Riassunto Storia - Il mondo contemporaneo Sabbatucci Vidotto , Sintesi di Storia Contemporanea. Università di Palermo
luciangi
luciangi19 dicembre 2014

Questo è un documento Store

messo in vendita da luciangi

e scaricabile solo a pagamento

Riassunto Storia - Il mondo contemporaneo Sabbatucci Vidotto , Sintesi di Storia Contemporanea. Università di Palermo

PDF (746 KB)
110 pagine
9Numero di download
1000+Numero di visite
1Numero di commenti
Descrizione
"Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi" Autore Sabbatucci Giovanni; Vidotto Vittorio
9.99
Prezzo del documento
Scarica il documento

Questo documento è messo in vendita dall'utente luciangi: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli

Anteprima2 pagine / 110

Questa è solo un'anteprima

2 pagine mostrate su 110 totali

Scarica il documento

Questa è solo un'anteprima

2 pagine mostrate su 110 totali

Scarica il documento

Questa è solo un'anteprima

2 pagine mostrate su 110 totali

Scarica il documento

1.Le Rivoluzioni del 1848

1.1 Una rivoluzione europea

Nel 1848 l’Europa fu sconvolta da una crisi rivoluzionaria di ampiezza e d’intensità eccezionali.

Eccezionale fu l’estensione dell’area geografica interessata dalle agitazioni, ma anche la rapidità

con cui il moto rivoluzionario si diffuse in tutta l’Europa continentale, dalla Francia all’Italia,

all’Impero asburgico e alla Confederazione germanica. Fra le potenze europee, solo la Russia e la

Gran Bretagna non furono toccate dall’ondata delle rivoluzioni. Un moto così ampio non sarebbe

stato possibile se non fosse stato favorito da fattori comuni, presenti nell’intera società europea. Un

primo elemento era dato dalla situazione economica: nel biennio 1846-1847 l’Europa aveva

attraversato una fase di crisi, che aveva investito prima il settore agricolo, poi quello industriale e

commerciale, provocando carestie, miseria e disoccupazione. Il disagio economico e l’inquietudine

sociale non sarebbero bastati di per sé a provocare una crisi di così vaste proporzioni se su di essi

non si fosse inserita l’azione consapevole svolta dai democratici di tutta Europa, depositari di una

tradizione che affondava le sue origini nella rivoluzione francese. Questa tradizione nel’48 era

ancora viva così come l’attesa di un nuovo grande sommovimento che avrebbe dovuto ridare

slancio al moto di emancipazione politica, ma anche nazionale, cominciato alla fine del 700 e

interrotto dalla Restaurazione. In questo senso i moti del ’48 si collegano a quelli del 1820-21 e del

1830. Simile fu il contenuto dominante delle insurrezioni: la richiesta di libertà politiche e di

democrazia, intrecciata – in Italia, in Germania e nell’Impero asburgico- alla spinta verso

l’emancipazione nazionale. Simile fu anche la dinamica dei moti: cominciarono con grandi

dimostrazioni popolari nelle capitali, sfociate poi in scontri armati. Un altro tratto comune delle

rivoluzioni del ’48 fu rappresentato dalla massiccia partecipazione dei ceti popolari urbani: furono

gli artigiani e gli operai a svolgere il ruolo principale nelle sommosse. Nel gennaio del ’48, poche

settimane prima dello scoppio dei moti, era stato scritto il “Manifesto dei comunisti” di Marx ed

Engels, destinato a diventare il testo-base della rivoluzione proletaria.

1.2 La rivoluzione di febbraio in Francia

Come già era accaduto nel 1830, il moto rivoluzionario ebbe il suo centro di irradiazione in Francia.

La monarchia liberale di Luigi Filippo d’Orleans era uno dei regimi europei meno oppressivi. Ma la

maturazione economica, civile e culturale della società francese, favorita dal regime liberale, faceva

apparire meno tollerabili i limiti oligarchici di quel regime e la politica ultramoderata praticata da

Luigi Filippo e dal suo primo ministro Guizot. Si andò coalizzando un vasto fronte di opposizione

che andava dai liberali progressisti ai democratici, dai bonapartisti ai socialisti. Per i democratici,

l’obiettivo da raggiungere era il suffragio universale, ossia la concessione del diritto di voto a tutti i

cittadini maschi senza distinzione di reddito e di condizione sociale. Il suffragio universale era visto

come il mezzo più sicuro per realizzare gli ideali di giustizia sociale, dando voce ai rappresentanti

del popolo. In Parlamento, i democratici cercarono di trasferire la loro proposta nel “paese reale”.

Lo strumento scelto fu la cosiddetta compagnia dei banchetti: riunioni svolte in forma privata che

aggiravano i divieti governativi. Fu proprio la proibizione di una banchetto, previsto il 22 febbraio a

Parigi, a innescare la crisi rivoluzionaria. Lavoratori e studenti parigini, organizzarono una grande

manifestazione di protesta. Per impedirla, il governo ricorse alla Guardia nazionale, il corpo

volontario di cittadini armati che era stato istituito nel 1789 ed era rinato dopo l’insurrezione del

luglio 1830. La Guardia nazionale era stata impiegata più volte per reprimere agitazione o

sommosse operaie. Ma questa volta, chiamata a difendere un governo impopolare, finì col fare

causa comune con i dimostranti. Dopo due giorni di violenti scontri, gli insorti erano padroni della

città. Il 24 febbraio, dopo un tentativo di placare la piazza con la destituzione di Guizot, Luigi

Filippo abbandonò Parigi. La stessa sera all’Hôtel (il municipio parigino) veniva costituito un

governo che si pronunciava a favore della repubblica e annunciava la prossima convocazione di

un’Assemblea costituente da eleggere a suffragio universale. I primi passi della Seconda

Repubblica francese si svolsero in un clima di generale entusiasmo e furono caratterizzati da una

ripresa in grande stile del dibattito politico. Fu abrogata ogni limitazione alla libertà di riunione.

Sorsero nuovi giornali e si moltiplicarono i club e le associazioni. I primi atti del governo

repubblicano furono improntati ad una certa moderazione. Fu abolita la pena di morte per i reati

politici. Fu rifiutata la proposta di sostituire al tricolore la bandiera rossa. Già alla fine di febbraio il

governo provvisorio aveva stabilito in undici ore la durata massima della giornata lavorativa ed

aveva affermato il principio del diritto al lavoro. Per dare attuazione al diritto al lavoro furono

istituiti degli ateliers nationaux (alla lettera: opifici, o officine, nazionali). Gli operai degli ateliers

furono adibiti a lavori di pubblica utilità (scavo di canali, riparazioni di strade) e posti alle

dipendenze del ministero dei Lavori pubblici. Le elezioni per l’Assemblea costituente si tennero il

23 aprile 1848. il suffragio universale – applicato per la prima volta- portò alle urne un elettorato

rurale, i cui orientamenti erano conservatori. I veri vincitori furono i repubblicani moderati. Invano

il popolo parigino tentò di riprendere l’iniziativa sul terreno delle manifestazioni di piazza. Il 15

maggio, una grande manifestazione conclusasi con l’invasione dell’Assemblea costituente fu

prontamente repressa dalla Guardia nazionale. Un mese dopo, il governo emanò un decreto con cui

si stabiliva la chiusura degli ateliers nationaux e si obbligavano i disoccupati più giovani ad

arruolarsi nell’esercito. La reazione dei lavoratori di Parigi fu immediata. Il 23 giugno, oltre

cinquantamila persone scesero in piazza. Nei quartieri popolari ricomparvero le barricate. In

risposta l’Assemblea costituente concesse pieni poteri al ministro della Guerra, il generale Louis

Eugène Cavaignac, per procedere alla repressione, che fu condotta con spietata durezza. Nei mesi

successivi alle giornate di giugno, la situazione rimase tuttavia sotto il controllo dei repubblicani

moderati. In novembre l’Assemblea costituente approvò una costituzione democratica, che

prevedeva un presidente della Repubblica eletto dal popolo per la durata di quattro anni e

un’Assemblea legislativa eletta anch’essa a suffragio universale. Ma alle elezioni presidenziali i

repubblicani si presentarono divisi (l’ala moderata appoggiò Cavaignac, quella progressista si

schierò con Ledru-Rollin), mentre i conservatori fecero blocco sulla candidatura di Luigi Napoleone

Bonaparte. Una vera e propria valanga di suffragi si riversò su Bonaparte. Si chiudeva così la fase

democratica della Seconda Repubblica. La Francia cessava di essere il centro di irradiazione della

rivoluzione europea.

1.3 La rivoluzione nell’Europa centrale

Il moto rivoluzionario inizio a Parigi alla fine di febbraio si propagò a gran parte dell’Europa.

Nell’Impero asburgico, negli Stati italiani e nella Confederazione germanica il malcontento

suscitato dalla crisi economica si univa alla protesta contro la gestione autoritaria del potere. Il

primo episodio insurrezionale ebbe luogo a Vienna, il 13 marzo. L’occasione della rivolta fu data da

una grande manifestazione di studenti e lavoratori duramente repressa dall’esercito. Il cancelliere

Metternich dovette abbandonare il potere, che deteneva ininterrottamente da quarant’anni, e

rifugiarsi all’estero. Le notizie dell’insurrezione di Vienna e della fuga di Metternich fecero

precipitare la situazione nelle province dell’Impero asburgico e nella vicina Confederazione

germanica. Il 15 marzo vi furono tumulti a Budapest. Il 17 e il 18 si sollevavano Venezia e Milano.

Il 19 i cittadini di Praga inviavano una petizione all’imperatore chiedendo autonomia e libertà

politiche per i cechi. In maggio l’imperatore dovette abbandonare la capitale e promettere la

convocazione di un Parlamento dell’Impero. In Ungheria le promesse del governo imperiale di

concedere una propria costituzione e un parlamento non bastarono a fermare l’agitazione. Sotto la

spinta dell’ala democratico-radicale, che faceva capo a Lajos Kossuth, i patrioti ungheresi

profittarono della crisi in cui versava il potere centrale per creare un governo nazionale e per agire

in totale autonomia da Vienna. Fu eletto un nuovo parlamento a suffragio universale. In luglio,

Kossuth cominciò ad organizzare un esercito nazionale, primo passo verso la piena indipendenza. A

Praga, in aprile, venne formato un governo provvisorio. I patrioti cechi si limitavano a chiedere più

ampie autonomie per tutte le popolazioni slave dell’Impero. Ai primi di giugno si riunì a Praga un

congresso cui parteciparono delegati di tutti i territori slavi soggetti alla corona asburgica. Ma il 12

giugno alcuni incidenti scoppiati fra la popolazione e l’esercito fornirono alle truppe imperiali il

pretesto per un intervento. La capitale boema fu assediata e bombardata. Il congresso slavo fu

disperso e il governo ceco sciolto d’autorità. Ai primi di ottobre una nuova insurrezione scoppiava

a Vienna. Studenti e lavoratori della capitale austriaca si sollevarono per impedire la partenza di

nuove truppe per il fronte. Alla fine di ottobre Vienna fu occupata dopo tre giorni di durissimi

combattimenti. Poche settimane dopo, l’imperatore Ferdinando I abdicava in favore del nipote, il

diciottenne Francesco Giuseppe. Nel marzo 1849, il nuovo imperatore promulgò una costituzione

moderata, che prevedeva un Parlamento eletto a suffragio ristretto e dotato di poteri molto limitati.

Le manifestazioni popolari iniziate a Berlino il 18 marzo 1848, costrinsero il re Federico Guglielmo

IV di Prussia a concedere la libertà di stampa e a convocare un Parlamento prussiano (Landtag). Ma

intanto agitazioni erano scoppiate in molti degli Stati che componevano la Confederazione

germanica. Ne era scaturita la richiesta di un’Assemblea costituente. Un “preparlamento” stabilì che

la Costituente tedesca sarebbe stata eletta a suffragio universale e avrebbe avuto la sua sede a

Francoforte sul Meno. A metà maggio l’Assemblea aprì i suoi lavori in un clima di generale

entusiasmo. Ben presto fu chiaro che la Costituente di Francoforte non aveva i poteri necessari per

imporre la propria autorità ai sovrani e ai governi degli Stati tedeschi e per avviare un processo di

unificazione nazionale. Le sue sorti non potevano che dipendere da quanto accadeva nello Stato più

importante, la Prussia. Ma proprio in Prussia il movimento liberal-democratico conobbe un rapido

declino; ai primi di dicembre Federico Guglielmo sciolse il Parlamento prussiano ed emanò una

costituzione poco liberale. Nell’aprile 1849 una delegazione dell’Assemblea di Francoforte si recò a

Berlino per offrire al re di Prussia la corona imperiale, questi la rifiutò in quanto gli veniva offerta

da un’assemblea popolare, nata da un moto rivoluzionario.Il gran rifiuto di Federico Guglielmo

segnò in pratica la fine della Costituente di Francoforte. La Prussia ritirò i suoi delegati.

L’Assemblea, che nel frattempo si era trasferita a Stoccarda, fu sciolta il 18 giugno 1849 dalle

truppe del governo del Wȕrttemberg.

1.4 La rivoluzione in Italia e la prima guerra di Indipendenza

La rivoluzione del ’48 in Italia ebbe, nella sua fase iniziale, uno sviluppo autonomo rispetto agli

altri paesi europei. Già all’inizio dell’anno, tutti gli Stati italiani apparivano percorsi da un generale

fermento. Obiettivo comune a tutte le correnti politiche era la concessione di costituzioni fondate

sul sistema rappresentativo. Fu la sollevazione di Palermo del 12 gennaio 1848 a determinare il

primo successo in questa direzione, inducendo Ferdinando II di Borbone ad annunciare, il 29

gennaio, la concessione di una costituzione nel Regno delle due Sicilie. La mossa inattesa di

Ferdinando II ebbe l’effetto di rafforzare l’agitazione costituzionale in tutto il resto d’Italia. Spinti

dalla pressione dell’opinione e dalle continue dimostrazioni di piazza, prima Carlo Alberto di

Savoia, poi Leopoldo II di Toscana, infine lo stesso Pio IX si decisero a concedere la costituzione.

Le costituzioni del ’48 avevano tutte un carattere fortemente moderato ed erano ispirate al modello

di quella francese del 1830. La più importante di tutte, lo Statuto che fu promesso da Carlo Alberto

l’8 febbraio e che sarebbe poi diventato la legge fondamentale del Regno d’Italia, prevedeva una

Camera dei deputati, un Senato e una dipendenza del governo dal sovrano. Una soluzione

costituzionale moderata si andava dunque delineando nei maggiori Stati italiani, quando lo scoppio

della rivoluzione in Francia e nell’impero asburgico giunse a mutare i termini del problema, dando

nuovo spazio all’iniziativa dei democratici e riportando in primo piano la questione nazionale, fino

allora rimasta nell’ombra. Nei giorni successivi alla rivolta di Vienna si sollevarono anche Venezia

e Milano. A Venezia, il 17 marzo, una grande manifestazione popolare aveva imposto al

governatore austriaco la liberazione dei detenuti politici, fra cui l’avvocato Daniele Manin. Pochi

giorni dopo, una rivolta degli operai dell’Arsenale militare costringeva i reparti austriaci a

capitolare. Il 23 un governo provvisorio presieduto da Manin proclamava la costituzione della

Repubblica veneta. A Milano l’insurrezione iniziò il 18 marzo, con l’assalto al palazzo del governo,

e si protrasse per cinque giorni, le celebri “cinque giornate” milanesi. Borghesi e popolani

combatterono fianco a fianco contro il contingente austriaco, comandato dal maresciallo Radetzky.

Ma furono gli operai e gli artigiani a sostenere il peso degli scontri. La direzione delle operazioni fu

assunta da un “consiglio di guerra” composto da democratici e guidato da Carlo Cattaneo. Anche gli

esponenti dell’aristocrazia liberale, inizialmente favorevoli ad un compromesso col potere

imperiale, finirono per appoggiare la causa degli insorti e diedero vita, il 22 marzo, ad un governo

provvisorio. Radetzky, decise di ritirare le sue truppe ai confini tra Veneto e Lombardia, all’interno

del cosiddetto quadrilatero formato dalle fortezze di Verona, Legnago, Mantova e Peschiera. Il 23

marzo, all’indomani della cacciata degli austriaci da Venezia e da Milano, il Piemonte dichiarava

guerra all’Austria. Diverse furono le ragioni che spinsero Carlo Alberto a questa decisione: la

pressione congiunta dei liberali e dei democratici, che vedevano nella crisi dell’Impero asburgico

l’occasione per liberare l’Italia dagli austriaci; la tradizionale aspirazione della monarchia sabauda

ad allargare verso est i confini del Regno; infine il timore che il Lombardo-Veneto diventasse un

centro di agitazione repubblicana. Anche in questo caso l’esempio di un sovrano finì col

condizionare le decisioni degli altri. Preoccupati dal diffondersi dell’agitazione democratica e

patriottica che minacciava la stabilità dei loro troni, Ferdinando II di Napoli, Leopoldo II di

Toscana e Pio IX decisero di unirsi alla guerra antiaustriaca. La guerra piemontese sembrava così

trasformarsi in una guerra di indipendenza nazionale e federale, benedetta dal papa e combattuta col

concorso di tutte le forze patriottiche. Ma l’illusione durò poco. Carlo Alberto mostrò scarsa

risolutezza nel condurre le operazioni militari e si preoccupò soprattutto di preparare l’annessione

del Lombardo-Veneto al Piemonte, suscitando l’irritazione dei democratici e la diffidenza degli altri

sovrani. Imbarazzante era la posizione di Pio IX, che si trovava in guerra contro una grande potenza

cattolica. Il 29 aprile il papa annunciava il ritiro delle sue truppe. Lo imitarono il granduca di

Toscana e Ferdinando di Borbone. A combattere contro l’Austria rimasero molti fra i componenti

dei corpi di spedizione regolari, disobbedendo agli ordini dei sovrani. Rimasero i volontari toscani,

guidati da Giuseppe Montanelli. Accorse dal Sud America Giuseppe Garibaldi, che si mise a

disposizione del governo provvisorio lombardo. Dopo alcuni successi iniziali dei piemontesi,

l’iniziativa tornò nelle mani dell’esercito asburgico. Il 23-25 luglio, nella prima grande battaglia che

si combatté a Custoza presso Verona, le truppe di Carlo Alberto furono nettamente sconfitte e si

ritirarono oltre il Ticino. Il 9 agosto fu firmato l’armistizio con gli austriaci.

1.5 Lotte democratiche e restaurazione conservatrice

Dopo la sconfitta del Piemonte, a combattere contro l’Impero asburgico restavano solo i

democratici italiani e ungheresi. Mentre in Ungheria lo scontro col potere imperiale assunse il

carattere di una vera e propria guerra nazionale, in Italia i patrioti democratici dovettero combattere

una serie di battaglie locali senza poter dare alla lotta una dimensione popolare. Il loro ideale di una

guerra di popolo contrastava con la ristrettezza della base su cui potevano contare: la piccola e

media borghesia urbana, il “popolo minuto” e i ceti artigiani della città. Le masse contadine, cioè la

stragrande maggioranza della popolazione italiana, rimasero estranee alle battaglie. Nell’autunno

del ’48, la situazione in Italia era abbastanza fluida. La Sicilia restava sotto il controllo dei

separatisti con un proprio governo e una propria costituzione democratica. A Venezia, rimasta in

mano degli insorti anche dopo la sconfitta di Custoza, Manin aveva nuovamente proclamato la

repubblica. In Toscana, alla fine di ottobre, il granduca fu costretto a formare un ministero

democratico, capeggiato da Giuseppe Montanelli e da Francesco Domenico Guerrazzi. A Roma, in

novembre, l’uccisione del primo ministro pontificio, Pellegrino Rossi, aveva indotto il papa ad

abbandonare la città. Nella capitale, rimasta senza governo, presero il sopravvento i gruppi

democratici. Nel gennaio del 1849, in tutti i territori dell’ex Stato pontificio, si tennero le elezioni a

suffragio universale per l’Assemblea costituente. Fra gli eletti, c’erano anche Mazzini e Garibaldi. Il

9 febbraio l’Assemblea proclamò la decadenza del potere temporale dei papi e annunciò che lo

Stato avrebbe assunto il “nome glorioso di Repubblica romana” e avrebbe adottato come forma di

governo “la democrazia pura”. Gli sviluppi della situazione nello stato Pontificio ebbero

ripercussioni in Toscana. Leopoldo II abbandonò il paese, mentre veniva convocata un’Assemblea

costituente e i poteri effettivi passavano a un triumvirato composto da Montanelli, Guerrazzi e

Mazzoni. I democratici ripresero l’iniziativa anche in Piemonte. Il 20 marzo 1849 Carlo Alberto,

schiacciato dalle pressioni degli austriaci, si decise a tentare di nuovo la via delle armi. Questa volta

aveva di fronte una armata pronta ad attaccare. Penetrate in territorio piemontese, le truppe di

Radetzky affrontarono l’esercito sabaudo il 22-23 marzo nei pressi di Novara e gli inflissero una

gravissima sconfitta. La stessa sera, Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II.

Questi, il giorno dopo, firmò un nuovo armistizio con gli austriaci. Gli austriaci potevano ora

procedere alla restaurazione dell’ordine in tutta la penisola. Alla fine di marzo, un’insurrezione a

Brescia fu schiacciata dopo durissimi combattimenti ( le “dieci giornate” di Brescia). In aprile, le

truppe imperiali strinsero d’assedio Venezia, che avrebbe resistito per cinque mesi e si sarebbe

arresa per fame alla fine di agosto. In maggio, mentre Ferdinando di Borbone riusciva a

riconquistare la Sicilia, gli austriaci occuparono il territorio delle Legazioni pontificie (Bologna,

Ferrara, la Romagna e le Marche settentrionali) e posero fine all’esperienza della Repubblica

toscana. Più lunga fu la resistenza della Repubblica romana, divenuta il centro della rivoluzione

democratica e il luogo di incontro di esuli e cospiratori di tutta Italia: da Mazzini a Garibaldi al

romagnolo Aurelio Saffi, al genovese Mameli, al napoletano Pisacane, ai milanesi Cernuschi e

Manara. Il governo repubblicano si qualificò per l’energia con cui cercò di portare avanti l’opera di

laicizzazione dello Stato. Furono aboliti i tribunali ecclesiastici e fu decretata la confisca dei beni

del clero. Dal suo esilio, Pio IX si era rivolto alle potenze cattoliche per essere ristabilito nei suoi

territori. Avevano risposto all’appello non solo l’Austria, la Spagna e il Regno di Napoli, ma anche

la Repubblica francese. Il presidente Bonaparte si riservò il ruolo principale nella restaurazione

pontificia, inviando nel Lazio un corpo di spedizione. All’inizio di giugno i reparti francesi

attaccarono la capitale. I repubblicani riuscirono a tenere in scacco gli assedianti per più di un mese.

Il 4 luglio, subito prima di annunciare la resa, l’Assemblea costituente approvò il testo della

Costituzione, destinato a diventare un documento simbolo della politica democratica. Mentre i

francesi entravano a Roma, Garibaldi lasciava la città nel tentativo di raggiungere Venezia. Dopo la

fine della Repubblica romana, l’unico focolaio di rivolta in Europa restava l’Ungheria di Kossuth.

Per venire a capo della ribellione, il governo austriaco chiese l’aiuto dello zar di Russia. Attaccato

da due eserciti, lo Stato ungherese fu costretto a soccombere (11 agosto 1849). Due settimane dopo

capitolava Venezia. Si concludeva così l’unica fase della stagione rivoluzionaria cominciata

all’inizio del ’48. La causa principale di questo generale fallimento va individuata nelle fratture che

dividevano sempre più le correnti democratico-radicale dai gruppi liberal-moderati. Questi ultimi si

riaccostarono alle vecchie classi dirigenti. I democratici erano destinati a soccombere.

1.6 La Francia dalla Seconda Repubblica al Secondo Impero

Le elezioni per la nuova Assemblea legislativa, che si tennero il 13 maggio ’49, portarono nella

nuova Camera una solida maggioranza clerico-conservatrice. Una delle prime conseguenze delle

elezioni fu la decisione del governo di affrettare i tempi dell’intervento militare contro la

Repubblica romana. Contro questa decisione protestarono i democratici che, il 13 giugno,

organizzarono una manifestazione nella capitale: molti capi democratici furono arrestati o costretti a

fuggire all’estero. Nel 1850 fu varata una nuova legge sull’istruzione, che riapriva al clero le porte

della scuola e dell’università, e furono aumentate le tasse sulle imprese giornalistiche. Nello stesso

anno, una nuova legge elettorale privava del diritto di voto circa tre milioni di elettori nullatenenti.

Nel luglio del ’51, la Camera respinse la proposta di modificare quell’articolo della costituzione che

impediva la rielezione di un presidente alla scadenza del mandato. Ma, pochi mesi dopo, un colpo

di Stato consentì a Bonaparte di sbarazzarsi della maggioranza moderata e dell’opposizione

democratica. Il 2 dicembre 1851 la Camera fu occupata dalle truppe e sciolta d’autorità. Oltre

diecimila oppositori furono arrestati. I tentativi di insurrezione in provincia furono repressi

dall’esercito. Il 21 dicembre, un plebiscito a suffragio universale sanzionò l’operato di Bonaparte e

gli attribuì il compito di redigere una nuova costituzione. Promulgata nel gennaio successivo, la

costituzione stabiliva in dieci anni la durata del mandato presidenziale; ripristinava il suffragio

universale, ma toglieva alla Camera l’iniziativa legislativa (cioè il diritto di proporre leggi),

riservandola al presidente; istituiva un Senato vitalizio. La Repubblica era ormai tale solo di nome.

Nel dicembre 1852 un nuovo plebiscito approvava, con maggioranza, la restaurazione dell’Impero.

Luigi Napoleone assumeva così il nome di Napoleone III col diritto di trasmettere il titolo imperiale

ai suoi eredi.

2. Società borghese e movimento operaio

2.1 La borghesia europea

Le rivoluzione del ’48-49 si erano concluse con un totale fallimento. I vecchi sovrano erano tornati

sui loro troni, salvo che in Francia. Al clima di conservatorismo e alla staticità delle strutture

politiche, faceva riscontro un processo di profondo mutamento della società: un processo che aveva

per protagonisti i ceti borghesi e le classi proletarie. Nel ventennio successivo al 1848, la borghesia

europea conobbe una stagione di crescita e di affermazione. La borghesia riuscì in questo periodo a

presentarsi come portatrice e depositaria degli elementi di novità e trasformazione (lo sviluppo

economico, il progresso scientifico), a far valere le sue idee-guida: il merito individuale, la libera

iniziativa, la concorrenza, l’innovazione tecnica. Il termine “borghesia” serviva a definire una

gamma molto ampia di figure e posizioni sociali. Si andava dagli artigiani e dai contadini-piccoli

proprietari ai grandi magnati dell’industria e della finanza. Fra questi due estremi si collocavano i

gruppi e le categorie sociali che più propriamente si possono definire borghesi. Innanzitutto i ceti

“emergenti”, la cui fortuna era legata allo sviluppo dell’industria e dei mezzi di trasporto:

imprenditori e dirigenti d’azienda, banchieri e grossi commercianti. Accanto a loro, la borghesia più

tradizionale: quella che traeva i suoi proventi dalla terra, quella che esercitava le professioni

(avvocati, medici, ingegneri) e quella che occupava i gradi medio-alti della burocrazia statale. Un

gradino più in basso si situavano impiegati e insegnanti, piccoli commercianti e piccoli

professionisti: quell’area indicata come ceto medio o piccola borghesia. La borghesia europea

tendeva a esprimere una propria cultura e un proprio stile di vita. Uno stile di vita borghese è

innanzitutto ravvisabile nelle manifestazioni esteriori. Ad esempio, nell’abbigliamento, cui uomini e

donne delle classi superiori dedicavano allora molta cura e che rappresentava, il principale segno

distintivo di una condizione sociale. Uguali cure erano destinate all’arredamento. Requisiti tipici

della casa borghese erano la solidità e la funzionalità. All’interno l’abbondanza degli addobbi, dei

quadri e dei soprammobili, l’attenzione al particolare e il gusto dell’ornato rivelavano l’esigenza di

tradurre il successo e la ricchezza in simboli visibile e tangibili. Nonostante questa esigenza i valori

fondamentali dell’etica restavano quelli tradizionali. L’austerità, la moderazione, la propensione al

risparmio, la capacità di reprimere gli istinti erano le virtù capitali per il borghese tipo. Questa

componente moralistica e puritana si rifletteva in particolare nella struttura della famiglia: una

struttura patriarcale, basata sull’autorità del capofamiglia e sulla subordinazione della donna. La

donna esclusa dalle attività lavorative e confinata nel ruolo di custode e simbolo del focolare

domestico. L’ideale di moderazione caratterizzava gli orizzonti culturali della borghesia. Il

borghese aveva bisogno di un retroterra sicuro, proprio perché viveva in un mondo dominato dalla

competizione e rischiava continuamente di essere sostituito da altri più meritevoli, doveva costruire

e difendere un’immagine di rispettabilità. Non tutti i borghesi praticavano le virtù borghesi: le

cronache della borghesia ottocentesca pullulano di speculatori disonesti e di avventurieri senza

scrupoli. Ma l’idea secondo cui solo certe doti morali potevano garantire il mantenimento o il

miglioramento delle posizioni acquisite era largamente accettata

2.2 Ottimismo borghese e cultura positiva

Il borghese europeo della secondo metà dell’800 era animato da una robusta fede nel progresso

generale dell’umanità. Questo ottimismo poggiava su due pilastri: lo sviluppo economico e le

conquiste della scienze. Negli anni 1850-70, la chimica, la fisica, la biologia e tutte le scienze della

natura conobbero importanti progressi teorici (furono questi gli anni delle scoperte di Maxwell

sull’elettricità, delle ricerche di Pasteur sui microrganismi, della formulazione da parte di Mendel

delle leggi sui caratteri ereditari). Sui progressi della scienza si fondò quella nuova corrente

intellettuale, il positivismo, che cominciò ad affermarsi verso la metà del secolo fino a diventare

una sorta di mentalità diffusa, un metodo generale di ricerca e di interpretazione della realtà. Il

positivismo fu prima di tutto un indirizzo filosofico che considerava la conoscenza scientifica –

quella basata su dati reali, positivi- come la sola valida e applicava i metodi delle scienze naturali

allo studio di tutti i campi dell’attività umana, dall’arte all’economia, dalla psicologia alla politica.

Il pensatore August Comte, fu il padre della nuova filosofia. Il filosofo inglese Herbert Spencer ne

elaborò un’interpretazione in chiave evoluzionistica. Dal settore degli studi filosofici il positivismo

venne allargando la sua influenza a tutti gli altri campi del sapere. Il rappresentante più popolare del

nuovo spirito “positivo” fu uno scienziato: il grande naturalista inglese Charles Darwin. In un’opera

dal titolo L’origine della specie, uscita nel 1859, Darwin formulò una compiuta teoria

dell’evoluzione. Secondo questa teoria, la natura è soggetta a un processo evolutivo, guidato da un

meccanismo di selezione naturale che determina la sopravvivenza degli individui meno attrezzati

per reagire alle sollecitazioni dell’ambiente e la scomparsa degli elementi più deboli e meno adatti.

L’uomo stesso non è che il risultato dell’evoluzione di organismi inferiori. Le teorie darwiniane

agirono in profondità sulle convinzioni e sulla mentalità delle classi colte e sulla stessa cultura

popolare. La teoria evoluzionistica contraddiceva le credenze religiose sulla creazione dell’uomo

direttamente ad opera della divinità e forniva gli elementi per una storia del genere umano

alternativa a quella offerta dalle Sacre Scritture. In questo modo il darwinismo si inseriva nel

quadro più generale della cultura “positiva”, che tendeva a liberare l’uomo da ogni forma di

condizionamento soprannaturale, a immergerlo completamente nel mondo della natura, a sostituire

le certezze delle religioni rivelate con quelle delle scienze esatte. Se da un lato la teoria

dell’evoluzione si prestava a essere interpretata in chiave ottimistica, come prova della possibilità di

progresso indefinito della specie umana, dall’altro il principio della selezione naturale poteva essere

utilizzato per consacrare il diritto del più forte nei rapporti fra individui e fra le classi (si parlo di

“darwinismo sociale”) e anche fra gli Stati. Quel che è certo comunque è che, nella seconda metà

dell’800, il positivismo fu l’ideologia tipica della borghesia in ascesa.

2.3 Lo sviluppo economico

A partire dalla fine degli anni ’40, l’economia europea conobbe una fase di forte espansione, che fu

caratterizzata dall’aumento dei prezzi, dei salari e dei profitti. Gli effetti di questa fase espansiva si

fecero sentire in tutti gli Stati europei e interessarono tutti i settori dell’economia. Anche il settore

agricolo realizzò notevoli progressi in termini di produttività grazie alle ferrovie che, aumentando la

velocità di circolazione delle merci, aprirono le campagne alle penetrazione dell’economia di

mercato. I risultati più consistenti si ebbero però nell’industria che, fra il 1850 e il 1873, fece

registrare un vero e proprio boom. Il boom avvantaggiò le “nuove” potenze industriali (la Francia

del Secondo Impero e la Germania in via di unificazione) e si fondò sullo sviluppo dei settori

siderurgico e meccanico. In questi anni si diffusero nell’Europa continentale le innovazioni che

avevano costituito, mezzo secolo prima, il nucleo propulsivo della rivoluzione industriale inglese.

La macchina a vapore sconfisse la ruota idraulica; i filatoi e i telai meccanici soppiantarono quelli

manuali; il combustibile minerale (carbon coke) si sostituì sempre più al carbone di legna. Si

moltiplicarono le società per azioni, che permettevano agli imprenditori di ridurre il rischio degli

investimenti e di sopperire al bisogno di capitale raccogliendolo fra numerosi sottoscrittori.

L’eccesso di fiducia nelle capacità espansive del mercato fu all’origine di due crisi scoppiate nel

’57-58 e nel ’66-67. Crisi provocate non da cattivi raccolti e da scarsità di derrate agricole ma da un

eccesso di produzione di determinate merci (crisi di sovrapproduzione) che causava a sua volta

bruschi ribassi dei prezzi, crolli in borsa e fallimenti a catena. Entrambi le crisi furono di breve

durata e furono seguite da periodi di rapida ripresa. Molti furono i fattori che resero possibile il

boom degli anni ’50 e ’60. Fra questi cinque furono principali:

1. Dopo il 1848, soprattutto nei paesi dell’Europa centro-orientale, furono cancellate molte leggi

che fin allora avevano inceppato le attività economiche. Furono abrogate le vecchie leggi che

proibivano il prestito a interesse. Si diffuse sempre più l’uso della carta-moneta e degli assegni.

2. Caddero le numerose barriere che si frapponevano alla libera circolazione delle merci: dazi

interni e soprattutto dazi di entrata e di uscita ai confini fra gli stati.

3. La scoperta e lo sfruttamento di nuovi giacimenti minerari nell’Europa continentale aumentarono

la disponibilità delle materie prime: i minerari ferrosi e soprattutto il carbone.

4. L’aumento della circolazione monetaria causò l’abbassamento dei tassi d’interesse e l’espansione

del credito. Le banche assunsero una funzione decisiva nel promuovere lo sviluppo, incanalando i

capitali disponibili verso gli investimenti produttivi. Nacquero, soprattutto in Francia e in

Germania, “banche di investimento”, la cui funzione principale non consisteva tanto nel fornire

prestiti a breve termine per operazioni commerciali, quanto nel sostenere finanziamenti a lunga

durata.

5. Ai fattori appena elencati ne va aggiunto un altro che fu insieme causa ed effetto dello sviluppo

industriale: l’affermazione e la diffusione di nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione, primo fra

tutti la ferrovia. La costruzione di linee ferroviarie, treni e navi a vapore fu certamente un prodotto

della rivoluzione industriale, ma al tempo stesso contribuì ad alimentarla.

2.4 La rivoluzione dei trasporti e dei mezzi di comunicazione

La rivoluzione dei trasporti, che conobbe il suo momento decisivo intorno alla metà dell’800,

influenzò abitudini e modi di pensare della gente comune. Nel 1854 fu inaugurata la prima linea

transalpina, la Vienna-Trieste. Tre anni dopo, cominciarono i lavori del primo grande tunnel delle

Alpi, il Fréjus, che, una volta completato nel 1870, avrebbe abbreviato di ventiquattr’ore i

collegamenti fra l’Italia e l’Europa del Nord. Ma gli sviluppi più spettacolari si ebbero negli Stati

Uniti, dove le costruzioni ferroviarie accellelarono notevolmente la conquista dei territori

dell’Ovest. Restavano escluse dalla rivoluzione dei trasporti buona parte dell’Asia e l’intera Africa.

Ma, già nel 1870, i viaggi da un capo all’altro del globo risultavano abbreviati: tanto da rendere

possibile, almeno in teoria, quel Giro del mondo in ottanta giorni immaginato da Jules Verne in un

romanzo del 1872. Più lenta e contrastata fu l’affermazione del vapore nel campo dei trasporti

marittimi. Solo dopo il 1860, con l’introduzione dell’elica asl posto della ruota e con la sostituzione

degli scafi in ferro a quelli in legno, le navi a vapore divennero competitive in termini di velocità

oltre che di capacità di carico. Contemporaneamente alla rivoluzione dei trasporti, un’altra

trasformazione si ebbe nel campo della comunicazione dei messaggi, grazie alla diffusione del

telegrafo elettrico. L’invenzione, che risaliva alla fine degli anni ’30, trovò le sue prime

applicazioni pratiche nel decennio successivo (il telegrafo di Morse è del 1844). Negli anni ’50 e

’60, tutti i paesi europei si dotarono di un sistema di comunicazioni telegrafiche: in breve tempo

l’intera Europa si coprì di pali e fili. Nello stesso periodo, l’adozione di nuove tecniche di

isolamento dei fili metallici consentì la posa dei primi cavi telegrafici sottomarini. Pochi anni dopo

il 1866, gli oceani erano solcati da una fitta rete di cavi ed era possibile per un europeo scambiare

telegrammi con tutti i continenti. La comunicazione dei messaggi era così svincolata per sempre

dalla dipendenza dei mezzi di trasporto e la velocità delle notizie aumentava in modo vertiginoso.

Nel settore giornalistico si assisté alla nascita di agenzie specializzate, basate sull’uso del telegrafo:

la più celebre di tutte, l’anglo-tedesca Reuter, fu fondata nel 1851.

2.5 Il proletariato urbano e il movimento operaio dopo il ‘48

Anche il proletariato delle città offriva, attorno alla metà del secolo, un quadro tutt’altro che

omogeneo. Gli operai di fabbrica costituivano ancora una minoranza fra gli stessi lavoratori urbani.

Numerosi erano i lavoratori di piccole officine e botteghe artigiane, i domestici, i manovali;

altrettanto numeroso era l’esercito dei lavoratori occasionali, dei vagabondi, dei mendicanti, delle

prostitute. Con lo sviluppo della grande industria e la decadenza della piccola impresa artigiana, il

proletariato di fabbrica venne però assumendo sempre maggiore consistenza. Da un punto di vista

economico, gli operai godevano di un certo vantaggio rispetto ai lavoratori della terra. I salari

nell’industria erano mediamente superiori a quelli del settore agricolo. Ma per altri aspetti (orari di

lavoro, condizione abitative, assenza di sicurezza circa il proprio futuro) la vita dell’operaio non era

migliore di quella del lavoratore agricolo. La precarietà della condizione operaia contrastava col

quadro di crescente prosperità offerto dall’alta borghesia. E il contrasto era avvertito tanto più

nettamente nella città. Nella città l’operaio era a contatto con le manifestazioni esteriori del modo di

vita borghese (le case, i vestiti, le carrozze, i negozi). Cominciò così a maturare, all’interno o

all’esterno dei luoghi di lavoro, una nuova coscienza di classe, ossia la consapevolezza di una

condizione comune, unita alla spinta ad associarsi per mutare questa condizione. Le prime forme di

associazioni operaie che avevano cominciato a svilupparsi in Europa già prima del ’48 si

rivolgevano ai lavoratori più evoluti e meglio pagati e si dedicavano più alla cooperazione e al

mutuo soccorso fra i soci che non alle lotte rivendicative contro i datori di lavoro. Dopo le

repressioni del ’48-’49, che avevano colpito i nuclei operai più combattivi, il movimento

associativo fra i lavoratori appariva indebolito. Nel movimento operaio inglese (l’unico con una

struttura organizzativa solida) l’attività dei dirigenti operai si concentrò sul rafforzamento delle

organizzazioni sindacali di mestiere (Trade Unions), che conobbero un notevole sviluppo negli anni

’50 e ’60. Questo sviluppo fu coronato, nel 1868, dalla costituzione del Trade Union Congress che

riuniva i delegati di tutti i maggiori sindacati. Peggiore era la situazione del movimento operaio

francese. I pochi nuclei organizzati su base locale- che in parte operavano nella clandestinità –

dividevano le loro simpatie fra il comunismo insurrezionista di August Blanqui e il federalismo a

sfondo anarchico di Pierre Joseph Proudhon. Le teorie proudhoniane erano basate sull’avversione

ad ogni forma di collettivismo e si adattavano bene alla struttura sociale di una paese in cui la

maggioranza dei contadini erano piccoli proprietari. Le dottrine di Proudhon ebbero una certa

fortuna anche in Italia e influenzarono le elaborazioni dei primi teorici socialisti nel nostro paese

(Pisacane, Ferrari). In Italia, il proletariato di fabbrica era ancora pressoché inesistente e i pochi

nuclei di operai e artigiani organizzati in società di mutuo soccorso subivano l’influenza di Mazzini,

fautore della cooperazione e avverso alla lotta di classe. Diversa era la situazione in Germania, dove

si stava formando rapidamente una forte classe operaia e dove un movimento socialista esisteva già

prima del ’48. alla fine degli anni ’50, questo movimento trovò un leader in Ferdinand Lassalle.

Lassalle basava le sue concezioni socialiste su una teoria dello sfruttamento capitalistico molto

simile a quella elaborata nello stesso periodo da Marx. Ma, diversamente da Marx, credeva nella

possibilità per i lavoratori di conquistare lo Stato borghese. Per dare concreta attuazione al suo

programma, Lassalle svolse nel suo paese, la Prussia, un’intensa attività politica e riuscì a fondare,

nel 1863, una Associazione generale dei lavoratori tedeschi e rappresentò il primo importante

esempio di partito operaio organizzato su scala nazionale.

2.6 Marx e “Il Capitale”

All’inizio del ’48, con il Manifesto dei comunisti, Marx ed Engels non solo avevano gettato le basi

per una concezione del socialismo, ma avevano anche indicato al proletariato europeo un

programma rivoluzionario. Il fallimento dei moti del ’48 costrinsero Marx in esilio a Londra. Marx

dedicò gran parte del suo tempo allo studio dell’economia politica. Il frutto più matura di questa

fase del pensiero marxiano fu Il Capitale, il cui primo volume uscì nel 1867. È una minuziosa

descrizione delle leggi e dei meccanismi su cui si fonda il modo di produzione capitalistico.

Fondamento principale della costruzione di Marx è la teoria del valore-lavoro: la teoria cioè per cui

il valore di scambio di una merce è dato dalla quantità di lavoro mediamente impiegato per

produrla. Il lavoro stesso è una merce e come tale viene comprato e venduto sulla base del valore-

lavoro che esso contiene (ossia dei costi relativi alla formazione e al sostentamento dell’operaio).

La caratteristica della merce-lavoro è di produrre un valore superiore ai propri costi di produzione,

di rendere più di quanto non costi. La differenza fra il valore del lavoro e il valore del prodotto è

detta da Marx plusvalore. L’imprenditore che, assumendo salariati, acquista sul mercato il lavoro e

vende il prodotto di questo lavoro, realizza così un profitto. Da esso si forma il capitale. Nel

formulare la sua teoria del valore-lavoro, Marx si basa sulle elaborazioni degli economisti

“classici”, ma capovolge il senso delle loro analisi. Smith e Ricardo consideravano il modo di

produzione capitalistico come un dato naturale e scontato. Per Marx il capitalismo rappresenta solo

una fase ben definita nello sviluppo storico dei rapporti di produzione. Man mano che si sviluppa, il

capitalismo produce, secondo Marx, i germi della sua dissoluzione. La concentrazione del capitale

in poche mani si accompagna alla formazione di una massa proletaria sempre più numerosa e

sempre più misera; alla tendenza espansiva insita nello sviluppo capitalistico fa riscontro

l’incapacità del sistema di allargare in proporzione l’area di assorbimento dei suoi prodotti. Sono

dunque le stesse leggi della produzione capitalistica a determinare la crisi finale del sistema. La

pubblicazione del Capitale segnò una data fondamentale nella storia del movimento operaio. Per la

prima volta il socialismo non era presentato come il sogno di un mondo migliore, la cui

realizzazione era legata alla riuscita di questo o quel movimento insurrezionale, ma veniva fatto

scaturire dalle leggi stesse dello sviluppo economico. Marx non era soltanto il teorico del

materialismo storico, era anche il grande economista che aveva analizzato fino in fondo i

meccanismi dell’economia capitalistica. Il marxismo diventò, alla fine del secolo, la dottrina

“ufficiale” del movimento operaio.

2.7 L’internazionale dei lavoratori: marxisti e anarchici

Il movimento operaio avvertì prestò l’esigenza di un collegamento internazionale. Nel 1862 una

delegazione di lavoratori francesi presero contatto con i dirigenti della Trade Unions britanniche e

stabilirono di dare vita a una organizzazione di coordinamento aperta ai rappresentanti di altri paesi.

La nuova organizzazione prese il nome di Associazione internazionale dei lavoratori, la riunione

inaugurale si tenne a Londra nel settembre 1864. Assuntosi il compito di redigere lo statuto

provvisorio, Karl Marx riuscì ad inserire nel documento alcuni punti che qualificavano

l’Associazione in senso classista. Ciò che risultava era l’affermazione dell’autonomia del

proletariato e la priorità data alla lotta contro lo sfruttamento. La fondazione dell’Associazione

internazionale dei lavoratori (o Prima Internazionale) fu un evento capitale nella storia del

movimento operaio. L’Internazionale costituì un punto di rifermento ideale per tutti i lavoratori di

tutta Europa. Ma la sua capacità di rappresentare le organizzazioni operaie fu assai scarsa. Fino alla

fine degli anni ’60, il dibattito ai vertici dell’Internazionale vide contrapposti da un lato i socialisti

veri e propri (coloro che sostenevano la socializzazione dei mezzi di produzione), dall’altro i

proudhoniani, fautori di un sistema fondato sulle cooperative e sulle autonomie locali. Nei primi

congressi dell’Associazione le tesi dei proudhoniani furono sconfitte. Ma gli ideali libertari e

federalisti esercitavano ancora un fascino notevole sul proletariato rivoluzionario, in particolare su

quello dei paesi meno industrializzati: il russo Michail Bakunin fu il massimo teorico

dell’anarchismo moderno. Bakunin aveva partecipato ai moti del ’48 in Francia e in Germania e,

dopo più di dieci anni trascorsi fra il carcere e il conflitto in Siberia, era andato esule in Italia e in

Svizzera, partecipando alle attività dell’Internazionale e schierandosi sulle posizioni di Marx. Ma le

posizioni dei due leader erano divergenti. Per Bakunin, l’ostacolo principale che impediva all’uomo

il conseguimento della piena libertà era costituito non tanto dai rapporti di produzione, quanto

dall’esistenza stessa dello Stato. Lo stato era, assieme alla religione, lo strumento di cui si servivano

le classi dominanti per mantenere la maggioranza della popolazione in condizioni di inferiorità

economica e intellettuale. Compito prioritario dei rivoluzionari era quello di liberare le masse

dall’influenza della religione per poi condurle all’assalto del poter statale. Abbattuto questo, il

sistema di sfruttamento economico basato sulla proprietà privata sarebbe caduto. Il comunismo si

sarebbe instaurato come l’ordine più consono alle esigenze naturali delle masse: gli stessi lavoratori

si sarebbero associati in gruppi via via più vasti. Anche Marx vedeva nella religione e nello Stato

degli strumenti al servizio delle classi dominanti; ma collocava l’uno e l’altra nella sfera della

sovrastruttura, li considerava come un prodotto della struttura economica basata sullo sfruttamento:

solo la distruzione di quella struttura – ossia del sistema capitalistico- avrebbe reso possibile la

distruzione dello Stato borghese. Anche per Marx l’avvento del comunismo avrebbe portato con sé

l’“estinzione” dello Stato”. Per Marx il protagonista del processo rivoluzionario non poteva essere

che il proletariato industriale dei paesi più avanzati. Per Bakunin, invece, il vero soggetto della

rivoluzione erano le masse diseredate. La lotta fra i marxisti e gli anarchici bakuniani si sviluppò

all’inizio degli anni ’70, sui problemi riguardanti i compiti e la struttura dell’Internazionale. Al

congresso dell’Aja del settembre 1872, Marx ed Engels riuscirono a mettere in minoranza i seguaci

di Bakunin e a far approvare una risoluzione che trasferiva la sede centrale dell’Internazionale da

Londra a New York. In realtà, decidendo il trasferimento degli organi centrali, Marx aveva

decretato la morte dell’Internazionale (che fu sciolta nel 1876), in quanto la giudicava uno

strumento inefficace e puntava sullo sviluppo nei vari Stati di forti partiti socialisti che fossero in

grado di inquadrare la maggioranza della classe operaia. La scelta di Marx si sarebbe rivelata

vincente, ma solo sui tempi lunghi. Nell’immediato, il bakuninismo si adattava meglio del

marxismo a quei paesi e a quei ceti sociali che non avevano ancora conosciuto la rivoluzione

industriale. Fu questa la forza dell’anarchismo bakuniniano. Ma fu anche la causa del suo declino di

fronte allo sviluppo dell’industria e alla crescita di una classe operaia moderna.

2.10 Il mondo cattolico di fronte alla società borghese

Socialisti e anarchici non furono i soli a protestare contro le ingiustizie della società borghese. Negli

stessi anni in cui il movimento operaio internazionale muoveva i suoi primi passi, anche il mondo

cattolico assunse un atteggiamento critico nei confronti di una civiltà che si basava su presupposti

laici e individualistici. Capofila di questa crociata ideologica fu Pio IX che aveva suscitato tante

speranze nell’opinione pubblica liberale. Pio IX abbandonò qualsiasi velleità innovatrice e, per il

restante corso del suo lungo pontificato si preoccupò di riaffermare la più rigida ortodossia

dottrinaria e di incoraggiare le tradizionali pratiche di devozione. Nel 1854 fu proclamato il dogma

dell’Immacolata Concezione. Dal 1858, la cittadina francese di Lourdes divenne meta di

pellegrinaggi. Lo scontro fra la Chiesa cattolica e la cultura laico-borghese ebbe il suo culmine nel

1864, quando Pio IX emanò l’enciclica Quanta cura, nella quale accomunava in una condanna senza

appello il liberalismo, la democrazia, il socialismo e l’intera civiltà moderna. Fece pubblicare,

assieme all’enciclica, una sorta di elenco – o Sillabo- degli “errori del secolo”; la cui pubblicazione

suscitò sorpresa e scalpore in tutta Europa. La frattura si allargò ulteriormente pochi anni dopo,

quando, nel Concilio Vaticano I conclusosi nell’estate del 1870, Pio IX fece proclamare il dogma

dell’infallibilità del papa nelle sue pronunce ufficiali in materia di fede e morale. Decisione che

rafforzava l’autorità del pontefice nei confronti dell’episcopato e che anche per questo non piacque

ai governi degli Stati cattolici. Quando, nel settembre 1870, le truppe italiane entrarono in Roma,

nessuno dei governi europei si mosse per salvare il potere temporale del papa. Mentre i vertici

vaticani inseguivano il sogno di un impossibile ritorno all’antico continuavano a manifestarsi nel

mondo cattolico tendenze che cercavano di adeguare in qualche modo la presenza della Chiesa alle

trasformazioni della società. Movimenti cristiano-sociali si svilupparono, oltre che in Francia, anche

in Belgio, in Austria e soprattutto in Germania, grazie all’opera dell’arcivescovo di Magonza

Wilhelm Emmanuel von Ketteler. Ketteler invocava l’intervento dello stato sotto forma di leggi e

iniziative assistenziali a favore dei lavoratori, e auspicava lo sviluppo del mutuo soccorso tra i

lavoratori stessi. Su questa base si realizzarono i primi esperimenti di moderno associazionismo

cattolico, fondato sulle unioni di mestiere, sulle cooperative, sulle casse rurali e artigiane.

4. L’Unità d’Italia

4.1 La seconda restaurazione

In Italia, dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848-49, il ritorno dei sovrani legittimi segnò l’arresto di

qualsiasi sperimento riformatore. Le conseguenze di questa “seconda restaurazione” furono gravi, non solo

in termini di mancata evoluzione delle strutture politiche, ma anche per ciò che concerneva lo sviluppo

economico. Il Lombardo-Veneto che era stato fino a quel momento la regione economicamente più avanzata,

fu sottoposto a un pesante regime di occupazione militare (governatore fu, fino al 1857, il maresciallo

Radetzky) cui si accompagnò un inasprimento della già forte pressione fiscale che colpiva gli imprenditori, i

commercianti e i ceti popolari. Negli Stati minori del Centro-Nord (Granducato di Toscana, ducati di

Modena e Parma), il ritorno di uomini e istituzioni dell’antico regime accentuò il distacco fra le corti e

l’opinione pubblica borghese. Lo Stato pontificio fu riorganizzato secondo il vecchio modello teocratico-

assolutistico. Democratici e liberali furono perseguitati e il potere restò nelle mani di una ristretta oligarchia

di prelati con al vertice il segretario di Stato cardinale Antonelli. Nel Regno delle due Sicilie il ritorno al

sistema assolutistico fu integrale e la repressione durissima: centinaia di oppositori furono condannati a

lunghe pene detentive. In campo economico, la politica dei governi borbonici fu improntata a un gretto

conservatorismo. Il mantenimento di alti dazi doganali, se permetteva la sopravvivenza di alcuni

insediamenti industriali non abbastanza vitali per reggere la concorrenza internazionale, ostacolava lo

sviluppo di una moderna agricoltura volta all’esportazione. La pressione fiscale si traduceva in una forte

limitazione della spesa statale. I settori più sacrificati furono così quelli dell’istruzione e delle opere

pubbliche. L’arretratezza economica e sociale e la durezza della repressione fecero del Regno delle due

Sicilie una specie di modello negativo agli occhi dell’opinione pubblica liberale europea. Questo isolamento

fu uno dei fattori principali che avrebbero determinato, nel 1860, il rapido crollo dello Stato borbonico.

4.2 L’esperienza liberale in Piemonte e l’opera di Cavour

Diversa fu la vicenda politica del Piemonte sabaudo, dove, pur fra molte difficoltà e contrasti, poté

sopravvivere l’esperimento costituzionale inaugurato con la concessione dello Statuto albertino. Il regno di

Vittorio Emanuele II cominciò con un duro scontro fra la corona e la Camera elettiva, composta in

maggioranza da democratici. Quando, nell’agosto del ’49, fu conclusa la pace di Milano con l’Austria – in

base alla quale il Piemonte si impegnava a pagare una forte indennità di guerra, senza subire mutilazioni

territoriali – la Camera rifiutò di approvarla. La corona e il governo, presieduto dal moderato Massimo

D’Azeglio, decisero di sciogliere la Camera e di indire nuove consultazioni, mentre il re indirizzava agli

elettori un messaggio (proclama di Moncalieri) in cui li invitava a scegliersi dei rappresentanti di

orientamento più moderato, lasciando intendere che, in caso contrario, lo stesso Statuto avrebbe corso seri

pericoli. L’intervento raggiunse il suo scopo. La nuova Camera, formata in maggioranza da moderati,

approvò la pace di Milano. La crisi istituzionale fu evitata. Il governo d’Azeglio poté portare avanti, senza

ostacoli l’opera di modernizzazione dello Stato già avviata negli ultimi anni del regno di Carlo Alberto. Una

tappa fondamentale fu rappresentata, nel febbraio 1850, dall’approvazione di un progetto di legge presentato

dal ministro della giustizia Siccardi che riordinava i rapporti fra Stato e Chiesa, ponendo fine agli

anacronistici privilegi di cui il clero godeva ancora nel regno sabaudo. La battaglia per l’approvazione della

legge Siccardi vide emergere nelle file della maggioranza liberal-moderata la figura di un nuovo leader: il

conte Camillo Benso di Cavour, aristocratico e uomo di affari, proprietario terriero e giornalista, direttore del

“Il Risorgimento”. Nato nel 1810, il conte di Cavour era cresciuto e si era formato in un clima familiare

aristocratico e conservatore. Suo padre faceva parte di quel settore dell’aristocrazia terriera che amministrava

direttamente il proprio patrimonio. Sua madre veniva da una nobile famiglia calvinista di Ginevra.

Cosmopolitismo culturale e intraprendenza borghese furono le due componenti decisive nella formazione di

Cavour, che già negli anni giovanili si avvicinò alle idee liberali; abbandonò la carriera militare per dedicarsi

agli studi, ai viaggi, agli affari e alla cura del patrimonio familiare. Quando, nel 1847-48, decise di dedicarsi

alla’attività politica, il suo pensiero era già sviluppato. L’ideale politico di Cavour erta quello di un

liberalismo moderato. Cavour era convinto che la tendenza verso un maggiore allargamento delle basi dello

Stato dovesse essere attuata con gradualità e incanalata in un sistema monarchico-costituzionale, fondato

sulla libertà individuale e sulla proprietà privata: anzi, un sistema del genere era visto come l’unico antidoto

efficace contro la rivoluzione e il disordine sociale. Cavour entrò a far parte del gabinetto D’Azeglio

nell’ottobre 1850, come titolare del ministero per l’Agricoltura e il commercio. Nel novembre 1852, quando

D’Azeglio dovette dimettersi per contrasti col re, fu incaricato di formare il nuovo governo. Prima ancora di

diventare presidente del Consiglio, Cavour si era reso protagonista di una piccola rivoluzione parlamentare,

promuovendo un accordo fra l’ala più progressista della maggioranza moderata (il cosiddetto “centro-

destro”, di cui lui stesso era il leader), e la componente più moderata della sinistra democratica (il “centro-

sinistro” capeggiato da Urbano Rattazzi). Dall’accordo definito connubio, nacque una nuova formazione

politica di centro. In questo modo Cavour poté allargare la base parlamentare del suo governo e spostarne

l’asse verso sinistra: il che gli consentì non solo di far propria la politica patriottica e antiaustriaca, ma anche

di rendere più incisiva la sua azione riformatrice in campo politico ed economico. L’avvento di Cavour

segnò una svolta decisiva anche sul piano istituzionale. Fu infatti in questi anni che si affermò stabilmente

quell’interpretazione parlamentare dello Statuto che faceva dipendere la vita del governo non solo dalla

fiducia del sovrano, ma anche e soprattutto dal sostegno di una maggioranza in Parlamento. Cavour si

adoperò per sviluppare l’economia del suo paese. Premessa essenziale della sua politica fu l’adozione di una

linea decisamente liberoscambista: nel 1851 furono stipulati trattati commerciali con Francia, Belgio, Austria

e Gran Bretagna; fra il ’51 e il ’54 fu gradualmente abolito il dazio sul grano. La caduta delle barriere

doganali avvantaggiò il settore agricolo. Progressi si registrarono anche nel campo delle opere pubbliche, cui

Cavour diede un fortissimo impulso, a costo di inasprire la pressione fiscale. Furono costruite strade e canali

e ammodernato il porto di Genova. Ma soprattutto furono sviluppate le ferrovie. Lo sviluppo delle ferrovie

servì da stimolo per l’industria siderurgica e meccanica: nuove aziende per la lavorazione del ferro e per la

produzione di materiale ferroviario e navale sorsero sulla riviera ligure e si affermarono grazie alle

commesse statali per le ferroviarie, l’esercito e la marina. Uno sviluppo spontaneo ebbe invece l’industria

della seta, che esportava filati e tessuti soprattutto in Francia. Il tasso di analfabetismo si mantenne elevato.

Eppure, alla vigilia dell’unità italiana, il Piemonte poteva vantare, in termine di sviluppo economico e civile,

un bilancio quanto mai lusinghiero: un’agricoltura in fase di espansione e di modernizzazione; un’industria

che poneva il Piemonte all’avanguardia degli Stati italiani; una rete di trasporti efficiente e collegata con

l’Europa tramite il traforo del Fréjus.

4.3 Il fallimento dell’alternativa repubblicana

Le sconfitte del ’48-49 non avevano mutato la strategia di Mazzini e dei mazziniani, più che mai convinti che

l’unità italiana sarebbe scaturita da un moto insurrezionale. Negli anni 1851-52 la polizia austriaca inferse

duri colpi all’organizzazione mazziniana. Nonostante ciò Mazzini ritenne di poter tentare ugualmente la carta

dell’insurrezione. Il 6 febbraio 1853, a Milano, poche centinaia di operai e di artigiani assalirono i posti di

guardia austriaci. Ma il moto fu facilmente represso. Convinto che il fallimento dei moti milanesi fosse

dovuto alle carenza organizzative, Mazzini fondò nel 1853, a Ginevra, una nuova formazione politica a cui

diede il nome di Partito d’azione. Fin dall’inizio degli anni ’50 si delinearono però orientamenti che,

tendevano a mettere in discussione la guida politica di Mazzini. Vi era chi riteneva questa strategia troppo

intransigente. Vi era d’altra parte che, criticava l’impostazione mazziniana. Due libri usciti nel 1851 – la

Federazione repubblicana di Giuseppe Ferrari e La guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49 di Carlo

Pisacane – introdussero il tema del socialismo. Entrambi sostenevano che la lotta per l’indipendenza

nazionale avrebbe potuto aver successo solo se avesse saputo legare a sé le classi popolari. Ma, per il

milanese Ferrari qualsiasi iniziativa italiana era legata a una ripresa delle forze rivoluzionarie in Francia il

napoletano Pisacane pensava che proprio l’Italia e soprattutto l’Italia meridionale offrisse, per le sue

caratteristiche di paese arretrato con una borghesia ancora debole, il terreno più adatto per la rivoluzione. Le

divergenze ideologiche non impedirono a Pisacane e a Mazzini di trovare un terreno di collaborazione nella

preparazione di un nuovo progetto insurrezionale, da attuarsi nell’Italia meridionale. Nel giugno del 1857,

Pisacane si imbarcò a Genova con pochi compagni su un piroscafo di linea, se ne impadronì e con esso fece

rotta verso l’isola di Ponza, sede di un penitenziario borbonico. Ingrossata da circa trecento detenuti liberati

dal carcere, la spedizione si diresse verso le coste meridionali della Campania e sbarcò a Sapri, la colonna di

rivoltosi fu facilmente individuata e annientata dalle truppe borboniche. Pisacane, ferito, si uccise per non

cadere prigioniero. Il fallimento della spedizione di Sapri coincise con la nascita di un movimento

indipendentista filopiemontese. Iniziatore del movimento era stato Daniele Manin, il capo del governo

repubblicano di Venezia nel ’48-49, che fin dal ’55 aveva proposto il superamento di ogni divisione relativa

alla futura forma di governo dell’Italia unita e l’unione di tutte le correnti, moderate e democratiche, intorno

all’unica forza in grado di raggiungere l’obiettivo: la monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II.

Importante fu l’adesione di Giuseppe Garibaldi. Nel luglio 1857 il movimento assunse il nome di Società

nazionale. Con la fondazione della Società nazionale, la politica cavouriana si trovò a disporre di una nuova

importantissima carta.

4.4 La diplomazia di Cavour e la seconda guerra di indipendenza

Nei primi anni del suo governo, Cavour non aveva tra i suoi obiettivi l’unità italiana. La sua azione fu

orientata verso gli scopi tradizionali della monarchia sabauda: allargare i confini del Piemonte verso l’Italia

settentrionale. Prima preoccupazione di Cavour fu quella di avvicinare il Piemonte all’Europa più moderna e

sviluppata. Un passo importante fu compiuto nel 1855, quando il governo piemontese si associò alla guerra

contro la Russia e inviò in Crimea 18.000 uomini al comando del generale La Marmora. In questo modo il

Piemonte ottenne di partecipare come Stato vincitore alla conferenza di Parigi del 1856. Cavour protestò

contro la presenza militare austriaca nelle Legazioni pontificie e denunciò il malgoverno dello Stato della

Chiesa e del Regno delle due Sicilie come causa di instabilità e di tensioni rivoluzionarie.

Cavour era convinto che solo una modifica dell’equilibrio europeo sancito dal congresso di Vienna avrebbe

permesso al Piemonte di eliminare la presenza austriaca dall’Italia centro-settentrionale. Era dunque

necessario, da un lato, mantenere viva l’agitazione patriottica (di qua l’appoggio dato da Cavour alla Società

nazionale); dall’altro, assicurarsi l’appoggiò della Francia di Napoleone III. Per raggiungere il suo scopo,

Cavour poté contare non solo sulle ambizioni dell’imperatore, ma anche sulla paura suscitata in lui dal

ripetersi delle agitazioni mazziniane. Nel gennaio 1858, Felice Orsini, un repubblicano romagnolo, attentò

alla vita dell’imperatore lanciando tre bombe contro la sua carrozza, ma fallì l’obiettivo. Orsini fu subito

arrestato e condannato a morte. Ma il suo gesto gettò ulteriore discredito sul movimento mazziniano e diede

spunto a Cavour per ribadire l’urgenza di una soluzione del problema italiano. Un aiuto in questo senso

venne dallo stesso Orsini che, prima di salire sul patibolo, si dichiarò pentito per le conseguenze del suo

gesto e scrisse due lettere all’imperatore per scongiurarlo di far propria la causa del movimento nazionale

italiano. Cavour ebbe, così, la strada spianata verso la conclusione di un alleanza franco-piemontese, che fu

sancita in un incontro segreto fra l’imperatore e il primo ministro piemontese svoltosi nel luglio 1858 nella

cittadina termale di Plombières. Gli accordi ipotizzavano una nuova sistemazione dell’intera penisola

italiana, che avrebbe dovuto essere divisa in tre Stati: un regno dell’Alta Italia comprendente, oltre al

Piemonte, il Lombardo-Veneto e l’Emilia-Romagna, sotto la casa sabauda; un regno dell’Italia centrale

formato dalla Toscana e dalle provincie pontificie; un regno meridionale, coincidente con quello delle due

Sicilie liberato dalla dinastia borbonica. Al papa, che avrebbe conservato la sovranità su Roma, sarebbe stata

offerta la presidenza della futura Confederazione italiana. Dietro questo progetto si celavano in realtà due

diversi disegni: quello di Napoleone III, che mirava a porre l’Italia sotto il suo controllo; e quello di Cavour

che contava sulla forza d’attrazione del Piemonte nei confronti degli altri Stati italiani. Premessa

indispensabile per la riuscita dei progetti di Cavour era la guerra contro l’Austria. Anzi, era necessario che la

guerra apparisse provocata dall’Impero asburgico perché l’alleanza con la Francia potesse diventare

operante. Il governo piemontese fece il possibile per far salire la tensione con lo Stato vicino: dalle manovre

militari al confine, all’armamento di corpi volontari. Fu lo stesso governo asburgico a creare il tanto

sospirato casus belli inviando il 23 aprile 1859, un secco ultimatum al Piemonte (vi si chiedeva lo

scioglimento dei corpi volontari e il ritorno dell’esercito sul piede di pace), che Cavour ebbe buon gioco a

respingere. Dopo un primo scontro con gli austriaci a Montebello, sul Po, e mentre i volontari di Garibaldi

impegnavano l’esercito asburgico penetrando nel Nord della Lombardia, i franco-piemontesi spostarono il

grosso delle truppe sul Ticino e, ai primi di giugno, sconfissero gli asburgici nella battaglia di Magenta. Un

successivo contrattacco austriaco fu respinto il 24 giugno nelle due contemporanee battaglie di Solferino e

San Martino. Napoleone III decise di interrompere la campagna e propose agli austriaci un armistizio, che fu

firmato l’11 luglio a Villafranca. L’impero asburgico rinunciava alla Lombardia e la cedeva alla Francia (che

l’avrebbe poi “girata” al Piemonte), mantenendo il Veneto e le fortezze di Mantova e Peschiera. La notizia

dell’armistizio colse di sorpresa lo stesso Cavour, che rassegnò subito le dimissioni e fu sostituito dal

generale La Marmora. Fra i motivi che avevano spinto l’imperatore a un così clamoroso ripensamento,

c’erano le pressioni dell’opinione pubblica francese; c’era la minaccia di un intervento della Confederazione

germanica a fianco dell’Austria; ma c’era anche la situazione che si era venuta a creare nell’Italia centro-

settentrionale. Alla fine di aprile a Firenze e in altre città toscane, ai primi di giugno nei ducati di Modena e

Parma, una serie di insurrezioni avevano costretto alla fuga i vecchi sovrani. Poco dopo la sollevazione si

estese anche allo Stato della Chiesa, costringendo le truppe pontificie ad abbandonare Bologna e la

Romagna. I moti furono saldamente controllati dai moderati e dagli uomini della Società nazionale. Cavour,

tornato a capo del governo nel gennaio 1860, poté negoziare la cessione alla Francia di Nizza e della Savoia

in cambio dell’assenso francese alle annessioni nell’Italia centrale. Nel marzo dello stesso anno, le

popolazioni di Emilia, Romagna e Toscana, chiamate a scegliere, nella forma del plebiscito, fra l’annessione

al Piemonte e la creazione di regni separati, si pronunciavano a schiacciante maggioranza per la soluzione

unitaria.

4.5 Garibaldi e la spedizione dei mille

Lo Stato sabaudo cessava di essere uno Stato dinastico e si avviava a diventare uno Stato nazionale. Un

simile risultato poteva apparire soddisfacente a Cavour e ai moderati; ma non ai democratici, pronti a

rilanciare l’iniziativa rivoluzionaria nel Mezzogiorno e nello Stato della Chiesa. Tornava d’attualità l’idea di

una spedizione di volontari nel Regno delle due Sicilie, dove, nel maggio del ’59, era salito al trono il

giovane Francesco II. Furono due mazziniani siciliani, Francesco Crispi e Rosolino Pilo, a concepire il

progetto di una spedizione nell’isola come prima tappa di un movimento insurrezionale che avrebbe dovuto

estendersi al continente. Cercarono, da una parte, di organizzare una rivolta locale prima dello sbarco dei

volontari; dall’altra di assicurare alla spedizione un’efficiente guida politica e militare. Ai primi di aprile del

1860, un’insurrezione popolare scoppiava a Palermo. Mentre Pilo accorreva in Sicilia per assumere la

direzione del moto – che fu sanguinosamente represso nel capoluogo ma si estese alle campagne -, Crispi si

adoperò per convincere Giuseppe Garibaldi ad assumere la guida della spedizione. Garibaldi era un

repubblicano convinto, con qualche vaga inclinazione verso un socialismo di stampo umanitario. Aveva

finito per aderire alla Società nazionale e, negli anni successivi, aveva collaborato con la monarchia sabauda,

combattendo con successo in Lombardia nella campagna del ’59 ed assumendo, dopo Villafranca, il

comando dei corpi volontari costituiti dai governi provvisori dell’Italia centrale. Garibaldi era l’unico fra i

leader democratici che apparisse in grado di assicurare qualche possibilità di riuscita all’impresa. Cavour,

che vedeva nella spedizione un’occasione di rilancio per i mazziniani, la avversò, pur senza far nulla di serio

per impedirla. Vittorio Emanuele II, che guardava con favore al tentativo di Garibaldi, non poté intervenire

concretamente in suo aiuto. La spedizione fu così preparata in fretta. Nella notte fra il 5 e il 6 maggio, poco

più di mille volontari provenienti da diverse regioni e di varia estrazione sociale, presero il mare a Quarto

presso Genova. Pochi giorno dopo, i volontari sbarcavano a Marsala e penetravano nell’interno, accolti con

entusiasmo dalla popolazione. Il 15 maggio, a Calatafimi, le colonne garibaldine, ingrossate da poche

centinaia di insorti siciliani, entrarono in contatto con un contingente borbonico e riuscirono a metterlo in

fuga. I volontari puntarono su Palermo. All’arrivo delle avanguardie garibaldine, Palermo insorse. Alla fine

di maggio, dopo tre giorni di duri combattimenti, i contingenti governativi furono costretti ad abbandonare il

capoluogo, dove Garibaldi, che aveva assunto la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II, proclamò la

decadenza della monarchia borbonica. Mentre nell’isola si formava un governo civile provvisorio sotto la

guida di Francesco, nell’Italia settentrionale una organizzazione che faceva capo ad Agostino Bertani

raccoglieva uomini e mezzi da inviare in Sicilia: fra giugno e luglio sbarcarono a Palermo quasi 15.000

volontari. Garibaldi poté muovere all’attacco delle truppe borboniche e sconfiggerle, il 20 luglio, a Milazzo.

Nel giro di poche settimane, l’impresa garibaldina aveva assunto le dimensioni di una vera e propria epopea,

cui l’opinione pubblica di tutta Europa assisteva con stupore. Il clima di entusiastica concordia che aveva

accolto i garibaldini al loro sbarco in Sicilia si era ben presto dissolto quando i contadini avevano intravisto

la possibilità di liberarsi non solo del malcontento borbonico, ma anche dal secolare sfruttamento cui li

condannava una struttura sociale semifeudale; e avevano dato vita a una serie di violenti agitazioni. Dal

canto loro, Garibaldi e i suoi collaboratori avevano cercato di andare incontro alle esigenze dei contadini,

subordinando le iniziative riformatrici all’esigenza primaria di raccogliere sul posto un esercito capace di

condurre a termine la lotta contro il governo borbonico. Fra i patrioti giunti dal Nord, che miravano a una

meta essenzialmente politica, e i contadini insorti, che si preoccupavano di raggiungere i propri obiettivi (la

lotta contro le tasse e contro i signori, la conquista della terra) nacque un contrasto insanabile, sfociato in

episodi di dura repressione: il più noto si verificò ai primi di agosto nella cittadina di Bronte, ai piedi

dell’Etna, dove alcuni ribelli furono fucilati per ordine di Nino Bixio, braccio destro militare di Garibaldi.

4.6 L’intervento piemontese e i plebisciti

Fino a tutta l’estate del 1860, l’iniziativa restò nelle mani di Garibaldi, che il 20 agosto riuscì a sbarcare in

Calabria e poi risalì rapidamente la penisola senza che l’esercito borbonico fosse in grado di opporgli

un’efficace resistenza. Il 6 settembre, Francesco II abbandonò la capitale. Il giorno dopo, Garibaldi fece il

suo ingresso a Napoli. Napoli liberata rischiava di trasformarsi in un quartier generale dei democratici e di

diventare la base per una spedizione nello Stato pontificio. Non restava, per il governo piemontese, altra

scelta se non quella di prevenire l’iniziativa garibaldina con un intervento militare. In settembre – dopo che

Cavour ebbe ottenuto l’assenso di Napoleone III, impegnandosi a non minacciare Roma e il Lazio – le truppe

regie varcarono i confini dello Stato della Chiesa, invasero l’Umbria e le Marche e sconfissero l’esercito

pontificio nella battaglia di Castelfidardo. Ai primi di ottobre, mentre Garibaldi batteva i borbonici nella

battaglia del Volturno, l’esercito sabaudo iniziò la marcia verso il Mezzogiorno. Pochi giorni dopo, il

Parlamento piemontese approvò una legge proposta da Cavour; che autorizzava il governo a decretare

l’annessione, senza condizioni, di altre regioni italiane allo Stato Sabaudo, purché le popolazioni interessate

esprimessero la loro volontà in tal senso mediante plebisciti. L’iniziativa tornava così nelle mani di Cavour e

dei moderati. E a questa iniziativa Garibaldi non aveva concrete possibilità di opporsi. Il 21 ottobre, in tutte

le provincie meridionali e in Sicilia si tennero plebisciti a suffragio universale maschile: agli elettori non

veniva lasciata altra scelta che quella di accettare o respingere l’annessione allo Stato sabaudo, con la sua

forma di governo, i suoi ordinamenti e le sue leggi. La maggioranza fu: sì. A Garibaldi non restò che

attendere l’arrivo dei piemontesi (lo storico incontro col re avvenne a Teano, presso Caserta, il 25 ottobre)

per cedere loro ogni responsabilità nel governo delle provincie liberate. Mentre Garibaldi si ritirava a

Caprera in volontario isolamento e mentre Mazzini partiva verso l’ennesimo esilio, l’esercito sabaudo

eliminava le ultime resistenze borboniche. Il 17 marzo 1861, il primo Parlamento nazionale – eletto secondo

la legge elettorale vigente in Piemonte – proclamava Vittorio Emanuele II re d’Italia “per grazia di Dio e

volontà della nazione”.

4.7 Le ragioni dell’Unità

A poco più di un decennio del fallimento delle rivoluzioni del ’48-49, il processo di unificazione nazionale

italiana si compiva in tempi straordinariamente rapidi. L’Italia unita si presentava come il risultato

dell’allargamento di uno Stato regionale rivelatosi forte, dinamico e fortunato al punto da poter assorbire

territori più ampi e popolazioni più numerose. In Italia l’unità non fu soltanto il prodotto dell’iniziativa

militare e diplomatica di uno Stato. Essa fu preparata da un ampio moto di opinione pubblica che coinvolse

gli strati sociali più attivi e più dinamici: intellettuali, studenti ed anche una borghesia produttiva desiderosa

di creare quel mercato nazionale che era considerato una premessa indispensabile allo sviluppo economico. E

fu proprio grazie ai suoi progressi economici che il Piemonte poté conquistare un ruolo egemone. In Italia,

dunque, lo Stato nazionale nacque dalla combinazione di un’iniziativa dall’alto (la politica di Cavour e della

monarchia sabauda) e di un’iniziativa dal basso (le insurrezioni nell’Italia centrale e la spedizione

garibaldina nel Sud). L’unità non sarebbe stata raggiunta, senza l’aiuto di una serie di circostanze favorevoli

a livello internazionale: la neutralità della Gran Bretagna, l’isolamento del Regno delle due Sicile e dello

stesso Impero asburgico, l’appoggio di Napoleone III nella guerra del ’59. Fu soprattutto il ruolo della

Francia a risultare decisivo.

5.L’Europa della grandi potenze

5.1 La lotta per l’egemonia continentale

Dopo la tempesta rivoluzionaria del 1848-49 la scena europea continuò ad essere occupata dalle

cinque “grandi potenze” (Francia, Gran Bretagna, Austria, Prussia e Russia, cui dopo il 1861 cercò

di aggiungersi l’Italia). Se durante l’età della restaurazione le rivalità si erano mantenute in termini

pacifici, il ventennio 1850-70, segnato da ben quattro guerre, fu caratterizzato da conflittualità e

instabilità: instabilità originata dal tentativo della Francia di Napoleone III di riaffermare la sua

posizione di massima potenza continentale, rovesciando il sistema uscito dal congresso di Vienna e

contrapponendosi all’Impero asburgico, che di quel sistema era il cardine principale.

L’indebolimento dell’Austria ebbe fra le sue conseguenze quella di facilitare l’ascesa della potenza

prussiana fra i paesi di lingua tedesca. La crescita della Prussia e la sua aspirazione a riunire attorno

a sé un grande Stato nazionale tedesco costituivano una minaccia intollerabile per la Francia, che da

oltre due secoli aveva fondato la sua egemonia continentale sulla debolezza e sulla frammentazione

politica della Germania: la strada dell’unità tedesca passava attraverso lo scontro con la Francia.

L’esito di questo scontro, che fu fatale per il Secondo Impero, segnò una svolta decisiva nella

politica europea, elevando la Germania unita al ruolo di maggiore potenza continentale. Solo

nell’ultimo decennio del secolo, questo equilibrio sarebbe entrato in crisi.

5.2 La Francia del Secondo Impero e la guerra di Crimea

Nell’Europa di metà ‘800 la Francia di Napoleone rappresentava un caso anomalo. Il Secondo

Impero per molti aspetti – che pure ricalcava le forme istituzionali del primo Impero napoleonico –

inaugurò un modello politico di nuovo genere, che da allora fu detto bonapartismo. Il bonapartismo

legittimava un potere fondato sulla forza delle armi. All’autoritarismo e al centralismo, Napoleone

III univa il paternalismo e la ricerca del consenso popolare, verificato attraverso le elezioni della

Camera a suffragio universale. Oltre al sostegno delle campagne l’imperatore cercò ed ottenne

quello della borghesia urbana, del mondo degli affari, della finanza e dell’industria. Questa

borghesia fu, negli anni del Secondo Impero, attiva e influente. Le banche conobbero uno sviluppo

senza precedenti. Le costruzioni ferroviarie e le grandi opere pubbliche promosse dal regime

bonapartista svolsero la funzione di motore e di volano dello sviluppo, sia per l’edilizia sia per i

settori di punta come il siderurgico e il meccanico. Altro aspetto importante della cultura e della

società del Secondo Impero fu quello che potremmo definire tecnocratico: la tendenza ad affidare

maggiore potere ai tecnici (scienziati, ingegneri, esperti di economia e finanza). Napoleone III ebbe

il senso di ciò che lo sviluppo economico significava per le sorti di uno Stato moderno. In un

discorso pronunciato nel 1852 si era impegnato a dare la priorità alle grandi conquiste civili. E,

rispondendo a coloro che identificavano l’Impero col ricordo delle guerre europee, aveva coniato la

celebre formula “l’Impero è la pace”. I propositi pacifisti erano però destinati a scontrarsi con

un’altra componente essenziale del Secondo Impero: la tradizione bonapartista. Giunto al potere

soprattutto grazie al prestigio del suo nome Napoleone III non poteva prescindere dalle tradizione

belliche del primo Impero. Un’eredità che lo portava a contestare l’assetto europeo uscito dal

congresso di Vienna e ad impegnarsi in una politica estera ambiziosa e aggressiva. La prima

occasione per misurare le nuove ambizioni imperiali della Francia fu offerta dal riacutizzarsi, nel

1853-54, della questione d’Oriente. All’origine della crisi vi era l’aspirazione della Russia a

espandersi in direzione del Mar Nero e dei Balcani, profittando della crescente incapacità

dell’Impero ottomano a esercitare un effettivo controllo sui domini europei. Nel novembre 1853, la

Russia aprì le ostilità contro l?impero ottomano. Gli iniziali successi della Russia suscitarono la

reazione del governo inglese. Alla Gran Bretagna si associò Napoleone III, interessato

all’affermazione della presenza francese nel Mediterraneo, mentre il governo austriaco, deludendo

le attese della Russia, optò per una rigida neutralità. Nell’estate del 1854 una flotta anglo-francese

penetrò nel Mar Nero. Gli eserciti alleati sbarcarono nella penisola di Crimea. Quella combattuta in

Crimea dagli anglo-francesi – ai quali si aggiunse dopo qualche mese un corpo di spedizione inviato

dal Piemonte – fu una strana guerra, condotta da ambo le parti con scarsa risolutezza. Tutto si

risolse nel lunghissimo assedio di Sebastopoli, durato circa un anno e seguito con impazienza

dall’opinione pubblica europea, che per la prima volta, grazie al telegrafo, fu informata giorno per

giorno dell’andamento di una guerra. Sebastopoli cadde nel settembre 1855. Nel febbraio dell’anno

seguente un congresso delle potenze europeo tenuto a Parigi confermò la “neutralizzazione” del

Mar Nero, che restava chiuso alle navi da guerra di tutti i paesi compresa la Russia. L’impero

ottomano vide garantita la sua integrità e confermata la sua sovranità nominale sui principati

autonomi di Serbia, Moldavia e Valacchia (questi ultimi si sarebbero uniti nel ’59 per formare il

nuovo Stato di Romania). La Francia non ottenne risultati concreti ma accrebbe il suo prestigio

svolgendo un ruolo da protagonista al congresso della pace. L’appoggio ai movimenti nazionali che

lottavano contro l’equilibrio del congresso di Vienna rappresentò una direttiva fondamentale nella

commenti (1)
non è completo

Questa è solo un'anteprima

2 pagine mostrate su 110 totali

Scarica il documento