Riassunto "Volti di pietra - La Puglia tra mito e folklore", Sintesi di Letteratura latina. Università degli Studi di Foggia
MrJuseppe
MrJuseppe
Questo è un documento Store
messo in vendita da MrJuseppe
e scaricabile solo a pagamento

Riassunto "Volti di pietra - La Puglia tra mito e folklore", Sintesi di Letteratura latina. Università degli Studi di Foggia

4 pagine
130Numero di visite
Descrizione
Riassunto del saggio "Volti di pietra - La Puglia tra mito e folklore" della Prof.ssa Graziana Brescia
3.99
Prezzo del documento
Scarica il documento
Questo documento è messo in vendita dall'utente MrJuseppe: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli
Anteprima3 pagine / 4
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 4 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 4 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 4 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 4 totali
Scarica il documento

Volti di pietra. La Puglia tra mito e folklore.

Ogni interpretazione impoverisce il mito, non bisogna avere fretta, bisogna lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio.

Due figli di pescatore a palazzo reale. C’era una volta un pescatore che abitava con la moglie in una capanna. Stava tutto il giorno in riva al mare a pescare con la canna, ma a stento riusciva a rimediare qualcosa. Un giorno pesco un pesce grande, ma una volta fuori dall’acqua, gli disse di lasciarlo libero e che non se ne sarebbe pentito; in caso contrario, avrebbe avuto molta sfortuna. L’uomo lo liberò. Da quel giorno ebbe molte fortune, pescava gran quantità di pesce. In pochi anni potè comprarsi casa, giumente e cagna. Una mattina ripesco lo stesso pesce, il quale gli diede il consenso di ucciderlo, ma con delle raccomandazioni. Piantare le sue due pinne in un campo e mettere il suo sangue in due bottigliette. Dopo un anno sua moglie avrebbe partorito due figli, la giumenta due puledri e la cagna due cagnolini. Il pescatore fece tutto quello che il pesce gli aveva suggerito. Allo scadere dell’anno andò a scavare nel campo e trovo due spade. Ed essendo ormai ricco, poteva condurre una vita serena con la moglie e i figli. I figli una volta cresciuti, ebbero desiderio di girare il modo, quindi ciascuno di essi prese un cane, una spada, un cavallo e una bottiglietta di sangue. Dopo aver fatto un tratto di cammino insieme, arrivati ad un incrocio i due decidono di separarsi. Il fratello che prende la via dritta, dopo un po’ incontra un vegliardo il quale lo mette in guardia. Dicendo che avrebbe visto un palazzo miserabile, e che era meglio per lui non entrare, ma se nel caso sarebbe entrato, non doveva accettare nulla per evitare di tirare su di se varie disgrazie. Il giovane promise di obbedirgli e continuo nel suo cammino. Ma quando fu nei pressi del palazzo, non seppe resistere, come fu nell’androne una maga lo invitò in sala da pranzo, chiedendogli quale pietanza preferisse. E il cavaliere che aveva già dimenticato le raccomandazioni, prese un piatto di pasta. La vecchia accese il fuoco, finge un mal di gola quindi impossibilitata a soffiare, invita il giovane ad aiutarla, quando egli era curvo, la vecchia sparge sul capo del giovane una polvere, diventando subito di marmo. E lo mise in una stanza insieme ad altri cristiani pietrificati. Intanto il fratello che lo stava aspettando,iniziò a preoccuparsi del suo ritardo, così s’incamminò verso la strada presa da suo fratello. Incontrò il vegliardo, il quale gli fece le stesse raccomandazioni. Trovatosi al palazzo, iniziò col spiare le mosse della megera. Una volta trovato il maleficio se ne impadronì, e lo verso sulla vecchia facendola diventare di pietra. Immaginò che al fratello fosse toccata la stessa sorte, quindi iniziò a cercarlo. Trovò una galleria con tutti coloro che furono pietrificati, andando in mezzo a loro, riconobbe il fratello, gli versò un po’ di polvere, e riprese vita. Decise di versare un po’ di polvere su tutti coloro che erano in quella stanza. Così liberò anche una principessa (il re aveva fatto bandire che chi l’avesse ritrovata, l’avrebbe sposata e così fu. La fanciulla tornò alla reggia e il salvatore fu accolto con grandi festeggiamenti, il re non si rimangiò la parola e i due si sposarono. L’altro fratello decise di riprendere il viaggio. Dopo aver camminato per giorni e giorni, vide sulla riva opposta una giovane vestita di nero che piangeva. Si avvicinò, domandandole il perché si disperava. Lei spiegò che era la figlia del re della contrada, destinata ad essere preda del serpente dalle sette teste ogni volta che usciva dal fiume la inghiottiva. Il giovane giurò che l’avrebbe salvata. Il serpente balzò fuori dall’acqua,e il giovane fu pronto. Infatti gli tagliò una delle 7teste, ma invano perché si riattaccò al serpente. Riprovò più volte, ma senza esito. Il cane una volta liberatosi dalle catene, andò vicino il giovane e ad ogni taglio di testa, lui l’azzannava e la portava vicino al cavallo. Quando il serpente fu del tutto decapitato sprofondò nel fiume e morì. La principessa promise al giovane che sarebbe stata sua per sempre. Il giovane accettò di sposarla, ma le chiese un anno di tempo perché desiderava fare le sue esperienze, aggiungendo che si poteva ritenere libera allo scadere dell’anno se nel caso lui non fosse tornato (e poteva sposare un altro). Tagliò le 7lingue e le stipò nella bottiglia di sangue, salì a cavallo e partì. La principessa mentre tornava al paese s’imbatte in un carbonaio, il quale si meravigliò di vederla viva. La giovane gli raccontò che un giovane aveva ucciso il serpente liberandola, lui pregò la giovane di accompagnarlo li. Una volta arrivati sul posto, mise le teste nel sacco, e puntò un coltello alla gola della giovane, minacciandola di morte se nel caso lei non avrebbe detto al padre che era lui il suo salvatore. Lei accettò. Arrivati alla reggia indicò il suo salvatore. E il padre volle mantenere la promessa, quindi permise al carbonaio di sposare sua figlia. Costei riuscì a ottenere il rinviò del matrimonio di un anno, per dare tempo al futuro marito di istruirsi. Passato l’anno, il cavaliere fa ritorno. Alloggia in una locanda, e durante la cena sente dire che a corte facevano preparativi per il matrimonio tra la principessa e il carbonaio che l’aveva salvata. Colpito dalla notizia, mandò il suo

cane a palazzo a distruggere la sala da pranzo. Il giorno dopo, fece ripetere lo stesso danno al cane, ma questa volta fu inseguito. Intervenne il cavaliere ordinando loro di lasciare perdere il cane e di voler parlare col re. Una volta in sua presenza, domandò chi era lo sposo della principessa, e il re rispose colui che l’ha salvata dal serpente. Il giovane chiese il permesso di vedere le teste, e il re lo accontentò. Una volta viste domandò come mai le sette teste erano senza lingua, ma il re non riuscì a rispondere alla domanda. Allora così il giovane gli mostrò le 7 lingue, raccontandogli cosa era successo davvero. Il re fece chiamare la figlia per un confronto, e appena lo vide gli corse incontro per abbracciarlo e scusarsi che non era colpa sua, se stava per sposare quell’uomo, ma l’aveva costretta. Il re rinchiuse il carbonaio in una botte piena di pece e fu bruciato. Il giovane e la principessa si sposarono. Il pesce magico predice al pescatore la nascita di due bambini, che condividono la loro nascita con due puledri, due cagnolini, due spade. Maurizio Bettini ricordava che un elemento narrativo ricorrente nella mitologia, come nel folklore, è proprio la circostanza che vede l’eroe non nascere da solo, cioè la nascita dell’eroe coincide con quella di un animale. È come se la sua generazione si presentasse non singola ma multipla, animali nati insieme o armi forgiate nello stesso momento della sua nascita, finiscono per assumere la rappresentanza della sua persona ed espandere la sua identità. Il canovaccio della fiaba segue la duplice vicenda di due gemelli che inevitabilmente si segnaleranno come eroe e antieroe. La diversità tra gemelli potrebbe essere ricondotta al motivo della paternità. Il figlio del pescatore si configura come eroe positivo mediante l’adozione di un modello di comportamento simile a quello già seguito dal padre. L’ero positivo della nostra fiaba osserva le prescrizioni e i divieti senza farsi trarre in inganno dalla curiositas che induce il gemello inferiore a cadere vittima della pietrificazione (pietrificazione come punizione per l’infrazione di un divieto determinata da passioni che sfuggono al controllo della ragione). Quanto avviene nella Bibbia alla moglie di Loth trasformata in pietra per aver infranto un tabù voltandosi indietro a guardare la pioggia di zolfo e fuoco che cadeva su Sodoma e Gomorra. O Lico e Orfe pietrificate per aver spiato gli amplessi tra la sorella Caria e Dioniso. O Medusa, mostro dalla testa anguicrinita e con il potere di pietrificare attraverso lo sguardo. Unica mortale di tre sorelle, le Gorgoni: Steno, Euriale, e Medusa. Figlie delle divinità marine Forco e Ceto. Perseo, progenie divina, nato da Zeus e Danae (fanciulla mortale che, rinchiusa dal padre in una torre, non riuscì a sottrarsi al desiderio di possesso suscitato dal suo fascino nel re degli dei. Zeus fecondò la fanciulla che divenne madre di Perseo). Perseo si trovò al centro di avventure e imprese straordinarie mirate a certificarne il valore. Al figlio di Zeus gli venne imposta come prova la decapitazione della Gorgone. L’impresa ardua, ma Perseo (che come tutti gli eroi non era sprovveduto) si munì di mezzi magici e si circondò di aiutanti divini. Entrato in possesso di questi mezzi magici, si dirige verso la dimora della Gorgone, dinnanzi ai suoi occhi si trovano uomini e animali pietrificati da Medusa. Perseo non si perde d’animo e prosegue nel suo viaggio sino a giungere al cospetto del mostro che affronta e sconfigge, grazie allo scudo il quale neutralizza il potere malefico del suo sguardo, solo così può decapitare il mostro. Dal collo mutilato della Gorgone scaturiscono un cavallo alato, Pegaso e il Gigante Crisaore “spada d’oro”. Dopo aver assistito a quest’altro prodigio, Perseo mette il suo trofeo nella bisaccia, per poi raccogliere il sangue che cola dalla ferita del mostro, che ha una duplice proprietà: il sangue proveniente dalla vena cava allontana i mali e trattiene la vita; quello proveniente dall’altra uccide perché ha in sé il veleno dei serpenti della Gorgone. Perseo riprende poi il cammino. L’eroe greco ha il potere di dare la morte attraverso la pietrificazione, ma anche quello di restituire la vita. Il protagonista della nostra fiaba porterà a compimento la duplice missione: riportare in vita il fratello e gli altri cristiani, e pietrificare la strega. Era presente già dall’inizio della fabula la presente delle due boccettine di sangue, (una sola boccetta) grazie alle quali, insieme alla spada, costituisce il corredo magico che consentirà al nostro eroe di compiere imprese straordinarie. Può capitare che una volta ucciso il mostro, a rivestire i panni di Perseo, sia l’altro gemello. In fondo il destino dei gemelli è quello di essere l’uno il doppio dell’altro. Ed ecco si sostituisce al fratello, riprende il suo viaggio. E può capitargli di imbattersi lungo il percorso in una

principessa vittima di una sorte crudele. Una fanciulla, Andromeda (figlia del re di Etiopia, Cefeo), legata ad una roccia e un mostro che si preparava a divorarla. Costei avevo osato sfidare le Nereidi proclamandosi loro superiore per bellezza e con il suo comportamento aveva provocato l’ira di Poseidone che aveva inviato un mostro marino a fare strage degli abitanti. Terribile fu il responso dell’oracolo consultato dal re, il quale diceva che per placare il mostro doveva dargli in pasto sua figlia. All’orizzonte compare Perseo, il quale affronta e sconfigge il mostro.* Lo zio paterno di Andromeda era già suo promesso sposo, infatti non aveva mandato giù questo pretendente. Perseo per neutralizzare e sconfiggere il nemico, è costretto a tirar fuori dalla bisaccia la testa della Gorgone, e pietrificarli. Simile è l’ingiustizia di cui si trova ad essere vittima il protagonista della nostra fiaba. La fiaba come il mito si conclude con un finale rassicurante che vede il bene trionfare sul male. * (stava li) Un’altra vicenda analoga è quella di San Giorgio e il drago. Il giovane cavaliere giunge in una città chiamata Selem, in Libia, mentre stava per essere consumato il sacrificio della principessa Silene data in pasto ad un drago. Il cavaliere dopo aver tranquillizzato la principessa, trafisse il drago con la sua lancia, poi esortò la fanciulla ad avvolgere una cintura intorno al suo collo, il quale iniziò a seguirla. Il giovane tranquillizzò anche gli abitanti, terrorizzati nel vedere il drago avvicinarsi, dicendo loro che era stato mandato da Dio a condizione che essi abbracciassero la fede e ricevessero il battesimo, allora il re e la popolazione si convertirono. E Giorgio uccise il drago, per poi farlo portare fuori dalla città. Per il santo, il premio per la sua impresa, è la conversione al cristianesimo; per gli eroi del mito greco, sono le nozze con la principessa.

Pizzomunno e Cristalda.(leggenda viestana, simbolo della cittadina garganica) Si narra che a Vieste, allora solo un villaggio, vivesse un giovane molto alto e di bell’aspetto di nome Pizzomunno. Nello stesso villaggio viveva una fanciulla di rara bellezza, Cristalda. I due si innamorarono. Ogni giorno Pizzomunno si recava sulla spiaggia per andare in mare con la sua barca. Ma la bellezza del giovane era così fuori dal comune, che ogni giorno richiamava la curiosità delle sirene che emergevano dalle onde e intonavano canti marini in suo onore, tentando di sedurlo. Gli offrirono più volte l’immortalità a patto che questi divenisse il loro amante e re. Ma l’amore per Cristalda era così forte e sincero, da rifiutare l’offerta, ciò nutrì invidia nelle sirene. Una delle tante sere in cui i due giovani amanti andavano ad attendere la notte sull’isolotto, le sirene gelose, decisero di punire il giovane trascinando la sua amata nelle profondità del mare, in modo da sottrarla a lui per sempre. Tornato a riva la chiamò per tutta la notte, senza esito. Il dolore della separazione fu insopportabile per Pizzomunno. Il giorno seguente i pescatori ritrovarono il giovane pietrificato dal dolore. La leggenda narra che ogni cent’anni i due innamorati possono ritrovarsi felici a Vieste. Ma alle prime luci dell’alba la sorte li costringe alla separazione, mentre il loro lamento si ripercuote di onda in onda per altri cento anni. Quella di Pizzomunno e Cristalda è una leggenda tramandata oralmente di generazione in generazione. Alla storia d’amore s’ispirò Alfredo Petrucci, a cui si devono altre due versioni. La prima, riferita a Peschici, nel 1931, sottoforma di racconto (simile all’originale). La seconda versione è del 1950, in versi (simile all’originale). Niobe, orgogliosa madre di 14 figli che osò sfidare in tema di maternità la dea Latona, madre di Apollo e Artemide, e pagò per la sua colpa di hybris con la vendetta della dea affidata alle frecce della sua prole. La madre infelice vide, massacrati uno dopo l’altro, tutti i suoi figli prima di essere trasformata in una roccia situata sul monte Sipilo in Asia Minore da cui sgorga una sorgente generata dalle lacrime senza fine. Un altro àition è quello nato dalla fantasia ovidiana per raccontare la sfortunata vicenda di Lica, il servo colpevole di aver consegnato a Eracle la veste intrisa del sangue avvelenato di Nesso fattagli recapitare da Deianira. La vendetta di Eracle fu tremenda ed ebbe come esito la metamorfosi in pietra di Lica. Processo metamorfico corrispondente al meccanismo colpa-punizione è il principio di convertibilità dalla pietra alla vita. La pietra preserva dall’oblio garantendo una eterizzazione delle sfortunate e infelici vittime di questo processo. La roccia si presta per alcuni suoi tratti a rappresentare una dimensione altra da quella umana. Più complesse si rivelano le vicende legate alla metamorfosi in pietra di Niobe, nelle fonti più antiche si parla di punizione da parte degli dei (per peccato di hybris) e in altre varianti del mito la trasformazione in roccia della madre addolorata si rivela atto pietoso della divinità su richiesta della stessa vittima. Interessante la versione attestata in Ovidio che interpreta il processo metamorfico

dell’infelice madre come conseguenza naturale di un dolore enorme. Analogo il destino di pietrificazione emotiva originato in Ecuba dal dolore per la morte di Polidoro. Rinvia la trasformazione in statua, per volontà divina, di Anassarete, nobile fanciulla di Cipro di cui si innamorò perdutamente il giovane Ifi senza riuscire a scalfire il cuore dell’amata, che respinse con freddezza i suoi tentativi di conquista e con la stessa freddezza si mostrò quando egli per il dolore s’impiccò. L’insensibilità della fanciulla, il suo cuore di pietra, trovarono traduzione concreta nella metamorfosi in pietra della fanciulla per volontà di Afrodite. Il poeta Settimo Sereno dice che le Gorgoni fossero fanciulle di una bellezza rara e che i giovani dopo averle viste restavano ammutoliti per lo stupore: da questa circostanza ha avuto origine la favola che qualora qualcuno le avesse viste, si mutava in pietra. Si può cogliere traccia di una variante attestata in Ovidio, secondo la quale Medusa era una fanciulla bellissima di cui si invaghì Nettuno che volle accoppiarsi a lei nel tempio di Minerva; alla furia della dea per l’oltraggio subito si deve la trasformazione della splendida capigliatura della donna in orrendi serpenti. Nella versione razionalizzata del mito di Andromeda attestata in Canone, secondo cui “Balena” era il nome della nave su cui Andromeda sarebbe stata rapita da Fenice, l’eroe innamorato di lei, da cui l’avrebbe tratta in salvo Perseo, distruggendo la nave e facendo della donna sua sposa. La testa di Medusa e i poteri in essa si configurano come metafora e simbolo del potere paralizzante della paura. Incapaci di sopportare la scissione dell’identità di coppia, gli amanti preferiscono la morte ad un destino di separazione. Il dolore può provocare una paralisi emotiva che induce l’amante infelice ad una condizione resa attraverso la pietrificazione. È sempre Ovidio a cogliere la peculiarità di questo traslato quando immagina una delle sue eroine innamorate e abbandonate, Arianna, mentre affida alla tavoletta e allo stilo l’espressione della sofferenza provocata dall’abbandono di Teseo. Per descrivere il suo dolore, l’eroina ricorre ad una metafora, quella della pietrificazione in grado di rendere visibile la sua paralisi interiore. Accanto alla fanciulla abbandonata sulla spiaggia di Nasso da Teseo, anche il dolore di pietra di una madre, Ecuba. La sofferenza eterna si manifesta in un dolore di pietra e, trova in quella pietra, rifugio e consolazione. Altra leggenda tramandata di generazione in generazione è quella di Addolorata, fanciulla orfana di 15/16 anni, bella e povera, suonava nel vecchio Teatro di Foggia. Quel violino, la sua musica, erano l’unico tesoro nella misera vita della fanciulla alla mercè di un burbero impresario che, ubriaco, le riservava una serie infinita di maltrattamenti. Ma quando suonava il suo violino dimenticava ogni tristezza. Un giorno un terribile incendio, provocato da un candelabro, devastò gran parte del teatro e distrusse anche il violino e i sogni di Addolorata che venne cacciata senza pietà dall’impresario e ridotta a morire di stenti. La tragica fine della fanciulla non sfuggì alla Madonna Addolorata, che decise di eternare le sue dolci melodie trasformandola in un angelo di pietra, insieme ad un altro angelo, il suo fidanzatino morto di dolore per la perdita dell’amata. Un’altra leggenda d’amore, dolore, morte e pietrificazione”Scoglio delle due sorelle”, la storia di due sorelle e del loro legame indissolubile che indusse la maggiore a tuffarsi in mare per cercare di salvare dall’annegamento la sorella minore avventuratasi fra le onde. Il mare non restituì mai i corpi senza vita delle due sfortunate fanciulle ma, il giorno seguente, un pescatore del luogo assistette stupefatto all’improvviso emergere dal mare di due faraglioni identici, strettamente connessi, da evocare l’indissolubilità di un abbraccio. Addolorata e il fidanzatino, Pizzomunno e Cristalda, le due sorelle, trovano nella pietrificazione la manifestazione visibile di un dolore che sottrae loro ogni energia vitale, ma trovano la consolazione di un’eternazione. Si racconta che, alla metà del 1700 in un antico palazzo di Foggia, abitasse Gianbattista delle Poste, Duca di Grottaminarda e che per poter gestire il patrimonio e la sua vita sregolata, tenesse prigioniera in una delle stanze del palazzo sua moglie, la bellissima e giovanissima Silvia del Vasto, discendente di una famiglia nobile della Capitanata. Dopo aver sperperato il patrimonio familiare in frivolezze, il Duca impazzì e si suicidò gettandosi giù per la tromba delle scale e lasciando traccia di se in quel grottesco mascherone di pietra, simbolo della maledizione che da allora sembra gravare su quel palazzo. A quei volti di pietra il compito di custodire gelosamente la memoria di quei popoli.

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 4 totali
Scarica il documento