risposte alle domande di sistemi di welfare , Domande di esame di Scienza Politica. Università degli Studi di Cagliari
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risposte alle domande di sistemi di welfare , Domande di esame di Scienza Politica. Università degli Studi di Cagliari

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Domande e risposte di sistemi di welfare.

1) Illustrare il concetto di “Buona Società” e le implicazioni più rilevanti in termini di welfare.

L’essenza di una buona società è caratterizzata dal fatto che ogni suo membro senza distinzione

di sesso, razza e origine etnica dovrebbe avere la possibilità di una vita soddisfacente, Galbraith

sostiene che vanno considerate le differenze di capacità e aspirazioni degli individui, questo

perché ogni persona è diversa per capacità fisiche, mentali, passioni e obiettivi e queste differenze

generano a loro volta differenze nella remunerazione.

Nella buona società, tutti devono avere la possibilità di raggiungere il benessere economico,

nessuno potrà essere lasciato senza un reddito o potrà essere condannato alla fame, alla

mancanza di un tetto e alle cure sanitarie.

L’anello debole della buona società è rappresentato da coloro i quali non lavorano, non perché

vecchi o disabili, o privi di opportunità ma semplicemente per scelta.

La buona società non aspira all’uguaglianza dei redditi, si tratta di un obiettivo non realizzabile ne

socialmente auspicabile.

Nell’economia moderna la distribuzione del reddito deriva dalla distribuzione del potere. E questa

a sua volta è causa ed effetto del modo in cui la ricchezza viene divisa. Il potere serve ad

acquisire reddito; il reddito assicura potere sui compensi degli altri, la buona società prende atto di

questo circolo vizioso e cerca di porvi rimedio. La sua risposta al problema è dare potere e

protezione a chi dal potere è escluso.

La buona società nell’economia di mercato è fondata sulla riduzione delle disuguaglianze

attraverso:

1. L’istruzione: è funzionale all’economia, l’istruzione garantisce la mobilità sociale, quindi

occorre dare una buona istruzione a coloro che vivono nelle condizioni peggiori, oltretutto

l’istruzione rende la vita piena e degna di essere vissuta.

2. la centralità del lavoro: per una migliore distribuzione del reddito è necessario che vi sia la

possibilità di un impiego per tutti coloro che aspirano ad averlo.

3. L’intervento dello stato: la buona società va intesa come un progetto collettivo della società

solo lo stato può fissare e far rispettare le regole necessarie a perseguire l’interesse collettivo e

attivare meccanismi di riduzione delle disuguaglianze.

2) Descrivere i tratti essenziali delle disuguaglianze in termini di istruzione in Italia.

La buona società nell’economia di mercato ha come obiettivo principale la riduzione delle

disuguaglianze; l’istruzione ha un ruolo decisivo per raggiungere questo obiettivo questo perché

minore è il livello di istruzione posseduto da una buona percentuale della popolazione, maggiori

saranno le disuguaglianze di reddito e di opportunità tra l’alta percentuale di popolazione poco

istruita e la bassa percentuale di popolazione molto istruita.

Il set di indicatori sull’istruzione utilizzato in ambito Europeo è costituito da 8 punti:

1. Spesa pubblica per l’istruzione e la formazione: è misurata in rapporto al prodotto interno

lordo (PIL), rappresenta un indicatore per valutare le policy attuate in materia di crescita e

valorizzazione del capitale umano.

L’indicatore consente di quantificare, a livello di capitale umano quanto i paesi spendono per

migliorare le strutture e incentivare insegnanti e studenti a partecipare ai percorsi formativi.

In Italia l’incidenza della spesa pubblica in istruzione è formazione sul PIL nel 2011 era pari al

4,2% , in calo rispetto all’anno precedente e molto al di sotto della media Europea.

2. 25-64 con livello di istruzione non elevato: il livello di istruzione della popolazione adulta(25-

64 anni) raffigura una buona rappresentazione delle conoscenze e competenze associabili al

capitale umano di ciascun paese. Bassi livelli di istruzione espongono le persone adulte a una

minore inclusione nel mercato del lavoro e riducono le probabilità di accesso ai programmi di

formazione continua nel corso della vita, nella graduatoria dell’UE l’Italia (43,3% che ha

conseguito come titolo di studio più elevato la licenza di scuola media) occupa la quarta peggiore

posizione dopo Portogallo, Malta e Spagna.

3. Livelli di competenza degli studenti di 15 anni: i livelli di competenza degli studenti di 15

anni vengono studiati tramite il progetto PISA promosso dall’OECD e realizzato in Italia

dall’INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e

formazione), si propone di valutare i livelli di competenza acquisiti dagli studenti di 15 anni,

prossimi alla fine dell’istruzione obbligatoria relativamente a tre ambiti:

 Lettura

 Matematica

 Scienze

Gli studi hanno dimostrato l’Italia soprattutto nella matematica e nella letteratura e

comprensione dei testi, ottiene risultati che la collocano nelle posizioni di coda della classifica; va

però aggiunto che la differenziazione dei risultati su base territoriale è molto ampia, con i risultati

peggiori nel Sud e nelle isole.

4. Giovani che abbandonano gli studi prematuramente: la strategia Europa 2020 ha posto tra

gli obiettivi quantitativi da raggiungere a quella data nel campo dell’istruzione e della formazione,

la riduzione al di sotto del 10% della quota di abbandono scolastici precoci. L’abbandono

prematuro degli studi è uno dei risultati del cattivo funzionamento del sistema scolastico e

formativo. Per questo la quota di giovani che abbandonano prematuramente gli studi è un

indicatore largamente utilizzato per misurare le policy attuate in materia di istruzione e formazione.

In generale. La scelta di non proseguire gli studi, spesso indice di un disagio sociale che si

concentra nelle aree meno sviluppate, non è assente neanche nelle regioni più prospere, dove

una sostenuta domanda di lavoro può esercitare un’indubbia attrazione sui giovani, distogliendoli

dal compimento del loro percorso formativo in favore di un inserimento occupazionale

relativamente facile.

In Italia: sebbene il fenomeno sia in progressivo calo, si è ancora lontani dagli obiettivi europei: nel

2012 la quota di giovani che ha interrotto precocemente gli studi è pari al 17,6 %.

5. Partecipazione dei giovani al sistema di istruzione e formazione: la partecipazione dei

giovani al sistema formazione anche dopo il termine del periodo di istruzione obbligatoria è

considerato un fattore essenziale per preparare i giovani ad entrare nel mondo del lavoro,

facilitando anche il successivo e continuo apprendimento in ambito lavorativo, nonché ad una più

e attiva partecipazione alla vita sociale.

Che cosa misura?

 Il tasso di partecipazione dei giovani in età 15-19 anni individua gli iscritti al ciclo di studi

secondario superiore.

 Il tasso di partecipazione dei giovani in età 20-29 anni misura la quota di partecipazione al

sistema terziario.

Italia: in entrambi la partecipazione de i giovani italiani risulta inferiore alla media europea.

6. Individui di 30-34 anni con istruzione universitaria: il livello di istruzione della popolazione di

30-34 anni è tra gli indicatori individuati dalla Commissione Europea nella Strategia Europa 2020.

Il target fissato, da raggiungere entro il prossimo decennio è che almeno il 40% dei giovani tra i 30

e i 34 anni consegua un titolo di studio universitario o equivalente.

Nel 2012, quasi metà dei paesi dell’UE ha già raggiunto il target fissato nella strategia Europa

2020. L’Italia si colloca invece all’ultima posizione nella graduatoria dell’UE, dopo Romania e

Malta.

7. Giovani che non lavorano e non studiano(NEET): da diversi anni a livllo europeo si è posta

l’attenzione sui Neet (Not in Education Employment or Training), giovani non più inseriti in un

percorso scolastico/ formativo, ma neppure impegnati in un’attività lavorativa. In questo gruppo di

giovani un prolungato allontanamento dal mercato del lavoro e dal sistema formativo può

comportare il rischio di una maggiore difficoltà di reinserimento. Nel 2012, in Italia oltre 2.250 mila

giovani risultano fuori dal circuito formativo e lavorativo, l’incidenza dei NEET è più elevata tra le

donne rispetto agli uomini.

8. Apprendimento permanente: l’aggiornamento delle competenze individuali durante tutto

l’arco della vita rappresenta un requisito essenziale per restare integrati nel mercato del lavoro e

costituisce anche un elemento chiave nella lotta contro l’esclusione sociale.

La strategia di Lisbona aveva posto tra i 5 benchmark da raggiungere entro il 2010 nel campo

dell’istruzione e della formazione quello di una quota di adulti impegnati in attività formative pari al

12,5%.

Nel 2012 il valore medio dell’indicatore nell’UE si attesta al 9,0%, l’intensità della partecipazione

degli adulti ad attività formative è molto differente.

Le maggiori performance emergono nei paesi scandinavi, tra i principali paesi dell’Unione

Europea, il Regno Unito ha la maggiore quota di adulti in apprendimento. In Italia il valore

dell’indicatore pur essendo superiore a quello della Francia, è inferiore a quello della Spagna e

della Germania e delinea il ritardo in materia di apprendimento permanente nel nostro paese.

Le donne partecipano in misura maggiore degli uomini alle attività formative in quasi tutti i paesi

dell’UE inclusa l’Italia.

NB In Italia tuttavia, il divario tra i possessori dei livelli medio-alti d’istruzione e i meno istruiti è più

evidente rispetto alla media europea, evidenziando la scarsa attenzione del nostro paese

all’utilizzo della formazione durante tutto l’arco della vita come elemento chiave nel contrasto

all’esclusione sociale e alle disuguaglianze.

3) Descrivere le principali dimensioni considerate per la misurazione delle disuguaglianze di

genere negli Indici internazionali e la posizione dell’Italia.

La sfida che welfare state si prefigge è quella di eliminare o ridurre i vari tipi di disuguaglianza che

limitano o negano alla persona l’opportunità e la capacità di costruire al meglio la propria vita.

Le disuguaglianze di genere sono le più profonde e diffuse.

Una delle forme che assume la disuguaglianza di genere è quella dell’esclusione o marginalità

lavorativa.

Questa forma di disuguaglianza è l’esito di altre che la precedono e la affiancano nell’educazione

ai ruoli sociali, nelle scelte scolastiche, nella divisione dei carichi di cura in famiglia e tutto questo

alimenta a sua volta altre forme di disuguaglianza, esclusione o marginalità, nella Politica, nelle

istituzioni e in generale nella vita pubblica.

Se pur godendo formalmente degli stessi diritti degli uomini, una parte consistente di donne viene

esclusa da ambiti importanti della vita collettiva come il lavoro, la politica, le istituzioni.

La lotta contro le disuguaglianze tra le donne e gli uomini in tutte le sfere della società rappresenta

una sfida a lungo termine.

I progressi verso la parità di genere vengono misurati annualmente attraverso vari indici statistici

quali:

 (GDI) indice di sviluppo legato al sesso: creato dalle nazioni unite; misura la parità di

genere.

 (GGI) indice del divario di genere globale: introdotto dal World Economic Forum nel 2006,

fornisce un quadro in grado di mostrare l'ampiezza e la portata della disparità di genere in tutto il

mondo.

 (GEI) indice della parità di genere: Dal 2007 Social Watch ha sviluppato l'Indice della Parità

di Genere (GEI) per rendere le disuguaglianze di genere più visibili e per monitorare l'evoluzione

nei diversi paesi del mondo.

 (HDI) Indice di sviluppo umano: è un indicatore macroeconomico utilizzato insieme al PIL

dall’organizzazione delle Nazioni Unite per misurare la qualità dello sviluppo nei diversi paesi.

l’indice di sviluppo umano comprende un indice di disuguaglianza di genere chiamato (Gender

Inequality Index- GLL) costruito sulla base del tasso di mortalità materna, tasso di fecondità delle

adolescenti, numero di parlamentari, popolazione con almeno un titolo di studio secondario, tasso

di attività( partecipazione al mercato del lavoro). (NB: nel GLL troviamo l’Italia all’ultimo posto).

 EIGE (European Institute for Gender Equality): nato da una proposta del 1999 della ministra

svedese perla parità di genere. EIGE è un’agenzia dell’Unione Europea che sostiene L’UE e i suoi

stati membri nei loro sforzi volti a promuovere la parità di genere per combattere le discriminazioni

fondate sul sesso e sensibilizzare sui temi dell’uguaglianza di genere.

Misurazione dell’Indice del Divario di Genere Globale:

Il rapporto GGI è suddiviso in quattro categorie nelle quali viene assegnato, ad ogni paese, un

punteggio sulla disuguaglianza di genere, la stima viene fatta su circa 136 paesi che

rappresentano circa il 90% della popolazione.

Le categorie sono:

Economia.

Politica.

Educazione.

Salute.

L’Italia su 136 paesi si colloca al 71 esimo posto questo significa che le disuguaglianze di genere

sono abbastanza elevate.

Il (GEI) indice della parità di genere: misura le differenze di trattamento tra uomini e donne. È un

indice costruito attraverso una selezione di indicatori riferiti a 157 paesi che rappresentano circa il

94% della popolazione mondiale.

Le tre dimensioni principali sono:

1. Istruzione

2. Partecipazione alla vita economica.

3. Potere politico, decisionale.

Il punteggio massimo è 100 e indica che non ci sono differenze tra donne e uomini. Il punteggio

GEI dell’Italia nel 2012 era 70 (ciò significa le differenze ci sono ma solo in alcuni ambiti quali per il

per es. il potere politico e decisionale a cui è stato assegnato un punteggio di 45 punti,

partecipazione alla vita economica 66 educazione la differenza e praticamente inesistente con un

punteggio di 99).

Alcune evidenze:

Una maggiore ricchezza non è affatto garanzia di maggiore uguaglianza.

Più della metà delle donne vive in paesi che non hanno fatto alcun progresso in termini di parità di

genere negli ultimi anni; l’istruzione è l’unica dimensione che mostra il raggiungimento di una

diffusa parità. Tuttavia sono più numerosi gli stati in cui l’accesso all’istruzione sta peggiorando

che quelli in cui sta migliorando.

La dimensione del potere politico, decisionale è quella in cui la maggior parte dei paesi mostra dei

progressi ma è anche l’unica in cui il livello globale di parità è più basso.

In termini di partecipazione al lavoro, sono più numerosi i paesi in cui le donne hanno fatto

progressi che quelli che quelli in cui ci sono state regressioni.

Gender Equality Index (GEI): l’indice di parità tra uomini e donne è un unico strumento di

misurazione che sintetizza la complessità della parità tra uomini e donne come un concetto

multidimensionale, è facile da usare e facilmente interpretabile.

L’indice di parità tra uomini e donne assegna un punteggio da 1(totale disuguaglianza) a 100(

piena parità tra uomini e donne).

I domini principali del GEI sono:

1. Lavoro

2. Denaro

3. Conoscenza

4. Potere

5. Salute

L’Italia risulta essere al 23° posto su 27 paesi.

4) Illustrare i tratti essenziali della situazione delle donne nel mercato del lavoro italiano rispetto ai

principali Paesi dell’U.E.

Come stanno quindi le donne in ITALIA?

Le disuguaglianze di genere in Italia sono più accentuate che altrove, ma sembrano poco

percepite e comunque ben tollerate,.

Il Tasso di Occupazione: è la misura più importante per valutare la situazione del mercato del

lavoro, indica la diffusione tra la popolazione in età lavorativa.

Una elevata occupazione significa una più ampia distribuzione del lavoro e della popolazione

(oltre che una maggiore inclusione sociale).

Il tasso di occupazione (20-64) anni di maschi e femmine in Italia nel 2012 era di 61,0;

Italia:

-15,7 rispetto alla Germania.

-13,2 rispetto al Regno Unito.

-8,3 rispetto alla Francia.

Non si potrebbero capire le enormi differenze nei livelli di occupazione tra l’Italia e i principali paesi

europei se non sapessimo che tali differenze sono determinate in larghissima parte dal divario di

genere che connota e penalizza l’Italia e dall’ampia esclusione dei giovani ossia coloro che hanno

tra i 15 e i 24 anni.

La situazione delle donne nel mercato Italiano:

In Italia tasso di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni nel 2012: era del 50,5 al primo posto

troviamo la Norvegia con il 77, 3, seguita dalla Svezia, fanno peggio dell’Italia la Malta e la Grecia.

Italia:

-21 rispetto alla Germania.

-17,9 rispetto al Regno Unito.

-14,5 rispetto alla Francia.

-3,5 rispetto alla Spagna

La maggioranza delle famiglie italiane dispone di un solo reddito ( anche perché sono aumentate

le famiglie mono-genitoriali e unipersonali) e il più delle volte il principale percettore del reddito è

l’uomo.

Le famiglie con un solo percettore di reddito sono più esposte al rischio di povertà e comunque

non possono garantire elevate chances di vita ai propri membri, la povertà colpisce soprattutto i

bambini perché si concentra nelle famiglie più numerose: in Italia il 25% dei bambini vive in

famiglie economicamente deboli e a rischio di povertà.

Una madre che lavora riduce di 3 o 4 volte il rischio di povertà dei bambini, la povertà è più diffusa

dove le donne non lavorano o lavorano poco.

I vantaggi dell’occupazione femminile sono molteplici, in primo luogo l’occupazione femminile

porta a un aumento del reddito familiare in secondo luogo una famiglia con due redditi fa delle

scelte economiche che incidono sulla creazione di nuovi posti di lavoro.

Le statistiche dimostrano che le famiglie a doppio reddito acquistano molti più servizi delle famiglie

con un solo reddito.

5) Descrivere la sindrome del ritardo che colpisce i giovani in Italia.

Qualsiasi società per sopravvivere nel tempo ha bisogno di giovani e per prosperare ha bisogno di

giovani di qualità.

Per avere un’idea di cosa significano

queste distanze in termini assoluti

possiamo considerare che in Italia alla

popolazione attuale corrisponde a

circa 400.000 occupati.

Un punto di tasso di occupazione non

è solo ricchezza prodotta e benessere

per i cittadini, ma vale circa 4 miliardi

di euro in entrate fiscali e altrettanto

in entrate contributive

Per ogni 100 donne che

entrano nel mercato del lavoro

si stima che possano creare

fino a 15 posti aggiuntivi nei

diversi rami dei servizi.

In Italia si fanno pochi figli e non si investe nella promozione delle nuove generazioni L’Italia è il

paese con processo di degiovanimento più avanzato.

Anche con consistente flusso di immigrazione lo squilibrio è destinato ad acuirsi nei prossimi anni

questo significa che in Italia ci saranno circa due anziani per ogni bambino.

I giovani italiani sono quelli che dipendono più a lungo dai genitori,

Nei paesi scandinavi si conquista la propria autonomia con la maggiore età in Italia invece si

rimane in famiglia oltre la terza decade di vita.

Si rimane nella condizione di figli più a lungo, ci si distacca dalla famiglia contestualmente alla

costituzione di una nuova coppia.

I motivi che spingono gli italiani a non distaccarsi dalla famiglia sono molteplici, per esempio il

rischio di fallimento, il ritardo nel conseguimento del titolo di studio, la difficoltà a trovare un posto

di lavoro con una buona remunerazione ecc.

Globalizzazione e trasformazioni del mercato del lavoro richiedono una disponibilità sempre

maggiore alla mobilità sul territorio, ciò significa allontanarsi dalla casa dei genitori e iniziare una

vita autonoma in condizioni di provvisorietà.

In Italia mancano strumenti pubblici a sostegno del reddito nelle fasi «scoperte» di passaggio da

un lavoro all’altro, il mercato è meno dinamico ed è meno facile trovare un lavoro, gli affitti sono

sono relativamente più onerosi. Molti giovani si trovano costretti a fare marcia indietro e tornare a

vivere coi genitori. Situazione che crea frustrazione e perdita di fiducia in se stessi. In Italia la

flessibilizzazione del mercato del lavoro rischia di trasformarsi in una trappola, in assenza di

protezione per i nuovi rischi, la flessibilità diventa precarietà.

Le difficoltà di conquista e difesa della propria autonomia si riflettono sulla formazione di un nuovo

nucleo familiare.

Attualmente l’età media del primo figlio si alza dal 25 a 29 anni; Aiutare i giovani a diventare

autonomi e non posticipare troppo la formazione di una famiglia avrebbe ricadute positive anche

sulla fecondità.

6) Le disuguaglianze di reddito: misurazione ed effetti.

Le diseguaglianze di reddito riguardano sostanzialmente le distanze che separano ciascun

individuo da tutti gli altri nelle società.

La misurazione delle disuguaglianze di reddito avviene tramite degli indici sintetici quali:

 Il coefficiente GINI: che è l’indicatore sintetico della disuguaglianza più utilizzato, il

coefficiente Gini è determinato tenendo conto di tutta la distribuzione dei redditi e si può dire che

quanto più esso sia elevato tanto è maggiore la quota di reddito nazionale che occorrerebbe

redistribuire dai ricchi ai poveri per realizzare una distribuzione perfettamente egualitaria, quindi

maggiore è la diseguaglianza( il GINI assume un valore compreso tra 0 e 1)

 Un indicatore alternativo è il rapporto INTERDECILICO che diversamente dal GINI non

considera tutta la distribuzione ma solo due redditi scelti tra quelli più rappresentativi delle

distanze economiche tra gli individui(il reddito più basso e quello più alto).

La disuguaglianza alla quale si è finora fatto riferimento è calcolata rispetto ai redditi disponibili

equivalenti.

 Il reddito familiare disponibile è definito come la somma dei redditi da lavoro dipendente e

autonomi di quelli da capitale reale e finanziario delle pensioni e altri trasferimenti, al netto del

prelievo contributivo e di eventuali imposte. I redditi familiari si trasformano poi in redditi individuali

attraverso l’utilizzo delle scale di equivalenza che si propongono di tenere conto della numerosità

del nucleo familiare da cui dipende l’effettivo tenore di vita associato a un determinato reddito

familiare.

Affermare che i redditi disponibili influenzano il tenore di vita non equivale a escludere

l’importanza di molte altre variabili economiche e non.

Tra le prime è certamente rilevante il ruolo della ricchezza accumulata, la quale ha come valore

aggiuntivo quello di essere un’assicurazione contro i rischi di variabilità del reddito e contribuisce

al benessere individuale.

Gli effetti della disuguaglianza:

L’invariabilità della disuguaglianza che i principali indicatori rilevano da circa 15 anni non equivale

ad assoluta immobilità questo perché la forma della distribuzione dei redditi può cambiare senza

che gli indicatori ne risentano.

Può accadere infatti che i soggetti che occupano i vari gradini della scala dei redditi cambino per

effetto di una qualche forma di mobilità, ma la numerosità di coloro che si trovano ai vari gradini

resta la stessa, in questo caso per esempio l’indice non si modificherebbe.

In base alle stime effettuate da Massari, Pittau e Zelli (2009) su dati provenienti dall’indagine della

Banca d’Italia, tra il 1989 e il 2006 si sono avuti significativi movimenti nella distribuzione degli

individui tra i diversi decili di reddito.

Le famiglie che nel 1989 avevano un reddito inferiore alla mediana (che, quindi, facevano parte

del 50 per cento più povero), nel 1993 erano retrocesse verso i decili più bassi. Tra il 1993 e il

1998 si è verificato un travaso di famiglie dai decili medio-bassi e medio-alti verso quelli centrali.

Successivamente al 1998, invece, ha avuto luogo un fenomeno opposto, di vera e propria

polarizzazione, cioè di rigonfiamento dei decili estremi, in alto e in basso, con svuotamento di

quelli intermedi.

Quando si parla di scomparsa del ceto medio si allude a una situazione di questo tipo, almeno con

riferimento alla sfera economica. Questo fenomeno di polarizzazione è spesso considerato

pericoloso, in quanto segnala un forte scollamento nel grado di coesione sociale e può condurre

ad aspri conflitti.

Anche al di là di questo timore, la polarizzazione appare ben poco gradevole perché rischia di

innescare processi di segregazione che a loro volta alimentano conseguenze la cui accettabilità

sotto il profilo della giustizia sociale è davvero scarsa.

A queste evoluzioni si è accompagnato un significativo cambiamento nelle probabilità che gli

individui hanno di restare, nel corso del tempo, nella classe di reddito nella quale vengono

originariamente a trovarsi, piuttosto che muoversi verso l’alto o verso il basso.

IN SINTESI: I movimenti intervenuti nella distribuzione dei redditi e rimasti nascosti agli indicatori,

rivelano la realtà di molti fenomeni in grado di spiegare l’accresciuta percezione di malessere

sociale, questi fenomeni sono relativi agli accresciuti rischi di scivolamento verso il basso,

soprattutto per gli operai e gli impiegati, e di prolungamento della permanenza nelle classi di

reddito più svantaggiate; ai segnali di svuotamento delle classi di reddito centrali a vantaggio degli

estremi; alla forte volatilità sei redditi soprattutto di alcune tipologie di lavoratori prevalentemente

giovani.

7) Cosa significa familismo e come si individua un sistema di welfare familista

Per politica a favore della famiglia gli Americani intendono il tentativo conservatore e cattolico di

restaurare i tradizionali valori familiari, ma per gli scandinavi è la politica degli stati sociali che

Hernes definisce a “favore delle donne” (women Friendly): è una politica attiva impegnata ad

alleggerire i carichi di cura della famiglia.

È definibile come familistico il tipo di regime sociale che assegna quanti più doveri di welfare

possibile, quindi un sistema di welfare è familista non se è a favore della famiglia, ma se la sua

politica pubblica assume e fa in modo che ciascun nucleo familiare sia il primo responsabile del

benessere dei suoi membri. Al familismo corrispondono politiche della famiglia poco sviluppate e

generose.

I regimi familistici si basano spesso sulla dottrina sociale cattolica e sul principio di sussidiarietà

che consiste nel limitare l’intervento pubblico solamente nei casi in cui le reti sociali

primarie(famiglie) falliscono.

Il grado di familismo può essere individuato anche considerando quello che lo stato sociale non fa

per esempio dando valore all’offerta di asili nido e di servizi per gli anziani.

Uno dei grandi paradossi del nostro tempo è che a ostacolare la formazione delle famiglie sono

proprio le politiche familiste.

Secondo il principio di sussidiarietà difeso dal cattolicesimo, il modello ideale di famiglia dovrebbe

essere costituito da una famiglia ampia, ben integrata, stabile e responsabile.

Tuttavia le statistiche dimostrano che i due paesi con tassi di fecondità in assoluto più bassi sono

cattolici Italia e Spagna, mentre nei regimi di welfare più defamilizzati si registrano livelli di natalità

tra i più alti d’Europa.

In passato familismo costringeva le donne a riservare molte ore del loro tempo alle faccende

domestiche e per questo motivo talvolta rinunciavano alla carriera; oggi le donne investono

nell’istruzione e aspirano a un’indipendenza economica.

Il trade off che in passato le spingeva a restare a casa tende oggi a indurle a fare meno figli o a

rinunciare del tutto alla maternità.

Per il welfare state contemporanei è controproducente costringere le donne a restare a casa o a

fare le madri a tempo pieno, sia perché questo causerebbe uno spreco di capitale umano, sia

perché ridurrebbe il benessere della società e dei singoli individui.

8) Illustrare il concetto di demercificazione anche attraverso qualche esempio di politica di welfare

Il concetto di demercificazione è stato molto discusso, proposto originariamente da Polanyi e

successivamente da Offe esso intende verificare in che misura lo stato sociale riesca a ridurre la

dipendenza delle persone dai rapporti monetari, garantendo il diritto a un reddito indipendente

dalla partecipazione al mercato anche quando non possono avere un reddito da lavoro in quanto

casalinghe, bambini, disoccupati ,malati ecc.

NB Il concetto di demercificazione parte dal presupposto che gli individui siano di fatto mercificati.

Ed è proprio contro questa assunzione che si sono appuntate molte delle critiche successive. Si è

sostenuto che essa può forse descrivere la condizione del tipico lavoratore di sesso maschile

dedito esclusivamente alla propria occupazione, non è tuttavia facilmente applicabile alle donne, il

loro ruolo economico è infatti in molti casi non mercificato.

Secondo molte femministe, la questione è che gli stati sociali nel peggiore dei casi contribuiscono

a mantenere le donne prigioniere della loro condizione pre-mercificata e fanno poco per alleviare il

doppio peso del lavoro fuori casa e delle responsabilità familiari; il concetto di demercificazione

sarebbe quindi inapplicabile alle donne a meno che gli stati sociali non le aiutino a farsi

mercificare.

Il concetto di demercificazione ha rilevanza solo per gli individui già pienamente e

irreversibilmente inseriti nei rapporti di lavoro. Ma proprio per questo, esso parla più spesso anche

delle donne, resta il fatto che una larga parte del modo femminile è istituzionalmente mantenuto in

uno stato di pre-mercificazione, il benessere di queste donne dipende dall’appartenenza a una

famiglia, in altre parole l’autonomia femminile richiede misure di welfare di defamilizzazione.

In sintesi: per demercificazione si intende quanto il welfare state riesce a garantire il diritto di

reddito indipendentemente dalla partecipazione al mercato del lavoro ovvero dalla vendita della

propria forza lavoro.

Ci sono diversi obiettivi riguardanti la demercificazione:

 Per i consevatori: l’obiettivo della politica “contro il mercato” persegue la riproduzione delle

istituzioni pre-capitalistiche, in un mondo mercificato conciliare il lavoro salariato con gli ideali

tradizionali dell’integrazione sociale e del mutualismo, contrastare la penetrazione dei rapporti

monetari nel regno dei bisogni umani e della famiglia;

 Per i Socialdemocratici: è importante l’autonomia e l’indipendenza economica di tutti gli

individui.

Esping Andersen, individua gruppi di paesi caratterizzati da gradi e forme diverse di

demercificazione, questa differenziazione dipende dal diverso peso che nei differenti gruppi di

paesi è dato alla famiglia piuttosto che al mercato, o allo stato, nella fornitura di risorse per

soddisfare questi bisogni.

La demercificazione può avvenire anche tramite la redistribuzione intro-familiare di reddito e di

servizi.

Ma questo tipo di demercificazione lascia intatte le disuguaglianze che provengono dal mercato,

cui si aggiungono quelle dovute alle diverse composizioni familiari.

È solo la redistribuzione pubblica, tramite trasferimenti di reddito (indennità di disoccupazione,

pensioni ecc.) e l’offerta di servizi, che consente una demercificazione del soddisfacimento dei

bisogni non vincolata esclusivamente alle risorse personali e familiari.

9) Indicare gli attori istituzionali del welfare e le loro differenze nella produzione di benessere.

Gli attori istituzionali del sistema di welfare sono tre:

1. Stato.

2. Mercato

3. Famiglia

Esping Andersen sostiene che la somma totale del benessere sociale è funzione del modo in cui

gli input di queste tre istituzioni vengono combinati tra loro.

Le istituzioni dello stato, del mercato e della famiglia affrontano i rischi seguendo principi

radicalmente diversi.

 All’interno della famiglia, il criterio allocativo dominante è rappresentato dal criterio della

reciprocità anche se ciò non significa necessariamente che la distribuzione delle risorse rispetti il

criterio della piena eguaglianza (è basata su criterio della fiducia ed è caratterizzata da legami

familiari o amicali ecc.).

 L’allocazione all’interno dei mercati è governata dai rapporti monetari (è una transazione

che ha luogo tra diversi attori non influenzati da altri tipi di relazioni sociali organizzate. La finalità

dello scambio è economica e avviene attraverso transazioni monetarie.

La demercificazione è quindi desiderabile se rafforza l’amore e l’interdipendenza

familiare, ma se incoraggia l’individualismo e favorisce l’autonomia è dannosa.

 Il principio dominante seguito dallo stato è quello della redistribuzione d’autorità: è basata

sul principio del mettere in comune e necessità di un’autorità centrale. Lo scambio

redistributivo non può prescindere da regole che determinano quali e quante risorse vanno

prelevate o conferite all’autorità centrale per essere redistribuite a chi vanno erogate e in quali

proporzioni, chi sono i soggetti che operano la redistribuzione e quali sono le motivazioni che

giustificano tali transazioni, anche in questo caso tale principio può benissimo non coincidere con

quello dell’eguaglianza.

Si potrebbe pensare che questi tre pilastri del welfare state siano intercambiabili ma in realtà non

è cosi perché agiscono sulla base di principi diversi quindi questo significa che essi non sono

intercambiabili ma complementari.

A livello macro, la produzione di welfare di ciascuna di tali tre istituzioni è legata a ciò che fanno le

altre. Quanto al livello di micro (benessere degli individui) tutto dipende dal modo in cui ciascuno

di essi riesce a confezionare insieme gli input di stato, mercato e famiglia.

NB ESEMPIO: rispetto a una famiglia a due carriere, una famiglia tradizionale in cui è solo il

maschio a lavorare domanderà meno servizi sociali, siano essi pubblici o privati.

Ma se le famiglie provvedono da sole ai propri bisogni di servizi, a risentirne direttamente è anche

il mercato, sia perché l’offerta di lavoro è minore, sia perché mancano sbocchi alla produzione di

servizi.

Se viceversa è lo stato a fornire asili a buon mercato, cambieranno sia le famiglie, sia i mercati: le

casalinghe diminuiranno di numero, la partecipazione alla forza lavoro sarà maggiore e la

domanda aumenterà in conseguenza della maggiore propensione ad acquistare servizi delle

famiglie a due carriere. La famiglia è la destinataria ultima della produzione e distribuzione del

welfare state e il luogo in cui esso viene consumato.

9) Descrivere i 3 principali modelli di welfare individuati da Esping-Andersen e i loro differenti esiti

sociali.

I tre principali modelli di welfare state individuati da Esping- Anderson sono:

 Il regime liberale.

 Il regime socialdemocratico.

 Il regime conservatore-corporativo.

Regime liberale: I regimi di welfare liberali riflettono l’impegno politico a ridurre al minimo i compiti

dello stato, a individualizzare i rischi e a promuovere le soluzioni di mercato. Essi tendono dunque

a riconoscere ai cittadini diritti minimi.

La politica sociale liberale prevale nei paesi in cui i movimenti socialisti e cristiano-democratici

sono stati deboli e di fatto assenti intorno al modello liberale tendono a raggrupparsi tutti i paesi

anglosassoni(Stati Uniti, Canada, Australia, Regno Unito).

I tre elementi più importanti che caratterizzano il modello liberale in tutti i paesi sono:

 Esso è innanzitutto residuale, nel senso che a caratterizzarlo è una definizione dei

destinatari particolarmente ristretta( bisognosi, poveri, individui ad alto rischio di esclusione). La

politica sociale liberale è figlia del tipo di sostegno ai poveri praticato nel XIX secolo, e come

quello subordina l’aiuto alla verifica del merito o della condizione di bisogno ( es. attraverso il

controllo dei mezzi o del reddito). I welfare state liberali tendono a privilegiare l’assistenza sociale

selettiva.

 La politica liberale in secondo luogo è residuale anche in considerazione dei rischi

riconosciuti come sociali. In questo secondo senso è da considerarsi particolarmente residuale il

welfare state degli Stati Uniti: in questo paese manca un sistema sanitario nazionale, non esistono

le indennità di malattia e maternità e neppure gli assegni familiari o i programmi di congedo

parentale. Se in questi ambiti fallisce anche il mercato, intervengono i programmi di aiuto destinati

agli individui ad alto rischio (il medicaid per i poveri, Afdc per le madri sole e il piano di credito

d’imposta per le famiglie con figli e a basso reddito). Sotto un certo aspetto anche i regimi

conservatori appaiono residuali quanto quelli liberali, e cioè l’offerta di servizi alla famiglia. E

tuttavia le ragioni restano diverse. Mentre i conservatori considerano la produzione di servizi una

prerogativa delle famiglie, i regimi liberali ritengono che essa spetti al mercato. Disporre dei mezzi

necessari ad acquistarli resta una responsabilità degli individui.

 Ciò che in terzo luogo caratterizza il modello liberale è la promozione del mercato.

L’approccio residuale coltiva i dualismi:

 mentre gli individui a basso rischio sono tenuti a cavarsela da soli sul mercato, quelli ad alto

rischio sono destinati a diventare dipendenti dal sistema di welfare. Naturalmente non c’è un solo

modo di giocare sul mercato: lo si può fare come Singoli (pensione personale, assicurazione sulla

vita ecc). o collettivamente(assicurazioni di gruppo, programmi di welfare aziendali ecc.) entrambe

queste strategie beneficiano di consistenti agevolazioni fiscali.

Regime Socialdemocratico (paesi scandinavi: Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca): è un

regime che sottoscrive il principio dell’universalism;, il sistema di welfare socialdemocratico si

impegna in particolare a realizzare la più ampia protezione dai rischi possibile a erogare sussidi

generosi e a promuovere l’eguaglianza.

I diritti alle prestazioni dello stato sono riconosciuti agli individui e basati sulla cittadinanza.

Ciò che inoltre caratterizza il regime socialdemocratico è lo sforzo attivo a ridurre al minimo la

dipendenza degli individui dal mercato.

Il tratto distintivo del modello socialdemocratico è innanzitutto la combinazione di universalismo e

generosità dei sussidi e in secondo luogo, l’ampiezza del suo sistema di socializzazione dei rischi.

Negli anni 60 i welfare state del Nord si sono trasformati in Stati dei Servizi. Oltre al sistema

sanitario essi hanno costruito una gigantesca e variegata infrastruttura di servizi, rivolta in

particolare ai bisogni della famiglia.

La politica sociale e occupazionale dei paesi scandinavi è una politica del produttivismo, volta cioè

a massimizzare le capacità produttive dei cittadini; il produttivismo dei paesi del nord impegna gli

stati sociali ad offrire a tutti i cittadini le risorse necessarie a lavorare e le motivazioni appropriate(

nonché posti di lavoro occupabili).

Quello social democratico è dunque un regime di welfare dominato dallo stato.

NB: accanto alle forti misure di defamilizzazione sono due le caratteristiche del regime social

democratico che emergono come più rilevanti: L’universalismo e il ruolo del tutto secondario del

mercato.

Regime conservatore-corporativo( Europa Continentale: paesi dell’Europa continentale tra cui

Spagna, Italia, Francia, Germania ma anche Giappone):

le caratteristiche principali del regime conservatore-corporativo sono:

 Predominanza di schemi assicurativi pubblici collegati alla posizione occupazionale.

 Individuazione dei destinatari in base alla posizione occupazionale;

 riconoscimento di prestazioni differenziate su base corporativa.

 Ciò che in terzo luogo caratterizza gli stati sociali conservatori e in particolare quelli

dell’Europa meridionale e del Giappone è il Familismo: un welfare state e familista se fonda la

protezione sociale sul maschio principale percettore del reddito e attribuisce alla famiglia la

responsabilità ultima del benessere dei suoi membri e i principali compiti di cura( Principio di

Sussidiarietà) .

Nel modello di welfare conservatore- corporativo sono presenti alcune caratteristiche del modello

residuale tipico del sistema di welfare liberale, l’obiettivo tuttavia è profondamente diverso.

Mentre il regime liberale limita l’aiuto dello stato agli individui ad alto rischio lasciati indietro dal

mercato. Il regime conservatore interviene solo se le famiglie dimostrano di non riuscire a

provvedere da sole ai propri bisogni (il modello conservatore come quello liberale privilegia

l’assistenza sociale).

Sia il modello liberale che conservatore affrontano il problema dell’occupazione con politiche

passive, ma di nuovo per ragioni diverse:

il modello liberale in conseguenza della priorità assegnata ai mercati del lavoro non regolamentati.

Il modello conservatore: in conseguenza dell’importanza attribuita alla protezione dell’impiego dei

lavoratori adulti e dei capifamiglia.

Le politiche di lavoro attive (es. Formazione) tendono in entrambi i casi ad essere marginali; i

paesi liberali affrontano la disoccupazione contando sulla flessibilità dei salari; quelli conservatori

scaricando il sostegno dei disoccupati sulla famiglia ( se ad essere senza lavoro sono giovani e

donne) o cercando di disincentivare l’offerta di lavoro scoraggiando l’occupazione delle donne

sposate e favorendo i pensionamenti anticipati.

Gli esiti dei modelli:

Liberale Socialdemocratico Conservatore

Ruolo di:

Famiglia

Mercato

Stato

Marginale

Centrale

Marginale

Marginale

Marginale

Centrale

Centrale

Marginale

Sussidiario

Welfare state

Unità sociale della

solidarietà.

Individuo

Universo degli

individui

Parentela

Corporazioni

Stato

Luogo prevalente

della solidarietà.

Marcato Stato Famiglia

Grado di

Demercificazione

Minimo Massimo Alto (per il lavoratore

capofamiglia)

Esempi modali USA Svezia Germania

Italia

10) Descrivere alcuni degli effetti prodotti dalle disuguaglianze di reddito interne ad un paese sulla

base degli studi di Wilkinson e Pickett

Wilkinson e Pickett nei loro studi sostengono che dove la disuguaglianza è minore la qualità della

vita è migliore sotto moltissimi aspetti.

Ad esempio: nei paesi con più bassa disuguaglianza il numero di omicidi e quello degli abbandoni

scolastici, la speranza della vita e i parti delle mamme adolescenti sono meno frequenti.

Date queste relazioni un paese a elevata disuguaglianza come l’Italia non può che risultare ad alto

disagio sociale; è però interessante osservare che l’Italia in alcuni casi si colloca al di sopra della

norma e in altri al di sotto, cioè talvolta facciamo meglio e talvolta peggio di quanto

giustificherebbe la nostra disuguaglianza.

Facciamo meglio rispetto alle malattie mentali e ai parti di mamme adolescenti e facciamo peggio

rispetto al consumo di droghe, alla preparazione scolastica degli studenti e soprattutto in termini di

un indice composito di problemi sociali e di salute.

Le relazioni considerate dagli autori possono ritenersi statisticamente significative e da esse

traggono le seguenti conclusioni:

La riduzione della disuguaglianza è associata a un miglioramento nell’uno e nell’altro senso dei

vari indicatori di disagio sociale che è ben maggiore di quello derivante dall’aumento del reddito

pro capite, dunque per migliorare la qualità della vita la strada maestra sarebbe la riduzione delle

disuguaglianze piuttosto che la crescita economica.

11) Perchè, secondo Esping-Andersen, il ruolo che la famiglia svolge (o potrebbe svolgere)

nell'economia è rilevante?

Secondo Esping Andersen il ruolo che la famiglia svolge o potrebbe svolgere nell’economia è

molto importante perché le famiglie restano ancora uno dei principali fattori da cui dipende se e in

che direzione l’occupazione aumenterà.

Le loro scelte di risparmio, consumo e produzione incidono sul destino occupazionale dei loro

stessi membri.

NB: il fulcro di tutto ciò è che la famiglia in ragione delle risorse che ha fa delle scelte che possono

incidere sulla creazione di occupazione oppure no e anche sul tipo di occupazione che può essere

creata.

PER ESEMPIO: se in Italia le famiglie decidessero di non consumare più carne, questa decisione

avrebbe delle ripercussioni molto elevate sul settore alimentare e molti macellai perderebbero il

lavoro; allo stesso modo se le famiglie si convincessero di acquistare molto più diffusamente

prodotti biologici questo avrebbe un impatto forte sull’economia e l’occupazione si svilupperebbe

maggiormente in certi settori rispetto ad altri.

Oltretutto se le famiglie decidono di investire sempre di più sull’istruzione questo porterebbe ad un

innalzamento del livello di istruzione, poniamo il caso che ciò avvenga porterebbe a una crescità

dell’occupazione in quel settore. quindi le scelte delle famiglie sono molto importanti perché

possono cambiare la direzione dello sviluppo in un senso o in un altro e determinare un aumento

dell’occupazione in un settore o in un altro.

Quindi secondo Esping Anderson la famiglia rappresenta l’alfa e l’omega di ogni soluzione dei

principali dilemmi delle società post-industriali.

I dilemmi delle società post- industriali sono due:

1. L’equilibrio a bassi tassi di fecondità.

2. L’equilibrio a basso salario e bassa qualificazione.

L’equilibrio a bassi tassi di fecondità è una condizione in cui l’economia e la società funzionano

con bassi tassi di fecondità (per esempio Italia) questo disegna una situazione in cui l’aumento

dell’occupazione è limitato dall’elevata difficoltà delle donne di conciliare lavoro e famiglia.

I demografi parlano di “seconda transizione demografica riferendosi alla diminuzione delle nascite,

che riduce la dimensione delle famiglie ma anche la loro stabilità.

Molti studi dimostrano che la norma dei due figli continua a raccogliere i maggiori consensi da un

confine all’altro dell’Europa (l’adulto tipo dichiara di aspirare in media a due o tre figli, questo

desiderio tende a diminuire nella misura in cui aumenta l’età dell’intervistato).

Per mettere in atto una politica adeguata occorre accertare cosa si nasconda dietro il deficit dei

figli.

La teoria tradizionale della fecondità pone l’accento su due fattori, da un lato la decisione di avere

figli dipende dal reddito del capo famiglia (in genere un uomo), dall’altro per le donne la maternità

rappresenta un rilevante costo opportunità riguardo ai guadagni che potrebbero realizzare nella

vita, quindi le donne decideranno di avere meno figli.

Il tasso di fecondità più elevato è riscontrato nei paesi in cui l’impiego femminile è più diffuso. La

chiave esplicativa della natalità risiede nel nuovo ruolo delle donne e in particolare nella scelta di

lavorare o meno nella vita. La difficoltà economica pone gravi problemi nell’allevare i figli, cosa

che non succede quando le madri lavorano.

La decisione delle donne di procreare dipende quindi dalla capacità di collocarsi in modo stabile

nel mondo del lavoro e sempre meno dalle possibilità reddituali del compagno.

È un dato assodato che il potere penalizzante di un bambino è tanto maggiore quanto più alta è la

capacità reddituale della madre.

Rinviare la maternità non comporta necessariamente una bassa fecondità a patto che le donne

riescano in seguito a recuperare questo ritardo.

Le condizioni necessarie per il recupero sono ormai ben note, in primo luogo l’interesse si

manifesta per la custodia dei figli e i congedi di maternità.

I servizi di custodia permettono di limitare al massimo i congedi prima e dopo il parto, e

costituiscono uno strumento essenziale per ridurre il costo opportunità della maternità. È ancora

più comprovato che la custodia dei bambini stimola il lavoro delle madri.

L’impatto dei congedi è più ambiguo, se sono troppo brevi le madri rinunciano all’impiego e se

sono troppo lunghi il risultato può essere lo stesso.

Considerato che il costo dei bambini in termini monetari non è affatto trascurabile, un sostegno al

reddito sotto forma di sussidi familiari potrebbe giocare un ruolo importante. Dato che per la

maggior parte delle donne una nascita oggi presuppone innanzitutto un impiego sicuro e stabile,

un elevato grado di disoccupazione e la precarietà diventano quindi un grosso ostacolo alla

maternità.

La fecondità è influenzata negativamente dal lavoro temporaneo e dalla disoccupazione

femminile, all’inverso un impiego nel settore pubblico determina una maggiore fecondità. Gli

impieghi pubblici infatti garantiscono una maggiore sicurezza e flessibilità.

Un altro ruolo importante di sostegno alla famiglia è dato dal coniuge, di recente si è scoperto che

il contributo maschile nei doveri di coppia e nella cura dei figli è notevolmente cresciuto, tanto che

le donne fanno dipendere la scelta di avere figli dalla possibilità di fare affidamento sul compagno

per ridurre il costo opportunità della maternità.

Secondo Esping Andersen quindi l’equilibrio a bassi tassi di fecondità da un lato blocca la crescita

dell’occupazione, dall’altro tiene alte le disuguaglianze e l’esclusione sociale

Equilibrio a basso salario e bassa qualificazione: è un concetto che riguarda il funzionamento della

società insieme al funzionamento economico nel mercato del lavoro; tale dilemma sostiene che un

aumento dell’occupazione soprattutto grazie ai lavori poco qualificati amplia le disuguaglianze di

reddito e la povertà.

Un fenomeno connesso a tutto questo è il fenomeno dei working poor1.

1 Chi appartiene alla categoria dei lavoratori poveri, cioè coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di

esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo, dell’incapacità di risparmio, eccetera. Il fenomeno, causato anche da una progressiva polarizzazione del mercato del lavoro, che non facilita la disponibilità occupazionale per le fasce medie di reddito, è presente negli Stati Uniti, in Italia, ma anche

12) Spiegare il trade-off occupazione-uguaglianza

L’obiettivo principale che si pone il welfare state è quello della piena uguaglianza e occupazione.

Gli studiosi però sostengono che il prezioso obiettivo dell’uguaglianza stia diventando sempre più

incompatibile con l’altrettanto prezioso obiettivo della piena occupazione.

Uguaglianza e occupazione sono legati e rappresentano un trade off.

.Per spiegare questo possiamo servirci di due etichette:

 La prima di queste è globalizzazione e tecnologia

 La seconda terziarizzazione

NB: sia la globalizzazione che la terziarizzazione di fatto escludono gli individui meno qualificati

che rischiano di non trovare lavoro o di percepire paghe più basse.

Tale trade off è diventato più difficile da risolvere proprio nelle società post-industriali cioè quelle

dove c’è il terziario (settore dei servizi) come ambito occupazionale largamente prevalente, dove

c’è molta precarietà e instabilità del lavoro e dove aumentano i lavori scarsamente qualificati e

scarsamente retribuiti.

Nell’ambito del terziario è più difficile conciliare l’aumento dell’occupazione con un innalzamento

dell’uguaglianza perché sostanzialmente è più facile che nelle società terziarizzate si creino delle

polarizzazioni tra le fasce di occupanti nel terziario del settore avanzato (per es: sanità,

biotecnologia) dove sono occupati i lavoratori skilled ossia quelli che hanno un elevata istruzione,

un elevata qualificazione, hanno occupazioni migliori e guadagnano quindi di più; e invece

dall’altra parte quella fascia di occupazione poco qualificata( per es: i netturbini) dove sono

occupati i lavoratori un-skilled che fanno lavori poco qualificati e retribuiti.

Tale trade off tende a evidenziare un enorme disuguaglianza tra la fascia di lavoratori poco

qualificati e poco retribuiti e la fascia di lavoratori molto qualificati e ben retribuiti.

Il trade-off tra uguaglianza e posti di lavoro ha sollecitato diverse risposte strategiche.

Nei sistemi economici che Soskice definisce “non coordinati” ossia i regimi liberali si è proceduto

alla deregolamentazione dei mercati del lavoro dando flessibilità ai salari, le organizzazioni

sindacali hanno però perso forza e il sistema di protezione dei lavoratori si è indebolito perché i

mercati sono stati incoraggiati a “smaltire tutte le scorte” di conseguenza le disuguaglianze sono

cresciute.

Questo modello rischia di finire col trovarsi in un equilibrio a bassa qualificazione, non solo infatti

non esistono nè programmi di formazione pubblici, poiché possono contare su un’ampia offerta di

lavoratori sostituibili e a basso costo e neppure i datori di lavoro hanno incentivi a procedere alla

riqualificazione dei lavoratori.

Mentre per le “economie coordinate” dell’Europa continentale hanno optato per la strategia della

produzione di qualità ad alto salario, anche se questa strategia favorisce i lavoratori qualificati( e

non di rado di sesso maschile) a scapito del gruppo degli outsiders.

È importante far notare che la relazione tra uguaglianza e posti di lavoro ha anche a che vedere

con i modi in cui i diversi regimi di welfare trattano i giovani.

Tale trade off appare più o meno acuto e produce conseguenze diverse a seconda sia del tipo di

regime di welfare, sia dei paesi.

Il principale problema che la maggior parte della società sta oggi affrontando è come

massimizzare o almeno mantenere gli attuali livelli di eguaglianza e cittadinanza sociale, e

contemporaneamente aumentare i posti di lavoro e ridurre l’esclusione dei lavoratori.

altrove e richiede l’applicazione di specifiche politiche di supporto (fissazione di un salario minimo, programmi di training e formazione obbligatori, ecc.)

Per superare questo trade off è necessario adottare una “strategia vincente per tutti”, che consiste

nell’affrontare le nuove strutture dei rischi sociali in modo che nessun gruppo sociale sia destinato

a risultare perdente (giovani e famiglie giovani). Dare un nuovo equilibrio in termini di benessere

sociale al rapporto tra stato mercato e famiglie (equilibrio Rawlsiano).2

NB se vuoi ampliare la domanda puoi parlare anche dell’importanza del ruolo della famiglia

nell’economia (domanda n°12).

13) Descrivere la tipologia dei rischi sociali definita da Esping-Andersen, indicando quali attori del

welfare possono offrire una migliore protezione rispetto ai diversi tipi di rischi.

La protezione della popolazione dai rischi sociali è il principale obiettivo delle politiche del welfare

state, i rischi sociali variano a seconda della classe sociale, del genere, dell’età, ma anche a

seconda dei contesti. Alcuni rischi sono e saranno sempre presenti, altri vanno e vengono nel

corso della storia.

La povertà, la violenza, la malattia sono rischi che sono sempre esistiti e che le società moderne

continuano ad affrontare.

Mentre la disoccupazione, la precarietà, l’obesità, l’inquinamento non sono rischi che esistono da

sempre, ma oggi hanno una forte rilevanza.

 Alcuni rischi come per esempio la mancanza di autosufficienza nella vecchiaia, possono

essere definiti DEMOCRATICI (non risparmiano nessuno).

 Altri come la disoccupazione e la povertà, colpiscono solamente alcuni strati sociali e per

questo vengono chiamati RISCHI DI CLASSE.

 Altri ancora riguardano certe fasi particolari del ciclo di vita come per esempio la perdita di

reddito nella vecchiaia e per questo vengono chiamati RISCHI DEL CICLO DI VITA.

Le ragioni per cui un rischio individuale diventa rischio sociale sono 3:

1. Nel caso in cui il destino di un individuo ha conseguenze collettive, quando in pericolo è il

benessere della stessa società. (es. disoccupazione)

2. Alcuni rischi vengono considerati sociali semplicemente perché la società li riconosce come

meritevoli della pubblica attenzione. (es. cecità)

3. In conseguenza alla crescente complessità della vita sociale, aumenta il numero dei rischi

sulle cui cause gli individui non sono in grado di esercitare un controllo.(es vecchiaia).

A spingere alla collettivizzazione dei rischi è innanzitutto la dipendenza dal reddito di mercato. La

sopravvivenza degli individui appare infatti alla mercè di condizioni su cui essi non esercitano

alcun controllo; i mercati non sono in grado di garantire reddito e neppure un lavoro, quindi la

disoccupazione di massa è di per sé un fenomeno che riguarda esclusivamente le società basate

sul lavoro salariato.

Il fallimento della famiglia e del mercato.

Quanto più tali rischi sono diffusi tanto più è alta la probabilità che famiglia e mercato falliscano e

che si scoprano quindi incapaci di assorbire adeguatamente tali rischi.

2 Un miglioramento è definito Rawlsiano se il cambiamento assicura il massimo vantaggio a chi sta peggio.

In breve, il trade-off uguaglianza-occupazione consiste nel fatto che non è possibile

raggiungere sia l'obiettivo di piena occupazione che quello di alta eguaglianza

perché:

- se si vuole raggiungere la piena occupazione bisognerà fare i conti con buona parte

della popolazione che svolgerà lavori poco retribuiti e poco qualificati (tipo netturbini,

fast food o call center).

- se si vuole raggiungere l'eguaglianza, (attraverso lavori ben retribuiti e qualificati),

bisognerà fare i conti con buona parte della popolazione disoccupata.

La famiglia pre-industriale internalizzava la maggior parte dei rischi sociali mettendo in comune le

risorse di diverse generazioni.

Il punto di partenza della storia funzionalista dello stato sociale è la tesi secondo cui

l’industrialismo avrebbe messo tale strategia fuori uso è questa causa ha portato alla nascita del

welfare state.

I mercati hanno svolto un ruolo importante tuttavia si può affermare la loro azione è alquanto

insufficiente.

Le ragioni teoriche fondamentali alla base dell’insufficienza dei mercati sono 3:

1. La concorrenza imperfetta: è causa di distorsione dei prezzi (per es. se l’offerta è

controllata e i prezzi fissi, gli utenti dei servizi sociali e sanitari sono obbligati ad accettare i prezzi;

la concorrenza perfetta giustifica l’intervento pubblico sulla fissazione dei prezzi, non la creazione

di uno stato sociale.

2. Il fallimento dei mercati: un esempio spesso citato è quello delle esternalità negative

prodotte da chi inquina, che corrispondono a costi che l’inquinamento impone su altri innocenti.

Ma il mercato fallisce anche in conseguenza della diseguale distribuzione dei rischi sociali, alcuni

di questi rischi sono buoni, altri invece praticamente non assicurabili.(es le compagnie assicurative

stipulano assicurazioni con individui definiti a basso rischio cittadini giovani e i buona salute e a

tariffe accessibili, cosa che non accade per esempio con individui magari più anziani, disabili

ecc.).

3. L’asimmetria informativa: La larga maggioranza delle persone non dispone degli strumenti

(materiali e immateriali) per acquisire le informazioni necessarie a garantirsi un’adeguata

protezione dai rischi sociali. Il margine di errore nei calcoli sulla propria esposizione ad un rischio

elevato. Il problema dell’asimmetria informativa è risolvibile solo attraverso uno stato sociale

inclusivo e universalistico.

Distribuzione dei rischi e modelli di solidarietà.

La protezione dei rischi sociali è il primo obiettivo dei regimi di welfare.

Possiamo classificare i rischi in base a tre distinte dimensioni:

 Rischi di classe.

 Rischi del ciclo di vita.

 Rischi intergenerazionali.

I loro effetti possono essere internalizzati dalla famiglia, gestiti dal mercato o assorbiti dallo stato

sociale.

 Rischi di classe: il concetto di classe di rischio per seguire Baldwin dice che la probabilità di

essere minacciati da un rischio sociale è distribuita tra gli strati sociali in modo diseguale (es i

minatori hanno più probabilità di essere soggetti agli infortuni sul lavoro rispetto a un professore

universitario). È straordinariamente difficile che gli strati ad alto rischio riescano a trovare sul

mercato un’assicurazione a portata delle loro tasche e considerato che il profili dei rischi dei suoi

membri tende ad essere simile, neppure la famiglia è in grado di dare probabilmente una risposta

adeguata, perciò nell’affrontare le disuguaglianze di rischio gli stati sociali praticano una politica

della classe sociale, una politica della STRATIFICAZIONE SOCIALE.

Possiamo distinguere 3 diversi modelli di solidarietà:

 L’approccio residuale: esso limita l’aiuto pubblico a precisi strati ad alto rischio (es madri

sole, disabili ecc.) . gli approcci residuali alla collettivizzazione dei rischi dividono la società in noi

e loro: da un lato la maggioranza dei cittadini in grado di contare sulle proprie forze e di acquistare

un’adeguata assicurazione sul mercato, dall’altro il gruppo minoritario e dipendente dei beneficiari

dello stato sociale. I programmi residuali in genere sono condizionati alla verifica della condizione

di bisogno (NB prova dei mezzi, controllo del reddito o consumi).

 L’approccio corporativo: collettivizza i rischi in base alla posizione socio-economica degli

individui. Il tipo di differenziazione adottato più spesso è quello occupazionale per profili di rischio.

 Obiettivo universalistico: è proteggere tutti sotto un unico ombrello a prescindere dalla

gravità dei rischi individuali, la solidarietà che esso istituisce è una solidarietà tra la gente (es

sistemi sanitari nazionali).

 Rischi del ciclo di vita: i rischi sociali si distribuiscono in modo diseguale anche durante il

ciclo di vita. È la principale scoperta su cui si basa l’idea di povertà come problema specifico di

particolari momenti del ciclo di vita degli operai, proposta da Rowntree, la scoperta che a rischio di

povertà sono soprattutto i bambini nelle famiglie numerose e gli anziani a causa della riduzione dei

loro redditi Ciò che spiega il variare del rischio di povertà nelle diverse fasi della

vita e la non corrispondenza tra i bisogni specifici di una certa età e i redditi da lavoro percepiti. In

passato era la famiglia il principale ambito all’interno del quale il peso legato al ciclo di vita veniva

redistribuito. Il rapporto tra genitori e figli era

regolato da un patto intergenerazionale che attribuiva ai secondi il compito di prendersi cura dei

primi nella vecchiaia in cambio della ricchezza ricevuta.

Anche i mercati si occupano della protezione da questo tipo di rischi(es tramite le assicurazioni

sulla vita). Poiché i redditi guadagnati

nell’età centrale sono in genere alti e consentono di risparmiare la maggioranza degli individui può

acquistare dal mercato la sicurezza nella vecchiaia.

NB Gli stati sociali tradizionali hanno concentrato la loro azione di copertura da questo tipo di

rischi soprattutto sulle due estremità “non attive” (sull’infanzia tramite gli assegni familiari e sulla

vecchiaia tramite le pensioni). Un altro modello è la delega alla famiglia

(lavoro di cura) e al mercato (retribuzioni) per la protezione dai rischi nelle altre fasi.

Oggi in conseguenza delle nuove caratteristiche della società post industriale, e in particolare

della maggiore instabilità delle famiglie, della crescente disoccupazione ecc. sono soprattutto i

giovani e gli adulti in età da lavoro ad essere minacciati dai rischi del ciclo di vita.

 Rischi intergenerazionali: Spesso si fa coincidere la modernità con il passaggio

dall’ascrizione al criterio di merito, in realtà come dimostra la discriminzazione etnica e raziale le

pratiche ascrittive sono alquanto tenaci. Le chances di vita di alcuni

gruppi restano inferiori rispetto a quelle di altri. Tali disuguaglianze in genere sono classificate

come rischi di classe, ma se sono anche ereditate sono rischi intergenerazionali.

Gli svantaggi ereditati corrispondono a diseguaglianze del capitale sociale. Poiché tali

diseguaglianze si producono all’interno delle famiglie e sono rafforzate dal mercato è improbabile

che i rischi intergenerazionali si riducano se lo stato sociale non si impegna attivamente nella

redistribuzione delle chances (opportunità) aperte alle persone.

NB La risposta ai rischi intergenerazionali è legata all’eguaglianza delle opportunità.

Vi sono 2 approcci molto importanti:

 Quello minimalista: persegue l’equità, il suo punto di partenza è il riconoscimento del fatto

che la società discrimina sistematicamente certi gruppi sociali, negando loro alcune opportunità

concesse ad altri.

 Quello radicale: discriminazione positiva destinata a particolari gruppi socialmente

svantaggiati.

Il problema non è combattere qualche ingiustizia ma contrastare la sistematica riproduzione delle

disuguaglianze

14) Perchè, secondo Robert Castel, pur vivendo in società caratterizzate da forti protezioni sociali,

è tanto diffusa la percezione di insicurezza (RIASSUNTO DEL LIBRO DI CASTEL):

l’insicurezza sociale corrisponde all’esposizione al rischio di un evento che riduce o annulla

l’indipendenza per esempio la perdita del lavoro.

Storicamente, le prime forme di sicurezza erano garantite dalle protezioni ravvicinate (legami

garantiti dalla famiglia, dal gruppo di prossimità, dall'appartenenza alla comunità). Nelle città

medievali nascono sistemi di protezioni tra appartenenti a gruppi

di mestiere (gilde, corporazioni) che garantiscono sicurezza a prezzo di una certa dipendenza (e

interdipendenza);

l'insicurezza è percepita come minaccia esterna al gruppo.

 Con la modernità, l'individuo viene riconosciuto per se stesso e non in quanto appartenente

a un collettivo determinato (per Hobbes: una società di individui abbandonati a se stessi), nella

possibilità di realizzare una società di insicurezza totale, il bisogno di essere protetti è visto da

Hobbes nell'esistenza di uno Stato assoluto: se estremo, il potere è buono poiché utile alla

protezione, ed è nella protezione che risiede la sicurezza.

 Locke, in una visione liberale, propone che lo stato intervenga limitandosi a tutelare la

proprietà, la libertà e la persona: è la proprietà ciò che protegge, ovvero l'insieme di risorse che

permette ad un individuo di non dipendere da un padrone o dalla carità.

La stessa Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino colloca la proprietà fra i diritti

"inalienabili e sacri”.

Il senso di insicurezza - sociale e civile - ha sempre percorso la storia della gran parte delle classi

popolari: ovvero gli individui non proprietari.

Chi aveva solo il proprio lavoro per sopravvivere era esposto al rischio continuo di

trovarsi senza lavoro e quindi senza risorse, per infortunio, per l'età, per disoccupazione ecc.

Il lavoro, da relazione puramente commerciale, diviene impiego: condizione dotata di uno statuto

che include garanzie (protezioni, coperture previdenziali); il lavoratore dalla condizione precaria

passa alla condizione salariale, disponendo di risorse e garanzie per il futuro.

La società salariale si realizza in Europa occidentale dopo la II guerra mondiale.

Il ruolo sociale dello stato è centrale nella realizzazione di questi dispositivi, si

parla di Stato come riduttore di rischi, grazie anche allo sviluppo dei servizi pubblici

sottratti al gioco del mercato.

Col passare del tempo le cose però cambiano si assiste alla crisi di questi sistemi di protezione.

l’individuo che fino ad allora era considerato un individuo sociale inserito in un gruppo

professionale diventa sempre più un individuo “solo” questo fatto è conseguenza della crisi che

hanno attraversato i sistemi di protezione della collettività (es sindacati ecc.).

I rapporti di lavoro cambiano e si assiste a una frammentazione delle forme contrattuali (lavoro

part-time, contratti atipici ecc.) si ha un’alternanza tra periodi di occupazione e grandi periodi di

disoccupazione.

Si ritorna quindi a una situazione di insicurezza in cui gli individui devono contare principalmente

sulle loro capacità senza avere la sicurezza di una forte protezione esterna.

Oltretutto la modernità porta alla nascita di una nuova generazione di rischi o di minacce percepite

come tali: minacce industriali, tecnologiche, sanitarie, ecologiche, come conseguenze dello

sviluppo incontrollato di scienza e tecnologia volte al dominio dell'ambiente.

Questo contribuisce profondamente ad alimentare il senso di insicurezza e di impotenza,

gettando le basi per una condizione di frustrazione perenne e diffusa.

15) Quali motivazioni spingono le donne a rivolgersi ai servizi esterni alla famiglia?

Le motivazioni che spingono le donne a rivolgersi ai servizi esterni alle famiglie sono legate al

nuovo ruolo che essa ricopre all’interno della società; la rivoluzione femminile è un fenomeno

dalle ramificazioni profonde , mentre fino a prima della guerra una donna era tipicamente delegata

alle faccende domestiche, sua figlia ha avuto la possibilità di scegliere una vita con un lavoro e

una reale autonomia economica; questa rottura generazionale è stata possibile soprattutto grazie

a un buon livello di istruzione e a un salario dignitoso.

L’evoluzione dei percorsi biografici femminili ha sortito però un effetto domino sulla società,

innanzitutto vi è stato il declino della famiglia tradizionale, quella in cui il marito è a lavoro e la

donna, svolge l’attività di casalinga e si occupa della cura dei figli.

Il rinnovato ruolo delle donne si accompagna anche all’aumento di matrimoni nell’ambito della

stessa categoria sociale (omogamia), alla posticipazione della prima gravidanza e ciò quindi porta

a bassi livelli di natalità, all’accresciuta instabilità coniugale, all’infittirsi delle famiglie “atipiche

molte delle quali economicamente vulnerabili.

Il nuovo ruolo delle donne rappresenta il raggiungimento di un grande traguardo, ma determina

anche l’insorgere di importanti problemi sociali.

La diminuzione di coppie assortite porta ad aggravare sul piano sociale le differenze tra quelle

povere e quelle ricche.

Ritardare il momento del matrimonio e delle nascite pone nuove priorità come il maggior impegno

negli studi, ma comporta anche dei vincoli, infatti le donne per esempio esitano a mettere al

mondo dei figli prima di aver raggiunto una tranquillità professionale.

Le unioni sono molto meno stabili, nei paesi scandinavi come in America del Nord circa un

ragazzo su due vedrà sfaldarsi durante la crescita la sua famiglia biologica.

Dal punto di vista macroeconomico la scomparsa della donna tradizionale fa si che le famiglie

cerchino all’esterno i servizi di cui hanno bisogno(dal pranzo, alle faccende domestiche, alla

custodia di bambini e anziani).

La creazione di nuovi posti di lavoro è considerevole, in particolare nei settori dell’assistenza

sociale e dei servizi diretti alla persona, il contributo delle donne all’economia è palese oggi nei

paesi scandinavi le donne contribuiscono in media nel 42-43% dei casi al reddito complessivo nel

nucleo familiare.

La rivoluzione femminile impone quindi due bisogni fondamentali:

 la custodia dei bambini;

 la cura degli anziani;

I servizi privati di sostegno sono inaccessibili alle famiglie meno abbienti e se la famiglia si

inceppa ci si rivolge al mercato o ai poteri pubblici.

Lo scacco avviene quando le donne lasciano il loro ruolo tradizionale.

L’assistenza agli anziani non autosufficienti ne è un esempio: la sistemazione in istituti privati

specializzati è costosa ma allo stesso tempo si va esaurendo la supplenza delle donne di una

certa età, in grado di occuparsi quando non lavorano dei propri genitori

All’inizio lo stato assistenziale moderno si fondava sul familismo: le politiche sociali del dopoguerra

partivano dal principio che l’uomo era il sostegno della famiglia e la moglie aveva il ruolo di

casalinga.

A partire dagli anni 60 le cose cambiano l’impiego delle donne aumenta e lo stato sociale si trova

davanti a un nuovo problema e a una nuova sfida.

la sfida consiste nel mettere in campo politiche per il sostegno delle famiglie.

La ricerca dei servizi esterni alla famiglia è destinata quindi ad aumentare sempre di più. Se non

può essere soddisfatta dal mercato, come abbiamo detto in precedenza ciò è dovuto

essenzialmente al costo eccessivo di tali servizi per la maggior parte delle famiglie.

Se la maternità è ostacolata dalla mancanza di servizi di custodia abbordabili dovrà essere

attrezzato un servizio pubblico a favore dell’infanzia che consenta di costruire una famiglia

rispondente ai desideri della coppia.

16) Perché il concetto di disuguaglianza appare così legato al welfare?.

L’essenza di una buona società è caratterizzata dal fatto che ogni suo membro senza distinzione

di sesso, razza e origine etnica dovrebbe avere la possibilità di una vita soddisfacente, non

bisogna però dimenticare che gli esseri umani differiscono gli uni dagli altri in diverse maniere; sia

per caratteristiche fisiche diverse, sia perché gli individui vengono al mondo con caratteristiche

esogene e personali diverse e vivono in contesti socio- culturali diversi tra loro.

Tutte queste differenze di ambiente naturale e sociale, sono importanti per giudicare la

diseguaglianza.

Quindi anche se la potente retorica “tutti gli uomini nascono uguali” è considerata parte integrante

dell’egualitarismo, la mancata considerazione delle diversità personali può generare, effetti anti-

egualitari.

LA DOMANDA CRUCIALE È UGUAGLIANZA DI CHE COSA?

Una buona società non aspira all’uguaglianza dei redditi, infatti questo obiettivo non è ne

realizzabile, ne socialmente auspicabile.

A livello preliminare è necessario individuare lo “Spazio Valutativo”, cioè la pluralità delle variabili

su cui è possibile focalizzare l’attenzione per interpretare la diseguaglianza; se le persone fossero

identiche l’eguaglianza in uno spazio genererebbe automaticamente l’eguaglianza in tutti gli altri,

ma la diversità umana rende possibile la coesistenza della diseguaglianza in uno spazio con

l’eguaglianza in un altro.

L’importanza dell’eguaglianza è spesso posta in contrasto con quella della libertà, in effetti La

libertà è uno dei possibili campi di applicazione dell’eguaglianza, e l’eguaglianza è una delle

possibili configurazioni della distribuzione della libertà.

Vi sono però sia delle uguaglianze possibili o desiderabili come ad esempio un livello minimo di

istruzione per tutti, sia delle differenze accettabili o necessarie per esempio un’assistenza

sanitaria diversa per persone di sesso diverso e con specifiche patologie.

Nell’economia moderna la distribuzione del reddito deriva dalla distribuzione del potere. E questa

a sua volta è causa ed effetto del modo in cui la ricchezza viene divisa. Il potere serve ad

acquisire reddito; il reddito assicura potere sui compensi degli altri, la buona società prende atto di

questo circolo vizioso e cerca di porvi rimedio. La sua risposta al problema è dare potere e

protezione a chi dal potere è escluso.

La buona società nell’economia di mercato è fondata sulla riduzione delle disuguaglianze

attraverso:

1. L’istruzione: è funzionale all’economia, l’istruzione garantisce la mobilità sociale, quindi

occorre dare una buona istruzione a coloro che vivono nelle condizioni peggiori, oltretutto

l’istruzione rende la vita piena e degna di essere vissuta.

2. la centralità del lavoro: per una migliore distribuzione del reddito è necessario che vi sia la

possibilità di un impiego per tutti coloro che aspirano ad averlo.

3. L’intervento dello stato: la buona società va intesa come un progetto collettivo della società

solo lo stato può fissare e far rispettare le regole necessarie a perseguire l’interesse collettivo e

attivare meccanismi di riduzione delle disuguaglianze.

17) A cosa si riferisce Esping Andersen quando parla di rivoluzione incompiuta?

Quando parla di rivoluzione incompiuta Esping Andersen si riferisce alla rivoluzione femminile.

La rivoluzione femminile è un fenomeno dalle ramificazioni profonde, mentre fino a prima della

guerra una donna era tipicamente delegata alle faccende domestiche, sua figlia ha avuto la

possibilità di scegliere una vita con un lavoro e una reale autonomia economica; questa rottura

generazionale è stata possibile soprattutto grazie a un buon livello di istruzione e a un salario

dignitoso.

L’evoluzione dei percorsi biografici femminili ha sortito però un effetto domino sulla società,

innanzitutto vi è stato il declino della famiglia tradizionale, quella in cui il marito è a lavoro e la

donna, svolge l’attività di casalinga e si occupa della cura dei figli.

Il rinnovato ruolo delle donne si accompagna anche all’aumento di matrimoni nell’ambito della

stessa categoria sociale (omogamia), alla posticipazione della prima gravidanza e ciò quindi porta

a bassi livelli di natalità, all’accresciuta instabilità coniugale, all’infittirsi delle famiglie “atipiche

molte delle quali economicamente vulnerabili.

Il nuovo ruolo delle donne rappresenta il raggiungimento di un grande traguardo, ma determina

anche l’insorgere di importanti problemi sociali.

La diminuzione di coppie assortite porta ad aggravare sul piano sociale le differenze tra quelle

povere e quelle ricche.

Ritardare il momento del matrimonio e delle nascite pone nuove priorità come il maggior impegno

negli studi, ma comporta anche dei vincoli, infatti le donne per esempio esitano a mettere al

mondo dei figli prima di aver raggiunto una tranquillità professionale.

Le unioni sono molto meno stabili, nei paesi scandinavi come in America del Nord circa un

ragazzo su due vedrà sfaldarsi durante la crescita la sua famiglia biologica.

Dal punto di vista macroeconomico la scomparsa della donna tradizionale fa si che le famiglie

cerchino all’esterno i servizi di cui hanno bisogno(dal pranzo, alle faccende domestiche, alla

custodia di bambini e anziani. La creazione di posti di lavoro è considerevole, in particolare nei

settori dell’assistenza sociale e dei servizi diretti alla persona.

Nonostante questo la rivoluzione femminile risulta essere INCOMPIUTA, Catherine Hakim ha

individuato 3 categorie femminili:

1. La prima è quella della donna tradizionale, casalinga, che lavora talvolta per necessità ma

pone tra i suoi obiettivi principali la maternità e la famiglia.

2. La seconda è la donna che considera prioritaria la carriera e che intende avere figli

solamente se compatibili con quella prospettiva.

3. La terza categoria include le donne che cercano di conciliare la vita familiare con l’impegno

lavorativo.

La rivoluzione femminile è incompiuta anche perché riflette una stratificazione sociale.

All’avanguardia si trovano le donne professionalmente qualificate che provengono dalla classe

media, mentre quelle poco qualificate sono meno attaccate a un lavoro retribuito e hanno molte

più probabilità di rientrare nella categoria della donna casalinga.

18)Definisci cosa si intende per povertà assoluta e relativa e quali sono gli indici utilizzati?

Una famiglia viene definita povera in termini relativi se la sua spesa per consumi è pari o inferiore

alla linea di povertà relativa, che viene calcolata sui dati dell'indagine sui consumi delle famiglie.

Per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile per persona e, nel 2012, è

risultata pari a 990,88 euro mensili.

L'incidenza della povertà relativa si calcola come il rapporto tra le famiglie (e numero di persone

nelle famiglie) con consumo familiare equivalente inferiore alla linea di povertà sul totale di

famiglie residenti (e persone).

Viene utilizzata una scala di equivalenza per confrontare famiglie di diversa ampiezza.

Ampiezza della famiglia Scala di equivalenza

(coefficienti)

Linea di povertà.

1 0,60 594,53

2 1,00 990,88

3 1,33 1.317,87

4 1,63 1.615,13

5 1,90 1.882,67

6 2,16 2.140.30

7 o più 2,40 2.378,11

Se i consumi delle famiglie o degli individui sono pari o al di sotto della soglia di povertà, essi sono

considerati POVERI ASSOLUTI.

La soglia di povertà assoluta corrisponde, invece, alla spesa mensile minima necessaria

per acquisire il paniere di beni e servizi considerati essenziali, nel contesto italiano e per una

determinata famiglia, a conseguire uno standard di vita "minimamente accettabile". Le famiglie

con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia (che si differenzia per dimensione e

composizione per età della famiglia, per ripartizione geografica e ampiezza demografica del

comune di residenza) vengono classificate come assolutamente povere.

La povertà è fortemente associata al territorio, alla struttura familiare (in particolare alla

numerosità dei componenti e alla loro età), a livelli di istruzione e profili professionali poco elevati,

all’esclusione dal mercato del lavoro.

In Italia nel 2012: il 12,7% delle famiglie è relativamente povera (in totale 3.232.000 famiglie), le

persone in povertà relativa sono 9.563.000, corrispondenti al 15,8% della popolazione.

La povertà assoluta coinvolge il 6,8% delle famiglie per un totale di 4,8 milioni di individui.

La condizione di povertà si manifesta in modo differenziato sul territorio nazionale e si concentra

sui minori, da ciò possiamo stabilire che colpisce maggiormente le famiglie con figli e in particolare

quelle che non dispongono di più di un reddito in entrata, a questo si unisce anche il fenomeno dei

working poor che spesso interessa i giovani anche con un titolo di studio elevato.

L’indice di intensità della povertà: è un altro indice utilizzato per rappresentare la gravità della

povertà e consiste nel determinare di quanto dovrebbe crescere il reddito o il consumo

complessivo dei poveri per permettere a tutti loro di raggiungere la soglia della povertà.

Ricondurre però la povertà semplicemente al reddito o al consumo è considerato sempre più

insoddisfacente;

le ragioni sono tante:

1. La prima è che il semplice dato economico aiuta poco a comprendere quali privazioni

caratterizzano effettivamente lo stato di povertà materiale, esso nella sua semplicità non dice nulla

sulle rinunce a cui sono costretti i poveri.

Ad alleviare questa deficienza intervengono le informazioni sulla deprivazione materiale.

 L’indicatore sintetico di deprivazione rappresenta una misura importante nell’ambito

dell’analisi dell’esclusione sociale. A partire da una pluralità di indicatori semplici, riferiti a diverse

dimensioni del disagio economico, l’indicatore sintetico fornisce un’utile indicazione sulla

diffusione di alcune difficoltà del vivere quotidiano e rappresenta un complemento all’analisi

condotta in termini di povertà monetaria.

L’indicatore sintetico di deprivazione rappresenta la quota di famiglie che dichiarano almeno tre

delle nove deprivazioni riportate di seguito:

- Non riuscire a sostenere spese impreviste;

- Avere arretrati nei pagamenti (mutuo, affitto, bollette, debiti diversi dal mutuo);

- Non potersi permettere una settimana di ferie in un anno lontano da casa

- Un pasto adeguato (proteico) almeno ogni due giorni;

- Il riscaldamento adeguato dell’abitazione;

- l’acquisto di una lavatrice;

- L’acquisto di un televisore a colori;

- L’acquisto di un telefono;

- L’acquisto di un’automobile.

Recentemente, tra gli indicatori di Europa 2020 è stato proposto un nuovo indicatore (Severe

Material Deprivation) che rappresenta la quota di famiglie con almeno quattro

deprivazioni sulle nove di riferimento. Come altre dimensioni del disagio la deprivazione mostra

una forte associazione con il territorio, la struttura familiare ecc.

19) Spiega le tre funzioni di welfare e come esse sono usate nei tre regimi di welfare.

Le tre funzioni del Welfare state sono:

 La demercificazione: indica il grado in cui il sistema di welfare riesce ad attenuare la

dipendenza dal mercato, consentendo agli individui di disporre di risorse e opportunità anche

quando non possono avere un reddito da lavoro( in quanto bambini, casalinghe, anziani, malati,

disoccupati ecc).

 La defamilizzazione: indica il grado in cui il sistema di welfare riesce ad attenuare la

dipendenza dalla famiglia, consentendo agli individui di disporre di risorse e opportunità anche a

prescindere dalla solidarietà e dagli obblighi familiari e parentali e dalle condizioni socio-

economiche delle famiglie.

 La destrastificazione: indica il grado in cui il sistema di welfare riesce ad attenuare le

disuguaglianze che derivano dal sistema di stratificazione prodotto dal mercato cioè le

disuguaglianze basate sullo status occupazionale e sulla classe sociale.

Per quanto riguarda il regime di welfare liberale:

 la demercificazione è bassa: vi è una forte dipendenza degli individui dal mercato (redditi,

retribuzioni, rendite).

 La destratificazione è bassa: il sistema di Welfare coltiva un dualismo tra il welfare dei

poveri (pubblico) e il welfare dei ricchi( privato).

 La defamilizzazione è media: dipendenza dal sostegno e dall’aiuto familiare per le fasce

sociali deboli.

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