Rilievo architettonico della Fornace Biscarini–Angeletti, Tesi di laurea di Rilievo
ilnumero1
ilnumero1

Rilievo architettonico della Fornace Biscarini–Angeletti, Tesi di laurea di Rilievo

46 pagine
5Numero di download
1000+Numero di visite
100%su 1 votiNumero di voti
Descrizione
tesi di laurea in rilievo
30 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 46
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 46 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 46 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 46 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 46 totali

1. Introduzione

1.1 Ragioni della tesi

Il presente lavoro ha come oggetto il rilievo architettonico della Fornace

Biscarini–Angeletti, sita in via Laberinto a Perugia, con l’obiettivo di

valorizzare un edificio artisticamente importante ma sottovalutato dalla

cittadinanza. In particolare, si restituisce il rilievo architettonico dell’edificio–

vetrina del complesso della “Premiata Fabbrica di Terrecotte Artistiche e

Decorative Biscarini–Angeletti”.

Nella trattazione si affronta dapprima lo studio del contesto storico e del

contesto culturale in cui si inserisce l’attività del laboratorio artistico e, di

conseguenza, la realizzazione dell’opera.

Non si hanno documenti che certifichino l’anno di costruzione ed il

progettista dell’edificio: si propone quindi un processo deduttivo capace di

ipotizzare questi dati. L’opera presenta rilevanti tratti architettonici che

giustificano il tipo di lavoro proposto e suggeriscono una trattazione di peso

maggiore.

La restituzione grafica del rilievo viene fornita in un rapporto di scala 1:100

al fine di evidenziare i caratteri geometrici dell’edificio, mentre per mostrare

le minuziose decorazioni in terracotta si è scelta una restituzione fotografica

con immagini prodotte autonomamente.

Il rilievo si avvale della documentazione reperita presso gli organi archivistici

della città di Perugia, oltre che dei lavori professionali precedentemente

svolti. Molto preziose sono state, inoltre, le informazioni tratte dall’incontro

con il maestro Franco Venanti, discendente di Angelo Biscarini.

Il lavoro si è svolto con il fine di analizzare l’edificio e definirne il livello di

qualità architettonica, il risultato di tale trattazione suggerirà in conclusione

una rivalutazione dell’oggetto rilevato.

1

1.2 Il rilievo architettonico

Rilevare un manufatto o un edificio significa prenderne in considerazione

ogni aspetto dimensionale, costruttivo, formale e culturale, attraverso

l’osservazione e l’analisi scientifica dei suoi elementi significativi.

In generale, il rilievo viene sviluppato con criteri particolari determinati dal

fine cui esso è destinato e le informazioni acquisite sono selezionate e

restituite soltanto nella misura giustificata dalla tipologia del rilievo.

Il rilievo architettonico, in particolare, fornisce la rappresentazione grafica di

un edificio che si presuma abbia spiccata importanza artistica e offre così il

mezzo per studiarne le caratteristiche. L’indagine analizza elementi storici,

culturali e mentali per formulare quel complesso di informazioni necessarie e

sufficienti alla comprensione, differita nel tempo e nello spazio, dell’oggetto

stesso.

Il rilievo deve essere documentato oltre che dai disegni d’insieme e dei

particolari, da documenti fotografici e da notizie riferenti la storia dell’edificio

stesso in rapporto alla sua costruzione, all’epoca e alla località in cui è stato

eretto. Così, non solo la forma, ma anche la natura dei materiali impiegati,

le loro dimensioni e la loro disposizione sono elementi da tenere presenti e

di cui occorre dare notizia.

Nel processo del rilievo architettonico il primo approccio con l’edificio riveste

un ruolo determinante. L’operatore deve prendere coscienza dei segni

caratteristici dell’edificio, nonché del contesto con cui l’edificio si relaziona,

riconoscere i tratti architettonici principali ed individuare eventuali modifiche

e deturpazioni.

La ricerca d’archivio quindi si concentra sull’analisi storico-urbana

dell’edificio e, di conseguenza, sullo studio dei processi culturali o meno che,

nel tempo, sono entrati in relazione con esso. Parallelamente è necessario

2

raccogliere ed analizzare tutti gli studi tecnici già realizzati quali rilievi,

piante, foto, stampe, vedute e rappresentazioni progettuali.

Soltanto in seguito ad un buono studio teorico preliminare si può progettare

un rilievo metrico completo e significativo.

La “fase di campagna” può essere effettuata infatti con diverse tecniche:

- il rilievo diretto viene effettuato con l’ausilio di semplici regole geometriche

e strumenti come metri, goniometri e fettucce metriche;

- il rilievo indiretto di stampo professionale, utilizza strumenti topografici di

precisione come teodoliti, distanziometri e livelli;

- il rilievo fotogrammetrico si esegue con l’ausilio di macchine da presa e

serve per ottenere informazioni di vario tipo e restituire un documento non

interpretativo.

Il rilievo di un edificio si conclude con la restituizione grafica in tavole

esplicative a scala idonea. Le informazioni restituite devono descrivere in

maniera completa l’edificio ed evidenziarne i segni architettonici più

significativi; per una maggiore completezza si può riportare un confronto

con altre architetture di particolare rilevanza.

Il rilievo deve essere assolutamente oggettivo e corrispondere alle forme del

vero, nei limiti stabiliti dalla finalità stessa del rilievo è importante lo studio

del dettaglio, in quanto esso è parte costitutiva dell’insieme e concorre in

modo significativo alla determinazione del carattere dell’edificio.

Un buon rilievo architettonico costituisce un mezzo sicuro di conoscenza e di

orientamento attraverso il quale si giudica il valore storico-artistico, si

osserva l’evolversi delle forme architettoniche nel corso delle varie epoche e

quindi ci si predispone alla creazione di forme nuove adeguate ai nostri

tempi.

3

2. Perugia tra Eclettismo e Liberty

2.1 Il contesto storico-culturale

Il termine Belle Èpoque viene coniato poco prima dell’avvento della prima

guerra mondiale per definire, con un sentimento di nostalgia, un preciso

momento culturale ed artistico di cui gode l’Europa a seguito della creazione

dei grandi stati nazionali.

In meno di quarant’anni la storia si arricchisce di avvenimenti, la scienza

sembra in grado di debellare ogni malattia e nuove invenzioni rendono più

facile la vita a tutti i livelli sociali. Le città vengono rinnovate e ampliate

poiché il notevole sviluppo demografico porta con se la necessità di

adeguare gli edifici all’aumento della popolazione e alle nuove norme

igieniche e sanitarie. L’incremento del commercio e dei traffici, l’avvento e

l’estensione delle linee ferroviarie, la diffusione dell’automobile, rendono

indispensabile la creazione di nuove reti di trasporto.

Tra il 1860 e il 1920 si ha la “seconda fase della rivoluzione industriale”,

ovvero lo sviluppo economico e tecnologico si diffonde in tutta l’Europa e nel

mondo, influenzato dai fattori tecnologici, politici e sociali propri della nuova

mentalità borghese imprenditoriale. Si moltiplicano le industrie, vengono

introdotti nuovi macchinari e sistemi di lavorazione con una concentrazione

di operai in imponenti e monumentali complessi di fabbrica edificati

appositamente in uno stile che intende colmare la frattura storica tra arte,

artigianato e industria.

L’Italia risulta cronologicamente in ritardo, rispetto agli altri paesi europei,

per quanto riguarda l’unità nazionale e, di conseguenza, ne risente anche la

situazione economica.

In quest’ambito la città di Perugia, nell’arco temporale compreso tra la

formazione del Regno d’Italia e il fascismo, subisce un sostanziale

4

rallentamento economico e sociale in quanto i collegamenti ferroviari non la

favoriscono, il prodotto economico maggiore si ha dall’agricoltura (ancora

legata all’ ancien régime) ed il settore industriale fatica a svilupparsi.

Lo storico Francesco Francesconi nel 1872 descrive così la situazione

industriale:

“ La industria della provincia dell’Umbria è meschina, e sta oltremodo

al disotto di ciò che esiggerebbero i suoi bisogni, e a ciò cui darebbero agio

le materie prime, che si producono nel territorio e le acque discorrenti nel

medesimo in quantità abbondante, che potrebbersi come forza motrice.” 1

L’analisi dei dati relativi al tipo di attività delle singole imprese ed al numero

di addetti delle stesse pone chiaramente in evidenza come, a tale data, non

si possa assolutamente parlare dell’esistenza di vere attività industriali

nell’ambito comunale. Si è ancora in presenza di una struttura artigiana,

strettamente connessa nella maggioranza dei casi al mondo agricolo che pur

se articolata in vari settori, mostra chiari sintomi di crisi. Risulta che

nell’area comunale, su un totale di 49˙503 abitanti, ben il 53% dei maschi e

il 51% delle femmine è ancora dedito all’agricoltura, che il 18% della

popolazione è classificato “senza professione” e che 118 individui vengono

classificati “mendicanti”.

Malgrado la retriva situazione economica, che continua a caratterizzare

l’ambiente urbano tra Unità e fascismo, la borghesia va sostituendosi alla

nobiltà come classe dominante e, pur continuando a trarre la sua maggior

forza dall’attività agricola, inizia ad investire in attività commerciali,

artigianali e industriali.

Il processo è molto lento ed il censimento del 1911 mostra come, in ambito

cittadino e nel complesso dell’area comunale, si siano iniziati a manifestare i

1 Francesco Francesconi, Alcuni elementi di statistica della provincia dell’Umbria 1872, p. 319

5

primi sintomi di industrializzazione. Vi vengono infatti censiti 590 esercizi,

che occupano 3˙997 soggetti e che utilizzano, complessivamente, una forza

motrice di 2˙557 cavalli dinamici.

Un’analisi dettagliata pone in evidenza, però, che di questi 590 esercizi

“industriali” ben 548 occupano meno di 10 addetti. Le 42 imprese residue

danno lavoro a 1˙881 persone; ciò significa che al 1911 solo l’8,07% della

popolazione del comune trova lavoro nella piccola industria, mentre la

grande industria è ancora del tutto assente.

I dati relativi al 1920 rivelano un incremento soltanto dell’8% del numero

degli addetti rispetto al 1911. L’analisi dei dati mostra ancora che la

struttura di maggior rilievo sia quella artigianale, infatti su un totale di 339

esercizi, ubicati in città o nella immediata periferia, soltanto 24 hanno oltre

10 operai.

L’insieme di questi dati mostra, pur nella sua schematicità, che l’economia

perugina, durante il periodo storico analizzato, va troppo timidamente

modernizzandosi e spostandosi da una base agricola ad una agricolo-

industriale.

Questo processo, che ha attraversato un rallentamento in connessione con

la crisi nazionale del 1907, subirà un violento contraccolpo con l’avvento del

fascismo.

L’economia di Perugia e dell’Umbria in genere continua quindi,

essenzialmente, a basarsi su un’agricoltura retriva e lo sviluppo industriale si

manifesta con grave ritardo. Tutto ciò fa sì che la struttura urbana, pur

mostrando una serie di modificazioni interne e periferiche, non cambi

sostanzialmente il suo assetto, fino al secondo dopoguerra.

In Europa le città vengono conquistate e stravolte dal ceto borghese con

modi rivoluzionari, al punto che anche la questione della carenza di

abitazioni e del degrado dell’edilizia destinata agli operai crea un vivace

dibattito culturale.

6

In Inghilterra in particolare si sviluppano teorie urbanistiche interessanti ed i

ricchi industriali investono nel benessere sociale degli operai. Le attenzioni

verso la natura ed i mezzi di trasporto e comunicazione, proprie della teoria

sulle città-giardino, sono solo alcune delle innovazioni che si realizzano.

Ebezener Howard, Concept diagram for Garden-City, 1898-1902

7

Le nuove norme sanitarie, i piani regolatori delle grandi città e

l’affermazione politica e sociale del ceto borghese portano di riflesso un

miglioramento delle condizioni di vita anche per le classi meno abbienti, in

connessione con il ritmo vertiginoso delle nuove costruzioni edilizie.

In tutto il continente si costruiscono soprattutto case private di nuova

concezione, edifici per appartamenti, piccoli e grandi hotel, botteghe e

laboratori di artigianato, nonché punti di ritrovo come caffè, teatri, grandi

esercizi commerciali, grandi viali, capannoni industriali e stazioni ferroviarie.

Nella città di Perugia in particolare, anche per la morfologia del territorio,

l’impianto urbano è ancora di stampo medievale e l’architettura rimane per

lo più costretta alla realizzazione di edifici di rappresentanza o alla

ristrutturazione di edifici già esistenti.

G. Delicati, Pianta topografica della città di Perugia nel rapporto di 1:4000, 1866

8

Nel primo decennio successivo all’unità nazionale tra gli interventi

architettonici ed urbanistici di rilievo occorre ricordare il restauro del Palazzo

dei Priori, che coinvolge tutta la comunità culturale e artistica per oltre

quarant’anni, e la ristrutturazione della piazza degli Aratri (oggi piazza

Cavallotti–Morlacchi) con l’abbattimento dell’antica chiesa parrocchiale di

Santa Maria del Verzaro.

Theodor Faber, Markt Platz zu Perugia, incisione su disegno di Otto Koloman Wagner 1832

Un’altro intervento di rilievo previsto nel 1860 e realizzato solo nel 1901

consiste nella costruzione di una strada che congiunga Porta Pesa alla già

citata piazza degli Aratri.

La ristrutturazione dell’area della Rocca Paolina è però il caso urbanistico ed

architettonico più rilevante. Infatti, dopo l’impeto risorgimentale, che nel

1860 determina l’abbattimento del principale simbolo del potere pontificio,

9

l’amministrazione comunale si trova subito a dover affrontare il problema

della ristrutturazione e del riutilizzo della vasta area, un tempo occupata

dalla fortezza.

Il massiccio accumulo di detriti ben presto, non solo diviene elemento

deturpante per l’area di maggior prestigio della città, ma genera sostanziali

problemi connessi all’igiene pubblica, essendo divenuto luogo di accumulo di

materiali di rifiuto e di scarico.

Nel 1862 l’amministrazione comunale inizia ad affrontare il problema e si

segue, in un primo momento, l’idea di trasformare tutta l’area in una grande

piazza da cui godere il panorama circostante alla città, intorno alla quale

sarebbero potuti poi sorgere degli edifici. Il progetto però viene ben presto

abbandonato, in quanto comporta un’ingente spesa senza tradursi

nell’acquisizione per la città di nuovi spazi insediativi, dei quali si avverte

particolarmente l’esigenza in relazione alle nuove strutture amministrative.

Nella riunione del Consiglio Comunale del febbraio 1862 si dà conto anche

dei due progetti, risultati vincitori a pari merito del concorso indetto per la

risistemazione dell’area. I progetti in questione sono rispettivamente quello

intitolato “Patientia cum labore” degli architetti Guglielmo Calderini e

Nazareno Biscarini, e l’altro dal titolo “Italia redenta” di Guglielmo Rossi e

Alfonso Brizi. Nessuno dei due progetti per il momento viene accolto.

Nella seduta del Consiglio Comunale del luglio 1863 viene bandito un

secondo concorso, che trae ispirazione dal progetto Calderini–Biscarini,

prevede la realizzazione di un edificio centrale sulla piazza, a destinazione

pubblica, e di edifici laterali ad uso privato. Anche questo concorso non

conduce a esito positivo, a causa della dispendiosità delle realizzazioni

proposte.

Nel 1867 si decide di attuare il progetto ideato dall’ingegnere capo comunale

Alesssandro Arienti. Il progetto prevede la rettificazione della Piazza Vittorio

Emanuele e delle vie del Corso e Riaria, con il loro prolungamento fino alla

10

citata piazza, la costruzione dell’edificio centrale, di due fabbricati laterali e

della strada pensile che si sarebbe resa necessaria.

Dal progetto si scorpora però la realizzazione dei due edifici laterali, in

quanto troppo onerosa per le finanze comunali, decidendo che le aree ad

essi destinate verranno cedute gratuitamente a privati per la costruzione di

adeguati palazzi.

Il progetto dà luogo ad un ampio dibattito cittadino e aspre critiche vengono

mosse all’amministrazione comunale per l’aggravio finanziario che comporta.

Inoltre si sottolinea l’incogruità di investire una somma elevata delle finanze

pubbliche nella ristrutturazione dell’area, in quanto si prevede che la città

dovrebbe tendere a svilupparsi non più nell’area centrale ma nella zona dove

dal 1866 è sorta la stazione ferroviaria.

Con il luglio 1872 la piazza Vittorio Emanuele (oggi piazza Italia), essendo

terminati i suoi edifici principali di contorno, va assumendo il suo assetto

definitivo: al centro il palazzo del Governo, sede della Prefettura e

dell’amministrazione provinciale; ad occidente l’edificio della Banca d’Italia;

ad oriente l’ampio fabbricato condominiale progettato dal Calderini.

L’area del Forte Paolino non è comunque l’unico retaggio del potere

temporale dello stato pontificio.

Con l’unificazione nazionale e la soppressione degli ordini religiosi, il

problema del riutilizzo delle loro vaste sedi, nella maggioranza dei casi

ricche di ornamenti e di reperti artistici di gran valore economico e storico, si

pone in modo sostanziale per le pubbliche autorità. D’altro canto, le nuove

strutture amministrative e burocratiche e i primi pur modesti impulsi

imprenditoriali della borghesia cittadina, comportano l’esigenza del

reperimento nell’area urbana di locali, ad uso di uffici, di depositi, di

magazzini, di embrionali sedi di manifattura.

Lo scontro tra clericali e anticlericali, trova nel problema del riutilizzo delle

strutture degli ordini religiosi soppressi fervido campo di battaglia.

11

Varie sono le proposte e le discussioni a riguardo, molte vengono attuate

mentre altre vengono rifiutate. Possiamo ricordare l’idea di affittare la chiesa

di San Francesco al Prato ad una fabbrica di zolfanelli, oppure utilizzare la

chiesa di San Domenico come dormitorio e magazzino per le truppe del

distretto militare, mentre l’antica chiesa di San Bevignate si trasforma in

deposito.

Il monastero di Santa Giuliana viene trasformato in ospedale militare e,

sempre al distretto militare viene assegnato il convento di Sant’Agostino.

Nell’area centrale della città, l’edificio di Sant’Isidoro, già ristrutturato

dall’architetto Galeazzo Alessi, diverrà con il tempo sede di una tipografia.

Agli inizi del novecento, nel convento di Sant’Antonio verrà impiantata una

fabbrica di fiammiferi; l’antico convento di Monteluce verrà destinato ad

ospedale; la valigeria Vajani cambia sede tra due differenti monasteri

mentre la società Perugina di confetti avanzerà richiesta per il monastero di

Sant’Agnese.

Lo sviluppo edilizio sul suolo Perugino segue quindi una linea

sostanzialmente diversa dal resto d’Europa. Non mancano alcune costruzioni

di stampo prettamente borghese come gli edifici per appartamenti, i teatri e

gli alberghi; si verificano però dei rilevanti ritardi riguardo la realizzazione

delle strutture igienico-sanitarie e delle abitazioni per i ceti medio-bassi. Gli

spazi della città dove vivono operai, artigiani ed ex contadini inurbati, sono

luoghi in cui le abitazioni si affollano in ambiti antigienici e malsani, malattie

come rachitismo, tifo, tubercolosi e scrofola hanno qui facile accesso.

Le aree maggiormente interessate sono i borghi cittadini più esterni come

Porta Sant’Angelo, Porta Eburnea e Porta Sant’Antonio; ma le misere case

sono presenti anche in zone più centrali della città nascoste nei vicoli

mediovali. Allontanandosi dalla monumentalità del centro storico e

dall’effervescenza della vita del Corso ci si poteva imbattere in una seconda

città, poverissima, i cui abitanti vivevano a livello della pura sussistenza.

12

Da un articolo apparso su “L’Unione liberale” nel 1904, in relazione alla zona

tra il Bulagaio e Porta Sant’Angelo possiamo leggere:

“Piccole casupole chiuse fra stretti viottoli senza luce e senza aria, mal

sicure e pericolanti, con muri sgretolati ed anneriti, con vani senza mattoni,

con scale sbocconcellate, senza serramenta e con le imposte cadenti a pezzi

perchè corrose dal tarlo del tempo; stamberghe smantellate entro cui la

pioggia ed il vento s’introducono a piacimento quali secondi abitatori.

Abbiamo visto e trovato famiglie intere in un solo ambiente nerastro ed

affumicato che dà l‘idea di una stalla. In una parola ci siamo trovati

continuamente [di fronte] a spettacoli di povertà incredibile e di sistemi di

vita assolutamente inumani. Aggiungasi a questo stato orrendo delle

abitazioni la mancanza assoluta di ogni conforto di sufficiente mobilia, tale

che in alcuni di questi tuguri non si trova che il semplice arredo di un

giaciglio di foglie secche o di paglia.”2

Già a partire dal 1901, il sindaco Ulisse Rocchi cerca di coinvolgere enti

assistenziali e istituti di credito in un’ampia opera di risanamento dei

quartieri poveri della città e nella costruzione di nuovi quartieri operai, anche

nel continuo tentativo di risolvere il problema della disoccupazione di gran

parte della massa lavoratrice.

Al momento la proposta non trova però una risposta adeguata. Soltanto nel

1909 inizia la costruzione dei primi fabbricati di edilizia agevolata nell’area

ceduta dall’amministrazione lungo l’attuale viale Zeffirino Faina. I lavori,

sotto la direzione dell’ufficio tecnico comunale, andranno a rilento e nel

1912, completato il quarto edificio, saranno sospesi per mancanza di fondi.

2 L’Unione liberale, 24-25 agosto 1904

13

Soltanto nel 1923 si avrà una ripresa dell’azione dell’Istituto per le case

popolari, che costruirà altri nove fabbricati in viale Faina e nelle adiacenti via

del Fagiano e via Innamorati.

Dopo i primi anni di entusiasmo verso il nuovo stato Italiano, si sviluppa in

città un ampio dibattito tra le forze politiche, in relazione

all’ammodernamento ed alla realizzazione di una serie di servizi pubblici,

principalmente in merito all’acquedotto, all’illuminazione e ai trasporti

urbani.

Sono questi i temi che determinano la crisi di una serie di amministrazioni,

portando ad un alternarsi al potere delle diverse fazioni politiche ed al

conseguente ritardo nello sviluppo.

Il problema principale della città era quello annoso della carenza di acque

potabili che durerà ancora per lungo tempo, giungendo a definitiva soluzione

soltanto dopo la seconda guerra mondiale. Per centinaia di anni la

popolazione aveva soddisfatto le proprie esigenze idriche facendo ricorso ai

numerosissimi pozzi che in più punti fendevano il suolo urbano,

raggiungendo la falda freatica.

Il pur limitato incremento demografico si traduce in un incremento del

fabbisogno idrico e in un aumento della portata degli scoli fognari, che

comporta un inquinamento dei pozzi.

Nello stesso tempo i primi sintomi di industrializzazione determinano un

accrescimento della domanda di acqua; si pone come necessaria, verso la

fine dell’Ottocento, la realizzazione di un nuovo acquedotto. Si ricorda che il

vecchio condotto medioevale dava luogo ad un accumulo nei depositi di soli

180 mc d’acqua, contro un’esigenza minima della città di 2000 mc d’acqua

giornalieri.

Nel 1893, una grave siccità acuisce il problema che, temporaneamente, si

cerca di risolvere, allacciando una condotta provvisoria con alcune sorgenti

di Pieve Petroia. Nello stesso anno la giunta municipale apre una gara

14

d’appalto per la costruzione dell’acquedotto ma nessuna impresa risponde in

quanto i margini di profitto si rivelano troppo esigui.

Il problema di fondo è connesso alla situazione deficitaria delle finanze del

comune che, d’altro canto, non ritiene di poter convogliare i suoi fondi in

un’unica direzione, sospendendo una serie di minori lavori in atto, per non

aggravare il livello di disoccupazione.

Soltanto nel 1896 l’amministrazione affronta di nuovo il problema

dell’acquedotto; facendo ricorso ad un’anticipazione bancaria, viene

rapidamente approvato il progetto elaborato dall’ingegnere capo comunale e

si dà immediato avvio ai lavori, senza nemmeno attendere l’iscrizione al

bilancio dei finanziamenti. Si registra però che mentre nel 1897 viene risolto

il problema dei trasporti urbani con la costruzione della rete tramviaria, alla

vigilia della prima guerra mondiale la rete elettrica e la rete idrica mostrano

ancora gravi carenze.

Il centro storico diventa comunque, negli anni, teatro dello sviluppo culturale

tipico della Belle Èpoque, se ne riconoscono almeno i tratti tipici come la

tramvia, i caffè, gli hotel, i teatri, il mercato coperto, i salotti letterari,

l’artigianato artistico e la costruzione dei primi edifici in stile liberty.

Il ritardo nella realizzazione dei più importanti servizi pubblici si ripercuote

però negativamente sul possibile sviluppo economico della città. La carenza

di acqua e di energia elettrica incidono sulle dimensioni e sulla dinamica

della nascente industria e generano anche crisi nel settore turistico, dove si

era supposto che la città potesse espandersi ed acquisire posizioni di

prestigio.

15

2.2 Il Liberty a Perugia

L’Art Nouveau, in Europa, è un movimento artistico che interessa tutte le

arti figurative, l’architettura e le arti applicate. La terminologia per

designarlo varia da nazione a nazione: in Francia e in Belgio tale stile è

conosciuto come Art Nouveau, Modern Style in Gran Bretagna, in Germania

si chiama Jugendstil, Sezessionstil in Austria, Stile Floreale o Liberty in

Italia, in Spagna è Modernismo.

Al di là dei diversi nomi e delle elaborazioni nazionali, il movimento nasce in

opposizione agli storicismi della seconda metà dell’Ottocento: agli stili che

dalla storia dell’architettura del passato avevano attinto elementi e schemi

tipologici reinterpretandoli in chiave moderna, si contrappone la forza vitale

di un’arte che trae ispirazione direttamente dalla natura.

Natura non imitata ma ricreata, ricostituita su raffinati schemi lineari: una

natura stilizzata di cui si studiano gli elementi strutturali, traducendoli in una

linea dinamica e ondulata, con un tratto “a frusta” e decorazioni zoomorfe e

fitomorfe.

Questo impegno, in maniera coerente, investe ogni forma d’arte, da quelle

più classiche come pittura, scultura, architettura e poesia alle cosidette arti

applicate e decorative, fino all’arte grafica, alla cartellonistica, all’editoriale.

Nasono così nuove concezioni nella progettazione delle costruzioni e la

rivoluzione si traduce anche nelle sagome dei mobili, nelle ceramiche, nei

vetri, nel ferro battuto e nei giochi di luce. Un coinvolgimento totale che non

risparmia nessun settore creativo.

Lo slancio creativo che accomuna gli artisti in tutta Europa giustifica, per sua

stessa natura, l’eterogeneità dei modelli proposti. La ricerca degli “stili

nazionali” comporta soltanto alcune concessioni nei confronti di mode

effimere, mentre la creatività artistica si esprime in un dibattito aperto con

16

lo scopo principale di distruggere i canoni artistici della cultura classica e

creare l’arte nuova.

La spinta economica offerta dall’emergente classe borghese è determinante

nello sviluppo della sperimentazione artistica. Gli edifici privati che vengono

influenzati dalla nuova architettura sono palazzine di appartamenti e case

private unifamiliari, con una variante costituita dalle case–studio degli artisti

o dalle case con negozi al piano terra, ma ancor più evidente è il sodalizio

con le nuove tipoligie edilizie di carattere pubblico. Gli investimenti della

nuova classe borghese in attività industriali, commerciali e culturali sono

strettamente legati all’arte nuova, infatti il ricordo di questa corrente

artistica è oggi legato ai numerosi teatri, opifici industriali, caffè letterari,

stazioni ferroviarie e centri commerciali.

Nel periodo della Belle Èpoque Europea, epoca senza guerre e di grande

successo economico, l’Italia vive un ruolo un po’ meno fortunato,

denunciando ritardi in campo sociale ed economico; di conseguenza, lo stile

Liberty deve impiegare più tempo per radicarsi nella società rispetto alle

altre derivazioni nazionali.

L’origine del nome si deve al negozio che Arthur Liberty apre a Milano come

succursale di quello di Londra: un’esposizione di mobili, stoffe ed oggetti

originali realizzati secondo il Modern Style inglese e che vengono indicati

generalmente come “Liberty”.

I primi edifici in stile Liberty si hanno negli ultimi anni del XVIII secolo, in

contemporanea con le più importanti opere europee anche se l’aumento

vertiginoso delle commissioni risulta più attardato. Inoltre nei 50 anni che

seguono l’unità d’Italia la cultura accademica favorisce gli esercizi eclettici e

di conseguenza le opere più in vista devono seguirne le linee guida.

I giovani artisti “modernisti” italiani, desiderosi di affacciarsi sul panorama

europeo, volendo opporsi agli stili storici, si muovono verso una direzione

che fa proprie le nuove tecniche ed i nuovi materiali.

17

Il repertorio decorativo si arricchisce di medaglioni, cerchi, nastri e festoni

fioriti e, grazie al gusto per l’elemento vegetale, il movimento viene

chiamato anche Stile Floreale ma l’accostamento di diversi materiali, il senso

di dinamicità e l’uso di simbologie come quella della figura femminile

vogliono celebrare l’industria e il progresso.

La città di Perugia, mentre subisce, ancor più che nel resto d’Italia, il ritardo

economico, si distingue come culla di architetti che nell’ambito eclettico

sperimentano soluzioni con intenzioni e caratteristiche anticipatrici del

movimento Liberty.

Nazareno Biscarini e Guglielmo Calderini sono, infatti, architetti che per lo

stile ed il periodo di realizzazione si possono inserire nell’architettura

eclettica, anche se in condizioni di piena libertà artistica elaborano temi e

soluzioni in contrapposizione alla cultura accademica.

In contemporanea l’opera della fornace fondata da Francesco Biscarini e

Raffaele Angeletti rientra a pieno titolo tra le iniziative caratterizzanti del

movimento Art Nouveau.

La radice più profonda dello stile, infatti, nasce in Inghilterra nel 1888

quando William Morris, nell’ambito della scuola d’arti e mestieri di

Birmingham, fonda la “Arts and Crafts Exhibition Society”. La società nasce

con l’impegno di realizzare una completa e costruttiva fusione tra arte,

artigianato ed industria.

Nel 1894, in occasione di un’esposizione di tale società, Charles Rennie

Mackintosh è il primo a presentare architetture disegnate negli interni e

negli esterni secondo un nuovo stile rivoluzionario. Il progetto delle strutture

comprende anche l’arredamento, gli accessori, i tessuti, fino al più piccolo

dei particolari, utilizzando le innovazioni tecnologiche dell’industria. Nasce

così il concetto di opera d’arte totale tipico delle più importanti architetture

del periodo.

18

I rapporti stretti che si instaurano tra architetti, fabbri e artigiani hanno alla

base, oltre al già citato concetto di arte totale, la volontà della committenza

borghese di avvicinarsi al mondo delle arti al fine di celebrare il proprio

status di classe sociale dominante. Le decorazioni caratterizzano gli edifici e

queste manifestazioni si trasformano in complesse e raffinate vetrine degli

sviluppi tecnologici ed industriali, in grado di esercitare un forte impatto

culturale e sociale a tutti i livelli.

L’Art Nouveau sembra, a riguardo, avere due facce: da un lato è un’arte

elitaria che elabora prodotti singoli ed irripetibili, dall’altro sostiene la

ripetizione in serie, che permette anche ad un semplice operaio di

avvicinarsi a questo genere di espressione.

Le terrecotte ornamentali della fornace Biscarini–Angeletti sono un esempio

perfetto di opera artistico–artigiana e di conseguenza la collaborazione con

gli architetti che le utilizzano abbondantemente è già di per sé una

caratteristica prettamente Liberty.

In particolare, possiamo ancora oggi osservare sul suolo perugino degli

edifici che possono considerarsi anticipazioni dello stile Liberty e vetrine per

la produzione della Fornace Biscarini – Angeletti.

Intorno al 1870 Guglielmo Calderini costruisce, in un lotto prospicente

l’odierna piazza Italia, il primo palazzo ad appartamenti per l’alta borghesia

perugina: Palazzo Calderini. La composizione della facciata principale

presenta ancora stilemi eclettici, con riferimenti alle epoche passate, ma

sono evidenti le concessioni al Liberty nei dettagli scultorei e nei ferri battuti.

Si nota, nell’intento del progettista, la forte propensione verso schemi

architettonici di nuova concezione, come viene confermato dalle sue stesse

parole:

“[...] lo stile, o meglio, il concetto di stile che informa il prospetto del mio

edificio non si potrà certo rinvenire nelle opere del classicismo. Il nostro

secolo è più commerciale che artistico, e ciò che conveniva ai popoli

19

dell’antica Roma ed all’Italia del cinquecento, non può per fermo convenire

all’Italia dei giorni nostri [...] nel secolo del vapore e del telegrafo l’arte fa

capolino per una parte secondaria, stando in prima linea l’economia e la

speculazione [...] ad imitazione di ciò che si fa con tanto comodo e con poca

spesa in Inghilterra, in Francia ed ora anche da poco tempo, nella nostra

Milano [...]”3

Palazzo Calderini, prospetto e particolare

La decorazione scultorea realizzata in collaborazione con la Fornace

Biscarini–Angeletti si contrappone allo stile Eclettico nella scelta dei materiali

utilizzati e sopratutto nei soggetti raffigurati. L’edificio, inoltre, è stato

costruito su una delle aree concesse gratuitamente dall’amministrazione, per

valorizzare la nuova piazza, grazie ad un innovativo sistema di finanziamenti

3 Grohman 1985, Calderini 1870

20

cooperativi che diventerà poi a livello europeo una caratteristica degli edifici

Art Nouveau.

Le palazzine Biscarini vengono costruite nel 1894, come testimonia uno

scudo in terracotta applicato sulla facciata.

Palazzine Biscarini, particolare

21

Lo stile, anche in questo caso, risente ancora delle influenze eclettiche, ma

le geometrie che ne compongono i prospetti sdrammatizzano efficacemente i

richiami storici che sono presenti.

Palazzine Biscarini, foto d’insieme

Nell’opera disegnata da Nazareno Biscarini risulta molto più evidente il

sodalizio tra architettura e terrecotte ornamentali, provenienti ovviamente

dalla fornace del fratello Francesco. La forma decorativa risulta definita dalle

terrecotte di stampo industriale e quindi ripetibile in altri edifici a dispetto di

una composizione chiaramente artistica. Composizione che si caratterizza in

modo innovativo e rivoluzionario, rispetto all’Eclettismo, per la

predominanza del colore e della pittura geometrica.

Nella fattura dell’edificio è evidente la volontà di fare architettura attraverso

l’eccellenza dei dettagli decorativi e funzionali; ancora oggi le palazzine

22

mantengono lo stesso, ottimo rapporto tra funzionalità ed estetica con un

gusto per l’ornato decisamente evoluto rispetto allo stile eclettico.

Palazzine Biscarini, particolare

Lo stile Liberty a Perugia si è successivamente espresso molto più

nell’architettura d’interni e nell’arredamento di numerosi locali commerciali,

purtroppo con il passare del tempo e delle ristrutturazioni, questi esempi

sono andati perduti e ne rimangono soltanto sporadici e casuali documenti

fotografici.

Negozio La Perugina in corso Vannucci, Perugia e la sua società di mutuo soccorso, Grohmann

23

Un documento di quanto il Liberty fosse conosciuto e ricercato dai progettisti

perugini risale al 1913 e riguarda la richiesta per la costruzione del

padiglione cinematografico Eden, in puro Stile Floreale, di cui però non è

rimasta traccia.

Archivio storico di Perugia, Amministrativo 1871-1933, Lavori pubblici 1913

Si ha poi una stagione tardiva del Liberty nel cui ambito ricordiamo gli

architetti Dino Lilli e Giuseppe Marrani, che costruiscono diversi villini privati.

Lo stile adottato si ispira ad un Liberty ormai tradizionale e quindi si distacca

dalle intenzioni originarie del movimento, in questo senso esula anche dalla

trattazione in esame.

24

3. La fornace Biscarini–Angeletti

3.1 La fornace: da laboratorio di scultura a “Premiata Fabbrica”

L’amicizia tra Francesco Biscarini e Raffaele Angeletti nasce durante le

lezioni di Guglielmo Ciani alla Scuola di Scultura dell’Accademia di Belle Arti

di Perugia; una volta terminati gli studi, nel 1861, i due artisti chiedono al

direttore dell’Accademia che vengano loro concessi degli spazi per fare

alcuni “grandi lavori in plastica” suggellando così la collaborazione artistica.

Nel 1865 viene fondata la Fornace Biscarini–Angeletti con sede in un

seminterrato al civico 36 di corso Cavour; in realtà i due artisti collaborano

soprattutto per le sculture in marmo mentre Angeletti si dedica

individualmente ai lavori in stucco e gesso e Biscarini alla produzione delle

opere in terracotta.

Già nel 1870 i due artisti decidono di spostare il laboratorio in locali più

idonei in via Laberinto e, pur non variando significativamente l’attività,

cambiano il nome in Premiata Fabbrica di Terrecotte Artistiche e Decorative

Biscarini–Angeletti.

Molto probabilmente la nascita o l’espansione del laboratorio fu suggerita

dall’acquisto di una nuova fornace a fuoco continuo.

Le prime fornaci a fuoco continuo furono brevettate nel 1858 dall’ing.

Friedrich Hoffmann, erano formate da una galleria a pianta ellittica, divisa in

camere mediante lesene leggermente sporgenti e coperta da una volta a

botte. Grazie all’introduzione di meccanismi industriali, si otteneva una

produzione seriale degli elementi in cotto, con un conseguente aumento

dell’offerta e la diminuzione dei costi.

In tutto il mondo l’adozione delle fornaci a fuoco continuo e la conseguente

produzione, con costi contenuti, di elementi per la decorazione in terracotta

ispirò gli architetti nella progettazione degli edifici e l’esempio più rilevante

25

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 46 totali