipulati alla vigilia delle elezioni nei collegi con i singoli candidati e gli esponenti delle associazioni

cattoliche locali ed ebbero l’intento di fermare l’avanzata delle Sinistre, che il suffragio lasciava presagire.

L’alleanza con i cattolici per arginare la sinistra, pur nascosta e ufficialmente smentita, segnava di fatto

l’abbandono della politica di separazione tra Stato e Chiesa. Giolitti acconsentì a pagare questo prezzo per

cercare di creare un popolo italiano sia pure cattolico, ma antisocialista.

30. Le riforme dell’amministrazione locale e la nascita della giustizia amministrativa.

Dalla fine dell’ultimo governo Depretis fino al primo conflitto mondiale ci fu un potenziamento

dell’amministrazione. Crispi nel 1887 pronunciò un discorso dove dichiarava l’urgenza di ammodernamento

dello Stato, elencando le riforme necessarie.

Si incominciò con il riordino dell’amministrazione centrale. Nel 1888 fu emanata una legge mediante la

quale i ministeri potevano essere istituiti, modificati o soppressi attraverso decreti regi su proposta del

presidente del consiglio e non più mediante legge. Inoltre veniva istituita, presso i vari ministeri, la figura

del sottosegretario di Stato, che presero il posto dei vari segretari generali che erano a capo delle varie

direzioni generali. I sottosegretari operavano come viceministri e venivano sempre scelti tra i parlamentari.

Prima di questa norma ne era stata fatta un’altra sui prefetti, che potevano essere collocati in aspettativa o

a riposo dal ministro, dando un grande potere al ministero, e rendendo la funzione di prefetto una funzione

politica.

Crispi si adoperò per modificare anche gli enti locali allo scopo di rafforzare il potere e il controllo del

Governo e dei suoi organi. Con una legge si stabilì che i sindaci dei comuni con oltre 10000 abitanti

venivano eletti dal consiglio comunale (e non più dai prefetti). A questo apparente aumento di

democraticità corrispose una diminuzione dell’autonomia dei comuni. Infatti venne istituito un nuovo

organo dello stato dipendente dal ministero dell’Interno: la giunta provinciale amministrativa (GPA),

presieduta dal prefetto e composta da consiglieri di prefettura, alla quale viene affidata la tutela del

controllo sugli enti locali e sui loro atti, con la facoltà di annullamento e di riforma di essi.

L’organizzazione Crispina dell’amministrazione era quindi incentrata sull’autorità prefettizia come

rappresentante della volontà sovrana ed unitaria dello Stato e guida della società civile. Fino all’ Assemblea

Costituente del 1946-47 non ci saranno altre modifiche degne di nota degli enti locali.

Nel 1891 il governo Rudinì si fece promotore di proposte che prevedevano l’istituzione di circoli di province

aventi a capo un governatore dotato di poteri rappresentativi, e di consorzi obbligatori e permanenti per la

gestione a livello provinciale e comunale di determinate attività pubbliche. La prima idea ebbe una sorta di

attuazione con l’istituzione del “Commissario civile per la Sicilia” (una sorta di nuovo ministro senza

portafoglio in carica per un anno a cui venivano assegnati tutti i poteri amministrativi per la Sicilia). MA

questo venne preso a pretesto per aprire una discussione sul regionalismo in Italia che vide la stragrande

maggioranza delle forze politiche contrarie. Il disegno era quello di sottrarre le amministrazioni locali al

potere dei prefetti statali e consegnarlo nelle mani delle oligarchie dei notabili locali, e specie nel sud, ai

proprietari dei latifondi.

Ancora per iniziativa di Crispi venne istituita con legge nel 1889 la IV sezione del Consiglio di Stato, evento

che è considerato come la nascita della giustizia amministrativa in Italia. Alla nuova sezione venne attribuita

la competenza giurisdizionale, a differenza delle prime tre che svolgevano compiti meramente consultivi ed

ausiliari del governo. In particolare la sezione era chiamata a giudicare sui ricorsi dei privati contro gli atti

dell’amministrazione fondati su interessi legittimi (e non su diritti) e volti ad ottenere l’annullamento

dell’atto amministrativo per vizi di legittimità. L’anno successivo con una nuova legge vennero assegnate

alle Giunte provinciale amministrative (GPA) costituite l’anno precedente la competenza a giudicare delle

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 23

controversie contro gli atti dei comuni e delle province, rendendoli giudici di primo grado, in quanto le loro

decisioni erano appellabili di fronte alla nuova sezione del Consiglio di Stato.

Nel 1907 venne creata anche la V sezione. La difesa giudiziaria contro le p.a. risultava articolata in una

giurisdizione ordinaria affidata ai giudici comuni a tutela dei diritti soggettivi e in una speciale affidata ai

giudici amministrativi che tutelavano gli interessi legittimi, con la Corte di Cassazione di Roma che era

chiamata a regolare i confini e i conflitti tra le due giurisdizioni (spesso di difficile distinzione).

Il criterio dell’interesse legittimo rendeva quella amministrativa una giurisdizione di diritto oggettivo, ossia

uno strumento volto a garantire la conformità della legge da parte dell’attività amministrativa.

31. Dai governi del Re ai governi del Primo Ministro.

I governi Depretis varati dopo la riforma elettorale del 1882 sono gli ultimi che possono essere definiti a

vocazione parlamentare. Il parlamento, fino ad allora, ma soprattutto la Camera, malgrado il trasformismo,

rimaneva formalmente l’unico organo di riferimento della politica governativa. Dopo Depretis, a partire dal

suo successore, Crispi, questa vocazione di dissolve anche dal punto di vista formale. Crispi in accordo con il

Re non presenta nemmeno il governo alle camere, anzi, fece dichiarare al consenziente sovrano la chiusura

dei lavori parlamentari (chiusura che si ripetè diverse volte durante i suoi governi).

Crispi trincerava il suo governo dietro l’autorità della corona al fine di dominare meglio il parlamento. Era

un paradossale ritorno allo Statuto, non tanto per affermare il potere del Re, quanto per esaltare il primato

del Governo come organo superpartes nazionale. Tutta la politica finanziaria e tributaria di Crispi fu varata

per semplice decreto regio, qualificando il presidente del consiglio come una sorte di re senza corona. La

conseguenza fu che, soprattutto dopo la scomparsa politica di Crispi, il Re e la sua corte cercarono di

esercitare direttamente il potere di Governo. Ma i risultati furono scarsi.

Non si trattava solo di un voler tornare all’art 65 dello Statuto. Sonnino diceva che era necessario se si

voleva contrastare l’avanzata dei rossi (socialisti) e dei neri (cattolici) e per fare quello i liberali

proponevano un modello germanico-bismarkiano improntato sull’asse decisionale Sovrano-Cancelliere.

Questa teoria venne ben accolta nella corte e soprattutto dal principe Umberto che negli ultimi 4 anni di

regno insediò solo governi del Re. Con la conseguenza che questi governi erano caratterizzati da un forte

impulso all’antiparlamentarismo e con una gestione dell’ordine pubblico particolarmente repressiva delle

libertà sociali e politiche.

Nel 1901, durante il governo Zanardelli (con Giolitti come ministro dell’Interno), venne emanato il regio

decreto che determinava gli oggetti da sottoporsi al consiglio dei ministri. La nuova normativa attribuiva al

consiglio dei ministri il potere di nominare e di revocare le più importanti cariche civili e militari dello Stato,

tra le quali, i senatori e il presidente e il vicepresidenti del Senato, il ministro della Real Casa, i consiglieri di

Stato e della Corte dei conti, gli ambasciatori, il capo di stato maggiore dell’esercito e i comandanti di corpo

d’armata e di divisone, il comandante generale dei Carabinieri e i primi presidenti e i procuratori generali

delle corti d’appello e di cassazione, i prefetti, il direttore generale della banca d’Italia ecc.

In tal modo venivano ridotte a mere formalità le nomine regie previste dallo statuto. Il Consiglio diventava

l’organo interlocutore del Parlamento in tutte le vicende relative ai procedimenti legislativi coinvolgenti

l’esecutivo. Il Consiglio dei ministri aveva così raggiunto una sua autonomia dalla Corona come organo di

governo. In cui uomo forte era il primo ministro. Ma spesso la personalità di Giolitti emarginava gli stessi

ministri dalle decisioni fondamentali. Ma a differenza di Depretis che fondava la sua legittimazione sul

trasformismo delle maggioranze parlamentari, e di Crispi che si riparava dietro la Corona, Giolitti cercò il

rafforzamento della base liberale.

Riassunto a cura di Nicola Della Latta © Pagina 24

32. Lo scandalo bancario. La nascita della questione morale. L’istituzione della Banca d’Italia.

Nell’ultimo decennio del 800 si accentuò nel nostro paese il fenomeno di urbanizzazione a causa di massicci

spostamenti dalle campagne alle città. Questo portò ad una grande espansione dell’attività edilizia,

accompagnata da ondate di speculazione che colpito principalmente Roma. Qui fu protagonista la Banca

Romana (ex Banca dello Stato Pontificio). Questa banca era una delle sei banche del regno dotate del

privilegio di battere moneta, cioè di immettere biglietti con corso legale. Ma questa banca, per finanziare

gli imprenditori stampò monete false.

Venne così ordinata una inchiesta amministrativa in seguito ad alcuni fallimenti bancari e al diffondersi

della notizia di circolazione di moneta abusiva. Le irregolarità vennero alla luce, ma i risultati vennero

mantenuti segreti da Crispi e da Giolitti, compromessi insieme al Re nei finanziamenti occulti. Ma la cosa si

seppe e il parlamento invocava una commissione d’inchiesta parlamentare. Giolitti riuscì ad evitarla

facendo una commissione governativa in mano al senatore Finali. LA commissione raggiunse gli stessi

risultati della precedente e i responsabili vennero arrestati.

Per cercare di recuperare, Giolitti presenta nel 1893 il progetto di istituzione della Banca d’Italia, e il giorno

dopo la camera delibera all’unanimità l’istituzione di una commissione inquirente composta da sette

deputati nominati dal presidente della camera Zanardelli. Ma i socialisti lasciarono l’aula, convinti che

ormai una commissione era inutile perché i pezzi grossi si erano già messi in salvo.

Il comitato parlamentare presentò una relazione in cui diceva che Giolitti non poteva non sapere quello che

era successo. Il giorno dopo Giolitti si dimette da presidente del Consiglio.

Crispi, succeduto a Giolitti lo accusa pubblicamente di essere implicato nello scandalo della Banca Romana.

Dal canto suo Giolitti produrrà documenti “il plico Giolitti” dove ci sarebbero le prove che anche Crispi

abbia degli illeciti legami con la stessa banca. Giolitti si rifugiò in Germania per sottrarsi ad un possibile

arresto e ricevette un mandato di comparizione dal Tribunale di Roma, relativamente al plico da lui

presentato. Ma Giolitti torna in Italia e presenta un ricorso alla Corte di Cassazione dove si accerta che la

magistratura ordinaria non è competente a giudicare gli atti compiuti da un ministro durante l’esercizio

delle sue funzioni.

Crispi ottiene allora dal Re lo scioglimento della Camera e indice nuove elezioni. In questo modo riesce ad

allontanare il confronto parlamentare sul suo coinvolgimento. Subito dopo le elezioni Cavallotti pubblica la

“Lettera degli onesti” dove per la prima volta si parla di “questione morale”. MA alla fine il parlamento

decise di scagionare sia Giolitti che Crispi e la questione fu insabbiata. Nacque però la Banca d’Italia, che

posta sotto il controllo del governo, che ne nomina il direttore generale, assunse progressivamente a livello

nazionale i compiti di indirizzo e sorveglianza sui sistemi bancario e creditizio.

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