Saggio breve sulla catastrofe di Fukushima, Esami di Italiano. Università di Trieste
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macidebe25 novembre 2011

Saggio breve sulla catastrofe di Fukushima, Esami di Italiano. Università di Trieste

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Fukushima

Alle ore 14:46 ora locale dell’11 Marzo 2011, nella zona a nord del Giappone si è verificato un terremoto di magnitudo 8,9 della scala Richter, con localizzazione dell’epicentro a circa 130 km a est dell’isola di Honshu, nell’oceano Pacifico. Tale evento sismico era stato preceduto da scosse di magnitudo inferiore che, vista la particolare sismicità del Giappone, evidentemente non avevano fatto presagire un fenomeno di tale portata.

Al seguito dell’evento principale si è avuto un secondo sisma di intensità inferiore, pari ad una magnitudo 6.5 della scala Richter. E’ importante precisare che la scala Richter è logaritmica, pertanto il fattore di scala tra un punto ed il successivo non è lineare ma cresce in proporzione al logaritmo, e nel caso della scala Richter (usata principalmente in ambito divulgativo, mentre in ambito scientifico si utilizza spesso la “scala di magnitudo del momento”) tale fattore di scala è 31, pertanto passando da 4 a 5 si moltiplica per 31, da 5 a 6 di altri 31, (complessivamente 31*31=961). Sulla base di questo dato è possibile fare un paragone con il sisma che ha devastato l’Aquila, di livello 5.9 della scala Richter, pertanto circa 30000 volte meno “intenso”. GLI IMPIANTI NUCLEARI GIAPPONESI – LA SITUAZIONE PRIMA E DOPO

Il Giappone conta 54 reattori nucleari suddivisi in diversi impianti dislocati principalmente lungo la costa, per il motivo principale che, trattandosi di impianti a vapore nel loro sistema di conversione di energia termica in elettrica, necessitano di acqua per condensare il vapore (una spiegazione esaustiva degli impianti a vapore si trova nel link indicato) senza alcun miscelamento tra il fluido refrigerante ed il fluido da condensare (fortemente desalinizzato e purificato alla fonte per non danneggiare la turbina). In corrispondenza dell’evento sismico sono scattate le procedure di sicurezza previste per tutti gli impianti in qualche modo coinvolti dall’evento, procedure che hanno portato allo spegnimento dei seguenti reattori: • centrale di Onagawa: reattori n. 1, 2, 3

centrale di Fukushima 1: reattori n. 1, 2, 3centrale di Fukushima 2: reattori n. 1, 2, 3, 4centrale di Tokai, reattore n. 1 (la centrale ha un unico reattore)

Tutti gli altri reattori distribuiti per il Giappone hanno continuato ad operare senza problemi, pertanto 43 reattori sono rimasti attivi e lo sono tutt’ora in quanto non coinvolti negli effetti del sisma. Di tutti i reattori interessati dalle procedure di sicurezza, nell’impianto di Fukushima 2, in particolare il reattore 1 ha avuto dei problemi legati all’innalzamento delle temperature del core dell’impianto, che ricordo essere costituito da uno scudo in acciaio racchiuso all’interno di una struttura in cemento armato opportunamente progettata per resistere ad eventi catastrofici, sia terroristici che sismici. Il reattore oggetto dell’attenzione è di tipo BWR (Boiling Water Reactor), il cui fluido operativo transita anche nel core e risulta dunque lievemente radioattivo. In altre parole il fluido è utilizzato sia per l’espansione in turbina che per la moderazione (acqua leggera), al contrario di quanto avviene in altre tipologie di reattori come l’EPR (European Pressurized Reactor), nel quale il fluido evolvente in turbina non è radioattivo.

FUKUSHIMA 2 – COSA E’ SUCCESSO

Durante la prevista operazione di refrigeramento e depressurizzazione del nocciolo del reattore si è

avuto il blocco improvviso delle unità diesel di emergenza impiegate a tale scopo, pertanto il tempo necessario per intervenire a risolvere tale malfunzionamento ha comportato un incremento della pressione nel reattore. Le azioni successive volte a contrastare tale incremento di pressione sono state quelle previste per i reattori BWR, ovvero è stata immessa acqua devaporizzata da una piscina di condensazione posta sotto il reattore. Tale acqua, scaldandosi progressivamente a 100 gradi non si condensava più e la pressione del vapore aumentava conseguentemente, pertanto i tecnici hanno deciso di sfogare parte del vapore verso il contenitore esterno, e la formazione di idrogeno ed ossigeno liberi hanno portato all’esplosione (non di tipo nucleare) che, a quanto pare, non ha distrutto il contenitore esterno, seppur danneggiandolo. Oltre all’idrogeno ed all’ossigeno sono fuoriuscite modeste quantità di iodio 131 e cesio 137, il che allontana il rischio di meltdown, ovvero di fusione del nocciolo. La pericolosità di questo incidente è stata, nella scala Ines comunemente utilizzata per queste classificazioni, di livello 4 (impatto locale) su un livello massimo di 7 (incidente di Chernobyl, impianto privo di contenimento).

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