Esame di linguistica - Pianificazione linguistica, Dell'Aquila Iannaccaro, Schemi riassuntivi di Linguistica. Università degli Studi di Milano-Bicocca
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Esame di linguistica - Pianificazione linguistica, Dell'Aquila Iannaccaro, Schemi riassuntivi di Linguistica. Università degli Studi di Milano-Bicocca

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Appunti rielaborati dell'esame di linguistica. Testo di riferimento del corso: Pianificazione linguistica di Vittorio Dell'Aquila, Gabriele Iannaccaro.
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Pianificazione linguistica

Cap.1 pianificazione linguistica e sociolinguistica

Ambiti di studio: La pianificazione linguistica è diretta alla facilitazione della vita linguistica del parlante, il quale trova nella lingua, non solo un sistema grammaticale, ma la sua piena esplicazione. Perciò chi se ne occupa deve avere conoscenze storiche e sociologiche sulla comunità ed una visione della legislazione vigente. È molto importante considerare anche la vita economica della comunità alla quale ci si rivolge, le sue esigenze di sviluppo e di interconnessione con le reti economiche e sociali del territorio. Nonostante ciò rimane principalmente un lavoro da linguistica, ed è proprio il linguistica storico e strutturale che si occupa di studiare la grammatica e il lessico della lingua da pianificare; il sociolinguista che studia le correlazioni tra le varietà spontanee e quelle già ufficiali… Concetti generali: -riflessione sociolinguistica e della linguistica percettiva Lingua/dialetto Nel linguaggio comune per dialetto si intende una varietà linguistica poco diffusa, locale e priva o con modesta tradizione scritta. Spesso un dialetto è considerato lingua non scritta, senza tradizione letteraria o persino “senza la grammatica”. Addirittura lingua parassita della lingua nazionale. Da un punto di vista linguistico, la distinzione è assurda. I dialetti sono lingue a tutti gli effetti, hanno una fonetica, una grammatica, un lessico e meccanismi semantici; molti di loro hanno una fiorente tradizione colta e letteraria. La stessa definizione di dialetto non è univoca: nella linguistica anglosassone con dialect si intende la varietà locale dell’inglese o le sue variabili sociali. I “dialetti “cinesi sono in realtà centinaia di varietà di almeno 8 lingue diverse tra loro, unificate dalla scrittura; serbo e croato e hindi e urdu sono considerate lingue diverse, ma sono strutturalmente uguali. Per la situazione italiana, va preso in considerazione che quelli che vengono considerati dialetti italiani in realtà sono dialetti del latino, continuazioni romanze indipendenti del latino parlato in diverse aree. I criteri di distinzione fra lingua e dialetto non possono essere di tipo linguistico o strutturale, ma piuttosto di tipo sociale e funzionale. Bisogna quindi rifarsi alla posizione politica dei linguaggi considerati o alla coscienza del parlante, che determina gli usi all’interno delle comunità. Le lingue hanno uno status ufficiale che il dialetto non ha; hanno un riconoscimento sociale e nazionale che il dialetto non ha, inoltre “con una lingua si possono fare più cose che con un dialetto”. Le effettive condizioni d’uso dei parlanti, con le loro valutazioni spontanee,sono il solo criterio universalmente valido per stabilire in quale relazione ogni varietà linguistica è posta rispetto alle altre e in particolare per distinguere una lingua da un dialetto. Ne deriva così il caso di parlate per cui lo status è incerto e solo la volontà del gruppo che vi ci si riconosce fa sì che assumano i caratteri della lingua o del dialetto. Kloss nel ’67 contribuisce in maniera determinante al problema del riconoscimento di varietà linguistiche differenti con la distinzione tra Abstandsprachen o lingue per distanzi azione e Ausbausprachen o lingue per elaborazione; le prime comprendono quelle varietà linguistiche che per loro struttura interna si differenziano nettamente da ogni altra(basco rispetto alle lingue romanze), la seconda si riferisce a quelle lingue che per ragioni storiche, politiche e culturali, hanno sviluppato un sistema di autoriferimento diverso da quello delle lingue circostanti.(nederlandese rispetto al tedesco o slovacco rispetto al ceco). Comunità linguistica 1. Definizioni in cui viene dato per presupposto il concetto di “lingua”; definizione di Lyons: “tutte le persone che usano una data lingua o dialetto”, 2. Più aperto alle istanze di tipo sociale, considera la complessità dell’uso effettivo prendendo in considerazione il valore sociale delle diverse varietà linguistiche; definizione di Gumperz: “con comunità linguistica si intende ogni aggregato umano caratterizzato da un’interazione regolare e frequente per mezzo di un insieme condiviso di segni verbali e distinto da altri a causa di differenze significative nell’uso del linguaggio”, 3. Considera più la percezione che il parlante ha di far parte o differenziarsi da uno specifico gruppo; definizione di lingua di Weinreich:” per poter decidere in modo aderente alla realtà quale sia una nuova lingua, si devono prendere in considerazione gli atteggiamenti dei parlanti”. Fishman sostiene: “le comunità linguistiche non sono definite come comunità di persone che parlano la stessa lingua, ma piuttosto da comunità tenute insieme dalla densità degli scambi

comunicativi e/o dall’integrazione simbolica riguardo alla competenza comunicativa”. Per Labov invece la comunità linguistica è formata da un “gruppo di parlanti che condivide un insieme di atteggiamenti sociali riguardo alla lingua”. Egli fa della percezione del parlante e dell’accettazione della propria identità linguistica il punto fondamentale dell’esistenza stessa di aggregati basati sulla lingua. Il parlare la stessa lingua non è sufficiente per far parte di una comunità linguistica, sono gli atteggiamenti ad essere fondamentali, insieme alle reazioni soggettive di fronte agli eventi linguistici, alla coscienza dei parlanti di condividere uno stesso codice comunicativo, 4. Altri studiosi negano l’esistenza della comunità linguistica; Hudson sostiene che “non esistano comunità linguistiche nella società se non come prototipi nella mente della gente. Pur non riconoscendo una categoria conoscitiva comunità linguistica, ne ammette l’esistenza come oggetto di pensiero collocato nella sensibilità linguistica e identitaria del parlante , la comunità linguistica è la proiezione di tutte le istanze di identificazione simbolica che i singoli parlanti hanno nei confronti di un insieme di varietà. Berruto sostiene che “una comunità linguistica è formata da tutti i parlanti che considerano se stessi utenti di una stessa lingua, che svolgono regolari interazioni attraverso un repertorio condiviso di segni linguistici e che hanno in comune una serie di valori normativi riguardo al linguaggio; può coincidere o essere inclusa in una comunità sociale” Quindi largo spazio deve essere lasciato alle considerazioni di uso del linguaggio e delle norme condivise all’interno della comunità riguardo al linguaggio, e alla volontà dei membri di far parte di una medesima comunità linguistica. La determinazione dell’appartenenza a una comunità linguistica sembra basata su fattori storici, sociali e psicoculturali. Quello che distingue i membri di una comunità linguistica da coloro che non ne sono membri è il fatto che i primi condividono una certa misura di informazioni linguistiche e sociali e modalità simili di valutazione e interpretazione di comportamenti comunicativi, così come un senso di identità verso la lingua come simbolo della loro appartenenza al gruppo.  Repertorio Berruto definisce il repertorio linguistico come “insieme delle risorse linguistiche possedute dai membri di una comunità linguistica, ossia la somma di varietà di una lingua o di più lingue impiegate presso una certa comunità sociale. Il repertorio non è solo la somma delle varietà ma comprende i rapporti tra esse, la loro gerarchia e le norme di utilizzazione. Gumperz lo definisce come “tutte le varietà, i livelli o stili usati da una popolazione definibile socialmente, e le regole che governano la scelta fra esse”. Si può inoltre parlare del repertorio linguistico individuale, come somma delle varietà accessibili da un individuo con le sue personali interpretazioni delle norme di utilizzo. Nessun parlante possiede tutte le varietà teoricamente possibili nella sua comunità linguistica. Un buon esempio è la distinzione di livelli d’uso tra tedesco letterario e dialetti alemannici a cavallo del confine tra Germania e Svizzera.  rapporto fra codici Diglossia: situazione sociolinguistica in cui sono presenti nella stessa comunità almeno due codici la cui distribuzione funzionale sia rigorosamente delimitata in una varietà H o Lh o acroletto, cui sono attribuiti i compiti di lingua prestigiosa(scritto e rapporti formali), e una varietà bassa, L o l1 o basiletto, usata nei rapporti spontanei interpersonali, fondamentalmente orale. Dilalia: situazione molto frequente e tipica della realtà italiana, in cui la varietà alta può essere usata in tutti gli ambiti formali e informali, mentre la L1 è riservata esclusivamente a usi orali e famigliari acanto alla Lh. Bilinguismo: situazioni in cui la compresenza di più lingue non assume valori socio funzionalmente differenziati. funzioni del linguaggio Le varietà non assumono lo stesso valore ideologico nella concezione del parlante. Nella correlazione lingua-identità è importante distinguere tra funzioni simboliche e comunicative del linguaggio. La funzione comunicativa è quella che permette alla lingua di servire come veicolo per lo scambio di informazioni fra le persone; è la funzione pratica, immanente del linguaggio. La funzione simbolica invece è quella che trasferisce al linguaggio i simboli di identità e separatezza personale e del gruppo. Sul piano del valore simbolico, il fatto di possedere diversi codici non implica che questi siano portatori di particolari valenze identitarie. È opportuno così distinguere tra sentimenti di identificazione linguistica primari, legati alla propria varietà di prima socializzazione, e secondari, indotti dalla scuola o dall’educazione/ambiente sociale, legati perlopiù alle lingue nazionali. L’identificazione primaria è di solito stabile, mentre l’altra può variare nel corso della vita di un individuo a seconda delle situazioni ideologiche e sociopolitiche nelle quali il parlante si trova ad essere immerso.

Caso di studio 1= esempio del rapido mutare dell’identificazione secondaria è offerto dalle dichiarazioni rispetto alla propria lingua dei residenti nella regione autonoma del Friuli. Si tratta di un riorientamento della popolazione rispetto all’identificazione secondaria: le varietà romanze del Friuli, sono toccate da un movimento di risistematizzazione sociolinguistica che le sta portando dallo status di “dialetti dell’italiano” a quello di dialetti del friulano. In alcuni casi la popolazione continua a basare la sua identificazione primaria sulla varietà territoriale della propria micro comunità. Se nell’88 si identificava secondariamente con l’italiano, nel ’95 si identifica con un generico “friulano”, percepito ora come lingua altra. Dachsprache o lingua tetto: lingua usata in forma prevalentemente scritta dotata di un prestigio sociale superiore a quello dei dialetti parlati in una regione data. Vi sono tetti omogenetici, come la lingua italiana standard al di sopra dei dialetti lombardo, toscano e umbro, e tetti eterogenetici, come la lingua francese standard come tetto principale dei dialetti germanici dell’Alsazia e della Lorena. La pratica corrente di una lingua tetto presuppone l’esistenza di un sistema scolastico atto a garantirne l’insegnamento e l’alfabetizzazione generale dei locutori. Lo spazio epistemologico di ricerca sul language planning si colloca sullo studio dei rapporti fra la situazione linguistica di una lingua e la sua situazione sociolinguistica. La tradizione scientifica distingue le riflessioni teoriche e metodologiche che riguardano la pianificazione linguistica dalle azioni politiche o legislative realmente intraprese per incentivare l’uso di una determinata lingua. Con sprachplanungswissenschaft si intende lo studio scientifico della pianificazione linguistica, mentre con language policy, sta ad indicare i presupposti ideologici e politici che stanno alla base di una determinata politica linguistica realmente attuata. L’espressione “politica linguistica” comprende un’ampia gamma di attività tenute insieme dall’attenzione consapevole rivolta al linguaggio e alla sua presa sulla società. La politica linguistica non è campo di lavoro del linguista: è politica linguistica l’articolo sul quotidiano del pubblicista sulle tendenze del linguaggio giovanile. La pianificazione linguistica, che corrisponde all’inglese language planning, configura l’attività prettamente linguistica di studio e intervento sulle realtà sociali plurilingui. Con “intervento sulle situazioni linguistiche si intende ogni comportamento o pratica cosciente che tenda a cambiare sia la forma delle lingue che l’articolazione tra le lingue e i rapporti sociali. È poi opportuno distinguere fra gradi e livelli diversi di pianificazione linguistica: tra language revival, ossia i provvedimenti che si prendono per riportare in uso una lingua che non risulta più parlata e language revitalisation, che indica invece il tentativo di incrementare lo status e aggiungere nuove funzioni a una lingua minacciata. Vi sono poi le operazioni di reversing language shift che sono quelle messe in atto dalla comunità per supporto e assistenza a lingue la cui continuità intergenerazionale procede negativamente con progressiva riduzione degli usi e dei parlanti. Il language renewal, rinnovamento del linguaggio, è inteso come il tentativo di assicurare che almeno alcuni membri di un gruppo la cui lingua tradizionale presenta un numero gradualmente decrescente di parlanti continui a usare la lingua promuovendone l’apprendimento da parte di altri membri del gruppo. La pianificazione linguistica può essere avvicinata rifacendosi a una distinzione tra corpus planning, lavoro sulla lingua in quanto tale, ossia codificazione ortografica,fonetica, morfologica, sintattica e lessicale che si può applicare ad una lingua affinchè possa acquisire i mezzi che le consentano di far fronte alle funzioni cui è destinata, e status planning, insieme dell’apparato normativo e legislativo che assicura il supporto alla lingua. L’acquisition planning invece riguarda le operazioni di promozione sociale volte ad aumentare o consolidare il prestigio della lingua. Il processo di pianificazione linguistica interviene sui normali rapporti fra lingue e società come un laboratorio, ossia le attività di planning tentano di accelerare o ritardare processi sociolinguistici che potrebbero comunque avvenire in natura. Calvet riconosce due tipi di conduzione delle situazioni linguistiche:in vivo, quando i parlanti risolvono in maniera naturale i problemi della comunicazione in generale e di contatto linguistico in particolare(adattamenti naturali della lingua che muta alle esigenze della società), in vitro, quando si analizzano questi fenomeni in vitro, proponendo delle metodologie atte a intervenire nel senso desiderato dalle comunità , e poi compito degli amministratori trasferire queste proposte da laboratorio nelle reali situazioni comunicative. Sono due approcci differenti e i loro rapporti possono anche essere conflittuali. Cap.2 Lingua e Stato  l’ancien régime: la lingua accessoria Nella struttura dello stato medievale europeo il marcatore sociale più importante è la religione. Il re è tale “per grazia di Dio” ed esercita in suo nome il potere, attraverso la mediazione della Chiesa. Le regole di comportamento religioso e morale corrispondono a quelle dello stato. In un contesto siffatto non vi è alcuna questione di omologazione o meno linguistica. L’unica attenzione rivolta al linguaggio è quella verso il linguaggio delle corti e dei tribunali. Questo è scritto,

codificato ed è la maggior parte delle volte mediato dalla lingua della religione. Non esiste una struttura scolastica centrale e l’istruzione non viene impiegata per creare consenso; le poche scuole servono a preparare chierici e amministratori. L’unica grammatica utilizzata è quella latina dei testi sacri, che è prevalentemente scritta. Nonostante ciò, le lingue in uso fra insegnanti e allievi sono varie: la società medievale è infatti una società fortemente plurilingue e multietnica. Tutte le lingue parlate sono in un certo senso “buone” ai fini comunicativi; è diffuso anche un certo grado di plurilinguismo personale, indispensabile in tutte le classi sociali della società per mantenere contatti all’esterno della propria cerchia geografica o sociale. Nessuna lingua parlata è migliore o più importante delle altre. Il linguaggio è anche nelle società dell’ancien régime un marcatore di provenienza e classe, ma l’usare una varietà o l’altra è del tutto indifferente nei confronti del rapporto con lo stato.  la “Lingua dello stato”, dalla rivoluzione francese alla caduto del Muro Il moderno senso di appartenenza a un gruppo statale mediante la lingua è uno dei risultati del crollo di questo sistema ideologico. L’illuminismo e la Rivoluzione francese sanciscono il principio dell’esistenza di diritti che gli uomini detengono in virtù del loro essere umani. La nazione però ha bisogno di nuovi collanti ed è uno di questi è la lingua comune. I nuovi cittadini devono credere nella nazione, che esiste e ha questi confini e caratteristiche che non più perché così è piaciuto a Dio, ma perché riunisce persone che condividono la stessa storia, la stessa lingua e stesso territorio. La lingua diventa il simbolo della nazione; ha però bisogno di uno standard che sia espressione dell’unità nazionale. Lo standard ha le sue regole e perciò vi è urgenza di riforme ortografiche, grammaticali, lessicali, che si manifesta in tutta Europa nel XIX sec. Fra le diverse varietà presenti, quella scelta per diventare standard deve potersi imporre per motivi di prestigio economico, sociale o letterario. È perciò spesso la lingua della borghesia della capitale o della corte o il linguaggio letterario tradizionale. Il problema relativo a come radicare nella popolazione questi nuovi strumenti di legittimazione statale viene risolto con la scuola, che diventa istituzione centrale, e contribuisce a formare il buon cittadino. È in questa fase che nasce quindi il concetto di norma ed errore, e quindi la necessità di parlare le lingue bene. Nasce anche il purismo inteso come movimento di opinione; l’offesa alla lingua diventa offesa alla nazione e chi usa parole in prestito da altre lingue testimonia la propria arretratezza. La scuola sostituisce la Chiesa come mezzo per la trasmissione del potere e del mantenimento della pace e del contratto sociale, assieme alla leva obbligatoria. La lotta per la scolarizzazione e la standardizzazione linguistica in ambito scolastico è condotta da due posizioni: per la borghesia più conservatrice l’unità del linguaggio è importante per creare il senso di coesione nazionale e il sentimento dello straniero, mentre le altre varietà parlate, ora “dialetti”, rappresentano la frangia contadina e realista; dall’altra, per la borghesia liberale e riformista, è importante fornire ai cittadini la possibilità di partecipare alla vita politica e sociale dello stato. La maggior parte degli Stati europei adotta tuttora questo modello, almeno dl punto di vista giuridico. Caso di studio 2: modello prerivoluzionario UK La situazione giuridica del Regno Unito è particolare in Europa; il rapporto tra lingua e stato può essere definito prerivoluzionario. Esso non è uno stato nazionale, ma un regno di tipo premoderno unito dalla persona del monarca, per cui ogni diritto, compresi quelli linguistici, è personale e non si pone questione di identificazione tra “Nazione britannica” e “lingua britannica”. I sudditi britannici non hanno problemi di lealtà linguistica esplicita nei confronti dello stato. Il problema dei rapporti tra lingue diverse nell’arcipelago si pone a livello di rapporti economici e prestigio. L’affermazione dell’inglese è dovuta alla pressione sociale e al prestigio economico legati alla lingua inglese. La sua affermazione ha fatto sì che sia chiesto un intervento legale a protezione delle lingue periferiche. Il New welsh Language Act , una legge britannica valida solo sul territorio del Galles, sancisce la parità di diritti tra gallese e inglese sia in ambito amministrativo che educativo a tutti i livelli. Anche la GB attualmente si è trovata nella necessità di promulgare leggi specifiche di politca linguistica valide su tutto il territorio per adeguare la propria legislazione a quella dei partner europei. Nella European Charter for Regional and Minority Languages si è riconosciuto all’interno del suo territorio come lingue minoritarie, oltre a gaelico e gallese, le varianti di scots di Scozia e dell’Irlanda del Nord. Altre realtà europee, coniugano una base giuridica di rapporti tra lingua e stato di tipo postrivoluzionario e resistenze di altri sistemi, perché la legittimazione statale e le ragioni della convivenza dei cittadini all’interno dei suoi confini non sono legate a una particolare lingua condivisa. Caso 3: confederazione elvetica e plurilinguismo territorialel’esempio più antico di comunità multilingue è la Svizzera, stato federale composto da 26 tra cantoni e semicantoni. Il plurilinguismo svizzero, sancito dalla Costituzione, riconosce francese, italiano e romancio come lingue ufficiali. A livello cantonale, vi è un cantone monolingue italiano, 4

francesi, 3 bilingui francese-tedesco, 1 trilingue italiano-tedesco e romancio e i restanti monolingui tedeschi. Le scuole pubbliche sono monolingui nella lingua ufficiale del comune cui appartengono. Nei comuni di lingua romancia dei Grigioni, spesso il tedesco accompagna le varietà locali e in cui le scuole possono avere varie strutture più o meno equilibrate bilingui. L’instabile situazione romancia è dovuta all’esiguità della popolazione, alla distribuzione a macchia di leopardo degli insediamenti separati spesso da territori germanofoni. Questo ovviamente favorisce la creazione di famiglie linguistiche miste. Prototipo dei rapporti fra lingua e istituzioni statali in Europa, Caso 4: modello francese. Si basa sullo slogan “un territorio, uno stato, una lingua”; quindi uno stato non può ammettere che una sola lingua, ossia quella nazionale. La politica linguistica della Francia si è conformata a questo modello. La rapida decadenza dei parlanti occitani, franco-provenzali, catalani, corsi, baschi e bretoni ha luogo dalla metà dell’800 fino alla fine del XX secolo. Soltanto negli anni ’80 nascono le regioni e quindi le “Lingue regionali” che non godono che di minimi spazi nell’educazione. La maggior parte dei paesi tuttavia ha messo a punto una serie di correttivi e di provvedimenti che in misura diversa alleviano la durezza di questo modello e introducono più garanzie per le popolazioni non egemoni. Vi sono però in Europa esempi di modello nazionale “Puro”, i cui le diversità linguistiche presenti godono di scarsa o nessuna considerazione. Caso 5: nazionalismo profondo di Grecia e Turchia. Grecia: una sola lingua ha un riconoscimento ufficiale ed è protetta dalla Costituzione, ossia la lingua della borghesia ateniese che ha sostituito la lingua letteraria di tradizione bizantina. L’uso del greco è previsto come globale in tutti i luoghi e attraverso vari strati e situazioni sociali. Dopo i movimenti di popolazioni in seguito alla ristrutturazione etnica e politica dell’area balcanica dei primi del XX sec., la Grecia, avendo espulso la maggioranza delle popolazioni non greche e non cristiano ortodosse, sostituite dall’immigrazione forzata di ortodossi grecofoni dall’Asia minore, sta diventando un paese etnolinguisticamente compatto. Il governo arriva a negare l’esistenza sul territorio di popolazioni di lingua diversa da quella greca. L’unica eccezione è costituita da un numero esiguo di scuole musulmane in cui la lingua di insegnamento è il turco. Anche la situazione turca è monolingue sul piano legale, risultato dell’iniziativa globale di modernizzazione, promozione economica e sociale, occidentalizzazione, risveglio culturale e pianificazione linguistica intrapresa da Mustafa Kemal Ataturk negli anni ’20. Il monolinguismo ufficiale è assoluto e intransigente. L’ostilità contro la lingua curda è in qualche modo costitutiva di tutta la politica linguistica dello stato turco. Solo nel 2003, la Turchia ha approvato una legge che riduce, se non abolisce, la maggior parte delle restrizioni e dei divieti all’uso pubblico e privato del curdo.  la lingua al servizio dell’ideologia: lo stato socialista In Europa il XX secolo si apre con un diverso esperimento di compagine statale e di rapporto con la lingua , che fonda la sua legittimità su presupposti in gran parte diversi da quelli dello stato nazionale. La questione fondamentale è quella di staccare il concetto di lingua da quello di nazionalità, concetto del “nazionalismo borghese”. Questo progetto di svincolamento viene imposto con una doppia operazione: da un lato una visione teleologica della storia induce a proclamare che l’evoluzione dell’umanità condurrà all’avvento del socialismo, dall’altra la Rivoluzione russa ammette e accetta la diversità etnico-linguistica. La futura e definitiva lingua del proletariato dovrà essere unica, ma nel frattempo bisogna rivalutare le etnie presenti per minare le appartenenze nazionali dal basso e consentire il diffondersi della dottrina socialista. Si reimposta così il problema della lingua nazionale. Le lingue dello stato sono lingue del popolo. Quindi lo stato e la vita politica e amministrativa devono adattarsi alla situazione linguistica reale, al prezzo di ideologizzare tutte le varietà presenti sul territorio, fare di ciascuna di essere uno strumento di propaganda. L’ideologia socialista diventa così un collante sociale e strumento di legittimazione del nuovo stato plurietnico e plurilingue. Tutte le lingue usate diventano teoricamente ufficiali e strumento dell’educazione; nella vita quotidiana ognuno può usare la varietà che preferisce e ha il diritto di essere educato nella sua lingua madre. Lo stato socialista è quindi composto da gruppi etnici che convivono pacificamente sotto la guida ideologica della dottrina ufficiale e la concordia sociale è perseguita attivamente attraverso la persuasione o l’allontanamento delle devianze. L’alfabetizzazione è quindi un mezzo fondamentale di indottrinamento del popolo. L’obiettivo primario è quello di rendere ognuno capace di leggere in una qualsiasi lingua, perché possa accostarsi ai testi cui è affidata la trasmissione della dottrina e quindi i testi importanti devono essere tradotti in tutte le lingue dell’educazione. Scuola e servizio militare lavorano in parallelo per l’acquisizione del consenso e della legittimità statale, diventando così funzionali al mantenimento del potere grazie al compito di propagazione e controllo dell’ideologia che è loro demandato. Per quanto riguarda il rapporto tra lingua e stato, il socialismo può essere interpretato come una versione moderna della teocrazia medievale. L’ideologia socialista utilizza strumenti fra i più adatti a incanalare il consenso e

manipolare identità e lingue. Anche le singole interpretazioni dei diversi stati socialisti del dopoguerra possono essere piuttosto differenti e talvolta in contrasto tra loro. L’esempio più classico è quello della Romania di Ceausescu, in cui la lotta alle devianze linguistiche diventa una vera e propria persecuzione fisica. Caso di studio 6: grande-russo, piccolo-russo, ucraino Il nome Ucraina deriva dalla parola russa per “confine”ed è in effetti un territorio di confine tra la cultura dell’Europa centrale e quella della Russia a oriente. Sotto l’impero zarista, il nome Ucraina venne sostituito dalla denominazione piccola Russia. Sull’onda del risveglio nazionale ottocentesco, la Piccola Russia si appuntasse sui sentimenti di differenziazione geografico-culturale, fra questi prese importanza immediatamente la lingua. Non potendo agganciarsi ad alcuna idea simbolica o proto tipica dello stato, gli argomenti iniziali dei nazionalisti furono in primo luogo l’unità della tradizione storica delle diverse regioni del paese e distinta da quella degli altri,soprattutto dalla Russia. Vengono poi la coscienza dell’esistenza di usi, tradizioni e costumi diversi rispetto a quelli russi e di una letteratura diversa. Viene quindi rifiutata la denominazione “piccolo-russo”, considerata segno di dipendenza. La nascita del sentimento nazionale ucraino si attua in due fasi: prima, etnografico-letteraria, poi di tipo linguistico-politico; nella breve esperienza dell’indipendenza ucraina, l’ucraino viene proclamato unica lingua ufficiale. Questa scelta rappresenta da un lato una risposta alle restrizioni linguistiche che caratterizzano la fine del periodo zarista, dall’altro il riscontro alla fiorente fioritura letteraria e teatrale in ucraino. Dunque la lingua ucraina è stara creata dagli uomini di lettere, ed è stata lingua letteraria prima che amministrativa. Successivamente venne incoraggiato l’uso dell’ucraino e favorito il suo ingresso nella vita scolastica e amministrativa. Alla dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina moderna, nel ’91, la situazione linguistica vedeva un bilinguismo di facciata russo-ucraino con il russo prevalente e unico nei domini culturali e amministrativi e dominante anche nei rapporti informali. Nel ’91 viene affermata l’ufficialità e l’importanza dell’ucraino e il suo ripristino nell’insegnamento a ogni livello. Attualmente le due lingue sono ufficiali sul territorio, ma si distribuiscono i domini in modo molto diseguale: l’ucraino ha il predominio come lingua nell’amministrazione e lo stato cerca con forza di renderlo un potente aggancio identitario, nella vita commerciale e di relazione è ancora prevalente il russo. La caduta del Muro e le sorti delle lingue Gli stati nazionali sorti dalla disgregazione delle compagini multietniche dell’Europa centrale e orientale hanno adottato politiche linguistiche di tipo latamente francese. Dal XX secolo una serie di concause hanno contribuito a mutare il quadro della situazione.Una prima ristrutturazione dei rapporti fra cittadino e lingua nazionale dovuta all’avvento della televisione come mezzo di comunicazione di massa, molto più che tramite la scuola e il servizio militare. Nel caso italiano il vero cambiamento di rapporti tra lingua e dialetti si deve alla presenza pervasiva della televisione. Tutto ciò è determinato dal progressivo disinteresse dello stato per l’educazione scolastica, non ritenuta più il canale principale di controllo tramite la lingua, e l’abbandono del servizio militare di leva; inoltre il messaggio della televisione favorisce anche il riconoscimento di tutti gli utenti nella lingua proposta. Le conseguenze della caduta del muro di Berlino sulla concezione della lingua negli stati e presso le popolazioni europee sono state di vasta portata. Da un lato gli stati ex socialisti hanno conosciuto una ripresa nazionalistica molto forte, che ha portato a una decisa frammentazione del territorio in sempre più piccole patrie. Negli stati in cui, per ragioni storiche e culturali, vi è una popolazione compatta, il monolinguismo è spesso tendenzialmente assoluto. , secondo il modello più classico ottocentesco : legislazioni a tutela delle minoranze ci sono, ma inserite in un contesto ormai fortemente centralista e nazionale. Caso di studio 7: rivitalizzazione linguistica e diritti umani in Estonia L’Unione Sovietica era concepita come un paese multinazionale e plurilingue, composto da circa 130 comunità riconosciute. Ciascuna godeva di una propria lingua ufficiale usata nell’amministrazione e nell’educazione accanto al russo. Dopo la caduta dell’URSS l’unica lingua ufficiale del nuovo stato è l’estone e ciò ha costretto la comunità russofona ad avere negato l’accesso alla maggior parte dei servizi linguistici. La situazione è stata resa più difficile ai russi attraverso leggi che prevedono la conoscenza della lingua nazionale per ottenere la cittadinanza estone e per accedere alle cariche pubbliche anche elettive. Accanto a questa legislazione fortemente nazionalista, si è assistito allo sviluppo nella direzione di una divisione fra la minoranza russa e tutte le altre. L’esclusione sociopolitica della minoranza russa è attualmente causa di notevoli attriti tra Estonia e Russia da una parte e le organizzazioni europee dall’altra. Solo nel 2002 il Parlamento ha abrogato l’obbligo di conoscenza della lingua estone ai candidati alle cariche elettive. Negli stati dell’Europa occidentale la caduta del muro non è rimasta senza effetti: si è assistito ad un indebolimento del ruolo degli stati che hanno visto una progressiva riduzione delle proprie competenze e dei propri poteri a favore di entità

sovranazionali e di entità locali o territorialmente definite. Questo processo ha portato con sé la prepotente rinascita di sentimenti di appartenenza regionale o locale. Sul versante della globalizzazione per il momento nessuno stato ha adottato provvedimenti legislativi volti all’ufficializzazione del predominio dell’inglese sulle altre lingue europee. Diverso il caso per i movimenti di regionalizzazione : numerose istanze di “nazionalizzazione” di gruppi territoriali sono emerse all’interno dell’UE negli ultimi dieci-quindici anni. Si tende quindi al monolinguismo regionale per quanto possibile e all’allontanamento delle devianze interne.  situazione attuale in Europa e Italia Negli ultimi decenni sono molte le iniziative europee volte a proteggere o valorizzare le differenze linguistiche. Al ’95 risale la Framework Convention for the Protection of National Minorities, che delinea in pochi articoli le direttrici generali per il rispetto della diversità linguistica e i diritti delle minoranze, evidenziando la tolleranza, il dialogo interculturale, la libertà di espressione anche attraverso lingue non ufficiali, il diritto all’uso di nomi di persona tradizionali e ai sistemi educativi in cui lingua, cultura, storia e religione delle minoranze abbiano spazio. La European Charter for Regional and Minority Languages è stata approvata e redatta nel ’95, ma è entrata in vigore solo nel ’98. L’Ue è stata sollecitata sul problema delle lingue meno diffuse, dalla fine degli anni ’70 e poi dal ’82 con la creazione dell’EBUL, ufficio europeo per le lingue meno diffuse. Caso di studio 8: carta europea per le lingue regionali e minoritarie Il trattato enuncia gli obiettivi e i principi che le parti contraenti si impegnano a rispettare per le lingue regionali o minoritarie riconosciute del proprio territorio: il rispetto per l’area geografica di ogni lingua, la necessità di promozione linguistica, l’incoraggiamento o facilitazione del loro uso orale o scritto nella vita pubblica e privata. La carta enumera poi una serie di misure da attuare per favorire l’uso delle lingue regionali nella vita pubblica. L’applicazione è controllata da un comitato di esperti che si incarica di esaminare i rapporti periodici delle parti contraenti. È dunque potenzialmente efficace per quei paesi che la vogliono utilizzare appieno o che hanno già un sistema di tipo plurilingue, ma permette anche interpretazioni restrittive che consentono agli stati che lo volessero di operare un riconoscimento quasi solo formale delle istanze regionali o minoritarie. L’Italia ha firmato la convenzione per la Carta europea nel 2000, ma non ha ancora ratificato il documento. Caso di studio 9: l’Italia dalle pressioni internazionali ai prodromi di un pluralismo linguistico a) Minoranze linguistiche La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche; la Valle d’Aosta,l’Alto Adige e la “zona A” del territorio di Trieste sono state lasciate sotto amministrazione italiana a condizione esplicita che vi fossero tutelate le popolazioni di lingua diversa. Nell’uso specialistico italiano si è sviluppata una distinzione tra minoranze nazionali e minoranze linguistiche. Alle prime corrispondevano popolazioni che potessero essere legate a stati nazionali al di là dei confini; tutte le altre eteroglossie sono state classificate come minoranze linguistiche. Per quanto riguarda le altre minoranze, l’atteggiamento ufficiale è stato quello del mancato riconoscimento. Tra le minoranze linguistiche vanno menzionate le due grandi comunità regionali sarda e friulana, considerate lingue diverse dall’italiano per Abstand(sardo) e Ausbau, il friulano. Vi sono poi le comunità di lingua occitana e francoprovenzale del Piemonte, piccole comunità germanofone sulle Alpi e le isole linguistiche albanesi, croate e greche dell’Italia meridionale, oltre alla comunità catalana di Alghero. In una strana posizione si poneva poi la comunità ladina. La Valle d’Aosta, considerata comunità nazionale francese, ma nella quale la lingua francese, pur essendo conosciuta dalla maggioranza della popolazione, è usata in ambito familiare e accanto all’italiano e alle varietà franco-provenzali, da circa l’8% della popolazione totale. L’Italia ha mantenuto il controllo politico dell’area, ma si è impegnata a farne una regione autonoma, di amministrazione bilingue e con un sistema scolastico in cui al francese è affidato un ruolo rilevante. Vi è poi la situazione degli slavofoni del Friuli e della Venezia-Giulia, delle province di Trieste e Gorizia che sono stati riconosciuti come minoranza nazionale. Situazione simile in Alto Adige, in cui rientra il caso dei ladini delle Dolomiti, la cui lingua gode da tempo di totale riconoscimento solo nella provincia autonoma di Bolzano. Il tipo di bilinguismo che lo stato ha previsto per l’Alto Adige differisce da quello in vigore per la Valle d’Aosta, in cui italiano e francese sono idealmente visti come due lingue di un’unica comunità, possedute in egual misura da tutta la popolazione, in Alto Adige è stato adottato un tipo di bilinguismo che si può definire separativo. Si è qui riconosciuta l’esistenza di due comunità, quella di lingua italiana e quella di lingua tedesca. La comunità ladina costituisce il terzo gruppo etnico-linguistico dell’area.

Al ’96 invece risale la normativa regionale a favore del friulano nella regione autonoma del Friuli: il friulano è elevato a rango di lingua ufficiale, accanto all’italiano, sul territorio regionale, e la regione stessa si impegna a favorire e finanziare iniziative e attività tese al recupero e alla valorizzazione linguistica. Allo stesso modo dal ’97 la Sardegna tutela il sardo e ne prevede l’introduzione graduale nell’uso amministrativo e scolastico. b) Legge 482/1999 Con l’entrata in vigore della legge sulle lingue e culture minoritarie in Italia,lo stato italiano riconosce l’esistenza di una realtà multilingue e multiculturale al suo interno e intende porre le basi giuridiche per una tutela delle minoranze linguistiche e di quelle minoranze nazionali che non godono di una tutela maggiore di quella che riconosce la nuova normativa. L’articolo 3 stabilisce uno dei principi chiave della legge, ossia che lo status di minoranza, è attribuito tramite il meccanismo dell’autorivendicazione. Si tratta del principio della dichiarazione di volontà di appartenenza alla minoranza da parte dei singoli, principio insindacabile quanto alla sua veridicità, poiché non basato su dati oggettivi e verificabili. In nessun punto della legge si parla di competenza nella lingua di minoranza o nella relativa lingua tetto da parte della popolazione locale e non risulta quindi necessario presentare alcun carattere riconoscibile per aver diritto ai benefici della tutela. Il legislatore delega tutte le questioni di corpus planning alle comunità stesse, e questa fluidità di situazioni rende difficile l’applicazione delle norme sull’uso delle lingue minoritarie nell’educazione. Inoltre l’inserimento delle lingue minoritarie nel contesto scolastico nazionale, concepito per diffondere lingua e cultura italiane, difficilmente beneficerà le lingue oggetto di tutela, anzi, potrebbe risultare controproducente. Rispetto agli usi amministrativi, si sancisce l’assolta priorità dell’italiano sulle lingue di minoranza: nella scuola la lingua di minoranza è ammessa accanto alla lingua italiana. Cap. 3 Corpus planning La pianificazione linguistica ha tra i suoi scopi quello di intervenire in modo consapevole sui rapporti tra le lingue all’interno di un determinato territorio. Tuttavia spesso accade che i codici presenti nella stessa comunità abbiano ricevuto un trattamento diseguale nel corso della storia: si tratta allora di fornire alle lingue più deboli o che ancora non lo avessero un insieme di strumenti perché possano competere in parità con le altre. Il corpus planning è studio del lavoro che si compie su un particolare codice per metterlo in grado di assumere le funzioni di lingua dell’amministrazione, della scuola o dell’altra cultura. Non tutte le situazioni di pianificazione linguistica in atto necessitano di attività di corpus planning: le lingue oggetto di intervento potrebbero già essere tutte codificate e ufficiali(es. italiano e tedesco in Alto Adige). In altri casi avviene che una lingua che diventa ufficiale mentre prima non lo era abbia comunque una forma già adatta a ricoprire le nuove funzioni che le sono richieste, come nel caso del gallese in BG, in cui ci si è limitato all’opera legislativa(status planning) e di affermazione sul territorio(acquisition plannning), dato che esisteva già una varietà di lingua gallese codificata , letteraria e di ininterrotta tradizione culturale e giornalistica. scelta del codice Decisione su quale delle varietà presenti sul territorio diventerà quella prevalente o ufficiale. La decisione talvolta è scontata e si impone per motivi storici, sociali e/o economici. Le parlate d’Europa che hanno raggiunto lo status di lingua ufficiale hanno percorsi differenti: in alcuni casi è il dialetto di una particolare regione a essersi imposto, prima adottato dalla corte e poi dalla borghesia, diventando così lingua letteraria; oppure, come nel caso dell’inglese, la varietà che poi risulterà prevalente è caratterizzata come registro sociale. L’italiano moderno(dal 1860 in poi) deriva da una lingua quasi solo letteraria; il tedesco invece è una somma e mistura fra vari dialetti di area alto-tedesca, presto divenuta lingua letteraria grazie alla traduzione di Lutero dei testi sacri. In entrambi questi due casi, si tratta di un’evoluzione non del tutto spontanea: si deve a Lutero la scelta di adoperare per la traduzione una lingua mista. Ancora, l’esempio del catalano attuale, mostra un equilibrio tra la tradizione scritta e le varietà parlate in contesti informali e in modo semiclandestino durante il franchismo. Caso di studio 10: la questione della lingua in Italia L’italiano standard attuale è il risultato di una serie di scelte esplicite e consapevoli di politica linguistica. La prima riflessione risale a Dante, che nel De vulgari eloquentia, passa a trattare del volgare letterario,prefigurando una situazione di sostanziale diglossia, dopo aver elencato le 14 varietà regionali(siciliano, pugliese,romanesco,spoletino-umbro, toscano, genovese, sardo, calabro, anconitano, romagnolo,lombardo,trevigiano-veneziano,aquileiese e istriano). Nessuno degli idiomi presi in considerazione può dirsi abbastanza illustre per costruire il polo H, quindi questo così chiamato vulgare latium va trovato in una lingua comune, come quella della tradizione poetica che va dai siciliani ai suoi giorni. Questa soluzione porta al riconoscimento di una collettività linguistica su base esclusivamente letteraria. I codici sui quali Dante

lavorava presentavano un aspetto uniforme in modo ingannevole: la lingua dei rimatori siciliani non era poi così simile a quella di Dante quanto lui stesso pensava. Esistevano alla fine del XIII secolo diverse tradizioni regionali di volgare illustre, ma delle opere prodotte altrove Dante leggeva delle copie fortemente toscanizzate. L’italiano letterario potrebbe allora essere nato come lingua unica per tutta la penisola a seguito di questo equivoco, presentandosi come codificazione unitaria di un uso che unitario non era. Risorge intorno alla metà del XVI secolo, il problema della lingua letteraria italiana: si fronteggiarono allora tre correnti principali: latino, varietà H per eccellenza, di grande prestigio e codificazione scritta, il dialetto locale, varietà L di uso generale in tutti gli strati sociali, e la lingua che si voleva normalizzare. Le soluzioni al problema furono le seguenti: 1. “cortigiana”, che propugnava una lingua letteraria polinomia: il modello è la lingua praticata nelle corti italiane dell’epoca, in cui sopra una base toscana o centroitaliana si inserivano parole e costrutti presi da altre parlate romanze, mantenendo un controllo lessicale e fonetico di tipo estetizzante. Proposta di una nuova lingua creata ad hoc; la lingua cortigiana è pianificata per essere letteraria, ma che non esclude usi e funzioni amministrative. 2. Soluzione “fiorentina”, che proponeva l’adozione completa di una varietà parlata sul territorio(il fiorentino). Si trattava di utilizzare i livelli diafasicamente e diastraticamente più elevati. In Toscana viene prospettata una situazione in cui al latino si affianca un continuum toscano a sua volta caratterizzato da una dialettia sociale con forte differenziazione tra polo alto(l.toscana letteraria) e polo basso(lingua toscana del popolo). 3. “bembismo”, di Pietro Bembo, che emerse sulle altre proposte. Egli parte dal presupposto che la lingua significa “lingua letteraria”, ossia già impegnata da grandi scrittori. La prima proposta deve essere rigettata perché non è stato prodotto alcun capolavoro nelle varietà cortigiane, la seconda perché è il riflesso popolare dell’uso spontaneo di una varietà elevata. Vanno quindi cercati o creati modelli di riferimento in modo da pianificarne una imitazione che coinvolga tutti i livelli della lingua. La proposta di Bembo condiziona la situazione linguistica italiana per almeno 3 secoli, solo nell’800 la questione verrà riproposta. Al momento della creazione dello stato italiano che questa varietà pianificata per essere esclusivamente letteraria viene presa come lingua ufficiale, amministrativa e scolastica nel nuovo stato. La nascita del Regno d’Italia determina la ripresa della discussione sulla lingua, che si basa sul rapporto tra l’italiano letterario di Bembo e la lingua comune della nazione. Viene prevista una situazione di diglossia fra una lingua comune, sui tratti della quale si discute Lh e l’infinita serie di dialetti o varietà alloglotte come L1. La diglossia diventerà dilalia solo dopo la seconda guerra mondiale. Il dibattito verte sul polo H; c’è a disposizione una varietà già comune alla penisola, ossia l’italiano, che però presenta qualche svantaggio, tra i quali: è un codice solo scritto, mentre una lingua amministrativa, ufficiale e da insegnare e usare deve poter essere anche parlata;manca di terminologia tecnica e amministrativa, nonché riferita alle attività di base; ha una tradizione come lingua della scuola, ma più che altro per l’insegnamento come L2 o lingua veicolare(il sistema scolastico deve essere completamente riformato; non è l’unica varietà alta e amministrativa a disposizione(numerosi stati italiani avevano tradizioni differenti-Regno delle due sicilie ha un’amministrazione in napoletano illustre). Vi è quindi l’esigenza di una lingua complessa che abbia la possibilità do essere parlata. Le due posizioni più celebri riguardo la forma dell’italiano sono quella di Ascoli, che propone di concentrare gli sforzi sull’educazione dei nuovi italiani, lasciando che la lingua si strutturi spontaneamente, e quella di Manzoni, sostenitore dell’uso fiorentino colto attuale. Prevalse la sua di posizione, ossia di instaurare l’italiano come lingua ufficiale e percepita come comune a tutta la popolazione. Vi è poi la scelta più radicale, come in Norvegia, di non arrivare a uno standard comune e condiviso. Caso di studio 11: interminabile questione della lingua in Norvegia La Norvegia è un paese bilingue, con due lingue ufficiali: il bokmal e il nynorsk, più arcaico. Ciò vale soltanto per lo scritto, perché a voce tutti i norvegesi si esprimono nella loro varietà locale. Nell’uso amministrativo la legge prevede che ciascuna delle due lingue sia presente in almeno il 25%dei documenti ufficiali. La questione della lingua nasce come in molti altri paesi europei, in periodo romantico, quando ci si proponeva di trovare una lingua ufficiale per la nazione norvegese. Tutte le questioni circa la lingua che si sono susseguite negli anni non hanno mai avuto ripercussioni sulla vita linguistica dei norvegesi, indifferenti al tipo di lingua ufficiale proposta e attaccati alla loro varietà locale nell’uso orale.  scelta dell’alfabeto Individuata la lingua bisogna decidere il sistema di scrittura che la lingua dovrà usare. La scrittura è un veicolo fondamentale di identificazione linguistica da parte del parlante. Si impone quindi la scelta dell’alfabeto da utilizzare, inteso all’inizio come set di caratteri da impiegare per la scrittura. La scelta è in genere obbligata, e la collocazione

geografica e culturale della comunità è determinante: si usa l’alfabeto corrente nella regione, quello tradizionale presso le altre lingue presenti sul territorio. Così nuove lingue in Europa occ o in America adotteranno l’alfabeto latino. La sceltà dell’alfabeto tuttavia è determinata da motivi ideologici, e religiosi. L’alfabeto latino è intrinsecamente legato alla religione cattolica e a quella riformata, dove greco e cirillico, hanno avuto una forte caratterizzazione in senso ortodosso. Il cirillico si è sempre caratterizzato come alfabeto decisamente “ideologico”. Nel tentativo di creare negli abitanti un sentimento nazionale che non fosse rivolto verso l’esterno, ma verso l’Unione Sovietica fu imposto l’alfabeto cirillico al rumeno e gli fu dato il nome di “moldavo”. Con il crollo dell’Unione Sovietica la nuova Moldavia ha prontamente riabbracciato l’alfabeto latino. La condizione di digrafia, ossia la compresenza di diversi sistemi di scrittura per una stessa lingua è una condizione provvisoria :segna il riorientamento di una compagine statale da un’influenza culturale a un’altra e in genere viene superata o adottando uno dei due sistemi a discapito dell’altro o creando due lingue diverse dove prima ne veniva considerata una sola, come nel caso del serbo e del croato, e dell’hindi e dell’urdu. Il cambio avviene per motivi ideologici mascherati, o affiancati da ragioni di tipo pratico, come nel caso del mongolo. Le differenze alfabetiche non devono essere molto evidenti, ossia comportare un cambiamento completo del set di caratteri per veicolare forti rivendicazioni identitarie: basta pensare al’luso dei caratteri gotici che caratterizzavano l’impero tedesco e che ora si ricopre di simbologia di volta in volta diverse, legate all’interpretazione del mito nordico. Assistiamo in questi tempi a una forte “latinizzazione “ del mondo; ormai le lingue di nuova alfabetizzazione ricevono una forma grafica basata sul latino e sempre più lingue dotate di tradizioni scrittorie diverse passano all’uso almeno coufficiale dell’alfabeto latino. La causa va ricercata nell’alto prestigio che le lingue germaniche e neolatine godono in tutto il mondo.  ortografia Stabilire il tipo di alfabeto non conclude il processo di attribuzione della forma grafica della lingua da standardizzare. Rimane ancora il problema di dare un’ortografia alla lingua. Un’ortografia si deve sempre rifarsi a basi storiche, con un lavoro sull’adattamento di tradizioni precedenti, specie nelle nostre società molto alfabetizzate. Nell’Europa moderna se il sistema alfabetico che si vuole adottare è “facile”, allora sarà facile anche l’uso scritto della nuova lingua e si eviteranno conflitti e incertezze gravi. Il rischio è quello di accreditare l’idea della creazione di una nuova lingua “difficile”, che contemporaneamente non è sentita come propria dalla popolazione e neppure di prestigio delle relazioni extralocali. Spesso le codificazioni alfabetiche creano delle lingue diverse: la riforma del latino portata avanti in epoca carolingia da Alcuino è l’esempio più antico di pianificazione linguistica esplicita in ambito medievale. Alla fine del VIII secolo la Romania, era caratterizzata da una situazione in cui il latino scritto aveva norme grammaticali differenti in aree geografiche diverse, ma soprattutto uno stesso testo latino poteva essere letto in maniera molto difforme in luoghi e situazioni diverse. Finchè un’unica forma scritta può essere letta in modi diversi, chi la usa può pensare che si tratta di pronunce, sfumatura diverse di un’unica lingua. Coulmas afferma che “l’identità linguistica è una funzione normativa, ossia una nozione che si rifà alla consapevolezza del parlante come quanto si aggancia a fatti linguistici effettivamente osservabili. Una nazione deve dotarsi di un proprio sistema di codifica della lingua scritta. Le scelta che i pianificatori linguistici possono prendere sono 3: ortografia fonetica, che rispecchia più possibile il rapporto biunivoco fra suoni della varietà da standardizzare e sistema grafico, ortografia di tipo etimologico, che renda evidenti le derivazioni e gli apparentamenti diacronici delle forme linguistiche, oppure una mista, in parte fonetica ed etimologica. Tutte e tre le soluzioni hanno pro e contro(es. facilità di scrittura di tipo fonetico è controbilanciata da difficoltà di interpretazione; rischi di una grafia troppo etimologica che rende evidenti i nessi tra parole-francese/russo). Una grafia tradizionale si rivela spesso la scelta più adeguata, permettendo inoltre letture leggermente diverse a partire dalle stesse grafie. Un caso interessante è rappresentato dalla creazione di uno standard comune alle varietà romance dei Grigioni e di quelle ladine delle Dolomiti. La standardizzazione di questi due codici amministrativi scritti si basa su un principio innovativo, per il quale la grafia rappresenta una specie di comun denominatore delle varietà già presenti e viene esclusa la possibilità di esistenza di uno standard per il parlato spontaneo. La scrittura altera i rapporti tra lingua e utente: la presenza di una forma scritta da’ un alto valore al linguaggio, che viene appunto percepito come una lingua e una volta che una lingua ha acquisito una forma scritta, questa sembra vivere di vita propria. I valori simbolici legati all’ortografia sono molto forti: attraverso l’ortografia il parlante si rende conto che la varietà che gli viene proposta come lingua comune non è mai perfettamente la sua varietà, la lingua in cui lega la propria identificazione primaria. A ciò si può aggiungere il purismo dialettale, ossia quella serie di fenomeni che possono essere di grave intralcio alla riuscita del planning. Per ciò che

concerne la scelta dell’alfabeto una delle manifestazioni del purismo può essere la diffidenza per una lingua che è contemporaneamente la propria , quella dell’infanzia e della socializzazione primaria, e allo stesso tempo diversa, strana, con difficoltà di lettura e scrittura. Il rischio è il rifiuto, per rabbia e per sentimenti di inadeguatezza verso se stesso o verso la lingua. I valori simbolici legati all’ortografia devono essere rispettati; nonostante la sua praticità, un sistema di scrittura troppo simile a quello della lingua dominante rischia di non soddisfare le esigenze di differenziazione degli utenti della nuova lingua. Una soluzione può essere introdurre un numero limitato di “Caratteri bandiera” che vengono percepiti come peculiari della lingua. È poi importante osservare che la comunicazione efficace si basa sulla prevedibilità delle forme linguistiche; la frammentazione ortografica al contrario rende difficile la lettura dei testi, perché viene meno questa condizione e anche perché la maggior parte dei parlanti non è abituata a contatti con varietà grafiche differenti. Il risultato della pianificazione non deve essere una varietà unica: è importante che esistano un insieme di forme referenziali che rappresentano uno spazio di comunicazione unitario.

Caso di studio 12: alfabeti del Mediterraneo L’alfabeto arabo è legato all’islamismo, non solo perché è il sistema grafico con cui è scritto il Corano, ma perché molte delle espressioni di arte figurativa sono passate attraverso il lavoro grafico sulle lettere dell’alfabeto e sulle sue legature. Decidere di abbandonare un sistema di scrittura come quello arabo non è privo di conseguenze sul piano simbolico. Uno dei cambi più eclatanti è avvenuto in Turchia negli anni ’20, con la riforma linguistica di Ataturk: l’osmanli, lingua uralo- altaica, veniva scritto in alfabeto arabo, con la riforma della lingua c’è stato un cambio del sistema di scrittura verso un alfabeto di tipo latino. Questo ha comportato scompensi in tutta la popolazione, che si è ritrovata di colpo analfabeta. La riforma tuttavia, da un punto di vista alfabetico, garantisce corrispondenza tra grafia e pronuncia ed è immediatamente comprensibile e facile da apprendere. Ataturk parla di alfabeto turco derivato da quello latino e ricorda la corrispondenza fonetica tra c e ç, che non è stata presa in prestito da nessuna altra lingua. Nel ’60 Malta ha ottenuto l’indipendenza dalla Gb e il maltese ha sostituito l’italiano come lingua ufficiale del paese. Questa lingua è un particolare dialetto dell’arabo. Da secoli i maltesi hanno il maltese come lingua di comunicazione primaria e l’inglese che ricopre ambiti e funzioni di lingua dell’alta cultura e dei rapporti commerciali e internazionali. Pur essendo il maltese una varietà di arabo, per la sua codificazione nella scrittura fu scelto l’alfabeto latino, per motivi religiosi(r.cattolica),sociali(abitudine a leggere l’alfabeto latino) e politici(ribadire l’appartenenza all’Europa). Il maltese è l’unica lingua araba d’Europa, unica scritta in alfabeto latino e scritta oltre all’arabo classico. Dalla scrittura araba a quella latina è passato anche lo swahili, lingua bantu di comunicazione veicolare dell’Africa orientale,nel corso del XIX secolo.  morfologia e sintassi I criteri seguiti nelle attività di pianificazione in Europa sono diversi e vanno dalla modellizzazione di una sola varietà, proposta come standard tetto di tutte le altre(irlandese) alla creazione di una koinè ortografica in cui diverse varietà si possono rispecchiare in un’unica ortografia, alla creazione di un codice ex novo che possa essere sentito come somma di tutti gli altri, all’adozione di uno standard ampio che copra il maggior numero di varianti locali. Se lo standard corrisponde a una variante di atopicamente o diastraticamente determinata sarà la morfologia di questa a fungere da modello per lo standard; se invece lo scritto supporta diverse realizzazioni fonetiche, anche i morfemi possono essere realizzati secondo le diverse varianti locali. La codificazione della sintassi è invece un’attività residuale nell’ambito del corpus planning: a livello sintattico la variazione diatopica e diastatica di una lingua coinvolge un numero minore di tratti e fonemi rispetto a quelle lessicale, morfologica, fonetica. Nel caso in cui nell’area coperta dalla lingua standard vi siano divergenze sintattiche tra le varianti locali e si voglia procedere a una normazione rispettosa delle differenze interne, è utile tenere presente: il principio di maggior diffusione della struttura sintattica da codificare,perché sia considerata normale dalla maggior parte dei parlanti, il principio di regolarità, chiarezza, univocità e trasparenza, che consenta un approccio semplice e logico da parte degli utenti, il criterio di distanzi azione e originalità, che tra le varianti dia preferenza a quelle che più differiscono dalle forme in uso nelle lingue vicine. Caso di studio 13: la morfosintassi del ladino Heinrich Schmid, il creatore del ladin dolomitan sottolinea che nel campo della morfologia è essenziale prestare maggior attenzione a fattori strutturali e all’univocità della funzione e della coerenza del sistema morfologico. Ribadisce poi che tutte le soluzioni che l’analisi linguistica può suggerire devono essere confrontate con l’accettazione o il rifiuto da parte del parlante stesso. Per il plurale dei sostantivi, propone di seguire criteri di maggior diffusione e di regolarità, tralasciando

ogni anomalia o irregolarità che riguardi un singolo idioma di valle. Tra i due criteri è prevalso però quello dell’originalità. Argomento di discussione è la standardizzazione della sintassi. La sintassi contrastiva permetterebbe di individuare l’uso più diffuso di una determinata costruzione, mentre la sintassi comparata metterebbe in evidenza lo sviluppo diacronico delle diverse varietà, mostrando quelle analogie che l’analisi sincronica lascerebbe nascoste. È importante anche porre attenzione a non rendere la nuova lingua troppo schematica e artificiale. Un altro aspetto problematico è la distribuzione pronominale: nelle varietà ladine delle Dolomiti esistono 2 serie di pronomi e nell’uso le varianti settentrionali si differenziano da quelle meridionali, specie nell’uso della reduplicazione. Il ladino ha optato per non standardizzare la reduplicazione; la scelta è dipesa ancora una volta da motivazioni di tipo conservativo e di maggiore “ladinità”e per motivazioni di economia linguistica. Questo fenomeno appare però come evoluzione naturale dell’uso del pronome soggetto diffusosi in epoca recente in altre varietà romanze alpine, tra cui il friulano.  lessico Il livello lessicale è quello più immediatamente a disposizione del parlante e del pianificatore che non abbia una specifica preparazione linguistica. Nella situazione in cui la varietà oggetto di standardizzazione è una lingua locale i problemi sono rappresentati da una parte dall’aspirazione del pianificatore di mantenere la lingua e differenziarla dalla varietà con la quale deve essere coufficiale, e dall’altro, dalla tentazione di modificarla secondo il suo gusto e la sua sensibilità. Nel corpus planning si può parlare solo di proposte. La standardizzazione lessicale dovrebbe servire per procurare forme e possibilità al linguaggio amministrativo. Gli ambiti personali e letterari devono essere lasciati liberi di organizzarsi spontaneamente. Il lavoro sul linguaggio pubblico e amministrativo avrà poi riflessi spontanei sugli altri livelli. Il parlante deve essere rassicurato sul fatto che per lui personalmente potrà continuare a usare la variante che ha sempre sentito come sua o nella quale si sente sicuro. È bene quindi partire da registri amministrativi e settoriali, visto che sono portatori di alto status e a loro sono legate pulsioni identificative in modo e grado molto minore rispetto ad altri settori della lingua(personale, orale). Inoltre è più facile creare nuove coniazioni di linguaggi specialistici. Il lavoro di pianificazione del corpus deve produrre dizionari e liste lessicali e successivamente testi completi. C’è spesso la tendenza di determinare le parole della lingua in formazione ; può essere gratificante sentirsi colui che sceglie le parole da far usare al suo “Popolo” ed è per questo che il lavoro del pianificatore del corpus spetta ad un linguista. Lavorare sul lessico significa delimitare l’ambito semantico dei possibili items lessicali a seconda delle necessità e della percezione della necessità, che gli utenti della lingua hanno di quel frammento di realtà. Per ogni campo di investigazione terminologica è buona norma elaborare un albero concettuale, ossia una strutturazione nozionale dell’area. Questo aiuta a delimitare l’ambito tematico su cui intraprendere il lavoro di elaborazione, controllare la pertinenza dei termini e il grado di completezza dell’area semantica e a distribuire i termini per subaree tematiche. Una volta che il corpus è costituito e se ne è verificata la conformità si deve procede al suo spoglio, in modo tale da riconoscere nei testi che lo compongono dei segmenti linguistici che corrispondono a un concetto o termine e selezionare fra questi quelli che corrispondono a nozioni dell’area di specializzazione, ed inoltre prestare particolare attenzione alla pertinenza dei termini che vengono individuati. Il lavoro di corpus planning riferito al lessico comprende quindi lo spoglio e la catalogazione delle entrate lessicali già esistenti nei corpora della varietà. I processi di creazione neologica si possono distinguere in neologia formale, classificata secondo il tipo di processo messo in atto(derivazione, composizione, prestiti…) , e semantica, attraverso il ricorso a metafora, attuazione di processi di modificazione, creazione di calchi, utilizzo di nomi propri… è fondamentale l’aspetto sociolinguistico nell’accettazione e diffusione dei neologismo, bisogna quindi considerare le caratteristiche sociologiche dell’area: livello di formazione degli utenti, grado di sensibilità linguistica, prestigio sociale e professionale… Caso di studio 14: corso standard Il corso ha ricevuto un riconoscimento ufficiale, ma le difficoltà politiche ed economiche dell’isola rendono lento il processo di implementazione di questo diritto. La lingua che si sta creando vorrebbe essere una forma scritta che accoglie tutte le varianti locali possibili e che si pone in concordanza rispetto alle forme parlate, e di quelle che non hanno uno standard scritto. Lo standard orale del corso è costituito da ciascuna delle varietà parlate già esistenti. Caso di studio 15: rumantsch grischun Il romancio è composto da almeno cinque varietà ufficiali, ognuna con i suoi dialetti. Nell’82 Schmid ha avuto l’incarico di approntare una lingua comune, rumantsch grischun, come codice passivo ufficiale per i rapporti con l’amministrazione cantonale e federale e che fungesse da lingua veicolare tra istituzioni romance di varietà ufficiale diversa.

La grammatica è concepita come minimo comun denominatore tra gli idiomi romanci. Il problema è rappresentato dall’accettazione da parte dei parlanti di una varietà artificiale, vicina alle varianti locali , ma comunque altra. Altra perplessità è il timore che l’inserimento di questa lingua, rumantsch grischun, dotata di alto status e prestigio, può costituire un pericolo per le parlate spontanee, che presentano forti legami di identità locale e religiosa.  standard orale La presenza di uno standard scritto è fondamentale non solo per ragioni di tipo ideologico e di prestigio linguistico, ma anche a fini pratici. Lo standard scritto è un canale comunicativo secondario rispetto al parlato che tende ad esaltare il valore comunicativo del linguaggio. Di uno standard scritto c’è bisogno nell’amministrazione, nella scuola ed è più che giusto pensare che la presenza o la creazione di uno standard scritto, le cui norme siano prevedibili, sia preferibile. La proposta di uno standard orale è un’operazione simbolica, non è una necessità comunicativa, è un plusvalore attribuito alla lingua. La sua introduzione è piuttosto rischiosa visto che il suo rifiuto è totale e si estende ad altri livelli di lingua. Se lo standard sostituisce una forma locale il parlante percepisce la nuova varietà come un attacco e un pericolo per la sua parlata. La presenza di una varietà che possa essere compresa facilmente da tutti può rivelarsi a volte una risorsa per insegnarla come seconda lingua. Il punto è che la presenza o l’elaborazione di uno standard orale non significa che questo debba essere proposto o imposto per l’uso parlato quotidiano. In termini di accettabilità da parte della popolazione si può costruire una scala di ricezione della varietà standard orale che va dall’uso nella pubblica amministrazione, all’insegnamento scolastico, all’uso nei media…il tentativo esplicito di normalizzazione dello standard orale per l’uso privato è invece sempre visto come un’imposizione dall’alto, mal tollerata. E la non accettazione del planning significa non uso.  status, funzione e prestigio Status, funzione e prestigio sono strettamente correlati, poiché di una lingua rappresentano passato, presente e futuro. Il passato si lega al prestigio, ciò che i parlanti ritengono che la lingua sia stata, la sua eredità linguistica, comunicativa e culturale; una lingua con un passato letterario o di codice dei rapporti interregionali o internazionali conserva generalmente un alto prestigio presso i parlanti. La funzione è invece il presente, ossia ciò che con la lingua effettivamente si fa, e lo status rappresenta il futuro, il potenziale della lingua, in virtù della sua posizione ufficiale. Status e prestigio posso divergere, come accade nelle iniziative di ufficializzazione di una lingua nuova. Possedere un alto status per una lingua significa accrescere il proprio prestigio linguistico. Anche status e funzione possono convergere su una stessa varietà( ci sono poi lingue che godono di status e prestigio molto alto, ma che ricoprono in realtà poche funzioni comunicative, come l’irlandese ). Le funzioni che una lingua ricopre dipendono dalla competenza linguistica, che si mantiene con l’uso. È al livello lessicale che viene legata l’implementazione delle funzioni linguistiche; il problema è come acquistare, tramite standardizzazione lessicale, nuovi domini d’uso. Kloss, preoccupandosi delle tappe di sviluppo di una lingua in via di promozione, nota che tra le scelte possibili per cercare di rafforzare la posizione sociale di un idioma, è molto importante il punto dell’accrescimento dell’uso scritto e dei suoi domini di applicazione. Vi è quindi una scala dei domini di applicazione, con diverse tappe e ciascuna con un tipo di produzione tipica (grado preliminare, umorismo semplice,canzoni popolari, grado 1, lirica, grado 2, teatro, fino al 5^, con ricerca originale di grande respiro nei diversi campi del sapere). Non si raggiungono i gradi più alti senza essere passati da quelli intermedi e iniziali. Lo schema si articola ulteriormente in un reticolo a nove caselle, che descrive le condizioni di arrivo e partenza delle lingue. Per ognuno dei tre campi d’applicazione che lo schema considera sono possibili tre gradi di sviluppo. Si considerano ovviamente più sviluppate le funzioni del linguaggio scientifico e tecnologico rispetto a quelle delle materie umanistiche. Non tutte le lingue possono permettersi di occupare il quadrato 9(inglese, francese). Negli ultimi decenni il predominio dell’inglese si sta facendo particolarmente evidente nell’ambito delle pubblicazioni scientifiche. Cap.4 status planning Si intende l’insieme dell’apparato normativo e legislativo volto a rendere effettivi (o ridurre) i diritti linguistici della popolazione. Il diritto linguistico riguarda l’effettiva legislazione linguistica vigente sul territorio, e diritti linguistici, ossia i diritti che i parlanti acquisiscono rispetto alle diverse varietà. L’attuazione e implementazione di questi viene detta language policy, ed è di tipo sociolinguistico. diritto e diritti

Fra i diritti dell’uomo, ultimamente si sta diffondendo l’opinione di includere il diritto del parlante a usare la lingua che preferisce nei rapporti sociali e pubblici. Viene sempre più riconosciuto, se non proprio il diritto al plurilinguismo per elezione, il diritto a poter usare nella vita sociale e nel rapporto con la scuola, la cultura, la giustizia…la lingua che si domina meglio. I diritti linguistici comprendono anche il diritto delle varie comunità a considerarsi come tali, a costituirsi cioè in comunità autonome e creare istituzioni o gruppi riconosciuti come tali e a usare sul proprio territorio la lingua che ritengono opportuna. Nei casi più avanzati questi diritti sono codificati nel diritto linguistico dello stato in cui i parlanti vivono, che regola i rapporti tra i cittadini e lo stato sul piano della lingua. È fondamentale poi distinguere tra personalità e territorialità del diritto linguistico, fra la possibilità teorica di usare la propria lingua su tutto il territorio dello stato e la delimitazione territoriale di un tale uso. Fra gli usi amministrativi, quello che sembra il meno permeabile al plurilinguismo è l’uso giuridico o legale del linguaggio; le legislazioni sono spesso monolingui anche in territori dove è ammessa la compresenza di più varietà ufficiali(Valle d’Aosta, è bilingue italiano-francese, ma l’amministrazione della giustizia è esclusivamente in italiano). La territorialità del diritto linguistico è il regime giuridico linguistico più diffuso, il più adatto alle esigenze di uno stato nazione. Il caso più semplice è quello in cui a uno stato corrisponde una e una sola lingua, una varietà ammessa su tutto il territorio(modello francese). Altrove più lingue sono riconosciute nella stessa entità statale, e assegnate ad essa regioni specifiche: come la Confederazione Elvetica, divisa in regioni linguistiche monolingui, mentre il modello più frequente sembra essere quello di tipo italiano. L’unico esempio europeo moderno di totale personalità del diritto linguistico legalmente codificata era l’Impero austro-ungarico;la popolazione era divisa in comunità nazionali, ognuna con la sua lingua, e queste avevano diritto all’istruzione e alla vita culturale nella propria varietà, indipendentemente dal territorio che si trovassero a occupare. Caso di studio 16: Iugoslavia La Iugoslavia era uno stato federale composto da sei repubbliche federate a ognuna delle quali corrispondeva una nazione titolare. A questa varietà etnica corrispondevano le 3 lingue nazionali: sloveno, serbocroato e macedone. Le altre nazionalità non disponevano di una propria unità amministrativa ed erano distribuite sul territorio iugoslavo in maniera disomogenea. La Bosnia-Erzegovina era composta da croati, serbi e “musulmani”. All’interno di ogni repubblica era in uso solo la lingua del proprio territorio. La Bosnia usava il “serbocroato”, alternando caratteri latini e cirillici. Le comunità di minoranza potevano usare la propria nazionale accanto a quella ufficiale per tutte le funzioni amministrative ed educative a livello locale. La Iugoslavia era divisa per territori monolingui a livello comunale e le minoranze alloglotte all’interno dei comuni avevano diritto a classi di insegnamento nella propria lingua. Il serbocroato tuttavia, come lingua della maggioranza della popolazione, godeva di una posizione di vantaggio. Dopo la disgregazione della Iugoslavia nei primi anni ’90 e la nascita di 3 diversi stati si è verificata la necessità di agire con politiche incisive di corpus planning affichè ciò che una volta era la lingua in comune acquisisse l’aspetto esterno di 3 lingue differenziate e indipendenti l’una dall’altra. Già nel 1700, serbo e croato erano già distanti: il serbo si presentava monolitico e arcaizzante, fedele alla tradizione slavo-ecclesiastica, il croato accettava invece più elementi stranieri. Dal momento della standardizzazione linguistica ottocentesca, il serbo si modernizza e il croato si avvicina allo standard dialettale del serbo. Le differenze tra le tre lingue standard attuali sono esigue e non pregiudicano per nulla la comunicazione, oppure si rileva qualche differenza lessicale. Tutte le scelta linguistiche “diverse” tipiche del serbo sono possibili anche nel croato e viceversa. Tutte le scelte linguistiche “diverse” tipiche del serbo sono possibili anche nel croato e viceversa. I diversi dialetti sono tagliati e ricuciti insieme in modo arbitrario nelle lingue nazionali, la cui divisione politica non rispetta quella linguistico-dialettologica. Le lingue nazionali sono tutte e tre basate sullo stesso dialetto, lo stokavo, e le loro differenze sono di tipo indotto.  legislazioni linguistiche i vari sistemi giuridici manifestano gradi differenti di attenzione alla realtà linguistica del territorio cui si riferiscono: dall’assenza di qualunque menzione nel corpus, ad un ricco e completo corpus che regola la lingua ad ogni livello. La non regolamentazione giuridica della realtà linguistica non significa effettivo disinteresse per il problema, poiché delegando la fissazione dei rapporti fra i codici alle abitudini sociali e ai rapporti di forza si costituisce di per sé una precisa politica linguistica. Ad esempio nel caso della Svizzera, pur avendo quattro lingue ufficiali, ha solo due articoli della Costituzione federale che fanno riferimento alle lingue. Anche il diritto linguistico esplicito spesso produce una gerarchizzazione sociale e politica delle lingue, anche attraverso una particolare scala di denominazioni, che vanno da “lingua nazionale” a “lingue minoritarie”. 1. LINGUA NAZIONALE: è la lingua della nazione costitutiva dello stato; ha maggiore valore simbolico per

volere delle istituzioni. 2. LINGUA UFFICIALE: lingue a cui viene intenzionalmente attribuito un valore essenziale di lingua veicolare di comunicazione, a prescindere dai valori simbolici e identificativi. La lingua ovviamente può essere allo stesso tempo ufficiale e nazionale. Se in uno stato vi sono più lingue ufficiali, si definiscono “coufficiali”. 3. LINGUA LEGISLATIVA: varietà che deve essere usata dalla pubblica amministrazione nella formulazione delle leggi. È una definizione puramente tecnica, che non conferisce alla lingua oggetto alcuna preminenza né ideologica né di status e non obbliga i cittadini ad avere con essa un rapporto specifico. –langue administrative, codici con cui i cittadini possono avere rapporti con le istituzioni e con la pubblica amministrazione e nei quali hanno diritto ad avere risposta. 4. LINGUA PROPRIA: lingua a cui è legato un forte valore simbolico in un’entità regionale che non essendo considerata nazione non può avere una lingua nazionale; sta a lingua nazionale come etnia sta a nazione. 5. LINGUA REGIONALE: lingua autoctone che hanno alcuni diritti nell’educazione. Compare anche nella Carta europea, dove definisce la lingua parlata dai cittadini di uno stato in numero inferiore al rimanente della popolazione e in genere radicata in parti specifiche del territorio dello stato. 6. LINGUA MINORITARIA: spesso viene utilizzata come scorciatoia per non dover distinguere in maniera più precisa fra i codici linguistici presenti sul territorio, ma allo stesso tempo segnare la distanza rispetto alla lingua nazionale. È una lingua che ha meno diritti rispetto alla lingua nazionale o ufficiale e se le viene data attenzione, lo si deve a un intento conservativo o rivitalizzante, mai sull’effettivo lavoro per accrescerne le potenzialità comunicative. In alcuni casi le lingue nazionali o ufficiali hanno una considerazione sociale che non corrisponde allo status legale, come nel caso dell’irlandese, del lussemburghese, dello svedese, del romancio e dell’arumeno in Grecia. Bisogna poi distinguere tra lingue minoritarie e lingue in situazione di minoranza: le prime hanno un livello sociolinguistico più basso della lingua dominante e hanno meno status giuridico, le altre possono anche avere grande diffusione internazionale, ma sono in oggettiva minoranza demografica o legislativa all’interno di uno stato. Spesso vengono definite “lingue meno diffuse”, una forma di politically correct per indicare le lingue di minoranza che necessitano di un particolare sostegno e tutela. Con l’entrata in vigore della Carta europea per le lingue regionali e minoritarie del ’92, i diritti delle lingue minoritarie hanno cominciato a essere riconosciuti come categoria a sé, svincolati dal concetto di popolazione in minoranza. Caso di studio 17: Catalogna e Finlandia armonia e conflitto Finlandia: la peculiarità del paese scandinavo è quella di aver istituzionalizzato fin dalla sua fondazione nel 1917 la sua situazione diglottica, trasformandola in bilinguismo. Dal XX secolo, l’unica lingua ufficiale della Finlandia è lo svedese; il finnico era semplicemente considerato una varietà bassa, con uno status di lingua scritta incerto e con un impiego nel campo della letteratura limitato. Nel ’19 era chiaro che lo svedese poteva essere la lingua ufficiale della nuova Repubblica in quanto lingua dell’amministrazione precedente, ed anche il finnico, in quanto lingua parlata e identificativa della maggioranza della popolazione. Lo svedese oggi viene considerato la lingua di minoranza della Finlandia. La costituzione finlandese basa la sua legislazione linguistica sul principio della totale uguaglianza tra le lingue ufficiali, finnico e svedese sono le lingue ufficiali della Repubblica. La legge sulla lingua è stata approvata nel ’21 ed emendata nel ’35, ’71, ’75 e 2000. A questa si aggiunge la legge sull’uso del lappone nei rapporti con l’amministrazione pubblica del ’91. Il principio di uguaglianza viene applicato anche nell’amministrazione locale; svedese e finnico devono essere utilizzati in tutti gli uffici pubblici dipendenti dallo stato secondo la lingua di chi ne usufruisce. A livello locale, la lingua ufficiale di ogni comune o di ogni unità amministrativa inferiore al comune è stabilita a quella della maggioranza della popolazione risiedente. È compito del governo determinare ogni dieci anni quali sono i territori di lingua ufficiale finlandese, svedese o bilingui. La legge stabilisce anche la “lingua ufficiale interna”, ossia la lingua di lavoro delle autorità usata negli atti non destinati al pubblico. I membri eletti al Parlamento possono esprimersi nella lingua che preferiscono ed eventualmente richiedere una breve traduzione. Tutti i servizi e le agenzie che dipendono dallo stato o dalle amministrazioni locali utilizzano come lingue amministrative quello del territorio sul quale si trovano. Anche nei tribunali e in genere nell’amministrazione della giustizia le lingue ufficiali di ogni ente sono quelle dei comuni che a questi fanno riferimento. Le due lingue ufficiali godono degli stessi diritti anche in campo educativo e ricevono lo stesso aiuto logistico e finanziario da parte dello stato. Ogni amministrazione comunale deve approntare scuole nella lingua di minoranza quando ci siano almeno 13 alunni i cui genitori ne facciano richiesta. Ogni cittadino ha diritto a ricevere l’educazione nella sua lingua materna; ciò accade anche a livello universitario. Anche nella toponomastica vi è una denominazione finlandese per

le zone monolingui finlandesi, una svedese per le zone svedesi e una in entrambe le lingue per i territori bilingui. Lo stato inoltre ha tre compagnie televisive, due in finlandese e una in svedese; ciascuna delle due comunità ha una propria cultura vivace indipendente. La legge sull’uso della lingua lappone nell’amministrazione pubblica stabilisce che essa abbia gli stessi diritti dello svedese e definisce lappone ogni persona che si consideri tale. Inoltre identifica come territorio proprio dei lapponi le 3 comunità più a nord del territorio dello stato e una parte di un comune limitrofo. Per il corpus planning del lappone, le sue varianti si estendono su territori semispopolati di 4 paesi differenti: Finlandia, Svezia, Norvegia e Russia. La situazione dell’educazione sancisce e promuove l’esistenza di due società parallele diverse per lingua, ognuna delle quali con le proprie istituzioni culturali. Questa politica di totale parità fra i due gruppi ha di fatto penalizzato la comunità di lingua svedese, che demograficamente, in condizione di minoranza, si è più che dimezzata nell’ultimo secolo. Catalogna: la lingua catalana moderna è quella codificata agli inizi del XX secolo da Pompeu Fabra. Il lavoro sul corpus si è incentrato sul lessico, con una modernizzazione e una creazione e diffusione di lessico specializzato. Essendo il catalano lo standard ufficiale di altre due comunità autonome, la Comunità Valenciana e le Baleari, lo standard scritto ammette qualche variante morfologica e in particolare lessicale . Il catalano riacquista status di ufficialità nel ’78 con la Costituzione spagnola approvata. La legge fondamentale della Spagna, unica fra quelle europee, prevede l’obbligatorietà della conoscenza del castigliano. Lo stesso articolo riconosce alle comunità autonome pieni poteri nelle questioni linguistiche, amministrative e scolastiche, salvo il mantenimento dello spagnolo accanto alle varietà locali come lingua dell’amministrazione. La Spagna conta sei comunità autonome bilingui, nelle quali vive più di ¼ della popolazione dell’interno paese: Galizia, Comunità autonoma basca- Navarra, comunità valenciana, Baleari e Catalogna. La redazione ambivalente dell’articolo 3 della Costituzione delinea una situazione di mescolanza tra diritto linguistico personale e territoriale: nelle comunità autonome bilingui il diritto linguistico è personale, fuori dalle comunità bilingui ha valore solo lo spagnolo ufficiale. La legge di normalizzazione linguistica è stata approvata nel ’79 e aggiornata nel ’98 basa i suoi principi teorici anche sullo statuto di autonomia della Catalogna che definisce il catalano lingua propria della regione e delle istituzioni che da essa dipendono. Lo spagnolo ha validità in tutti gli atti dell’amministrazione senza che le amministrazioni stesse siano obbligate a usare sempre e solo questa lingua. Nella regione autonoma ogni cittadino ha diritto a relazionarsi nella lingua che preferisce sia con i dipendenti dell’amministrazione regionale o locale sia con quelli dello stesso. La legislazione attualmente in vigore prevede invece che tutto il personale dell’amministrazione pubblica conosca le due lingue ufficiali. Per quanto riguarda invece atti e delibere delle amministrazioni locali all’interno della regione autonoma, la legge sancisce l’ufficialità dei testi in catalano. Nei servizi si nota una preferenza per il catalano da parte degli enti che fanno capo alla regione e per lo spagnolo da parte di quelli di ambito statale. In tutti i gradi dell’amministrazione della giustizia possono essere usate entrambe le lingue ufficiali e ai cittadini non può essere richiesto nessun tipo di traduzione. In realtà tuttavia l’uso del catalano è minoritario, poiché si nota una chiara dipendenza dell’apparato giuridico dallo stato centrale. Il catalano è lingua dell’insegnamento a tutti i livelli; la normativa prevede inoltre che il numero di ore di lezione in cui il catalano funge da lingua veicolare sia uguale o superiore a quelle in cui lo è lo spagnolo. A livello di insegnamento superiore, sia studenti che insegnanti hanno diritto ad esprimersi nella lingua che preferiscono, negli atti formali e in quelli informali. Il catalano è inoltre lingua amministrativa di tutte le scuole pubbliche della regione. Tutti i toponimi della Catalogna hanno come unica forma ufficiale quella catalana. Al di fuori degli ambiti della Generalitat, è possibile che le vecchie denominazioni castigliane siano ancora in uso. La legge stabilisce anche che è compito della Generalitat promuovere e sovvenzionare ogni tipo di mezzo di comunicazione o manifestazione culturale che faccia uso del catalano. Per quanto riguarda le minoranze, come la Svizzera ha riconosciuto come lingua nazionale e poi ufficiale il romancio, Il Belgio riconosce pieni diritti culturali e linguistici alla comunità germanofona, e in Alto Adige gode di ufficialità la comunità ladina, così in Catalogna sono state incluse le piccole minoranze. L’art.28 della legge di normalizzazione linguistica riconosce l’aranese, unica varietà di occitano pienamente riconosciuta come lingua propria della Val d’Aran e sancisce il diritto degli aranesi a conoscere e usare la propria lingua in tutti i rapporti con l’amministrazione pubblica all’interno del territorio della comarca. Per quanto riguarda l’educazione è garantito l’insegnamento in aranese e il suo uso in tutti gli istituti scolastici della valle. Vi è spesso conflittualità tra Generalitat e governo centrale spagnolo, specialmente in ambito linguistico e culturale, per quanto riguarda il sistema educativo catalano. La comunità ha ottenuto da Madrid una totale autonomia nel campo dell’educazione e ha fatto della scuola il suo principale strumento di integrazione culturale. Il sistema educativo tuttavia

non vuole sostituire lo spagnolo con il catalano. Piuttosto si tende ad aggiungerlo al repertorio linguistico della popolazione che già conosce lo spagnolo limitando il suo status a quello di prima lingua straniera. la scuola Luogo fondamentale della vita linguistica, in cui si trasmette il sapere codificato di una certa società in modo da preparare cittadini consapevoli e pronti ad affrontare richieste sempre più complesse. Una delle attività di pianificazione più delicata è la regolamentazione della lingua della scuola. La maggior parte dei programmi di rivitalizzazione linguistica e culturale progettati in Europa hanno previsto che le attività di sostegno alla lingua e quelle di recupero culturale fossero coincidenti; tuttavia il prestigio della varietà, come il suo uso si è indebolito (caso dell’irlandese). Questo legame tra lingua e cultura tradizionale identifica la lingua oggetto di rivitalizzazione con una visione del mondo e un sistema di valori superato che viene spesso rifiutato a livello inconscio. La lingua target deve ricoprirsi di significati positivi e di valenze innovative e deve essere sentita utile nel mondo del lavoro e dell’economia. Il punto fondamentale sembra essere la distinzione tra lingua come fine e come mezzo: tra insegnamento che ha come scopo la conoscenza della parlata locale e un percorso formativo completo che la utilizza per veicolare informazioni, nuove, utili, adatte alla società, i cui discendenti si troveranno a vivere. Un ulteriore prova di normalità e indice di prestigio linguistico è l’uso della lingua target anche nell’amministrazione della scuola. Questo porta a conseguenze sul piano dell’organizzazione del corpus e sul piano dello status e della percezione linguistica presso la comunità. Bisogna che la comunità accetti il fatto che almeno il codice usato per la scuola e gli usi istituzionali si una lingua “brutta”, non “pura”. In Europa almeno le strutture scolastiche centrali sono generalmente forti ed efficienti: dunque la repentina sostituzione di un sistema percepito come funzionante con un altro di cui non si conosce il rendimento può causare malcontento e apprensione in coloro che risiedono sul territorio senza appartenere alla comunità di minoranza o che sono ideologicamente meno determinati. Caso di studio 18: scuole del continente Francia: ultimamente ha intrapreso qualche azione di tutela e valorizzazione delle numerosissime varietà tradizionali di minoranza sparse sul territorio. Le langues regionales sono diventate materie di insegnamento facoltative nelle scuole primarie(ora di alsaziano, guascone, fiammingo…). La situazione delle varietà germaniche dell’Alsazia e della Lorena è differente, poiché negli ultimi secoli questa regione è stata sottoposta a governi francesi e germanici e ciò ha prodotto una situazione di effettivo mistilinguismo, che ha rafforzato l’uso dell’alsaziano e del lorenese come varietà non marcate in contrapposizione a una varietà alta in mutazione frequente. Lussemburgo: qui sono riconosciute il francese, il tedesco e il lussemburghese, che dall’87 è considerato lingua nazionale. Il plurilinguismo amministrativo è totale. Il francese è preferito come lingua scritta della cultura accademica, tribunali e in genere nell’ambito legislativo, mentre il tedesco è la lingua della religione, del commercio e la varietà scritta preferita delle classi medio-basse. Il sistema educativo è basato su criteri di progressione e la volontà di tramandare i valori della comunità non si esaurisce con il solo insegnamento della lingua. I paesi Baschi spagnoli: il modello basco si divide in 3 percorsi paralleli: scuola di tipo A, con lingua spagnola e obbligo di studio del basco come l2, B con basco-spagnolo e D, in lingua basca con spagnolo con l2. In via transitoria è esistita la scuola di tipo X, monolingue spagnola, poi abbandonata. Ciò è stato fatto per non sconcertare la grande parte di popolazione che si riconosceva nel basco. Il vantaggio di un modello simile sta nella gradualità dell’introduzione di nuovi soggetti di insegnamento o nuovi mezzi, come le lingue di insegnamento. Tuttavia il livello garantito dell’insegnamento è piuttosto basso e si finisce così con lo svilire tutta l’operazione di language planning, allontanando utenti dalla scuola e cultura che si vuole promuovere. Norvegia: nelle comunicazioni orali durante le lezioni gli alunni possono usare le varietà di lingua che parlano a casa e l’insegnante deve, nelle scelte lessicali e nei modi di espressione avere riguardo verso le varianti parlate dagli allievi. È compito degli insegnanti dare agli alunni una buona padronanza e conoscenza della lingua principale e sviluppare in loro un atteggiamento tollerante verso la diversità linguistica. Nel primo stadio di insegnamento della scrittura e lettura, il lavoro viene svolto solo nella lingua di socializzazione primaria dell’alunno; e poi l’insegnante a sviluppare la riflessione metalinguistica dei bambini attraverso giochi ed esercizi orali, che diventa poi il punto di riferimento per l’insegnamento della lingua scritta o letteraria. Negli ultimi anni molti insegnanti hanno preferito usare un sistema di lettura e scrittura LTG(lettura partendo dal parlato), che pone l’alunno e non il testo al centro del processo di insegnamento . questo metodo però non richiede la correzione degli errori di ortografia da parte degli insegnanti . Così lo scopo è far capire agli alunni che esiste un rapporto tra lettere scritte e suoni del parlato. Successivamente si fanno notare ai bambini le differenze tra

lingua parlata e scritta. Poi vengono fatti studiare sistematicamente tutti i tipi di variazione della lingua norvegese. Un’opzione di tipo norvegese consente di mantenere le diverse varianti territoriali e sociali che dovrebbe essere scopo primario di una politica linguistica volta al multilinguismo. La situazione in Norvegia non è però riproducibile senza variazioni nella maggior parte delle situazioni europee di multilinguismo, dove una varietà ufficiale deve essere inclusa nella lista delle lingue veicolari. Una situazione simile anche se non ufficializzata si ritrova nelle scuole dei Cantoni di lingua tedesca in Svizzera. Scuola ladina: l’area del ladino dolomitico, divisa tra Bolzano, Trento e Belluno, vede tre tipi di ordinamento scolastico diverso. Con la riforma voluta dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria, l’obbligo scolastico si è generalizzato a partire dal 1774; l’insegnamento in area ladina avveniva in tedesco, mentre il ladino era usata come lingua d’appoggio. Dopo la prima guerra mondiale, le scuole vennero integrate nel sistema italiano: gli insegnanti locali furono sostituiti da insegnanti provenienti da altre regioni d’Italia e tedesco e ladino vennero banditi dalla scuola. Dal ’43, il tedesco ritornò ad essere lingua dell’educazione nelle scuse di Gardena e Badia e gli insegnanti vennero reclutati tra la popolazione ladina. Nel’ 48 benne inserito il sistema ladino “paritetico”, in cui italiano e tedesco hanno gli stessi diritti nel caso dell’educazione. Con l’introduzione della scuola media dell’obbligo vengono istituite due scuole medie ladine; con un secondo Statuto d’autonomia nel ’72, i ladini della provincia di Bolzano, ottennero un’amministrazione scolastica autonoma e la nomina di un intendente scolastico ladino. Con la legge del ’95 è stata introdotta un’ora settimanale di insegnamento del ladino anche nelle scuole secondarie di secondo grado delle località ladine. Oggi nelle due valli ladine della provincia di Bolzano esistono 16 scuole elementari, le materie d’insegnamento sono ladino, italiano,tedesco,aritmetica,storia…nelle materie diverse dalle lingue, l’insegnamento è proposto in modo alterno in lingua italiana o tedesca. L’esame di stato a conclusione dei 5 anni prevede prove scritte e orali nelle lingue d’insegnamento e un colloquio trilingue. Il ladino è previsto come “lingua d’appoggio” anche nelle scuole secondarie delle località, ma in pratica il tedesco e l’italiano sono lingue veicolari quasi esclusive delle lezioni. Si cerca quindi di creare ima scuola che sia strumento di promozione culturale e sociale della popolazione delle località ladine e strumento per assicurare l’acculturazione necessaria a chi vive in ambito plurilingue, garantendo uguale conoscenza dell’italiano e del tedesco, oltre al mantenimento del ladino come lingua dell’identificazione etnica e della socializzazione primaria.  mescolanze di sistemi Anche il sistema educativo può essere basato su principi di territorialità o di personalità, si rendono tuttavia incroci dei due principi che nella pratica sono soggetti a sovrapposizioni, per l’esigenza di equilibrare i due sistemi in modo da assicurare alla popolazione ampi diritti e per la volontà di contenere il più possibile istanze separatiste o rivendicazioni etnico- linguistiche o nazionaliste di aree marginali dell’entità statale. Una mescolanza di diritti negativa è quella in cui in uno stato monolingue sono riconosciuti i diritti linguistici di alcune popolazioni di minoranza limitatamente al territorio in cui vivono, mentre il gruppo di maggioranza gode dei suoi diritti linguistico-culturali su tutto il territorio dello stato. Le minoranze quindi sono protette solo nei loro territori storici. La mescolanza “positiva” è rappresentata dalla Finlandia, in cui le lingue nazionali si ripartiscono il territorio secondo criteri demografici, dove il diritto alla scelta della lingua dell’educazione è garantito su tutto il territorio dello stato. Una mescolanza di tipo negativo vigeva invece in Unione Sovietica dove alla presenza garantita del russo nell’amministrazione e nell’educazione su tutto il territorio faceva riscontro l’istituzione di scuole nazionali e di amministrazioni locali bi-plurilingui sono nelle repubbliche federate, nelle repubbliche autonome e nei distretti autonomi corrispondenti ai gruppi nazionali diversi da quello russo. Caso di studio 19: Belgio e bilinguismo territoriale negativo Con la prima costituzione del paese nel 1831, il francese diviene l’unica lingua ufficiale del nuovo stato, e l’affermazione del fiammingo come lingua di uso dell’amministrazione si deve a una ristretta cerchia di intellettuali fiamminghi, che riuscirono nel progetto di parità amministrativa fra le due lingue nel 1873. Sono nel 1898 il fiammingo raggiunse lo status di lingua nazionale accanto al francese. Oggi il Belgio è uno stato federale composto da 3 unità federate: Fiandre, Vallonia e la regione di Bruxelles Capital/Brussel-Hoofdstadlijke genie. Le tre lingue ufficiali sono il nederlandese, il francese e il tedesco. L’uso amministrativo delle lingue segue un principio territoriale puro e divide il territorio in 4 aree linguistiche, una fiamminga, una francese, una tedesca e una bilingue francese-fiammingo, all’interno delle quali il monolinguismo è totale. In un numero limitato di comuni a nord e a sud del confine linguistico francese-fiammingo è possibile istituire scuole nell’altra lingua. Le comunità nazionali gestiscono i sistemi educativi ma hanno il diritto di farlo solo all’interno dei territori cui corrispondono, perciò l’uso della lingua da parte dei cittadini dipende dal territorio in cui si trovano. Per

semplificare l’opera di corpus planning del fiammingo si è stabilito come norma ufficiale per lo scritto la norma del nederlandese dei Paesi Bassi. Cap.5 Acquisition planning

 basi dell’acquisition planning Insieme di interventi pubblici che mirano ad aumentare il numero degli utenti potenziali di una lingua. Le operazioni sono molto delicate, in quanto il parlante ha spesso una precisa percezione dei rapporti tra codici che usa o con cui è a contatto, e chi vive in una comunità sociale sa che le varietà con le quali viene a contatto sono differenziate su più piani: a) Politico: le lingue hanno status giuridici e posizioni geopolitiche differenti, b) Economico: strettamente collegato alla differenza di status politico, il prestigio economico di una lingua è sempre fortemente sentito dal parlante ed è causa di cambi di lingua e di atteggiamenti anche molto vistosi. c) Estetico: è und dato di fatto che per i parlanti esistano lingue “belle” e “brutte”; in genere la mia micro varietà tende a essere bella, al contrario di quella dei paesi o gruppi sociali a me più vicini, d) Identificativo: le dinamiche di identificazione primaria sono legate ad altri fattori che non il potere politico ed economico, avvicinandosi alle motivazioni estetiche. Per motivi di prestigio cosiddetto coperto, il parlante si sente legato alla propria varietà perché non è prestigiosa, ma perché non è standard, ed è socio linguisticamente un dialetto. L’acquisition planning tratta della consapevole alterazione di questi rapporti fra i codici. Data la potente funzione simbolica della lingua, non sempre quello che i parlanti credono di volere in modo razionale riguardo alla loro situazione linguistica corrisponde a quello che poi vogliono dal punto di vista emozionale. Inoltre spesso il desiderio attivo di cambiare i rapporti tra codici è sentito solo da una minoranza non rappresentativa e atipica rispetto alla maggioranza della popolazione interessata al cambio linguistico. Caso di studio 20: due lingue, una nazione: Irlanda È un chiaro esempio delle comunità in cui si va a creare una discrasia fra valori”sentimentali” del linguaggio, e valori “pratici”, che finiscono col prevalere. L’irlandese doveva essere la lingua dello stato e quella principale nell’uso, ma era confinata in poche aree rurali. Fin dalla metà del XIX secolo, un gruppo di intellettuali anglofoni era stato attivo nella rivitalizzazione dell’irlandese come parte integrante del tentativo di ricreare un’ideologia etnica che avrebbe ridato dignità e status sociale alla popolazione irlandese. Questo causò problemi di corpus planning dal momento che la lingua letteraria era all’inizio del secolo sensibilmente diversa da quella parlata. Nel ’45 venne pubblicato l’official standard of irish spelling, lo standard scritto è basato sulla varietà di Cois Fhairrghe nella contea di Gaillimh/Galway. Il declino dell’irlandese è dovuto più a una sorta di “suicidio linguistico”; il prestigio economico e politico dei due codici dell’isola ha fatto sì che nel corso dei due secoli i parlanti delle varietà celtiche irlandesi non le abbiano più ritenute economicamente e socialmente vantaggiose. La lingua di comunicazione d’Irlanda diventò dunque l’inglese e l’irlandese rimase all’interno del repertorio come varietà simbolica potenziale. Il desiderio attivo di invertire questa deriva linguistica è sentito spesso solo da una minoranza della popolazione economicamente soddisfatta che si è riappropriata della lingua tradizionale per questioni ideologiche. Questi programmi di rivitalizzazione hanno portato ad un incremento delle persone che conoscono la lingua target, ma non al suo uso effettivo. Con la parziale eccezione di poche aree isolate, la lingua di socializzazione ed esclusiva di tutti i rapporti familiari ed extrafamiliari è l’inglese. La quasi totalità della popolazione può essere definita “irlandesizzata”, ma l’uso della lingua a ogni livello è molto scarso,e confinato in zone povere e rurali. Dunque in assenza di una politica di sostenimento, è prevedibile la morte della lingua minoritaria. Si è deciso allora di puntare sulle potenzialità economiche della lingua minacciata e non sui valori “sentimentali”. È un’operazione di promozione linguistica diretta, volta ad alterare gli atteggiamenti di parlanti e non parlanti in modo positivo verso la lingua di minoranza, cercando di incrementarne il numero. È importante anche che la volontà di promozione linguistica non sia completamente esplicita, ma che provochi una situazione per cui la rivitalizzazione linguistica è una conseguenza dell’operazione e non un suo fine dichiarato. Il progetto Gallimh le Caeilge è finalizzato ad una promozione diretta che si tiene lontana da affermazioni esplicite di principio o presupposizioni di tipo morale, con l’obiettivo di mostrare che l’irlandese è conveniente. Galway è una città completamente anglicizzata e la sua influenza sull’area su cui si parla irlandese è piuttosto negativa. Lo scopo del progetto è quindi quello di riposizionare la città di Galway facendola diventare la prima città bilingue d’Irlanda, sviluppandone il suo potere di attrazione nei confronti di potenziali visitatori. È stato presentato come un’iniziativa di tipo economico, nella convinzione che uomini d’affari e commercianti potessero

sfruttarne il massimo di efficacia nei rapporti interpersonali. Se la lingua di minoranza è presente sul mercato diventa subito associata alla modernità così come viene socialmente definita. Il progetto non si basa sulla persuasione degli attori in gioco, ma si è semplicemente fatto notare agli operatori economici che l’irlandese poteva essere un ottimo sponsor per la città. L’argomento principale di persuasione si basava sulle potenzialità di vendita che le lingue celtiche rappresentano attualmente per la società occidentale. L’idea era quella di sviluppare l’economia e il commercio della città attraverso la sua nuova immagine di Mecca of the Celts. La presenza dell’irlandese avrebbe quindi portato benefici economici e sociali. Le prime valutazioni in termini costi-benefici si sono mostrate incoraggianti. Catherine wheel model Le attività di acquisition planning sono variamente strutturate e si rivolgono a settori diversi della società; si possono classificare in 3 gruppi principali:

1. miglioramento della competenza linguistica e comunicativa dei parlanti la Lx(lingua da pianificare), 2. aumento del prestigio della Lx, 3. sviluppo dell’uso sociale e interpersonale della Lx.

È necessario migliorare la competenza generale della Lx, per dar modo ai parlanti di usarla in tutti gli ambiti possibili. Se necessario deve comprendere anche politiche di alfabetizzazione e riattivazione della competenza attiva e passiva dei semiparlanti. Questo perché nessuna attività di pianificazione linguistica è possibile se la lingua non esiste più. Una politica di aumento di prestigio della lingua dovrebbe favorire la creazione di posti di lavoro in cui la Lx sia necessaria alla presenza e domanda di prodotti e servizi nella lingua stessa. Tutto ciò è esemplificato nel diagramma di Strubell, conosciuto come Catherine wheel model. Il principio fondamentale è che esiste una relazione funzionale tra la competenza di una lingua, il suo uso sociale, la presenza e la domanda di prodotti nella lingua e la motivazione ad apprenderla e usarla, fattori che accrescono la competenza, l’uso e il prestigio della lingua. Lo scopo è quindi quello di intervenire in un punto qualsiasi del modello circolare in modo che il rafforzamento consecutivo di ognuno dei punti rappresentati causi la messa in moto e la rotazione continua della ruota. La rotazione positiva della ruota di una lingua potrebbe causare la rotazione negativa per la lingua in contatto. Se le persone competenti in una lingua aumentano anche il numero di persone che la usa comunemente può aumentare, e se il numero di utenti della lingua aumenta, aumenta anche la richiesta di prodotti e servizi in questa. Se la domanda aumenta dovrebbe crescere anche l’offerta e il consumo di prodotti e servizi nella lingua. L’utilità della lingua può incentivare l’interesse verso il suo studio e il suo apprendimento. Il fatto di apprenderla, e qui si chiude il circolo, aumenta il numero delle persone competenti nella lingua. I fattori esterni possono interferire profondamente sul funzionamento del ciclo fino ad arrestarlo completamente. Insegnare una lingua a una popolazione perché diventi mezzo diffuso di comunicazione non significa dare nozioni grammaticali e lessicali, ma convincere la popolazione a volerla studiare e poi insegnare quali sono le regole sociali che ne governano l’uso. E se queste regole hanno dei risvolti negativi verso la Lx, sarà compito dell’educatore cercare di modificare le regole sociali. Questo vale soprattutto nelle situazioni di dilalia in cui la Lh(varietà alta)può essere usata in tutti i contesti, mentre la L1(varietà bassa)ha degli ambiti molto ristretti: educare alla lingua significa delimitare socialmente con precisione gli ambiti delle due varietà e questo può funzionare solo se la Lx è ancora parlata da una parte rilevante della popolazione. Una volta garantito l’uso sociale della varietà non è sicuro che la popolazione richieda prodotti e servizi in questa: in situazioni di diglossia stabile, accade che l’ambito nel quale rientrano i prodotti spesso non appartenga a quello della Lx. In casi come questi la Lx e Ly(lingua dominante), convivono senza che nessuna delle due rischi di perdersi(es. Svizzera tedesca, schwyzertutsch). In catalano le attività di acquisition planning sono note come normalitzaciò linguistica e fanno riferimento agli sforzi del governo autonomo tesi a rendere normale l’uso del catalano nella società catalana. Caso di studio 21: la Norma L’esperienza catalana è interessante per una proposta di acquisition planning basata sul corpus e sullo status planning; si è basata sull’immagine di una ragazzina, Norma, che negli spot parla “normalmente” catalano in tutte le situazioni, promuovendo un uso”normale”. L’opera di status planning, mostrava la possibilità sociale del catalano di essere usato a qualsiasi livello, e allo stesso tempo di corpus planning, poiché cercava di rivitalizzare il lessico autoctono ormai uscito dall’uso. Una tale operazione forzatamente direttiva, che fa leva su motivi di persuasione di tipo morale, è pensabile e può avere successo solo in un contesto politico-culturale fortemente ideologizzato(catalano=progresso, democrazia).  perché la pianificazione?

La maggior parte delle operazioni di language planning è costruita intorno a un fine conservativo; la paura della perdita di identità della popolazione di minoranza scatena questo processi di riappropriazione di miti e costumi e allo stesso tempo limitare gli accessi dall’esterno. Le comunità che intraprendono una pianificazione linguistica di tipo conservatore sembra vogliano una lingua che le identifichi come diverse. Il lavoro sul prestigio della lingua minacciata è rivolto verso il recupero di una lingua arcaica nei confronti delle generazioni di giovani che non la vogliono più parlare(es.islandese). Più raramente sono fini espansivi: in questi casi vi è un meccanismo di democratizzazione, volto a rendere disponibile agli altri la propria lingua. Perché una lingua disponibile ad altri è una lingua di prestigio, ed ha riflessi sulla percezione della comunità: la lingua che altri vogliono imparare è una lingua che vale la pena di parlare e tramandare. Così si tratta di un language planning di proposta della lingua, di offerta. Del tutto contrario al voler “salvare la lingua della nonna”, che significa invece confondere funzione comunicativa e simbolica. Non è possibile salvarla e ciò potrebbe rappresentare un rischio di allontanamento dei parlanti nei confronti della politica linguistica percepita come inutile e superficiale. In altri casi ancora la lingua riformata o pianificata è criticata dai parlanti e vista come estranea. Bisogna anche notare che il purismo legato alla propria varietà non ha nulla a che fare con la convinzione che questa lingua possa essere dotata di prestigio esterno: uno dei criteri con cui si può distinguere se il parlante concepisce la propria varietà a livello di lingua o dialetto è il minore o maggiore grado di attenzione puristica che le riserva. La lingua rivitalizzata deve essere lo strumento per espandersi e partecipare alla società moderna, e bisogna scegliere quali valori si vogliono trasmettere con la varietà ufficiale. In molti casi una politica di planning che mira a stabilizzare la diglossia può essere una scelta corretta specie nella lunga fase iniziale. Le politiche di acquisition planning possono essere: -tipo “società nazionale monolingue”,ha come scopo primario quello di diffondere la lingua nazionale in modo che essa venga usata in tutti gli ambiti scritti e orali della società, può nel migliore dei casi tollerare l’esistenza marginale di altre varietà, -“tipo società nazionale aperta”,vuole far accedere la Lx a tutti i livelli della vita sociale e amministrativa, senza negare ai cittadini l’accesso e l’uso della precedente lingua dominante, -tipo “società diglottica”,la politica di acquisition planning rafforza la posizione di ognuna delle lingue in compresenza, delimitandone le sfere d’uso sociale; è un modello di pianificazione linguistica che mira a rafforzare la Lh dalle funzioni che tradizionalmente le sono proprie. -tipo “società parallele”, auspicabile in territori dove vi sono due o più comunità linguistiche in compresenza e in cui una sola lingua è dominante; ha lo scopo di equilibrare i rapporti sociolinguistici tra i codici e fare in modo che il gruppo linguistico in situazione di dilalia o diglossia la trasformi in bilinguismo personale. Si propone che la popolazione monolingue nella lingua maggioritaria apprenda la Lx e la sappia usare come lingua secondaria senza rinunciare alla Ly. La possibilità di una società perfettamente bilingue è impossibile: una società del genere è socialmente antieconomica e può esistere solo in brevi periodi di transizione, quando una lingua dominata sta sostituendo quella fino ad allora dominante nei rapporti di forza a causa di cambiamenti di ordine politico. Può poi essere di tipo imperativo, quando l’istituzione preposta impone la sue deliberazioni, o incitativo, quando suggerisce delle soluzioni. Le azioni di acquisition planning in una società democratica dovrebbero mirare all’aumento del numero dei bi-plurilingui attivi. È poi importante distinguere tra prodotti culturali, legati alla lingua e alla cultura,e altri prodotti “della vita di tutti i giorni”, per i quali la lingua è solo un mezzo. I primi possono entrare sul mercato senza problemi, mentre il labelling in Lx nei prodotti quotidiani ha un costo economico. In mancanza di una legge che obblighi il produttore a usare la Lx, lo farà soltanto se vedrà che i costi aggiuntivi gli potranno portare dei benefici di immagine e quindi di entrate, e i costi si riflettono comunque sui prezzi dei prodotti. Il consumatore è abitudinario e non cambia facilmente prodotto se non viene indotto al cambiamento da spot o mancanza di beni. Il cambiamento di lingua di presentazione del prodotto è un cambiamento di prodotto e ha bisogno di essere accettato dal consumatore. Tra gli ostacoli che possono rallentare ogni azione di language planning vi è il fattore psicosociale. L’opposizione della popolazione è il più grande ostacolo a ogni tentativo di pianificazione linguistica, come la volontà d’uso è il più forte fattore di conservazione di una lingua. Vi sono anche fattori economici ,politici e demografici ad essi legati. Caso di studio 22: nascita di una lingua, il macedone In Bulgaria il macedone non è altro che una varietà dialettale del bulgaro, anche se il bulgaro è per un macedone una lingua straniera. Il macedone diventa lingua standard autonoma nel dicembre del’44. L’insieme delle varietà parlate prima della seconda guerra mondiale, in quella che è ora la Macedonia, erano considerate varianti del bulgaro e ora del serbo,

nonostante le due varietà grammaticalmente estremamente simili. Dal punto di vista del rapporto tra linguistica e sociolinguistica vi è differenza fra parlate “bulgare” e parlate “macedoni”. Il problema è che il bulgaro letterario è dialettalmente di tipo macedone, mentre un bulgaro autentico va cercato più a est. Il macedone utilizza l’alfabeto cirillico, come il serbo e il bulgaro, rispetto a quest’ultimo è stato dotato di una grafia fonetica piuttosto che etimologica, in parte ricalcante la norma del serbo: possiede i due diacritici per esprimere le occlusive alveopalatali laminate e soprattutto utilizza un vecchio segno dell’antico slavo ecclesiastico. Dopo gli scontri del 2000/2001 fra gli attivisti albanesi e l’esercito macedone, la questione delle lingue dello stato rimane argomento controverso. La proposta consiste nel definire l’albanese come lingua ufficiale della Repubblica attraverso una revisione costituzionale che dovrebbe garantire lo status di lingua ufficiale a ogni lingua che sia parlata almeno dl 20% della popolazione del paese(macedone e albanese).  Reversing language shift Il language planning può essere visto come un’operazione consapevole supportata da parlanti e istituzioni che sentono la necessità di cambiare i rapporti di forza fra lingue compresenti nello stesso territorio al fine di rivitalizzare e modernizzare un linguaggio in difficoltà che viene sentito come significativo per la comunità che lo parla. Questo linguaggio non deve essere necessariamente molto diverso da quelli circostanti, deve però essere sentito come diverso dai parlanti. L’opera di pianificazione linguistica conferisce status ufficiale alla lingua oggetto di elaborazione e la dota di strumenti linguistici atti a far fronte alle nuove funzioni che deve ricoprire. Gli interventi costituiscono delle azioni consapevoli e volontarie sulla lingua o sui rapporti tra le lingue in compresenza. Il problema è quello di invertire la deriva linguistica, il processo di cambio, di shift fra un lingua X che perde status e funzioni e una Y che ne acquista sempre di più a danno della prima, passando da monolinguismo X a diglossia X>Y a diglossia Y>X, a dilalia, a monolinguismo Y. Il momento cruciale di una lingua è l’apprendimento della lingua X in giovane età anche al di fuori del rapporto genitori-figli attraverso il gruppo dei pari: se questa trasmissione manca, l’opera di rivitalizzazione è inutile. Il rischio è quello di incrementare la conoscenza della lingua, ma non solo il suo uso. Fishman propone uno schema a otto caselle, messe in ordine di gravità di situazione. Un passo intermedio fondamentale è considerato il raggiungimento di un regime di diglossia. Il problema risiede nella trasmissione della lingua attraverso le generazioni e perciò il punto centrale(6), che è ancora sotto il completo controllo della comunità ed è la comunità che non vuole la rivitalizzazione linguistica se questa le viene presentata come una sostituzione di una varietà più utile nei confronti di una meno spendibile. Fra gli errori nel language planning, c’è quello di concentrarsi sugli stadi più alti dello schema. Inoltre per fare una politica linguistica che sia operativa agli alti livelli, c’è bisogno della collaborazione istituzionale della comunità di maggioranza; questo significa mettersi subito in diretta contrapposizione con la lingua Y, e questo non può che essere svantaggioso per X, anche presso i parlanti X. Spesso si pospone la fase 6(instaurarsi della diglossia) fino a quando le altre fasi sono ufficialmente completate ma non c’è trasmissione spontanea. Dal punto di vista del parlante, non si vede perché usare una lingua di alto status ma di nessuna funzione esclusiva quando c’è una lingua Y prestigiosa già pronta. Bisogna chiedersi però se lo stadio 6 è suscettibile di planning, essendo completamente sotto il controllo della comunità di minoranza. Se una pianificazione linguistica vuole avere successo, deve assicurarsi la collaborazione dei parlanti in questo stadio minimo ma fondamentale, rendendo appetibile e facile l’uso della lingua X. Schiffman distingue tra overt level of language policy, livello esplicito di politica linguistica(pianificazione ufficiale), e covert level of language policy, praticata dai singoli e da piccole associazioni. La non accettazione, a livello personale, delle iniziative di language planning è un ottimo esempio del manifestarsi del livello coperto. plurilinguismo amministrativo È proprio lo studio attento delle particolari condizioni che caratterizzano l’uso linguistico nelle diverse comunità e il costante riferimento alle mutevole volontà delle popolazione uno dei prerequisiti fondamentali per ogni azione di planning. Non è possibile dare a priori alcuna indicazione sul trattamento del corpus planning di una qualunque varietà. È estremamente difficile indicare vie astratte per lo status planning: il linguista non ha potere diretto di intervento sull’attività legislativa di uno stato moderno; inoltre è evidente che le diverse legislazioni nazionali impongono trattamenti legislativi e amministrativi di tipo differente. Bisogna poi considerare le ricadute e le conseguenze effettive delle affermazioni di legge e predisporre una serie di norme e regolamenti applicativi per rendere effettive le possibilità offerte dalla legge. Ogni singola politica linguistica può voler istituzionalizzare la Lx solo in alcuni di questi ambiti e non altri. Questo per due motivi: potrebbe essere l’amministrazione centrale di uno stato nazionale a volere limitare l’uso e lo status delle lingue minori a particolari ambiti o luoghi geografici. Potrebbe essere la comunità a non ritenere necessaria

un’implementazione dell’uso del proprio codice in tutti gli ambiti possibili, o perché interessata al mantenimento o al rafforzamento di un’esistente diglossia. Nella redazione delle leggi si può voler implementare la Lx in ambito puramente locale a livello regionale, a livello statale o addirittura a livello internazionale, come per il catalano. Nei rapporti tra la pubblica amministrazione e gli utenti è primario assicurare la possibilità che le comunicazioni orali tra le parti siano mantenute nella lingua di elezione dell’utente. Quindi coloro che lavorano a contatto con il pubblico dovrebbero conoscere tutti i codici riconosciuti. Per quanto riguarda il versante scritto sono le delibere, gli atti amministrativi e ogni bando diretto al pubblico a dare visibilità alla lingua. Altrettanto importanti sono la modulistica e le comunicazioni scritte dirette al pubblico. Per queste si pone il problema se devono essere scritti in diverse redazioni ciascuna monolingue o in un’unica redazione plurilingue. Il dover scegliere e usare una lingua piuttosto che un’altra negli atti ufficiali può creare discriminazioni verso gli utenti di uno dei codici. Sembra essere tipico di comunità plurilingui in cui entrambi i codici sono grandi lingue di comunicazione. L’opzione invece di redigere testi plurilingui sembra prefigurare una società unica in cui i codici sono a disposizione di tutta la comunità: sembra anche più adatta alla promozione di lingue minori. Per quanto riguarda la cartellonistica stradale e pubblica , la presenza di scritte plurilingui è una delle prime richieste che avanzano le amministrazioni a favore delle Lx, ma le decisioni di approntare una cartellonistica bilingue o nella lingua oggetto di tutela deve essere vagliata accuratamente, per evitare di “scrivere in dialetto” e di avere una proliferazione di forme e apparenze distinte che punta al localismo e induce un parallelismo tra lingua locale e mondo da sagra paesana. Se si opta per una cartellonistica bilingue, vi devono essere le differenti lingue presenti con lo stesso aspetto grafico, non solo nella toponomastica, ma anche nelle indicazioni stradali. Per l’uso toponomastico si possono distinguere diverse opzioni: a) Uso della toponomastica in lingua minoritaria solo nell’area di pertinenza della minoranza e solo per i toponimi riferiti all’area di minoranza,endonimi, b) Uso della toponomastica in lingua minoritaria nell’area di pertinenza della minoranza, anche per i toponimi esterni all’area di minoranza, esonimi, c) Toponimi espressi nella Lx sono forme ufficiali su tutto il territorio dello stato e vengono sempre riportati si cartelli anche al di fuori dell’area di minoranza, d) Toponimi sono indicati sempre e solo nella forma ufficiale del luogo in cui sono situati i cartelli. La tipologia 4 si distingue dalla 2 in cui le località si trovino in regioni monolingui di lingue differenti. Diverso il caso della microtoponomastica e dei cartelli con l’indicazione dei nomi delle vie; anche in forme non standard sia nell’aspetto esterno sia nella realizzazione linguistica, anzi può essere un surplus di valore identitario e di promozione turistica. Le indicazioni stradali non sono l’unico momento in cui l’amministrazione pubblica espone la lingua: una grande visibilità danno anche i cartelli e le iscrizioni che caratterizzano gli uffici pubblici o comunque destinati all’uso del pubblico. La pianificazione linguistica cerca di provvedere il più possibile all’unificazione e alla standardizzazione linguistica e grafica delle scritte e indicazioni esposte al pubblico. La condizione ideale vorrebbe che fossero rispettate anche le convenzioni sul plurilinguismo adottate dalla pubblica amministrazione, a seconda delle condizioni e delle convenzioni sociali e legali. Per quanto riguarda l’ordine delle lingue, in una situazione di minoranza linguistica all’interno di uno stato nazionale è meno marcata e sentita come appropriata dagli appartenenti stessi alla minoranza, una disposizione che vede la lingua nazionale e la lingua locale al secondo, soprattutto negli atti amministrativi piuttosto lunghi. L’ordine delle lingue può essere più o meno marcato nelle società a seconda delle tradizioni linguistiche e culturali che le contraddistinguono. In Finlandia è regolato dalla legge, nelle comunità bilingui la lingua della maggioranza deve essere posta in posizione preminente; se cambia la composizione demografica della comunità cambia l’ordine delle lingue nelle affissioni pubbliche. I documenti cartacei diretti al singolo sono monolingui a seconda della lingua di preferenza dell’utente. Nella regione di Bruxelles, francese e nederlandese hanno gli stessi diritti: ogni cartello è stampato in due versioni diverse. In Alto Adige, italiano e tedesco godono degli stessi diritti, ma si nota una tendenza nell’amministrazione dello stato ad anteporre l’italiano nei documenti e nelle scritte bilingui. La Catalogna tende all’uso esclusivo del catalano quando questo è permesso dalla legge. Nell’aeroporto di Barcellona le tre lingue ufficiali sono disposte utilizzando ordine, tipo di carattere e coloro così che nessuna delle tre venga percepita come prioritaria. La legislazione linguistica del Kazakistan, che prescrive l’assoluta e costante predominanza del kazako rispetto al russo. Anche il labelling dei prodotti commerciali può essere argomento di pianificazione linguistica esplicita da parte delle pubbliche amministrazioni. Si dà per scontato che le informazioni di legge siano redatte nelle lingue ufficiali dei paesi. Meno ovvio sembra il fatto che le stesse indicazioni siano date anche nelle lingue regionali o di ambito più locale. Vi è il caso in cui il labelling dei prodotti è

ammesso dalle istituzioni e di fatto tollerato dai consumatori in un numero di lingue minore di quelle ufficiali, come nel caso della Svizzera, in cui spesso le indicazioni sono in tedesco e francese. Vi sono situazioni di effettiva presenza di lingue demograficamente meno diffuse il cui uso non è obbligatorio. La catena catalana di supermercati Caprabo, il labelling è solo in una lingua non prevista dalla legislazione sulle attività commerciali,il catalano. In Scandinavia tutti i cittadini hanno la possibilità di interagire oralmente e per iscritto ognuno nella propria lingua con la pubblica amministrazione anche negli altri paesi. Non bisogna però dimenticare che le operazioni di rivitalizzazione linguistica hanno dei costi economici e in termini di risorse umane. Una delle difficoltà pratiche più frequentemente riportate è legata al fattore tempo : nella pratica, il singolo impiegato pubblico si trova a dover compiere negli stessi tempi di lavoro più attività rispetto a prima; da qui l’esigenza di maggiore flessibilità da parte degli alti gradi amministrativi riguardo al lavoro effettivo degli impiegati e la richiesta di incentivi economici. Queste difficoltà spesso possono essere superate con l’istituzione di centri di coordinamento e supporto alle singole realtà locali. La fase più critica è quella iniziale, quando si tratta di inserire un nuovo codice; in questi casi anche l’incentivazione della comunicazione personale tra gli impiegati può essere un modo per rendere “normale” l’uso della lingua di nuova codificazione. Anche la pianificazione linguistica a livello amministrativo può essere soggetta a valutazione. Un approccio valutativo di tipo economico porta a verificare gli effetti delle politiche di planning in termini di unità di riferimento costanti, permettendo così valutazioni comparative. Partendo da questa base si può procedere ad un’analisi delle operazioni di planning condotta in termini di costi-benefici, oggettivizzati e comparabili. Rapporti fra i codici: Monolinguismo: una sola lingua è usata nella società sia per la comunicazione orale sia per quella scritta: le variazioni diatopica e diastratica sono limitate e il parlante tende a esprimersi anche negli ambiti più informali secondo le norme fonetiche, grammaticali e sintattiche della lingua scritte, le uniche considerate corrette e utilizzabili in ogni circostanza. È presente in Europa e nell’America settentrionale. Monolinguismo con residui di dilalia: realtà in cui si affiancano ad una situazione di monolinguismo i fenomeni di dilalia. • Bilinguismo: situazione per cui due o più codici si distribuiscono paritariamente occupando entrambi sia i domini alti che quelli bassi. Il bilinguismo paritario territoriale è possibile se due popolazioni si dividono lo stesso spazio ; laddove è rarissima l’eventualità di società compattamente e omogeneamente bilingui. • Diglossia: due codici, diversi per il parlante, si spartiscono gli ambiti comunicativo secondo precise regole sociali. L’acroletto è usato negli ambiti più formali, il basiletto in quelli più informali. Il livello di formalità in cui avviene il passaggio da un codice all’altro può variare da società a società. Quando si riscontra la tendenza della Lh a occupare ambiti più bassi prima esclusivi della Ll, possiamo dire che la diglossia è di tipo H>L(acroletto più forte del basiletto)come nel Veneto rurale. Se il basiletto guadagna ambiti sull’acroletto, come nella Svizzera tedesca, si tratta di DIGLOSSIA di tipo L>H(possibile tendenza versola diacrolettia). Un caso particolare di diglossia è quello della Norvegia, dove i dialetti scandinavi occidentali si affiancano due lingue letterarie scritte. • Dilalia: si ha quando due codici ben definiti dai parlanti con nomi diversi(lingua e dialetto), si dividono gli ambiti comunicativi in modo non equilibrato. L’acroletto(Lh) è l’unico codice scritto e l’unico orale per gli ambiti alti, ma il suo uso anche nelle situazioni informali e come lingua di socializzazione primaria appare normale ai parlanti, il basiletto(Ll)può essere usato esclusivamente per gli ambiti meno formali, spesso con frequenti sovrapposizioni e mescolanze di codice(situazione tra lingua e dialetti in Italia). • Diacrolettia: la Lh è limitata esclusivamente al polo alto della comunicazione e si affianca un codice adatto a tutti gli ambiti. È il caso dei catalofoni della Catalogna, per i quali il catalano, già Ll si è trasformato in Lh, senza escludere il castigliano dagli ambiti più alti. • Dialettia: il codice scritto e quello parlato vengono riconosciuti dai parlanti sotto lo stesso nome. Il parlante dovrà allora usare la variante della lingua standard secondo le modalità della classe socioculturale di cui fa parte o dell’area geografica in cui vive pena l’esclusione della comunità dei parlanti. Quando e differenze linguistiche sono più marcate, il parlante riconosce nell’interlocutore prima di tutto la sua collocazione sociale, si può parlare di dialettia sociale(situazione inglese), quando invece la variazione diatopica risulta più forte di quella sociale, quando il parlante riconosce nell’interlocutore soprattutto l’origine geografica, si può definire la dialettia diatopica(Toscana). Acroletto(Lh), mesoletto(Lm) e basiletto(Ll). Gli italiani sono fondamentalmente monolingui.

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