Sentenza maggior danno, Appunti di Diritto Privato
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Sentenza maggior danno, Appunti di Diritto Privato

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Breve riassunto della sentenza sul maggior danno
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Riassunto Sentenza 19499 del 2008: MAGGIOR DANNO

1. CASO: diverse società editrici richiedono la restituzione di somme di denaro percepite dall’ INPS. Il tribunale di Roma (corte d’Appello) accoglie la richiesta condannando l’istituto alla restituzione dei contributi indebitamente ricevuti oltre gli interessi legali e la rivalutazione monetaria secondo gli indici ISTAT dei prezzi al consumo, dalla data di notifica del ricorso sino al soddisfacimento. Perché la qualità di imprenditori, dei creditori, può far presumere che se avessero ricevuto in tempo le somme di denaro le avrebbero reinvestite evitando una svalutazione monetaria. L’INPS ricorre sollevando la questione di legittimità denunciando la violazione e falsa applicazione dell’ART 1224 COMMA 2 poiché ritiene che non ci sia un’espressa prova (da parte dei creditori) di aver subito un maggior danno a causa del ritardo.

2. PROBLEMA: la Cassazione a sezioni unite è stata chiamata a pronunziarsi sulla prova che i creditori debbano fornire per ottener un maggior danno (interessi legali-valore della moneta al momento del pagamento). Nelle obbligazioni pecuniarie: occorre tener presente come il valore nominale della moneta sia diverso dal suo potere d’acquisto che è legato al decorrere del tempo. Dunque in caso d’inadempimento il rispetto del principio secondo il quale il risarcimento deve corrispondere al danno effettivamente subito, obbliga a considerare come con il ritardato pagamento la moneta possa aver ceduto parte del proprio potere d’acquisto, non compensato dalla mera corresponsione degli interessi legali Per soddisfare quest’esigenza, in base al primo comma dell’art. 1224 c.c., sulla somma che il debitore inadempiente dovrà versare verranno calcolati, e salva diversa pattuizione, gli interessi moratori da determinare nella misura del saggio legale. Qualora, come sovente accade, i danni subiti dal creditore, a causa del ritardo non risultino coperti dalla predetta liquidazione soccorre il secondo comma dell’art. 1224 c.c., secondo il quale al creditore che dimostri di aver subito un maggior danno spetterà un risarcimento ulteriore. Tra i maggiori danni si collocano anche quelli derivanti dalla svalutazione monetaria. Di quest’ultimo aspetto si è occupata la sentenza in commento stabilendo a quale parte spetti l’onere di dimostrare il verificarsi della svalutazione monetaria, in qual modo ed in quale misura questa debba esser calcolata.

3. I PRECEDENTI: Nel 1997-78 la Cassazione ritiene che la svalutazione monetaria verificatasi durante la mora del debitore non giustifica, in sé, alcun risarcimento automatico che possa essere attuato con la rivalutazione della somma dovuta e nella misura della svalutazione stessa, ma può essere causa di maggiori danni a condizione che il creditore, il quale intenda ottenere il risarcimento ex comma 2 dell’art. 1224 c.c., assolva l’onere di allegare e dimostrare (valendosi, senza limitazione alcuna, di ogni possibile mezzo di prova) il pregiudizio patrimoniale risentito. Inoltre, il giudice cui venga proposta la relativa domanda può utilizzare presunzioni fondate su condizioni e qualità personali del creditore e sulle modalità di impiego del denaro. La Corte, dunque, pur riaffermando l’assoluta preminenza del principio nominalistico negò l’automatica presunzione di danno e giunse ad affermare che quello da svalutazione può essere provato in via presuntiva tenendo conto delle condizioni e delle qualità personali del creditore. Nel 1986 le sezioni Unite si trovarono nuovamente a fare il punto sull’argomento, giungendo a rafforzare la regola delle c.d. presunzioni personalizzate o “criteri personalizzati di normalità”(imprenditorerisultato dell’attività>inflazione o ricorrere ad un prestito; risparmiatore rendimento degli

interessi perché avrebbe investito; creditore occasionale rendimento degli interessi attivi perché lo avrebbe depositato; consumatore indici ISTAT perché per un creditore consumatore l’inflazione è sempre un fattore dannoso). Premura della Corte fu, infatti, quella di evitare generalizzazioni e tentare di rispecchiare il più possibile l’effettiva incidenza dell’inadempimento nel patrimonio del creditore, il quale era chiamato a dimostrare, anche per presunzioni e sulla scorta della categoria di appartenenza, come avrebbe impiegato il denaro non percepito e quale vantaggio ne avrebbe ricavato. Quest’ultimo criterio è quello che è risultato assolutamente prevalente sino alla data odierna.

4. LA DECISIONE: La Corte prende le distanze dalla giurisprudenza maggioritaria ed adotta il criterio della risarcibilità del danno da svalutazione in via generalizzata e presunta adeguando così il rigore interpretativo alle esigenze mutate di giustizia sostanziale. Le ragioni del proprio indirizzo sono sostanzialmente due: la semplificazione probatoria e la disincentivazione all’inadempimento, i giudici perseguono una soluzione che muove da un dato di comune conoscenza, ossia quello secondo il quale il tasso del rendimento lordo dei titoli di stato – la più comune e sicura forma d’investimento – negli ultimi decenni è stato superiore al tasso dell’interesse legale; cosicché al debitore risulta più conveniente non adempiere, lucrando in tal modo la differenza tra quanto è agevolmente in grado di ricavare dal denaro non versato e quello che dovrà al creditore quando adempirà la propria obbligazione. Ecco dunque che la Corte accoglie un’interpretazione che – salva diversa prova contraria – si risolve nel riconoscere al creditore pecuniario un maggior danno da commisurarsi nella differenza tra il tasso di rendimento netto dei titoli di stato di durata non superiore ai dodici mesi (o tra il tasso di inflazione se superiore) e quello degli interessi legali, se inferiore. Per le Sezioni Unite deve ritenersi superato il ricorso alla suddivisione dei creditori in categorie dalle quali presumere l’utilizzo tipico del denaro e dunque la sua redditività. Il secondo aspetto sul quale si incentra la decisione è quello del danno effettivo. Principio che viene perseguito affidandolo alla prova specifica che ciascuna parte interessata avrà l’onere di fornire; la Corte sostiene infatti che per il debitore sarà possibile dimostrare che il creditore non ha subito un maggior danno o che lo ha subito in misura inferiore rispetto alla differenza sopra indicata, in relazione al mero remunerativo uso che avrebbe fatto della somma dovuta se gli fosse stata tempestivamente versata. Similmente il creditore che domandi, a titolo di maggior danno, una somma superiore a quella differenza sarà tenuto ad offrire la prova del danno effettivamente subito. Per esigenze di efficienza processuale il meccanismo delle presunzioni viene, dunque, fatto prevalere rispetto al criterio della vicinanza della prova.

5. I CRITERI ACCESSORI: Come noto, in caso di inadempimento, le obbligazioni pecuniarie sottostanno ad una disciplina che si discosta da quella ordinaria, ed infatti, limitandoci ad osservarla sotto il profilo dei danni, abbiamo visto che l’art. 1224 c.c. attribuisce il diritto alla percezione degli interessi legali anche in difetto della prova della loro esistenza, facendo salvo il diritto al risarcimento ulteriore qualora vi sia la dimostrazione del maggior danno. Tra le questioni controverse sulle quali la sentenza prende posizione vi è quella del cumulo tra le due voci: le Sezioni Unite dopo aver indicato il parametro di riferimento, per determinare la percentuale di perdita del valore d’acquisto della moneta hanno ammesso la possibilità della sommatoria dei due nocumenti ma nei limiti della differenza tra la

misura di quest’ultimo tasso e quello degli interessi legali se inferiore. Può non essere inutile ricordare come la decorrenza degli interessi e del maggior danno debba individuarsi nel momento della costituzione in mora che nelle obbligazioni pecuniarie liquide ed esigibili inizia con la data di scadenza del termine di pagamento. Si consideri, infine, come, attesa l’autonomia dei diritti indicati dall’art. 1224 c.c. rispetto al credito dell’obbligazione principale, la decorrenza della prescrizione sia disgiunta, cosicché la sua interruzione per il debito capitale non comporta anche quella dei diritti accessori.

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