Diritto commerciale prof Amatucci unina (Campobasso), Dispense di Diritto Commerciale. Università di Napoli Federico II
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Diritto commerciale prof Amatucci unina (Campobasso), Dispense di Diritto Commerciale. Università di Napoli Federico II

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Riassunto di diritto commerciale perfetto per sostenere l'esame con prof.Carlo Amatucci Federico II (scienze politiche) - voto 30/30; corso ed esame basati sul manuale di diritto commerciale Campobasso volume unico.
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Diritto commerciale

Diritto commerciale prof. Carlo Amatucci

L'imprenditore nel nostro sistema giuridico la disciplina delle attività economiche ruota intorno alla figura dell'imprenditore, la cui definizione è data dall'articolo 2082. La disciplina non è però identica per tutti gli imprenditori: il codice infatti distinguere diversi tipi di imprese e di imprenditori in base a tre criteri: - l'oggetto dell'impresa, in base alla quale troviamo l'imprenditore agricolo e l'imprenditore commerciale - la dimensione dell'impresa, in base alla quale troviamo il piccolo imprenditore e l'imprenditore medio grande - la natura del soggetto che esercita l'impresa, distinguendosi l'impresa individuale e l'impresa costituita in forma di società ed impresa pubblica.

Tutti gli imprenditori sono assoggettati ad una disciplina base comune: lo statuto generale dell'imprenditore . Applicabile a tutti gli imprenditori è anche la disciplina a tutela della concorrenza e del mercato introdotta nel 1990. Chi è imprenditore commerciale non piccolo e poi assoggettato anche ad un'ulteriore e specifico statuto, integrativo di quello generale. Rientrano nello statuto tipico dell'imprenditore commerciale: a. L'iscrizione nel registro delle imprese, con effetti di pubblicità legale b. La disciplina della rappresentanza commerciale c. Le scritture contabili d. Il fallimento e le altre procedure concorsuali. L'imprenditore agricolo e il piccolo imprenditore sono sottratti all'applicazione della disciplina dell'imprenditore commerciale anche se esercita attività commerciale, tuttavia all'iscrizione nel registro delle imprese è stata oggi estesa anche a tali imprenditori sia pure con rilievo di diverso. Non si può essere imprenditori commerciali se non si è imprenditori: se l'attività svolta non risponde ai requisiti fissati nella lezione generale di imprenditore: “ è imprenditore che esercita professionalmente un'attività economica organizzata alla fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”. È tale affermazione che traccia la linea di confine fra la figura dell'imprenditore è quella del semplice lavoratore autonomo. L'articolo 1082 fissa quindi i requisiti minimi e si ricava che l'impresa è attività, cioè serie coordinata di atti, ed attività caratterizzata sia da uno specifico scopo, produzione o scambio di beni, sia da specifiche modalità di svolgimento, organizzazione, economicità, professionalità. Si discute tuttavia se ciò sia sufficiente o se altri requisiti siano necessari in particolare se siano altrettanto indispensabili: 1. La lecita dell'attività svolta; 2. L'intento dell'imprenditore di ricavare un profitto, scopo di lucro; 3. La destinazione al mercato dei beni o servizi prodotti.

L'impresa è in breve attività produttiva di nuova ricchezza, irrilevante è invece la natura dei beni o servizi prodotti o scambiati ed il tipo di bisogno che essi sono destinati a soddisfare. È irrilevante inoltre che l'attività produttiva costituisca anche godi mento di beni preesistenti. Certo, non è impresa all'attività di mero godimento, l'attività cioè che non dà luogo alla produzione di beni o servizi. Un'attività può però costituire allo stesso tempo godimento di beni preesistenti e produzione di nuovi beni e servizi e in tal caso, in presenza dei requisiti minimi del 2082, fa acquistare la qualità di imprenditore. È infine opinione ormai prevalente che la qualità di imprenditore deve essere riconosciuta anche quando l'attività produttiva svolta è illecita, cioè contraria alle norme imperative, all'ordine pubblico ho un costume. E ciò sia nei casi meno gravi in cui sono state violate norme imperative che subordinano l'esercizio dell'attività di impresa a concessioni o autorizzazione amministrativa, sia nei casi più gravi in cui l'illecito sia l'oggetto stesso dell'attività. Fermo restando l'applicazione delle previste sanzioni amministrative e/o penali, non vi è infatti alcun motivo per sottrarre chi viola la legge alle norme che tutelano i creditori di imprenditore commerciale: non vi è alcuna ragione per sottrarre al fallimento tali individui, i quali non potranno avvalersi delle norme che tutelano l'imprenditore nei confronti dei terzi. Organizzazione non è concepibile attività di impresa senza l'impiego coordinato di fattori produttivi: cioè di capitale e lavoro proprio o altrui. È normale e tipico dell'imprenditore crei un complesso produttivo, formato da persone e da beni strumentali. Ciò è sottolineato dal legislatore quando qualifica l'impresa come attività organizzata; quando disciplina il lavoro dell'organizzazione del lavoro nell'impresa; quando definisce l'azienda come il complesso dei beni organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'impresa.

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Oggi è ormai pacifico ritenere che è imprenditore anche chi opera senza utilizzare altrui prestazioni lavorative autonomi o subordinate, inoltre non è necessario che l'attività organizzativa dell'imprenditore si concretizzi nella creazione di un apparato aziendale composto di beni mobili ed immobili. È ben vero che non vi può essere impresa senza impiego ed organizzazione di mezzi materiali, ma questi possono ben ridursi al solo impegno di mezzi finanziari propri o altrui. In definitiva la qualità di imprenditore non può essere negata, per difetto del requisito dell'organizzazione, sia quando l'attività è esercitata senza l'ausilio di collaboratori, sia quando il coordinamento degli altri fattori produttivi, capitale lavoro proprio, non si concretizza nella creazione di un complesso aziendale materialmente percepibile. C'è però da dire che la semplice organizzazione a fini produttivi del proprio lavoro non può essere considerata organizzazione di tipo imprenditoriale e di mancanza di un minimo di etero-organizzazione deve negarsi l'esistenza di impresa sia pure piccola in quanto altro è organizzare il proprio lavoro, altro è organizzare un'attività di impresa. Piccola impresa è infatti quella organizzata prevalentemente, ma non esclusivamente, con il proprio lavoro e dei familiari. Del resto l'organizzazione del lavoro dei familiare è pur sempre organizzazione di lavoro altrui. Sintomatico è poi che il requisito dell'organizzazione è richiesto dall'imprenditore e per il piccolo imprenditore ma non per il lavoratore autonomo. Economicità dell'attività di scopo di lucro l'impresa come detto le attività economica quindi l'economicità è richiesta in aggiunta allo scopo produttivo dell'attività. È essenziale che l'attività produttiva sia condotta con un metodo economico: cioè secondo modalità che consentano quanto meno la copertura dei costi con i ricavi ed assicurano l'autosufficienza economica. Non è perciò imprenditore chi produce beni o servizi che vengono erogati gratuitamente a prezzo politico; è invece imprenditore che gestisce i medesimi servizi con metodo economico anche se ispirato da un fine pubblico o ideale. Perché l'attività possa dirsi economica non è però essenziale che essa sia caratterizzata dallo scopo di lucro di quest'ultimo quindi non può essere elevato a requisito essenziale dell'attività di impresa. La nozione di imprenditore è infatti nozione unitaria, comprensiva sia dell'impresa privata sia dell'impresa pubblica e ciò implica che il requisito essenziale può essere considerato solo ciò che è comune a tutte le imprese e a tutti gli imprenditori. L'impresa pubblica è si è tenuta ad operare secondo criteri di economicità ma non è, né necessariamente né di regola, finalizzata alla realizzazione di un profitto. Inoltre analoghe considerazioni possono essere ripetute per il settore delle imprese private, con riferimento alle società cooperative la cui attività di impresa è caratterizzata dallo scopo mutualistico. Particolarmente significativa e poi la recente disciplina delle imprese sociali: a questo tipo di imprese e ha fatto esplicito divieto di distribuire utili in qualsiasi forma a soci, amministratori, partecipanti, lavoratori e collaboratori. Questi tre esempi dimostrano perciò che il requisito minimo essenziale dell'attività di impresa e l'economicità della gestione e nonno lo scopo di lucro. La professionalità l'ultimo dei requisiti espressamente richiesti dal 2082 e il carattere professionale dell'attività. Professionalità significa esercizio abituale e non occasionale di una data attività. La professionalità non richiede però che l'attività imprenditoriale sia svolto in modo continuato essenza interruzioni. Per le attività stagionale è sufficiente il costante ripetersi di atti di impresa secondo le cadenze proprie di quel dato tipo di attività. La professionalità non richiede neppure che quella di impresa sia l'attività unico principale: è quindi possibile anche il contemporaneo esercizio di più attività d'impresa da parte dello stesso soggetto. Impresa si può, infine, avete anche quando si opera per il compimento di un unico affare, se questo comporta il compimento di operazioni molteplici e l'utilizzo di un apparato produttivo complesso. Può essere considerato imprenditore anche chi svolge un'attività per poi destinarla uso personale infatti nonno vi è alcun motivo per escluderlo dato che l'attività produttiva può considerarsi svolta con metodo economico anche quando i costi sono coperti da un risparmio di speso da un incremento del patrimonio del produttore quindi imprenditore può essere qualificato anche chi produce beni o servizi destinati ad uso e consumo personale, impresa per conto proprio. La destinazione al mercato della produzione non è infatti richiesta da alcun dato normativo.

I libri professionisti, avvocati, commercialisti, notai, non sono mai imprenditori. L'articolo 2238 stabilisce infatti che le disposizioni in tema di impresa si applicano alle professioni intellettuali solo se “ l'esercizio della professione costituisce un elemento di un'attività organizzata in forma di impresa”. Non è facile trovare una spiegazione del perché i professionisti intellettuali non diventino in alcun caso imprenditori, dato che i requisiti propri dell'attività di impresa possono ricorrere tutti anche nell'esercizio delle professioni intellettuali. Infatti, l'attività dei professionisti e attività produttiva di servizi, di regola condotta con metodi

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economico e anzi a scopo di lucro. Sì può concludere dunque che i professionisti non siano imprenditori per libera scelta del legislatore: scelte ispirata dalla particolare considerazione sociale che tradizionalmente circonda tali professioni e che ha indotto il legislatore del 42 a dettare per le stesse uno specifico statuto: potere disciplinare degli ordini professionali; divieto di esercizio per i non iscritti agli albi professionali; esecuzione personale della prestazione; particolare criterio di determinazione del compenso. In questo contesto di diversità si inserisce anche l'esonero dei professionisti intellettuali dallo statuto dell'imprenditore, con i suoi vantaggi ma anche con i suoi svantaggi.

CATEGORIE DI IMPRENDITORI imprenditore agricolo e imprenditore commerciale sono le due categorie di imprenditore che il codice distinguere in base all'oggetto delle attività. 1. L'imprenditore agricolo l'imprenditore agricolo è sottoposto alla disciplina prevista per l'imprenditore in generale ed è esonerato dall'applicazione della disciplina propria dell'imprenditore commerciale: tenuta delle scritture contabili, assoggettamento al fallimento ed alle altre procedure concorsuali. Imprenditore agricolo gode perciò di un trattamento di favore rispetto all'imprenditore commerciale: trattamento che è accentuato dalla legislazione speciale attraverso una serie di incentivi e di agevolazioni. Stabilire se una di imprenditore è agricolo o commerciale serve perciò a definire l'ambito di operatività di tale trattamento di favore e l'ampiezza dell'area di esonero rispetto alla disciplina dell'imprenditore commerciale. Le attività agricole possono essere distinte in due grandi categorie: a. Attività agricole essenziali l'impresa agricola fondata su un semplice sfruttamento della produttività naturale della terra cede sempre più il passo all'agricoltura industrializzata, che utilizza prodotti chimici per accrescere la produttività naturale ma vi è di più, il processo tecnologico consente oggi di ottenere prodotti merceologicamente agricoli con metodi che prescindono del tutto dalla sfruttamento della terra e dei suoi prodotti: si pensi alle coltivazioni artificiali o fuori terra. Si pensi ancora agli allevamenti in batteria, condotti in capannoni industriali e con mangimi chimici che permettono il rapido accrescimento di peso corporeo. In breve oggi anche l'attività agricola può dar luogo ad ingenti investimenti di capitali e sollevare sul piano giuridico esigenze di tutela del credito non diverse da quelle che sono alla base della disciplina delle imprese commerciali. Quindi il fatto che il imprenditore agricolo sia sempre comunque esonerato da tale disciplina è scelta legislativa che lascia insoddisfatti molti interpreti. È necessario perciò stabilire fino a che punto l'evoluzione tecnologica dell'agricoltura sia compatibile con la qualificazione agricola dell'impresa. Al riguardo però s'è dilaniato un netto contrasto di opinioni in giurisprudenza:

- vi era infatti chi riteneva che impresa agricola fosse ogni forma di produzione fondata sullo svolgimento di un ciclo biologico naturale

- vi era l'opposto chi riteneva che doveva essere dato rilievo anche al modo di produzione tipico dell'agricoltore e quindi che doveva essere qualificato imprenditore commerciale chi produce specie vegetali o animali in modo del tutto svincolato dal fondo agricolo o dallo sfruttamento della terra

L’attuale articolo 2135 ribadisce che “ è imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, silvicoltura, all'allevamento di animali e attività connesse”. Subito specifica però che “ per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale. Si deve perciò ritenere che la produzione di specie vegetali ed animali è sempre qualificabile giuridicamente come attività agricola essenziale, anche se realizzata con metodi che prescindono del tutto dalla sfruttamento della terra e dei suoi prodotti. L'allevamento di animali è la forma di attività agricola essenziale più ricca ed è perciò quella che ha determinato in passato i più vivaci contrasti. Il criterio del ciclo biologico porta riconoscere che costituisce attività agricola essenziale anche la zootecnia svolta fuori dal fondo(allevamenti in batteria); ancora, la sostituzione del termine bestiame con quello più ampio di animali tronca ogni incertezza sulla possibilità di qualificare come impresa agricola essenziale, non solo l'allevamento di animali tradizionalmente allevati sul fondo ma anche l'allevamento di animali da cortile e l'acqua cultura. b. Attività agricole per connessione La seconda categoria di attività agricole è costituita dalle attività agricole per connessione. L'attuale nozione di imprenditore agricolo realizza un significativo ampliamento rispetto a quello preveggente che le individuava: 1. In quelle dirette alla trasformazione o alienazione dei prodotti agricoli che rientravano nell'esercizio normale dell'agricoltura; 2. In tutte le altre attività esercitata in connessione con la coltivazione

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del fondo: agriturismo, per le quali, in mancanza di specificazione legislativa, si riteneva che le stesse dovessero rivestire carattere accessorio. Questa distinzione oggi scompare in quanto in base all'articolo 2135 si intendono comunque connesse: a. Le attività dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione dei prodotti ottenuti prevalentemente da un'attività agricola essenziale; b. Le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l'utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse normalmente impiegate nell'attività agricola esercitata. Le une e le altre sono attività oggettivamente commerciali ma sono considerate per legge attività agricole quando sono esercitate in connessione con una delle tre attività agricole essenziali. Due sono le condizioni al riguardo necessario: 1) è necessario, innanzitutto, che il soggetto che la esercita sia imprenditore agricolo in quanto svolge in forma di impresa una delle tre attività agricole tipiche e inoltre attività coerente con quella connessa. Con uno strappo a credere nella connessione soggettiva, la qualifica di imprenditori agricoli è però estesa alle cooperative di imprenditori agricoli e ai loro consorzi, quando utilizzano prevalentemente prodotti dei soci, o forniscono prevalentemente ai soci beni o servizi diretti alla cura e allo sviluppo del ciclo biologico. 2) La connessione soggettiva non è però sufficiente per necessario che ricorra anche una connessione oggettiva fra le due attività. Oggi rispetto al passato, non si richiede più che le attività di trasformazione e alienazione dei prodotti agricoli rientrino nell'esercizio normale dell'agricoltura, nei che le attività connesse diverse da queste abbiano carattere accessorio. Entrambi questi criteri sono stati sostituiti da quello della prevalenza necessario sufficiente è infatti solo che si tratti di attività aventi ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dall'attività agricola essenziale o di beni o servizi forniti mediante l'utilizzazione prevalente di attrezzatura risorse dell'azienda agricola. 2. L'imprenditore commerciale è imprenditore commerciale l'imprenditore che esercita una o più delle seguenti categorie di attività stabilite dall'articolo 2195: - “ attività industriale diretta la produzione di beni o servizi”- industria- - “ attività intermediaria nella circolazione dei beni”-commercio- - “ attività di trasporto” - “ attività bancaria o assicurativa” - “ attività ausiliarie delle precedenti”-spedizione,assicurazione,deposito,pubblicità- Le altre imprese che non rientrano in una di queste categorie se non configurabili come imprese agricole dovranno necessariamente essere considerate come imprese commerciali.

Altro criterio di suddivisione delle imprese è la dimensione. Al riguardo il codice civile individua la figura del piccolo imprenditore, contrapponendola a quello dell'imprenditore medio grande. 3. Il piccolo imprenditore il piccolo imprenditore è sottoposto allo statuto generale dell'imprenditore. È invece esonerato, anche se esercita attività commerciale, dalla tenuta delle scritture contabili e dall'assoggettamento al fallimento e alle altre procedure con cui parli. Inoltre, l'iscrizione nel registro delle imprese, solo di recente previsto, hanno una funzione di pubblicità legale. Individuare chi sia piccolo imprenditore ai fini del codice civile non è stato però fino a qualche anno fa di agevole soluzione per la coesistenza di diverse nozioni: quella del codice civile e quella della legge fallimentare: codice civile sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del mondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un'attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia”.art. 2083. L'ultima parte della norma consente di ricomprendere nella categoria di piccolo imprenditore figure diverse da quelle espressamente menzionate ed enuncia allo stesso tempo il criterio generale di individuazione della categoria. Per aversi piccola impresa è perciò necessario che: a) l'imprenditore presta il proprio lavoro nell'impresa; b) il suo lavoro è quello degli eventuali familiari che collaborano nell'impresa prevalgono sia al lavoro altrui sia al capitale proprio o altrui investito nell'impresa. Non è perciò mai piccolo imprenditore chi investa ingenti capitali anche se non si avvale di alcun collaboratore. La prevalenza del lavoro familiare sugli altri fattori produttivi, a sua volta, deve intendersi in senso qualitativo-funzionale: è necessario che che l'apporto personale dell'imprenditore dei suoi familiari caratterizzino i beni e i servizi prodotti. Legge fallimentare

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La definizione è è stata di recente riformulata, la versione originaria dell'articolo uno della legge fallimentare, nel ribadire che i piccoli imprenditori commerciali non falliscono, stabiliva: “ sono considerati piccoli imprenditori, gli imprenditori esercenti un'attività commerciale, i quali sono stati riconosciuti, in sede di accertamento ai fini dell'imposta di ricchezza mobile, titolari di un reddito inferiore al minimo imponibile. Quando è mancato l'accertamento ai fini dell'imposta di ricchezza mobile, sono considerati piccoli imprenditori gli imprenditori esercenti un'attività commerciale nella cui azienda risulta essere stato investito un capitale non superiore a lire 900.000”. La stessa norma fallimentare disponeva poi che in nessun caso sono considerati piccoli imprenditori le società commerciali. In base a tale disciplina il piccolo imprenditore era individuato esclusivamente in base a parametri monetari e quindi con un criterio palesemente non coincidente con quello fissato dal codice civile. Da qui la necessità di trovare un coordinamento fra le due norme. Questo rebus è stato superato attraverso due modifiche intervenute nel sistema normativo:

- l'imposta di ricchezza mobile è stata soppressa e il suo posto è stato preso, per le persone fisiche, da una diversa imposta: l'Irpef(imposta sul reddito delle persone fisiche)

- il criterio del capitale investito non superiore a lire 900.000 fu dichiarato incostituzionale nell'89, in quanto non più idoneo, in seguito alla svalutazione monetaria, a fungere da scriminante fra imprenditori commerciali soggetti al fallimento e quelli esonerati.

Nella nozione originaria data dalla legge fallimentare sopravviveva perciò solo la parte secondo cui nessun caso erano considerati piccoli imprenditori le società commerciali. Il permanere in vigore della solo definizione codicistica di piccolo imprenditore individuale che avrebbero non trascurabili inconvenienti pratici in sede di dichiarazione di fallimento, in quanto accertare in concreto la prevalenza del lavoro familiare sugli altri fattori produttivi non è sempre agevole e potrebbe richiedere anche indagini lunghe complesse. Per queste ragioni le riforme dell’ 06/07 hanno reintrodotto nell'articolo uno della legge fallimentare un sistema basato su criteri esclusivamente quantitativi monetari evitandoglielo le passa. In primo luogo, la nuova disposizione fallimentare non definisce più chi è piccolo imprenditore, ma semplicemente individua alcuni parametri dimensionali dell'impresa al di sotto dei quali l'imprenditore commerciale non fallisce. In base all'attuale disciplina non è soggetto al fallimento l'imprenditore commerciale che dimostri il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

1. aver avuto nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento, o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore a € 300.000

2. aver realizzato nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore a € 200.000

3. avere un ammontare didebiti anche non scaduti non superiore a € 500.000

tali valori possono essere aggiornati con scadenza triennale con decreto del ministro della giustizia sulla base delle variazioni degli indici Istat dei prezzi di consumo per adeguarli alla svalutazione monetaria. Basta aver superato anche uno solo dei limiti dimensionali indicati per essere esposto al fallimento. È la prova del loro rispetto a carico del debitore. Secondo l'opinione prevalente, che può essere dichiarato fallito si determina esclusivamente in base ai criteri dimensionali stabiliti dalla legge fallimentare. La definizione di piccoli imprenditori che dal codice civile interesse invece ai fini dell'applicazione della restante parte dello statuto dell’imprenditore commerciale, iscrizione registro, obbligo della tenuta del contabili. ► L'impresa artigiana Fra i piccoli imprenditori rientra anche l'imprenditore artigiano. La legge n. 860/1956 afferma però che l'impresa rispondente ai “ requisiti fondamentali” era da considerarsi artigiana a tutti gli effetti di legge quindi anche agli effetti civilistici e fallimentari. La nozione speciale sostituiva perciò quella del codice ed inoltre delineava un modello di impresa artigiana difficilmente conciliabile con quello del codice civile infatti, il dato caratterizzante dell'impresa artigiana non è più nella prevalenza del lavoro familiare ma nella natura artistica o o usuale dei beni e servizi prodotti. Perciò, rispettati i limiti del personale dipendente, l'impresa doveva ritenersi artigiane sottratta al fallimento anche quando, degli ingenti investimenti di capitale e la manodopera impiegata, non era più rispettato il criterio della prevalenza. La qualifica artigiana infatti riconosciuta, a certe condizioni, anche alle imprese costituite in forma di società. Perciò, “ le società artigiane” dovevano considerarsi esonerata dal fallimento. La legge 860/1956 è stata abrogata dalla “ legge quadro per l'artigianato” n° 443/1985 anche la nuova legge contiene una propria definizione dell'impresa artigiana definizione basata:

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1. sull'oggetto dell'impresa , che può essere costituito da qualsiasi attività di produzione di beni, anche semilavorati, o di prestazioni di servizi, sia pure con alcune limitazioni ed esclusioni

2. sul ruolo dell'artigiano nell'impresa, richiedendosi in particolare, che esso svolga in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo, ma non, si badi, che il suo lavoro prevalga su gli altri fattori produttivi

continuano ad essere imposti limiti per quanto riguarda i dipendenti utilizzabili ma il numero massimo è generalmente più elevato. La legge dell'85 riafferma altresì la qualifica artigiana delle imprese costituite in forma di società di persone, di società a responsabilità limitata e di società cooperativa, purché ricorrano determinate condizioni. Inoltre la legge dell'85 non afferma più che l'impresa artigiana indefinita tutti gli effetti di legge. Anzi, coppo dichiarato ad esclusione della legge-quadro è quello di fissare i principi direttivi che dovranno essere osservati dalle regioni nell'emanazione di una serie di provvidenze a favore dell'artigianato. È quindi venuto meno il solo dato che imponeva di attribuire valore generale la nozione di impresa artigiana contenuta nella legge del 56. Oggi perciò l'artigiano non è sottratto lo statuto dell'imprenditore commerciale: è necessario altresì che se rispettati criterio della prevalenza o che non siano stati superati i limiti dimensionali fissati dalla legge fallimentare. Anche l'esonero delle società artigiana spegnimento si deve ritenere oggi cessato: infatti non è più possibile sostenere che la legislazione speciale in tema di artigianato sia una deroga ai principi fissati dalla legge fallimentare, ne consegue che una società artigiana godrà della provvidenze di cui godono le altre imprese artigiane ma in caso di dissesto fallirà. 4. L'impresa familiare è impresa familiare l'impresa nella quale collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado dell'imprenditore: la cosiddetta famiglia nucleare. L'istituto, introdotto nel 75, è regolato dall'articolo 230 bis c.c. L'impresa familiare non va confuso con la piccola impresa, è frequente che la piccola impresa sia anche un'impresa familiare, ma si può però avere una piccola impresa che non sia un'impresa familiare perché l'imprenditore non ha familiari o non si avvale della loro collaborazione. Viceversa anche l'impresa non piccola può essere impresa familiare. Il lavoro familiare nell'impresa era ed è un fenomeno largamente diffuso e fenomeno che, prima della riforma del diritto di famiglia, poteva dar luogo a gravi abusi e di giustizia. Inoltre, nessun diritto era riconosciuto a chi lavorava nell'impresa, sia nei confronti del congiunto imprenditore, sia rispetto agli altri membri della famiglia. Il legislatore ha voluto perciò predisporre una tutela minima del lavoro familiare dell'impresa, destinata a trovare applicazione quando non sia configurabile un diverso rapporto giuridico, lavoro subordinato, e non sia perciò azionabile altro mezzo di tutela. La tutela legislativa realizzata riconoscendo ai membri della famiglia nucleare che lavorano in modo continuato nella famiglia nell'impresa determinati diritti patrimoniali amministrativi. Sul piano patrimoniale sono riconosciuti:

- diritto al mantenimento , anche se non dovuto ad altro titolo - diritto di partecipazione agli utili dell'impresa in proporzione alla quantità del lavoro prestato

nell'impresa o nella famiglia - diritto sui beni acquistati con gli utili e gli incrementi di valore dell'azienda, anche dovuti

all'avviamento - diritto di prelazione sull'azienda in caso di dimissioni ereditario di trasferimento dell'azienda.

Sul piano amministrativo è poi previsto che le decisioni in merito alla gestione straordinaria dell'impresa e per un atto di cessione di particolare rilievo sono adottate a maggioranza, dai familiari che partecipano all'impresa stessa. È infine previsto che il diritto di partecipazione trasferibile solo a favore degli altri membri della famiglia nucleare e con il consenso unanime dei familiari già partecipanti. È inoltre liquidabile in denaro qualora cessi la prestazione di lavoro ed in caso di alienazione dell'azienda. L'impresa familiare resta un'impresa individuale, sia pure caratterizzato da una particolare disciplina delle prestazioni lavorative dei familiari dell'imprenditore. Ne consegue che: a) i beni aziendali restano di proprietà esclusiva dell'imprenditore-datore di lavoro; b) i diritti patrimoniali dei partecipanti all'impresa familiare costituiscono semplici diritti di credito nei confronti dei familiari imprenditore; c) gli atti di gestione ordinaria rientrano nella competenza esclusiva dell'imprenditore. Si deve inoltre ritenere che il creditore agisca nei confronti dei terzi in proprio e non quale rappresentante dell'impresa familiare, per questo solo a lui saranno imputabili gli effetti degli atti posti in essere nell'esercizio dell'impresa. Infine, se l'impresa è commerciale, e non piccola, solo il capofamiglia-datore di lavoro sarà esposto al fallimento in caso di dissesto. 5. L'impresa societaria

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Le società sono forme associative previste dall'ordinamento per l'esercizio collettivo di attività di impresa. Esistono diversi tipi di società: la società semplice e utilizzabile solo per l'esercizio di attività non commerciale; gli altri tipi si definiscono società commerciali che possono essere imprenditori agricoli o imprenditori commerciali a seconda dell'attività esercitata. L'applicazione alle società commerciali degli stili tipici degli imprenditori commerciali seguono regole parzialmente diverse:

a) parte della disciplina propria dell'imprenditore commerciale si applica le società commerciali qualunque sia l'attività svolta. Il principio è espressamente enunciato per l'obbligo di iscrizione nel registro delle imprese, ma deve ritenersi valido anche per la tenuta delle scritture contabili resta invece fermo l'esonero delle società commerciali che gestiscono un'impresa o non superano le soglie dimensionali fissati dal art.1 legg. fall, dal fallimento e dalle altre procedure concorsuali.

b) Nelle società in nome collettivo ed in accomandita semplice parte della disciplina dell'imprenditore commerciale trova poi l'applicazione solo o anche nei confronti dei social responsabilità illimitata: tutti i soci della società in nome collettivo, i soci accomandatari della società raccomandata semplice. Trova applicazione anche nei confronti dei soci la sanzione del fallimento in quanto il fallimento della società comporta automaticamente il fallimento dei singoli soci a responsabilità illimitata.

Le imprese pubbliche attività di impresa può essere svolta anche dallo Stato e dagli altri enti pubblici. Ai fini dell'applicazione della disciplina dell'impresa tuttavia necessario distinguere tra tre possibili forme di intervento dei pubblici poteri nel settore dell'economia:

I. società a partecipazione pubblica : lo stato degli altri enti pubblici possono innanzitutto svolgere attività di impresa servendosi di strutture di diritto privato: attraverso la costituzione di, o la partecipazione in, società, generalmente per azioni. E questo vasto settore delle società a partecipazione statale; partecipazione che può essere totalitaria, di maggioranza o di minoranza.

II. Enti pubblici economici : la pubblica amministrazione può altresì di dar vita ad enti di diritto pubblico il cui compito istituzionale esclusivo o principale l'esercizio di attività di impresa. Sono questi i cosiddetti enti pubblici economici che in passato costituivano il nucleo centrale delle imprese pubbliche gli enti pubblici economici sono sottoposti allo statuto generale dell'imprenditore che, se l'attività commerciale, lo statuto può dell'imprenditore commerciale, con una sola eccezione l'esonero dal fallimento dalle procedure concorsuali minori, sostituiti però dalla liquidazione coatta amministrativa ed altre procedure previste in leggi speciali.

III. Imprese organo : lo Stato o altro ente pubblico territorialepossono infine svolgere direttamente attività di impresa avvalendosi di proprie strutture organizzative prive di distinta soggettività, ma dotate di 1+ o meno ampia autonomia decisionale contabile in questi casi l'attività di impresa è per definizione secondaria ed accessoria rispetto ai fini istituzionali dell'ente pubblico. L’art. 2093 dispone che nei confronti degli enti titolari di imprese organo si applica la disciplina generale dell'impresa e quella propria dell'imprenditore commerciale stabilendo però che sono salve le diverse disposizioni di legge sono quindi esonerati dall'iscrizione nel registro delle imprese dalle procedure concorsuali. Sono sottoposti però allo statuto generale dell'imprenditore nonché a tutte le restanti norme previste per gli imprenditori commerciali e fra l'altro, all'obbligo, di tenuta delle scritture contabili, per il quale manca espressa norma di esonero.

Dal 1990 per garantire una gestione imprenditoriale più efficiente di ridurre la spesa pubblica quasi tutti gli enti pubblici economici sono stati trasformati in società per azioni a partecipazione statale, privatizzazione formale. Inoltre in tempi più recenti è stata avviata la dismissione delle partecipazioni pubbliche di controllo, privatizzazione sostanziale. ► Associazioni e fondazioni tutti gli enti privati confini ideali o altruistici possono svolgere attività commerciale qualificabile come attività di impresa. Infatti, è essenziale per aversi impresa è che l'attività produttiva venga condotta con metodo economico e tale metodo può ricorrere anche quando lo scopo perseguito sia ideale. Se l'esercizio di attività commerciale da parte di tali enti può costituire anche l'oggetto esclusivo o principale è fuori dubbio che l'ente acquista la qualità di imprenditore commerciale resta quindi esposto tutte le relative conseguenze. È più frequente però che l'attività commerciali presenti a carattere accessorio rispetto all'attività ideale costituente l'oggetto principale dell'ente. Si è cercato così di sottrarre al fallimento gli enti di diritto privato diversi dalle società quando l'attività di impresa a carattere accessorio, sostenendo che agli stessi debba applicarsi il medesimo regime dettato per gli enti pubblici titolari di imprese organo. La tesi non può essere tuttavia condivisa in quanto l'esonero dal fallimento delle imprese organo è chiaramente disciplina

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eccezionale e disciplina che non trova fondamento nella struttura pubblicistica dell'ente non può ora essere perciò estesa ad enti di diritto privato quale associazione fondazioni. Per risolvere questo problema è stata introdotta la nuova disciplina dell'impresa sociale l. 155/06. “ Possono acquisire la qualifica di impresa sociale tutte le organizzazioni private che esercitano in via stabile e il principale un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi di utilità sociale”. (Educazione, istruzione, assistenza sociale sanitaria, tutela dell'ambiente, servizi culturali). Ulteriore elemento caratterizzante l'impresa sociale è l'assenza dello scopo di lucro. Utili e avanzi di gestione devono essere fatti destinati allo svolgimento dell'attività statutaria o all'incremento del patrimonio dell'ente. Sul patrimonio dell'impresa grava poi un vincolo di indisponibilità in quanto ne durante l'esercizio dell'impresa, né allo scioglimento possibile distribuire fondi o di Serbia vantaggio di coloro che fanno parte dell'organizzazione. In caso di cessazione dell'impresa, patrimonio residuo devoluto ad organizzazione non lucrativa di utilità sociale. Le finalità di interesse generale realizzate dalle imprese sociali vengono favorite dal legislatore con un singolare privilegio sul piano civilistico: quello di potersi organizzare in qualsiasi forma di organizzazione privata. In particolare può essere impiegato qualsiasi tipo societario. Non possono essere intese sociali invece le amministrazioni pubbliche e le organizzazioni che erogano beni e servizi esclusivamente a favore dei propri consociati. Altro privilegio concesso l'impresa sociale la possibilità di limitare a certe condizioni la responsabilità patrimoniale dei partecipanti, anche quando impiegata una forma giuridica che prevederebbe invece la responsabilità personale ed illimitata di costoro, più precisamente: se l'impresa sociale dotata di un patrimonio di almeno € 20.000, dal momento dell'iscrizione registro delle imprese risponde dell'obbligazione assunta soltanto l'organizzazione con il suo patrimonio. Qualora però il patrimonio diminuisca in conseguenza di perdite di oltre un terzo al di sotto del limite di € 20.000 delle obbligazioni assunte rispondono personalmente solitamente anche coloro che hanno agito in nome per conto dell'impresa nuova gli altri soci. Le imprese sociali sono poi soggetta regole speciali:

- devono iscriversi in una postazione del registro delle imprese - devono redigere le scritture contabili - in caso di insolvenza, sulla società dalla liquidazione coatta amministrativa invece che al fallimento

Le organizzazioni che intendono assumere la qualifica di impresa sociale devono costituirsi per atto pubblico, osservando le disposizioni di legge in merito al contenuto dell'atto costitutivo. In particolare deve: determinare l'oggetto sociale, individuandolo fra le attività di utilità sociale riconosciute dalla legge; denunciare l'assenza dello scopo di lucro; indicare la denominazione contenente la locuzione impresa sociale; fissare requisiti di onorabilità, professionalità indipendenza per i componenti delle cariche sociali; disciplina delle modalità sia nell'esclusione dei soci; prevedere forme di coinvolgimento dei lavoratori di destinatari dell'attività di impresa nell'assunzione delle decisioni importanti per l'azienda. L'atto costitutivo divenute prevedere un sistema di controlli fondato sulla distinzione tra controllo contabile affidatoa uno o più revisori iscritti di nel registro dei revisori, ed il controllo di legalità della gestione e sul rispetto dei principi di corretta amministrazione, che invece è riservato ad uno o più sindaci. Ai sindaci riconosciuto il potere di procedere in qualsiasi momento ad atti di ispezione e controllo di chiedere notizie agli amministratori. L'impresa sociale sono soggette alla vigilanza del ministero del lavoro, che può procedere ad ispezioni. E il ministero dispone la perdita della qualifica:

- si rileva l'assenza delle condizioni del riconoscimento - se riscontra violazioni della relativa disciplina e, diffidati gli organi direttivi a porre fine

comportamenti illegittimi, l'impresa non vi ottempera entro un congruo termine ne consegue la concentrazione dell'impresa nel registro dell'obbligo di devolvere il patrimonio a denti non lucrativa di determinati dallo statuto.

Acquisto della qualità di imprenditore l'individuazione del soggetto a cui è applicabile la disciplina dell'attività di impresa non solleva problemi quando gli atti di dell'impresa sono compiuti direttamente dall'interessato o da un terzo che agisce come suo rappresentante e quindi in nome dello stesso. È infatti il principio generale nel nostro ordinamento che gli effetti degli atti giuridici ricadano sul soggetto e solo sul soggetto il cui nome è stato validamente speso nel traffico. Questo principio si ricava dalla disciplina del mandato: il mandatario è un soggetto che agisce nell'interesse di un altro soggetto, quando il mandato è senza rappresentanza il mandatario che agisce in proprio nome “ acquista i diritti e assume gli obblighi derivanti dagli atti compiuti con i terzi, anche se questi hanno avuto conoscenza del mandato. I terzi non hanno alcun rapporto col mandante. E’ quindi il principio formale della splendida del nome, e non il criterio sostanziale della titolarità dell'interesse economico, che domina il nostro ordinamento.

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L'esercizio dell'attività di impresa può dar luogo a una dissociazione fra il soggetto a cui è formalmente imputabile la qualità di imprenditore ed il reale interessato. È questo il fenomeno, largamente diffuso, dell'esercizio dell'impresa tramite interposta persona: altro è soggetto che compie il proprio nome i singoli atti di, cosiddetto imprenditore palese o prestanome. Altro è il soggetto che somministra al primo i mezzi finanziari necessari, dirige in fatto l'azienda che fa proprio tutti guadagni: il cosiddetto imprenditore indiretto o occulto. A questo espediente si può ricorrere per aggirare un divieto di legge o per non esporre al rischio di impresa tutto il proprio patrimonio personale. A tal fine si costituisse una società per azioni dotandolo di un modesto capitale quasi tutto nelle proprie mani. In tale situazione gli atti di impresa saranno formalmente decisi dagli amministratori della società e posti in essere in nome della società ma è evidente che nella sostanza ogni decisione sarà adottata dal socio che ha la totalità o quasi delle azioni. Questo modo di operare non solleva particolari problemi fin quando gli affari prosperano i creditori sono regolarmente pagate, ne solleva invece di ben gravi quando gli affari vanno male ed il soggetto utilizzato dall'imprenditore occulto sia una persona fisica nulla attualmente o una società per azioni con capitale irrisorio, società di comodo. Infatti da dall'insufficienza del relativo patrimonio i creditori ben poco potranno ricavare dal fallimento del prestanome, con la conseguenza che il rischio d'impresa non sarà supportato dal reale titolare. Tra i rimedi parte della dottrina sostiene che per l'attività di impresa e espressamente sanzionata la inscindibilità del rapporto potere responsabilità: vale a dire che, quando l'attività di impresa è esercitata tramite prestanome, responsabili verso i creditori sono sia il prestanome sia irreale domino su dell'impresa. Anche quest'ultimo acquisterebbe la qualità di imprenditore, occulto o indiretto, e perciò fallirebbe sempre e comunque qualora fallisca il prestanome. La teoria dell'imprenditore occulto ha però incontrato scarsi consensi: infatti, la premessa su cui esso si fonda, il collegamento inscindibile tra potere rischio d'impresa non solo non ha un solido fondamento normativo ma è smentita dai principi che regolano le società di capitali: in questa sempre individuabile un socio un gruppo di soci che in fatto contro le dirige la società, ma l'azionista o gli azionisti di comando non sono in quanto tali chiamati dal legislatore rispondere personalmente dei debiti della società, e non possono essere chiamati a rispondere senza sovvertire quello che è uno dei cardini dell'attuale sistema cioè la recita dell'esercizio dell'attività di impresa in un regime di responsabilità limitata. In passato la perdita del beneficio della responsabilità limitata e corriva solo quando vi era una situazione formale e oggettiva di concentrazione di potere nelle mani di un solo soggetto, a partire dal 93 per le società a responsabilità limitata e dal 2003 anche le società per azioni, neppure la qualità di unico socio comporta di per sé l'assunzione di responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali. Ne consegue che nel nostro ordinamento il dominio di fatto di un'impresa individuale o di una società di capitali non è condizione sufficiente per esporre la responsabilità fallimento; né, tanto meno, determina di per sé l'acquisto della qualità di imprenditore. Questo non significa che si debba rinunciare a reprimere i possibili abusi, infatti a partire dal 2003 è espressamente regolata la responsabilità civile delle società o enti che esercitano una vita di direzione e coordinamento su altre società ed abusano di tale potere in danno dei creditori dei soci della controllata. Diverse tecniche alternative sono stati inoltre proposte per affermare la responsabilità personale e l'esposizione al fallimento di chi abusi della posizione di dominio su una società di capitali. È frequente che il socio di comando di una società di capitali non si limiti ad esercitare i poteri sociali riconosciutigli dalla legge, ma tratti la società come una cosa proprio e ne rispondo a suo piacimento attraverso una serie di comportamenti tipici: sistematico finanziamento della società con prestiti o con la concessione di garanzie a suo favore, sistematica ingerenza negli affari sociali, direzione di fatto secondo un disegno unitario di uno o più società paravento. La giurisprudenza ritiene che questi comportamenti possono dar vita ad un'autonoma attività di impresa, pertanto il socio che ha abusato dello schermo societario risponderà come titolare di un'autonoma impresa commerciale individuale per le obbligazioni da lui contratte nello svolgimento dell'attività fiancheggiatrice della società di capitali ed in questo caso potrà fallire sempre che si accerti l'insolvenza della sua impresa è questa una tecnica che tutela in modo pieno e diretto su creditori della società di capitali che hanno titolo per agire anche contro il socio, ma anche indirettamente gli altri, in quanto in caso di fallimento potranno agire nei confronti dell'impresa fiancheggiatrice. Inizio e fine dell'impresa La qualità di imprenditore si acquista con l'effettivo inizio dell'attività di impresa. Questo principio è pacifico per le persone fisiche. E invece convincimento diffuso che le società acquisterebbero la qualità di imprenditori fin dal momento della loro costituzione e, quindi, prima e indipendentemente dall'effettivo inizio dell'attività produttiva; è però vero che la costituzione di una società vale come semplice manifestazioni dell'intenzione di dar vita ad un'attività di impresa è tale resta fin quando non si tira inizio all'effettivo esercizio. È però da tener presente che l'effettivo inizio dell'attività di imprese spesso preceduto

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da una fase preliminare di organizzazione ed è giusto ritenere che anche l'attività di organizzazione e attività indirizzata un fine produttivo e faranno quindi perciò acquistare la qualità di imprenditore quando per i loro numero e o per la loro significatività, manifestano in modo non equivoco l'orientamento verso un determinato fine produttivo. L'esatta determinazione del giorno di cessazione dell'attività di impresa aveva particolare rilievo per l'imprenditore commerciale ai fini dell'applicazione dell'art.10 leg. Fall. Nella versione originaria disponeva che l'imprenditore commerciale a essere dichiarato fallito " entro un anno dalla cessazione dell'impresa". Per quanto riguarda l'imprenditore individuale, la giurisprudenza afferma che la fine dell'impresa era dominata dal principio dell'effettività: la qualità di imprenditore si vedeva solo con l'effettiva cessazione dell'attività. Gli avvisi, la cancellazione dal più registri e, per l'imprenditore commerciale, la stessa iscrizione della cessazione del registro delle imprese non determinavano di per sé la perdita della qualità di imprenditore. Al riguardo, è da tenere presente che la fine dell'impresa e di regola proceduta da una fase di liquidazione più o meno lunga: questa costituisce ancora esercizio dell'impresa e perciò la qualità di imprenditore si vedesse solo con la chiusura della liquidazione. La fase della liquidazione può ritenersi chiusa solo con la definitiva disgregazione del complesso aziendale, che rende definitiva e irrevocabile la cessazione. Ma l'imprenditore individuale la giurisprudenza riconosceva che non era necessario che fossero stati nascosti tutti i crediti e pagati tutti i debiti relativi, mentre per la società, con un chiaro atteggiamento di favore per i creditori societari è irremovibile nell'affermare che non interessasse il momento di effettiva cessazione dell'attività d'impresa, si fosse necessaria la cancellazione dal registro delle imprese ed anche la completa definizione di rapporti pertinenti. In altri termini, la società, benché cancellata dal registro delle imprese, dove venisse ancora esistente ed esposta fallimento, in quanto non fosse stato pagato l'ultimo debito. La corte costituzionale prima dichiarò incostituzionale l'articolo 10, perché non credeva che il termine annuale ricorresse per la società dal momento della cancellazione dal registro, successivamente, la corte manifesto che analogo principio dovesse valere anche per l'imprenditore individuale, facendo però salva in questo caso la possibilità da parte dei creditori di dimostrare la prosecuzione dell'attività di impresa anche dopo la cancellazione. Con la riforma del 2006/07 il nuovo art. 10 dispone che “ gli imprenditori individuali e collettivi possono essere dichiarati falliti entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, se l'insolvenza si è manifestata anteriormente alla medesima entro l'anno successivo”. In caso di impresa individuale o di cancellazione d'ufficio degli imprenditori collettivi, è però fatta salva la facoltà per il creditore o per il pubblico ministero di dimostrare il momento dell'effettiva cessazione dell'attività da cui decorre il termine. L'attuale dato normativo induce ad affermare che oggi la cancellazione dal registro delle imprese è condizione necessaria affinché l'imprenditore individuale o collettivo benefici del termine annuale per la dichiarazione di fallimento. Per gli imprenditori persone fisiche e per le società cancellate d'ufficio, la cancellazione dal registro delle imprese non è però da sola sufficiente. Essa si deve accompagnare anche alla effettiva cessazione dell'attività di impresa, mediante la disgregazione del complesso aziendale, altrimenti il termine annuale non decorre. Capacità e impresa la capacità all'esercizio di attività di impresa si acquista con la piena capacità di agire e quindi al compimento del 18º anno di età. Si perde in seguito ad interdizione o inabilitazione. Non costituiscono limitazioni della capacità di agire, ma semplici incompatibilità, i divieti di esercizio di impresa commerciale posti a carico di coloro che esercitano determinati uffici o professioni: la violazione espone solo a sanzioni amministrative ed al un aggravamento delle sanzioni penali per bancarotta in caso di fallimento. È possibile l'esercizio di attività di impresa per conto di un incapace da parte dei rispettivi rappresentanti legali o da parte di soggetti limitatamente capaci di agire, inabilitato-minore emancipato-beneficiare di amministrazione di sostegno, con l'osservanza delle disposizioni al riguardo dettate. Il codice non prevede regole particolari per l'attività agricola, cosicché troveranno applicazione in materia le norme del diritto comune. Una specifica disciplina invece prevista per l'attività commerciale(art. 320,371,397,424,425). L'attività commerciale è per sua natura attività rischiosa, il legislatore considera perciò con sfavore di impiego del patrimonio degli incapaci in attività commerciali e stabilisce che in nessun caso è consentito l'inizio di nuova impresa commerciale in nome e nell'interesse del minore, interdetto e inabilitato. Salvo che per il minore emancipato, e pertanto consentita solo la continuazione dell'esercizio di un'attività di impresa commerciale preesistente, quando ciò sia utile per l'incapace e purché la continuazione sia autorizzata dal tribunale. L'esercizio di impresa commerciale, per altro verso, si chiede scioltezza e rapidità di decisioni, ciò spiega perché l'autorizzazione del tribunale all'esercizio di impresa commerciale ha carattere generale e comporta un sensibile ampliamento dei poteri del rappresentante legale dell'incapace. Chi ha la rappresentanza legale del minore o del interdetto o compiere tutti gli atti di rientrano nell'esercizio

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dell'impresa, siano essi di straordinaria ch'io ordinaria amministrazione, la richiesta di una specifica autorizzazione sarà necessario solo per gli atti di disposizione. Quanto alla inabilitato, intervenuta l'autorizzazione alla continuazione, potrà esercitare personalmente l'impresa, sia pure con assistenza del procuratore e con il consenso di questi e gli atti che esulano dall'esercizio dell'impresa. Diversamente che per gli altri incapaci il minore emancipato potrà essere autorizzato dal tribunale anche ad iniziare una nuova impresa commerciale: con questa egli acquista la piena capacità di agire. I provvedimenti autorizzativi del tribunale e i provvedimenti di revoca dell'autorizzazione sono soggette ad iscrizione nel registro delle imprese. Il beneficiare dell'amministrazione di sostegno conserva invece capacità già di agire per tutti gli atti che non richiedono rappresentanza esclusiva o l'assistenza dell'amministratore di sostegno: di conseguenza, egli potrà liberamente iniziarlo proseguire un'attività d'impresa senza assistenza, salvo che il giudice tutelare disponga diversamente.

Lo statuto dell'imprenditore commerciale l'imprenditore commerciale è destinatario di una specifica disciplina dell'attività in parte comune agli altri imprenditori, stato generale dell'imprenditore, in parte propria e specifica, statuto speciale dell'imprenditore commerciale. La pubblicità legale per le imprese commerciali e, più in generale, per le imprese societari l'esigenza di informazioni definitive e non contestabili è soddisfatta dal legislatore con l'introduzione di un sistema di pubblicità legale: ciò è previsto l'obbligo di rendere di pubblico dominio determinati atti o fatti relativi all'attività dell'impresa. In tal modo le relative informazioni non solo sono rese accessibili ai terzi interessati, pubblicità notizia, ma diventano opponibili a chiunque indipendentemente dall'effettiva conoscenza, conoscibilità legale. Il registro delle imprese è lo strumento di pubblicità legale delle imprese commerciali non piccole e delle società commerciali previsto dal codice del 42, queste istituto è stato però inoperante per oltre 50 anni: durante i lunghi anni dell'attesa ha tuttavia trovato applicazione il “ regime transitorio” previsto dallo stesso codice. Un regime basato sull'iscrizione nei preesistenti registri di cancelleria presso il tribunale è caratterizzato dall'esonero temporaneo dall'iscrizione degli imprenditori commerciali individuali. Si trattava di un sistema di pubblicità legale che operava per ciò solo per le società commerciali. La situazione si complicò con l'introduzione di nuove ed ulteriori forme di pubblicità per le società di capitali e per le società cooperative: per le prime fu prevista nel 69 la pubblicazione nel bollettino ufficiale delle società per azioni e a responsabilità limitata, in aggiunta all'iscrizione nel registro delle imprese, cancelleria del tribunale. Per le seconde fu introdotto nel 73 la pubblicazione nel bollettino ufficiale delle società cooperative, sempre in aggiunta all'iscrizione nel registro delle imprese. Ne risultava perciò un sistema di pubblicità delle imprese particolarmente disorganico il complesso. Dopo numerosi tentativi la situazione finalmente si sblocca con la l. 580/93 con la quale si istituiva il registro delle imprese. L'unico strumento di pubblicità legale delle imprese commerciali e perciò oggi costituito dal registro delle imprese hanno disciplina del registro delle imprese tutto viene introdotto alcune novità:

1. l'attuale registro delle imprese non è solo strumento di pubblicità delle imprese commerciali ma è diventato strumento di informazione sui dati di tutte le imprese infatti è stata estesa l'iscrizione agli imprenditori agricoli, il piccolo imprenditore e le società semplici.

2. La tenuta del registro delle imprese affidate alle camere di commercio, con conseguente cessazione dei compiti di pubblicità legale delle imprese da parte delle cancellerie dei tribunali.

3. Il registro delle impreseè tenuto con tecniche informatiche in modo da garantire la tempestività dell'informazione su tutto il territorio nazionale.

Esso è istituito in ciascuna provincia presso la Camera di Commercio. L'attività dell'ufficio svolto sotto la vigilanza di un giudice delegato dal presidente del tribunale del capoluogo di provincia. Il registro e articolato in:

una sezione ordinaria: dove sono iscritti gli imprenditori per i quali l'iscrizione nel registro delle imprese produce gli effetti di pubblicità legale previsti dal codice. Sono tenuti all'iscrizione nella sezione ordinaria: a. Gli imprenditori individuali commerciali non piccole; b. Tutte le società tranne la società semplice; c. I consorzi fra imprenditori con attività esterna;d. I gruppi europei di interesse economico con sede in Italia;e. Gli enti pubblici che hanno per oggetto esclusivo o principale un'attività commerciale;f. La società estere che hanno in Italia la sede dell'amministrazione o l'oggetto principale dell'attività.

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Prima sezione speciale: sono iscritti gli imprenditori che secondo il codice civile ne erano esonerati e per i quali l'iscrizione aveva originariamente solo funzione di pubblicità notizia: gli imprenditori agricoli individuali; i piccoli imprenditori; la società semplici; imprenditori artigiani, iscritti nel relativo albo.

Seconda sezione speciale: è destinata la pubblicità delle società tra professionisti nella quale si iscrivono, con funzione di pubblicità notizia, la società tra avvocati.

Terza sezione speciale: è dedicata la pubblicità dei legami di gruppo. Vi si indicano le società o gli enti che esercitano attività di direzione e coordinamento e quelli che vi sono soggette.

Quarta sezione speciale: è dedicata all'iscrizione delle imprese sociali. I fatti e gli atti da registrare sono specificati da una serie di norme e sono divisi a seconda della struttura soggettiva dell'impresa. Riguardano gli elementi di individuazione dell'imprenditore e dell'impresa(dati anagrafici dell'imprenditore, ditta, oggetto, sede principale), nonché la struttura l'organizzazione della società (atto costitutivo, modificazioni dello stesso, nomina e revoca degli amministratori, ecc). Sono poi soggette in via di principio registrazione tutte le modificazioni di elementi già iscritti. Non è invece consentita l'iscrizione di atti non previsti dalla legge. Le iscrizioni devono essere fatte nel registro delle imprese della provincia in cui l'impresa alla sede e, per agevolare le ricerche da parte dei terzi, negli atti e nella corrispondenza deve essere indicato il registro presso il quale l'iscrizione avvenuta. L'iscrizione è eseguita su domanda dell'interessato, ma può avvenire anche di ufficio, si iscrizione obbligatoria e l'interessato non vi provvede. E di ufficio può essere anche disposta la cancellazione di un iscrizione avvenuta senza che esistano le condizioni richieste dalla legge. Prima di procedere all'iscrizione, l'ufficio del registro deve controllare che la documentazione è formalmente regolare, regolarità formale, nonché l'esistenza e la veridicità dell'atto o del fatto, regolarità sostanziale. L'ufficio non può invece rilevare eventuali cause di nullità o annullabilità dell'atto. L'iscrizione eseguita mediante inserimento dei dati nella memoria dell'elaboratore elettronico e i dati sono messi a disposizione del pubblico sui terminali per la visione diretta. L'inosservanza dell'obbligo di registrazione è punita con sanzioni pecuniarie amministrative, ma non è più motivo di esclusione dal beneficio del concordato preventivo. Per quanto riguarda gli effetti dell'iscrizione è necessario distinguere fra l'iscrizione nella sezione ordinaria e quella nella sezione speciale:

o l'iscrizione nella sezione ordinaria alla funzione di pubblicità legale serve cioè non solo arrendere conoscibili i dati pubblicati, ma anche, a seconda dei casi, efficacia dichiarativa, costitutiva o normativa. Di regola l'iscrizione nella sezione ordinaria ha efficacia semplicemente dichiarativa: interessano cioè solo sul piano della conoscenza dell'opponibilità dell'atto. In alcune ipotesi, tassativamente previste, l'iscrizione produce effetti ulteriori e più rilevanti. È presupposto perché l'atto sia produttivo di effetti, sia tra le parti che per i terzi, efficacia costitutiva totale, ho solo nei confronti dei terzi, efficacia costitutiva parziale: il primo caso delle società di capitali e per le società cooperative; ma invece efficacia costitutiva parziale la registrazione della deliberazione di riduzione reale del capitale sociale di una società in nome collettivo. L'omissione impedisce il decorso del termine di tre mesi entro il quale i creditori possono proporre opposizione perciò la riduzione del capitale, anche se è attuata, è per loro improduttiva di effetti. In altri casi, infine, l'iscrizione è presupposto per la piena applicazione di un determinato regime giuridico: è questo il caso della società in nome collettivo e della società in accomandita semplice. Tali società vengono ad esistenza anche se non registrate ma la mancata registrazione impedisce che operi il regime di autonomia patrimoniale; la società in tal caso si definisce irregolare.

o L'iscrizione nella sezione speciale del registro ha di regola solo la funzione di certificazione anagrafica e di pubblicità notizia.

Tale disciplina è stata però di recente modificata degli imprenditori agricoli e per le società semplici esercenti attività agricola stabilendo che il iscrizione alla sezione speciale ha anche efficacia legale.

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Le scritture contabili Le scritture contabili sono i documenti che contengono la rappresentazione, in termini quantitativi e/o monetari, dei singoli atti di impresa, della situazione del patrimonio dell’imprenditore e del risultato economico dell’attività svolta. Sono di regola spontaneamente tenute da qualsiasi imprenditore, questa è tuttavia obbligatoria ed è legislativamente disciplinata x gli imprenditori che esercitano attività commerciale, con esclusione dei piccoli imprenditori. Inoltre, le società commerciali,tranne la società semplice, sono obbligate alla tenuta delle scritture contabili anche se non esercitano attività commerciale, come gli enti sociali. Il problema più delicato che il legislatore ha dovuto risolvere nel disciplinare le scritture contabili è stato quello di fissare quali scritture debbano essere obbligatoriamente tenute: queste variano a seconda del tipo di attività, di dimensioni e dell'articolazione territoriale dell'impresa. La norma il principio generale che l’imprenditore deve tenere tutte le scritture contabili richieste dalla natura e dalle dimensioni dell'impresa. Stabilisce inoltre che in ogni caso devono essere tenute determinati libri contabili: il libro giornale e il libro degli inventari. Infine, devono essere ostinatamente conservate, per ciascun affare, gli originali della corrispondenza commerciale, lettere-fattore-ricevute-. Il libro giornale è un registro cronologico-analitico: in esso devono essere indicati giorno per giorno le operazioni relative all'esercizio dell'impresa. 2216. Il libro degli inventari è invece un registro periodico-sistematico: deve essere redatto all'inizio dell'esercizio dell'impresa e successivamente ogni anno. Il inventario ha la funzione di fornire il quadro della situazione patrimoniale dell'imprenditore. Deve perciò contenere l'indicazione e la valutazione delle attività e passività del imprenditore, anche estranee all'impresa. Gli inventari si chiude con il bilancio e con il conto dei profitti e delle perdite: cioè col bilancio comprensivo dello stato patrimoniale e del conto economico. Il bilancio è un prospetto contabile riassunti dal quale devono risultare con evidenza in verità la situazione complessiva del patrimonio, stato patrimoniale, alla fine di ciascun anno, nonché gli utili conseguiti o le perdite sofferte, conto economico, nel medesimo arco di tempo la redazione del bilancio e analiticamente disciplinata in tema di società per azioni ma tutti gli imprenditori debbono osservarla. Il rispetto di tale principio impone la tenuta di tutte le altre scritture contabili richieste dalla natura e dalle dimensioni dell'impresa: libro mastro, per tipo di operazione; il libro cassa, che contiene le entrate e le uscite di denaro; il, libro magazzino, che registra le entrate e le uscite di merci. Per garantire la veridicità delle scritture contabili ed in particolare per impedire che le stesse siano successivamente alterate, e imposto l'osservanza di determinate regole formali e sostanziali nella loro tenuta:

- le regole formali , in base all'attuale disciplina il libro giornale e il libro degli inventari devono essere solo numerati progressivamente pagina per pagina prima di essere messi in uso. Sono state soppresse la di vidimazione annuale e l'obbligo di bollatura

- Le regole sostanziali, tutte le scritture contabili devono essere poi tenute secondo le norme di una ordinata contabilità: cioè senza spazi in bianco, senza interlinee, senza abrasioni. È tuttavia consentita la formazione e la conservazione delle scritture contabili con sistemi informatici.

L'inosservanza di tali regole rende le scritture irregolari e giuridicamente irrilevante. Le scritture contabili e la corrispondenza commerciale devono essere conservate per 10 anni e la conservazione può avvenire anche su supporti informatici. L'imprenditore che non tiene regolarmente le scritture contabili non può utilizzarle come prova a suo favore, e inoltre assoggettato alle sanzioni penali per i reati di bancarotta semplice o fraudolenta in caso di fallimento. Le scritture contabili, siano o meno regolarmente tenute, possono essere utilizzate da terzi come mezzo processuale di prova contro l'imprenditore che le tiene. Il terzo non può però scinderne il contenuto: non può cioè avvalersi solo della parte a lui favorevole. Più rigorose sono invece le condizioni previste per chi imprenditore posso utilizzare le proprie scritture e mezzo processuale di prova contro terzi, a tal fine è necessario che ricorrono tre condizioni:

1. devono essere scritture regolarmente tenute 2. La controparte deve essere a sua volta un imprenditore 3. La controversia riguardi i rapporti inerenti all'esercizio dell'impresa

in ogni caso, è rimesso all'apprezzamento del giudice riconoscere valore probatorio alle scritture contabili.

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La rappresentanza commerciale nello svolgimento della propria attività all'imprenditore può avvalersi della collaborazione di altri soggetti stabilmente inseriti nella propria organizzazione aziendale per effetto di un rapporto di lavoro subordinato clinica all'imprenditore, ausiliari interni o subordinati. Se esterni all'organizzazione invece, di ausiliari esterni o autonomi. In entrambi i casi la collaborazione può riguardare anche la conclusione di affari con terzi in nome e per conto del imprenditore: l'agire in rappresentanza dell'imprenditore. Il fenomeno della rappresentanza è regolato in via generale dal codice 1387, è però regolato da norme speciali, quando si tratti di inerenti all'esercizio di impresa commerciale posti in essere da alcune figure tipiche di ausiliari interni: istitore, procuratore e commesso. Vale a riguardo un sistema speciale di rappresentanza fissato da 2203- 2213: la posizione rivestita nell'organizzazione aziendale, tali figure sono automaticamente investiti dalla legge del potere di rappresentanza degli imprenditore commisurato al tipo di mansioni che la qualifica comporta. L'imprenditore potrà modificare il contenuto di tale potere ma in tal caso sarà necessario uno specifico, oppure ai terzi solo se portato al loro conoscenza nelle forme stabilite dalla legge. Questi principi sono comuni a tutte tre le figure di ausiliari ma si differenziano tra loro per la diversa posizione nell'impresa. Questi principi facilitano le contrattazioni di impresa in quanto ridimensionano i pericoli a cui è di regola esposto chi contratti con l’altrui rappresentante: infatti, chi compra di affari con uno di tali ausiliari dovrà solo specificare se l'imprenditore ha modificato la natura dei loro poteri rappresentativi e non se la rappresentanza è stata loro conferita.

1) Istitore. È istitore colui che è preposto dal titolare all'esercizio dell'impresa, 2203, o di una sede secondaria o di un ramo particolare della stessa. È il direttore generale dell'impresa o di una filiale. L’istitore e di regola un lavoratore subordinato con la qualifica di dirigente, posto al vertice della gerarchia del personale. Dipenderà solo dall'imprenditore e solo da lui riceverà direttive. È possibile altresì che più gli scrittori siano preposti contemporaneamente all'esercizio dell'impresa ed in tal caso essi agiranno disgiuntamente se nella procura non è diversamente previsto. Rilevante è comunque che l'investitore ha potere di gestione generale, che abbraccia tutte le operazioni della struttura alla quale proposto. Tale posizione comporta innanzitutto che investitore è tenuto, congiuntamente con l'imprenditore, all'adempimento degli obblighi di iscrizione nel registro delle imprese e tenuta delle scritture contabili dell'impresa o della sede a cui è preposto. Ed in caso di fallimento dell'imprenditore troveranno applicazione anche nei suoi confronti le sanzioni penali a carico del fallito ma solo l'imprenditore sarà esposto agli effetti personali e patrimoniali del fallimento. Inoltre egli ha potere generale di rappresentanza, sia processuale che sostanziale: sostanziale, l'istitore può compiere il nome dell'imprenditore “ tutti gli atti pertinenti all'esercizio dell'impresa”, non può invece compiere atti che superano l'esercizio dell'impresa quale: vendita dell'azienda, cambiamento dell'oggetto dell'attività, alienare o ipotecare beni mobili del proponente; processuale,l’istitore può stare in giudizio, sia come attore, rappresentanza processuale attiva, sia come convenuto, rapp. Proc.pass, per le obbligazioni dipendenti da atti compiuti nell'esercizio dell'impresa a cui è preposto. Quindi non solo per gli atti da lui compiuti, ma anche per quelli posti in essere direttamente dall'imprenditore. I poteri rappresentativi dell’istitore possono essere ampliati o limitati dall'imprenditore: le limitazioni saranno però opponibilità i terzi se la procura originaria o il successivo atto di limitazione sono stati pubblicati nel registro delle imprese. Principi analoghi valgono anche per la revoca della procura. La revoca e opponibile agli terzi solo se pubblicata o se l'imprenditore prova la loro effettiva conoscenza. Tra la responsabilità dell'istitore: deve rendere palese al terzo con cui contratta la sua veste, affinché l'atto compiuto e i relativi effetti ricadono direttamente sul rappresentato; deve prendere la palese spendendo il nome del rappresentato: perciò, l'istitore è personalmente obbligato se omette di far conoscere al terzo che tratta per il proponente, tuttavia è personalmente obbligato anche il preponente, quando gli atti compiuti dagli scritture sono pertinenti all'esercizio dell'impresa a cui è preposto.

2) Procuratore. Sono coloro che in base ad un rapporto continuativo, abbiano il potere di compiere per l'imprenditore gli atti pertinenti all'esercizio dell'impresa, pur non essendo proposti adesso, 2209. Sono quindi degli ausiliari subordinato di grado inferiore all’istitore in quanto a differenza di questo: -non sono posti a capo dell'impresa o di un ramo o sede secondaria -pur essendo ausiliari con funzioni direttive, il loro potere decisionale è circoscritto ad un determinato settore operativo dell'impresa. Sono procuratori, il dirigente del personale, il direttore del settore pubblicità ecc.

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In mancanza di specifiche limitazioni iscritte nel registro delle imprese, i procuratori sono ex lege investiti di un potere di rappresentanza generale dell'imprenditore: generale, però rispetto alla specie di operazioni per le quali essi sono stati investiti di un autonomo potere decisionale. Inoltre non hanno la rappresentanza processuale dell'imprenditore ed inoltre non è soggetto agli obblighi di iscrizione nel registro delle imprese e di tenuta delle scritture contabili. Infine, l'imprenditore non risponde per gli atti, pur pertinenti all'esercizio dell'impresa, compiuti da un procuratore senza rendita del nome dell'imprenditore stesso.

3) I commessi. Sono ausiliari subordinato a cui sono affidate mansioni esecutive o materiali che li pongono in contatto con i terzi: commesso di negozio, impiegato di banca addetto agli sportelli ecc. per questa loro posizione, ai commessi e riconosciuto potere di rappresentanza dell'imprenditore anche in mancanza di specifico atto di conferimento: potere però limitato rispetto alle altre due figure di affiliati. Il principio base, enunciato dal 2210, è che essi possono compiere gli atti che ordinariamente comporta la specie di operazioni di cui sono incaricati. In particolare i commessi: a. Non possono esigere il prezzo delle merci delle quali non facciano la consegna, nel concedere dilazioni oscuranti che non siano b. Se preposti alla vendita nei locali dell'impresa, non possono esigere il prezzo fuori dei locali stessi, salvo la quietanza, né possono esigerlo all'interno dell'impresa se alla riscossione è destinata apposita cassa l'imprenditore può ampliare o limitare tali poteri, non è tuttavia previsto un sistema di pubblicità legale e perciò le limitazioni saranno opponibili ai terzi solo se portata a conoscenza degli stessi con mezzi idonei o se si trova l'effettiva conoscenza.

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L’AZIENDA l'azienda è il complesso dei beni organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'impresa” 2555. Essa costituisce quindi l'apparato strumentale di cui l'imprenditore si avvale per lo svolgimento della propria attività. Per qualificare un dato bene come bene aziendale rilevante è perciò solo la destinazione impressagli dall'imprenditore. Nella nozione di azienda l'attenzione va posta sul dato dell'organizzazione: l'azienda è infatti un insieme di beni eterogenei non necessariamente di proprietà dell'imprenditore, che subisce modificazioni qualitative e quantitative nel corso dell'attività. Resta però un complesso caratterizzato da un'unità funzionale per il coordinamento fra diversi elementi costitutivi realizzato dall'imprenditore e soprattutto per l'unitaria destinazione ad uno specifico fine produttivo. A organizzazione e la destinazione ad fine produttivo sono dati che attribuiscono ai beni un particolare rilievo economico, prima che giuridico. Inoltre il rapporto di strumentalità e di complementarietà fra i singoli elementi fa sì che il complesso unitario acquisti un valore di scambio maggiore dei singoli beni: tale maggior valore si definisce avviamento. L'avviamento di un'azienda è in sostanza rappresentato dalla sua capacità di realizzare un profitto e di regola dipende sia da fattori oggettivi sia da fattori soggettivi. Si può perciò distinguere fra avviamento oggettivo e soggettivo: il primo, è quello ricollegabile ai fattori che permangono anche se muta il titolare dell'azienda; il secondo, è quello dovuto all'abilità operativa dell'imprenditore sul mercato ed in particolare alla sua abilità nel formare, conservare e accrescere la clientela. Vita economica dell'azienda e gli interessi al mantenimento di tali unità trovano riconoscimento nella disciplina del codice per il trasferimento dell'azienda: il trasferimento a titolo definitivo, vendita, o temporali, usufrutto-affitto, dell'azienda comporta infatti peculiari effetti, divieto di concorrenza del cedente-successione nei contratti aziendali, ispirati dalla finalità di favorire la conservazione delle unità economica e del valore di avviamento dell'azienda, ha poteri di quanti su tali unità e su tale valore hanno fatto specifico affidamento l'azienda può formare oggetto di atti di disposizione di diversa natura. Può essere venduta, conferita in società, durata e sulla stessa possono essere inoltre costituiti diritti reali o personali di godimento a favore di terzi. Questo in riferimento anche a uno o più beni aziendali È importante perciò stabilire in concreto se un determinato atto di disposizione dell'imprenditore sia da qualificare come trasferimenti di azienda o con trasferimento dei singoli beni aziendali. La distinzione non è però sempre acceso la soprattutto quando l'atto di disposizione comprenda solo parte dei beni aziendali. È comunque pacifico che per aversi trasferimento di azienda, non è necessario che l'atto di disposizione comprenda l'intero complesso aziendale: infatti la disciplina del trasferimento di azienda è applicabile anche quando l'imprenditore trasferisca un ramo particolare della sua azienda, purché dotato di organicità operativa. Necessario è che sia trasferito un insieme di beni potenzialmente idoneo a essere utilizzato per l'esercizio di una determinata attività di impresa. È però necessario che i beni esclusi dal trasferimento non alterino l'unità economica e funzionale di quella data azienda cedente. Le forme da osservare nel trasferimento dell'azienda sono fissate dal 2556. E al riguardo la distinzione fra forma necessaria per la validità del trasferimento e forma richiesta a fini probatori e per l'opponibilità ai terzi:

- riguardo al primo punto, è dettata una disciplina identica per ogni tipo di azienda. I contratti che hanno per oggetto il trasferimento della proprietà o la concessione in godimento dell'azienda sono validi solo se stipulati con l'osservanza delle forme stabilite dalla legge per il trasferimento dei singoli beni che compongono l'azienda o per la particolare natura del contratto. Sarà necessaria la forma scritta pena di nullità e dovranno essere altresì rispettate le regole di forma previste per il particolare tipo di negozio traslativo utilizzato.

- Riguardo al secondo punto, solo per le imprese soggette alla registrazione con effetti di pubblicità legale è previsto che ogni atto di disposizione dell'azienda deve essere provato per iscritto. Infine per tutte le imprese soggette registrazione e oggi prescritto che i relativi contratti di trasferimento devono essere iscritti nel registro delle imprese nel termine di 30 giorni. Per ottenere l'iscrizione è necessario che il contratto sia redatto per atto pubblico o scrittura privata autenticata. Solo l'iscrizione nella sezione ordinaria produce tuttavia gli effetti di pubblicità legale.

Oltre gli effetti risultanti dal contratto, l'alienazione dell'azienda produce da legge effettuo ulteriori, dispositivi o in deroga, che riguardano:

1. il divieto di concorrenza dell'alienante , chi aliena un'azienda commerciale deve astenersi, per un periodo massimo di cinque anni dal trasferimento, dall'iniziare una nuova impresa che possacomunque, per l'oggetto, l'ubicazione o altre circostanze, sviare la clientela dell'azienda

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accettata. Se l'azienda è agricola, il divieto opera solo per le attività ad esse connesse e sempre che rispetti tali attività sia possibile uno sviamento della clientela. La norma contemperare due opposte esigenze: quella dell'acquirente dell'azienda di trattenere la clientela dell'impresa e quindi di godere dell'avviamento soggettivo; quella della alienante a non vedere compromessa la propria libertà di iniziativa economica. Determinato arco di tempo. Il divieto di concorrenza e derogabile e ha carattere relativo: sussiste nei limiti in cui la nuova attività di impresa dell'alienante sia potenzialmente idonea a sottrarre clientela all'azienda ceduta. Le parti possono anche ampliare la portata dell'obbligo di astensione purché non sia impedita ogni attività professionale dell'alienante. È vietato in ogni caso prolungare oltre cinque anni la durata del. Questo divieto è applicabile solo nel caso di vendita volontaria ma anche di vendita coattiva. Incertezza sulle pendici l'applicazione del divieto di concorrenza in altre ipotesi non espressamente regolate: -divisione ereditaria con assegnazione dell'azienda caduta in successione a uno degli eredi -scioglimento di una società con assegnazione dell'azienda sociale ad uno dei soci quale quota di liquidazione -vendita dell'intera partecipazione sociale o di una partecipazione sociale di controllo in una società di persone o di capitali è indubbio che in sede di divisione ereditaria o nello stabilire la quota di liquidazione a ciascun socio si tiene di regola conto anche del valore di avviamento dovuto alla clientela. Non è perciò senza fondamento l'applicazione del divieto di concorrenza. Anche la vendita dell'intero partecipazione di controllo si configura come un risultato economico sostanzialmente coincidente con la vendita di azienda e quindi assoggettabile al divieto di concorrenza. 2. I contratti , la disciplina del trasferimento agevola il suo ingresso dell'acquirente nella trama dei rapporti contrattuali in corso di esecuzione che la alienante ha stipulato con fornitori, finanziatori, lavoratori a clienti. Il legislatore impone la premessa che l'acquirente dell'azienda ha interesse a subentrare in tali contratti e tale interesse tutte introducendo deroghe alla disciplina generale della cessione dei contratti: è infatti previsto che “ si non è pattuito diversamente, l'acquirente dell'azienda ben tre dei contratti strutturati per l'esercizio dell'azienda stessa che non abbiano carattere personale, 2558”. Al terzo contraente è riconosciuto il diritto di recedere dal contratto entro tre mesi dalla notizia del trasferimento se sussiste una giusta causa, salvo in questo caso la responsabilità dell'alienante. Il suo ingresso dell'acquirente nei contratti in corso di esecuzione e in tutti gli altri non aventi carattere personale prescinde perciò da una esplicita manifestazione di volontà dell'atto di alienazione dell'azienda. Un'espressa pattuizione è necessaria solo se si vuole escludere la successione in uno o più contratti. La deroga ai principi del diritto comune è ancora più vistosa per quanto riguarda la posizione del terzo contraente: nel diritto comune la cessione del contratto non può avvenire senza il consenso del contraente ceduto, in questo caso il consenso del terzo contraente non è più necessario per il trasferimento del contratto e l'insuccesso si produce da legge con il trasferimento dell'azienda. Il terzo non resta senza tutela, ma la protezione legislativamente offerta è molto limitata: e si può recedere entro tre mesi dalla notizia del trasferimento dell'azienda ma solo se sussiste una giusta causa e spetterà quindi ad esso dimostrare che l'acquirente dell'azienda si trova in una situazione tale da non dare affidamento sulla esecuzione del contratto. Inoltre il recesso del ritorno del contratto in testa alla alienante, bensì la definitiva estinzione dello stesso. Al terzo resta solo la possibilità di chiedere il risarcimento dei danni alla alienante dimostrando che questo non ha osservato la normale cautela nella scelta dell'acquirente dell'azienda. Tale disciplina non trova applicazione nel caso di contratto di che abbiano carattere personale: per il trasferimento di tali contratti saranno necessari sia un'espressa pattuizione contrattuale alienante ed acquirente dell'azienda, sia consenso del contraente ceduto. 3. i crediti e debiti aziendali, se l'imprenditore ha già adempiuto le obbligazioni a suo carico residuo era un credito a favore dell'terzo, viceversa, residuerà un debito in questi casi, in sede di vendita dell'azienda trova applicazione la disciplina degli 2559 2560: entrambe le disposizioni introducono deroghe ai principi del diritto comune. -Crediti. Limitata e la deroga introdotta per i crediti aziendali: la notifica al debitore ceduto o l'accettazione da parte di questi, richiesta dal diritto comune, è sostituita da una sorta di notifica collettiva: l'iscrizione del trasferimento dell'azienda nel registro delle imprese. A tale momento la

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cessione dei crediti relativa all'azienda ceduta a effetto nei confronti dei terzi, anche in mancanza di notifica al debitore o di sua accettazione. Tuttavia il debitore ceduto e liberato si paga in buona fede alla alienante. Questa disciplina è circoscritta alle imprese soggetti a registrazione con effetti di pubblicità legale, degli altri casi trova invece applicazione la disciplina generale. -Debiti. Emma principio generale per cui non è ammesso il mutamento del debitore senza il consenso del creditore. Ed infatti il alienante non è liberato da tali debiti se non risulta che i creditori di anno consentito. È invece derogato, per le sole aziende commerciali, il principio secondo cui ciascuno risponda solo delle obbligazioni da lui riassunte: è infatti previsto che nel trasferimento di un'azienda commerciale rispondere di debiti suddetti anche l'acquirente dell'azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori. Perciò l'acquirente dell'azienda commerciale rispondere in solido col alienante nei confronti dei creditori che non abbiano acconsentito alla liberazione di quest'ultimo. La responsabilità da legge dell'acquirente sussiste solo però per i debiti aziendali. Disciplina diversa e più favorevole per i lavoratori è invece prevista per i debiti di lavoro: di questi l'acquirente dell'azienda risponde, in solido con la alienante, anche se non risultano dalle scritture contabili di anche se l'acquirente non ne era conoscenza all'atto del trasferimento. Anche se l'azienda non è commerciale.

Usufrutto e affitto dell'azienda Usufrutto la costituzione in usufrutto di un complesso di beni destinati allo svolgimento di attività di impresa comporta il riconoscimento in testa all’usufruttuariodi particolari poteri-doveri. Ciò sia per consentire all'usufruttuario la libertà operativa necessaria per gestire proficuamente l'impresa, sia per tutelare l'interesse del concedente a che non sia menomata l'efficienza del complesso aziendale, che dovrà ritornare alla fine del rapporto. L’usufruttuario deve infatti esercitare l'azienda sotto la ditta che la contraddistingue, inoltre, deve condurre l'azienda senza modificarne la destinazione ed in modo da conservare l'efficienza dell'organizzazione e degli impianti e le normali dotazioni di scorte. La formazione di tali obblighi determinano la cessazione del usufrutto per abuso del usufruttuario. Il potere dovere di gestione dell'usufruttuario comporta che lo stesso non solo può godere dei beni aziendali, ma ha anche il potere di disporne nei limiti segnati dalle esigenze di gestione. È previsto che venga redatto un inventario all'inizio e alla fine dell’usufrutto e che la differenza fra le due consistenze venga regolata in denaro, sulla base dei valori correnti al termine dello stesso. ► Affitto la disciplina applicata per l'usufrutto si applica anche all'affitto di azienda. L'affitto di azienda è un contratto diverso dalla locazione di un immobile destinato all'esercizio di attività di impresa: nel primo caso, oggetto del contratto è un complesso di beni organizzati, eventualmente comprensivo dell'immobile; nel secondo caso, il contratto ha per oggetto il locale in quanto tale. Si applicano ad entrambi il divieto di concorrenza previsto dall'art 2557 e la disciplina della successione nei contratti aziendali 2558. Il nudo proprietario ed il locatore sono perciò tenuti a non iniziare una nuova impresa idonea a sviare la clientela per la durata dell'usufrutto e dell'affitto. Inoltre, l'usufruttuario e l'affittuario subentrano automaticamente nei contratti aziendali per la durata dell'usufrutto e dell'affitto. Si applica invece solo al usufrutto la disciplina dei crediti aziendali non si applica la disciplina dettata per i debiti aziendali: di quelli anteriori alla costituzione del usufrutto ed affitto risponderanno esclusivamente il nudo proprietario o il salvo che per i debiti di lavoro.

I segni distintivi dell'azienda l'attività di impresa e posta in un mercato che vede coesistere più imprenditori che producono e/o distribuiscono beni e servizi identici o similari. Ciascun imprenditore perciò utilizza di regole uno o più segni distintivi che consentono di individuarlo sul mercato. La ditta, l'insegna e il marchio sono i tre principali segni distintivi dell'imprenditore: la ditta contraddistingue la persona dell'imprenditore nell'esercizio dell'attività di impresa, nome commerciale; l'insegna individua i locali in cui l'attività di impresa è esercitata; il marchio, infine, individua e distingue i beni o i servizi prodotti. Crescente rilievo va acquistando inoltre il nome a dominio aziendale, che individua il sito Internet aziendale. A soffrono una funzione comune nell'economia di mercato: favoriscono la formazione il mantenimento della clientela in quanto consentono al pubblico e in particolare ai consumatori guerre fra i vari operatori economici. Intorno ai segni distintivi finiscono perciò con diversi interessi: interesse dell'imprenditore di ai concorrenti l'uso di segni similari idonei a sviare la clientela; l'interesse degli stessi imprenditori a poter

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liberamente cedere ad altri i propri segni distintivi; ancora interesse di quanti si entrano in contatto, fornitori-finanziatori-consumatori, a non essere tratti in inganno sulla identità dell'imprenditore o provenienza dei prodotti messi sul mercato.. Nel nostro ordinamento i segni distintivi sono disciplinati con disposizioni parzialmente diverse e soprattutto di diversa ampiezza, in riferimento alla diversa rilevanza economica dei tre segni. Da queste discipline è possibile tuttavia desumere alcuni principi comuni applicabili per analogia agli altri simboli di identificazione sul mercato utilizzati dall'imprenditore, segni distintivi atipici, quali: slogan pubblicitario. Tali principi possono essere così fissati:

a) l'imprenditore gode di ampia libertà nella formazione del proprio segno distintivo. È tenuto però a rispettare determinate regole, volte ad evitare inganno e confusione sul mercato: verità, novità e capacità distintiva.

b) L'imprenditore a diritto all'uso esclusivo dei propri segni distintivi. Si tratta però di un diritto non assoluto ma il relativo e strumentale: il titolare di un segno distintivo non può impedire che altri adottino il medesimo segno distintivo quando, per la diversità delle attività impresa o per la diversità dei mercati se definiti, non vi è pericolo di confusione e sviamento della clientela.

c) L'imprenditore può trasferire ad altri i propri segni distintivi.

La ditta è il nome commerciale dell'imprenditore; lo individua come soggetto di diritto nell'esercizio dell'attività di impresa. È un segno distintivo necessario, nel senso che in mancanza di diversa scelta essa coincide con il nome civile dell'imprenditore. Non è però necessario che la ditta corrisponde al nome civile: essa può essere liberamente prescelta dall'imprenditore. Nella scelta della ditta l'imprenditore incontra però due limiti rappresentati dal rispetto dei principi della verità e novità.

- Il principio di verità della ditta 2563, fa un contenuto assai limitato soprattutto contenuto diverso a seconda che si tratti di ditta originaria o derivata: a. La ditta originaria è quella formata dall'imprenditore che la utilizza. Essa deve contenere almeno il cognome o la sigla dell'imprenditore. Tanto è necessario e sufficiente perché sia soddisfatto il requisito della verità restando poi l'imprenditore libero di completare come preferisce la propria vita. b. La ditta derivata è quella formata da un dato imprenditore e successivamente trasferita ad altro insieme all'azienda. Nessuna disposizione impone a chi utilizzi una ditta derivata di integrarla con il proprio cognome o con la sigla. La verità in tal caso si riduce ad una verità storica.

- Il principio della novità 2564, la ditta non può essere uguale o simile a quella usata da altro imprenditore e tale da creare confusione per l'oggetto dell'impresa o per il luogo in cui questa è esercitata. Chi ha adottato per primo una data ditta ha perciò diritto al uso esclusivo della stessa. Chi successivamente adotti ditta uguale o simile può essere perciò costretto ad integrarla o modificarla con indicazione idonee a differenziarla. Per le imprese commerciali trova tuttavia applicazione il criterio della priorità dell'iscrizione nel registro delle imprese. In questo caso la modifica spetta a chi ha iscritto la propria ditta nel registro delle imprese in un periodo posteriore. Il diritto all'uso esclusivo e il corrispondente obbligo alla differenziazione sussistono però solo se i due imprenditori sono in rapporto concorrenziale fra loro e quindi possa determinarsi confusione. È quindi un diritto relativo.

La ditta trasferibile, ma solo insieme all'azienda. Se il trasferimento avviene per atto fra vivi, è necessario il consenso espresso dell'alienante.

L'insegna l'insegna contraddistingue i locali dell'impresa, stabilimento industriale-negozio di vendita, o l'intero complesso aziendale l'insegna, disciplinata dal 2568, non può essere uguale o simile a quella già utilizzata da altro imprenditore concorrente. Sono applicabili i principi base ricavabili dalla disciplina della ditta edema. L'insegna dovrà essere rigida, non contenere indicazioni idonee a trarre in inganno il pubblico, capacità distintiva. Non è quindi tutelato contro l'altrui limitazioni chi adotti come insegna indicazioni generiche. Nulla è disposto circa il trasferimento dell’insegna anche se si ritiene sia possibile. È lecito anche il conto dell'insegna da parte di imprenditori collegati, come il franchising.

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Il marchio il marchio è il segno distintivo dei prodotti o dei servizi dell'impresa. Esso è disciplinato sia dall'ordinamento nazionale, sia dall'ordinamento comunitario e internazionale. Il marchio nazionale è regolato dal codice e dal codice della proprietà industriale. Alla marchio nazionale e di recente stato affiancato il marchio comunitario: la relativa disciplina consente di ottenere un marchio che produce gli stessi effetti in tutta l'unione europea. La tutela internazionale del marchio e infine disciplinata da due convenzioni, Parigi 883-madri 891, che consentono di semplificare le procedure per accedere alla tutela del marchio nei singoli Stati aderenti secondo le rispettive discipline nazionali. Tali normative, basate sull'istituto della registrazione del marchio, riconoscono al titolare il diritto all'uso esclusivo dello stesso. Il marchio non è un segno distintivo essenziale, ma è certamente il più importante dei segni distintivi per il ruolo che assolve nella moderna economia industriale, caratterizzata dall'offerta concorrente di prodotti di similari da parte di più imprenditori. All'marchio gli imprenditori affidano infatti la funzione di differenzare i propri prodotti da quelli dei concorrenti, il pubblico è così messo in grado di riconoscere con facilità i prodotti provenienti da una determinata fonte di produzione. Il marchio costituisce perciò il principale simbolo di collegamento fra produttori e consumatori e svolge un ruolo centrale nella formazione e nel mantenimento della clientela. È comprensibile perciò l'interesse dei titolari di marchi celebri a contrastare l'uso degli stessi da parte di altri produttori, anche per prodotti del tutto diversi da quelli da loro immessi nel mercato. I marchi possono essere classificati e raggruppati secondo diversi criteri: una prima distinzione si basa sulla natura dell'attività svolta dal titolare del marchio

1) del marchio può servirsi innanzitutto è il fabbricante del prodotto, marchio di fabbrica; ma il marchio può essere apposto anche dal commerciante marchio di commercio.

2) Il marchio può essere utilizzato anche da imprese che producono servizi, imprese di trasporto, di pubblicità. La forma tipica di uso di tali marchi e quella pubblicitaria, essendo apposti sui materiali che servono per la produzione del servizio o sulle divise del personale, marchio di servizio.

3) L'imprenditore può utilizzare un solo marchio per tutti i propri prodotti, marchio generale, ma può anche servirsi di più marchi: ciò farà quando vuole differenziare i diversi prodotti della propria impresa e anche quando vuole differenziare i diversi tipi dello stesso prodotto, marchio speciale. È possibile l'uso di entrambi i marchi quando si vuole evidenziare al tempo stesso l'unità della fonte di produzione e la diversità del prodotto.

Una seconda distinzione si basa sulla composizione del marchio 4) il marchio può essere costituito solo da parole, marchio nominativo, coincidente con la stessa

ditta o con il nome civile dell'imprenditore. Può essere inoltre costituito solo da lettere, cifre, disegni o colori, marchio figurativo.

5) Il marchio può essere costituito anche dalla forma del prodotto o dalla confezione dello stesso, marchio di forma o tridimensionale. Si deve però trattare di una forma arbitraria o capricciosa, la cui funzione esclusiva sia cioè quella di consentire l'individuazione dei prodotti

6) un tipo particolare di marchio e infine il marchio collettivo: esso si distingue nettamente tra i marchi d'impresa in quanto titolare del marchio collettivo è un soggetto, consorzio, che svolge la funzione di garantire l'origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi. Tale marchio non viene utilizzato dall'ente che ne ha ottenuto la registrazione, ma concesso in uso o commercianti consociati. Questi, a loro volta, impegnano a rispettare nella loro attività le norme statutarie fissate dall'ente e acconsentire i relativi controlli. Questi i marchi sono di regola giunti a quelli individuali e assolvono una funzione di garanzia della qualità o della provenienza del prodotto.

Per essere tutelato giuridicamente, il marchio deve rispondere a determinati requisiti di validità: i. liceità. Il marchio non deve contenere segni contrari alla legge, all'ordine pubblico o al

buon costume, Spini o altri segni protetti da convenzioni internazionali. È altresì fatto divieto di utilizzare come marchio l'altrui ritratto senza il consenso dell'interessato.

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ii. Verità. Il principio della verità vieta di inserire nel marchio segni idonei ad ingannare il pubblico, in particolare sulla provenienza geografica, sulla natura, sulla qualità dei prodotti o servizi.

iii. Originalità. Il marchio deve essere inoltre originale: deve cioè essere composto in modo da consentire l'individuazione del prodotto fra gli stessi immessi sul mercato. Non possono essere perciò utilizzati come marchi, in quanto privi di capacità di distintiva: - Le denominazioni generiche del prodotto o del servizio o la loro figura generica - le indicazioni descrittive dei caratteri essenziali e, salvo i marchi collettivi, la provenienza geografica del prodotto - i segni di avvenuto in uso comune nel linguaggio corrente, come super-extra. Il requisito della originalità è però rispettato quando si utilizzano denominazioni o figure generiche che non hanno alcuna relazione con il prodotto contraddistinto. Nello stesso modo, parole straniere descrittive o generiche sono dotate di capacità distintiva quando non sono note nel loro significato al consumatore medio italiano.

iv. Novità. Ultimo dei requisiti della sua novità. Se il marchio è diventato un marchio celebre è ex legge non ho anche il marchio confondibile da altri, successivamente utilizzato per prodotti o servizi anche non affini, se chi lo usa traesse indebito vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del segno anteriore o recherebbe danno agli stessi.

Il difetto di tali requisiti comporta la nullità del marchio che può riguardare anche solo parte dei prodotti o servizi per il quale il marchio è stato registrato. Il marchio registrato il titolare di un marchio, rispettati i requisiti di validità, a diritto all'uso esclusivo del marchio prescelto. Il contenuto del diritto sul marchio e la relativa tutela sono però sensibilmente diversi a seconda che il marchio sia stato o meno registrato presso l'ufficio italiano marchi e brevetti, istituito presso il ministero dello sviluppo economico. Inoltre, per gli stessi marchi registrati la disciplina è oggi parzialmente diversa a seconda che si tratti di marchi ordinari o di marchi celebri. La registrazione attribuisce al titolare del marchio il diritto all'uso dello stesso su tutto il territorio nazionale, quale che sia l'effettiva di territoriale dei suoi prodotti. Il diritto di esclusiva sul marchio registrato copre poi non solo i prodotti identici, ma anche quelli affini qualora possa determinarsi il rischio di confusione per il pubblico. La tutela del marchio registrato non impedisce però, di regola, che altro imprenditore registri o usi lo stesso marchio per prodotti del tutto diversi. La rigorosa applicazione di tale regola può tuttavia dar luogo a conseguenze particolarmente gravi quando si tratti di marchi celebri, dotati di forte capacità attrattiva e suggestiva. Di tali marchi da parte di altri imprenditori, anche per merci del tutto diverse oltre a costituire usurpazione dell'altrui fama, può facilmente determinare equivoci sulla reale fonte di produzione. Con la riforma del 92 la tutela dei marchi celebri è stata svincolato dal criterio dell'affinità merceologica: oggi, il titolare di un marchio registrato, che gode nello stato di rinomanza, può vietare a terzi di usare un marchio identico o simile al proprio anche per prodotti o servizi non affini, quando tale uso consente di trarre indebitamente vantaggio o reca pregiudizio all'marchio. Il diritto di esclusiva sul marchio registrato decorre dalla data di presentazione della relativa domanda all'ufficio brevetti. La registrazione nazionale e poi presupposto per poter estendere la tutela del marchio in ambito internazionale, attraverso la successiva registrazione presso l'organizzazione mondiale per la proprietà industriale di Ginevra. Per il marchio comunitario la registrazione, indipendente da quella nazionale, è invece effettuata presso l'ufficio per l'armonizzazione del mercato interno. La registrazione nazionale dura 10 anni e non +20 come in precedenza, è però rinnovabile per un numero illimitato di volte, sempre con efficacia decennale. La registrazione assicura perciò una tutela pressocché perpetua, salvo che non sia dichiarata successivamente la nullità del marchio, per difetto originario di uno dei requisiti essenziali o non sopravvenga una causa di decadenza: mancato utilizzo del marchio per cinque anni. Inoltre costituisce causa di decadenza la volgarizzazione del marchio: cioè il fatto che lo stesso è divenuto nel commercio denominazione generica di un dato prodotto, perdendo la propria capacità distintiva.(Cellophane). Il titolare del marchio, il cui diritto di esclusiva sia stato leso da un concorrente, pur promuovere l'azione di contraffazione, volta ad ottenere l'inibitoria alla continuazione degli atti lesivi del proprio diritto e la

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rimozione degli effetti degli stessi, attraverso la distruzione delle cose materiali. Resta inoltre fermo il diritto al risarcimento del danno.

Il marchio non registrato l'art 2571 e 12 c.p.i, tutelano anche gli usi un marchio senza registrarlo: si dispone infatti che gli ha fatto uso di un marchio non registrato alla facoltà di continuare ad usarlo nonostante la registrazione da altri ottenuta, nei limiti in cui anteriormente se n'è avvalso. La tutela del diritto di esclusiva sul marchio non registrato si fonda perciò sull'uso di fatto lo stesso e sull'effettivo grado di notorietà, nazionale o solo locale, raggiunto in particolare, il titolare di un marchio registrato con notorietà locale non potrà impedire che altro imprenditore usi di fatto lo stesso marchio per gli stessi prodotti in un'altra zona del territorio nazionale. Non potrà in un concorrente registri lo stesso marchio e in tal caso potrà continuare ad usarlo solo nei limiti della diffusione locale. Il trasferimento del marchio il marchio è trasferibile e può essere trasferito sia titolo definitivo sia al titolo temporaneo, licenza di marchio. È così consentito al titolare di un marchio di monetizzare il valore commerciale dello stesso determinato dalla capacità attrattiva di clientela. Con la riforma del 92 è stato abolito il precedente collegamento fra circolazione dell'azienda, o di un ramo della stessa, in circolazione del marchio, ispirato all'esigenza di evitare inganni e confusione per il pubblico. Oggi il marchio può essere trasferito o concesso in licenza, per parte o tutti prodotti per i quali è stato registrato, senza che sia necessario il contemporaneo trasferimento dell'azienda. La novità più significativa è però costituita dall'espresso riconoscimento della ammissibilità della licenza di marchio non esclusiva: e cioè consentito che lo stesso marchio sia contemporaneamente utilizzato dal titolare originario e da uno o più concessionari. Il legislatore si preoccupa però di prevenire e reprimere i pericoli di inganno per il pubblico a cui può dar luogo la libera circolazione del marchio e soprattutto la licenza non esclusiva, utilizzata in particolare per lo sfruttamento economico dei marchi celebri attraverso il franchising e merchandising: con il quale il titolare del marchio celebre ne consente l'utilizzazione ad uno o più licenziatari per contraddistinguere prodotti del tutto diversi. E al riguardo fissato il principio cardine che dal trasferimento o dalla licenza del marchio non deve derivare inganno nei caratteri dei prodotti o servizi che sono essenziali dell'apprezzamento del pubblico. La licenza non esclusiva ed inoltre subordinata all'ulteriore condizione che il licenziatario si obblighi ad utilizzare il marchio per prodotti con caratteristiche qualitative uguali a quelle dei corrispondenti prodotti messi in commercio dal concedente o dagli altri licenziatari. La violazione di tali regole espone alla sanzione della decadenza, eventualmente parziale, del marchio.

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Le opere dell'ingegno, idee creative nel campo culturale, e le invenzioni industriali, idee creative nel campo della tecnica, costituiscono le due grandi categorie di creazioni intellettuali regolate nel nostro ordinamento. Opere dell'ingegno. Formano oggetto del diritto d'autore le opere dell'ingegno qualunque ne sia il modo e la forma di espressione, 2575. Tali opere sono protette indipendentemente dal loro pregio e dall'utilità pratica. Unica condizione richiesta è che l'opera abbia carattere creativo: presenti cioè un minimo di originalità oggettiva rispetto al preesistenti opere dello stesso genere. Fatto costitutivo del diritto d'autore e la creazione dell'opera, non è invece necessario che l'opera sia stata divulgata fra il pubblico. È prevista tuttavia la registrazione dell'opera nel registro pubblico generale delle opere protette e per quelle cinematografiche nello speciale registro tenuto a cura della Siae ma tale registrazione non hanno carattere costitutivo. Il diritto d'autore gode sia di una tutela morale che patrimoniale, si distingue perciò fra:

- diritto morale . L'autore ha diritto di rivendicare nei confronti di chiunque la paternità dell'opera; di decidere se pubblicarla o meno, diritto di inedito, e se pubblicarla col proprio nome o in anonimo; di opporsi a modificazioni o deformazioni dell'opera e ad ogni altro atto a danno dell'opera che possa arrecare pregiudizio al suo onore o reputazione. Può inoltre ritirare l'opera dal commercio quando ricorrano gravi ragioni morali, previo indennizzo oro ai quali è stato ceduto il diritto di utilizzazione economica. Questi diritti, in quanto personale, sono irrinunciabili e inalienabili.

- Diritto patrimoniale. Salvo alcune ipotesi di libera utilizzazione disposte a tutela dell'interesse generale alla diffusione della cultura, l'autore ha il diritto di utilizzazione economica esclusiva dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato. Diritto che si articolano in una serie di facoltà e che si estende anche allo sfruttamento economico di singole parti dell'opera, se dotate di autonomo carattere creativo. Il diritto patrimoniale di autore ha, a differenza del diritto morale, durata limitata: si estingue infatti in 70 anni dopo la morte dell'autore. Diritti connessi o affini al diritto di autore sono poi riconosciuti a determinate categorie di soci: a cui è riconosciuto il diritto ad un equo compenso da parte di chi utilizzi, in qualsiasi modo, la loro opera creativa o interpretativa

il diritto di utilizzazione economica dell'opera dell'ingegno è liberamente trasferibile, unitariamente o nelle sue singole manifestazioni, sia fra vivi che a causa di morte. Il trasferimento per atto fra vivi, che deve essere provato per iscritto, può essere sia titolo definitivo, sia titolo temporaneo, e le parti possono utilizzare qualsiasi schema contrattuale. I contratti specificatamente previsti e normalmente utilizzati sono:

1. contratto di edizione. L'autore concede in esclusiva ad un editore l'esercizio del diritto di pubblicare per la stampa l'opera, per conto e a spese dell'editore stesso. L'editore, a sua volta, si obbliga a stampare, a mettere in commercio l'opera e a corrispondere all'autore il compenso pattuito. Compenso che è costituito da una partecipazione percentuale dal ricavato della vendita o a forfait. La durata del contratto non può eccedere i 20 anni.

2. Contratto di rappresentazione. L'autore eccedere, di regola non in esclusiva, il solo diritto di rappresentazione in pubblico di opere destinate a tal fine o di eseguire in pubblico una composizione musicale. L'altra parte si obbliga a provvedervi a proprie spese. La disciplina ricalca quella del contratto di edizione

il diritto di autore e protetto con specifiche sanzioni civili, amministrative pecuniarie e penali arcaico di chi ponga in essere comportamenti lesivi. Le opere dell'ingegno godono, in principio, di una protezione circoscritta al territorio nazionale e per le loro caratteristiche sono esposti al pericolo della concorrente utilizzazione abusiva da parte di terzi in altri Stati. Tale pericolo ha portato ad accordi internazionali volti ad estendere l'ambito territoriale di questa tutela del diritto di autore e l'Italia ha aderito alle due principali convenzioni internazionali: la convenzione di unione di Berna e la convenzione universale di Ginevra

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Invenzioni industriali. Le invenzioni industriali sono idee creative che appartengono al campo della tecnica. Esse consistono nella soluzione originale di un problema tecnico, suscettibile di pratica applicazione nel settore della produzione di beni o servizi. Le invenzioni industriali si differenziano per il diverso modo di acquisto del diritto di utilizzazione economica: attraverso la concessione del corrispondente brevetto da parte dell'ufficio italiano brevetti e marchi. Possono formare oggetto di brevetto per invenzione industriale le idee inventive di maggior rilievo tecnologico. Queste possono essere distinte in tre grandi categorie:

1. invenzioni di prodotto, che hanno per oggetto un nuovo prodotto materiale 2. invenzioni di procedimento, che possono consistere in un nuovo metodo di produzione di beni già

noti, un nuovo processo di lavorazione industriale, un nuovo dispositivo meccanico 3. invenzioni derivate, che si presentano come derivazione di una precedente invenzione: esse

possono consistere nell'ingegnose combinazioni di invenzioni precedenti in modo da ricavare un nuovo trovato tecnicamente nuovo, invenzioni di combinazione; nel migliorare un'invenzione precedente modificandola, invenzioni di perfezionamento; in una nuova utilizzazione di una sostanza o di una composizione di sostanze già conosciute, invenzione di traslazione.

Per scelta legislativa non sono però considerate invenzioni, e quindi tutti ne possono liberamente fruire: Le scoperte, le teorie scientifiche e i metodi matematici. Non sono inoltre brevettabili come invenzioni i programmi per calcolatori ed elaboratori elettronici, software, peraltro tutelati dalla legge sul diritto di autore, mentre lo è l'elemento materiale dei calcolatori, l'hardware. Non sono altresì brevettabili, i metodi di trattamento chirurgico o terapeutico del corpo umano o animale e i metodi di diagnosi applicati al corpo umano animale. I trovati che non ricadono in uno di questi divieti devono corrispondere a determinati requisiti di validità per poter formare oggetto di brevetto: devono essere leciti, nuovi, devono implicare un'attività di inventiva, devono essere infine idonei ad avere un'applicazione industriale. E nuova l'invenzione che non è compresa nello stato della tecnica, è stato della tecnica si intende tutto ciò che sia comunque accessibile al pubblico in sostanza che non sia già divulgata. L'invenzione implica l'attività inventiva si per una persona esperta del ramo, ed essa non risulta in modo evidente dallo stato della tecnica, giudizio di non ovvietà. L'invenzione infine considerata atta ad avere applicazione industriale se il trovato può essere fabbricato o utilizzato in qualsiasi genere di industria, compresa quella agricola. La tutela giuridica dell'invenzione ha contenuto sia morale che patrimoniale. L'inventore ha diritto ad essere riconosciuto autore dell'invenzione e tale diritto morale lo acquista per il solo fatto di averla creata. L'inventore ha inoltre il diritto, trasferibile, di conseguire il brevetto, che ha funzione costitutiva ai fini dell'acquisto del diritto di utilizzazione economica in esclusiva del trovato. Il brevetto per invenzione industriale è concesso dall'ufficio brevetti, sulla base di una domanda corredata, a pena di nullità, dalla descrizione dell'opera in modo chiaro e completo perché ogni persona esperta del ramo possa attuarla, nonché dei disegni necessari alla sua intelligenza. Ogni domanda può avere per oggetto una sola invenzione e deve specificare ciò che si intenda debba formare oggetto del brevetto, rivendicazione. Il brevetto per invenzione industriali dura vent'anni dalla data di deposito della domanda ed è esclusa ogni possibilità di rinnovo. Il relativo diritto di esclusiva si può perdere prima della scadenza qualora sia dichiarata la nullità del brevetto o sopravvenga una causa di decadenza. Il brevetto conferisce al suo titolare la facoltà esclusiva di attuare l'invenzione e di trarne profitto nel territorio dello Stato. L’esclusiva comprende non solo la fabbricazione, ma anche il commercio e l'importazione dei prodotti a cui l'invenzione si riferisce. Però, l’ esclusiva di commercio si esaurisce con la prima immissione in circolazione del prodotto brevettato. L'esclusiva sussiste nei limiti dell'invenzione brevettata, tuttavia, se l'invenzione riguarda un nuovo metodo o un nuovo processo di produzione, invenzione per procedimento, l'esclusiva riguarda solo la messa in commercio del prodotto identico a quello ottenuto con il nuovo metodo o processo. Il titolare di tale brevetto potrà quindi impedire che altri metta in commercio prodotti identici ottenuti con lo stesso metodo ma non quelli ottenuti con metodo diverso. Il brevetto è liberamente trasferibile sia fra vivi sia per causa di morte, indipendentemente dal trasferimento dell'azienda. Su brevetto possono essere costituiti diritti reali di godimento o di garanzia e lo stesso può anche formare oggetto di esecuzione forzata e di espropriazione per pubblica utilità. Il titolare del brevetto inoltre concedere licenze di uso dello stesso, con o senza esclusiva di fabbricazione a favore del licenziatario: ed è proprio la licenza di brevetto senza esclusiva il tipico contratto di cui si avvale la grande industria dei paesi ad alto sviluppo per mettere a disposizione i brevetti fondamentali. L'invenzione brevettata è tutelata

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con sanzioni civili e penali: in particolare, il titolare del brevetto può esercitare l'azione di contraffazione nei confronti di chi abusivamente sfrutti l'invenzione la sentenza che accerta la contraffazione ordina l'inibitoria per il futuro della fabbricazione o dell'uso di quanto forma oggetto del brevetto e anche l'assegnazione in proprietà degli oggetti realizzati al titolare del brevetto. Il rilascio del brevetto per invenzione attribuisce il diritto di esclusiva solo sul territorio nazionale. L'esclusiva può essere però conseguita anche negli altri Stati ed alcuni trattati internazionali agevolano il conseguimento di tale risultato. Un brevetto autonomo e unitario è invece il brevetto comunitario, regolata dalla convenzione di Lussemburgo del 75 non ancora in vigore in Italia. Il brevetto comunitario, rilasciato dall'ufficio europeo di Monaco, ha carattere sovranazionale, unitario ed autonomo. Può essere infatti rilasciato solo per tutti i paesi dell'unione europea e produce gli stessi effetti in tutti paesi aderenti alla convenzione. Inoltre, la concessione del brevetto comunitario comporta la cessazione degli effetti degli eventuali brevetti nazionali per la stessa invenzione. L'invenzione non brevettata l'inventore può astenersi dal brevettare il proprio trovato e sfruttarlo in segreto. Corre però il rischio che altri pervenga al medesimo risultato inventivo, lo brevetti ed acquisti il diritto di esclusiva. La nuova disciplina delle invenzioni riconosce tuttavia una limitata tutela anche a chi abbia utilizzato un'invenzione senza brevettarla: si dispone nella cpi che chiunque ha fatto uso dell'invenzione della propria azienda, nei 12 mesi anteriori al deposito dell'altrui domanda di brevetto, può continuare a sfruttare l'invenzione stessa nei limiti del preuso. Il preutente può inoltre trasferire tale facoltà, ma solo insieme all'azienda in cui le invenzione utilizzata. Tale tutela minima opererà inoltre nel caso di preuso segreto, la cui violazione configura anche atto di concorrenza sleale. Se invece l'imprenditore o il preutente hanno divulgato l'invenzione, il successivo brevetto diserterà del quesito della novità e quindi potrà essere e spedita azione di nullità dello stesso. Dichiarato nullo il brevetto, chiunque potrà liberamente sfruttarne le invenzione. ► I modelli industriali i modelli industriali sono creazioni intellettuali applicate all'industria di minor rilievo rispetto alle invenzioni industriali. Essi sono distinti in:

1. modelli di utilità, sono nuovi trovati destinati a conferire particolare funzionalità, efficacia o comodità di applicazione, a macchine strumenti utensili o oggetti d'uso.

2. Disegni e modelli, sono invece nuove idee destinate a migliorare l'aspetto dei prodotti industriali. È questo il vasto campo dell'industrial design.

In sostanza i modelli industriali riguardano l'aspetto funzionale o estetico dei prodotti. La tutela dei modelli di utilità si fonda sull'istituto della brevettazione, trovando quindi applicazione larga parte della disciplina delle invenzioni industriali. La differenza più significative riguarda la durata del brevetto: 10 anni per i modelli di utilità rispetto ai 20 delle invenzioni industriali. Per i disegni e modelli il d.lgs 95/2001 ha invece è significativamente modificato la previgente disciplina. La relativa tutela avviene mediante registrazione che subordinata al ricorrere dei requisiti della novità e del carattere individuale: il disegno o modello da registrare non deve essere identico al disegno modello già divulgato in precedenza e deve superare nell'utilizzatore informato un'impressione generale diversa da quella suscitata da qualsiasi altro disegno modello precedentemente divulgato. Non possono essere registrati disegni o modelli contrari all'ordine pubblico o al buon costume. La registrazione dura 5 anni dalla domanda, ma può essere prorogata per un periodo di cinque 5 anni fino a un massimo di 25. Infine, ed è questa la più significativa novità le opere dell’industrial design sonostate ammesse a godere anche della più lunga tutela offerta dalla disciplina del diritto d'autore quando presentino di per sé carattere creativo e valore artistico: definendole opere d'arte applicate all'industria. Ai disegni e modelli nazionali si sono di recente affiancati i segni modelli comunitari i quali ricevono una protezione autonoma ed unitaria estesa a tutti gli Stati membri dell'unione europea. A differenza della nostra legge il regolamento comunitario riconosce una limitata e provvisoria tutela anche di disegni e modelli non registrati: per un periodo di 3 anni dalla data in cui lo stesso è stato divulgato pubblico per la prima volta nella comunità.

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commenti (1)
Ben fatto ma pieno zeppo di errori di grammatica italiana!! prima di venderlo vuoi almeno rileggerlo???? non vale i soldi spesi...
Questa è solo un'anteprima
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