Risposte alla Rosa di domande della docente Ylenia Camozzi - Sociologia 1, Domande di esame di Sociologia. Università degli Studi di Milano-Bicocca
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Risposte alla Rosa di domande della docente Ylenia Camozzi - Sociologia 1, Domande di esame di Sociologia. Università degli Studi di Milano-Bicocca

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Risposte alla Rosa di domande fornite dalla docente Ylenia Camozzi alla fine del corso di Sociologia 1 - Processi Culturali e Comunicativi. Completo e dettagliato. Completamente sostituibile al manuale in preparazione al...
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Risposte della Rosa di domande relative al corso di Ylenia Camozzi Processi Culturali e Comunicativi

Università degli Studi Milano-Bicocca Facoltà di Sociologia e Ricerca sociale

Capitolo 2 FAMIGLIA E SOCIALIZZAZIONE

1) I processi di socializzazione: in cosa consistono

La socializzazione è lo strumento di trasmissione della cultura da una generazione all’altra ed interessa TUTTE le società. Il processo di s. si qualifica come: apprendimento dei significati e delle regole sociali; e in secondo luogo come adattamento alle strutture esistenti nella società. Il processo di socializzazione ha luogo principalmente presso due agenzie: la famiglia (in cui avviene l’acquisizione delle competenze di base – socializzazione primaria) e la scuola/gruppo dei pari (in cui vengono interiorizzati i ruoli del soggetto nella società e si prende coscienza dell’altro generalizzato – socializzazione secondaria). Alcuni studiosi (ritengono che i media e in generale i mezzidicomunicazione abbiano una forte rilevanza e influenza in questo processo.

2) I processi di socializzazione: si illustrino i principali approcci evidenziandone le differenze

Possiamo distinguere principalmente due filoni teorici di studi sulla socializzazione: - modello del condizionamento(Parsons) - modello dell’interazione (Piaget, Mead) Nel primo caso, i soggetti sono percepiti come attori passivi, apprendono passivamente i valori e i ruoli condivisi da una società (la società si “appropria” del bambino facendolo diventare suo componente, adattandolo ai propri bisogni). La socializzazione consiste quindi, nell’interiorizzazione dei ruoli sociali e progredisce per tappe (ed in ogni tappa c’è un accadimento sociale che sancisce l’acquisizione della complessità del reale). Parsons ci spiega il suddetto processo grazie al suo schema AGIL, in questo caso da leggere in senso antiorario. 1- fase orale (0-12 mesi) in cui vi è una totale sovrapposizione tra madre e figlio (regna il meccanismo della permissività – dedizione totale in cui non ci si aspetta nulla dal figlio) 2- fase edipica (13-36 mesi) fase dell’attaccamento amoroso, in cui il bambino coglie una distanza tra lui e i genitori (meccanismo del sostegno – si attenua la cura totale e si richiedono delle piccole azioni/obblighi) 3- fase di latenza (3-6 anni) si accentua la differenziazione e in particolare la differenziazione dei ruoli sociali (meccanismo di rifiuto di reciprocità – il bambino sviluppa l’autonomia affettiva) 4- fase di maturità (6-12 anni) aumentano i ruoli sociali ricoperti (meccanismo della manipolazione delle sanzioni e remunerazioni – patto morale tra l’attore sociale e la società) Nel passaggio da una fase all’altra avvengono le cosiddette “crisi di transizione”: crisi orale (scoperta del mondo tramite la bocca), anale (prima forma di erotismo), adolescenza

Per quanto riguarda il modello dell’interazione, la socializzazione è un processo adattivo in cui il soggetto ha un ruolo attivo. Il soggetto infatti è indotto attivamente ad arricchire la propria sfera cognitiva, a variare il proprio modello normativo, a costruire la propria identità in rapporto alle interazioni sociali. J. Piaget, sostiene che i bambini attraversino quattro stadi per lo sviluppo cognitivo: 1- sensomotorio: il soggetto si rapporta con gli oggetti

2- preoperazionale: inizio della padronanza di linguaggio 3- delle operazioniconcrete: acquisizioni di nozioni logiche 4- delle operazioniformali: acquisizione di concetti astratti e ipotetici

G.H.Mead, padre dell’interazionismo simbolico focalizza il suo studio sull’interazione, sull’azione sociale reciprocamente orientata e sul suo carattere simbolicamente mediato, ossia comprensibile solo se si fa riferimento all’interpretazione che gli attori stessi danno delle situazione in cui sono coinvolti. Secondo Mead, ciò può essere osservato nel gioco dei bambini: semplice in un primo momento (1-3 anni) in cui gioca essenzialmente da solo anche se in presenza di altri, e organizzato in un secondo momento (4-5 anni) con cui il bambino impara ad assumere il ruolo di un altro e a guardarsi da fuori. Secondo questo modello quindi, la socializzazione consente al bambino di appropriarsi della società attraverso l’acquisizione progressiva per stadi di abilità cognitive, l’interazione e l’azione con gli altri.

3) Famiglia e processi di socializzazione: si illustri il loro legame

La famiglia è stata da sempre considerata la prima e la più importante agenzia di socializzazione (vedi discorso precedente) se non fosse che nella società contemporanea il suo ruolo sia entrato fortemente in crisi: vi è anzitutto una crisi della funziona adulta nella cura dei figli, per cui i genitori spesso si sentono smarriti, le regole sono contrattate continuamente e vi è un indebolimento della figura paterna. Oltre a ciò, esistono tante nuove e diverse agenzie di socializzazione mettono in secondo piano quella che era stata la principale, indiscussa e autoritaria famiglia.

• riprendendo domanda 1)

4) La famiglia tra passato e presente

Le famiglie stanno cambiando. Sotto il profilo demografico a partire dalla seconda metà dell’Ottocento il numero dei figli per famiglia è drasticamente diminuito. Le Play sosteneva che l'industrializzazione e l'urbanizzazione avrebbero contribuito all'assottigliamento della struttura familiare con un passaggio da famiglia patriarcale a instabile (1895). La famiglia patriarcale, che assicurava una socializzazione più rigida delle generazioni più giovani attraverso la vita in comune con i genitori ed i parenti, è stata sostituita dalla famiglia nucleare, istituita da Durkheim, che si basava sull'affermazione della famiglia costituita da moglie, marito, figli minorenni e non sposati. Con essa cambia la solidarietà domestica, che si limita temporalmente al legame di coppia Il rischio in questo tipo di famiglia sta nel fatto che non sia in grado di socializzare i più piccoli ad una morale che dia alla vita in società una prospettiva transgenerazionale.(coppia eterosessuale che vive con i figli nati dall’unione o adottati, non più insieme a quella di provenienza). Frederic LePlay sostenne anche che il mancato collasso dei legami sociale deriva dal terzo modello di famiglia: quella dinastica in cui un solo figlio maschio dopo il matrimonio rimaneva a vivere dai genitori prendendosene cura e conservando la tradizione. La distinzione proposta, tra le tante teorie ed idee formulate in quest'epoca, conduce all'individuazione di 4 situazioni tipiche di convivenza familiare:

1. occidentale e nord occidentale → inghilterra, paesi bassi, francia nord 2. occidentale centrale → francia sud e zone germania 3. mediterranea → spagna, parte portogallo, italia, penisola balcanica 4. orientale → russia europea

Le differenze derivano non solo dal tempo ma anche dallo spazio, anche tra (es) Italiano settentrionale e meridionale. Le nuove costellazioni familiari sono molteplici

La famiglia nucleare coniugale: coppia eterosessuale che vive esclusivamente con figli nati dalla sua unione o adottati. Tendenza della durata coniugale a ridursi. Per la presenza di progenie, essa coincide con molte definizioni classiche della sociologia e dell'antropologia e la traduce nell'idea della procreazione come una sorta di compimento del progetto familiare. Le famiglie di fatto: quelle che in misura maggiore si collocano in alternativa alla famiglia basata sul vincolo matrimoniale → non sta andando in crisi la famiglia, ma è in atto un cambiamento nel legame di coppia soprattutto nei più giovani → tra questa tipologia ci possono essere famiglie di fatto etero e omosessuali: in quella etero la caratteristica innovativa è la mancanza di coniugio, mentre nella seconda è il tip di sessualità che costituisce un elemento di distinzione. → possono assumere un carattere transitorio o permanente. Le famiglie monogenitoriali: un solo genitore vive con almeno un figlio, esse sono costituite anche dalle madri nubili. Sono soprattutto le donne a ricoprire questo ruolo che potrebbe portare alla formazione di un nuovo tipo di forma familiare: la famiglia matrilocale. → elevata vulnerabilità economica e sociale con debole sostegno pubblico → maggiore rischio di povertà. → provoca cambiamenti nel percorso biografico del genitore e del figlio Le famiglie ricomposte:dove almeno uno dei due coniugi ha un matrimonio alle spalle.

Beck e Gernsheim studiano l'adulto che vive la famiglia a distanza è anche madre chiamando questo evento di emigrazione femminile: transnational motherhood, in cui (solitamente la moglie e madre) emigra a fini lavorativi mantenendo un rapporto a distanza con i propri affetti. In ultimo, è bene ricordare le numerose famiglie di migranti contribuiscono notevolmente all’innovazione dei modelli familiari. Questo ampliamento delle relazioni a fatto si che migrazioni e mobilità nello spazio siano entrati tra i fattori dell'innovazione dei modelli familiari con la creazione di altre due nuove forme di famiglia:

Famiglie migranti: esse si ricompongono anche a distanza di tempo. Famiglie miste: sono quelle unioni, con o senza vincolo matrimoniale, tra individui diversi per cittadinanza o per lingua, religione o etnia.

Gli spostamenti nello spazio hanno effetti sulla coresidenzialità in cui si fanno largo crescenti possibilità che alcuni membri possano vivere in città, regioni o paesi diversi riuscendo ad intrattenere rapporti significativi sia da un punto di vista emotivo ed affettivo che materiale. Tutti questi fattori hanno contribuito al cambiamento e alla frammentazione del processo di socializzazione ed educativo.

Capitolo 3 PARTECIPAZIONE POLITICA

1) Movimenti sociali: approcci teorici a confronto

Definiamo i movimenti politici e sociali come sfide collettive avanzate da individui uniti da scopi comuni e da vincoli di solidarietà, capaci di sostenere l’interazione con l’elites, gli avversari e le autorità. Così come accadde per molti altri fenomeni sociali, lo studio di questi movimenti si sviluppò a seguito dei problemi posti dalla nuova societàindustriale, dove il movimento sociale si identificava perlopiù con il movimento di classe operaia (evocando ancora oggi l’idea del conflitto di classe). Le teorie riguardanti i movimenti sociali sono molteplici:

Smelser vedeva nei movimenti un comportamento collettivo relativamente spontaneo, opposto al comportamento istituzionalizzato (quindi un’azione collettiva non convenzionale). Questa era concepita come una risposta a qualche fattore di disturbo, in una delle componenti dell’azione sociale. Il comportamento collettivo tendeva a ristrutturare questa componente disturbata, attraverso una credenza generalizzata che mobilitava gli attori in forme di azione non istituzionalizzate. Definizione di come tanti individui fermino la loro vita quotidiana pr una comune definizione della situazione.

Alberoni parla di movimenti come “statu nascenti”, in grado di rompere vecchie solidarietà formandone di nuove. Nasce in un periodo entro il quale un gruppo di persone, accomunate da speranze comuni, si unisce per creare una nuova forza, che si contrapponga all’istituzione. Lo stato nascente germina solo nel seno di istituzioni mature, dove le condizioni economiche, social e culturali determinano un’ambivalenza: una frattura fra gli individui e l’ordine vigente. Può essere un’esperienza solo collettiva. Questi fenomeni collettivi si possono dividere in fenomeni di aggregato, che agiscono solo sulla base dell'individualità, e fenomeni di gruppo, che agiscono per la collettività; essi fanno a costituire nuove forme di solidarietà sociale.

Touraine elabora una teoria generale dei movimenti sociali, considerati la questione centrale dell’analisi sociologica. Il concetto di movimento sociale comprendeva tre elementi: Il primo è la definizione di un’identità, ossia la definizione che l’attore dà di se stesso; la seconda è la identificazione di un avversario (principio di opposizione) e la terza è la coscienza di investire unaposta in gioco (principio di totalità). Il movimento sociale è un’azione collettiva orientata non tanto a intervenire sull’organizzazione sociale, ma i gruppi sociali si oppongono sull’uso e sulla destinazione delle risorse cognitive e simboliche, “il campo principale dei rapporti e dei conflitti di classe è la cultura”. Inoltre, nella modernità sono gli individui che promuovono la volontà di esserei soggetti della propria esistenza, a livello personale e collettivo. Il sociologo afferma la necessità della centralità della dimensione del soggetto per ridar senso e valore alla modernità. Il cambiamento è rappresentato dal soggetto che non ha altro contenuto che la produzione di se stesso. Il soggetto culturale inteso come capace di cambiare la propria realtà a partire da sé e in relazione con gli altri: è movimento sociale.

Oberschall e la teoria della mobilitazione delle risorse. La formazione e lo sviluppo dei movimenti vengono spiegati non tanto rivolgendo l’attenzione alle situazioni di deprivazione, tensione e scontento (pur sempre presenti) quanto prendendo in considerazione la disponibilità delle risorse riguardanti le opportunità politiche utilizzabili per le campagne e le mobilitazioni su particolari tematiche (non basta lo scontento per formare un movimento sociale). Le risorse di cui si parla sono: legami di solidarietà, organizzazione, risorse economiche, mezzi di comunicazione, istruzione e disponibilità di tempo, reticoli informali, imprenditori del conflitto. Egli parla di un consolidamento della rete organizzata, cioè l'offerta di organismi che fungono da imprese che promuovono la partecipazione. Viene così pensato come un nuovo prodotto del mercato.

Tarrow studia e definisce i movimenti sociali come sfide lanciate da individui uniti da scopi comuni e vincoli solidali che possono competere con terzi. Per lui è una società di conflitti in cui anche le elezioni sono competizioni – come riprenderà poi Pizzorno parlando di funzioni dei partiti.

2) Movimenti sociali: tipi, scopi, forme e spazio d’azione

I movimenti sociali hanno una matrice molto simile a quella dei comportamenti collettivi ma sono evidenti alcune differenze: hanno durata maggiore, hanno strutture più stabili di leadership, in essi vi è un’organizzazione basata sulla divisione dei compiti, tendono a pianificare

deliberatamente episodi di folla (che è solo uno degli aspetti della loro esistenza).

*folla: insieme cospicuo di persone che si trovano nello stesso luogo fisico – processo autoreferenziale (la gente spesso si aggrega senza una specifica motivazione). Il tipo di comunicazione che più frequentemente si instaura in una folla è la voce, ossia un’informazione generica che si diffonde con estrema rapidità (dà un significato comune ad una situazione che i singoli non capiscono, prepara all’azione fornendo informazioni, tende a giustificare i comportamenti- sono portati a tenere comportamenti inabituali) *massa: è un insieme sempre numeroso di individui che rivolgono la loro attenzione ad un medesimo stimolo (anche se non compresenti fisicamente).

I movimenti non nascono da un momento all’altro ma sono frutto di un processo di costruzione sociale di istituzionalizzazione e identificazione. Nascono generalmente a causa dell’insoddisfazione(prodotta sia da condizioni oggettive sia dalle interpretazioni culturali della gente). Spesso un movimento ha bisogno di un’ideologia di riferimento per svilupparsi e non tutte le ideologie sono adatte a tale scopo: deve essere sufficientemente generica da richiamare un elevato numero di persone e sufficientemente semplice da poter essere capita. Questi processi sono gestiti da un nucleo di persone che costituiscono la leadership del movimento.

La necessità di un leader agitatore è funzionale in un primo momento (che smuova le acque), in una seconda fase di un profeta (che susciti entusiasmo nei seguaci); a seguire di un organizzatore (che strutturi l’azione e disciplini i compiti) e infine di un politico (conoscitore dei rapporti tra le forze in campo). Il ciclo vitale di un movimento è pressocché il seguente: fermento sociale, eccitazione popolare, organizzazione strutturata, istituzionalizzazione (a cui solo alcuni arrivano, es i sindacati).

Ciò che distingue i movimenti sociali da altre forme di azione collettiva (es. volontariato) è l’azione di tipo conflittuale. Esistono quattro tipi generalizzati di movimenti a seconda del loro rapporto conflittuale o cooperativo:

• movimenti espressivi (conflittualità parziale) • movimenti di riforma (cooperativo parziale) • movimenti integralisti (conflittualità totale) • movimenti comunitari (cooperazione totale)

I movimenti fanno uso frequente di azioni di protesta; tuttavia nelle società complesse di oggi ci si sta evolvendo verso forme organizzative (gruppo di interesse pubblico, comitato..)

3) i partiti politici: approcci teorici a confronto

Dobbiamo a Weber una definizione analiticamente precisa: “ per partiti di debbono intendere le associazioni fondate su una adesione (formalmente) libera, costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno della comunità e ai propri militanti attivi, possibilità per il perseguimento di fini oggettivi o per il raggiungimento di vantaggi personali. La politica è un’aspirazione al potere o a un’influenza sulla distribuzione di questo”. Gli elementi che costituiscono il partito politico sono: 1- elemento organizzativo (struttura formale associativa) 2- elemento teleologico (orientati a realizzare obiettivi deliberati 3- competitivo 4- elemento istituzionale (sono possibili solo all’interno di uno stato liberal-democratico)

Secondo lo studioso Rokkan, i processi di democratizzazione hanno creato nelle società moderne delle fratture sociali che hanno dato vita ai partiti di massa,elabora la teoria Cleavages cioè, appunto, fratture dei partiti moderni(frattura Stato/Chiesa, città/campagna, industria/agricoltura, datori di lavoro/lavoratori). La nascita dei partiti fascisti e comunisti non deriverebbero invece da fratture sociali ma politiche.

Possiamo distinguere due prospettive diverse per quanto riguarda i partiti politici: Il primo è quello basato sull'ideologia come principio ed il secondo sulla genetica come base sociale. Sulla base di queste due prospettive, con il tempo, si sono venute a creare due forme di partiti: La prima è la Forma Classica di cui fanno parte:

- partito dei notabili o d’élite (suffragio ristretto, notevole influenza, monoclasse, no organizzazione) - partiti di ceto/classe coninteresse della difesa dei ceti e delle classi specifiche - partito ispirato ad una visione del mondo

L'altra forma di partiti è la Forma Moderna caratterizzata da: - partiti elettorali: moderni partiti dei notabili, fondati su comitati elettorali che si attivano al momento del voto. - partiti di integrazione di massa: formazioni popolari di carattere interclassista fondate sulle sezioni territoriali. - partiti di integrazione totalitaria: fondati su milizie o cellule operaie. Funzionali al dominio dittatoriale.

Si instaura anche una quarta forma di partito: il partiti pigliatuttoKircheimer (dopo il declino delle ideologie, cerca di accaparrare più elettori possibili, ideologia debole, organizzazione medio/bassa) da importanza della comunicazione, mediatizzazione, campagne elettorali. Si massimizza l'utile/capitale con qualsiasi mezzo/modo. Dagli anni '80 nacquero nuove classificazioni legate al nuovo processo sociale e all'evoluzione in corso: cartel party – partito del cartello e partito personale carismatico. Katz e Mair individuarono altri 3 tipi di partiti quali:

- party on the ground: organizzazione sul territorio - party in central office: strutture centrali del partito. - party in public office: partito delle istituzioni elettive e amministrative.

Essi ebbero un conseguente indebolimento del radicamento territoriale e l'aumento del peso e del potere del partito degli eletti. Esso controlla quasi interamente il funzionamento del partito.

I teorici del conflitto considerano il sistema politico un mezzo per tutelare gli interessi della classe dominante, mentre i funzionalisti lo considerano come uno strumento per assicurare benefici comuni e promuovere i valori della società. Nello specifico, secondo Marx, nel sistema politico si riflettono le disuguaglianze del sistema economico: coloro che posseggono i mezzi di produzione hanno anche il potere, che utilizzano per proteggere i propri interessi di classe; esse sono l'esito delle contraddizioni del sistema di sviluppo sociale. Parsons invece, ritiene che il sistema politico sia uno strumento di civilizzazione. Riconosce la presenza di conflitti, così come la disuguaglianza nella distribuzione del potere, ma essi sono considerati in funzione di un sistema politico integrato. Vi sono soggetti che per far rispettare le leggi, sono dotati di particolari poteri. Anche per Melucci era espressione di un conflitto sociale e Weber li riconosce come gruppo carismatico che segue il leader e le ventuali convenzioni. Infine per Durkheim sono come un movimento entusiastico con valori sociali condivisi.

4) la partecipazione politica: movimenti sociali e partiti politici a confronto

La socializzazione politica è quel processo attraverso il quale un soggetto acquisisce opinioni e

atteggiamentipolitici. I suoi principali agenti sono la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari. La partecipazione politica invece si esprime attraverso varie forme: il voto, l’iscrizione a partiti, sindacati, gruppi, partecipazione a scioperi, manifestazioni o informandosi su vicende politiche. Un movimento è il massimo della partecipazione, focalizzato su un tema urgente ritenuto sottovalutato dai partiti. Nasce per adesione spontanea e quindi è privo di un’organizzazione complessa. Chiama in causa i partiti e pretende soluzioni adeguate al problema che segnala. Non partecipa alle elezioni direttamente, ma persegue l’obiettivo di far inserire i propri temi nei programmi dei partiti.

Un partito politico invece, non lavora su un singolo problema ma su un programma pluri-tematico. No si esaurisce in una “campagna” , ma opera per cambiamenti strutturali e di medio-lungo termine. Si dota di un’organizzazione definita, democratica ed aperta, partecipa alle elezioni. Nello specifico, secondo Marx, nel sistema politico si riflettono le disuguaglianze del sistema economico: coloro che posseggono i mezzi di produzione hanno anche il potere, che utilizzano per proteggere i propri interessi di classe; esse sono l'esito delle contraddizioni del sistema di sviluppo sociale. Parsons invece, ritiene che il sistema politico sia uno strumento di civilizzazione. Riconosce la presenza di conflitti, così come la disuguaglianza nella distribuzione del potere, ma essi sono considerati in funzione di un sistema politico integrato. Vi sono soggetti che per far rispettare le leggi, sono dotati di particolari poteri. Anche per Melucci era espressione di un conflitto sociale e Weber li riconosce come gruppo carismatico che segue il leader e le ventuali convenzioni. Infine per Durkheim sono come un movimento entusiastico con valori sociali condivisi.

Capitolo 8 IL COMPORTAMENTO NON CONFORME DEVIANZA, DIVERSITA', DIFFERENZA

1) Devianza: approcci teorici a confronto

La devianza si riferisce ad ogni atto o comportamento di una persona o di un gruppo, che viola le norme di una collettività e che attiva forme di sanzioni E’ definita dai significati attribuiti a specifici atteggiamenti da parte dei membri di una collettività e va sempre riferita al contesto socioculturale in cui ha luogo. Nell'Europa medioevale il comportamento non conforme veniva visto come un peccato, poichè era la religione a dominare. Con l'Illuminismo la situazione cambiò e al centro c'era la ragione. Infatti con Cesare Beccaria che scrisse "Dei delitti e delle pene" vi fu la necessità di codificare il diritto, il rifiuto dell'arbitrarietà della pena e venne contestato l'uso della tortura e pena capitale. Nacque cosi una nuova disciplina, la criminologia, il cui scopo è porsi il problema della natura e del contenimento dei delitti. Con la Rivoluzione Industriale, povertà e crimine diventano sinomini, poichè il povero viene visto come un potenziale criminale a causa della situazione di degrado in cui vive. Nascono:

– La Criminologia italiana con Cesare Lombroso, influenzata dal determinismo biologico ed evoluzionista. Il comportamento criminale può essere spiegato da fattori biologici di tipo ereditario: caratteristiche come cranio sfuggente, zigomi sporgenti, bassa sensibilità al dolore, mancinismo ecc sono la prova della pericolosità del soggetto--> Teoria del delinquente nato

Statistica morale: enfatizza gli aspetti sociali nella spiegazione del crimine. Identificare le regolarità presenti nel fenomeno criminoso per formulare delle leggi generali in grado di spiegarlo.

Karl Marx: tema del conflitto. Il crimine è un prodotto del capitalismo, poichè esso crea povertà e miseria che sono alla base del comportamento non conforme. Il crimine è un prodotto sociale e la patologia appartiene alla società. Per Marx il criminale è un rivoluzionario inconsapevole e la borghesia ha interesse a far sì che il povero si senta criminale piuttosto che sfruttato.

Durkheim: un comportamento non conforme è deviante perchè non rispetta le norme socialmente condivise. Per Durkheim se non ci fosse devianza le società non cambierebbero mai, quindi vede il criminale come fonte del possibile cambiamento. Non esiste società senza devianza. Nelle società moderne la mancanza di riferimenti stabili produce anomia, la quale viene considerata la base del comportamento criminale: se la coscienza collettiva è confusa, anche le leggi lo sono.

2) Devianza: Funzionalismo e Interazionismo a confronto

Secondo l'approccio Funzionalista di cui Merton fu il maggior esponente la devianza è il risultato del contrasto tra la struttura culturale (che definisce le mete verso le quali tendere e i mezzi con i quali raggiungerle) e la struttura sociale (che determina la distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per abbracciare le mete coi mezzi). In questo caso si crea una tensione fra mete e mezzi che può sfociare in:

Conformismo: si accettano le mete e si accettano i mezzi – Innovazione: si accettano le mete ma uso mezzi illeciti – Ritualismo: si accettano i mezzi per abitudine senza pensare alle mete – Rinuncia: indifferenza verso mete e mezzi – Ribellione: si contestano mete e mezzi

Per Merton quindi la devianza è indotta dalla società, la quale non garantisce eguali mezzi a tutti.

Secondo l'approccio interazionista la devianza è il prodotto dell'interazione fra coloro che creano e che fanno applicare le norme e coloro che invece le infrangono. Occorre quindi guardare anche le reazioni degli altri: un atto deviante per essere tale deve essere riconosciuto (etichettato) anche dagli altri. Becker parla della teoria dell'etichettamento: i gruppi sociali (e l’imprenditore morale) ‘creano’ la devianza stabilendo le regole, la cui violazione costituisce la devianza, e applicano queste regole a soggetti specifici che etichettano come outsider. Una minoranza (outsiders) è capace di innescare e modificare nella società una convinzione riguardo un fatto deviante--> da deviante può diventare nelle coscienza collettiva non deviante.

3) Per un nuovo approccio alla devianza: da dove muove e in cosa consite

Negli anni '70 del '900, ci fu un ritorno alle teorie marxiste poichè si riteneva importante mettere al centro le tensioni sociali legate al sistema produttivo e al capitalismo. Venne fortemente criticato l'Interazionismo poichè si pensava non fosse in grado di arrivare al cuore del problema, soffermandosi su aspetti importanti, ma alla fin fine secondari, come ad esempio l'uso di droghe, malattie mentali, musica alternativa ecc. Nacque così la New Criminology, che metteva in luce il ruolo delle istituzioni intese come agenzie di quei processi di esclusione che riguardano non più e non solo la sfera di classe, ma anche i nuovi soggetti sociali di opposizione. Taylor, Walton e Young vedono la devianza come espressione della capacità che le classi al potere hanno di imporre la loro concezione sulle altre classi. Un'analisi corretta della questione deve essere in grado di sottolineare le differenze di potere, ricchezza e influenza prodotte dal capitalismo, e interrogarsi sulle forme di diseguaglianza di potere, di autorità e di ideologia.

4) Identità, differenza e tolleranza: si illustri la relazione tra tali concetti

Nella nostra società abbiamo a che fare ogni giorno con le differenze: grazie al multiculturalismo, all'interno di una società troviamo comportamenti, identità e culture distinte tra loro e che mettono in discussione i valori socialmente condivisi. La differenza, per poter essere accettata,deve necessariamente essere trasformata in diversità, poichè la diversità al contrario della differenza è più facilmente gestibile dalla società. A questo proposito è bene illustrare i vari rapporti che intercorrono tra questi aspetti: Innanzitutto, il rapporto tra diversità e tolleranza: per quanto riguarda la tolleranza nonha sempre una portata "buonista": si può essere tolleranti per convenienza oppure perchè non ci sono alternative; inoltre è facile essere tolleranti quando esiste un chiaro rapporto di gerarchia e superiorità: tolleranza come espressione di superiorità. Le espressioni di diversità sono:

Distanti e sopravvivono grazie all'indifferenza che tale distanza è in grado di mantenere – Visibili: continuano a mantenere una certa dose di anticonformismo e quindi agli occhi della

maggioranza non appaiono normali – Private: perchè appartengono a gruppi particolari di individui, anche se sono diventate

pubblicamente gestibili. La tolleranza ha a che vedere con la quantità gestibile di contenuti dell'eguaglianza e con la qualità della vita sociale prodotta da tale gestione: è questo un modo per legare direttamente tra loro i concetti di diversità e tolleranza, in modo da evitare il pericolo che secondo il concetto diventi espressione di una vuota ideologia, nella duplice forma della tolleranza infinita e tolleranza zero. La prima significa non riconoscere alcun confine alla propria identità sociale, la quale diventa pericolosamente onnicomprensiva e finisce per svanire nel nulla. E come esprime bene Walzer, non si può essere tolleranti con gli intolleranti. Essere del tutto intolleranti oggi non è più possibile, soprattutto in una società sempre più piena di diversità.

Come prevedeva Durkheim, la validità del mutamento sociale ha reso sempre più incerta la nozione di valore condiviso. Una sola categoria non può spiegare tutta la tipologia non conforme. A questo scopo distinguiamo: - devianza - diversità - differenza

Deviante è un comportamento non conforme rispetto a norme socialmente condivise, che non mette in discussione queste ultime ma le accetta e le condivide. A ciò si aggiunge l'idea per cui il deviante è un soggetto che accetta e condivide le norme che trasgredisce (non pensa di voler legittimare il su atto). Si possono distinguere diversi rapporti tra devianza e vari elementi che la costituiscono, quali: Il Rapporto tra devianza e crimine nellaqualel'atto criminoso è quello per il quale il sentimento di condanna sociale è maggiore poiché il grado di condivisione della norma di riferimento è più alto. Esistono atti criminali davanti ai quali la coscienza collettiva risale all'unisono in un comune atto di sostegno collettivo, toccate le corde più profonde del senso comune. Il Rapporto tra devianza e mutamento da cui la devianza non produce cambiamento sociale, poiché non mette in discussione i valori condivisi. Stigmatizzando comportamenti non conformi si creano meccanismi di identificazione collettiva utili all'integrazione sociale. Il Rapporto tra identità sociale e comportamento deviante dove l'identità e il comportamento deviante non sempre coincidono: non sempre si diventa devianti al primo atto non conforme → non è ancora identità deviante. Il Rapporto tra anomia e devianza per cui non essendoci rigidi valori può essere che l'uomo sia

più incline al comportamento deviante. Ciò è giusto? A volte una maggiore flessibilità può essere una risorsa più che un problema. Es: se le mie regole sul comportamento sessuale sono rigide sarà per me più difficile accettare un gay. Un certo grado di anomia mi può consentire un rapporto più equilibrato e comprensivo della questione.

Per quanto riguarda la diversità si intende un comportamento non conforme che emette in discussione i valori socialmente condivisi in modo gestibile (accettato anche se non condiviso) dal sistema sociale. La Diversità vieneintesa come comportamento non conforme, altrimenti saremo entro la categoria della normalità e non ci sarebbe bisogno di usare il termine diverso. Si punta a mettere in discussione i valori condivisi e ottenere riconoscimento e accettazione. Apre uno spazio tra il dualismo conformità/non conformità, fatto di comportamenti che non sono né conformi né non conformi, di accettazione senza condivisione, vuole solo essere accettata. La diversità è fonte di cambiamento sociale, innesca conflitti sociali senza mettere in discussione le basi fondamentali del sistema. Esso genera una presa di coscienza. Per essere accettato occorre un cambiamento culturale (le persone devono imparare a convivere con il diverso - indifferenza)e strutturale. l'insieme di indifferenze relazionali e strutturali istituzionali costituiscono la base per la questione della diversità e per una catena della diversità.

Per differenza si intende un comportamento non conforme che mette in discussione i valori socialmente condivisi in modo non gestibile dal sistema sociale. È un comportamento non accettato e non condiviso, cioè non possiamo accettarlo perchè esistono culture tra loro irriducibili, i cui valori fondamentali sono differenti. La differenza ci appone inaccettabile e non condivisibile, e al tempo stesso non può essere condannata come si fa con la devianza. Es: un cannibale attua un comportamento inaccettabile per noi, ma al tempo stesso non riusciamo a vederlo come deviante e a condannarlo come tale. Il fatto di condividere con lui gli stessi valori ci consente di formulare un giudizio. Nei confronti di chi ha criteri di giudizio del tutto differenti, invece, siamo in difficoltà: viene a mancare quel terreno comune che permette il giudizio. - Differenza interna: comportamento ed identità (che mettono in discussione i valori socialmente condivisi in modo non gestibile) presenti all'interno di una società. - Differenza esterna: presenza della società e culture distinte tra loro → difficile sfuggire a forme di etnocentrismo.

Capitolo 9 COMUNICAZIONE

(Comunicare nelle società complesse)

1) Le riflessioni statunitensi sui media: esordi e sviluppi successivi

La comunicazione è l'emissione deliberata di un messaggio rivolto a qualcuno. Essa è costituita da linguaggio, verbale e non, con il quale viene prodotta e fatta circolare la cultura. Numerosi studi sulla comunicazione sono stati effettuati partendo dalla sua “nascita” nell'epoca moderna fino ed oltre al suo sviluppo in quella contemporanea. Alcune delle riflessioni più importanti furono formulate dalle scuole statunitensi quali Chicago ('20-'30) e la scuola Americana ('40-'50): La prima, con Park, si occupò inizialmente dell'analisi della città e dello studio dell'uomo marginale in cui la stampa ebbe un ruolo formativo poiché raccolse gli attori attorno ad ideali e simboli condivisi assicurando stabilità e trasmettendo, essendo elemento di modernizzazione, stili di vita comuni creando una cultura nazionale.

La Scuola americana comincia la sua ricerca con un approccio comportamentistico chiamato approccio dell'ago ipodermico ('40) in quanto spiega che i messaggi dei media si insisnuino sotto la pelle dei riceventi e non sia quindi possibile mettere in dubbio e problematizzare i messaggi che gli attori sociali ricevono. Da questa riflessione nasce la teoria del flusso di comunicazione a due livelli – tow-step flow: nella ricezione di un messaggio gioca l'influenza dei media (I° livello) ma anche quella del contesto della struttura della ricezione (II° livello) in cui il soggetto è inserito, e soprattutto degli opinions leaders (utente attivo dei media che interpreta il significato o il contenuto dei messaggi mediatici per utenti medio-bassi dei media). Un ulteriore contributo è dato dalla Scuola Funzionalista (Parsons) che studia come non si ragioni più solo sugli effetti prodotti dalla società dei media ma anche sulle funzioni e disfunzioni che i media assolvono in seno alla società; esso ha il compito di rafforzare i valori e i modelli di comportamento esistenti nella società, rendendo i cittadini consapevoli delle minacce per la coesione sociale. La comunicazione e i media sono diventati anche i mezzi per soddisfare i principali bisogni degli individui (bisogni conginitiv, affettivo-estetici, evasione, integrativi), che possono avere un'origine sia psicologica che sociale. Per questo il pubblico viene considerato un attore attivo rispetto ai media: egli opera delle scelte guidate dai suoi obiettivi di soddisfazione dei bisogni (Maslow). Mc Luhan mette in luce un aspetto condiviso non solo nelle scuole americane ma anche in Inghilterra che si basa sul principio che la società è più influenzata dal tipo di media piuttosto che dal contenuto dei messaggi trasmessi. Così facendo si sta formando e strutturando un Villaggio globale in cui ogni evento può essee seguito da tutti in tempo reale potendo partecipare simultaneamente.

2) Teorie sugli effetti dei media e teorie sul ruolo dei media nella modernità

Facendo riferimento alla cultura, alla società e agli studi sulla comunicazione sono state elaborate da una moltitudine di sociologi diverse riflessioni, idee, teorie riguardanti gli effetti dei media ed il loro ruolo nella società. Tramite queste numerose ipotesi si è fatta largo una prima fase del passaggio da linguaggio individuale – breve periodo – al linguaggio collettivo – lungo periodo, quale l'idea di una forza onnipotente dei messaggi mediatici tale da influenzare decisamente e direttamente il comportamento dei destinatari. Questa teoria nacque negli Stati Uniti nel periodo tra le due guerre mondiali (ed approfondita negli anni ’40) e rappresenta bene quella che era la pubblica opinione di quegli anni nei confronti degli effetti dei media. Prendendo il nome dall’immagine dell’ago ipodermico utilizzato nelle punture, questa teoria afferma che i messaggi colpiscono personalmente gli individui in modo diretto ed immediato, si insinuano sotto la pelle dei riceventi, condizionandoli senza possibilità di opporvisi. Così il pubblico-destinatario della comunicazione è un pubblico passivo, senza autonome capacità di critica, atomizzato (frammentario – ciascuno è solo davanti al media, senza possibilità di confronto con gli altri), estremamente vulnerabile ai messaggi persuasivi veicolati da radio, cinema e giornali. Ad uno stimolo si presumeva che seguisse meccanicamente una risposta, così come espresso dalla psicologia comportamentista del tempo. Oltre all’ipotesi comportamentista, la teoria ipodermica ha come suo fondamento e giustificazione la teoria della "società di massa". Quest'ultima deriva dalla trasformazione della società preindustriale in società industrializzata e dalla conseguente crescita della divisione e specializzazione del lavoro. In particolare, la società di massa è composta, secondo tale pensiero, da individui: indifferenziati, isolati e atomizzati, anonimi e poco colti, senza organizzazione e leadership, facilmente suggestionabili, contraddistinti da comportamenti collettivi uniformi. Quest’approccio ai media considerati onnipotenti ha avuto un certo seguito: Harold Lasswell lo ha visto correlato allo sviluppo delle prime forme di propaganda politica partendo dallo studio dell'evoluzione del pensiero sociologico dei media di cui fanno parte 3 elementi fondamentali: folla (Le Bon – teoria delle folle), massa (Gaset: planetarizzazione della vita sociale, tipo generico) e pubblico (Lasswell: audience), codificando così la disciplina della comunicazione di massa

sintetizzandola in chi dice (emittenza), che cosa (contenuto), a chi (pubblico), con quali effetti (impatto). A differenza della precedente che aveva un’impostazione psicologica, la teoria degli effetti limitati (seconda fase) nasce, negli anni '40 fino agli anni '50, dagli studi sociologici sulle caratteristiche del contesto sociale e non parla più di persuasione, ma di “influenze” del messaggio (teoria del flusso della comunicazione a due livelli – uno si basa sull'influenza tramite media e l'altra interpersonale). Nel loro studio sul comportamento elettorale, intitolato The people’s choice (1944), Lazarsfeld, Berelson e Gaudet sostengono invece che i media hanno poca influenza sulle scelte di voto degli individui. A partire da questo contributo, ha preso piede il modello degli "effetti limitati" o del "rinforzo". Il principale effetto riscontrato da Lazarsfeld e dai suoi colleghi è infatti quello secondo cui i media rafforzano le opinioni esistenti, mentre solo una piccola percentuale di elettori (l’8% nella ricerca indicata) è portata a cambiare completamente opinione, ma più per effetto degli opinion leaders che a causa dei media (Two-step flow). Questo approccio rileva dunque non una capacità di persuasione dei media ma un potere di influenza dei media sui comportamenti (terza fase: ritorno all'idea dei media potenti – con l'avvento della tv tra gli anni '50 e '60). Una quarta fase riguarda gli effetti negoziati dei media in cui il pubblico costruisce una propria visione della realtà negoziandola con le costruzioni simboliche offerte dai media. Oggi potremmo istituire una ipotetica quinta fase sul ritono dei media forti, ma questa è tutt'ora oggetto di studio.

3) Modernità e media: si illustrino gli approcci che tematizzano tale relazione

In Europa l'uniformità nel modo di pensare ha portato allo studi dei fenomeni di comunicazione di massa che, Tchakhotine e Pavlov studiarono in termini di un vero e proprio "stupro delle folle", così da considerare i mezzi di comunicazione delle forze magiche manipolatrici. Così dallo studio dell'impatto dei media risultò che le tecnologie mediali costituiscono un fattore autonomo di condizionamento sociale, in grado di ridefinire i tradizionali processi di socializzazione e formazione dell'opinione pubblica. Per tematizzare il rapporto tra media e modernità si possono analizzare 3 diversi approcci deterministici: Il primo è il determinismo posizionale che sottolinea una posizione di isolamento che caratterizzerebbe gli individui all'interno della società di massa, rendendoli particolarmente vulnerabili alle influenze mediali. Raisman su questo punto si focalizzò sulla folla solitaria, quell'insieme di persone composto da singoli separati gli uni dagli altri – tanto più forte è l'impatto dei media ed incisivo quanto meno lo saranno le relazioni sociali. Il secondo è il determinismo testuale nel quale si enfatizza la potente capacità persuasiva di cui godono i messaggi trasmessi dai media; se un messaggio viene esposto da un apparecchio esso diventa ipso facto (garanzia della sua verità). Da esso sono state prodotte teorie quali la cultivation analysis, cioè che il consumo dei media tende a coltivare nuovi spettatori col tempo con la medesima visione del mondo. Ciò genera ansia, insicurezza e tensione verso il mondo. Il terzo approccio è quello del determinismo tecnologico, di cui Mc Luhan è il padre, secondo cui i media esercitano la loro influenza attraverso l'insieme dei messaggi che trasmette. L'influeza dei media è già intrinseca nel tipo di tecnologia adoperata per comunicare. Come spiega Mc Luhan, il medium è il messaggio che condiziona la natura dei contenuti trasmetti, ma è anche una forma mentis (esperienza sensoriale e cultura di chi la utilizza). L'uso di questi mezzi sancisce il passaggio dall'uomo frammentato all'uomo integrale e tribalizzato, in virtù che il potere formativo dei media è nei media stessi. Altri studi e studiosi che parlarono del rapporto tra media e modernità furono Hall della scuola di Birmingham, facente parte degli studiosi dell'active audience il quale studia la tendenza a sottovaluatare il ruolo che i processi di codifica dei consumatori determinino il significato percepito. Thompson spiega che occorre visitare le interpretazioni che le teorie clasiche hanno fornito della modernità e ripensare a quest'epoca mettendola in stretta relazione con il processo di mediatizzazione dell'esperienza connesso alla trasformazione dei modi di produzione.

Giddens con una uova interpretazione della modernità, chiama in causa i processi di disgregazione spazio temporale: da una parte la misura del tempo è stata standardizzata e disaggregata dalle singole località geografiche, dall'altra lo spazio delle relazioni sociali ha cominciato ad ampliarsi fino ad eccedere. Meyrowitz posiziona il suo focus nella tv che ridefinisce profondamente il senso del luogo dal momento che rende visibili a tutti in un unico ed ecumenico ambiente comunicativo le risorse informative di cui ciascun gruppo si serve per costruire e coltivare la propria identità sociale. Beniger studia la modernità come società dell'informazione, ricorrendo alla categoria interpretativa di crisi e rivoluzione del controllo, nasce così l'esigenza di mettere a punto sistemi informativi alternativi che ripristinino la condizione di controllo, ristabilendo una relazione diretta tra corpi sociali che hanno perso contatto, insieme ad una dilatazione dei mercati che ha provocato una crisi di controllo tra produttori e consumatori. Luhmann si concentra sulla relazione tra media e modernità sull'aspetto di un effetto del processo di differenziazione funzionale, cioè che in una società complessa i media svolgono la funzione di coniugare libertà individuale e prevedibilità sociale. Egli formula un dispositivo di osservazione di second'ordine dove gli individui tendono ad assumere il ruolo di spettatori che guardano in che modo gli altri guardano il proprio agire: progressiva frattura tra gli eventi vissuti in prima persona e quelli in terza persona. La disponibilità dei contenuti comunicativi,al di la delle interazioni personali, garantisce agli individui maggiore distacco riflessivo e più autonomia rispetto all'impatto di ciò che viene comunicato. I media riforniscono la sfera pubblica di temi di cui è noto che siano noti, questa notorietà dell'esser-noto consente la stabilizzazione del senso e della conoscenza socialmente disponibile. Infine a questi approcci e teorie sono legate delle considerazioni problematiche quali l'assunzione di una portata sociogenica da parte della comunicazione, tale da influenzare sensibilmente il senso e la forma del legame sociale. La digitalizzazione dei media promette di modificare l'assetto consolidato delle industrie della cultura e della comunicazione.

Capitolo 11 CONSUMI

(Consumi, pratiche e stili di vita)

1) Il consumo nei classici del pensiero sociologico

Analizzeremo il pensiero dei classici riguardante il consumo. Veblen: Egli fa un'analisi sistematica delle funzioni manifeste e latenti del consumo vistoso nelle dinamiche tra classi sociali nella società americana dell'inizio del secolo scorso. Il consumo vistoso, inteso come un vero e proprio spreco di beni di lusso, è una strategia esercitata dalla classe agiata posta al vertice della stratificazione sociale. Come osserva Veblen, gli abiti mentali dipendono dagli abiti di vita, e così gli stili di pensiero e le modalità di rapportarsi al mondo dipendono dall'organizzazione della comunità. Paradigma dell'homo oeconomicus: i consumatori sono individui isolati che si approcciano al mercato sulla base del loro reddito, orientando la loro scelta in base a bisogni che vengono considerati dati e universali, bio-antropologicamente fondati. Si tratta di un'individualismo basato sul calcolo di ciò che che può essere utile o dannoso e sulla valutazione dell'utilità intrinseca dell'oggetto di consumo, dal quale il consumatore trae soddisfazione. Il consumo è lo strumento per la differenziazione delle classi e inoltre il consumo ostentativo serve per affermare la propria posizione si superiorità. Trickle down effect: la classe agiata non solo impone le modalità di diffusione dei modelli di cosumo, ma è anche in grado di riassettare l'ordine sociale attraverso l'assimilazione dei suoi STATUS SYMBOL.

Marx: comportamenti economici frutto del mutamento degli equilibri sociali, che si gioca sul riassorbimento della differenziazione sociale in classi e ceti. Un'interpretazione che, integrata con il concetto di alienazione, vuole evidenziare la subordinazione delle classi sociali alla struttura dei rapporti di produzione. Il consumo è uno degli ambiti in cui tale subordinazione si manifesta. La produzione mette a disposizione del consumo un idealtipo di consumatore adatto alle sue esigenze e immette sul mercato beni la cui percezione comporta l'impulso a consumare. Con l'alienazione marx spiega l'adattamento degli individui alle mutevoli esigenze della produzione, in quanto essa comporta per gli uomini il divenire altro da sè.

Weber: a Weber non interessa del consumo in quanto fenomenologia e processo; tuttavia, anche nella sua analisi esiste un riferimento al rapporto tra consumi e differenziazione sociale. Il consumo, infatti, consente di definire la categoria sociologica di CETO, che presuppone una concezione pluridimensionale della stratificazione sociale che va oltre quella economica sottesa alla categoria di classe. Nei processi di attribuzione di quantità di onore sociale, W inserisce i comportamenti di consumo, specificando che ogni società fondata sul ceto è ordinata secondo regole di condotta di vita: crea condizioni di consumo economicamente irrazionale, come nel caso del consumo vistoso.

Simmel: analizza il fenomeno della MODA in riferimento all'effervescenza della mobilità sociale e alla gerarchizzazione delle classi, proponendo due livelli di analisi:

– Imitazione/differenziazione: dialettica insita nel dualismo individuo- società, che si palesa nel conflitto e nel contesto insiti in ogni relazione sociale, di fatto, la moda in quanto differenziazione

– Rapporti tra classi: sono le classi superiori a modificare le mode e gli stili di consumo per rendere faticosa l'ascesa sociale.

Consumo come espressione della nascente società capitalistica.

2) Il linguaggio del consumo tra pratiche e stili di vita

Secondo Baudrillard e Bourdieu la vita degli oggetti non si esprime solo nella loro materialità, ma nel significato simbolico che essi hanno. Studiano, quindi, la vita immateriale degli oggetti materiali. Così come il linguaggio non esiste per la necessità individuale di parlare, ma serve per assicurare la comunicazione tra soggetti, allo stesso modo si scambiano oggetti-segni, gli status symbol, per la loro capacità di comunicare informazioni sulla posizione sociale e sulla differenza degli individui.

Baudrillard: ciò che differenzia classi ed individui non è il mero possesso di un oggetto, bensì le GRAMMATICHE DI CLASSE con cui gli oggetti-segni vengono manipolati/combinati sintatticamente. Il consumo come struttura di scambio è un linguaggio universale a cui tutti possono accedere, ma la sintassi varia a seconda della posizione delle classi (reddito, professione e liv. Culturale), infatti la vera differenziazione sociale si basa su DIALETTI DI CLASSE che si contrappongono al linguaggio ufficiale e dietro i quali si nascondono delle strategie di preservazione dello status delle classi superiori che si attuano in un diverso rapporto tra le classi e l'uso simbolico dell'oggetto. Il rapporto con l'oggetto è mediato da tali codici e mediante le pratiche sono esprimibili le posizioni degli individui nella gerarchia sociale. Il valore di status symbol dato all'oggetto dipende dall'organizzazione sintattica con altri oggetti: in questo senso è importante il concetto di SEGNO, da cui si evince l'influenza che la SEMIOTICA ha avuto su B e per cui sono le regole grammaticali a dare vita al linguaggio e a precedere le singole parole. In ambito sociale, la riconoscibilità sociale dell'oggetto dipende dalla sua

contestualizzazione coerente in un sistema di segni, nonchè dalle capacità di decodifica del suo significato. Bourdieu: concorda con Baudrillard sul linguaggio del consumo. Il GUSTO diventa una categoria sociologica: esiste un rapporto quasi deterministico tra gusto e struttura di classe e tra gusto e differenziazioni sociali, le quali formano il processo sociale della distinzione, basata sull'entità di CAPITALE ECONOMICO,SOCIALE E CULTURALE posseduto da coloro che si collocano tra le diverse classi. La particolare definizione che B dà di capitale è legata alla definizione di STILE DI VITA: insieme di persone che adottano modi di comportarsi simili, condividono gli stessi valori ed esprimono opinioni omogenee. Così, nella definizione di classe rientrano variabili tipo il grado di istruzione ricevuto, relazioni amicali, gusti artistici, musicali,ludici,televisivi, alimentari: variabili sentitizzate da B nel concetto di HABITUS . L'habitus è la capacità di produrre pratiche e opere classificabili, e capacità di distinguere e di valutare queste pratiche e questi prodotti. Habitus appare nella sua dimensione strutturata, nei termini in cui genera e organizza pratiche, nonchè rappresentazioni individuali e collettive, sia nella sua dimensione strutturante, delimitando il campo delle possibilità di pensiero e azioni effettive. Vi è una lotta detta simbolica nell'appropriazione dei segni di distinzione rappresentanti dei beni. Un altro elemento che analizza B. è la DOXA, l'equivalente delle rappresentazioni collettive di Durkheim determinata da una diversa rappresentazione del mondo e da una struttura culturale dominante non problematizzata, ripresentandosi in forma oggettivizzata (Berger-Luckmann). Detentori distinti: sono le classi elite, il luogo per eccellenza delle lotte simboliche. Pretendenti pretenziosi: classi medie che cercano di appropriarsi dei beni per marcare la linea di divisione da coloro che sono totalmente privi di beni.

3) Consumi e società tardo- moderna

Siccome la società moderna si caratterizza per il processo di individualizzazione,la sociologia ha elaborato un'originale teoria del comportamento del consumatore. Vivere nella società individualizzata significa infatti vivere in una ricerca costante di senso. La crescente individualizzazione, come dice Melucci, comporta crescenti condizioni di autonomia dei soggetti. Bauman, Campbell ruotano attorno al concetto di piacere. Il piacere è una qualità dell'esperienza, un termine usato per indicare la reazione favorevole a certi tipi di sensazioni--> un oggetto è utile perchè è capace di soddisfare un bisogno. Il piacere non è una qualità intrinseca agli oggetti, ma è la reazione che gli uomini hanno in risposta a certi stimoli. Se il bisogno può essere soddisfatto da un insieme circoscritto di beni, il piacere alimenta la SPIRALE DEL DESIDERIO: la vita sembra divenire fonte di piacere. Gli autori sopra citati concordando sul principio del piacere e logica del desiderio, declinano l'individualismo nell'EDONISMO, che esprime nelle microscelte di consumo che operiamo ogni giorno. Si afferma così una nuova etica: l'etica del consumo, che pone un vero e proprio obbligo morale: l'obbligo di impegnarsi nella soddisfazione dei desideri. Gli oggetti non soddisfano bisogni, bensì ne creano altri ed altri. L'obsolescenza programmata delle merci risponde alle speranze disattese dei consumatori. Nuove speranze e nuovi desideri devono avvicendarsi.

Capitolo 12 LA CULTURA

1) Cultura: dall’antropologia alla sociologia

La società è definita da tre dimensioni che si intersecano • dimensione economica • dimensione politica • dimensione culturale

Definiamo la cultura come l’insieme di valori, norme, credenze (permettono la descrizione della realtà) e simboli. La sociologia riprende la definizione antropologica di cultura e non quella umanistica (la quale rimanda al significato latino “colere”-coltivare: coltivazione dello spirito e delle arti). Possiamo affermare che almeno inizialmente, solo l’Antropologia si era interessata allo studio della cultura; la Sociologia infatti non considerava lo studio di questa dimensione di particolare importanza (furono la dimensione politica ed economica quelle ritenute determinanti per il passaggio alla “società moderna”). L’antropologia studia la cultura come se fosse un tutt’uno con la società; la sociologia classica considera invece la cultura una componente centrale dell’analisi della società (distinzione società/cultura). Per Durkheim e Weber ad esempio, è importante comprendere come gli aspetti simbolici e ideazionali (idee, ideologie, concezioni del mondo) si legano al livello delle relazioni sociali e della struttura sociale. Nello specifico, l’antropologia ha una concezione piuttosto omogenea della cultura mentre la sociologia presta particolare attenzione alle differenziazioni interne (es. culture industriali e metropolitane, stratificazione sociale, divisione del lavoro, comunicazione di massa) e alla dimensione storica (differenziazione culturale: no struttura atemporale, fisse e tendente ad autoriprodursi). L’antropologia ha una concezione statica della cultura, la sociologia sottolinea le dinamiche di creatività e innovazione che riguardano i fenomeni culturali (Weber parla della forza dei valori nelle trasformazioni sociali, il carisma nei nuovi sistemi di idee religiose o politiche; Simmel studia il fenomeno di imitazione-distinzione della moda; la Scuola di Chicago dell’adattamento delle culture degli immigrati). Infine, per la sociologia, la cultura risente dell’interazione sociale e non condiziona automaticamente le nuove generazioni.

2) Il concetto di cultura nelle tre tradizioni sociologiche classiche

La tradizione tedesca, americana e la sociologia durkheimiana hanno fatto strada alle prime considerazioni della sociologia sui fenomeni e processi culturali. La scuola di Chicago, utilizzando lavori e metodologie antropologiche ha portato avanti gli studi sulle comunità urbane, Durkheim si è servito dei dati empirici e delle descrizioni antropologiche per elaborare teorie sociologiche generali; la tradizione tedesca è invece meno toccata dall’antropologia e più legata ai dibattiti in campo storico-filosofico (idealismo-materialismo e descrizione- spiegazione) ed economico (marxismo). Analizzo queste correnti separatamente:

SCUOLA DI CHICAGO L’approccio innovativo della scuola riguarda in primo luogo la definizione dello spazio urbano: non è solo geografico, è un fenomeno complesso dato da intreccio di diverse dimensioni (economiche, sociali, culturali, ambientali); è uno spazio in movimento e perciò necessita di un nuovo metodo di indagine, chiamato poi metodo etnografico. Sul fronte culturale, sono interessati in particolar modo

• alla vita culturale della città • alle differenze culturali (generazione, classe, etnia, genere) nella città • alle sub-culture, marginali, secondarie a quella dominante (in particolare sub-culture

giovanili e devianti) Gli studiosi Thomas e Znaniecki hanno concentrato il proprio lavoro sullo studio dei conflitti di integrazione, riportando l’esperienza polacca che dimostrò come i conflitti di integrazione non sono legati a fattori oggettivi/strutturali bensì anche a fattori soggettivi/culturali ( possono quindi essere anche di natura psicologica) → ad esempio, i migranti sono intenzionati a integrarsi ma tentando di mantenere la cultura di origine. Inoltre, secondo i due, la cultura viene appresa con processi di socializzazione e si sedimenta, ma non è immutabile: ha carattere interattivo e processuale. Park e Burgess improntano il loro studio sulla figura dell’uomo marginale, da non considerare outsider od emarginato, ma come colui che vive ai confini di una cultura (e allo stesso tempo è a contatto con molte altre). Non assume la posizione di un osservatore distanza ma le incorpora. E’ considerato agente del cambiamento ed espressione della vita moderna (perché segnato da continue crisi e mutamenti). R. & H. Lynd mostrano la dissoluzione della comunità e dei vicinati a favore della formazione di una cultura americana omogenea (ossia come la cultura americana metropolitana ha effetti anche sui piccoli centri). Mead elabora la teoria della socialità della mente e dell’identità: si forma tramite relazione con gli altri (il self si forma con processi culturali e comunicativi).

SOCIOLOGIA DURKHEIMIANA La cultura in Durkheim

1. comune (diffusa e condivisa → rappresentazioni collettive: forme di pensiero, credenze, valori morali, religione, norme percepite come obbligatorie; si svincolano dal soggetto e diventano istituzionalizzate, esterne, oggettive (non più rappresentazioni individuali)

2. comunicabile (trasmissibile) 3. cognitiva (prodotta dalla mente dei soggetti socializzati) 4. morale (prescrive comportamentI) 5. oggettiva istituzionale (la cultura è istituzione sociale) 6. vincolante (prevede norme e sanzioni)

SCUOLA TEDESCA Simmel intende la Sociologia come nuova scienza della cultura che indaga le forme di sociazione. Secondo lo studioso esiste una tensione tra cultura oggettiva e soggettiva: gli individui interagendo, danno vita a relazioni, che hanno un contenuto e una forma. Le forme della relazione tendono poi a diventare indipendenti dai contenuti e si oggettivizzano, diventando giochi sociali. L’uomo è quindi predisposto a socializzare e condivide la sua soggettività, ma nel momento in cui le relazioni sociali si oggettivizzano e si cristallizzano, questa viene meno (società come gabbia). L’oggettivizzazione dei rapporti sociali porta ad una cristallizzazione della cultura → la soggettività è lasciata da parte e i rapporti diventano più prevedibili, semplici e aumenta l’evoluzione del sistema sociale (ad esempio con il passaggio dal pagamento in baratto-denaro). *quando però la soggettività viene fortemente limitata, la società non può rinnovarsi e si ha un blocco della cultura. Gli esseri umani sono per Weber esseri culturali, in quanto in grado di collegare un significato al proprio comportamento. In quest’ottica il compito della sociologia, non è quello di occuparsi di tutti

i fatti sociali che accadono ma di studiare l’agire sociale, ossia un agire che sia riferito- secondo il suo senso, intenzionato dell’agente o degli agenti- all’atteggiamento altrui.

Secondo Weber, la realtà è sempre mediata culturalmente, in quanto la cultura permette di selezionare alcuni aspetti di una ‘realtà infinita e priva di senso’, attraverso l’attribuzione a essi di significati specifici. Il sociologo, sostiene chele idee e la società si influenzano a vicenda (non che una generi l’altra). Si prenda come esempio la correlazione tra nascita del capitalismo e la particolare configurazione religiosa del protestantesimo (non rapporto unidirezionale)

3) Il concetto di cultura nella tradizione americana

Parsons elabora una teoria della cultura che racchiude in sé i caratteri dello struttural- funzionalismo. Ne “Il sistema sociale” definisce la cultura come costituita da sistemi strutturali o ordinati di simboli che sono gli oggetti dell’orientamento dell’azione e che danno un significato all’esperienza. Parsons si focalizza sul carattere normativo della cultura; definendola come l’insieme dei modelli di comportamento che la comunità ritiene validi, su cui dunque esiste un consenso sociale e una condivisione, e che i membri di tale società sono tenuti a rispettare e a trasmettere alla generazione successiva. La cultura secondo Parsons svolge una funzione “latente”, in quanto fornisce all’attore sociale le motivazioni e il senso dell’azione attraverso valori, norme, idee che gli individui apprendono e interiorizzano durante i processi di socializzazione; non è quindi la cultura ad agire direttamente o in maniera attiva nelle decisioni degli individui ma è presente in quanto fornisce l’orientamento dell’agire umano. Per evitare la disarmonia nel sistema è importante che gli individui agiscano in maniera funzionale al mantenimento del sistema stesso: pertanto il loro agire deve essere orientato in base ai modelli che vengono forniti dal sistema della cultura.

4) Il concetto di cultura nella tradizione marxista

Marx concorda con il ruolo coercitivo della società sostenuto da Durkheim e in particolar modo elabora una forte critica alle ideologie, ritenute rappresentazioni illusorie della realtà che servono ad occultare le effettive contraddizioni di essa e a legittimare gli interessi del potere costituito. Le idee di Marx poggiano sulla concezione materiale del mondo; utilizza l’espressione homo faber per indicare l’uomo che lavora per sostenersi attraverso la produzione e la riproduzione. Questa concezione implica che la religione, i valori, l’arte, le idee, le leggi e la cultura in generale sono prodotti della realtà materiale; derivano cioè da quella che lui chiama struttura (il fondamento economico). Da questo ragionamento, la classe che domina la potenza materiale (i mezzi di produzione), domina anche la potenza spirituale (le idee dominanti). Il marxismo è stato il punto di riferimento per i teorici della Scuola di Francoforte, i quali, oltre a sostenere il carattere giustificatorio proprio dell’ideologia, ritengono che l’alienazione (altro concetto su cui insiste Marx), arriva a violare spazi un tempo riservati alla libera soggettività, come il tempo libero e la sfera dell’esercizio della Kultur, la quale va in contro a una vera e propria crisi (avviene l’estensione sempre più quantitativamente rilevante della cultura da un lato, e il depotenziamento qualitativo della stessa dall’altro). L’eredità marxista è stata raccolta anche da Gramsci, il quale ritiene che nelle società l’egemonia della classe dominante non è assicurata solo da apparati coercitivi ma anche da apparati ideologici (scuola, Chiesa, burocrazia, mass media, arte, letteratura). Questi fanno da sostegno al senso comune, un incoerente insieme divisioni del mondo origine da varie epoche storiche. Scalfire il senso comune è possibile perché nonostante la coscienza delle masse sia superficiale, esse sono anche dotate di buon senso.

Infine, intorno agli anni ‘60 del 900 nasce un nuovo approccio critico, quello dei Cultural studies di Birmingham, caratterizzato da un intreccio di elementi: impegno militante, ispirazione

marxista, gramsciana ecc. Il loro fu uno studio delle culture, delle subculture e controculture popolari. Sono legati al costruttivismo perché condividono l’assunto secondo cui la realtà è un costrutto sociale, per cui non è possibile analizzare oggetti di studio quali mass media e cultura separatamente dal contesto della realtà sociale. La cultura diventa il luogo in cui si produce e si lotta per il potere.

5) Il concetto di cultura nella tradizione francese

Bourdieu, per quanto riguarda la cultura in senso antropologico, ha forgiato la nozione di “habitus”, presentandola come un “senso pratico”, un insieme di schemi mentali che sono modellati dall’esperienza e orientano l’azione. Egli ha studiato la cultura anche nel senso più usuale di produzione e consumo di opere intellettuali e artistiche, nonché le modalità di riproduzione, trasmissione, diffusione. La cultura è quindi composta da

habitus: l’insieme di dispositivi e strutture durevoli in costante divenire che orientano l’agire. E’ strutturato dal mondo sociale ma al tempo stesso struttura le pratiche

doxa: equivalente delle rappresentazioni collettive di Durkheim, una rappresentazione del mondo e una struttura culturale dominante, non problematizzata, quindi oggettivizzata.

Con la nozione di “campo” Bourdieu designa gli effetti della divisione del lavoro: con il tempo ogni attività culturale diventa un microcosmo con la sua storia, le sue istituzioni, i suoi modelli, le sue regole e gerarchie. La cultura laica, secondo questo sociologo, ha inoltre molto in comune con il funzionamento della religione: assistiamo al culto della cultura, tendiamo a sacralizzarla.

Capitolo 13 VITA QUOTIDIANA

1) Senso comune, tipizzazioni e costruzione della realtà

La vita quotidiana è l’aspetto più ordinario, ricorrente e apparentemente banale, della vita. E' intesa come l' insieme degli ambienti, delle pratiche, delle relazioni e degli orizzonti di senso in cui una persona è coinvolta più spesso e con la sensazione della maggior familiarità, in una data fase della sua biografia. Nel corso delle nostre azioni tendiamo a dare per scontati atteggiamenti e comportamenti nostri e altrui. Possiamo dire che ci comportiamo seguendo un pensiero di senso comune . Il comportamento dato per scontato e di senso comune è studio del sociologo Alfred Schutz, il fondatore della sociologia fenomenologica. La vita quotidiana viene costruita intersoggettivamente, ossia vi è un accordo tra gli individui su regole,norme, comportamenti e atteggiamenti da rispettare al fine di avere meno problemi possibili nello svolgimento delle normali attività giornaliere. Per mettere tra parentesi i dubbi sullo svolgimento delle normali pratiche quotidiane attuiamo il processo di tipizzazione e utilizziamo lo strumento del senso comune. Quando compiamo una tipizzazione creiamo un tipo (ideale), ossia costruiamo una TIPOLOGIA (di cose, persone,eventi,situazioni ecc) che ci permettono di semplicificare la complessità dell'esistente e di agire con maggiore semplicità all'interno delle situazioni di vita quotidiana in cui veniamo a trovarci. Il SENSO COMUNE è strettamente legato al processo di tipizzazione ed è quel sapere che ci consente di muoversi pragmaticamente al suo interno. Per senso comune intendiamo quindi quell'atteggiamento naturale di intendere la realtà sociale e quotidiana allo steso modo di come la intendono altri individui con cui interagiamo. (Ogni ambiente ha un proprio senso comune). La realtà è perciò una COSTRUZIONE SOCIALE. Per capire meglio questo concetto facciamo ricorso ad un libro scritto da Berger e Luckmann, i quali fanno capire come si costruisce una realtà sociale.

Primo esempio: un uomo vive da solo senza nessuno con cui interagire e il suo unico obiettivo è di sopravvivere e procurarsi del cibo. Con il tempo, risolverà i problemi che gli si pongono quotidianamente sempre con un certo tipo di condotta: quei comportamenti diventeranno quindi delle abitudini. La trasformazione delle azioni in abitudini è quello che possiamo definire processo di istituzionalizzazione della vita sociale. Secondo esempio: l'uomo viene raggiunto da un altro uomo, che è portatore di differenti abitudini. Anche in questo caso avveranno problemi di interazione e condivisione, ma anche di fiducia. I due individui tipizzeranno i loro comportamenti e riusciranno a muoversi in uno sfondo di senso comune ---> insieme di tipizzazioni che i due condividono vengono definite insieme di routine. Terzo esempio: Apparizione di un terzo individuo. Si troverà di fronte a comportamenti e interazioni già strutturati e dovrà avere a che fare con qualcosa di già istituzionalizzato. In seguito, tutti i comportamenti, abitudini, routine vengono soggettivizzati dagli individui che compongono la società: rispetteranno le regole ma ciascun soggetto le interpreterà a modo suo.

2) Emozioni e vita sociale

Dai primi anni del Novecento in poi anche le emozioni vengono considerate come utili, se non necessarie, all'indagine sociale. Dalla metà degli anni Settanta in poi, negli Stati Uniti, appaiono i primi studi specifici di sociologia delle emozioni: Hochschild è colei che scrive i primi articoli sul tema, Scheff si occupa si organizzare a San Francisco il primo seminario sulla sociologia delle emozioni, Kemper dà alla luce una monografia e nel 1986 l'American Sociological Association dedica una sezione alla sociologia delle emozioni. Gli elementi che caratterizzano la sociologia delle emozioni, secondo Turnaturi, sono i seguenti:

– le emozioni, come altri aspetti della condotta umana, percezioni, idee, comportamenti, si costituiscono socialmente

– le emozioni sono attivate direttamente dalle relazioni che s'instaurano fra gli attori – esiste sempre una componente normativa delle emozioni,una loro regolamentazione, per cui

ogni società ha le proprie regole su quali emozioni siano accettabili e su come esse debbano manifestarsi.

– Le emozioni e la loro espressione cambiano nel corso della storia come cambiano le pratiche relazionali e le costruzioni mentali che le accompagnano

– le emozioni vanno sempre distinte dalle loro espressioni – le emozioni hanno un'importante funzione cognitiva.

Le emozioni quindi non vengono più esclusivamente intese come prodotti irrazionali che esplodono all'interno del nostro corpo e non sono controllabili,ma anche come COSTRUZIONI CULTURALI che risentono della nostra socializzazione e delle regole dell'ambiente all'interno del quale agiamo e interagiamo. Studiare la società e i comportamenti sociali attraverso le emozioni significa concentrarsi su alcuni concetti cardine dell'indagine sociologica contemporanea, quali il lavoro emotivo, ossia lo sforzo che ciascuno di noi compie nel privato per modificare le proprie emozioni e adeguarle alla situazione sociale; il lavoro emozionale, l'obbligo di esprimere e manifestare emozioni adeguate al ruolo lavorativo ricoperto; le regole dei modi del sentire, ossia le norme sociali e culturali che vincolano ad adottare determinati comportamenti e manifestare particolari emozioni a seconda del contesto in cui ci si trova.

3) La scoperta sociologica della vita quotidiana

Fra i classici della sociologia,già Georg Simmel aveva in un certo modo portato l'attenzione sul quotidiano. Ciò avveniva in virtù di un approccio che postulava l'interrelazione reciproca di tutti i fenomeni, così che ogni dettaglio della vita, banale o ordinario che sia, è connesso all'insieme di cui è parte. Ma la comparsa della vita quotidiana come tema esplicito della riflessione e della ricerca sociologica è avvenuta più tardi, nel corso del Novecento. La sociologia di ispirazione

nordamericana si è sviluppata sopratutto nella direzione dello studio delle pratiche comunicative e delle interazioni ordinarie. Quella europea, più intrecciata con la storia sociale, ha conservato in generale un orientamento alla critica delle strutture sociali e all'emancipazione. In autori come Giddens, l'attenzione per la quotidianità si situa nel cuore della teoria sociale, perchè è nel quotidiano che, attraverso pratiche ripetute ogni giorno, gli individui confermano le istituzioni entro cui vivono.

Capitolo 14 LE DIFFERENZE DI GENERE

1) Sesso e genere: si illustri la relazione tra questi concetti

Sesso e genere sono interconnessi e non semplicemente opposti poichè biologia e ambiente sociale interagiscono. Premessa la differenza tra sesso, inteso come apparato riproduttivo/differenze anatomiche, e genere, inteso come differenze psicologiche/culturali e sociali, possiamo dire che questa costruzione sociale sia talmente efficace tale per cui quelle differenze a cui ci riferiamo normalmente nella società assumono dei tratti naturali, anche se l'elemento naturale è solo quello legato alle differenze anatomiche. La maggior parte delle differenze tra uomini e donne non sono un prodotto diretto del sesso biologico. Sesso e genere non sono semplicemente opposti: il fatto che l'uomo sia libero dai vincoli della gravidanza, allattamento etc, ha fatto si che nell'ideale comune l'uomo debba occuparsi di lavorare e mantenere la famiglia, mentre la donna deve occuparsi della prole e curare la casa. Anche la sessualità femminile viene marchiata come problematica. Storicamente le donne avevano ruoli procreativi e soprattutto di cura poiché, essendo procreatrice, le sono stati affidati tali ruoli. Questo aspetto fu ampiamente criticato dalle studiose femministe degli anni '60-'70 con la critica della supposta inferiorità delle donne affermatasi nel corso dei secoli come dato naturale, aprendo così una questione del rapporto tra genere e potere (è stato anche attribuito un ruolo minore anche in termini di accesso al potere, materiale e simbolico). Per Beauvoir l'origine della discriminazione delle donne risiede nella trasformazione della differenza biologica in differenze di ruoli sociali. Da qui ci fu una separazione tra spazio pubblico e privato, cioè tra attività produttiva e la casa, il quotidiano e la cura. Si passa così ad un prospettiva contro il determinismo biologico, cioè il fatto per cui le differenze anatomiche determinano i ruoli sociali su cui la società costruisce dei sovradiscorsi. Il focus si sposta sulla relazione e non sulla singolarità (le donne o gli uomini). C'è così un cambio di prospettiva sul concetto di universalità che ha offuscato le differenze accentuando il maschile come la norma e il femminile come “l'altro”. Ora anche la maschilità è tematizzata nei suoi molteplici aspetti anche quelli più fragili (es: vulnerabilità, finitezza, corpo non virile – Kimmel, 1996).

2) Quando, come e perché il concetto di genere si afferma nel dibattito sociologico?

Per quanto riguarda la storia del genere e le sue origini una delle maggiori esponenti fu Mary Wollstonecraft che determinò l'origine della parola da gender. Con genere si intende il processo di costruzione sociale delle caratteristiche biologiche, cioè la dimensione culturale dei corpi: comportamenti connessi alle aspettative sociali legate allo status di uomo o donna. Nacquero così le prime riflessioni tra la fine del '700 e l'inizio dell' 800 attraverso la socializzazione delle bambine, i ruoli maschili e femminili assunti e nell'età adulta la discriminazione sul lavoro. Da questo momento ci fu una forte affermazione del concetto di genere, del femminismo e dei diritti femminili (come il voto). Parlando di genere e della sua affermazione si pensa all'avvento del femminismo, la donna da inizio ad una serie di movimenti per liberarsi della condizione di inferiorità di genere: si parla di 2 ondate

femministe: Tra la metà dell'800 e l'inizio del '900 il focus si posò sulle disuguaglianze di genere. Tra gli anni '60-'70 del '900 il neo femminismo fu critico verso il patriarcato e l'oppressione femminile con la trasformazione delle differenze tra uomo e donna in risorse. Tra gli anni '90 del '900 il femminismo tardo moderno mise l'accento sulla molteplicità di differenze al femminile. Si confronta con la tarda modernità e la globalizzazione (studio che fu compiuto però da studiose non occidentali). Negli anni 2000 abbiamo un confronto tra generazioni femminili e ruolo delle nuove tecnologie. Sesso e genere non sono semplicemente opposti: il fatto che l'uomo sia libero dai vincoli della gravidanza, allattamento etc, ha fatto si che nell'ideale comune l'uomo debba occuparsi di lavorare e mantenere la famiglia, mentre la donna deve occuparsi della prole e curare la casa. Anche la sessualità femminile viene marchiata come problematica. La discriminazione a danno delle donne è causata dalla trasformazione della differenza biologica in differenza di ruoli e in disuguaglianze sociali. La relazione di genere cambia costantemente, così come variano tra le culture le norme sociali che regolano e approvano i comportamenti individuali. Permette di tenere conto del peso del mutamento (maschile e femminile come prodotti storici). Sono state formulate delle teorie del genere come quella dell'approccio funzionalista (Parsons) in cui si spiega che le differenze di genere contribuiscono alla stabilità e all'integrazione sociale, inoltre la famiglia è in particolare una potete agenzia di socializzazione solo se in essa vige una netta separazione dei ruoli sessuali.

3) Differenze di genere e disuguaglianze sociali

Queste differenze di genere hanno lavorato in diversi ambiti sociali e hanno contribuito all'assegnazione delle risorse simboliche ed economiche della società; un esempio è che le donne, a parità di di titolo di studio, guadagnano meno rispetto agli uomini. In particolare, tale organizzazione dei generi è stata funzionale allo sviluppo della società industriale e del modello fordista: esso necessita di ruoli definiti con chiarezza, fissi, radicati nelle istituzioni sociali (famiglia, scuola, e mercato del lavoro). Le differenze biologiche stanno alla base della discriminazione tra uomo e donna. Queste differenze hanno assunto un significato culturale, seguito da una diseguale distribuzione delle risorse materiali e simboliche. Partendo dalla divisione di genere del lavoro, ciò ha assicurato la sopravvivenza della società industriale in quanto richiedeva ruoli ben definiti. Riguardo all'orientamento sessuale ancora oggi quello eterosessuale è considerato l'unica strada che può garantire la sopravvivenza della specie. Essa è istituzionalizzata in una forma normativa e imposta di rapporti sociali, di identità e di discorsi. Witting ha concettualizzato l'eterosessualità come regime politico che produce concetti che tende a universalizzare in leggi da ritenersi vere per tutte le società. Parlando di costituzione dell'identità di genere, questo processo avviene da bambini con l'incentivazione dei comportamenti appropriati secondo la cultura dei maschi e delle femmine; da qui nasce il modello di maschilità e femminilità e ciò porta a delle conseguenze quali: l'influenza negativa sull'autostima e alla violenza, all'anti-femminilità, all'omofobia, transfobia e aggressività.

4) Identità di genere e socializzazione: generazioni a confronto

La moltiplicazione di opportunità, sfide, interdipendenze e gradi di libertà ha esercitato un consistente impatto sulla formazione delle identità di genere. Oggi, la rappresentazione sociale dei generi di stampo tradizionale è in crisi profonda, di conseguenza si stanno ridisegnando i confini delle identità di donne e uomini. Incontriamo delle similitudini e convergenze che paiono evidenti all'interno della generazione dei

Millenial, ragazze e ragazzi diventati maggiorenni dopo il 2000. essi hanno 3 principali caratteristiche: la prima è il Confident, cioè credono in se stessi e vogliono emergere. Il Connected, ovvero nativi digitali che considerano la rete uno strumento per creare consapevolezza, condivisione e azione comune. Infine l'Open to Change, in quanto sono ottimi alleati del cambiamento. Parlando di socializzazione e della crisi che essa sta affrontando, il bambino interiorizza le norme e le aspettative sociali corrispondenti al proprio sesso. Nel processo di apprendimento del proprio genere, i bambini sono guidati da sanzioni positive e negative, che agiscono per ricompensare o reprimere determinati comportamenti. Socializzazione di genere e la costruzione dell'identità di genere si costituisce sulle caratteristiche biologiche attraverso la socializzazione, l'azione della famiglia, la religione, il mercato del lavoro, etc.. . Le bambine sono socializzate a ruoli secondari, a attività di cura, i bambini a ruoli “vincenti”, all'affermazione economica, ma gli effetti sono negativi anche sui bambini per l'imposizione del modello i maschilità dominante che genera aggressività, repressione delle emozioni ed omofobia – Kimmel 1996, Connell 1995. Raewyn Connell scrisse “L'ordine di genere – questioni di genere” (2002), dove ipotizzò una teoria complessiva delle relazioni di genere. Oltre ad indicare il carattere socialmente costruito delle differenze, il termine genere indica il fatto che il maschile e il femminile si costruiscono reciprocamente intrecciandosi in un vero e proprio ordine sociale, un sistema di relazioni, conflitti. Approfondendo l'ordine di genere si può dire che è un ambito organizzato (non causale) di pratiche umane e relazioni sociali che definisce le forme della maschilità e della femminilità. Le dimensioni che le definiscono sono 3: Il lavoro, con la divisione sessuale delle attività. Il potere, con relazioni basate sull'autorità, sulla violenza o sull'ideologia nelle istituzioni e nella vita domestica. La catessi, cioè la dinamica dei rapporti intimi, emozionali ed affettivi. In questo contesto, maschilità e femminilità sono viste come un complesso mosaico di differenze modulate nelle pratiche minute della vita quotidiana, sostenute dal basso, con la partecipazione attiva del soggetto che incarnano e imposte alle strutture sociali. La maschilità si può suddividere in egemone, complice, subordinata ed omosessuale. Ad essi corrispondono degli opposti femminili a seconda della quantità di potere assunta da ciascun livello di maschilità. Per quanto riguarda quella egemone gli si attribuisce più potere in assoluto rispetto alla femminile. Per la maschilitàcomplice si affianca la femminilità subordinata. Per la maschilitàsubordinata si ha la femminilità enfatizzata. Ed infine per la maschilitàomosessuale si ha una femminilità resistente i quali criticano i modelli di maschilità egemone e le femministe. Questi ultimi possiedono meno potere, così più ci si allontana dalla maschilità egemone si ha meno potere e sul fronte femminile vale il contrario. L'ordine di genere va oggi incontro ad una crisi che risulta da 3 tendenze di base: La crisi delle istituzioni in cui stato e famiglia sono due istituzioni sociali che sono state cardine ma che oggi non hanno più l'importanza antecedente nella costruzione della società. La crisi della sessualità, cioè l'affermazione della sessualità femminile e dell'omosessualità. La crisi della formazione di interessi che generano nuovi movimenti collettivi. A questi conseguono trasformazioni socio-economiche con la crisi del breadwinner ( maschio che lavora e porta i soldi a casa) data da trasformazioni lavorative e affettive-familiari . Da qui nascono nuovi modelli del maschile quali: L'uomo castigatore che difende la propria virilità e il proprio onore e l'uomo nuovo che sta attento alle proprie esigenze emotive e più sensibile.

Capitolo 15 ETA', GENERAZIONE, MEMORIA

1) Il concetto di corso di vita: origini e sviluppi

Le dinamiche di trasformazione della società producono effetti profondi al livello delle coscienze, del comune modo di leggere ed interpretare la realtà. Un effetto di questo processo è la crisi permanente della continuità del mondo sociale, cioè ciò che ieri era ritenuto utile non è più valido per il giorno dopo. Vi è un passaggio tra generazione passata e quella futura, si assiste a una perdita delle tradizioni e allo stesso tempo si sviluppa l'interesse collettivo per la conoscenza. Parlando di generazione si fa riferimento alla dimensione temporale che, grazie a memoria e generazione viene presentata nelle sue diverse sfaccettature. Il riconoscimento dell'importanza dell'età di un individuo per lo studio della realtà sociale ha preso avvio solo dalla seconda metà degli anni '60; in questi anni sorgono interessi riguardanti età, alla sua definizione e sulla transizione biografica di un individuo. I primi a trattare di tali argomenti furono Parsons che studiò le relazioni tra l'organizzazione della società e l'età degli individui, tra definizione di cultura giovanile e gruppo dei pari; Eisenstadt analizzò i rapporti tra le generazioni ed il ruolo dei processi di socializzazione, ed infine Elder divise l'età in tre dimensioni temporali: tempo o arco della vita (che va dalla nascita fino alla morte), tempo storico (indica la collocazione dell'individuo all'appartenenza di coorte – di nascita o riferimento), tempo sociale (la definizione sociale dell'identità). Con quest'ultima affrontiamo così l'idea di età come costruzione sociale che comprende la definizione di corso di vita, intesa come espressione che racchiude le dimensione psicologiche, sociali e culturali dell'evoluzione della vita individuale; uno dei primi studiosi fu Ariès, storico sociale, che analizzò il concetto di corso di vita come una costruzione sociale, in cui infanzia, adolescenza e giovinezza siano propriamente un'invenzione della modernità. Essa portò cambiamenti in ambito economico e sociale e sulla spinta di questi mutamenti, l'infanzia, l'adolescenza e giovinezza cominciarono ad essere riconosciute come fasi specifiche del corso di vita ed è così che il dato biologico si intreccia con le definizioni culturali che ogni società fornisce. Una nozione molto usata riguardante le ricerche sull'età è quella di coorte, cioè, come spiega Ryder, l'aggregato degli individui che hanno sperimentato lo stesso evento nello stesso intervallo di tempo (se l'evento, ad esempio, è la nascita si parla di coorte di nascita). Questa appartenenza si può verificare anche quando gli eventi sono diversi (stesso anno di immatricolazione ad esempio). Ryder sosteneva inoltre che vi è mutamento sociale quando coorti successive hanno diversi corsi di vita, dei cambiamento nei processi di invecchiamento e nelle transizioni di età. Tali diversità sono definite dal fatto che coorti diverse incontrano sistemi e vincoli che orientano in maniera differente le transizioni del corso di vita; cambiano i riti di passaggio, prima riguardavano la pubertà, il matrimonio e la morte, ora sono patente e votazioni.

2) L’idea sociologica di generazione

Nell'ambito degli studi sull'età assume particolare importanza il concetto di generazione. Una prima definizione la troviamo negli scritti di Comte, in cui lega il biologico al sociale e spiega che il passaggio da una generazione all'altra e il suo continuo rinnovamento sono l'oggetto dell'evoluzione della società. Ma il primo vero studioso che affrontò in modo approfondito la questione fu Mannheim ne “Il problema delle generazioni”. Egli è ritenuto il fondatore della sociologia della conoscenza in quanto la sua riflessione si basa proprio sulla determinazione sociale della conoscenza, ovvero di quell'approccio sociologico che studia le relazioni che intercorrono tra conoscenza e società e le forme concrete che assumono. Mannheim evidenzia

subito come, per andare al di là del dato biologico, occorra ricercare i processi e le interazioni sociali che strutturano il fenomeno. Egli perciò definisce il significato del concetto di generazione come un insieme di individui legati tra loro da una collocazione affine degli uomini nello spazio sociale, fenomeno comune alle condizioni di classe e alla generazione. Le tappe successive della sua logica sono 3 dimensioni di generazione: La prima generazione intesa come insieme potenziale, cioè coloro che hanno una medesima collocazione spazio-temporale e storico-sociale ed esposti agli stessi eventi. La seconda dimensione è quella della generazione effettiva nella quale gli individui reagiscono a tali influenze producendo legami creativi tra di loro; quest'ultima dimensione ne crea a sua volta una terza chiamata unità di generazione, caratterizzata dalla reazione a questi eventi in maniera unitaria. Le ultime due dimensioni, quella effettiva e quella unitaria obbediscono spesso a condizioni storiche: si formano cioè in periodi di forte mutamento. Ciò ha fatto si che emergesse una specifica cultura giovanile, producendo trasformazioni profonde nelle relazioni tra generazioni essendo visibile sulla scena mondiale. Questi nuovi processi e nuovi soggetti comportano anche una perdita di quelli vecchi, chiamando dimenticanza sociale quel bisogno di accantonamento di quello di cui non si ha bisogno e desiderare quello che non si ha ancora ottenuto. Un altro, utile, elemento nella formazione della conoscenza è quello dell'affermazione della prima impressione che ci orienta nella realtà sociale e che ci porta a formare memorie collettive stratificate (uno stesso evento elaborato in maniera diversa in virtù della varietà dei modi di orientarsi del mondo propri a ogni generazione). Egli, insieme a Levi e Schmitt fa emergere un'altra caratteristica della giovinezza: il suo posizionamento in un confine in quanto essa si caratterizza per il suo mancato carattere di liminalità perchè si colloca tra la dipendenza infantile e l'autonomia dell'età adulta, tra mancanza e acquisizione di maturità e potere.

3) La sociologia della memoria

L'emergere della memoria come tema sociale si può collocare a cavallo tra fine '800 e inizio '900, quando il passaggio dalla società tradizionale a quella moderna costituì una rottura della continuità sociale e la consapevolezza dell'accelerazione del corso storico. Il passaggio tra i due secoli si caratterizza per l'apparire simultaneo di grandi opere sulla memoria. L'ingresso della memoria nella teoria sociale ne svela la dimensioneintersoggettiva. Uno dei primi e più importanti studiosi di questo tema fu Halbwachs che, appunto, non pensa alla memoria come fatto individuale ma come forma intersoggettiva. A questo punto della storia ci furono diversi fenomeni che sconvolsero lo svolgersi della vita sociale, quali, ad esempio, flussi migratori, nuovi pregiudizi, modifica degli equilibri geo-politici, che produssero forti cambiamenti delle identità etniche. Egli vede la memoria come un'istituzione dove vi sono dei punti di riferimento come la famiglia, la collettività etnica, la nazione, il gruppo professionale o religioso, di classe, che vengono definiti quadri sociali della memoria. Secondo Halbwachs, la memoria ha a che fare con le rappresentazioni collettive, un'istituzione frutto di una operazione complessa, da cui risulta che nessuna memoria è possibile al di fuori del punto di riferimento. Egli suggerisce che la memoria collettiva implica dei fatti di comunicazione tra individui, a condizione di ricreare centri di conversazione sociale. La memoria è collettiva perchè è la condizione entro cui esistono gli individui rappresentandosi gli uni agli altri. Questa capacità di esteriorizzarsi rende la memoria visibile e, cioè, analizzabile; essa, muovendosi nel passato, è performativa, precostruita e semplificata così che risulti in grado di essere riconosciuta. Il suo approccio delinea anche la crisi dell'identità, come riconoscimento, elaborazione e assunzione dei suoi lati nascosti e trascurati. Questa idea viene ripresa dalla Scuola di Francoforte che mette in luce le potenzialità critiche, le spinte etniche e le possibilità emancipative della memoria e in particolare da Benjamin: pone il bisogno di una riscrittura della storia dal punto di vista dei “vinti” nel tentativo di salvare il passato in quanto esso è integrale, cioè che presenta un margine di d'incompiutezza sul quale è ancora possibile intervenire. Benjamin offre la possibilità di ricondurre al riesame critico il passato, trattasi di uno sguardo critico verso il continuum storico che porta alla riconciliazione dell'uomo

Mancano diversi capitoli, sarà che negli anni precedenti non li avrà chiesti. Ma nella descrizione c'è scritto che è completo, dettaglio e COMPLETAMENTE sostituibile al manuale... I capitoli assenti sono il 4,5,6,7,10, (18 e 19 ma tanto non li ha chiesti per questo anno accademico) . Per il resto è scritto bene e sono presenti argomenti trattati a lezione.
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