Esame sul testo Scienza Politica - Cotta-Della Porta, Esami di Scienza Politica. Università di Napoli Federico II
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vergara.anna12 ottobre 2013

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Esame sul testo Scienza Politica - Cotta-Della Porta, Esami di Scienza Politica. Università di Napoli Federico II

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Appunti dettagliati di Scienze Politiche. Esame sul manaule Cotta-Della Porta (manca capitolo 17)
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CAPITOLO 1 

La politica

1. Che cosa è la politica?  Le   risposte   alla   domanda:  Che   cosa   è   la   politica?,   ci   hanno   lasciato   numerose  definizioni Nella prospettiva della scienza politica (il campo che a noi ora interessa),  occorre cercare una definizione empirica di cosa sia la politica. Ossia una definizione  capace   di   cogliere   la   realtà   concreta,   che   indichi   le   caratteristiche   essenziali   e  ricorrenti della politica, Per scoprire cosa sia la politica in una prospettiva empirica, è  utile porsi delle domande: CHI, COME, DOVE, PERCHE’. 

2. Chi? 

Innanzitutto   possiamo   dire   che   la   politica   si   manifesta   nel   modo   più   evidente  attraverso gli attori della politica ed i loro comportamenti. Quindi la politica è ciò che   fanno i politici; diciamo pure che la politica è fatta in buona misura da un ceto ben  individuato, quello dei professionisti della politica a tempo pieno, eletti e uomini di  partito,  che vivono “di”  e “per”  la  politica,  e  “vengono dalla  politica.”  Ma  la stessa  politica contemporanea, vede anche  altri attori della politica, ovvero figure che non  sono politici e basta in quanto si collocano tra politica ed economia, o società o cultura.  Infatti, la politica ha continui scambi con le altre sfere dell’esperienza umana, quali  l’economia, la società, la religione, e la burocrazia. Questo però non vuole dire che non  vi  siano differenze tra la politica e le altre esperienze. Anzi  il   fatto che attori  non  politici,  non riescano tutti  ad ottenere un ruolo primario nella politica, è   indice di  questa diversità. La famiglia è stata l’attore principale della politica. Al giorno d’oggi  ci sono i “”casi di parentela”  come certe Dinastie Democratiche (ex. I Kennedy) con un  ruolo politico non trascurabile.

3. Come? 

  La   politica   si   distingue   da   altre   realtà   (militari,   economiche,   amministrative,  accademiche, ecc.) per il modo ed i criteri dell’agire dei suoi attori. Abbiamo 2 modi  d’intendere   la   politica:  il   primo  pacifico,   ed   il   secondo   violento.  Un  altro   criterio  d’individuazione di come s’esprime la politica, può essere la distinzione tra comando e  scambio, che viene proposto per differenziare la politica dall’economia. Ma anche qui  vediamo che, se è vero che il comando ha un posto significativo nella vita politica, non  si   può   sostenere   che   essa   ne   abbia   l’esclusività,   in   quanto   lo   ritroviamo   anche  nell’esperienza economica; e lo stesso vale per lo scambio, prevalente nell’economia, lo  riscontriamo anche  nella  vita  politica,  e  qui   risulta  essere  molto   importante  nelle 

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transazioni tra politici e cittadini. Il potere è la risorsa politica per eccellenza. L’avere  potere ovvero la capacità di indirizzare i comportamenti degli altri ( ma non è il potere  che caratterizza l’ambito politico, quanto i diversi ambiti a definire le diverse forme di  potere:  potere  economico,   spirituale  ecc).  La politica  però  ha  una  grande capacità:  quella di assorbire modi comportamentale che derivano da esperienza molto diverse  (ex. l’abbigliamento; la gestualità).

4. Dove? Il dove si riferisce alla domanda: se esiste un luogo privilegiato della politica. Proprio  la radice etimologica del termine politica ci rinvia alla polis. La polis (città nel mondo  antico) è un ambito ben definito all’interno del quale l’esperienza politica si colloca. E  questo spazio circoscritto, anche se variatamente definito ed esteso, lo ritroviamo di  volta in volta nella tribù, nella città­stato, nel regno, nell’impero, nello stato­nazione,  nelle   associazioni   di   stati,   in   una   semplice   associazione,   in   un   sindacato,   in  un’impresa,   o   in   altre   collettività.   A   questo   proposito   possiamo   individuare   una  differenza tra la politica e le altre attività  umane, ossia il   fatto che  la dimensione   collettiva è essenziale nella politica. La politica di caratterizza per un ambito ben  definito entro il quale opera. E l’aspetto collettivo sembra essere un aspetto proprio  della politica. Ma la collettività NON è necessariamente uno Stato o Sistema Politico :  può esserci politica in una associazione o altro tipo di collettività.

5. Perché?  Alla politica corrisponde una grande varietà d’obiettivi, e proprio per questa estrema  varietà, appare difficile individuare un fine preminente proprio della politica. Esiste,  tuttavia un obiettivo minimo, attribuibile alla politica all’interno d’ogni tipo d’entità  collettiva, e questo fine minimo è l’ORDINE, che è un fine intermedio in quanto mezzo  per il raggiungimento di altri fini e  consiste nella responsabilità d’assicurare l’ordine  all’interno di determinati confini, e dunque, la convivenza pacifica. Una   entità   è   politica   quando   la   collettività   al   suo   interno,   si   pone   il   problema  dell’ordine pacifico  (anche se non è  necessariamente risolto)    e  se ne assume  la  responsabilità.   Le   caratteristiche   saranno:   rapporti   interni   caratterizzate   dalla  coesione & rapporti esterni che si istaurano con le altre collettività politiche.

6. Definizione 

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L’esame dei 4 quesiti su chi, come, dove e perché e della relativa ambiguità, varietà,  ubiquità   e  molteplicità   della  politica   stessa,   ci   ha  portato  al  nocciolo   centrale.  Se  coniughiamo insieme questi quesiti giungiamo a questa definizione di politica:  LA POLITICA E’  :   insieme di  attività,   svolte da uno o più   soggetti   individuali  o  collettivi, caratterizzate da comando, potere e conflitto ma anche da partecipazione,  cooperazione e consenso, inerenti al funzionamento della collettività umana alla quale  compete la responsabilità del controllo della violenza e della distribuzione di costi e  benefici, materiali e non. Ciò  che differenzia l’entità  politica dalle altre è   il   fatto che le prime controllano la  violenza e ne hanno il monopolio esclusivo.

7. Le 3 facce della politica Per quanto concerne la definizione di politica, la lingua inglese ci offre tre espressioni  d’essa a partire dalla radice comune di polis, che sono:  politics, policy, e polity. E  per comprendere  appieno la  realtà  politica bisogna tenere  conto di  tutti  questi  tre  aspetti.

7.1 Politics, ovvero il problema del potere e delle istituzioni Con il termine politics, ci riferiamo a quello che è  stato tradizionalmente lo studio  della  politica,   ovvero   lo   studio   del   potere,   inteso   come   la   capacità   d’influire   sulle  decisioni prese dagli individui. Dunque "Politics" come studio del potere, la sua natura,  distribuzione  trasmissione e il problema del suo esercizio e dei limiti. Questo studio si  articola su due piani: l’analisi dei regimi politici & lo studio degli attori e processi che  vi si svolgono. 1) Il primo è quello che analizza i regimi politici. Ad esempio abbiamo  qui, lo studio della pluralità dei partiti, lo studio delle garanzie di libertà, lo studio  delle elezioni libere e competitive, lo studio degli organi di governo nei confronti del  popolo, e gli studi che concorrono a definire se un regime è democratico, o no. 2) Il  secondo è quello che studia gli attori che operano all’interno di questi regimi politici, e  i processi che qui vi si svolgono. Ad esempio abbiamo in questo secondo punto, lo studio  dei singoli attori individuali e collettivi che operano nella democrazia; e lo studio delle  loro caratteristiche organizzative, culturali; lo studio di tutti i processi che si svolgono  all’interno della democrazia. Per ciascuno di questi due livelli possiamo distinguere tra  un approccio di studio statistico e di breve periodo, ed un approccio di studio dinamico  e di lungo periodo. Per quel che riguarda il regime politico, gli studi di tipo statistico  sono diretti ad individuare le differenze tra i diversi regimi e a mettere a fuoco la  struttura interna di ciascuno. Gli studi di tipo dinamico si concentrano invece sulle  trasformazioni di regime (ad esempio dai regimi democratici a quelli non democratici)  e sulla loro spiegazione. Per quel che riguarda le componenti che operano all’interno di  un   regime   politico,   gli   studi   riguardano   gli   attori   individuali   e   collettivi;   le   loro  caratteristiche;   le   istituzioni   formali   del   regime   politico,   come   i   parlamenti   ed   i 

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governi; ed i processi, che vedono coinvolte queste istituzioni formali. Mentre gli studi  di tipo statistico, tendono a mettere a fuoco questi caratteri, e le interazioni tra di esse  in   un   dato   tempo;   gli   studi   dinamici   analizzano   come   queste   componenti   siano  cambiate in un periodo più lungo. 7.2 Policy, ovvero la politica nella società Intesa   come  programmi  d’azione,  provvedimenti   e   interventi   che  vengono  proposti  dagli attori politici e decisi nelle sedi politiche e che ricadono sulla vita quotidiana dei  cittadini. Parliamo quindi delle Politiche Pubbliche il cui studio serve a rilevarne costi  e benefici & il processo decisionale che ne sta alla base. 7.3 Polity, ovvero il problema della comunità politica organizzata 

Intesa come definizione dell’identità e dei confini della comunità politica.   Quindi il  territorio e la popolazione che è su quel territorio & le relative strutture e processi di  mantenimento e cambiamento (ex. lo stato nazionale). Si distinguono polity fortemente  centralizzate e omogenee (, che al loro interno si basa su un unico e coeso sistema  d’autorità che assicura direttamente o indirettamente la gestione di tutte le questioni  politiche) & polity a elevato grado di decentramento e differenziazione (che riconoscono  al loro interno competenze politiche più o meno estese e anche un’identità propria a  comunità).

8. Le interazioni tra   polity   ,   politics   e   policy  

8.1 I rapporti tra politics policy

Le policies sono una conseguenza della politics, ossia contenuti e caratteristiche delle  politiche pubbliche sono influenzata dalle diverse modalità d’organizzazioni del potere,  da come si svolgono i processi politici che determinano la conquista del potere e la  perdita del potere, e dalle identità degli attori politici che ne sono gli attori. Quindi, se  la politica influisce sulle politiche, è anche vero l’opposto. 

8.2 I rapporti tra politics polity 

La  politics  tende ad influire la  polity.  Basti pensare al fatto come i tipici attori di  politics, i partiti (come la Lega in Italia) nella competizione politica per la conquista  del   consenso   elettorale  possono  porre  esplicitamente   tra   i   loro  obiettivi   scelte   che  investono la definizione stessa della polity. Lo possono fare chiedendo ad esempio, un  maggiore   o  minore  grado  di  decentramento,   o   promuovendo   la   secessione  di   certi  territori o l’annessione d’altri. Tra i fattori di politics che possono influire sulla polity   hanno   una   forte   rilevanza   anche   leistituzioni   e   le   regole   decisionali.  

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Inoltre, la crisi di una polity, può portare anche ad effetti sul regime politico interno.  Pensiamo,  ad esempio,  all’assorbimento della  Germania dell’Est  da parte di  quella  Occidentale dopo la caduta del muro, che ha importato dall’Est, nel sistema partitico  nazionale tedesco della Germania del Ovest, il partito post­comunista, qui inesistente,  e   dall’Ovest,   ha   esportato   nei   sistemi   partitici   dell’Est   i   partiti   della   Germania  federale. Quindi l’interazione tra politics polity è bidirezionale. 

8.2 I rapporti tra politicy polity 

La  policy  influisce sulla  polity,   in quanto  le politiche possono incidere sulla  polity,  perché esse contribuiscono a rafforzarne o ad indebolirne la coesione. Un esempio, sono  le  politiche  dell’istruzione di  massa,  che in gran parte dei  paesi  occidentali  hanno  contribuito   fortemente   alla   costruzione   dello   stato   nazionale,   omogeneizzando  popolazioni spesso assai eterogenee e creando un bagaglio di conoscenze, di simboli, di  sentimenti   politici   comuni.   Inoltre   alcune   politiche   possono   seminare   germi   di  divisione all’interno di una comunità politica; pensiamo al fatto che politiche nazionali  fortemente   omogeneizzanti   nel   campo   dell’istruzione   possono   spingere   un   gruppo  entico­ linguistico verso la ribellione e la secessione. Per quanto riguarda l’influenza  della polity verso la policy, la polity definisce i confini di validità delle politiche, ossia  le  politiche  decise  all’interno  di  una  polity,  valgono  per  quella   soltanto  e  non per  un’altra.  Quindi   i  mutamenti  a   livello  di  polity,  hanno un’incidenza sulle  politiche  pubbliche. Ad esempio l’incorporazione di una  polity, da parte di un’altra, comporta  l’estensione  alla  prima  di  una  parte  o  di   tutte   le  politiche   vigenti  nella   seconda.  Ricordiamo  inoltre,   che   il   fatto,   che  sugli   stessi   territori  esistono  una pluralità  di  polities  d’estensioni variabili  e con competenze di policy distinte, fa si che politiche  diverse abbiano raggi d’applicazione diversi. 

9. Come cambia la politica? 

Se   guardiamo  agli   ultimi   duecento   anni,   possiamo   parlare   di   tre   grandi   linee   di  trasformazione della politica, nell’ambito della polity, della politics  e della policy,  che  sono:   la   costruzione   dello   stato   nazionale,   la   nascita   ed   il   consolidamento   della  democrazia, e lo sviluppo di un sistema di welfare state. Questo lungo ciclo di sviluppo  e   l’importanza   dei   traguardi   raggiunti   portano   qualche   volta   all’idea   che   si   sia  prossimi per la politica ad una sorta di fine; ma in realtà se osserviamo le tendenze  più recenti della politica, vediamo che anche oggi le potenzialità di mutamento sono  tutt’altro che destinate ad esaurirsi. Lo vediamo in primo luogo sul piano della polity.  Per quanto riguarda il livello della policy, il welfare state, la cui crescita fino a qualche 

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anno fa sembrava inarrestabile, deve fare oggi conto con dei ripensamenti. Ad esempio,  nel  settore pensionistico  e   in  quello  sanitario,  stanno prendendo sempre più  piede  proposte   riguardanti   la   riduzione   del   ruolo   dello   stato   in   questi   settori,   e   la  restituzione ai privati una parte di responsabilità. Poi, nel settore di policy delle scelte  economiche,   lo   sviluppo   interventista   subisce   la   sfida   rinnovata   del  mercato.   Le  politiche di privatizzazione smantellano molti dei tradizionali strumenti d’intervento  dello   stato   nell’economia.   Quindi   il   lungo   ciclo   della   politicizzazione,   ossia  dell’espansione   della   politica   nella   vita   sociale   ed   economica,   sembra   lasciare  intravedere   la   possibilità   di   un’inversione   di   tendenza,   e   di   un   processo   di  depoliticizzazione, ossia di riduzione della sfera politica.

CAPITOLO 2 Metodologia della ricerca politica

La Politica  come Scienza per  essere  studiata,  necessita  di  procedure scientifiche  e  quindi la formulazione dei Quesiti di Ricerca.

1.Come formulare un quesito di ricerca?  ­Un Quesito di Ricerca si formula attenendosi a 5 criteri imprescindibili:

1) Attenzione e interesse al problema. Avalutatività dello scienziato che però  non potrà mai eliminare del tutto gli aspetti del proprio bagaglio culturale e per  questo è necessario attenersi a delle Tecniche di Analisi tramite cui è possibile  massimizzare l’oggetto dell’argomentazione scientifica.

2) Rilevanza del   tema:   la   ricerca  deve potere  costituire   la  base  per  decisioni  politiche o influenzare l’opinione pubblica.

3) Letteratura esistente in materie (può certamente capitare che uno studioso,  di solito molto giovane, si interessi ad un tema importante in quanto lo conosce  attraverso una ricerca pubblicata o comunque attraverso materiali facilmente  reperibili   in  biblioteche,   etc   e  dunque   la   conoscenza  del   fenomeno  acquisita  attraverso gli studi di esso, ci aiuta a pensarlo criticamente). 

4) Formulazione   precisa  (attraverso   cui   poter   analizzare   specificatamente   i  punti descritti). 

5) Spiegazione controllabile del fenomeno.

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2.Concetti empirici A questo punto è necessario definire i Concetti Empirici... Un concetto empirico deve tradursi in qualcosa di rilevabile nella realtà (tramite la  operazionalizzazione) . Gli Elementi da precisare per ogni concetto sono:  termine  usato, significato connesso, referente empirico in cui si applicano termine e  significato.  Un   concetto   si   può   definire   attraverso:  l’ancoraggio   storico  e  terminologico  (riferimenti   a   radici   storiche   e  terminologiche).  metodo di  Sartori  >  Tenere   conto  dei   concetti  affini  per  articolare   con  maggior  chiarezza   la   ricerca  &   evitare   duplicazione   di   significati   o   referenti,   dunque   non  possono esserci sinonimi e contrari. 

Mentre, per il significato, è utile fissare:  connotazione  (le  proprietà  del   concetto)   e  denotazione  (estensione  empirica  del  concetto Ovvero gli oggetti a cui il concetto si riferisce) Si definisce inoltre una Scala d’  Astrazione   in   cui   questi   sono   inversamente   proporzionali.  

3.Operazionalizzazione Operazionalizzare   significa     attribuire   un   contenuto   empirico   a   concetti   non  immediatamente osservativi, tramite l’uso di Indicatori  espressione di un legame  di rappresentazione semantica fra il concetto più generale e un concetto più specifico,   da   cui   deriva   una   Variabile   direttamente   rilevabile   attraverso   categorizzazione   e   classificazione qualitativa o misura numerica.  In quest’ultimo caso avremo gli Indici. Gli indicatori si scelgono secondo: pertinenza teorica; più indicatori; contesto. Il processo analitico di operazionalizzazione è stato schematizzato da Lazarsfeld: 1) formulazione del concetto empirico 2) individuazione delle dimensioni del concetto empirico 3) individuazione degli indicatori ritenuti importanti 4) se si giunge a misure quantitative si formulano Indici ( che riassumono il quantum  empirico  considerato come indicatore)  4.Una   volta   definito,   precisato   il   fenomeno   e   le   sue   dimensione   di   passa   alla  Ricognizione del Fenomeno cioè come questo si presenta nella realtà, tramite due  strumenti:

• CLASSIFICAZIONE: si individua un criterio distintivo tra diverse realtà e si  attribuisco queste realtà a diverse classi.

• Tipologie: si descrive la realtà, precedentemente definita, sulla base di più di un  7

criterio distintivo.

­Le due regole di Mill: • ESCLUSIVITA’:   la   classificazione   deve   comportare   che   una   proprietà   deve 

appartenere solo a una classe e non contemporaneamente a un’altra.

• ESAUSTIVITA’: le classi che scaturiscono   da un criterio devono comprendere  tutte le realtà assumibili entro il fenomeno più generale che si sta studiando.

­ Una terza regola è utile tenere presente se si vuole costruire una tipologia: i  criteri usati non devono sovrapporsi.

Due problemi derivanti dall’uso di questi strumenti sono due: le varie classi o tipologie  devono porsi sulla stesso piano di astrazione( ex. una non può essere più specifica delle  altre);   &   operano   una   forte   semplificazione   della   realtà   perché   operano   una  semplificazione di realtà complesse e multidimensionali. Perciò per mantenere una maggior ricchezza di informazioni si ricorre ai Modelli  nozione specifica in cui diverse caratteristiche sono unitariamente connesse senza che  vi  sia  classificazione e tipologia vera e proprio  con  l’indicazione esplicita di  criteri  discriminanti.

6. Metodi di controllo empirico: Sperimentale:   la   sperimentazione     avviene   tra   due   gruppi   di   individui. 

Consente  di   individuare   la   relazione   tra  due  variabili,   con   la   sicurezza   che  nessun’altra variabile è intervenuta.

Statistico:  presuppone  una misurazione quantitativa   tramite  dati  numerici.  Consente di isolare la terza variabile (interveniente)   Parametrizzandola cioè  convertendola in una costante. 

Comparato: “la scienza politica non è scienza se non è comparata” ( Almond): 

o Si individua l’oggetto da comparareUnità di Ricerca

o Si precisano paesi e periodi temporali da studiare

o Si individuano le proprietà da comparare

                  La comparazione può essere: Binaria; D’area; Multicasi • Studio del caso: si considera un unico caso e lo si esamina più a fondo. 4 tipi di 

studio del caso:

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o Ateorici: nessun impianto teorico

o Interpretativi : con nozioni teorici(no sistematici ne approfonditi)

o Generatori d’ipotesi: dove non c’è nessuna teoria e la creano

o Controllo di ipotesi: per confermare una teoria o falsificarla.

­Lijphart suggerisce lo studio dei casi devianti: studio di singoli casi che deviano da  generalizzazione largamente accettate e scoprire perché sono devianti. Lo studio scientifico porta a generalizzazioni che saranno però limitate  a causa dello  spazio e del tempo definito di dati. Fini della Scienza Politica sono essenzialmente conoscitivi e esplicativi. Un’eventuale  efficacia   pratica   è   solo   indiretta.   Di   fatti   non   esiste   un’applicabilità   precisa   e  meccanica delle eventuali indicazioni emergenti dai lavori.                              CAPITOLO 3  La disciplina: origini, temi, approcci  Dopo   aver   precisato   che   cosa   è   politica   e   cosa   scienza   e   aver   sommariamente  analizzato i rapporti fra queste, si può spostare l’attenzione sulla disciplina dandone  un quadro concreto di insieme. La si può oggi definire come una scienza sociale, che   si occupa dello "studio", ovvero la ricerca sui diversi aspetti della realtà politica al fine   di  spiegarla  il  più   compiutamente  possibile  adottando la  metodologia  propria  delle   scienze empiriche" (Norberto Bobbio). Simbolicamente   la   data   di   nascita   della   Scienza   politica   è   il   1896,   data   di  pubblicazione degli “Elementi di scienza politica” di Gaetano Mosca In   Italia,   nei   primi   anni   ’50,   emerge   una   definizione   di   scienza   politica   come  conoscenza empirica della politica: Si chiariscono i criteri di fondo:l’azione politica è ispirata a criteri razionali; è analisi  empirica del  rapporto fini/mezzi.  Si  precisano gli  strumenti  di  analisi:  metodologia  autonoma e linguaggio specialistico. Si dichiarano gli obiettivi di fondo: produrre una  conoscenza utile per l’uomo politico. Fino alla seconda guerra mondiale  La   nascita   della   scienza   politica   contemporanea   coincide,   non   casualmente,   con  mutamenti   socio­economici   profondi   causati   dai   processi   di   industrializzazione   e  democratizzazione in atto in buona parte del mondo occidentale. Infatti (in particolare  con   i   movimenti   nazionalisti   e   socialisti)   era   venuta   meno   l'identificazione  politica=stato che aveva caratterizzato la scienza politica dei secoli precedenti. Con la  nascita della cosiddetta società politica, si rendeva pertanto necessario un nuovo tipo  di   indagine.  La scienza politica dei  primi decenni del  Novecento (che ha il  proprio  fulcro   nell'Europa   occidentale,   fra   Italia   e   Germania   in   particolare)   è   così 

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caratterizzata dall'attività di illustri pensatori comunemente designati come Elitisti.  Essi partono dal presupposto che lo stato non è un'entità monolitica, ma il luogo di  confronto fra diverse élite che competono per il potere. L'italiano Gaetano Mosca conia  il termine classe politica, per indicare appunto la minoranza organizzata che detiene il  potere   in   qualsiasi   società.   Lo   svizzero   Vilfredo   Pareto   studia   la   formazione,   la  circolazione,   l'estinzione   e   il   rinnovamento   delle   élite.   Il   tedesco   Robert  Michels  applica  poi   la   concezione  elitista  anche  ai  partiti  politici,   con   la   sua  Legge   ferrea  dell'oligarchia. Il più illustre pensatore politico di questo periodo è tuttavia un altro  tedesco,  Max Weber,   il  quale si   impegna per decenni  in uno studio sistematico del  potere, creando categorie e definizioni ancora oggi utilizzate dagli scienziati politici.[4]  Negli Stati Uniti, lo studio scientifico sistematico dei fenomeni politici ha inizio negli  anni '20 e '30 con la scuola di Chicago, fra i cui principali esponenti si annoverano  Charles Merriam e Harold Lasswell. La grande innovazione rappresentata da questa  scuola consiste in una metodologia rigorosa che ricorre ad un approccio empirico (e non  più al metodo storico) per dimostrare le proprie teorie. In particolare, nel campo della  psicologia   politica   vengono   approntate   tecniche   di   intervista   su   larga   scala,   oltre  all'uso di gruppi di controllo, e di tecniche statistiche di analisi dei dati.[5] Dopo la seconda guerra mondiale  Dopo   la   seconda   guerra  mondiale   il   centro   della   riflessione   politologica   si   sposta  sempre di più verso gli Stati Uniti e, in misura minore, il Regno Unito. Dal punto di  vista  dei   filoni   di   studio,   la   scienza  politica   si   caratterizza   sempre  più   come  una  disciplina multiparadigmatica (in cui, cioè, convivono diverse visioni del mondo, che  corrispondono  anche  a  differenti  programmi di   ricerca  e  metodologie,  difficilmente  conciliabili tra loro). Innanzitutto, gli anni immediatamente precedenti e successivi al  secondo conflitto mondiale vedono una notevole diffusione, a partire dagli USA, del  comportamentismo,

Situazione odierna  Oggi la scienza della politica si concentra sui rami dell'analisi istituzionale e politica  (vedi Hanspeter Kriesi) e nei rami della sociologia politica (Olson, Hirschmann, Olivier  Fillieule).   I   principali   argomenti   della   scienza   della   politica   sono:   la   politica  comparata, la politica internazionale, le forme di governo, i sistemi elettorali, i partiti  politici, la democrazia nei paesi in via di sviluppo. Alcuni politologi, come Giovanni  Sartori, Gianfranco Pasquino (il quale pure è stato senatore), Ilvo Diamanti, Angelo  Panebianco sono noti come editorialisti  e opinionisti.  Altri  come Gianfranco Miglio,  conclusa   la   carriera  accademica  hanno   tentato  di   tradurre   in  pratica   le   loro   idee  impegnandosi direttamente nella lotta politica. La   partecipazione   attiva   alla   lotta   politica   da   parte   dei   politologi   pone   qualche  problema   rispetto   alla   libertà   dai   valori   di   questa   scienza   sociale   (secondo  un'espressione coniata da Max Weber). Infatti la scienza della politica, avendo come 

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oggetto   la   politica   stessa,   può   marcare   la   sua   differenza   rispetto   alla   mera  elaborazione   ideologica  soltanto  se   la   comunità  dei  politologi   si  mantiene neutrale  rispetto alla  lotta politica che, nelle  intenzioni,  dovrebbe rimanere mero oggetto di  descrizione   e   spiegazione   scientifica.  Naturalmente,   la   neutralità   non   implica   che  ciascun scienziato della politica non abbia preferenze politiche. Da questo punto di  vista è necessario distinguere gli interventi che alcuni di loro ­ una sparuta minoranza  ­   fanno   nei   quotidiani,   dalle   loro   elaborazioni   scientifiche   contenute   in   articoli  pubblicati all'interno di riviste specializzate e/o volumi scientifici. Inoltre, è necessario  diffidare quando l'accusa di parzialità proviene dalle parti politiche in competizione.

CAPITOLO 4  Democrazia, democrazie Le domande principali a cui il capitolo risponde sono 5:  1. cosa effettivamente è una democrazia 2. quali sono i tipi principali di democrazia 3. definizione ideale di democrazia 4. esistenza e ricostruzione di condizioni non politiche della democrazia 5. prima democratizzazione 1. Democrazia: cosa è Il significato letterale di democrazia è quello di “potere dal popolo, del popolo, per il  popolo”, nel senso che il potere deriva dal popolo, appartiene al popolo, e deve essere  usato   per   il   popolo.   Una   prima   definizione   generale   di   democrazia   dice   che:   le  democrazie  sono  quei   regimi  contraddistinti  dalla  garanzia  reale  di  partecipazione  politica della popolazione adulta maschile e femminile e dalla possibilità di dissenso,  opposizione e anche competizione politica. Altra definizione generale di democrazia è  quella   di  Schumpeter:   “il   metodo   democratico   è   lo   strumento   istituzionale   per  giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di  decidere   attraverso   una   competizione   che   ha   per   oggetto   il   voto   popolare”;   o   la  definizione di Sartori: “la democrazia è un sistema etico­politico nel quale l’influenza  della  maggioranza  è   affidata  al   potere   di  minoranze   concorrenti   che   l’assicurano,  attraverso il meccanismo elettorale”. Accanto a queste, figurano inoltre  Definizione minima: sono democratici tutti quei regimi che presentano almeno:

• Suffragio universale

• Elezioni libere, competitive, ricorrenti e corrette

• Più di un partito

• Diverse e alternative fonti di informazione

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Definizione   empirica:   insieme   di   norme   e   procedure   risultanti   da   un   accordo­ compromesso   per   la   risoluzione   Pacifica   dei   conflitto   tra   attori   sociale   e   attori  istituzionali.

2. Tipi e modelli di democrazia 

2.1 Democrazia rappresentativa e democrazia diretta Per democrazia diretta si intende tutte le volte che il popolo è chiamato a esprimersi  direttamente su questioni che lo coinvolgono (ad esempio un referendum abrogativo è  un istituto di democrazia diretta), la democrazia rappresentativa è quando il popolo  non decide direttamente sulle questioni che lo coinvolgono ma nomina delle persone  (che si chiamano rappresentanti) che rappresenteranno gli interessi del popolo e che  decideranno   al   posto   del   popolo   stesso   (in   Italia   un   istituto   di   democrazia  rappresentativa è l'elezione del parlamento). 

2.2 Principio maggioritario e principio consensuale Lijpart  ha costruito due modelli polari, ovvero aventi caratteristiche opposte, con la  quale distingue tra: democrazia maggioritaria, e democrazia consensuale. Nella  democrazia maggioritaria, le forme istituzionali s’spirano al principio maggioritario,  invece   nella   democrazia   consensuale,   le   forme   istituzionali   s’ispirano   al   principio  consensuale. Sulla base del principio maggioritario, la democrazia, è un regime in cui i  rappresentanti, eletti sulla base d’elezioni libere, competitive e ricorrenti, raggiungono  le proprie decisioni in base al principio di maggioranza. 

Lo stesso L. ha individuato due modelli polari:  il modello Westmister  ­> è contraddistinto da: concentrazione del potere in governi  formati da un solo partito e maggioranze risicate; fusione dei poteri (legislativo ed  esecutivo)   e   dominio   del   governo;   sistema   bipartitico   con   una   sola   dimensione  rilevante; sistema elettorale maggioritario; pluralismo dei gruppi d’interesse; governo  centralizzato   e   unitario;   bicameralismo   asimmetrico   (ossia   una   camera   ha   poteri  maggiori   dell’altra);   costituzione   flessibile   e   sovranità   parlamentare;   assenza   di  controllo   di   costituzionalità;   banca   centrale   coordinata   dall’esecutivo;   ed   infine,  assenza di consultazioni referendarie. Esempio di questo modello è la Gran Bretagna. il  Modello consensuale  ­>    è  quello  definito:  modello  consensuale.  I  suoi  aspetti  rilevanti sono: governi formati da più partiti ed ampie coalizioni; equilibrio di potere  tra esecutivo e legislativo; sistema multipartitico con più dimensioni rilevanti; sistema  elettorale   proporzionale;   sistema   d’interessi   concertato   e   neo­corporativo;  decentramento   e   assetto   federale;   bicameralismo   forte   e   rappresentanza   delle 

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minoranze; controllo costituzionale; ed indipendenza della banca centrale. Esempi di  questo modello sono: il Belgio e la Svizzera.

3. Democrazie ideali e qualità democratica Una prima definizione normativa, propone che la democrazia  ideale sia  un regime  caratterizzato da una necessaria corrispondenza tra gli atti di governo e i desideri di   coloro che ne sono toccati, ossia un regime contraddistinto dalla continua capacità di   risposta   (responsiveness)   del   governo   alle   preferenze   dei   suoi   cittadini,   considerati   politicamente   uguali.   Ma   sorgono   spontanee   delle   domande:   come   si   possono  individuare  desideri  e  preferenze dei   cittadini,   chi  può  modificarli,  valgono  solo   le  preferenze   della   maggioranza?   Una via d’uscita a queste domande,  sembra essere quella  suggerita da  Dahl.  Egli  supera   i   problemi   empirici   della   definizione   normativa   attraverso   due   diversi  postulati: 1)   affinché   un   regime   sia   capace   di   risposta   tutti   i   cittadini   devono   avere   simili  opportunità. 2) affinché esistano queste opportunità devono esserci 8 garanzie istituzionali: 1. libertà di associazione e organizzazione 2. Libertà di pensiero ed espressione 3. Diritto di voto 4. Diritto dei leader politici di competere nelle elezioni 5. Fonti alternative di informazione 6. Elettorato passivo 7. Elezioni libere e corrette 8. Istituzioni che rendano le politiche governative dipendenti dal voto e da altre  espressioni di preferenza.  Ai   fini   della  qualità   democratica,   abbiamo   altri   importanti   aspetti   essenziali:  

­   Esistenza di una opposizione   Efficienza degli apparati amministrativo e giudiziario

­ Una Cultura Civica, caratterizzata da:

o Partecipazione 

o Attività politica vivace( che non metta però in dubbio l’autorità politica)

o Impegno civile moderato

o Fiducia nel proprio ambiente sociale

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o Rispetto per l’autorità 

o Diffusa alfabetizzazione

o Assenza di disuguaglianza estreme

4. Le condizioni non politiche favorevoli  Esistono alcune condizioni non direttamente politiche, favorevoli per le democrazie del  passato e per quelle di più recente formazione. 

4.1 Cultura e democrazia  Alcuni studiosi, soprattutto nell’immediato dopoguerra e negli anni cinquanta, hanno  cercato d’isolare  il  complesso dei  valori  che rendono la cultura politica di  un certo  paese più adatta per le istituzioni democratiche, quindi hanno cercato d’individuare i  valori  alla  base della  democrazia.  Alcuni  autori  sulla  traccia degli  studi  weberiani  circa   le   origini   culturali   e   religiose   del   capitalismo   occidentale,   hanno   creduto   di  trovare il denominatore comune nei valori affermatisi attraverso la religione ebraico­ cristiana.   Altri   invece,   ricordando   la   lezione   di   Montesquie,   hanno   richiamato  l’importanza di valori quali la credenza nella libertà,  la disponibilità  a partecipare,  l’apertura alla negoziazione, al compromesso, alla tolleranza, e al rispetto delle leggi.  Altri, hanno messo in rilievo la necessità d’analizzare anche i valori e le credenze di  chi fa direttamente politica, non solo dei cittadini o degli elettori. Così ad esempio Dahl  enumera, alcuni valori e atteggiamenti che, se presenti negli strati politicamente più  attivi, favoriscono una democrazia, e questi valori sono: la credenza nella legittimità  delle istituzioni; la credenza nell’autorità e la disponibilità ad obbedire; la credenza  nella capacità del regime di risolvere i problemi che si trova ad affrontare; la fiducia  reciproca fra gli attori di un sistema politico; la disponibilità a 

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cooperare, senza escludere la possibilità di competere; e la disponibilità all’accordo e al  compromesso. Ma, il primo vero tentativo d’individuare i valori che pongono le basi  migliori per un regime democratico, e per una democrazia stabile, è quello della ricerca  pionieristica condotta negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Messico, ed Italia,  di Almond e Verba. Per questi due autori, la cultura che meglio sostiene un regime  democratico, è  la cultura civica. Tale cultura è caratterizzata da partecipazione, da  un’attività   politica  vivace,  da  un  impegno   civile  moderato,  dall’assenza di  dissensi  profondi, da fiducia del proprio ambiente sociale, dal rispetto per l’autorità, dal senso  d’indipendenza,   e   da   atteggiamenti   favorevoli   verso   le   strutture   politiche.  

4.2 Democrazia consociativa  Secondo   gli   autori   degli   studi   sulle   democrazia   consociative   (vedi   Ljiphart),   una  cultura   politica   caratterizzata   da   aspetti   sfavorevoli   alla   democrazia,   può   essere  aggirata  da  altri   fattori,   fino  a  giungere  al   risultato   opposto,   ossia  quello  di  una  democrazia stabile. Le democrazie consociative sono quelle caratterizzate da società  plurali, cioè quelle aventi profonde divisioni religiose, etniche, linguistiche, ideologiche,  intorno a cui sono strutturate le diverse organizzazioni politiche e sociali. Ricordiamo  che  parlando di   società  plurali,   si  usa   l’espressione  di  pluralismo culturale  o   sub­ culturale, e che questo fenomeno prefigura condizioni potenzialmente sfavorevoli ad un  regime democratico. I segmenti socio­culturali autonomi che sono presenti in queste  società,   sono   ricomposti   a   livello   politico   da   élites   democratiche   appartenenti   a  ciascuno segmento, impegnate a mantenere l’unità del paese, aperte alla cooperazione,  all’accordo, ed hanno il sostegno e la lealtà delle sub­élites degli attivisti in un contesto  d’apoliticità   e   scarsa   partecipazione   a   livello   di  massa.   Sul   piano   istituzionale   le  democrazie   consociative   sono   caratterizzate   da   governi   con   larghe   coalizioni,  dall’esistenza  di  meccanismi  di  veto   indirizzati  a  garantire  meglio   le  minoranze  a  livello  decisionale,  dall’applicazione del  principio di  proporzionalità   in  tutte  le  sedi  rilevanti,  e  da un’alta  autonomia nella  gestione dei  diversi   segmenti  della  società.  L’analisi di Lijphart, che si è occupato dello studio di queste democrazie consociative,  dimostra la minore rilevanza della cultura politica a livello di massa in queste realtà, e  riscontra  invece,   l’importanza degli  atteggiamenti  delle  èlites  e  dei  rapporti  con lo  strato   intermedio delle  sub­élites.  Tali  atteggiamenti  che  legano attivisti  ed élites,  Lijphart li spiega con i seguenti elementi: elementi geopolitici (piccole dimensioni del  paese);  elementi politico­strutturali   (esistenza di  un certo equilibrio  di  potere tra  i  segmenti   sociali  nelle   rispettive  espressioni  politiche);   elementi  politico­sociali   (più  segmenti   organizzati   in   strutture   proprie,   partiti   e   altre   associazioni   autonome   e  diverse   per   ogni   segmento,   e   divisioni   che   non   si   rinforzano   a   vicenda,   ma  s’incrociano); ed elementi storici (tradizioni d’accordo tra le élites). Esempi di paesi  aventi democrazie consociative sono: il Belgio, l’Austria, il Lussemburgo, l’Olanda, e la 

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Svizzera.  

4.3 Condizioni economico­sociali  Molti  autori   indicano  nel   pluralismo  sociale  una  delle   condizioni   che   rendono  più  probabile   l’instaurazione ed il  mantenimento di  una democrazia.  Ricordiamo che il  pluralismo   sociale,   non   s’intende   necessariamente   riferito   ad   una   società   plurale  ovvero culturalmente divisa (invece il pluralismo culturale, ricordiamo, si riferisce a  società   culturalmente   divise);   ed   esso   connota,   solo   un   ordine   sociale   pluralistico  nell’ambito di una cultura socialmente e politicamente omogenea. Visto il fatto, che il  pluralismo sociale viene considerato il terreno più favorevole agli assetti democratici,  s’assume anche una relazione, niente affatto evidente e diretta, tra pluralismo sociale  e pluralismo politico,  ovvero pluralismo nelle espressioni politiche intermedie. Dahl  indica   altre   due   importanti   condizioni   favorevoli   alla   democrazia   che   sono:   1)  L’esistenza diffusa d’alfabetizzazione,  d’istruzione e di  strumenti  di  comunicazione.  Infatti, un alto livello d’alfabetizzazione, è più in generale d’istruzione, e la diffusione e  lo sviluppo dei mass media, sono elementi ovvi che possono facilitare l’instaurazione ed  il   mantenimento   di   una   democrazia.   2)   L’assenza   di   disuguaglianze   economiche  estreme.   Per   quanto   riguarda   questo   secondo   punto,   il   presupposto   è   che   la  concentrazione   di   ricchezza,   reddito,   status   sociale,   conoscenze,   risorse   coercitive,  comporta anche la simile concentrazione di risorse politiche. E questo è contrario a  soluzioni   democratiche.   Inoltre   estreme   disuguaglianze   possono   portare   anche   ad  atteggiamenti di disaffezione e protesta dei gruppi sociali più svantaggiati, anch’essi  negativi per un regime democratico. Ricordiamo qui, che pluralismo sociale, diffusa  alfabetizzazione,   e   assenza   di   disuguaglianze   estreme,   non   presuppongono  necessariamente un’economia industrializzata. A tale proposito molti autori si sono  chiesti,   se   esiste   una   correlazione   dimostrabile   tra   sviluppo   socio­economico   e  democrazia. E le diverse analisi sulla democratizzazione hanno dimostrato che non è  chiaro, se sia lo sviluppo economico a indurre la democrazia o viceversa, quindi vi sono  dei limiti nella correlazione tra sviluppo socio­economico e democrazia. Comunque si è  giunti alla conclusione che, pluralismo sociale, istruzione e comunicazione, e assenza  di   disuguaglianze   estreme   sono   i   presupposti   più   sicuri   di   un   possibile   assetto  democratico   (ma   non   bisogna   dimenticare,   che   questi   fenomeni   non   sono  necessariamente   legati   allo   sviluppo   industriale,   in   quanto   si   possono   incontrare  anche   in   società   preindustriali).   Ma   non   dimentichiamo,   che   accanto   a   queste  condizioni,   che   vedono   un   necessario   legame   tra   sviluppo   socio­economico   e  democrazia, ci sono ancora dei problemi irrisolti. Innanzitutto il primo problema è la  definizione   della   soglia   a   partire   dalla   quale   l’alfabetizzazione,   lo   sviluppo   delle  comunicazioni,   il   pluralismo,   le   minori   disuguaglianze   diventino   condizioni  effettivamente   positive   per   la   democrazia.   Il   secondo   è,   se   oltre   alla   mancanza  d’alfabetizzazione,  dello sviluppo delle comunicazioni,  del  pluralismo, e  la presenza 

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delle   disuguaglianze,   ci   siano   altri   fattori   considerati   sfavorevoli   ad   un   assetto  democratico. Il terzo problema, è che le condizioni considerate.

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necessarie per la democrazia, non vuole dire che siano sufficienti. Ovvero è possibile  dimostrare che anche a parità di tali condizioni si possono avere esiti politici diversi,  ovvero democratici e non. In conclusione possiamo dire che tra struttura economica e  democrazia non vi è un legame necessario, quindi l’assetto politico democratico diventa  solo un insieme di procedure o regole formalizzate che possono coesistere con sistemi  economici   diversi.  

4.4 Percorsi storici specifici  E’   possibile   affrontare   il   problema   delle   condizioni   più   favorevoli   per   un   assetto  democratico,   collocandosi   in   un   quadro   storico   preciso,   ed   osservando   un   gruppo  determinato di paesi. Questo modo di procedere, è stato adottato da Barrington Moore,  che individua le condizioni di fondo che in paesi come l’Inghilterra, la Francia, e anche  gli  Stati  Uniti  portano  al   risultato  democratico.  Moore  vede  un  unico  processo  di  cambiamento i cui fattori esplicativi sono i seguenti: il primo fattore è l’esistenza d’un  equilibrio   che   impedisca   l’affermazione   di   una   monarchia   troppo   forte,   o   di  un’aristocrazia terriera troppo indipendente. E’ essenziale questo equilibrio, perché, se  da un lato abbiamo la monarchia assoluta, che attraverso il potere del monarca pone  un freno ed è in grado di controllare il possibile strapotere dell’aristocrazia terriera,  contribuendo   così   al   risultato   democratico;   dall’altro   lato,   abbiamo   un   potere  monarchico,  che alla   lunga indebolisce  le  possibilità  di  capacità  d’azione autonoma  della nobiltà, dando così un contributo negativo alla democrazia. Il secondo fattore, è  la   svolta   verso   una   forma   appropriata   d’agricoltura   mercantile   o   da   parte  dell’aristocrazia   terriera   o   da   parte   di   una   classe   contadina.   Infatti,  Moore,   vede  nell’economia mercantile il requisito cruciale della trasformazione economica. Il terzo  fattore,   è   l’indebolimento   dell’aristocrazia   terriera.   Per   Moore,   una   condizione  favorevole alla democrazia, è che l’egemonia della aristocrazia terriera sia spezzata o  trasformata,  e  che i  contadini  siano integrati  nel  meccanismo economico  volto alla  produzione   per   il   mercato.   Il   quarto   fattore,   è   la   mancanza   di   una   coalizione  aristocratico­borghese contro i contadini ed i lavoratori. Con ciò si vuole dire, che se, la  coalizione   aristocrazia   terriera­industriale  è   la   via   che   conduce   inevitabilmente   a  soluzioni   autoritarie,   al   contrario,   un   antagonismo   tra   elementi   mercantili   e  industriali, da una parte, e aristocrazia terriera dall’altra favorisce la competizione per  acquistare  un  più   ampio  appoggio  popolare,   che  alla   fine   integra  anche   la   classe  operaia nel regime democratico. Il quinto fattore, è una rottura con il passato. Moore  perciò   considera   indispensabili   alla   democratizzazione   le   rivoluzioni:   inglese,  americana,   e   francese.   Però,   a   riguardo   di   questo   ultimo   punto,   la   rottura  rivoluzionaria non è un elemento indispensabile alla successiva democratizzazione, in  quanto in molte democrazie europee, non ha avuto luogo questa rottura rivoluzionaria.  Ma   se,  questo  aspetto  viene   riformulato,   e   indicato   come   ruolo  della  violenza  nel  mutamento politico, si può notare che effettivamente la prima guerra mondiale e la 

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seconda, sono state un fattore decisivo nel passaggio alla democrazia di massa. Infatti,  come mostra Rokkan. Le date degli eventi bellici, specie la prima guerra mondiale,  sono   vicine   a   quelle   dell’estensione   del   suffragio,   uno   degli   aspetti   centrali   della  democratizzazione.   Un’interessante   domanda   da   porsi:   è   perché   le   classi   sociali  proprietarie   e   privilegiate,   e   le   loro   espressioni   politiche,   ad   un   dato  momento  accettano di trasformare i regimi liberali e oligarchici, cioè con diritti limitati a gruppi  ristretti e benestanti, in democrazie di massa, ammettendo nell’arena politica le classi  sociali   inferiori   ed   i   partiti   o   i   sindacati   che   li   rappresentano   e  ne   esprimono   le  domanda. La risposta, può essere, che le élites politiche accettano l’allargamento della  cittadinanza   e   l’ingresso  delle   classi   inferiori  nell’arena  nazionale,   come   soluzione  d’accomodamento e compromesso che può evitare problemi più gravi. Altri elementi  favorevoli   per   il   processo   di   democratizzazione   sono:   1)   L’esistenza   di   un’unità  territoriale   e   nazionale.   2)   La   mancanza   di   minacce   immediate   provenienti  dall’esterno. 3) La mancata presenza di un apparato repressivo nella struttura statale.  4)   Il   consolidamento   nella   cultura   politica   dei   diritti   e   delle   libertà   proprie  dell’oligarchia competitiva. 5) La presenza di pressioni per l’allargamento dei diritti e  delle   libertà   proprie   dell’oligarchia   competitiva,   provenienti   dalle   classi   sociali  inferiori,   organizzate   attraverso   i   partiti,   o   a   livello   sindacale.   6)   Il   fatto   che  l’espressioni   politiche   dell’aristocrazia   e   della   borghesia   competano   per   l’appoggio  d’aree sempre maggiori della popolazione.

5. La prima democratizzazione 5.1 Competizione e partecipazione L’analisi più efficace della prima democratizzazione è quella di  Dahl,  che individua  due processi fondamentali al centro del cambiamento, entrambi collegati tra loro, e ai  diversi   aspetti   istituzionali   che   caratterizzano   una   democrazia   di   massa,   quali  l’ammissione   del   dissenso,   opposizione,   competizione   tra   le   diverse   forze   politiche   &   inclusività,  cioè   la   percentuale   della   popolazione   che   ha   titolo   a  partecipare, controllare e opporsi al governo.  Partendo   dall’evoluzione   di   quelle   due   dimensioni,   Dahl   delinea  3   percorsi  principali verso la democrazia

o Egemonia chiusa Oligarchia competitiva Democrazia

o Egemonia chiusa Egemonie includenti  Democrazia

o Egemonia chiusa dissenso+inclusività Democrazia

5.2 I diritti sociali e la mobilitazione delle classi inferiori 

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L’emergere  delle  democrazie   occidentali  è   caratterizzato  dal  graduale   sviluppo  dei  diritti sociali, cioè di una terza dimensione accanto ai diritti civili e politici. In altre  parole la prima democratizzazione vede anche lo sviluppo di una cittadinanza a tre  dimensioni. L’elemento civile è costituito dai diritti necessari alla libertà individuale:  libertà  personali,  di parola, di  pensiero, di  fede, e il  diritto d’ottenere giustizia. Le  istituzioni connesse con i diritti civili sono le strutture giudiziarie. L’elemento politico,  riguarda l’acquisizione del diritto di voto ovvero di partecipare all’esercizio del potere  politico   (elettorato   attivo   e   passivo).   Le   istituzioni   che   corrispondentemente   si  sviluppano,   sono   tutte   le   istituzioni   rappresentative,   locali   e  nazionali.  L’elemento  sociale, riguarda tutta la gamma che va da un minimo di benessere e di sicurezza  economica fino al diritto a vivere la vita di persona civile, secondo i canoni vigenti  nella società. Servizi sociali e sistema scolastico sono le corrispondenti istituzioni che  si sviluppano soprattutto nel XX secolo e che configurano il cosiddetto  welfare state.   Ricordiamo che vi sono legami e connessioni tra i tre aspetti della cittadinanza, ad  esempio l’istruzione è legata ad una migliore possibilità di godere delle libertà civili.  Ricordiamo, che l’affermazione dei diritti sociali, significa l’approvazione e la vigenza  di un diritto d’associazione, e d’unione, ovvero la possibilità  di creare dei sindacati  abilitati a rappresentare i lavoratori. Lo sviluppo dei sindacati costituisce un esempio  del modo in cui i diritti civili sono passati dalla rappresentanza degli individui a quella  della comunità, e rappresentano, insieme alla contrattazione collettiva, un modo per  raggiungere una maggiore eguaglianza sostanziale. Notiamo, inoltre, che nel passaggio  da un regime oligarchico, con presenza di dissenso e competizione limitata alle élites, a  una   democrazia,   un   punto   determinante,   strettamente   connesso   all’ingresso   delle  classi   inferiori   in   politica,  è   costituito   dall’organizzazione   di   strutture   intermedie,  caratterizzate   appunto   dalla   nascita   ed   organizzazione   in   tempi   e   con  modalità  specifiche   e  diverse  di   partiti   e   sindacati.  E   ricordiamo   che,   a   questo   importante  risultato contribuisce anche l’espansione della cittadinanza politica. Nel complesso, si  può affermare che le diverse esperienze europee danno vita ad un quadro variegato  che sfocia nel suffragio universale, maschile e femminile e nella diffusa eleggibilità a  cariche pubbliche e nell’approvazione della segretezza del voto, che dovrebbe mettere il  lavoratore   dipendente   nelle   condizioni   migliori   per   esprimere   una   scelta   meno  condizionata   dall’influenza   dei   suoi   datori   di   lavoro   così   come   dei   suoi   pari.  L’indipendenza   di   giudizio   non   sempre   viene   raggiunta   di   fatto,  ma   la   tendenza  complessiva verso elezioni più libere, competitive e corrette rimane una costante che  accompagna tutto il processo di transizione ad una democrazia di massa.

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5.3 Legittimazione e incorporazione Definiamo ora il fenomeno delle soglie di legittimazione e di incorporazione all’interno  della prima democratizzazione.  ­Soglia di legittimazione: riconoscimento effettivo dei diritto civili (la cittadinanza  civile) ­Soglia  di   incorporazione:   espansione   del   suffragio   fino   al   voto   paritariamente  riconosciuto a tutti i cittadini (cittadinanza politica). ­Soglia di rappresentanza: riduzione degli ostacoli per la rappresentanza di nuovi  partiti. ­Soglia   del   potere   esecutivo:   viene   riconosciuta   la   responsabilità   politica   del  governo   nei   confronti   del   parlamento   e   istituito   il   collegamento   tra  maggioranza  parlamentare e governo.

CAPITOLO 5  Regimi non democratici  Tra i regimi non democratici, i modelli principali sono 4:  1.Regime totalitario, 2. Regime autoritario, 3.Regime tradizionale, 4. Regime  ibrido. 

1. I regimi autoritari  

La definizione oggi ormai largamente accettata è quella proposta da Juan Linz, per il  quale   “autoritario”   è   un   sistema   politico   con   pluralismo   poco   limitato   e   non  responsabile,   ­   senza   una   elaborata   ideologia   guida  ma   con  mentalità   caratteristiche   e   valori  ambigui   (patria,   nazione,   ordine)   ­   senza   una   mobilitazione   politica   estesa   o   intensa   ­ con un leader o un piccolo gruppo che esercita il potere entro dei limiti formalmente  definiti. 

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Vengono   dunque   individuate   5   dimensioni   rilevanti:                                                    • Pluralismo limitato

• Mentalità  caratteristica (giustificazione ideologica): valori ambigui (patria,  nazione, ordine)

• Assenza o limitata mobilitazione politica

• Leader o piccolo gruppo che esercita il potere

• Limiti formalmente mal definiti ( ma prevedibili) entro cui il regime esercita  il potere

• Efficaci apparati repressivi

• Assenza di reale garanzia dei diritti civili e politici. 

2. I regimi totalitari  

Il   totalitarismo è  una   forma di  governo  in  cui   lo   stato   si   impadronisce  di   tutte   le   strutture e si   infiltra in ogni  aspetto della vita pubblica e  privata per controllarla;   vengono usati strumenti quali la propaganda di stato e la pratica del terrore. Elimina   ogni forma di autonomia fino a manipolare e trasformare la coscienza degli individui   (ex. nazismo, fascismo, stalinismo). I regimi totalitari sono contraddistinti da: 

• Assenza di pluralismo

• Partito unico con struttura burocratica e gerarchizzata

• Presenza   ideologica   articolata   e   definita,   finalizzata   alla   legittimazione   e  mantenimento del regime

• Mobilitazione alta (alta partecipazione di massa)

• Leader o piccolo gruppo al vertice del partito

• Limiti non prevedibili al potere 

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In relazione alla definizione e alla storia del regime totalitario in genere, si parla di un  universo  concentrazionista    che   si   caratterizza   sia  per   la   quantità   di   persone  coinvolte,   sia  per   il   suo  essere  una   struttura  politica  di   sradicamento  del   tessuto  sociale. Se da un lato, nel regime autoritario di una prevedibilità delle sanzioni, non è  assolutamente lo stesso in quello totalitario dove l’imprevedibilità è completa.  Si parla anche di  Istituzionalizzazione del disordine rivoluzionario:  disordine  civile   e   instabilità   permanente.

3. I regimi tradizionali  

In certe aree quali il Medio Oriente, l’Arabia Saudita e gli Emirati, rientra proprio  questo modello basato su: 

• Potere personale del sovrano 

• Decisioni arbitrarie che non devono essere giustificate su base ideologica

• Uso del potere per fini privati

• Nessuna struttura per la mobilitazione di massa

• Esercito e polizia svolgono un ruolo centrale

• Esempio di regime tradizionale: oligarchia competitiva.

4. I regimi militari   (sottotipo del regime autoritario)

I militari, o più spesso un settore delle forze armate, costituiscono l’attore del regime.  Tale assetto politico nasce da un colpo di stato. In quanto all’ideologia si fa appello a  principi o valori quali l’interesse nazionale, la sicurezza, l’ordine. 

• Presenza di un leader militare  Tirannia Militare

• Assenza di leader militare  Oligarchia Militare

Nordlinger ha individuato tre differenti tipi di regime: • Regime   con  militari  moderatori:   i   militari   hanno   potere   di   veto   & 

l’obiettivo è il mantenimento dello status quo e dell’ordine

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Regime con militari guardiani:  regimi militari veri e propri. I militari  controllano direttamente il governo & obiettivo di ordine e razionalizzazione  economica

Regime   con  militari   governanti:   controllo   e   penetrazione  militare   in  strutture politiche, burocratiche e economiche. A volte tentano la formazione  di  un partito di  massa che in caso positivo disegnerà  un regime esercito­ partito.

2. l’intervento militare

Pretorianesimo  quali sono le motivazioni alla base dell’intervento militare?  • Interessi corporativi: in caso di disordine, i militari intervengono per prevenire 

tagli di bilancio alle spse per la difesa o incrementarle

• Reazione   a   interferenze   civili:   che   limitano   l’autonomia  militare(   quale   può  essere la creazione di milizie alternative)

• Interesse di classe: politicizzazione delle classi inferiori e conseguente minaccia  per le classi medie.

• Interessi etnici o regionali.

5. I regimi civili­militari        Fondati su una alleanza tra militari, più o meno  professionalizzati(con   preparazione   teorica,   corpi   differenziati,   capacità  manageriali) e civili. 

Regimi burocratici­militari  Secondo Linz : o Questa coalizione è caratterizzata da burocrati e ufficiali.

o Non c’è un partito di massa

o Non ci sono elezioni libere quindi non c’è competizione

o Le istituzione tradizionali( chiesa, monarchia) hanno un posto rilevante.

o Misure repressive per controllare le masse 

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Regimi corporativi

o Partecipazione controllata

o Rifiuta il conflitto di classe

o Rappresentanza sulla base della unità politica o economica di appartenenza.

o Sono Includenti se l’obiettivo minimo è l’equilibrio della società e si includono  gruppi operai più importanti

o Sono Escludenti  se  l’obiettivo è   l’uso della coercizione per escludere i  gruppi  operai più importanti

Populismo

o Base sociale è costituita da masse urbane

o Vi è spesso un leader carismatico 

o Un rapporto diretto tra massa e leader

o Valori vaghi e ambigui

o Ideologia basata su valori di progresso, industrializzazione, nazionalismo

6. I regimi civili   

Sono i  regimi di  mobilitazione,  molto vicini  al  totalitarismo e definiscono un ruolo  preminente del partito unico. 

Regime nazionalista:

o Nasce da una lotta per  l’indipendenza nazionale diretta spesso da un leader  carismatico

o I militari hanno un ruolo secondario e accettano il ruolo delle élites nazionaliste  civili

Regime comunista: 25

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