Riassunto Lo Spirito delle Leggi - Montesquie, Appunti di Filosofia Del Diritto. Università di Genova
francesca2008
francesca20086 marzo 2014
Questo è un documento Store
messo in vendita da francesca2008
e scaricabile solo a pagamento

Riassunto Lo Spirito delle Leggi - Montesquie, Appunti di Filosofia Del Diritto. Università di Genova

DOC (321 KB)
75 pagine
6Numero di download
507Numero di visite
1Numero di commenti
Descrizione
RIASSUNTO:LO SPIRITO DELLE LEGGI - Montesquie - per esame filosofia del diritto - Genova - Giurisprudenza
3.99
Prezzo del documento
Scarica il documento
Questo documento è messo in vendita dall'utente francesca2008: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli
Anteprima2 pagine / 75
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 75 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 75 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 75 totali
Scarica il documento

RIASSUNTO:LO SPIRITO DELLE LEGGI

INTRODUZIONE

Montesquieu cercò di dimostrare come, sotto la diversità apparentemente arbitraria degli eventi, la storia abbia un ordine e manifesti l'azione di leggi costanti. Le istituzioni e le leggi dei vari popoli non costituiscono qualcosa di casuale o accidentale, ma sono strettamente condizionate dalla natura dei popoli stessi, dai loro costumi, dalla loro religione, ecc. Al pari di ogni essere vivente anche gli uomini, e quindi le società, sono sottoposte a regole fondamentali che scaturiscono dall'intreccio stesso delle cose.

Queste regole non debbono considerarsi assolute, cioè indipendenti dallo spazio e dal tempo; esse al  contrario, variano al variare delle situazioni; come i vari tipi di governo e delle diverse specie di  società. Ma, posta una società di un determinato tipo, sono con ciò stesso dati i principi ai quali essa  non può derogare pena la sua rovina.

Conciliare le leggi del tempo con il moto delle passioni è il compito vero del legislatore, perché  proprio queste passioni, dice Montesquieu, si raccolgono, si sedimentano, assumono forza trainante,  invadono il collettivo e ne determinano l'azione, ne sono l'esprit. "In tutte le società che non sono che  un'unità dello spirito si forma un carattere comune. Quest'anima universale assume un modo di  pensare che è l'effetto di una catena di cause infinite che si moltiplicano e si combinano di secolo in  secolo. quando questo carattere si è dato ed è stato ricevuto, è lui solo che governa e tutto ciò che i  sovrani, i magistrati, i popoli possono fare e immaginare, per quanto paia urtare questo carattere, o  adeguarvisi, vi si relazionano sempre ed esso domina fino alla totale distruzione".

AVVERTIMENTO DELL’AUTORE

Virtu nella repubblica è   l’amore della patria,  cioè   l’amore dell’uguaglianza.  Si   tratta dell’  uomo  virtuoso politico nel libro secondo; è l’uomo che ama le leggi del suo paese, e che agisce per amore  delle leggi del suo paese. 

PARTE PRIMA

Le leggi intese in modo ampio, sono i rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose, e in  questo senso tutti gli esseri hanno le loro leggi. Le leggi sono le relazioni fra quella ragione e i diversi esseri, e le relazioni di questi diversi esseri fra  loro.  Prima  che  vi   fossero   leggi   stabilite,   vi   erano   rapporti   di   giustizia   possibili.  Bisogna   ammettere  rapporti d’equita anteriori alla legge positiva che li determina. Il mondo intelligente non è governato come quello fisico, perché anche se ha leggi invariabili per  natura, non le segue come il mondo fisico. Nel  mondo   intelligente,   essi  non  obbediscono  costantemente   alle   leggi  primitive;   e  perfino  non  sempre seguono quelle fatte da loro stessi.

L’uomo, in quanto essere fisico, è governato come gli altri corpi da leggi invariabili; in quanto essere  intelligente, viola perpetuamente le leggi stabilite da Dio, e muta quelle che ha stabilito lui stesso.  Deve guidarsi da solo; tuttavia è un essere limitato, soggetto all’ignoranza e all’errore come tutte le  intelligenze finite; perde perfino le deboli cognizioni che possiede; in quanto creatura sensibile, cade  in preda a mille passioni. I legislatori riportano l’uomo ai suoi doveri mediante le leggi politiche e civili.

DELLE LEGGI DELLA NATURA

Hobbes ritiene che gli uomini proverebbero sin dal principio il desiderio di sottomettersi a vicenda,  non è ragionevole.  Oltre al sentimento, che posseggono  sin dal principio, gli uomini giungono ad avere delle cognizioni;  ed ecco un secondo legame che gli altri animali non conoscono. Hanno dunque un nuovo motivo di  unirsi, e il desiderio di vivere in società  è una quarta legge naturale.

DELLE LEGGI POSITIVE

Non appena si  costituiscono  in   società,  gli   uomini  perdono  il   senso  della   loro  debolezza,  cessa  l’uguaglianza che esisteva fra loro e ha inizio lo stato di guerra. Ogni singola società diviene consapevole della propria forza, il che da origine ad uno stato di guerra  fra nazione e nazione. Del pari in ogni società i privati cominciano a conoscere la propria forza, cercano di rivolgere a loro  favore i vantaggi principali  di questa società, e cio crea fra di essi uno stato di guerra. Questi due tipi di stato di guerra determinano l’istituzione delle leggi fra gli uomini. In quanto abitanti  di un pianeta tanto grande non possono non esservi popoli diversi, essi hanno leggi che regolano le  relazioni di quei popoli fra loro, e questo è il DIRITTO DELLE GENTI. In quanto vivono in una  società  che dev’essere conservata, hanno leggi che regolano le relazioni fra i governanti e i governati,  ed ecco il DIRITTO POLITICO. Altre infine ne hanno che regolano i rapporti che tutti i cittadini  hanno fra loro, ed è questo il DIRITTO CIVILE. Il diritto delle genti, è fondato secondo natura principio che le varie nazioni debbano farsi in tempo di  pace il maggior bene e in tempo di guerra il minor male possibile, senza nuocere ai loro veri interessi. Lo scopo della guerra è  la vittoria, quello della vittoria è  la conquista; quello della conquista, la  conservazione Da questi principi derivano le leggi che formano il diritto delle genti, e per ciascuna società vi è poi  un diritto politico. Quindi il  governo più  conforme alle natura al  carattere del popolo   per cui è  stabilito. La legge, in generale,  è  la ragione umana, in quanto governa tutti i  popoli della terra,  e le leggi  politiche e civili di ogni nazione non devono costituire che i casi particolari ai quali si applica questa  ragione umana.

LIBRO   SECONDO   –   DELLE   LEGGI   CHE   DERIVANO   DIRETTAMENTE   DALLA  NATURA DEL GOVERNO

CAPITOLO PRIMO – DELLA NATURA DEI TRE DIVERSI GOVERNI

Vi sono tre specie di governi ( natura di ogni governo) : il REPUBBLICANO ( è quello in cui tutto il  popolo, o soltanto una parte del popolo , detiene il potere sovrano ) ; il MONARCHICO ( quello in  cui governa uno solo, ma per mezzo di leggi fisse e stabilite) ; il DISPOTICO ( uno solo, senza legge  e senza regola trascina tutto con la sua volontà e i suoi capricci).

Vi sono tre specie di governi: il REPUBBLICANO, il MONARCHICO e il DISPOTICO. Per  scoprisse la natura basta l'idea che ne hanno gli uomini meno istruiti. Io suppongo tre  definizioni, o meglio tre situazioni di fatto: che il governo repubblicano è quello in cui tutto il  popolo, o soltanto una parte del popolo, detiene il potere sovrano; il monarchico, quello in cui  governa uno solo, ma per mezzo di leggi fisse e stabilite; mentre nel dispotico uno solo, senza  legge e senza regola, trascina tutto con la sua volontà e i suoi capricci. Ecco quello che chiamo la  natura di ogni governo. Bisogna vedere quali sono le leggi che scaturiscono da questa natura, e  che, in conseguenza, sono le prime leggi fondamentali.

CAPITOLO SECONDO – DEL GOVERNO REPUBBLICANO E DELLE LEGGI RELATIVE  ALLA DEMOCRAZIA.

Quando, nella repubblica, il popolo in corpo ha il potere sovrano, ci troviamo in una democrazia.  Quando   il   potere   sovrano   è   nelle  mani   di   una   parte   del   popolo,   questa   situazione   si   chiama  aristocrazia. Le leggi che stabiliscono il diritto di voto sono fondamentali. Il popolo che detiene il potere sovrano deve fare direttamente tutto quello che è in grado di fare bene;  e quello che non è in grado di fare bene, è necessario che lo faccia per mezzo dei suoi ministri. I ministri non sono suoi se non è lui che li nomina: è dunque un principio fondamentale di questo  governo che il popolo nomini i suoi ministri, vale a dire i suoi magistrati. La   legge  che   fissa   il   suffragio  è    un’altra   legge   fondamentale  della  democrazia.  Un’altra   legge  fondamentale della democrazia è che solo il popolo faccia le leggi.

Quando, nella repubblica, il popolo in corpo ha il potere sovrano, ci troviamo in una  democrazia. Quando il potere sovrano è nelle mani di una parte del popolo, questa situazione si  chiama aristocrazia. Il popolo nella democrazia è, sotto certi aspetti, il monarca. sotto certi altri  è il suddito. Non può essere monarca se non per i suoi suffragi che sono la sua volontà. La  volontà del sovrano è il sovrano stesso. Le leggi che stabiliscono il diritto di voto sono dunque  fondamentali in questo governo. Infatti, stabilire come, da parte di chi e su che cosa devono  essere dati i suffragi, è altrettanto importante che, in una monarchia, sapere chi è il monarca e  in qual modo deve governare (... ). È essenziale fissare il numero dei cittadini che devono 

formare le assemblee; senza di che si potrebbe non sapere se ha parlato il popolo o solamente  una parte del popolo. A Sparta si richiedevano diecimila cittadini. A Roma, nata piccola  per,arrivare ­alla grandezza; a Roma, destinata a conoscere tutte le vicissitudini della sorte; a  Roma, che aveva talvolta quasi tutti i suoi cittadini fuori le mura e talvolta tutta l'Italia e una  parte della terra entro le mura, questo numero non era stato fissato, e fu questa una delle cause  principali della sua rovina. Il popolo che detiene il potere sovrano deve fare direttamente tutto  quello che è in grado di fare bene; e quello che non è in grado di fare bene, è necessario che lo  faccia per mezzo dei suoi ministri. I ministri non sono suoi se non è lui che li nomina: è dunque  un principio fondamentale di questo governo che il popolo nomini i suoi ministri, vale a dire i  suoi magistrati. Al pari dei monarchi, ed anche di più, ha bisogno di essere guidato da un  consiglio, o senato. Ma perché il popolo vi abbia fiducia, bisogna che ne elegga i membri; sia che  li scelga lui stesso, come in Atene, sia che li scelga per mezzo di qualche magistrato stabilito per  eleggerli, come si praticava a Roma in alcune occasioni. (…) Come la maggior parte dei  cittadini, che hanno sufficiente capacità per eleggere, ma non ne hanno abbastanza per essere  eletti, così il popolo, che ha abbastanza capacità per farsi render conto dell'amministrazione  altrui. non è adatto ad amministrare da sé. Bisogna che gli affari vadano avanti, e che vadano  avanti in un certo modo, né troppo lento né troppo veloce. Ma il popolo ha sempre troppa  attività, o troppo poca. Talvolta con centomila braccia rovescia tutto, talaltra, con centomila  piedi, non avanza che come un insetto. Nello Stato popolare, si divide il popolo in date classi. E  appunto nel modo di fare questa divisione che si sono segnalati i grandi legislatori; e da questa  sono sempre dipese la durata della democrazia e la sua prosperità. (…) Come la divisione di  coloro che hanno diritto di voto è, nella repubblica, una legge fondamentale, così la maniera di  darlo è un'altra legge fondamentale. Il suffragio a sorte è proprio della natura della democrazia,  il suffragio a scelta lo è di quella dell'aristocrazia. La sorte è un modo d. eleggere che non  affligge nessuno; lascia a ciascun cittadino una ragionevole speranza di servire la patria.  Tuttavia, essendo di per sé un sistema difettoso, i grandi legislatori hanno cercato di sempre  meglio regolarlo e correggerlo. (…) La legge che fissa le modalità del suffragio è un'altra legge  fondamentale della democrazia. È un gran problema se i suffragi debbano essere pubblici o  segreti. Cicerone scrive che le leggi che li resero segreti negli ultimi tempi della repubblica  romana, furono una delle cause principali della sua caduta. Siccome ciò si pratica diversamente  in differenti repubbliche, ecco, credo, quello che conviene pensarne. Non v'è dubbio che quando  il popolo dà suffragi, questi devono essere pubblici, e ciò deve essere considerato una legge  fondamentale nella democrazia. Bisogna che il basso popolo sia illuminato dai principali  cittadini, e tenuto a freno dalla serietà di alcuni personaggi. Fu così che nella repubblica  romana, col rendere segreti i suffragi, si rovinò tutto: non fu più possibile illuminare una  plebaglia che andava perdendosi. Ma quando in un'aristocrazia il corpo dei nobili dà suffragi,  o, in una democrazia il senato, siccome non si tratta in tal caso che d'impedire i brogli, i suffragi  non potrebbero essere mai troppo segreti. Il broglio è pericoloso in un senato; è pericoloso in un  corpo di nobili: non lo è nel popolo, la cui natura è di agire per passione. Negli Stati in cui non 

ha parte al governo, si scalderà per un attore, come lo avrebbe fatto per gli affari. La disgrazia,  in una repubblica, è quando non ci sono più brogli; e ciò avviene quando il popolo è stato  corrotto col denaro: si raffredda, si affeziona all'oro, ma non si affeziona più agli affari: senza  preoccuparsi del governo e di quello che vi si propone, aspetta tranquillamente il suo salario.  Un'altra legge fondamentale della democrazia è che solo il popolo faccia le leggi. Vi sono  tuttavia mille occasioni in cui è necessario che il senato possa deliberare; spesso anche conviene  mettere in prova una legge prima di stabilirla. La costituzione di Roma e quella di Atene erano  saggissime. I decreti del senato avevano forza di legge per un anno; non divenivano perpetui che  per volontà del popolo.

CAPITOLO   TERZO   ­     DELLE   LEGGI   RELATIVE   ALLA   NATURA  DELL’ARISTOCRAZIA.

Nell’aristocrazia il potere sovrano è nelle mani di un certo numero di persone. Sono quelle che fanno  le leggi e le fanno eseguire; il resto del popolo non è tutt’al piu, rispetto a esse, se non quello che in  una monarchia sono i sudditi rispetto al monarca. Quando i nobili sono in gran numero, è necessario un senato per regolare gli affari che il corpo dei  nobili non sarebbe in grado di decidere, e preparare quelli su cui decidere. In tal caso, si può dire che  l’aristocrazia è in qualche modo nel senato, la democrazia nel corpo dei nobili e che il popolo non è  niente. La migliore aristocrazia è quella in cui la parte del popolo che non partecipa al potere è tanto piccola  e tanto povera, che la parte dominante non ha nessun interesse a opprimerla. Le famiglie aristocratiche, dunque, devono essere popolo per quanto è possibile. Quanto più  una  aristocrazia si avvicinerà alla democrazia, tanto più sarà perfetta; e lo diverrà tanto meno, a misura  che si avvicinerà alla monarchia.

Nell'aristocrazia il potere sovrano è nelle mani di un certo numero di persone. Sono queste che  fanno le leggi e le fanno eseguire; il resto del popolo non è tutt'al più, rispetto a esse, se non  quello che in una monarchia sono i sudditi rispetto al monarca. Non vi si devono dare i voti a  sorte; non se ne avrebbero che gli inconvenienti. Difatti, in un governo che ha già stabilito le più  dure distinzioni, non si sarebbe meno odiosi anche se si sarebbe eletti a sorte: è il nobile che  viene invidiato, non il magistrato. Quando i nobili sono in gran numero, è necessario un senato  per regolare gli affari che il corpo dei nobili non sarebbe in grado di decidere, e preparare  quelli su cui decidere. In tal caso, si può dire che l'aristocrazia è in qualche modo nel senato, la  democrazia nel corpo dei nobili, e che il popolo non è niente. Sarà cosa felicissima,  nell'aristocrazia, se, per qualche via indiretta, si farà uscire il popolo dal suo annientamento;  così a Genova il Banco di San Giorgio, che è amministrato in gran parte dai principali  personaggi del popolo, conferisce a questo una certa influenza nel governo, che ne fa tutta la  prosperità. (...) La migliore aristocrazia è quella in cui la parte del popolo che non partecipa al  potere è tanto piccola e tanto povera, che la parte dominante non ha nessun interesse a  opprimerla. Così Antipatro, quando stabilì in Atene che coloro che non possedevano duemila 

dramme fossero esclusi dal diritto di voto, formò la migliore aristocrazia possibile; infatti  questo censo era tanto modesto che escludeva poca gente, e nessuno che godesse di qualche  considerazione nella città. Le famiglie aristocratiche, dunque, devono essere popolo per quanto  possibile. Quanto più una aristocrazia si avvicinerà alla democrazia, tanto più sarà perfetta; e lo  diverrà tanto meno, a misura che si avvicinerà alla monarchia. La più imperfetta di tutte è  quella in cui la parte del popolo che obbedisce è in condizione di servitù civile rispetto a quella  che comanda, come l'aristocrazia della Polonia, dove i contadini sono schiavi della nobiltà. 

CAPITOLO QUARTO – DELLE LEGGI NEL LORO RAPPORTO CON LA NATURA DEL  GOVERNO MONARCHICO.

I poteri intermedi, subordinati e dipendenti, costituiscono la natura del governo monarchico, cioè di  quello in cui uno solo governa per mezzo di leggi fondamentali. Il principe è la fonte di ogni potere  civile e politico. Non basta che vi siano, in una monarchia, degli ordini intermedi; occorre anche un deposito di leggi.  Questo deposito di leggi non può essere che nei corpi politici, i quali annunciano le leggi quando  vengono fatte e le ricordano quando vengono dimenticate. La naturale ignoranza dei nobili, la loro  indifferenza, il loro disprezzo per il governo civile esigono che vi sia un corpo che faccia uscire senza  posa le leggi dalla polvere dove rimarrebbero seppellite. Il consiglio del principe non è un deposito  conveniente. Esso è, per la sua stessa natura, il deposito della volontà momentanea del principe che ha  il potere esecutivo, e non il deposito delle leggi fondamentali. Inoltre, il consiglio del monarca cambia  senza posa; non è permanente; non potrebbe essere numeroso; non gode in grado abbastanza alto la  fiducia del popolo:    non è  perciò   in condizione d’illuminarlo  in  tempi difficili,  né  di   ricondurlo  all’obbedienza. Negli stati dispotici, dove non vi sono leggi fondamentali, non vi è nemmeno un deposito di leggi. Da  cio deriva che in quei paesi la religione ha di solito tanta forza, in quanto forma una specie di deposito  e di continuità; e, se non è la religione, sono le consuetudini che vi sono venerate, al posto delle leggi.

I poteri intermedi, subordinati e dipendenti, costituiscono la natura del governo monarchico,  cioè di quello in cui uno solo governa per mezzo di leggi fondamentali. Ho detto i poteri  intermedi, subordinati e dipendenti: in effetti, nella monarchia, il principe è la fonte di ogni  potere politico e civile. Queste leggi fondamentali presuppongono necessariamente dei canali  medianti per i quali scorre il potere: poiché, se non vi fosse nello Stato che la volontà  momentanea e capricciosa di uno solo, nulla potrebbe essere fisso, e per conseguenza non vi  sarebbe nessuna legge fondamentale. Il potere intermedio subordinato più naturale è quello  della nobiltà. Essa entra in qualche modo nell'essenza della monarchia, la cui massima  fondamentale è: dove non c'è monarca, non c'è nobiltà: dove non c'è nobiltà non c'è monarca.  Ma c'è un despota. (...) Non basta che vi siano, in una monarchia, degli ordini intermedi;  occorre anche un deposito di leggi. Questo deposito non può essere che nei corpi politici, i quali  annunciano le leggi quando vengono fatte e le ricordano quando vengono dimenticate. La  naturale ignoranza dei nobili, la loro indifferenza, il loro disprezzo per il governo civile esigono 

che vi sia un corpo che faccia uscire senza posa le leggi dalla polvere dove rimarrebbero  seppellite. Il Consiglio del principe non è un deposito conveniente. Esso è, per la sua stessa  natura, il deposito della volontà momentanea del principe che ha il potere esecutivo, e non il  deposito delle leggi fondamentali. Inoltre, il Consiglio del monarca cambia senza posa; non è  permanente; non potrebbe essere numeroso; non gode in grado abbastanza alto la fiducia del  popolo: non è perciò in condizione d'illuminarlo in tempi difficili, né di ricondurlo  all'obbedienza. Negli Stati dispotici, dove non vi sono leggi fondamentali, non vi è nemmeno un  deposito di leggi. Da ciò deriva che in questi paesi la religione ha di solito tanta forza, in quanto  forma di una specie di deposito e di continuità; e, se non è la religione, sono le consuetudini che  vi sono venerate, al posto delle leggi. 

CAPITOLO QUINTO  –  DELLE LEGGI  RELATIVE ALLA NATURA DELLO  STATO  DISPOTICO.

Dalla  natura stessa del  potere  dispotico deriva che  l’uomo solo che  l’esercita   lo   faccia  del  pari  esercitare da uno solo.

Dalla natura stessa del potere dispotico deriva che l'uomo solo che l'esercita lo faccia del pari  esercitare da uno solo. Un uomo a cui i suoi cinque sensi dicono senza posa che egli è tutto, e che  gli altri non sono niente, è naturalmente pigro, ignorante, voluttuoso. Abbandona quindi gli  affari. Ma se li confidasse a parecchi, sorgerebbero fra quelli dei contrasti; si brigherebbe per  essere il primo fra gli schiavi; il principe sarebbe costretto a rientrare nell'amministrazione. E  più semplice perciò che l'abbandoni ad un visir, il quale avrà sin dal principio lo stesso potere di  lui. L'istituzione di un visir è in questo Stato, una legge fondamentale.

LIBRO TERZO – DEI PRINCIPI DEI TRE GOVERNI

CAPITOLO  PRIMO  –   DIFFERENZA  FRA  LA  NATURA DEL  GOVERNO E   IL   SUO  PRINCIPIO.   Fra la natura del governo e il suo principio, vi è questa differenza, che la sua natura è ciò che lo fa  essere quello che è , e il suo principio ciò che lo fa agire. L’una è la sua struttura particolare, e l’altro  le passioni umane che lo fanno muovere.

Dopo aver esaminato quali sono le leggi relative alla natura di ciascun governo, occorre vedere  quelle che lo sono al principio di esso. Fra la natura del governo e il suo principio, vi è questa  differenza, che la sua natura è ciò che lo fa essere quello che è, e il suo principio ciò che lo fa  agire. L'una è la sua struttura particolare, e l'altro le passioni umane che lo fanno muovere. 

Ora, le leggi non devono essere meno relative al principio di ogni governo che alla sua natura.  Bisogna dunque ricercare quale sia il principio. E quello che farò in questo libro. 

CAPITOLO SECONDO – DEL PRINCIPIO DEI DIVERSI GOVERNI.

Ho detto che la natura del governo repubblicano consiste in ciò che il popolo in corpo, o alcune  date famiglie, vi abbia il potere sovrano: quella del governo monarchico, che il principe vi abbia  il potere sovrano, ma lo eserciti secondo leggi stabilite: quella del governo dispotico, che uno  solo vi governi secondo le sue volontà e i suoi capricci. Non ho bisogno di più per ritrovare i loro  tre principi: ne derivano naturalmente. Comincerò dal governo repubblicano, e parlerò  dapprima del democratico. 

CAPITOLO TERZO – DEL PRINCIPIO DELLA DEMOCRAZIA

In una monarchia, chi fa le leggi si giudica al di sopra delle leggi stesse, si ha minor bisogno di virtù  che in un governo popolare, dove chi fa eseguire le leggi sente di esservi sottomesso lui stesso e di  portarne il peso.

Non ci vuole molta probità perché un governo monarchico o un governo dispotico si mantenga o  si sostenga. La forza delle leggi nell'uno, il braccio del principe sempre alzato nell'altro,  regolano e tengono a freno tutto. Ma in uno stato popolare ci vuole una molla di più, che è la  VIRTU'. Quello che dico è confermato dall'intero complesso della storia, ed è pienamente  conforme alla natura delle cose. Poiché è chiaro che in una monarchia, dove chi fa eseguire le  leggi si giudica al di sopra delle leggi stesse, si ha minor bisogno di virtù che in un governo  popolare, dove chi fa eseguire le leggi sente di esservi sottomesso lui stesso e di portarne il peso.  t chiaro altresì che il monarca il quale, perché mal consigliato o per negligenza, cessa di far  eseguire le leggi, può facilmente rimediare al male: basta che cambi il Consiglio, o si corregga al  punto di questa negligenza. Ma quando, in un governo popolare, le leggi hanno cessato d'esser  messe in esecuzione, siccome ciò non può dipendere che dalla corruzione della repubblica,lo  Stato è già perduto. (...) 

CAPITOLO QUARTO – DEL PRINCIPIO DELL’ARISTOCRAZIA.

Il governo aristocratico ha di per sé una certa forza che la democrazia non ha. I nobili vi formano un  corpo che, per la sua prerogativa e il suo interesse privato, reprime il popolo: basta pensare che vi  siano delle leggi , perché vengano messe in esecuzione a tale scopo. Ma per questo scopo è altrettanto facile reprimere se stesso. La natura di questa costituzione è tale  che, se sembra mettere le stesse persone sotto la podestà delle leggi, e insieme sottrarle ad essa. Ora, un corpo siffatto può reprimere se stesso in due modi soltanto: mediante una grande virtù, che  faccia si che i nobili si trovino in qualche modo uguali al popolo, il che può formare una grande 

repubblica; o mediante una virtù minore, cioè una certa moderazione, che rende i nobili per lo meno  uguali a se stessi, il che fa la loro conservazione. L’anima di questi governi è la moderazione.

Come nel governo popolare è necessaria la virtù, ce ne vuole anche nell'aristocrazia. là vero che  non vi è richiesta in modo tanto assoluto. Il popolo, che è, rispetto ai nobili, quello che i sudditi  sono rispetto al monarca, è tenuto a freno dalle loro leggi. Ha quindi minor bisogno di virtù di  quanto non ne abbia il popolo nella democrazia. Ma come saranno tenuti a freno i nobili?  Coloro che dovranno far eseguire le leggi contro i loro colleghi, sentiranno per prima cosa di  agire contro se stessi. La virtù è dunque necessaria in questo corpo, per la natura stessa della  costituzione. Il governo aristocratico ha di per sè una certa forza che la democrazia non ha. I  nobili vi formano un corpo che, per la sua prerogativa e il suo interesse privato, reprime il  popolo: basta che vi siano delle leggi, perché vengano messe in esecuzione a tale scopo. Ma per  questo corpo è altrettanto facile reprimere gli altri, quanto è difficile reprimere se stesso. La  natura di questa costituzione è tale, che sembra mettere le stesse persone sotto la potestà delle  leggi, e insieme sottrarle ad essa. Ora, un corpo siffatto può reprimere se stesso in due modi  soltanto: mediante una grande virtù, che faccia sì che i nobili si trovino in qualche modo uguali  al popolo, il che può formare una grande repubblica; o mediante una virtù minore, cioè una  certa moderazione, che rende i nobili per lo meno uguali a se stessi, il che fa la loro  conservazione. L'anima di questi governi è dunque la moderazione. Intendo quella che è  fondata sulla virtù, non quella che nasce dalla viltà e dalla pigrizia dell'animo. 

CAPITOLO QUINTO – LA VIRTU NON E IL PRINCIPIO DEL GOVERNO MONARCHICO

Nelle repubbliche, i delitti privati sono più pubblici, cioè offendono la costituzione dello stato più che  particolari;   e  nelle  monarchie  i  delitti  pubblici   sono più  privati,   in  quanto colpiscono  le  fortune  particolari più che la costituzione dello stato stesso.

Nelle monarchie, la politica fa operare le grandi cose col minimo di virtù possibile: come, nelle  più belle macchine, l'arte impiega il minor numero possibile di movimenti, di forze e di ruote.  Lo Stato sussiste indipendentemente dall'amor di patria, dal desiderio di vera gloria,  dall'abnegazione, dal sacrificio dei più cari interessi, e da tutte quelle virtù eroiche che troviamo  in tutti gli antichi, e delle quali abbiamo soltanto udito parlare. Le leggi vi tengono luogo di  tutte quelle virtù, di cui non si ha nessun bisogno; lo Stato ve ne dispensa: un'azione che si  compie senza chiasso è, in certo modo, senza conseguenze. Sebbene tutti i reati siano pubblici  per loro natura, si distinguono tuttavia i reati veramente pubblici dai reati privati, così detti  perché offendono il particolare più che la società intera. Ora,nelle repubbliche, i delitti privati  sono più pubblici,cioè offendono la costituzione dello Stato più che i particolari; e nelle  monarchie i delitti pubblici sono più privati, in quanto colpiscono le fortune particolari più che  la costituzione dello Stato stesso. Io prego che nessuno si offenda per quello che ho detto: parlo 

secondo le storie tutte. So benissimo che non è raro che vi siano principi virtuosi; ma dico che,  in una monarchia, è difficilissimo che il popolo lo sia. Si legga quello che gli storici di tutti i  tempi hanno detto sulla corte dei monarchi; si ricordino i discorsi degli uomini di tutti i paesi  sullo spregevole carattere dei cortigiani: non sono, queste, speculazioni filosofiche, ma una triste  esperienza. L'ambizione nell'ozio, la bassezza nell'orgoglio, il desiderio di arricchire senza  lavorare, l'avversione per la verità, l'adulazione, il tradimento, la perfidia, l'abbandono di tutti  gli impegni presi, il timore della virtù del principe, la speranza delle sue debolezze,e, più di  tutto, il perpetuo ridicolo gettato sulle virtù, formano, a parer mio, il carattere della maggior  parte dei cortigiani, segnalato in tutti i luoghi e i tempi. Ora, è assai difficile che la maggior  parte dei notabili di uno Stato siano disonesti, e che gl'inferiori siano persone virtuose; che  quelli siano truffatori, e che questi acconsentano ad essere sempre truffati. Chè se nel popolo c'è  qualche disgraziato uomo virtuoso, il cardinale Richelieu insinua, nel suo testamento politico,  che un monarca deve guardarsi bene dal servirsene. Tant'è vero che la virtù non è la molla di  questo governo! Certo non ne è esclusa: ma non ne è la molla. 

CAPITOLO   SESTO   –   COME   SI   SUPPLISCE   ALLA   VIRTU   NEL   GOVERNO  MONARCHICO.

Il governo monarchico presuppone delle preminenze, dei ranghi e perfino una nobiltà originaria. La  natura dell’onore è di richiedere preferenze e distinzioni. L’onore fa muovere tutte le parti del corpo politico, le lega con la sua azione stessa, e accade che  ognuno va verso il bene comune, credendo di andare verso i propri interessi particolari.

Mi affretto a proseguire, e a grandi passi, affinché non si creda che io faccia una satira del  governo monarchico. No: se manca di una molla, ne ha un'altra. L'ONORE, vale a dire il  pregiudizio di ogni persona e di ogni condizione, prende il posto della virtù politica di cui ho  parlato e la rappresenta ovunque. Può ispirare le azioni più belle; può, unito alla forza delle  leggi, condurre al fine del governo come la virtù stessa. Così nelle monarchie ben regolate tutti  saranno presso a poco buoni cittadini, e si troverà di rado qualcuno che sia virtuoso, poiché, per  essere virtuosi bisogna avere intenzione di esserlo, e amare lo Stato non tanto per sé, quanto per  lo Stato stesso. 

CAPITOLO SETTIMO – DEL PRINCIPIO DELLA MONARCHIA

Il governo monarchico presuppone, come abbiamo detto, delle preminenze, dei ranghi, e perfino  una nobiltà originaria. La natura dell'onore è di richiedere preferenze e distinzioni; dunque,  per la cosa stessa, è al suo posto in questo governo. L'ambizione è perniciosa in una repubblica.  Produce buoni effetti nella monarchia; dà la vita a questo governo; e offre questo vantaggio, che  in esso non è pericolosa perché può esservi continuamente repressa. Si direbbe che avvenga  come nel sistema dell'universo, dove una forza allontana senza posa dal centro tutti i corpi e 

una forza di gravità ve li riporta. L'onore fa muovere tutte le parti del corpo politico, le lega con  la sua azione stessa, e accade che ognuno va verso il bene comune, credendo di andare verso i  propri interessi particolari. È vero che, da un punto di vista filosofico, è un falso onore quello  che guida tutte le parti dello Stato; ma questo falso onore è altrettanto utile al pubblico di  quanto lo sarebbe quello vero ai privati che potessero averlo. E non è già molto obbligare gli  uomini a compiere le azioni difficili, e che richiedono forza, senza altra ricompensa che la  risonanza di quelle azioni? (...) 

CAPITOLO   OTTAVO   –   COME   L’ONORE   NON   SIA   IL   PRINCIPIO   DEGLI   STATI  DISPOTICI.

Il despota non ha nessuna regola, e i suoi capricci distruggono tutti gli altri. L’onore è ignoto agli  Stati dispotici mentre regna nelle monarchie.

CAPITOLO NONO – DEL PRINCIPIO DEL GOVERNO DISPOTICO

In uno stato dispotico regna la paura invece della virtù poiché questa in uno stato dispotico non è  necessaria.

Come in una repubblica ci vuole la virtù, in una monarchia l'onore, così in uno Stato dispotico  ci vuole la PAURA: quanto alla virtù, non vi è necessaria, e l'onore vi sarebbe pericoloso. Il  potere immenso del principe passa tutt'intero a coloro ai quali lo affida. Persone capaci di  stimare molto se stesse sarebbero in grado di farvi delle rivoluzioni. Bisogna perciò che la paura  vi abbatta ogni coraggio e vi spenga fin l'ultimo sentimento d'ambizione. (... ) 

CAPITOLO DECIMO – DIFFERENZA DELL’ OBBEDIENZA NEI GOVERNI MODERATI  E NEI GOVERNI DISPOTICI

Negli stati dispotici la natura del governo richiede un’obbedienza estrema. Si nota, che la monarchia ha un principe e i dei ministri abili mentre uno stato dispotico né è carente.

CAPITOLO UNIDICESIMO – RIFLESSIONE SU TUTTO QUESTO

Le caratteristiche dette finora per le tre forme di governo non sono sempre riscontrabili.

Tali sono i principi dei tre governi: il che non significa che, in una data repubblica,si sia  virtuosi, ma che bisognerebbe esserlo. Ciò non prova nemmeno che, in una certa monarchia,  tutti abbiano l'onore, e che, in un particolare Stato dispotico, tutti abbiano paura, ma che  bisognerebbe averne: senza di che il governo sarà imperfetto. 

LIBRO QUARTO – LE LEGGI DELL’EDUCAZIONE DEVONO ESSERE RELATIVE AI  PRINCIPI DEL GOVERNO

CAPITOLO PRIMO – DELLE LEGGI DELL’EDUCAZIONE 

Le leggi dell’educazione sono le prime che riceviamo dalla famiglia. Se il popolo ha un principio,  anche le famiglie lo avranno. Di   conseguenza   le   leggi   dell’educazione   saranno   diverse   a   seconda   della   forma   di   governo   :  monarchia – l’onore; repubbliche – la virtù; dispotismo – la paura.

CAPITOLO SECONDO DELL’EDUCAZIONE NELLA MONARCHIA

Nella monarchia, le leggi, la religione e l’onore prescrivevano tanto l’obbedienza quanto la volontà  del  principe   (esso non poteva comandare  un’azione che  disonori   il   suo popolo,  perché   se   fosse  avvenuto avrebbe messo il popolo nell’ incapacità di servirlo). L’onore comporta delle regole insite nell’educazione ricevuta.

Non è negli istituti pubblici in cui s'istruiscono i fanciulli che si riceve, nelle monarchie, la  principale educazione; l'educazione comincia, in certo qual modo, quando si entra nel mondo. t  lì che si trova la scuola di ciò che si chiama onore, questo. maestro. universale che deve guidarci  dappertutto. t lì che si vedono e si odono dire sempre tre cose: "che bisogna mettere nelle virtù  una certa nobiltà, nei costumi una certa franchezza, nelle maniere una certa cortesia". Le virtù  che ci vengono presentate consistono sempre non tanto in ciò che si deve agli altri, quanto in ciò  che si deve a noi stessi: non tanto in ciò che ci porta verso i nostri concittadini, quanto in ciò che  ce ne distingue. Le azioni degli uomini non sono giudicate in quanto buone, ma in quanto belle;  non in quanto giuste , ma in quanto grandi; non in quanto ragionevoli, ma in quanto  straordinarie. Non appena può trovare in esse qualche cosa di nobile, l'onore se ne fa il giudice  che le legittima, o il sofista che le giustifica. Permette la galanteria, quando è unita all'idea dei  sentimenti del cuore, o all'idea della conquista; ed è la vera ragione per cui i costumi non sono  mai tanto puri nelle monarchie come nei governi repubblicani. Permette l'astuzia quando è  congiunta all'idea della grandezza d'animo o alla grandezza degli affari, come nella politica, le  cui sottigliezze non l'offendono mai. (...). Non v'è nulla che l'onore prescriva maggiormente alla  nobiltà quanto di servire il principe in guerra. In realtà, questa è la professione distinta su  tutte , poiché i suoi rischi, i suoi successi e le sue sventure stesse portano alla grandezza.  Imponendo questa legge, tuttavia, l'onore vuol esserne l'arbitro; e se si ritiene offeso, esige,e  permette, che ci si ritiri a vita privata. Vuole che si possa indifferentemente aspirare alle cariche  o rifiutarle, valuta questa libertà al di sopra della ricchezza stessa. L'onore ha dunque le sue  regole supreme, e l'educazione è tenuta a conformarvisi. Le principali sono che ci è permesso, è  vero, do far caso delle nostre ricchezze, ma ci è supremamente vietato di far caso della nostra  vita. La seconda è che una volta posti in un rango, non dobbiamo far nulla né permettere nulla 

che dia a vedere che ci riteniamo inferiori a quel rango. La terza, che le cose che l'onore vieta  sono vietate più rigorosamente quando le leggi non concorrono a proscriverle; e quelle che esige  sono richieste più fortemente quando le leggi non le richiedono. 

CAPITOLO TERZO – DELL’EDUCAZIONE NEL GOVERNO DISPOTICO

Nel  governo  dispotico   l’obbedienza  viene  veicolata   dall’ignoranza  di   colui   che  obbedisce;   e   di  conseguenza non mirerà mai a formare un cittadino.

Come l'educazione nelle monarchie non si sforza che d'innalzare il cuore, così essa non cerca  che di deprimerlo negli Stati dispotici. E necessario che ivi sia servile. Aver ricevuto una  educazione simile sarebbe un bene perfino per chi è al comando, poiché nessuno è tiranno senza  essere allo stesso tempo schiavo. L'obbedienza estrema presuppone ignoranza in colui che  obbedisce; la presuppone anche in colui che comanda; questi non ha da deliberare, da dubitare,  da ragionare; non ha che da volere. Negli Stati dispotici, ogni cosa è un impero separato.  L'educazione, che consiste specialmente nel vivere con gli altri, vi è perciò limitatissima; si  riduce a mettere la paura nel cuore, e a dare allo spirito la nozione di alcuni princìpi religiosi  semplicissimi. Il sapere vi sarebbe pericoloso, l'emulazione funesta: e quanto alle virtù,  Aristotele non crede che ve ne sia qualcuna propria agli schiavi, il che limiterà assai  l'educazione in questo governo. L'educazione vi è dunque in certo modo nulla. (...). 

CAPITOLO QUARTO – DIFFERENZA DEGLI EFFETTI DELL’EDUCAZIONE PRESSO  GLI ANTICHI E TRA NOI

Una volta l’educazione era unica e non veniva smentita mentre successivamente si verificarono tre  differenti o contrarie educazioni: quella dei padri, quella dei maestri e quella del mondo.

E nel governo repubblicano che si ha bisogno di tutta la potenza dell'educazione. Negli Stati  dispotici la paura nasce da sola tra le minacce e le punizioni; l'onore delle monarchie è favorito  dalle passioni e le favorisce a sua volta; ma la virtù politica è una rinuncia a sé, cosa che è  sempre molto penosa. Si può definire questa virtù l'amore delle leggi e della patria.  Quest'amore, richiedendo una preferenza continua verso l'interesse pubblico in confronto al  proprio, conferisce tutte le virtù particolari: esse non sono altro che tale preferenza.  Quest'amore è particolarmente legato alle democrazie. Soltanto in esse il governo è affidato ad  ogni cittadino. Orbene, il governo è come tutte le cose di questo mondo: per conservarlo,  bisogna amarlo. Non si è mai udito dire che i re non amassero la monarchia e che i despoti non  amassero il dispotismo. Tutto dipende perciò dallo stabilire quest'amore nella repubblica; e  l'educazione deve essere appunto sollecita a ispirarlo. Ma perché i fanciulli possano provarlo,  v'è un mezzo sicuro: e cioè che i padri lo provino essi stessi. D'ordinario , si è padroni di 

trasmettere ai propri figli le proprie cognizioni; lo si è ancor più di trasmetter loro le proprie  passioni. (...) 

CAPITOLO QUINTO – DELL’EDUCAZIONE NEL GOVERNO REPUBBLICANO

Nel governo repubblicano si vede il massimo impiego dell’educazione, che si tramuta in virtù, amore  delle leggi e della patria. Questo amore è una continua preferenza verso l’interesse pubblico.

CAPITOLO SESTO – DI ALCUNE ISTITUZIONI DEI GRECI

Per assomigliare alle istituzioni greche bisogna determinare la comunanza dei beni della repubblica,  avendo rispetto per gli dei e lasciando la distinzione fra cittadini e stranieri per conservare i costumi;  e il commercio affidato alla città e non hai cittadini.

CAPITOLO   SETTIMO   –   IN   QUALE   CASO   QUESTE   SINGOLARI   ISTITUZIONI  POSSONO ESSERE BUONE

Questi tipi d’ istituzioni possono convenire nelle repubbliche, perché la virtù politica ne è il principio:  ma per portare all’onore nelle monarchie, o per ispirare paura negli stati dispotici, non c’è bisogno di  tante cure. Non possono aver luogo in un piccolo Stato, dove si può dare una educazione generale,  ed educare  tutta una popolazione come una famiglia.

CAPITOLO   OTTAVO   –   SPIEGAZIONE   DI   UN   PARADOSSO   DEGLI   ANTICHI  RIGUARDO AI COSTUMI

Nelle città greche in particolar modo quelle impostate sulla guerra, tutti i lavori e tutte le professioni  che potevano portare a guadagnare denaro, erano considerati indegni di un uomo libero. Nelle repubbliche greche non si voleva che i cittadini si dedicassero al commercio, all’agricoltura,  alle arti; o che stessero nell’ozio. Essi trovavano una occupazione negli esercizi che dipendevano dalla ginnastica, e in quelli che erano  attinenti alla guerra. Le istituzioni non gliene offrivano altri. I greci erano un popolo di atleti e di  combattenti.

LIBRO   QUINTO   –   LE   LEGGI   DATE   DAL   LEGISLATORE   DEVONO   ESSERE   IN  RELAZIONE COL PRINCIPIO DEL GOVERNO.

CAPITOLO PRIMO – IDEA DI QUESTO LIBRO

Le leggi dell’educazione sono rapportate al principio di ciascun governo e le leggi del legislatore  devono essere rapportate alla società. 

CAPITOLO SECONDO – CHE COS’è LA VIRTU NELLO STATO POLITICO

La virtù nella repubblica è l’amore per essa, l’amore è un sentimento provato in modo uguale da tutti  i suoi cittadini. L’amore della patria si lega ai costumi e così i costumi si legano alla patria.

La virtù, in una repubblica, è cosa semplicissima: è l'amore della repubblica: è un sentimento, e  non una serie di nozioni; l'ultimo cittadino dello Stato può provare, quel sentimento, come il  primo. Una volta che il popolo ha buoni principi, vi si attiene più a lungo dei cosiddetti  gentiluomini. E raro che la corruzione cominci da lui. Esso ha tratto sovente dalla mediocrità  dei propri lumi un attaccamento più forte per quello che è stabilito. L'amore della patria  conduce alla bontà dei costumi, la bontà dei costui porta all'amore della patria. Quanto meno  possiamo soddisfare le nostre passioni particolari, tanto più ci abbandoniamo a quelle generali.  Perché i monaci amano tanto il loro ordine? Proprio per l'aspetto che glielo rende  insopportabile. La regola li priva di tutte le cose su cui si fondano le passioni ordinarie: resta  dunque la passione per la regola stessa che li tormenta. Quanto più è austera, cioè quanto più  riduce le loro inclinazioni, tanto più dà forza a quelle che concede. 

CAPITOLO   TERZO   –   CHE   COS’è     L’AMORE   DELLA   REPUBBLICA   NELLA  DEMOCRAZIA

L’amore  della   repubblica  nella  democrazia  porta   all’  uguaglianza,  questo   limita   l’ambizione  ma  lasciando la felicità di rendere sempre più grandi servigi da parte del cittadino. Non tutti possono  renderle uguali servigi; tutti però  ugualmente gliene devono rendere. Scaturisce così un debito verso  la patria. La repubblica quindi si governerà in modo saggio e felice quanto più i suoi cittadini saranno felici.

L'amore   della   repubblica,   in   una   democrazia,   è   quello   della   democrazia;   l'amore   della  democrazia è quello dell'uguaglianza. L'amore del democrazia è anche l'amore della frugalità.  Dovendo infatti ciascuno avervi la stessa felicità e gli stessi vantaggi, vi deve godere gli stessi  piaceri e formare le stesse speranze; cosa che non si può pretendere che dalla frugalità generale.  L'amore dell'uguaglianza,  in una democrazia,   limita  l'ambizione al  solo desiderio,  alla sola  felicità  di rendere alla patria servigi più  grandi che ogni altro cittadino. Non tutti possono  renderle uguali servigi; tutti però ugualmente gliene devono rendere. Nascendo, si contrae verso  la patria un debito immenso, che non si può mai saldare. Così  le distinzioni vi nascono dal  principio dell'uguaglianza anche quando questa sembra eliminata da fortunati servigi o  da  talenti superiori. (...) 

CAPITOLO QUARTO  –  COME S’ISPIRA  L’AMORE DELL’UGUALIANZA E  DELLA  FRUGALITA.

Nelle monarchie e negli stati dispotici non si tende all’ idea di uguaglianza, in quanto di essa né viene  ignorata l’esistenza, di fatto in tali stati si tende ad aspirare alla superiorità. Questo accadrà anche per  la frugalità. Mentre in una repubblica dove vi siano stabilite leggi si aspirerà all’ uguaglianza e alla frugalità.

L'amore dell'uguaglianza e quello della frugalità sono favoriti in sommo grado dall'uguaglianza  e dalla frugalità stesse, quando si vive in una società in cui le leggi hanno stabilito l'una e l'altra.  Nelle monarchie e negli Stati dispotici nessuno aspira all'uguaglianza; non se ne ha nemmeno  l'idea; ciascuno vi tende alla superiorità.

CAPITOLO QUINTO  –  COME LE LEGGI   STABILISCONO L’UGUALIANZA NELLA  DEMOCRAZIA.

La democrazia   risiede  nell’anima dello  Stato,     e  questa  deve   ridurre   fino  ad  un  certo  punto   le  diseguaglianze tra ricchi e poveri, poiché la democrazia è insita nell’uguaglianza.

Alcuni legislatore antichi, come Licurgo e Romolo, ripartirono le terre in ugual misura. Ciò non  poteva aver luogo che in occasione della fondazione di una nuova repubblica; oppure allorché la  legge antica era tanto corrotta, e gli spiriti in disposizione tale, che i poveri si credevano  costretti a cercare, e i ricchi costretti a soffrire un rimedio siffatto. Se, quando fa una divisione  come questa, il legislatore non da leggi per mantenerla, fa soltanto una costituzione passeggera;  la disuguaglianza rientrerà dal lato che le leggi non avevano impedito, e la repubblica sarà  perduta. Bisogna dunque che si regolino, a questo scopo, le doti delle donne, le donazioni, le  successioni, i testamenti, tutte insomma, le maniere di contrattare. Infatti, se fosse permesso di  donare i propri averi a chi si vuole e come si vuole, ogni volontà privata turberebbe la  disposizione della legge fondamentale. (...) Quantunque, nella democrazia, la vera uguaglianza  sia l'anima dello Stato, nondimeno è tanto difficile stabilirla che non sempre converrebbe una  estrema esattezza in proposito. Basta stabilire un censo che riduca o fissi le differenze fino a un  certo punto; dopo di che sta alle leggi particolari di pareggiare, per così dire, le disuguaglianza,  con i pesi che esse impongono ai ricchi e il sollievo che accordano ai poveri. Non vi sono che le  ricchezze modeste che possano offrire o sopportare questo genere di compensi; (…).

CAPITOLO  SESTO  –   COME LE   LEGGI   DEVONO CONSERVARE  LA   FRUGALITA  NELLA DEMOCRAZIA.

L’uguaglianza degli  averi  conserva la  frugalità  e viceversa.   Il  commercio è  ammesso se rispetta  ad’esempio l’eredità in quote uguali tra i figli; e se comunque il commercio avviene per spendere  soltanto il necessario.

CAPITOLO   SETTIMO   –   ALTRI   MODI   DI   FAVORIRE   IL   PRINCIPIO   DELLA  DEMOCRAZIA.

Nella repubblica non c’è una forza repressiva presente come negli altri governi, e, per supplivi si usa  l’autorità paterna.

CAPITOLO OTTAVO  –   COME LE   LEGGI  DEVONO ESSERE   IN  RAPPORTO COL  PRINCIPIO DEL GOVERNO NELL’ARISTOCRAZIA.

La moderazione è la virtù dell’aristocrazia e le leggi devono impiegare i mezzi più efficaci perché i  nobili   rendano   giustizia   al   popolo.   Se   non   hanno   stabilito   un   tributo,   bisogna   che   esse   stesse  assolvano a tale richiesta. Bisogna moderare le ricchezze dei nobili, attraverso ad’ esempio all’abolizione dell’eredita solo verso  il primogenito, in quanto non fa si che le ricchezze continuino a circolare.

CAPITOLO NONO – COME NELLA MONARCHIA LE LEGGI SONO IN RAPPORTO COL  LORO PRINCIPIO.

Un attenzione particolare va posta alla richiesta di tributi, i quali non devono essere più pesanti degli  stessi pesi fiscali. In quanto genererebbe una catena in cui la pesantezza dei tributi porterebbe alla fatica; la fatica alla  stanchezza e la stanchezza alla pigrizia entrando in un circolo vizioso difficilmente risolvibile.

CAPITOLO DECIMO – DELL’ESECUZIONE NELLA MONARCHIA

Il governo monarchico è avvantaggiato su quello repubblicano in quanto gli affari essendo in mano solo a una persona sono svolti velocemente, anche se le leggi nella forma della monarchia devono conseguentemente risentire di una certa lentezza per non ricorrere in errori frettolosi.

Il governo monarchico ha un grande vantaggio sul repubblicano: gli affari essendovi diretti da  uno   solo,   vi   è  maggior   speditezza  nell'esecuzione.  Ma  siccome questa   speditezza  potrebbe  degenerare   in   precipitazione,   le   leggi   vi  metteranno   una   certa   lentezza.  Esse   devono   non  soltanto favorire la natura di ogni costituzione, ma altresì rimediare agli abusi che potrebbero  risultare da questa medesima natura. (...) 

CAPITOLO UNDICESIMO ­  DELL’ECCELENZA DEL GOVERNO MONARCHICO.

In un governo dispotico, il popolo è guidato da sé stesso, porta sempre le cose all’ ultimo limite  mentre nelle monarchie le cose rarissime sono portate all’eccesso. I monarchi vivono in modo sereno in quanto si attengono alle leggi fondamentali mentre i principi dispotici non disponendo di leggi fondamentali non hanno freno, né per loro né per il proprio popolo.

Il governo monarchico ha un grande vantaggio su quello dispotico. Poiché è proprio della sua  natura che vi siano sotto il principe parecchi ordini che dipendono dalla costituzione, Io Stato è  più stabile, la costituzione più ferma, la persona di chi governa più sicura. (...) Come i popoli  che vivono sotto un buon reggimento politico sono i più felici di quelli che, senza regola e senza  capo, errano nelle foreste; così i monarchi che vivono sotto le leggi fondamentali dei loro Stati,  sono più felici dei principi dispotici, i quali non hanno nulla che ponga una regola al cuore dei  loro popoli, né al loro. 

CAPITOLO DODICESIMO – CONTINUAZIONE DEL MEDESIMO ARGOMENTO

CAPITOLO TREDICESIMO – IDEA DEL DISPOTISMO 

CAPITOLO QUATTORDICESIMO  –  COME LE  LEGGI   SONO  IN  RELAZIONE COL  PRINCIPIO DEL GOVERNO DISPOTICO.

Il governo dispotico ha di base la paura e non comporta l’impiego di molte leggi in quanto è alla  stregua dell’addestramento di un animale. Qui il popolo  tende alla sola conservazione del principe o del suo palazzo ma non si interessa d’altro. La religione in questi stati ha una forte influenza. Per formare un governo moderato bisogna combinare i poteri , regolarli, temperarli, dare a loro un  contrappeso mentre in un governo dispotico non sarà lasciato al lavoro secondo prudenza ma essendo  un seguire le passioni, chiunque né sarà capace.

CAPITOLO QUINDICESIMO ­  CONTINUAZIONE DEL MEDESIMO ARGOMENTO.

La povertà e l’incertezza delle fortune, negli stati dispotici, rendono naturale l’usura, poiché ciascuno  aumenta il prezzo del proprio denaro in proporzione al pericolo che corre prestandolo. Non esistono  in questi stati regole di commercio e ci sono figure che esercitano le ingiustizie di tale forma di  governo; in questo contesto viene anche reso lecito il peculato. Diversamente negli stati moderati, le eventuali confische di beni e terreni renderebbero incerte le  proprietà e spesso non verrebbero puniti i colpevoli. Nelle repubbliche, tali azioni toglierebbero il principio di uguaglianza che né è la linfa di tale forma.

CAPITOLO SEDICESIMO – DELLA TRASMISSIONE DEL POTERE

Nel governo dispotico il potere è nelle mani di una sola persona, mentre nel governo monarchico il  potere viene distribuito ( ma solo una piccola parte) per fare le veci del monarca.

CAPITOLO DICIASSETTESIMO – DEI DONI

Negli stati dispotici le richieste al re avvengono tramite l’usanza di portare in dono dei regali mentre  tale usanza in una repubblica è considerata come una forma odiosa, in quanto la virtù non ne ha  bisogno. In una monarchia l’onore è una caratteristica maggiore e più forte dei doni. Ecco che nello stato dispotico mancano onore e virtù.

CAPITOLO DICIOTTESIMO – DELLE RICOMPENSE CHE DA IL SOVRANO

Nei governi dispotici dove si è spinti dall’appagamento degli agi della vita, il principe deve dare solo  del denaro per ricompensare.  Nelle   repubbliche  il   riconoscimento non sarebbe  in denaro bensì  nel   riconoscimento della  virtù;  poiché se una repubblica o una monarchia ricompensasse con denaro sarebbe il sintomo che tale  forma sarebbe corrotta, con un consequenziale indebolimento del cittadino.

CAPITOLO DICIANNOVESIMO –  NUOVE CONSEGUENZE DEI   PRINCIPI  DEI  TRE  GOVERNI.

Prima domanda : le leggi devono costringere un cittadino ad accettare gli impieghi pubblici? Si nella  repubblica   (   le  magistrature   ,   qui   fungono da   testimonianza  di  virtù)   ;   no nella  monarchia   (   le  magistrature fungono qui da riconoscimenti d’onore). Seconda   domanda:   è   buona   massima   che   un   cittadino   possa   essere   obbligato   ad   accettare,  nell’esercito,   un   posto   inferiore   a   quello   occupato?  Nelle   repubbliche,   si   perché   è   richiesto  un  continuo sacrificio, mentre nelle monarchie non viene accettata la degradazione e infine nei governi  dispotici succede di tutto. Terza   domanda:   si   concederanno   a   una   stessa   persona   gli   impieghi   civili   e  militari?   Si   nelle  repubbliche ( in quanto non c’è distinzione tra il cittadino e il soldato ), no nelle monarchie ( qui il  soldato ha fama di gloria, onore e fortuna e quindi come un entità distinta dal cittadino, ed è cosi un  bene tenere un freno agli incarichi che avrebbe potuto assumere). Quarta domanda: Conviene che le cariche siano veniali? Negli stati dispotici non conviene in quanto  il principe ha bisogno nell’immediatezza di disporre assumendo o licenziando i suoi sudditi. Quinta domanda: in quale governo sono necessari  i  censori? Sono necessari  nella repubblica per  tenere conto di chi disattende la legge mancando quindi di virtù; mentre non servono nelle monarchie  dove chi disattende le leggi è sottoposto alla riprovazione.

LIBRO OTTAVO – DELLA CORRUZIONE DEI PRINCIPI DEI TRE GOVERNI

CAPITOLO PRIMO – IDEA GENERALE DI QUESTO LIBRO

La corruzione di ogni governo comincia quasi sempre con quella dei principi.

La corruzione di ogni governo comincia quasi sempre con quella dei princìpi. 

CAPITOLO   SECONDO   –   DELLA   CORRUZIONE   DEL   PRINCIPIO   DELLA  DEMOCRAZIA.

il principio della democrazia si corrompe non soltanto quando si perde lo spirito di uguaglianza, ma  anche quando si assume uno spirito di uguaglianza estrema, e ciascuno vuole essere uguale a quelli  che elegge per comandarlo. Il popolo, di conseguenza vorrà fare tutto da sé, fino al giudicare o al  emanare direttive, ma il caos prodotto verrà  da esso amato in quanto poi avvertirà   il  comando e  l’obbedienza come un peso. Il popolo è facile nel cadere in tale sbaglio quando coloro che dovrebbero  rappresentarlo non lo fanno e cercano di nascondere la corruzione; e per farlo i loro rappresentanti  non parlano della grandezza per smorzare la loro ambizione. In questa situazione chi già era corrotto  non farà altro che corrompere altre persone e il popolo avrà elargito tutto il denaro pubblico; cosi che  alla fine quando si renderà conto della cattiva gestione dovuta anche alla sua pigrizia vorrà gestire da  sé i suoi affari e trasformare la propria povertà nei lussi non goduti. La   democrazia   deve   dunque   evitare   due   eccessi:   lo   spirito   di   disuguaglianza   che   la   porta  all’aristocrazia   o   al   governo   di   uno   solo;   e   lo   spirito   di   uguaglianza   estrema,   che   conduce   al  dispotismo di uno solo.

Il principio della democrazia si corrompe non soltanto quando si perde lo spirito di  uguaglianza, ma anche quando si assume uno spirito di uguaglianza estrema e ciascuno vuol  essere uguale a quelli che elegge per comandarlo. Il popolo allora, non potendo tollerare  nemmeno il potere che conferisce esso stesso, vuole fare tutto da sé, deliberare al posto del  senato, eseguire al posto dei magistrati e desautorare i giudici tutti. Non può più esserci virtù  nella repubblica. Il popolo vuole fare le funzioni dei magistrati; quindi non li rispetta più. Le  deliberazioni del senato non hanno più peso; quindi non si ha più riguardo per i senatori e in  conseguenza per i vecchi. Quando non si ha rispetto per i vecchi, non se ne avrà nemmeno per i  padri; i mariti non meritano più deferenza, né i padroni sottomissione. Tutti arriveranno ad  amare questo disordine; il comando sarà di peso come l'obbedienza. Le donne, i fanciulli, gli  schiavi non vorranno più essere sottomessi a nessuno. Non ci saranno più buoni costumi, non  più amore dell'ordine, infine, non più virtù. (...) Il popolo cade in questa sciagura quando coloro  ai quali si affida, volendo nascondere la loro corruzione, cercano di corromperlo. Perché non  veda la loro ambizione, non gli parlano che della sua grandezza; perché non si accorga della  loro avarizia, lusingano senza posa la sua. La corruzione aumenterà fra i corruttori e  aumenterà fra coloro che sono già corrotti. Il popolo si distribuirà tutto il pubblico denaro; e  quando avrà unito alla sua pigrizia la gestione degli affari, vorrà unire alla sua povertà i  divertimenti propri del lusso. Ma con la sua pigrizia e la sua smania di lusso, soltanto il tesoro  dello Stato potrà essere un obiettivo per lui. Non ci sarà da stupire se vi si vedranno i suffragi  dati per denaro. Non si può dar molto al popolo senza prendergli anche di più, ma per prendere  da lui bisogna rovesciare lo Stato. Quanto maggiore sarà il vantaggio che gli sembrerà trarre  dalla sua libertà, tanto più si avvicinerà al momento in cui deve perderla. Si creano dei piccoli  tiranni che avranno tutti i difetti di uno solo. In breve, quanto rimane di libertà diviene 

insopportabile; si afferma un solo tiranno, e il popolo perde tutto, perfino i vantaggi della  propria corruzione. La democrazia deve dunque evitare due eccessi: lo spirito di disuguaglianza  che la porta all'aristocrazia o al governo di uno solo; e lo spirito di uguaglianza estrema che  conduce al dispotismo di uno solo, come il dispotismo di uno solo finisce con la conquista. (...) 

CAPITOLO TERZO – DELLO SPIRITO DI ESTREMA UGUAGLIANZA

Nello stato naturale gli uomini nascono nell’uguaglianza, ma non possono rimanervi. La società gliela  toglie e non può più essere ri attribuita dalla legge. La differenza fra la democrazia ben regolata si è uguali come cittadini mentre in una non regolata si è  uguali tra ranghi.

CAPITOLO QUARTO – CAUSA PARTICOLARE DELLA CORRUZIONE DEL POPOLO

I grandi successi del popolo portano ad un orgoglio tale che non è più possibile governarlo.

CAPITOLO QUINTO – DELLA CORRUZIONE DEL PRINCIPIO DELL’ARISTROCAZIA.

Nell’aristocrazia i nobili ereditari avranno un governo meno violento ma esso sarà vittima di uno  spirito di pigrizia e abbandono che porterà lo stato ad non avere più le energie necessarie.

L'aristocrazia si corrompe allorché il potere dei nobili diventa arbitrario: non può più esserci  virtù né in chi governa né in chi è governato. Quando le famiglie regnanti osservano le leggi, si  ha una monarchia che ha parecchi monarchi e che è ottima di sua natura; quasi tutti questi  monarchi sono legati dalle leggi. Ma quando non le osservano è come uno Stato dispotico che  abbia parecchi despoti. In questo caso la repubblica non esiste che per i nobili, e fra loro  soltanto. Essa è nel corpo che governa, e lo Stato dispotico è nel corpo che è governato: il che  costituisce i due corpi più disunti del mondo. L'estrema corruzione si ha quando i nobili  diventano ereditari: non conoscono più nessuna moderazione, ma la loro sicurezza diminuisce;  se sono più numerosi, il loro potere è minore e maggiore la loro sicurezza; di modo che il potere  va crescendo e la sicurezza diminuendo fino al despota che ha su di sé l'eccesso del potere e del  pericolo. Il gran numero di nobili nell'aristocrazia ereditaria renderà dunque il governo meno  violento; ma poiché vi sarà poca virtù, si cadrà in uno spirito d'indolenza, di pigrizia, di  abbandono, per opera del quale lo Stato non avrà più né forza né energia. Un'aristocrazia può.  mantenere la forza del suo principio se le leggi sono tali da far sentire ai nobili i pericoli e le  fatiche del comando più che le sue delizie; e se lo Stato è in siffatta condizione da aver qualche  cosa da temere; e se la sicurezza nasce dall'interno e l'incertezza dall'esterno. (...) 

CAPITOLO SESTO – DELLA CORRUZIONE DEL PRINCIPIO DELLA MONARCHIA

La monarchia va in rovina quando affida le funzioni che aspetterebbero ad alcuni attribuendole ad  altri e quando il principe raduna sotto se stesso l’intero potere. O quando il principe disconosce la sua  autorita /posizione /o amore verso il suo popolo. Quindi quando il principe non pensi di essere al  sicuro.

Come le democrazie vanno in rovina quando il popolo spoglia delle loro funzioni il senato, i  magistrati e i giudici, così le monarchie si corrompono quando a poco a poco vi vengono  soppresse le prerogative degli ordini e i privilegi delle città. Nel primo caso si va al dispotismo di  tutti, nell'altro al dispotismo di uno solo. La monarchia va in rovina quando un principe crede  di mostrare meglio il proprio potere mutando l'ordine delle cose piuttosto che seguendolo;  quando toglie le funzioni che spettano naturalmente agli uni per darle arbitrariamente ad altri,  e quando è più innamorato delle sue fantasie che delle sue volontà. La monarchia va in rovina  quando il principe, avocando tutto unicamente a se stesso, restringe lo Stato alla sua capitale, la  capitale della corte, e la sua corte alla sua sola persona. Infine, essa va in rovina quando un  principe disconosce la sua autorità, la sua posizione, l'amore dei suoi popoli; e quando non si  rende ben conto che un monarca deve giudicarsi al sicuro come un despota deve reputarsi in  pericolo. 

CAPITOLO SETTIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO.

Il principio della monarchia viene corrotto quando il principe muta la propria giustizia in severità e  quando le persone credono di dovere al principe e nulla alla patria.

CAPITOLO   OTTAVO   –   PERICOLO   DELLA   CORRUZIONE   DEL   PRINCIPIO   DEL  GOVERNO MONARCHICO.

Se per un lungo abuso di potere si arrivasse al dispotismo, non terrebbero nessun costume e la natura  umana né risentirebbe.

CAPITOLO NONO – QUANDO LA NOBILTA SIA PORTATA A DIFENDERE IL TRONO.

CAPITOLO   DECIMO   –   DELLA   CORRUZIONE   DEL   PRINCIPIO   DEL   GOVERNO  DISPOTICO.

il   governo  dispotico   essendo   corrotto   nella   sua  natura   non   si  mantiene  quando   a   seguito   della  religione, del clima… debba seguire un certo ordine e sottostare a delle regole.

Il principio del governo dispotico si corrompe senza posa perché è corrotto per la sua stessa  natura. (...) 

Vi sono in ogni Stato tre specie di poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo delle cose che  dipendono dal diritto delle genti, ed il potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto  civile. Grazie al primo, il principe o il magistrato fa delle leggi per un certo tempo o per sempre  e emenda o abroga quelle che sono già fatte. Grazie al secondo, fa la pace o la guerra, invia o  riceve ambasciate, organizza la difesa, previene le invasioni. Grazie al terzo, punisce i delitti, o  giudica le controversie dei privati. Chiameremo quest'ultimo potere giudiziario e l'altro  semplicemente potere esecutivo dello Stato. La libertà politica è quella tranquillità di spirito che  la coscienza della propria sicurezza dà a ciascun cittadino; e condizione di questa libertà è un  governo organizzato in modo tale che nessun cittadino possa temere un altro. Quando nella  stessa persona o nello stesso corpo di magistratura, il potere legislativo è unito al potere  esecutivo, non esiste libertà; perché si può temere che lo stesso monarca o lo stesso senato  facciano delle leggi tiranniche per eseguirle tirannicamente. E non vi è libertà neppure quando  il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo o da quello esecutivo. Se fosse unito al  potere legislativo, il potere sulla vita e sulla libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: poiché il  giudice sarebbe il legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la  forza di un oppressore. Tutto sarebbe perduto se un'unica persona o un unico corpo di notabili,  di nobili o di popolo esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le  risoluzioni pubbliche e quello di punire i delitti o le controversie dei privati.

Nella maggior parte dei regni europei, il governo è moderato, perché il principe, che ha i due  primi poteri, lascia ai propri sudditi l'esercizio del terzo. Presso i Turchi, dove questi tre poteri  sono riuniti nella persona del sultano, regna uno spaventoso dispotismo. Poiché, in uno Stato libero, ogni uomo presumibilmente dotato di uno spirito libero deve  governarsi da sé, bisognerebbe che tutto il popolo esercitasse il potere legislativo. Ma essendo  ciò impossibile nei grandi Stati e soggetto a molti inconvenienti nei piccoli, occorre che il popolo  faccia per mezzo dei suoi rappresentanti tutto ciò che non può fare da sé. Il grande vantaggio  dei rappresentanti sta nel fatto che essi sono capaci di discutere i problemi di interesse pubblico.  Il popolo non è per nulla adatto ad un tal compito, ed è questo uno dei grandi inconvenienti  della democrazia. Un vizio fondamentale della maggior parte delle repubbliche antiche era che  il popolo aveva il diritto di prendere delle risoluzioni attive, che richiedevano una esecuzione,  cosa di cui è assolutamente incapace. Esso deve entrare nel governo solo per scegliere i propri  rappresentanti, il che è pienamente alla sua portata. Il corpo rappresentativo non deve essere  scelto per prendere risoluzioni attive, cosa che non potrebbe far bene, ma per fare delle leggi o  per garantire la buona esecuzione di quelle che egli ha fatto, cosa che può benissimo fare, che  nessun altro, anzi, può far meglio. In uno Stato vi sono sempre delle persone che si distinguono  per nascita, ricchezze ed onori; se fossero confuse tra il popolo e non avessero che una voce  come gli altri, la libertà comune si cambierebbe per loro in schiavitù, e non avrebbero alcun  interesse a difenderla, perché la maggior parte della risoluzione sarebbe contro di loro. La parte  che costoro hanno nella legislazione deve essere dunque proporzionata agli altri vantaggi di cui 

godono nello Stato. A tale scopo essi debbono formare un corpo che abbia il diritto di arginare  le azioni del popolo, così come il popolo ha il diritto di arginare le loro. Il potere legislativo sarà  quindi affidato sia al corpo dei nobili, sia al corpo eletto per rappresentare il popolo; entrambi  avranno le loro assemblee e le loro deliberazioni separate, e punti di vista ed interessi pure  separati.

Dei tre poteri di cui abbiamo parlato, quello giudiziario è in un certo senso nullo. Ne restano  dunque soltanto due, e poiché hanno bisogno di un potere moderatore che li freni, sarà la parte  del corpo legislativo composta di nobili ad assolvere adeguatamente tale funzione. Il potere  esecutivo deve essere nelle mani di un monarca, perché questa parte del governo, che richiede  quasi sempre un'azione immediata, è amministrata meglio da uno solo che da molti; mentre il  compito del potere legislativo spesso è assolto meglio da molti che non da uno solo. Che se non vi  fosse alcun monarca, e il potere esecutivo fosse affidato ad un certo numero di persone, tratte  dal corpo legislativo, non vi sarebbe più libertà: i due poteri verrebbero, infatti, a trovarsi uniti,  in   quanto   le   stesse   persone   talvolta   parteciperebbero,   o   comunque   potrebbero   sempre  partecipare, a entrambi i poteri. Se il potere esecutivo non ha il diritto di arrestare le azioni del  corpo legislativo, questo diverrà dispotico: infatti, una volta che sia in grado di attribuirsi tutto  il potere che vuole, annienterà tutti gli altri poteri. Ma non bisogna che, inversamente, il potere  legislativo abbia la facoltà di arrestare il potere esecutivo. Infatti, è inutile limitare l'esecuzione,  che già di per sé è limitata; inoltre il potere esecutivo si esercita su cose contingenti. Il potere dei  tribuni di Roma era viziato dal fatto che poteva arrestare, non solo la legislazione ma anche  1'esecuzione: il che causa gravi mali. Pure, se in uno Stato libero il potere legislativo non deve  avere il diritto di arrestare il potere esecutivo, ha tuttavia il diritto e deve avere la facoltà di  esaminare in qual modo le leggi che ha emanate siano state eseguite.

CAPITOLO   UNDICESIMO   –   EFFETTI   NATURALI   DELLA   BONTA   E   DELLA  CORRUZIONE DEI PRINCIPI.

Una volta corrotti i principi di un governo, le leggi migliori diventano cattive ritorcendosi contro lo  stato e viceversa quando le leggi sono cattive sortiscono allo stato un effetto buono.

CAPITOLO DODICESIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO.

Quando una repubblica è corrotta si può solo sopprimere la corruzione.

CAPITOLO   TREDICESIMO  –   EFFETTI   DEL  GIURAMENTO  PRESSO  UN   POPOLO  VIRTUOSO.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO – COME IL PIU PICCOLO CAMBIAMENTO NELLA  COSTITUZIONE TRAE SECO LA ROVINA DEI PRINCIPI.

CAPITOLO QUINDICESIMO – MEZZI EFFICACISSIMI PER LA CONVERSIONE DEI  TRE PRINCIPI.

CAPITOLO SEDICESIMO – CARATTERI DISTINTIVI DELLA REPUBBLICA.

La repubblica per  natura è   adatta  ad avere un piccolo  territorio  per  non caricare  di  problemi   il  cittadino, perché in una piccola repubblica il cittadino si sentirà felice mentre in una grande il bene  comune verrà sacrificato. Le altre forme di governo non sono adatte ad avere confini limitati ad una città.

CAPITOLO DICIASETTESIMO – CARATTERI DISTINTIVI DELLA MONARCHIA.

Lo stato monarchico deve avere una media grandezza, perché piccolo sarebbe una repubblica mentre  se fosse molto esteso i poteri delegati si svicolerebbero dall’influenza del re.

CAPITOLO DICIOTTESIMO – LA MONARCHIA DI SPAGNA SI TROVA IN UN CASO  PARTICOLARE.

Tale monarchia per conservare l’America distrusse i suoi abitanti.

CAPITOLO   DICIANNOVESIMO   –   CARATTERI   DISTINTIVI   DEL   GOVERNO  DISPOTICO.

Un grande impero necessita di un’autorità dispotica che attraverso la paura impedisca la negligenza  del governo.

CAPITOLO VENTESIMO – CONSEGUENZE DEI CAPITOLI PRECEDENTI

Piccolo stato = repubblica Medio stato = monarchia Grande stato = despota Per conservare queste forme di governo bisogna mantenere i confini originari.

CAPITOLO VENTUNESIMO – DELL’IMPERO CINESE.

La cina è uno stato dispotico che si basa sulla paura e che solo in alcune dinastie si è leggermente  discostato da quello spirito.

PARTE SECONDA

commenti (1)
il riassunto non è in alcun modo completo
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 75 totali
Scarica il documento