Riassunto Schiavi, rinnegati nel Mediterraneo - Lenci Corsari Guerra, Sintesi di Storia Moderna. Università degli Studi di Genova
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Riassunto Schiavi, rinnegati nel Mediterraneo - Lenci Corsari Guerra, Sintesi di Storia Moderna. Università degli Studi di Genova

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Riassunto dettagliato e diviso per capitoli del libro di Marco Lenci sulla pirateria nel Mediterraneo tra i secoli XVI e XIX.
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Lenci, Corsari. Guerra, schiavi, rinnegati nel Mediterraneo.

1) I tre stati maghrebini (Algeri, Tunisi e Tripoli) attuarono un’incessante attività di corsa ai danni dei popoli e dei traffici dell’Europa cristiana tra il ‘500 e l’800. 2) Anche gli Europei praticarono la corsa marittima e la pirateria. 3) Negli stati barbareschi l’attività di corsa ebbe un’importanza politica, sociale ed economica molto maggiore rispetto agli stati europei. 4) L’immagine aggressiva che oggi si ha dell’Islam è in parte dovuta anche all’attività di corsa da loro intrapresa in età moderna. 5) L’attività di corsa barbaresca rispose a esigenze socio-economiche non soddisfabili in altra maniera. Il saggio dà molto spazio all’Italia, una delle terre più esposte agli attacchi barbareschi, e parla sia dell’attività di corsa cristiana che barbaresca.

LA CORSA BARBARESCA

IL CONFLITTO ISPANO-OTTOMANO/BARBARESCO. La differenza tra “pirata” e “corsaro” è che il corsaro agisce nella sfera di legalità di emergenza dovuta allo stato di guerra. La corsa marittima è quindi una forma di guerra lecita autorizzata dallo Stato. Lo Stato dotava il corsaro di una lettera di corsa grazie alla quale egli era legittimato ad assaltare le navi degli stati nemici. Nella pratica, però, un corsaro poteva trasformarsi in un pirata e viceversa. All’inizio del ‘500 ci sono due grandi imperi, quello spagnolo-asburgico e quello ottomano, destinati allo scontro bellico per la loro volontà espansionistica e la radicalità delle loro ideologie religiose. Questo conflitto viene combattuto, oltre che nei Balcani, anche nel Mediterraneo per il controllo delle rotte commerciali e coinvolge svariati altri stati o città. Nella zona maghrebina si sviluppano tre entità statali all’inizio del ‘500. L’instabilità politica e l’anarchia militare, l’indebolimento dei traffici interni provocati dalla presenza europea sulle coste atlantiche e il sentimento di vendetta dei moriscos, intensificarono gli attacchi alle navi e alle coste spagnole. L’incapacità dei ceti dirigenti maghrebini di fronteggiare la controffensiva spagnola, portò alla richiesta di intervento dei corsari turchi, tra cui il Barbarossa, i quali difesero il Maghreb e divennero i signori di quelle città. Sotto il governatorato generale del Barbarossa, Algeri divenne l’avanguardia della potenza ottomana nel Mediterraneo occidentale (anni ’30 del XVI sec.) e le navi corsare nordafricane divennero una forza ausiliaria della flotta ottomana nella guerra contro l’impero asburgico. La flotta corsara guidata dall’ammiraglio Barbarossa condusse attacchi soprattutto contro le coste italiane. Tutti gli scontri ispano-barbareschi nel XVI secolo si caratterizzarono per l’offensiva corsara alla quale seguiva un tentativo fallimentare di risoluzione diplomatica del conflitto e poi, quindi, la controffensiva spagnola. Eventi significativi: - spedizione spagnola del 1534-35 per riportare sul trono di Tunisi il proprio governatore - spedizione spagnola del 1541 contro Algeri - spedizione spagnola contro il Mahdia nel 1550 per sottrarre la fortezza tunisina agli ottomani e fermare gli attacchi del corsaro Dragut - conquista ottomana di Tripoli nel 1551 affidata a Dragut - 1568: primo smacco ottomano a Malta

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- 1570: conquista ottomana di Tunisi (gli spagnoli mantengono la fortezza di La Goletta fino al 1573) - 1571: Lega Santa (Venezia, Stato Pontificio e Spagna) - 1571: battaglia di Lepanto (non definitiva) - 1573: conquista di La Goletta da parte di Occhialì - 1581: pace ispano-ottomana (la Spagna guarda all’atlantico e la Porta a oriente). Rimane il problema della pirateria barbaresca.

IL MONDO BARBARESCO. Con il Barbarossa e i corsari turchi, le entità statali della Barberia erano entrate a far parte dell’impero ottomano e il sultano aveva lasciato loro ampia autonomia durante la guerra contro la Spagna. Dalla fine del XVI secolo inizia un processo che porterà questi stati all’indipendenza completa. Sul finire del secolo la Barberia viene divisa in tre province, facenti capo a Tunisi, Algeri e Tripoli, governate da un pascià in carica per tre anni. A lui spettava l’amministrazione della giustizia, la riscossione dei tributi e la gestione dell’attività di corsa. Altri gruppi: - Il corpo dei giannizzeri: milizia composta da persone originarie dei Balcani, tutela dell’ordine interno e difesa militare. Erano un’aristocrazia militare. Il vertice era costituito dal consiglio supremo degli ufficiali (divano). - notabili arabi: imparentati con i giannizzeri, religiosi, predicatori, insegnanti, grandi commercianti. - moriscos: commercianti e artigiani o corsari. - capi corsari (rais): aventi una loro organizzazione, la taifa, molto autonoma dai governi e quindi una sorta di aristocrazia parallela ai giannizzeri. I corsari erano o turchi o occidentali convertiti. Elemento comune: tutti e quattro traggono beneficio dalla pirateria. Progressivamente la carica di pascià fu svuotata di potere da chi deteneva di fatto il potere, il divano e/o la taifa, i quali si riconobbero in un dey (comandante militare). Dopo un secolo di instabilità politica, Tunisi e Tripoli diventano due stati monarchici con una dinastia indipendente da Istanbul, mentre ad Algeri si forma un governo composto da vari ministri e con una struttura burocratica con al vertice il dey, dove giannizzeri e corsari si dividono i poteri. Il Marocco era, invece, realtà esterna al mondo barbaresco che ne condivideva alcuni tratti. I suoi pirati condussero attività corsara dal XVII secolo, con l’arrivo dei moriscos, e assalirono soprattutto navi che attraversavano l’Atlantico da e per l’America. Scarsa la loro presenza nel Mediterraneo.

I corsari parteciparono al conflitto ispano-ottomano nel XVI secolo, quindi la loro battaglia era soprattutto politica e ideologica, l’aspetto economico è di secondo piano. Con la tregua duratura, però, essi non potevano permettersi di rinunciare all’attività di corsa perché questa era la principale attività economica dello stato. La indipendenza dall’impero ottomano permise loro di gestirsi in autonomia i rapporti con gli stati europei, decidere chi erano i nemici e chi gli amici. Non ci sarà mai una pace duratura, per tutto il XVII e XVIII secolo, ma solo tregue temporanee (talvolta comprate dagli europei).

Fino a tutta la prima metà del XX secolo nella storiografia prevaleva un atteggiamento che attribuiva ai corsari barbareschi l’esclusiva di quell’attività. La storiografia '900 ha sempre parlato della pirateria barbaresca in modo negativo, mentre l'attività di corsa svolta dai cristiani è stata sempre vista come legittima difesa dalle incursioni arabe e esaltata come gesta eroiche. Nel secondo dopoguerra, grazie all’opera di Braudel, si è cominciato a prendere coscienza del fatto che anche gli

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europei praticavano la corsa e quindi si è progressivamente abbandonato il pregiudizio negativo e sprezzante verso il mondo maghrebino. La storiografia maghrebina, invece, per contrastare l’antico pregiudizio europeo, ha voluto ridurre l’importanza economica avuta dalla pirateria nella storia e nella vita di questi stati.

L’impresa corsara è impresa collettiva: il corsaro riceve la lettera di corsa e si procura un documento diplomatico presso i consoli delle nazioni amiche per non essere ostacolato nella sua attività; ricerca finanziamenti, per cui l’impresa può avere molti azionisti. Al ritorno si procede alla spartizione del bottino: inventario delle prede, prelievo del pascià, varie spese (sbarco, vendita e custodia bottino, manutenzione porto), percentuale all’imam. La parte rimanente è spartita tra l’equipaggio e il proprietario della nave (rais, azionisti, pascià). Dal punto di vista sociale, è da rilevare come: 1) moltissimi strati della società potevano essere coinvolti nell’impresa di corsa perché chiunque poteva investire nelle imprese corsare 2) tra giannizzeri e corsari si realizzava una saldatura nell’impresa di corsa perché molti dei primi venivano assunti come soldati a contratto a bordo delle navi e perché molti ufficiali ne erano gli azionisti. Ciò vuol dire che tutti erano interessati alla prosecuzione dell’attività di corsa e che la corsa era un fattore di coesione sociale. La guerra corsara non era una mera guerra contro gli infedeli, ma più che altro una guerra di tipo economico. Dopo la conquista della nave nemica si procedeva all’accertamento dell’identità della stessa e alla stesura dell’inventario delle prede da parte dello scrivano (merci e persone). La parte più ricca del bottino erano i prigionieri, soprattutto quelli ricchi, poiché venivano ridotti in schiavitù con la speranza che fossero riscattati in denaro. Durante il viaggio, frequenti erano gli sbarchi a terra a causa di: - necessità di approvvigionamento idrico - mutamento condizioni meteorologiche - saccheggi e incursioni (soprattutto lungo le coste italiane)

LA RISPOSTA EUROPEA

Se inizialmente la risposta prevalente degli stati europei fu di tipo militare, a partire dal XVIII secolo la maggioranza di questi stati scelgono la via dei trattati di pace e commerciali. Così fa la Francia perché i suoi mercanti avevano interessi commerciali nel Maghreb. Alternanza tra periodi di pace e periodi di conflitto tra Francia e Barberia. Le due maggiori potenze marittime del XVII secolo, Inghilterra e Olanda, optarono per l’intervento militare: pressati militarmente, gli stati barbareschi accettarono di stipulare trattati di pace, talvolta decisero per il contrattacco o la resistenza. Nel XVIII secolo l’Inghilterra preferì smettere di allestire imprese militari dispendiose e stipulare trattati di pace per cui spesso ai corsari venivano pagate somme di denaro e venivano donati materiali bellici e così anche per l’Olanda e potenze minori, come Austria e Danimarca (per l’Inghilterra si veda Tinniswood, Pirati: avventure, scontri e razzie nel Mediterraneo del XVII secolo). Le paci erano in realtà solo delle tregue e, appena stipulata una pace con un paese, subito si intensificavano le ostilità con un altro, secondo un principio di alternanza. La mancanza di un’unione congiunta delle potenze europee andava a vantaggio dei barbareschi. La Spagna fu il

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paese più colpito dagli assalti corsari e che mantenne più di tutti rapporti di inimicizia con questi ultimi. Nella seconda metà del XVIII sec. dovette accettare una pace per essa disonorevole. Sicilia, Sardegna e sud Italia seguirono la politica antibarbaresca del sovrano spagnolo. Quando, nel 1735, Carlo di Borbone viene incoronato re di Napoli e di Sicilia, il regno si stacca dalla Spagna. Il nuovo re decide per interventi bellici contro il Maghreb alternati da azioni diplomatiche. Lo Stato della Chiesa, per la sua stessa natura ideologico-religiosa, non poteva scendere a patti con la Barberia, perciò scelse sempre la via dell’intervento militare. Il granducato di Toscana, sia sotto i Medici che sotto i Lorena, alternò interventi militari ad accordi diplomatici e commerciali. I porti toscani, come Livorno, erano luoghi dove i pirati barbareschi potevano vendere le loro merci predate o scambiarle con altri beni ed era da lì che partivano le operazioni di riscatto degli schiavi cristiani. Soprattutto dalla seconda metà del XVIII sec., la Toscana avvia quindi dei trattati di pace commerciali con la Barberia. La repubblica di Genova tentò anch’essa la via militare (i Doria nel XVI sec. misero a disposizione della Spagna la loro flotta attraverso un contratto di asiento e poi la repubblica cercò di dotarsi di una flotta di stato per difendere le sue coste), ma alla fine adottò la politica diplomatica. Genova, come la Toscana, aveva degli interessi commerciali con il Maghreb. Ne è esempio l’isola di Tabarca appartenente ai Lomellini, luogo di intermediazione per il riscatto di schiavi cristiani. Genova pagò a Tunisi ed Algeri delle somme di denaro e in cambio queste provvidero all’approvvigionamento della comunità di pescatori e di corallari dell’isola, ciò fino a metà del ‘700. La Repubblica di Venezia, invece, dati i suoi interessi commerciali nel Mediterraneo orientale, cercò sempre di mantenere buoni rapporti con l’impero ottomano. Dovette però affrontare le incursioni barbaresche nell’Adriatico (dalle basi in Albania e Montenegro) e, infine, arrivò anche allo scontro con l’impero (presa turca di Cipro, Lepanto, guerra di Candia a metà del ‘600). Nel XVIII sec. però anche Venezia opta per accordi diplomatici, alternati però a successi militari.

LA CORSA OCCIDENTALE. La corsa occidentale era praticata da due ordini militari-religiosi. Gli ordini dei cavalieri di Malta e quello di Santo Stefano erano due ordini militari religioso- cavallereschi creati per combattere il nemico musulmano. L'ordine maltese si chiamava in origine ordine dei cavalieri di San Giovanni e nacque nel medioevo in Terra Santa per dare assistenza ai pellegrini cristiani a Gerusalemme. L'ordine partecipò inoltre alle imprese belliche sulla scia delle crociate. Prese questo nome quando trasferì la sua sede a Malta nel 1530. I suoi membri, tutti nobili, dovevano fare voto di castità, povertà e obbedienza e impegnarsi nella lotta contro i musulmani. L'ordine accumulò un vasto patrimonio immobiliare. Aveva un capitolo e un capo supremo. L'ordine fu coinvolto sin dal suo arrivo a Malta nella guerra ispano-ottomana nel Mediterraneo. Conclusosi il conflitto, la flotta dell'ordine continuò a compiere attività di corsa a danno dei pirati barbareschi. Collaborò con le flotte italiane nella difesa delle loro coste e sostenne Venezia nelle varie guerre contro i turchi. Nella metà del '700 la Marina di Malta comincia a decadere a causa dell'affievolirsi delle azioni barbaresche, e quindi della riduzione dei bottini, e della tendenza a stipulare con i pirati accordi diplomatici. L'ordine rimase comunque in attività fino all'arrivo sull'isola di Napoleone. Oggi esiste ancora a Roma. L'ordine di Santo Stefano viene creato nel 1562 da Cosimo I dei Medici, in un momento di rafforzamento della potenza turco-barbaresca, per motivi sia di politica estera (diventare una delle potenze maggiori nella difesa della cristianità) sia di politica interna (creare un legame con la Santa Sede e legare alla dinastia i migliori esponenti dell'aristocrazia toscana). La sede era Pisa, l'organizzazione era molto simile a quella dell'ordine di Malta. L'ordine partecipò alla guerra

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ispano-ottomana insieme ai cavalieri di Malta e successivamente si dedicò al pattugliamento e alla difesa del Tirreno dalle navi barbaresche. Nel '600 però l'ordine comincia a compiere attacchi di pirateria lungo le coste egee, barbaresche e del Vicino Oriente, durante i quali compivano saccheggi e razzie traendone grandi bottini nonché schiavi (Preversa 1605, sacco di Bona 1607). La decadenza militare della marina stefaniana iniziò alla fine del secolo e fu totale con l'estinzione della dinastia medicea. Inoltre alla metà del sec. XVIII il governo toscano stipulò dei trattati di pace con gli stati barbareschi. L'ordine rimase in vita fino al 1859. Molti corsari maltesi operarono anche come privati, con la patente di corsa legalmente rilasciata e l'obbligo di cedere 3/4 del bottino all'ordine. Poi ci furono anche corsari comuni che operarono sotto vessillo dell'ordine. Altri centri che ospitavano corsari privati erano Livorno, Sicilia, Sardegna, Liguria. Quasi tutti i governi cristiani concedettero licenze di corsa per ragioni fiscali, per il servizio di pattugliamento che fornivano i corsari, per il fatto che con la loro attività impedirono lo svilupparsi di una navigazione mercantile barbaresca.

SISTEMI DI DIFESA COSTIERA . Tutti gli stati europei minacciati dagli attacchi corsari misero in atto un piano di difesa costiera con tanto di fortificazioni, torri di guardia, cinte murarie. Le torri di difesa erano dei veri e propri fortilizi dotate anche di artiglieria e cannoni che servivano a impedire lo sbarco ai pirati. Alcune potevano addirittura funzionare da rifugio per la popolazione locale. Sulle alture c'erano poi delle torri di sorveglianza. Attraverso un sistema di segnalazioni (cannoni, fiumi, fuochi) le torri comunicavano l’una con l'altra. Potevano poi essere organizzate delle squadre di uomini a cavallo che perlustravano le coste andando avanti e indietro.

LA FINE DELLA CORSA BARBARESCA . Nel corso del '700 si cominciò a pensare che la pirateria si stesse estinguendo grazie alla diminuzione del numero di azioni piratesche dovuta anche a una congiuntura commerciale favorevole. Nell’ultimo decennio del ‘700, c’è però una ripresa dell’attività di corsa perché i tributi previsti dai vari trattati di pace stipulati dai paesi ora sotto il controllo di Napoleone, non vengono pagati. Con Napoleone l’equilibrio tra Francia e Impero ottomano si incrina ed entrano in conflitto al quale partecipano anche gli stati maghrebini. All'inizio dell'800 Tripoli è anche in guerra con gli Stati Uniti che avevano stipulato con gli stati barbareschi dei trattati di pace e commerciali simili a quelli europei, ma tardavano nei pagamenti. Nell'ambito di questo conflitto viene narrata la vicenda della Philadelphia (1803) (vedi anche Tinniswood). Durante il periodo napoleonico, nei primi anni dell'800, si sviluppò progressivamente un commercio maghrebino a cui corrispose una riduzione degli attacchi corsari barbareschi. Nel periodo della Restaurazione si riprende un’intensa attività di corsa perché, ritornata la pace, le flotte europee riprendono a commerciare sbaragliando la concorrenza maghrebina. L'Occidente è determinato però a stroncare militarmente e in modo più deciso il fenomeno una volta per tutte: - gli Stati Uniti danno l'esempio: dopo un pesante cannoneggiamento alla città, riescono a far accettare una pace durissima ad Algeri (e poi anche Tripoli e Tunisi) per la quale nessun cittadino americano poteva più esser fatto schiavo e gli Sati Uniti non dovevano pagare più alcun tributo (1815). - Nel frattempo è stata abolita la tratta degli schiavi in Inghilterra (1807) quindi il Congresso di Vienna condanna la schiavitù praticata dagli stati barbareschi e affida all'Inghilterra il compito di

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debellarla. Nel 1816 parte questa crociata contro le reggenze barbaresche, che porta semplicemente al riscatto di schiavi europei dietro pagamento. Nel 1817, dopo aver bombardato Algeri, il dey si arrende, consegna gli schiavi e il denaro versato l'anno precedente. L'attività di corsa maghrebina proseguì ancora per alcuni anni, ma progressivamente si indebolì a causa di: - reazione militare decisa degli stati europei - periodo di instabilità interna e di conflitti - calamità naturali che stroncarono l'economia maghrebina, già indebolita dalla concorrenza europea. Tinniswood dice che proprio la forte concorrenza economica degli stati europei impedì agli stati maghrebini di sviluppare un florido mercato e quindi furono costretti a dedicarsi alla pirateria. 1830: la Francia costringe il dey di Algeri all'esilio e, poco dopo, anche gli altri due sovrani rinunciano definitivamente all'attività di corsa. Inizia la stagione del colonialismo.

IL LATO UMANO: GALEOTTI, SCHIAVI, RINNEGATI.

NAVI ED EQUIPAGGI. La nave più usata nella corsa barbaresca fino alla metà del ‘700 è la galera o galea a remi, veloce e manovrabile. Altre navi usate dai corsari: galeotta, fusta, sciabecco, feluca. I corsari cercavano di alleggerire le galere, mentre i cristiani invece tendevano ad appesantirle. Si arrivò così a creare la galeazza, una nave che permette di navigare anche in condizioni atmosferiche sfavorevoli, che aveva più spazio sia per le persone che per le merci. Sviluppava un gran volume di fuoco in grado di annientare le galere. Lenta e scarsamente maneggevole. Dal primo ‘600 nel Mediterraneo fecero la comparsa i velieri, che i barbareschi conobbero grazie a rinnegati europei. Usarono galeoni, vascelli, sciabecchi, brigantini. La flotta algerina era quella più numerosa. I corsari compravano legname e altri materiali per costruire le navi dalla Turchia o dall’Europa, spesso utilizzando denaro realizzato vendendo le loro prede, oppure riadattavano le navi catturate. Alla fine del ‘600, con i trattati di pace erano gli europei che davano loro i materiali. Le flotte barbaresche usavano come rematori per le galere a remi gli schiavi; invece le flotte cristiane usavano personale volontario o coatto, ma pochi schiavi per timore di ammutinamenti. Si ricorreva a: buonavoglia o bagarini (anche nelle flotte barbaresche) cioè vogatori salariati e condannati per vari reati. I buonavoglia erano liberi, gli schiavi e i forzati erano legati l’un l’altro da una catena al piede. Nel corso del ‘700, quando ormai si usavano navi a vela, il numero dei rematori sulle navi cristiane si ridusse. I tre gruppi, schiavi, galeotti/forzati o uomini liberi, lavoravano in dure condizioni. Oltre ai rematori c’erano: equipaggio, truppe, passeggeri e prigionieri. Le condizioni igieniche erano quindi pessime e quindi, anche a causa dell’alimentazione incompleta, si diffondevano le malattie. Condizioni di vita migliori sui velieri. Le navi si imbarcavano tra aprile e settembre e anche la corsa avveniva in tale periodo.

LA SCHIAVITÙ. Fenomeno che ha riguardato sia la corsa cristiana che quella musulmana. Gli schiavi musulmani furono adoperati dai cristiani come vogatori oppure in qualsiasi altra attività lavorativa. Lo schiavo cristiano invece poteva essere direttamente impiegato oppure venduto sul mercato oppure poteva essere liberato dietro pagamento di un riscatto. Lo schiavo benestante si riscattava da solo, mentre per gli schiavi poveri veniva in soccorso la carità pubblica. Lo schiavo per i musulmani aveva un valore prettamente commerciale. Ecco perché si cercava di non danneggiarlo, altrimenti avrebbe perso il suo valore monetario. Però gli episodi di violenza contro gli schiavi cristiani non

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mancavano e avvenivano di solito in caso di ribellione degli stessi o per vendicare un’offesa o una violenza subite da uno schiavo musulmano da parte dei cristiani. Le fonti a disposizione (relazioni di religiosi, lettere degli schiavi ai parenti) esagerano però spesso sulle violenze commesse dai musulmani per sollecitare la pubblica carità. A partire dalla fine del XVII secolo la condizione degli schiavi cristiani migliorò quando si attenuò il contenuto ideologico della corsa barbaresca. La cattura poteva avvenire in mare aperto o a terra. Spesso il riscatto poteva essere chiesto subito sul posto. Il momento peggiore per i prigionieri era lo stivaggio perché membri di una stessa famiglia potevano finire in navi diverse dirette in posti diversi. Tra i disagi la scarsità di acqua e viveri. Durante la traversata si indagava sulla condizione economica dei prigionieri, i quali adottavano molte strategie per apparire poveri o infermi per ridurre il loro valore commerciale. Giunti a destinazione gli schiavi venivano divisi in due gruppi: quelli che per status sociale erano facilmente riscattabili e quelli che sarebbero stati venduti sul mercato. In seguito il sovrano si prendeva la sua parte di bottino e poi si procedeva alla vendita dei rimanenti il cui ricavato veniva diviso tra tutti gli azionisti dell’impresa. La vendita avveniva in uno spiazzo, donne da una parte e uomini dall’altra, dove gli schiavi venivano sottoposti a una ispezione corporale per valutarne il valore economico e i possibili utilizzi. Dopodiché si procedeva all’asta. Tra i compratori vi erano capi corsari e ricchi nobili. Il prezzo variava a seconda dello status sociale dello schiavo, dell’età e delle sue condizioni fisiche, delle sue competenze. Gli schiavi venivano impiegati come vogatori, nelle case come domestici o concubini, nelle botteghe artigiane, nella corte del sovrano, come muratori, nei cantieri navali, come spazzini, giardinieri, facchini, nelle miniere, nelle cave di pietra, in agricoltura. Tra padrone e schiavo poteva essere stipulato un accordo in base al quale lo schiavo poteva gestire una piccola attività imprenditoriale (vinaio, oste) dietro pagamento di una cifra. Un’istituzione importante erano i bagni degli schiavi, degli edifici che accoglieva di notte e nei periodi di riposo gli schiavi maschi appartenenti al sovrano e agli alti funzionari. Erano statali, ma ve ne erano anche di pubblici e anche i privati, pagando una tassa, potevano farvi alloggiare i propri schiavi. Un guardiano sorvegliava gli schiavi e l’edificio e gli assegnava ai lavori di pubblica utilità. Era l’unico spazio di socialità per gli schiavi. Il logo di ritrovo era la taverna affidata a uno schiavo. Nei bagni esistevano anche delle cappelle dove sacerdoti schiavi potevano, dietro pagamento di una tassa, esercitare funzione liturgica. Dalla seconda metà del ‘600 la Chiesa di Roma si organizzò meglio la cura religiosa degli schiavi cristiani in Barberia con l’aiuto di tre ordini religiosi. Gli schiavi non potevano comunque fare propaganda tra i musulmani. I religiosi inoltre gestivano degli ospedali per dare agli schiavi assistenza sanitaria. Vennero inoltre costruiti dei cimiteri cristiani. Le condizioni di vita degli schiavi musulmani erano pressoché le stesse.

IL RITORNO ALLA LIBERTÀ. La liberazione degli schiavi poteva avvenire secondo diverse modalità: 1) RISCATTO: due ordini a ciò preposti, i trinitari e i mercedari, anche per evitare che gli schiavi rinnegassero la loro fede e si convertissero all’Islam (Tinniswood presenta alcuni casi di conversione che destarono scandalo in Inghilterra) organizzavano delle spedizioni redentive usando il denaro delle elemosine o i capitali delle strutture dei due ordini. Alla fine stilavano una relazione su modi e tempi della spedizione e in cui comparivano i nomi degli schiavi liberati, per sensibilizzare maggiormente i fedeli. Stessa funzione avevano le processioni dei redenti. Il papa agiva con la vendita delle indulgenze. Soprattutto negli stati italiani vi furono anche delle confraternite laiche che si dedicarono alla redenzione degli schiavi (a Genova venne istituita una magistratura apposita nel 1597). Le trattative con i maghrebini non erano facili perché questi erano restii a riconsegnare gli schiavi più forti e più utili. Oltre al prezzo del riscatto c’erano poi tutta una

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serie di diritti fissi da pagare. La redenzione poteva avvenire anche attraverso l’intercessione di un privato con il quale la persona si indebitava. 2) SCAMBIO: metodo adottato soprattutto dai musulmani, perché restii a pagare per liberare gli schiavi. Questi scambi erano anche sanciti dai trattati della seconda metà del ‘700 tra stati europei e stati barbareschi. 3) LIBERAZIONE IMPROVVISA durante uno scontro navale tra cristiani e musulmani. 4) FUGA

I RINNEGATI. Rinnegati sono coloro che rinnegano la loro fede. Persone di basso rango sociale, poveri, insoddisfatti, indebitati, delinquenti, marinai e capitani cristiani desiderosi di fare fortuna (Tinniswood dice che sotto Giacomo I molti marinai inglesi erano attirati dalla corsa barbaresca piuttosto che dalla carriera in marina). Tutti questi vedevano nel mondo islamico la possibilità di dare una svolta alla loro vita e di arricchirsi. Giunti nella Barberia o come uomini liberi o come schiavi, il primo passo per inserirsi nella società barbaresca era la conversione all’islam e il rinnegamento della fede cristiana. Per i musulmani questo era svantaggioso poiché lo schiavo convertito difficilmente era riscattato. Per testare la sincerità della conversione, i convertiti venivano sottoposti a un test preliminare: condurre un’offensiva contro i propri correligionari cristiani (ciò spiega il successo di molte azioni corsare barbaresche). Ulteriore tappa era la circoncisione. Molti rinnegati europei si dedicarono all’attività più redditizia degli stati maghrebini, la pirateria, e arrivarono anche a ricoprire cariche importanti (Tinniswood fornisce degli esempi in questo senso). Anche alcuni schiavi musulmani si convertirono con la speranza di una futura liberazione. Il rinnegamento era meno peccaminoso per il cristiano che per il musulmano: il cristiano avrebbe potuto fingere e continuare dentro di sé a vivere la sua fede cristiana, mentre per il secondo il solo atto di comportarsi da cristiano era un tradimento dell’islam. I rinnegati ricevevano un diverso trattamento se tornavano in patria: la Chiesa poteva perdonare, il musulmano invece era condannato a morte per apostasia. Il rinnegato permise un il mantenimento di un contatto tra due mondi religiosi in contrapposizione.

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