RIASSUNTO SCIENZE: TETTONICA DELLE PLACCHE, Sintesi di Scienze della Terra
MattiaBianchini
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RIASSUNTO SCIENZE: TETTONICA DELLE PLACCHE, Sintesi di Scienze della Terra

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RIASSUNTO SCIENZE: TETTONICA DELLE PLACCHE
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TETTONICA DELLE PLACCHE LA STRUTTURA INTERNA DELLA TERRA

Attraverso lo studio dei terremoti si è giunti a riconoscere che il nostro pianeta presenta una struttura a involucri concentrici di diversa natura e spessore: una sottile crosta, uno spesso mantello roccioso e un grosso nucleo.

LA CROSTA La crosta è la parte più esterna del pianeta, un involucro rigido e sottile, il cui spessore varia da una media di 35 km sotto i continenti a una media di 6 km sotto i fondi oceanici. La base della crosta è indicata da una brusca discontinuità sismica, la superficie di Mohorovicic o Moho.

IL MANTELLO Il mantello rappresenta l’82% in volume della Terra e si estende dalla Moho fino a circa 2900 km di profondità, dove è presenta la discontinuità sismica di Gutenberg. Le rocce del mantello presentano notevole rigidità. I dati sismici hanno però messo in evidenza che in una fascia tra 70 e 250 km di profondità, il materiale presente appare meno rigido: è stata identificata l’astenosfera ( sfera debole9. Si tratta di una zona a maggiore plasticità. L’involucro formato dall’insieme della crosta e del mantello fino all’astenosfera viene chiamato litosfera. Per risalire alla composizione media dei materiali del mantello si è dovuto ricorrere a metodi di indagine indiretti per esempio mettendo a confronto la velocità di propagazione di onde meccaniche con le analoghe velocità determinate in laboratorio per tutta una serie di rocce. Il confronto mette in luce che i materiali il cui comportamento più si avvicina a quello del mantello superiore sono le peridotiti, rocce ultrabasiche formate da olivina e pirosseni. Più in profondità il resto del mantello sembra composto dagli stessi elementi che però devono essere organizzati in reticoli cristallini diversi. In prossimità di circa 400 km di profondità, la sismica rivela un improvviso aumento della velocità delle onde S. Analogo comportamento mostra l’olivina in laboratorio: le analisi mostrano che la composizione chimica del minerale non cambia, ma la sua struttura cristallina collassa e si fa più compatta e diviene simile a quella del minerale spinello. Alla profondità di circa 700 km si osserva un altro rapido aumento della velocità delle onde S; esperimenti di laboratorio hanno dimostrato che la struttura collassa ulteriormente e acquista una struttura cristallina più compatta simile a quella del minerale perovskite. A profondità maggiori le velocità delle onde aumenta gradualmente senza particolari improvvise variazioni. Questa regione profonda viene indicata come mantello inferiore.

IL NUCLEO La discontinuità sismica di Gutenberg segna il passaggio al nucleo della Terra che comprende il 16% del volume della Terra. I dati sismici indicano che il materiale della parte più esterna del nucleo ha le caratteristiche di un fluido. Geofisici e geochimici sono concordi attualmente sulla natura di lega metallica del nucleo, il quale sarebbe composto in prevalenza di ferro, ma con qualche elemento meno denso come il silicio e lo zolfo.

IL FLUSSO DI CALORE Il flusso termicoterrestre è la quantità di calore emessa nell’unità di tempo per ogni unità di superficie ed è molto BASSO. Tra i materiali che costituiscono la Terra sono presenti vari isotopi radioattivi. L’energia cinetica delle particelle emesse dagli isotopi radioattivi si trasforma nel calore che fluisce dalla superficie della Terra. Però esistono anche zone sulla superficie terrestre con flusso termici più elevato rispetto alla media come le dorsali oceaniche; si pensa che queste situazioni siano dovute all’esistenza di correnti convettive nel mantello, cioè a reali spostamenti di materiale più caldo che risale da zone profonde verso l’alto, dove parte del calore si libera e altro materiale, raffreddatosi in superficie, ridiscende verso il basso. Si tenga presente che i moti convettivi si manifestano solo nei fluidi e che l’origine di questi rimescolamenti di materiali della Terra va ricercata in una disomogeneità termica del mantello.

LA TEMPERATURA INTERNA DELLA TERRA La temperatura all’interno della crosta terrestre aumenta in media di circa 30 gradi ogni km di profondità ( gradiente geotermico). I geofisici hanno costruito la curva dell’andamento della temperatura con la profondità, chiamata geoterma, basandosi sul modello della struttura interna della Terra. I dati sismici indicano che il mantello è solido, nel nucleo esterno la temperatura deve essere superiore al punto di fusione della lega metallica, mentre il nucleo interno è solido. Lo studio del flusso termico e della temperatura della crosta è importante per lo sfruttamento dell’energia geotermica, trasformabile in energia elettrica.

LA GEODINAMO Esclusa la presenza di un qualcosa di simile a un magnete permanente, le ipotesi sull’origine del campo geomagnetico si sono orientate verso un modello simile a quello delle dinamo ad autoeccitazione. Il campo geomagnetico indica la regione di spazio intorno al pianeta nella quale sono presenti interazioni magnetiche prodotte dal meccanismo prima descritto. L’intensità del campo magnetico diminuisce all’aumentare della distanza.

IL PALEOMAGNETISMO La conoscenza del campo geomagnetico ha aperto prospettive inaspettate con la scoperta del paleomagnetismo, che consente lo studio del campo magnetico terrestre del passato. Molte rocce conservano una propria magnetizzazione, indotta dal campo geomagnetico al momento della loro formazione. La datazione di rocce e la misura del loro magnetismo ha permesso di scoprire che il campo geomagnetico esiste da 3,5 miliardi di anni. La scoperta più interessante è stata che la direzione della magnetizzazione conservata in rocce antiche è diversa da quella del campo geomagnetico attuale. L’ipotesi che i poli magnetici della Terra siano migrati nel tempo si scontra con un’altra constatazione: per una stessa età, rocce di continenti diversi indicano una diversa posizione del polo magnetico. Non sono stati i poli magnetici a spostarsi, ma sono stati i continenti a muoversi. Il paleomagnetismo ha portato anche a un’altra scoperta importante. In molte rocce di età recente la direzione di magnetizzazione risulta opposta a quella del campo geomagnetico attuale. Il fenomeno si osserva anche in rocce molto più antiche il cui campo magnetico rivela anche la presenza di inversioni di polarità. La conclusione indica che il campo magnetico terrestre è passato da normale a inverso. Si può costruire la successione dei periodi di tempo a polarità normale e inversa: si è stabilita così una scala stratigrafica paleo magnetica.

CROSTA OCENAICA E CROSTA CONTINENTALE Esistono due tipi di crosta: la crosta oceanica, che costituisce il pavimento degli oceani ed è interamente coperta dalle loro acque; la crosta continentale, che corrisponde ai continenti e alla loro prosecuzione sotto il livello del mare. Lo spessore della crosta è indicato dalla profondità della Moho. La crosta continentale è più spessa di quella oceanica: il suo spesso arriva a quasi 35 km, mentre la crosta oceanica ha uno spessore medio di 6 km sotto il fondo del mare. La differenza più osservabile è che il livello medio della superficie della crosta continentale è di oltre 4000 metri maggiore di quello medio della crosta oceanica, come si ricava dalla curva ipsografica . Nella crosta continentale compaiono rocce di ogni età. I bacini oceani sono strutture giovani del pianeta, mentre le aree continentali sono strutture molto più persistenti. La crosta oceanica mostra una struttura a strati molto regolare. A partire dall’alto si riconoscono: un modesto spessore di sedimento poco litificati; un considerevole spessore di basalto; uno strato di gabbro. La crosta continentale presenta invece una composizione eterogenea, nella quale si affiancano rocce magmatiche, sedimentarie e metamorfiche. La crosta continentale ha avuto una complessa evoluzione, dominata dal processo detto orogenesi che ha portato alla

formazioni di grande catene montuose. Le vaste aree continentali ci appaiono oggi come un mosaico di aree cratoniche e di fasce orogeniche. Le aree cratoniche ( o cratoni) sono le parti più antiche: appaiono come ampie pianure costituite da scudi e ricoperte da tavolati. Le fasce orogeniche ( orogeni) sono quelle in cui l’orogenesi si è verificata in tempi meno antichi.

L’ISOSTASIA La tendenza della crosta a raggiungere una posizione di equilibrio attraverso il fenomeno del galleggiamento è chiamata isostasia, un termine che indica una condizione di uguale equilibrio nei confronti di settori della crosta terrestre posti a quote diverse. Vengono chiamati aggiustamenti isostatici i movimenti verticali con cui la crosta reagisce ad ogni modifica di tale equilibrio. Nel caso in cui una catena montuosa si accresce, le sue radici si ispessiscono in quanto la crosta profonda scende. Invece nel caso in cui una catena montuosa si abbassa per l’erosione le sue radici diminuiscono in quanto la crosta profonda risale.

LA DERIVA DEI CONTINENTI Secondo Wegener circa 200 milioni di anni fa vari lembi di crosta continentale si trovavano uniti in un unico grande continente che prendeva il nome di Pangea, circondato da un unico grande oceano chiamato Pantalassa. A partire da quell’epoca la Pangea si sarebbe smembrata in più parti che si sarebbero sempre più allontanate tra loro secondo un meccanismo noto come deriva dei continenti. La teoria della deriva dei continenti partiva da prove certificate come le prove geografiche e geologiche, paleontologiche e paleo climatiche. Dove invece la teoria di Wegener risultava poco sostenibile era nelle cause e nelle modalità della deriva, in quanto le forze invocate per spiegare questo fenomeno erano inadeguate. Vediamo ora i punti essenziali del meccanismo che viene comunemente chiamato espansione dei fondi oceanici , partendo dall’esame di due gruppi di strutture oceaniche: le dorsali oceaniche e le fosse abissali.

LE DORSALI OCEANCIHE Le dorsali oceaniche corrispondono a una lunghissima fascia di crosta oceanica. La cresta del sistema di dorsali è segnata da un solco longitudinale chiamato rift valley per la sua grande somiglianza con il sistema di fosse dell’Africa Orientale, noto come Great Rift Valley. Un diverso sistema di faglie disarticola invece le dorsali in numerosi segmenti, ciascuno dei quali risulta spostato rispetto a quelli contigui. Tali lacerazioni sono state chiamate faglie trasformi. Lungo le faglie che delimitano la rift valley risale continuamente dal mantello magma che fuoriesce da innumerevoli punti sul fondo del mare e solidifica come roccia basaltica con la caratteristica forma di lava a cuscini. Sul fondo delle rift valley sono state scoperte numerose sorgenti idrotermali. L’acqua fredda del mare penetra nelle fratture lungo le dorsali, scende per parecchi km e si riscalda a contatto con i basalti. Poi l’acqua risale fino a sgorgare con violenza dal fondo marino, con un getto caldissimo ricco di minerali e gasi e tali sorgenti sono chiamate fumaioli neri per il colore del getto. L’insieme delle caratteristiche osservate indica che sotto la crosta oceanica, in corrispondenza delle dorsali, deve esistere un flusso continuo di materiale molto caldo. Il materiale risale risale da livelli profondi entro il mantello e in vicinanza della superficie parte del materiale caldo passerebbe allo stato fuso e risalirebbe attraverso le fratture che delimitano la raft valley, fino a traboccare sul fondo del mare e dare origine ai grandi accumuli di lave a cuscini. Arrivata in superficie tale massa di materiale caldo si espande dividendosi in due rami che si allontanano in direzioni opposte rispetto alla posizione della dorsale. Come conseguenza di questi movimenti i due fianchi delle dorsali si allontanano tra di loro. Dalle numerose faglie che si aprono il magma risale e forma nuovi ammassi di rocce effusive e intrusive. Non appena consolidate anche le rocce vengono coinvolte nel meccanismo in atto. In definitiva i fondi oceanici si accrescono e si espandono a partire dalla rift valley con un movimento continuo. Per comprendere meglio questi concetti è necessario tener presente che il movimento riguarda l’intera litosfera e coinvolgono anche il mantello.

LE FOSSE ABISSALI I fondi oceanici presentano un altro tipo di strutture caratterizzate da intensa attività: sono le fosse abissali, depressioni del fondo lunghe migliaia di km e relativamente strette. L’attività vulcanica è sistematicamente presente, ma è localizzata a una certa distanza dalla fossa, dove si individua un arco vulcanico o arco magmatico. A differenza di quanto avviene nelle dorsali, dove si verificano effusioni di lave fluide, il vulcanismo lungo le fosse è altamente esplosivo. I sistemi arco-fossa sono accompagnati anche da forte sismicità. La distribuzione complessiva degli ipocentri dei terremoti permette di individuare una superficie ideale, la superficie o piano di Benioff.

ESPANSIONE E SUBDUZIONE Il collegamento tra dorsali e fosse è al centro dell’ipotesi dell’espansione dei fondi oceanici. In questa ipotesi le dorsali oceaniche sono sostenute dalla risalita di materiale caldo che fa incarnare la litosfera. Attraverso la rift valley, parte del materiale risale e alimenta il vulcanismo della dorsale, i cui prodotti, una volta divenuti solidi contribuiscono alla formazione di nuova crosta oceanica, mentre allo stesso tempo sotto la crosta si accresce nuovo mantello. A sua volta la litosfera oceanica diviene più densa e si abbassa di quota rispetto alla dorsale verso un nuovo equilibrio isostatico: si forma così il pavimento delle vaste piane abissali. Contemporaneamente la litosfera, divenuta ormai fredda e pesante, comincia ad affondare con un lento movimento, detto subduzione: si inflette verso il basso e si immerge nel mantello. Nella sua discesa la litosfera si riscalda e comincia a fondere finchè in profondità risulta ampiamente riassimilata nel mantello. Non tutto il materiale della litosfera però viene riciclato nel mantello: la fusione graduale della crosta oceanica produce grandi volumi di magma che risale verso la superficie e alimenta il vulcanismo degli archi vulcanici. Inoltre la discesa della litosfera avviene con violenti attriti che si manifestano come terremoti.

ANOMALIE MAGNETICHE SUI FONDI OCEANICI Le navi oceanografiche erano provviste di sensibili magnetometri, strumenti in grado di misurare e registrare in modo continuo l’intensità totale del campo magnetico terrestre, e questo permise di riconoscere l’esistenza di numerose anomalie magnetiche. Esse indicano lo scarto tra la misura dell’intensità totale del campo magnetico attuale di un luogo e il suo valore teorico. Col tempo si scoprì che le anomalie magnetiche in corrispondenza dei fondi oceanici mostravano un andamento regolare, formato da numerose fasce di valori maggiori ( anomalie positive) e minori ( anomalie negative). I ricercatori interpretano le zone di anomalie magnetiche positive dei fondi oceanici come risultato dell’interferenza positiva tra campo geomagnetico attuale e porzioni di crosta oceanica aventi magnetismo residuo con orientazione uguale a quella del campo attuale. Le zone di anomalie negative risulterebbero dall’interferenza negativa tra campo geomagnetico attuale e porzioni di crosta oceanica aventi magnetismo residuo con orientazione contraria a quella del campo attuale. Gli scienziati hanno concluso che le bande di anomalie magnetiche dei fondi oceanici rappresentano una registrazione dell’espansione dei fondi oceanici. Le fasce di anomalie magnetiche sono disposte parallelamente alle dorsali e sarebbero causate dal paleomagnetismo dei basalti della crosta oceanica combinato con il fenomeno delle inversioni delle polarità magnetiche. La presenza dei due tipi di anomalie richiede che la crosta oceanica non si sia formata tutta insieme ma in tempi diversi. Le fasce di anomalie magnetiche più vicini alle dorsali sono più recenti di quelle che si trovano a maggiore distanza.

LE PLACCHE LITOSFERICHE

Le dorsali di espansione, le fosse di subduzione e le grandi faglie trasformi nel loro insieme formano un’immensa rete che si dirama su tutta la litosfera, suddividendola in una ventina di maglie dette placche. Le placche possono essere formate da sola litosfera oceanica o da sola litosfera continentale o da porzioni di litosfera dei due tipi. I bordi delle singole placche, chiamati margini, vengono distinti in tre tipi. I marginicostruttivi o divergenti sono le dorsali oceaniche lungo le quali si costruisce nuova litosfera oceanica che si allontana dalla dorsale. I margini distruttivi o diconvergenza sono le fosse oceaniche lungo le quali la litosfera, divenuta fredda e densa, viene distrutta nel processo di subduzione. I margini conservativi sono alcuni grandi faglie trasformi, lungo le quali due placche scorrono l’una a fianco dell’altra in direzioni opposti con fenomeni di metamorfismo e forte attività sismica.

L’OROGENESI Per Wegener i contenuti galleggiavano su un involucro continuo e si muovevano in esso come iceberg alla deriva nel mare; oggi sappiamo invece che i blocchi di crosta continentale sono solidali con la litosfera. Ma questo comportamento passivo può avere conseguenze di grande portata se un lembo di crosta continentale finisce per interferire con una fossa di subduzione. Il risultato può essere un’orogenesi, cioè un processo di intensa deformazione crostale che coinvolge grandi volumi di rocce, con fenomeni di metamorfismo e magmatismo e che porta al sollevamento di una nuova catena montuosa. Le diverse situazioni in cui può formarsi un orogeno, cioè il prodotto di un’orogenesi sono : crosta oceanica in subduzione sotto il margine di un continente, collisione continentale, accrescimento crostale e crosta oceanica sotto crosta oceanica.

CROSTA OCEANICA IN SUBDUZIONE SOTTO UN MARGINE CONTINENTALE Se un continente finisce per trovarsi a ridosso di una fossa oceanica, non entra in subduzione come farebbe la litosfera oceanica. La litosfera continentale non può sprofondare entro il mantello ed è costretta a galleggiare. In questo caso è la crosta oceanica a infilarsi sotto il margine continentale che viene deformato dal violento attrito. In un ambiente così mobilizzato la crosta continentale si accresce di spessore e si verifica allora il processo di orogenesi con il sollevamento di una nuova catena montuosa. Per esempio il risultato è la catena delle Ande, costellata di alti vulcani e investita da violenti terremoti e dove l’erosione ha messo in luce la sommità dei giganteschi batoliti.

COLLISIONE CONTINENTALE La parte oceanica di una placca che trasporta un continente entra in subduzione sotto una placca continentale. Ma se la placa che sta sprofondando comprende anche un continente, quest’ultimo arriva alla fossa e la collisione continentale è inevitabile. Il continente a sinistra si frammenta in falde che scivolano una sull’altra, impilandosi. La crosta continentale si ispessisce: in parte sprofonda nel mantello, mentre in parte risulta sollevata in un’altra catena montuosa. Per esempio è quanto accaduto tra il margine dell’Eurasia e il continente India e dalla collisione è nata la gigantesca catena himalayana. Nella zona di collisione vengono sollevate anche altre rocce tipicamente associate alla convergenza tra placche: intrusioni magmatiche, sedimenti della piattaforma continentale e di acque profonde deformati e frammenti di ofioliti, rocce dal colore verde.

ACCRESCIMENTO CROSTALE Il meccanismo delle placche può portare anche alla formazione di una catena montuosa con un processo che si può definire orogenesi per accrescimento crostale . Si verifica quando frammenti di crosta si trovano incastonati in una placca oceanica in lento movimento verso una fossa di subduzione. Man mano che arrivano nella fossa, questi frammenti verrebbero strappati via dalla placca che sprofonda e spinti ad accavallarsi contro il margine del continente in cui si trova la fossa. Si sarebbero formate per tale via le catene costiere dell’Alaska.

CROSTA OCEANICA SOTTO CROSTA OCEANICA Nel caso in cui le due placche coinvolte sono entrambe oceaniche, i magmi che si formano salgono fino a traboccare sul fondo dell’oceano, a lato della fossa abissale. Il continuo afflusso di magmi e l’accumulo di sedimenti allarga e consolida gli edifici e si origina un arco insulare. Tipico esempio è l’arco delle Isole Marianne.

IL CICLO DI WILSON Fosse e dorsali non sono forme stabili: prima o poi le fosse vengono distrutte in un processo di collisione, mentre le dorsali per il mutare dei moti convettivi nel mantello diventano inattive. Ma gli stessi mutamenti nei moti del mantello possono far nascere una nuova dorsale e un nuovo oceano in tre stadi. Si tratta dello stadio embrionale quando materiale caldo in risalita nel mantello fa inarcare verso l’alto un settore di litosfera; dalle fessure che si aprono cominciano a fuoriuscire lave. Riscaldata e sollevata, la litosfera si assottiglia e si spezza lungo grandi faglie: si individua così una lunga depressione, sul cui fondo si accumulano grandi quantità di lave e sedimenti continentali. Lo stadio giovanile avviene quando le due parti del continente originario si separano e si allontanano l’una dall’altra a mano a mano che si forma una nuova crosta, a spese del magma in risalita. Il mare invade la zona ribassata e comincia la deposizione di sedimenti marini sul nuovo pavimento oceanico. La fase successiva porta allo stadio di maturità. Il fondo oceanico continua ad espandersi, l’oceano si amplia e lungo le coste, dove è in atto lo sprofondamento per subsidenza termica, si sviluppano i prismi sedimentari, ovvero l’accumulo di detriti portati dai fiumi. Un oceano non può però allargarsi all’infinito: gli equilibri sotto la litosfera finiscono per cambiare e la dorsale diviene inattiva. Il fondo del vecchio oceano si consumerà per l’attivarsi di qualche nuova fossa di subduzione, finchè i due continenti, entreranno in collisione e si salderanno in un unico continente. Il ciclo del supercontinente o ciclo di Wilson è la nuova unità di misura dell’evoluzione del nostro pianeta.

VULCANI: AI MARGINI DELLE PLACCHE O ALL’INTERNO DELLE PLACCHE Il vulcanismo essenzialmente effusivo lungo l’asse delle dorsali oceaniche è dovuto alla risalita dalle profondità del mantello di materiale solido e caldo che fa inarcare la litosfera. Il vulcanismo fortemente esplosivo è localizzato lungo gli archi insulari vulcanici o lungo il margine dei continenti che fronteggiano le fosse abissali. Tale vulcanismo è collegato al processo di subduzione. Il magma prodotto dalla fusione è ricco in silice e d è viscoso e perciò tale vulcanismo dà origine a manifestazioni altamente esplosive. La risalita di tali fluidi favorisce quel processo di trasformazione e fusione della crosta continentale che va sotto il nome di anatessi. I centri vulcanici all’interno delle placche sono localizzati sia in pieno oceano sia sui continenti. Nella maggior parte dei casi siamo di fronte alla manifestazione in superficie di un punto caldo: ristrette aree della crosta caratterizzate da elevato flusso termico e continua effusione di lave basaltiche. Essi corrisponderebbero alla risalita localizzata di materiale caldo e non sembrano direttamente legati all’attività dei margini delle placche.

TERREMOTI: AI MARGINI DELLE PALCCHE O ALL’INTERNO DEI CONTINENTI La distribuzione dell’attività sismica coincide per il 95% con i margini delle placche. Lungo le dorsali, le forze che tendono a far allontanare i due fianchi della rift valley provocano l’attivazione di numerosi faglie e tutto questo si traduce in sismi di modesta entità. La forte sismicità associata alle fosse oceaniche è legata alla subduzione di una placca sotto l’altra. Nelle catene montuose non si sono ancora esaurite le gigantesche spinte che hanno deformato e fatto saldare tra loro i margini. In tali situazioni, grandi masse rocciose vengono coinvolte negli sforzi in atto nella crosta e finiscono per dare origine con il solito meccanismo a terremoti. Una piccola percentuale di terremoti cade però lontano dai margini.

MOTI CONVETTIVI E PUNTI CALDI Si ritiene che il motore della tettonica delle placche consista movimenti convettivi all’interno del mantello, innescati da locali squilibri termici, a loro volta causati dal calore liberato da processi radioattivi; ma al processo sembra partecipare anche il nucleo. La tomografia sismica fornisce una specie di radiografia della struttura interna del pianeta, distinguendo regioni relativamente più calde e più fredde. Si riconoscono grandi volumi di litosfera fredda in sprofondamento dalle fosse di subduzione, alcuni scesi ormai attraverso l’intero mantello fino alla periferia del nucleo. Altri volumi di rocce più calde risalgono invece come pennacchi che arrivano a perforare la litosfera e si manifestano in superficie come punti caldi, caratterizzati da alto flusso termico e intenso vulcanismo. Nel nucleo esterno fuso sono attivi moti convettivi che trasferiscono calore alla base del mantello, facilitando la formazione di regioni con diverse condizioni termiche che favoriscono moti convettivi. Il fortissimo calore del nucleo interno solido si trasferisce al nucleo esterno fuso, sommandosi al calore liberato per il lento solidificarsi di zone alla periferia del nucleo interno. I moti delle placche sarebbero legati ai moti convettivi del mantello, con l’interferenza dei pennacchi, che pomperebbero calore direttamente dal nucleo alla litosfera.

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