Sistema di cooperazione internazionale allo sviluppo - Scienze dell'educazione e dei processi culturali formativi, Esami di Economia Finanziaria. Università di Firenze
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barbarina8323 settembre 2013
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Sistema di cooperazione internazionale allo sviluppo - Scienze dell'educazione e dei processi culturali formativi, Esami di Economia Finanziaria. Università di Firenze

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Relazione di fine modulo. Appunti di Scienze della formazione. Analisi critica delle caratteristiche di uno sviluppo squilibrato che produce danni all’ambiente e alla coesione sociale e quelle di uno sviluppo umano signi...
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Oggetto: RICERCA UNIVERSITÀ ETÀ LIBERA IN TOSCANA

Università di Firenze

Master su

Sviluppo Umano Locale, Cultura di Pace e Cooperazione Internazionale.

a.a. 2009-2010

Università degli Studi di Firenze

Facoltà di Scienze della Formazione Dipartimento di scienze dell'educazione e dei processi culturali formativi

Relazione di fine Modulo I

“Sistema di cooperazione internazionale allo sviluppo”

Barbara Emili

Matricola n°:5059589

Svolgimento del tema n° 2:

Il soggetto dello sviluppo: analisi critica delle caratteristiche di uno sviluppo squilibrato che

produce danni all’ambiente e alla coesione sociale e quelle di uno sviluppo umano

significativo

Introduzione

Che occorrano ripensamenti critici nel modo di intendere lo sviluppo umano significativo,

secondo logiche di pensiero e altri modelli di intervento, lo conferma il grande processo di

revisione delle tradizionali teorie dello sviluppo che alimentano il dibattito a livello internazionale

ormai da vent’anni a questa parte. Se il motivo può sembrare abbastanza evidente, anche se mi

viene spontaneo aggiungere “non agli occhi di tutti”, considerando il degrado diffuso che investe i

sistemi sociali quanto quelli ambientali di tutto il mondo, dalla crescente disuguaglianza tra pesi

ricchi e paesi poveri al depauperamento di risorse naturali 1 , fino alla perdita di valori condivisi,

non è altrettanto scontato riflettere sul rapporto cause-effetti, sugli errori commessi e sugli

interventi necessari, affinché questi problemi possano essere realmente riconosciuti, dialogati ed

affrontati con azioni concrete. .

Credo diventerebbe rischioso in poche pagine affrontare la questione offrendo semplici ricette

“curative”o dando giudizi approssimativi: penso però si possa condividere che il modello di

sviluppo dominante nelle nostre società che privilegia la dimensione economica e la “quantità”

della produzione e del consumo rispetto a qualsiasi altro fattore sociale, culturale, ambientale, non

favorisce certamente uno sviluppo umano sostenibile. La riflessione che tenterò di fare si

concentrerà proprio sull’analisi di questi due aggettivi, appunto quello umano e sostenibile, che

accompagnano e definiscono lo sviluppo, sui concetti chiave che legano queste definizioni al

1 Un esempio degli insuccessi alla lotta contro la disuguaglianza sono ben visibili nel Rapporto UNDP del 2005 sulla

Situazione Sociale nel mondo che mostra come 80% del PIL mondiale appartiene a un miliardo di persone nei Paesi

sviluppati mentre il restante 20% è condiviso da 5 miliardi di persone nei Paesi poveri. O per esempio del problema

della scarsità di acqua e della crisi idrica globale, dovuta a problemi di potere e di disponibilità materiale, per cui

come evidenzia il rapporto dell’UNDP del 2006 - L’acqua tra potere e povertà - circa 1,1 miliardo di persone nei paesi

in via di sviluppo hanno un accesso inadeguato all’acqua e 2,6 miliardi non hanno servizi igieni sanitari di base.

Fonte:http://www.yorku.ca/hdrnet/images/uploaded/The%20Inequality%20Predicament.pdf.

http://hdr.undp.org/en/media/frontmatter2.pdf

cambiamento di certi ideali, di certe politiche e strategie da seguire perché si possa garantire la

soddisfazione dei bisogni delle popolazioni, in un ottica di equilibrata e inclusiva.

1. Le caratteristiche di uno sviluppo umano significativo

La questione economica

Partendo dall’innovativo approccio della piattaforma ONU che definisce lo “sviluppo umano”

come il processo attraverso il quale gli individui e le società cercano di rispondere ai bisogni di

chi ne fa parte, senza creare esclusione alla vita sociale, ne derivano numerose considerazioni su

chi dovrebbero essere i veri protagonisti dello sviluppo e su quali dovrebbero essere le scelte

economiche, etiche, civili, politico/organizzative da mettere in campo al fine di favorire il bene e il

rispetto dell’uomo, della collettività e dell’ambiente che lo circonda.

Anzitutto occorre considerare che questa visione supera la tradizionale idea di sviluppo come

progresso economico misurato sul PIL. Del resto lo stesso indice di sviluppo umano (Isu)

elaborato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) affianca all’indicatore del

reddito altri indicatori quali il livello di alfabetizzazione e l'aspettativa di vita delle persone,

evidenziando come il benessere e la qualità della vita non dipendano esclusivamente dalla

ricchezza economica ma sono dati dall’ampliamento delle possibilità di scelta delle persone e dal

riconoscimento che non vi è alcuna equivalenza tra crescita economica e benessere di una società

in quanto molto dipende dal comportamento delle istituzioni, degli operatori economici, delle

famiglie, della società civile. L’ultimo rapporto dell’UNDP mette inoltre in evidenza come anche

altri aspetti oltre alla salute, all’istruzione e al reddito, influiscono sulla libertà fondamentale di

“condurre una vita gratificante” 2 : la partecipazione attiva dei cittadini allo sviluppo e con esso la

promozione di empowerment, l’uguaglianza e la sostenibilità sono difatti da considerare

dimensioni altrettanto importanti per le quali occorrono misure e politiche di sostegno adeguate.

Al contrario, considerare le logiche di mercato guidate da atteggiamenti individualistici,

competitivi o di prevaricazione come i pilastri dello sviluppo ha come conseguenza quella di

2 UNDP, Rapporto sullo Sviluppo Umano 2010. Fonte: http://hdr.undp.org/en/media/HDR_2010_IT_Summary.pdf

alimentare solo nuove forme di disuguaglianze e gerarchizzazione, degrado sociale e ambientale a

danno soprattutto dei cosiddetti “paesi poveri” che da sempre vivono in condizioni di

sottomissione e di arretratezza. O ancora, identificare il benessere con l’accumulo di ricchezza e di

beni di consumo e continuare ad agire in nome del “progresso” significa solo aumentare il rischio

di distruggere i patrimoni materiali e immateriali delle società umane e al contempo ridurre la

persona ad uno strumento per il reddito piuttosto che a capitale di conoscenza.

Considerando tali problemi, un nuovo approccio allo sviluppo è necessario, quanto indispensabile,

ed indica con chiarezza che le basi su cui costruire la vera ricchezza delle società non sono certo

quelle offerte dal capitalismo sfrenato. Tuttavia, almeno dal mio punto di vista, la critica al

modello di sviluppo produttivista che punta il dito ai danni causati e che sta causando sugli

equilibri sociali e ambientali del pianeta, non si dovrebbe tradurre in un abbandono o in un rifiuto

totale della crescita economica; credo piuttosto che occorrano altri metodi di gestione perché

l’economia realizzi un diverso impatto nelle società umane e nel contesto territoriale nel quale

vivono.

Intendo dire che l’economia diviene sostenibile solo se il focus è sulla qualità e non sulla quantità

della crescita. Il principio di riferimento è allora quello del “fare di più con meno”, cioè produrre

gli stessi beni e servizi utilizzando meno risorse naturali, (attraverso una maggiore efficienza

nell’uso dell’energia e delle materie prime e attraverso una riduzione delle emissioni di sostanze

nocive e della produzione di rifiuti) e si accompagna alla visione della stessa piattaforma Onu che

vede necessario riorganizzare la produzione e il mercato creando processi che favoriscono il

lavoro e la partecipazione di tutti attraverso i meccanismi della ridistribuzione delle risorse e della

valorizzazione del capitale umano e fisico.

Quest’ultima considerazione mette inoltre in evidenza come parlare di sostenibilità economica

significa allo stesso tempo parlare di sostenibilità sociale (e più avanti vedremo di sostenibilità

ambientale) in quanto dimensioni indissolubilmente relazionate e dipendenti l’una dall’altra.

L’esclusione sociale è di fatto un risultato dello sviluppo a scarso contenuto umano, non si può

cioè parlare di sviluppo umano senza valutare il grado di esclusione sociale che lo accompagna in

termini di diritti civili, politici, culturali e sociali.

La questione sociale

Parlare di sviluppo umano significativo porta quindi inevitabilmente a galla un’altro concetto

chiave dell’analisi, quello relativo alla socialità e alla partecipazione, dimensioni trasversali

quanto centrali a tutti gli ambiti dello sviluppo.

Finché il soggetto dello sviluppo rimane chiuso al singolo individuo, finché a vincere è la cultura

di stampo occidentale della competitività in cui sono minimi i limiti imposti alle libertà individuali

poco importa, se il mio arricchimento provoca come effetto deprivazione e impoverimento per gli

altri: diventa invece una questione cruciale nel momento in cui si vuol parlare di sviluppo umano

significativo, espressione di una società accogliente in cui si garantiscono e si rispettano i diritti

umani, in cui è assicurata la giustizia e la sicurezza sociale. Un esempio di come lo stesso concetto

di benessere economico possa portare alla creazione di certi meccanismi viziosi che aumentano

l’esclusione sociale invece di promuovere la ricchezza collettiva è quando rimane legato, come

afferma Sen 3 , ad una visione utilitaristica che tiene semplicemente conto della soddisfazione dei

desideri e delle preferenze personali senza considerare il benessere comunitario. In che senso e

quali sono gli elementi che causano in questo caso processi di esclusione? Senza approfondire un

concetto complesso come quello delle libertà e delle loro difficili o ambigue interpretazioni

(occorrerebbe sicuramente una relazione a parte) vorrei solo evidenziare come, anche in questo

caso, l’intento non sia quello di andare contro le libertà individuali o i valori soggettivi, o di non

riconoscere l’importanza della meritocrazia in quanto valori fondanti una società democratica, ma

nemmeno quello di esaltare la competizione sfrenata, l’egoismo, l’utilizzo distorto del potere,

quali mezzi concessi, se non talvolta necessari, per raggiungere la felicità e la propria

soddisfazione personale. Molte volte è proprio in nome della libera espressione del pensiero e

delle capacità che le persone avanzano senza preoccuparsi se i valori portati avanti sono imposti o

condivisi, e se quindi rispondono alla costruzione di una società migliore per tutti o alimentano

solo conflitti relazionali e interculturali. Oltretutto spesso si tratta di una competizione giocata ad

armi impari e se le condizioni di partenza dei giocatori non sono uguali per tutti è fin tropo facile

capire chi vince e chi perde!

Dalle considerazioni è quindi abbastanza evidente quanto il ruolo della giustizia e della solidarietà

acquisti un significato centrale in tutto il discorso sull’esclusione ai processi di sviluppo di

soggetti ed intere comunità. Soprattutto oggi che il fenomeno della globalizzazione ha abbattuto le

3 Amartya Sen, Economia della felicità, in L’Espresso–Cultura, del 6 Marzo 2006, pp.116-119

barriere spazio-temporali e ha reso le comunità sempre più interconnesse, è necessario riconoscere

e prendere coscienza che non possiamo essere individui separati dalla società, poiché uno sviluppo

significativo è responsabilità dei singoli e al tempo stesso della società.

Si tratta di riconoscere che da azioni e comportamenti privi di contenuto umano, ovvero di rispetto

verso il prossimo e di responsabilità “sociale” derivano solo ineguaglianze: per questo occorre una

presa in carico e un lavoro congiunto della società, dalle istituzioni, di gruppi organizzati, dei

singoli cittadini, affinché i soggetti più deboli, dai lavoratori sfruttati alle donne maltrattate, dalle

minoranze etniche fino ad interi paesi più svantaggiati (basta ricordare i miliardi di dollari del

debito dei paesi poveri verso le istituzioni economiche internazionali) abbiano le stesse

opportunità, gli stessi strumenti per soddisfare i bisogni e accedere in egual misura alle risorse.

L’intento è allora quello di promuovere e valorizzare le capacità di tutti, garantire le possibilità di

accesso in relazione alle diverse possibilità di ognuno, affinché tutti i soggetti possano essere attivi

e partecipare alla costruzione di processi di sviluppo per il bene comune e per la tutela dei beni

comuni, senza che questo abbia ripercussioni negative e arrechi danno su altri.

La sostenibilità sociale pone quindi l’accento sulla necessità di migliorare le condizioni di vita

delle comunità attraverso un migliore accesso ai servizi (sanitari, educativi, sociali, al lavoro) ma

anche attraverso il riconoscimento e la valorizzazione del pluralismo culturale e delle tradizioni

locali, il sostegno e la ricerca della partecipazione popolare, includendo un cambiamento

sostanziale negli stili di vita dei consumatori assieme alla promozione di comportamenti sociali e

istituzionali sostenibili 4 .

Tuttavia finché, come accade oggi, sarà l’Occidente a dettare legge a progredire sarà solo una

cultura d’importazione frutto dell’omologazione culturale e della perdita d’identità delle comunità,

comunità non più costruite sul confronto col territorio e il suo patrimonio ma costrette a seguire gli

ideali dei più potenti per non soccombere.

Ma la riflessione sulla concetto di socialità si spinge anche più avanti nel senso che non si

considera solo la dimensione del “qui ed ora”..

Se difatti, come viene definito in ambito internazionale lo sviluppo sostenibile è «uno sviluppo

che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di

soddisfare i propri bisogni» 5 è indispensabile promuovere i bisogni essenziali/diritti umani delle

4 Più avanti si approfondiranno meglio i soggetti e i metodi che favoriscono la partecipazione. 5Definizione contenuta nel Rapporto Brundtland , “Il futuro di tutti noi”, della Commissione Mondiale per l’Ambiente

e lo Sviluppo delle Nazioni Unite nel 1987.

persone sia in una prospettiva intragenerazionale (tutte le persone che vivono oggi sul pianeta) che

intergenerazionale (le future generazioni) perché saranno i nuovi abitanti di un pianeta terra che

non è una fonte inesauribile di risorse.

La questione ambientale

Terminerò l’analisi sulle caratteristiche di uno sviluppo umano sostenibile soffermandomi infine

sulla questione ambientale: se non possiamo concepirci come individui separati dalla società

tanto meno lo possiamo essere dalla natura quando la posta in gioco è la sopravvivenza stessa

dell’essere umano. La sostenibilità ambientale dipende infatti dal corretto rapporto uomo-ambiente

e dalla capacità di attivare regole virtuose dell’insediamento umano, per cui gli spazi vengono

organizzati e le risorse utilizzate, senza produrre crisi nello sviluppo equilibrato dell’ecosistema

territoriale.

Come emerso riflettendo sullo sviluppo umano e su quello comunitario, credo che la causa

principale dei problemi ecologici sia strettamente connessa al modello di sviluppo capitalista e ai

ritmi sfrenati di un progresso scientifico-tecnico-industriale, che proiettato verso una crescita

economica considerata infinita e noncurante dei limiti fisici del pianeta e della sua biosfera, sta

portando ad un disseto ecologico di dimensioni planetarie. In sostanza non si può più pensare di

calcolare lo sviluppo economico di un territorio o paese senza misurare i vantaggi o i danni

arrecati al capitale fisico, ovvero all’insieme dei sistemi naturali (mari, fiumi, laghi, foreste, fauna,

flora, territorio), ai prodotti della natura (agricoltura, caccia, pesca) e al patrimonio artistico

costruito dalle società umane.

Non è un caso che la sfida lanciata a Copenaghen su “come garantire le condizioni per la

riproduzione della vita, salvaguardando i diritti di tutti i viventi” 6 metta in primo piano l’uso delle

risorse ambientali, che per essere sostenibile deve rispettare i vincoli dati dalla capacità di

rigenerazione e di assorbimento da parte dell’ambiente naturale. L’obiettivo di fondo non è

tuttavia quello di mantenere un equilibrio statico, che di per sé non esiste in natura, ma quello di

salvaguardare e non compromettere i processi dinamici di autorganizzazione dei sistemi bio-

ecologici.

6 ONU, Dichiarazione e Programma d'Azionedel Vertice mondialesullo Sviluppo Sociale, Copenaghen, 1995

Occorre tuttavia prendere atto che oggi la terra non è più “la madre” di tutti gli abitanti, ma così

considerata nel modello corrente capitalista è solo merce di scambio, un grande magazzino con

stock di materie prime da cui attingere continuamente: la conseguenza più evidente è l’incapacità

della natura di rigenerare risorse, causa l’incessante depauperamento e distruzione dei beni

naturali e l’eccessivo carico antropico che nel corso degli anni hanno apportato gravi squilibri alla

capacità del pianeta di rigenerare risorse e di assorbire rifiuti.

In tal senso l’impegno per prevenire i danni ambientali e gestire in maniera corretta l’intero

ecosistema deve riguardare e coinvolgere i paesi di tutto il mondo: se è pur vero che, come

emerso dal Summit di Stoccolma (1972) a quello di Rio de Janeiro (1992), passando dal

Protocollo di Kyoto (1997) e finendo con quello di Copenaghen, i più grandi responsabili del

dissesto sono le potenze industriali, con Stati Uniti capofila, le responsabilità si allargano via via

che il modello di produzione e di consumo occidentale si estende ai paesi classificati come “Terzo

Mondo”.

Quali sono allora gli elementi chiave di una strategia di sviluppo che tenga conto dei valori

ambientali e di una loro eguale distribuzione su scala planetaria?

Una proposta significativa quella legata al concetto «di produzione e di consumo sostenibile» che

da qualche anno sembra orientare e guidare gli indirizzi di diversi programmi internazionali 7 , un

concetto in sostanza abbastanza semplice e che prevede di minimizzare l’utilizzo di risorse

naturali e di materiale tossico per una migliore qualità di vita e di benessere sociale.

In questo senso la produzione sostenibile è orientata a migliorare prodotti o processi di

produzione - diminuendo sia l’utilizzo di materiale pericoloso ed inquinante sia la generazione e

l’utilizzo di sostanze tossiche e contaminati - e deve essere connessa ad un consumo altrettanto

sostenibile.

Nei paesi “in via di viluppo” dove in genere l’accessibilità alle risorse è minima e incapace di

soddisfare le necessità di base, si tratta soprattutto di utilizzare in modo più diffuso e più efficace

le risorse da parte delle comunità locali per favorire lo sviluppo endogeno del territorio.

Al contrario nei paesi “sviluppati”, dove l’utilizzo di risorse è al contrario eccessivo e poco

economico, si tratta in particolare di modificare le abitudini di consumo riducendo l’uso

7 Per approfondimenti si rimanda al programma PNUMA, Programa de las Naciones Unidas para el medio ambiente,

integración del consumo y la producción sustentable y la eficiencia en el uso de los recursos en la planificación del

desarrollo, 2009.

Fonte: http://www.unep.fr/shared/publications/pdf/DTIx1237xPA-MainstreamingSCPintoDevPlanningSPA.pdf

dell’energia e di materie prime. Un esempio quello di modificare le preferenze del consumatore

per orientarle verso l’utilizzo di prodotti organici e riciclabili che hanno meno apporto di sostanze

dannose e meno impatto ambientale rispetto ad altri prodotti ottenuti con metodi di fabbricazione

industriale tradizionali, un modo oltretutto efficace affinché l’intero ciclo di vita del prodotto

avvenga in spazi geografici limitati.

Le imprese, dalla loro parte dovrebbero invece soddisfare e promuovere una crescente domanda di

beni e servizi attraverso tecnologie che puntano sulla qualità e l’ecoefficienza per diminuire

l’impatto ambientale della produzione e del consumo (dalle lampadine a fluorescenza agli

elettrodomestici a basso consumo di acque ed energia, tanto per fare un esempio).

La chiave dello sviluppo sostenibile sta quindi nel superamento della tradizionale

contrapposizione tra sviluppo e ambiente, riconoscendo la complementarietà per cui le risorse

naturali sono indispensabili per promuovere lo sviluppo economico e sociale delle società: questo

permette di riflettere su quanto la dimensione ecologica sia strettamente connessa al problema

della povertà umana, alla lotta all’esclusione sociale, ai diritti umani, ovvero direttamente

connessa al raggiungimento degli Obiettivi del Millennio 8 . Come evidenzia PNUMA

9 , sostenere

una diversa gestione delle coltivazioni agricole attraverso pratiche più sostenibili, ovvero

generatrici di una maggiore produttività del suolo e di conseguenza di una maggiore disponibilità

di alimenti, rappresenterebbe sicuramente una risposta positiva all’obiettivo di dimezzare “la

povertà estrema e della fame”, o per esempio garantire in tutti i paesi del mondo l’accesso

all’acqua pulita, la protezione delle risorse idriche o l’energia pulita attraverso la creazione di

tecnologie e infrastrutture adeguate, contribuirebbe allo stesso tempo alla riduzione della

“mortalità infantile” e al miglioramento della “salute materna”.

La vera sfida non è quindi quella di bloccare il progresso delle società umane, ma di guidarlo nel

rispetto della salvaguardia dell’ecosistema attraverso l’elaborazione di nuovi approcci e nuove

politiche realmente sostenibili in grado di guidare le attività umane senza mettere a repentaglio i

delicati equilibri ecologici del pianeta ma valutandone l’impatto sia a livello locale, nazionale che

sull’intero sistema globale.

8 Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) da raggiungere entro il 2015 sono 8:

dimezzare la povertà estrema e la fame; raggiungere l'istruzione elementare universale; promuovere l'uguaglianza fra i

sessi, diminuire la mortalità infantile;migliorare la salute materna; arrestare la diffusione dell’HIV/AIDS,assicurare la

sostenibilità ambientale e sviluppare una collaborazione globale per lo sviluppo.

In: http://www.onuitalia.it/events/mdg_ob_08.php 9 PNUMA, op. cit. p, 16.

2. I veri attori dello sviluppo

Se, come affermato nell’introduzione, occorrono ripensamenti critici per un diverso approccio

allo sviluppo per cui ogni anno le comunità nazionali ed internazionali organizzano vertici,

elaborano programmi, documenti che sostengono e rimarcano il concetti di integrazione ed

equilibrio tra economia, ambiente e società e di partecipazione delle comunità allo sviluppo

globale, credo anche che finché queste indicazioni non si traducono in risposte concrete delle

organizzazioni internazionali, degli stati nazionali e della società civile, le dichiarazioni

rimangono solo intenti, più o meno utopici e credibili. Anzi talvolta possono in realtà servire da

maschere per coprire azioni discriminatorie imposte dai paesi più forti per perseguire i loro

interessi a vantaggio di pochi.

Spesso anche gli organismi che intervengono all’interno della cooperazione, per come sono

strutturati, per gli interessi che perseguono o per certi approcci semplicistici a problemi

complessi, invece che favorire benessere collettivo, possono infatti aggravare frammentazione e

disequilibri, anche quando agiscono secondo nobili intenti. Il rischio è quello di realizzare

interventi secondo approcci e logiche limitate (si parla di centralismo, separatismo, verticismo,

settorialismo e paternalismo) 10

che invece di promuovere un sviluppo endogeno, integrato e

partecipativo, impattano negativamente nel contesto senza rispondere ai bisogni delle comunità

locali che peraltro rimangono soggetti passivi delle trasformazioni in atto.

A commettere errori sono spesso gli stessi organismi internazionali, che invece di contribuire

attraverso le proprie funzioni al progresso mondiale, alla lotta alla povertà, alla giustizia sociale e

alla convivenza fra popoli, utilizzano il potere e la forza di cui dispongono per governare secondo

i propri interessi. Una critica, per fare un esempio, al ruolo di tre grandi istituzioni che governano

la globalizzazione economica mondiale, l’FMI (per stabilità economica globale), la Banca

10Una trattazione esauriente ed approfondita di questi problemi e delle conseguenze che derivano interventi di sviluppo sbagliati, è presente nel libro di Carrino L., Perle e Pirati – Critica della cooperazione allo sviluppo e nuovo

multilateralismo, Edizioni Erickson, 2005 In breve, il centralismo è caratterizzato dall’eccesso di concentrazione di potere in mano di pochi e ha come

conseguenza l’arresto della capacity building delle istituzioni locali poiché mancano politiche decentrate. Il verticismo

è invece caratterizzato da processi decisionali che partono dall’alto, da chi comanda, a discapito della partecipazione

della comunità locale; il settorialismo invece presenta un eccesso di separazione di campi e competenze per cui i

settori diventano incomunicabili e incapaci di creare reti. Le conseguenze negative che derivano da interventi di tipo

paternalistico sono quelle di voler imporre dei valori sfruttando i buoni sentimenti di carità e solidarietà, infine gli

errori del “burocratismo” sono legati alla distorsione delle regole e delle procedure, mancanza inevitabile di chiarezza

e trasparenza nella conduzione delle azioni progettate.

Mondiale (per l’eliminazione della povertà) e WTO (per la regolamentazione commercio) che

troppo spesso “scrivono le regole” riflettendo le ideologie e gli interessi dell’occidente.

Predisponendo più o meno consapevolmente, programmi strutturali per favorire la crescita dei

paesi più svantaggiati, hanno in realtà compromesso l’assetto economico, la capacità di

governance delle amministrazioni locali e la perdita di fiducia sui governi nazionali

(paradossalmente a salvarsi è stato proprio chi ha deciso di non seguire le indicazioni!): vedendo

nella mancanza di libero mercato la causa di tutti i problemi di ricchezza e benessere, hanno

imposto programmi di stabilizzazione/liberalizzazione/ privatizzazione mal calibrate, senza tener

conto della situazioni specifiche e dei rischi a cui andavo incontro i paesi più poveri e

dipendenti 11

. Privatizzazione troppo rapida, liberalizzazione sfrenata ma anche tempi e sequenza

degli interventi, si sono così rivelate manovre fallimentari che hanno lasciato poco spazio alla

concorrenza e all’informazione, aumentando il rischio di disordini sociali e politici.

Questo solo un esempio per riflettere su quali siano davvero le buone pratiche da portare avanti e

su quali dovrebbero essere i veri protagonisti, consapevoli che non esistono ricette preconfezionate

o soluzioni efficienti non negoziate. ma soprattutto che finché c’è chi per paura di perdere il potere

non collabora ma prende decisioni per tutelare i propri interessi entrando anche in politiche ed

ambiti non di sua competenza, si ripercuotono forme di violenza e prevaricazione che di sviluppo

umano “hanno ben poco a che vedere”. Dovrebbero quindi prendere consapevolezza dei propri

errori.

La chiave di svolta è allora da ricercare in uno sviluppo negoziato attraverso la creazione di nuovi

modelli di governance incentrati sull’azione integrata degli Stati, i settori chiave della società e i

cittadini in cui ognuno apporta le proprie competenze e capacità.

In quest’ottica il ruolo dello stato e dei governi nazionali è tanto più legittimato nella misura in cui

in cui si attivano alleanze tra i diversi attori pubblici e privati per promuovere politiche in favore

dei cittadini nel tentativo comune di tutelarne i diritti. La presenza di organismi internazionali

diviene allora significativa solo se lo scopo è rafforzare i governi locali e renderli autonomi nel

guidare processi di sviluppo e non quello di agire per paura di perdere potere. Ma soprattutto

occorre rendere effettiva la possibilità dei soggetti locali di partecipare attivamente e

democraticamente grazie alla costruzione di modelli sviluppo bottom up che partono dai bisogni

espressi dalla comunità a livello locale. In questo contesto divengono importanti sia le istituzioni

11 Cina e Polonia hanno adottato strategie alternative con risultati migliori.Sul tema: Stiglitz Joseph E., La

globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino, 2002

pubbliche internazionali che intervengono al livello globale, sia la società civile che esprime la

vita culturale degli individui e della società, ovvero tutte quelle organizzazioni composte da

soggetti eterogenei, dalle istituzioni religiose al volontariato agli organismi rivolti all’impegno

sociale, ambientale, educativo o ricreativo che agendo nel quotidiano e relazionandosi con

l’ambiente sociale e politico concorrono a formare i legami della comunità e la coesione sociale.

Considerato «l’antidoto a un mondo che si definisce sempre più in termini economici» 12

, il settore

della società civile contribuisce allo sviluppo locale con obiettivi e attività ben diverse dal lavoro

nel mercato: qui l’impegno del singolo è al servizio della collettività e rivolto al progresso del

capitale sociale, così per quanto l’attività abbia ricadute economiche queste sono secondarie

rispetto ai fini sociali perché l’obiettivo non è l’accumulazione di ricchezza ma il benessere e la

qualità di vita della comunità e i diritti umani.

La società civile sta oggi premendo per ristabilire una centralità nell’organizzazione della vita

pubblica a lungo negata dalle forze del mercato e dallo stato-nazione, e le stesse ONG divengono

partners politici di “tavoli” con poteri decisionali sempre maggiori all’interno del contesto

internazionale 13

. Di conseguenza proprio per il fatto di riconoscerne la valenza e legittimandone il

peso politico occorre fare attenzione affinché anche le diverse “organizzazioni della società civile”

non sfuggano alle reti democratiche partecipative e alle finalità dichiarate, occorre cioè porsi il

problema di chi rappresenta chi, perché e come è stato autorizzato per non rischiare di incorrere

nella patologia del «poter fare senza controllo» 14

e della competizione tra gli attori in gioco.

Superare la crisi dello sviluppo significa impone quindi un dialogo costante tra vecchi e nuovi

attori, che assieme cercano di tradurre la teoria della sostenibilità in prassi di sviluppo alternative.

12 Rifkin J. P., Il sogno europeo, Mondadori, Milano, 2004, p.241

13 Secondo il Rapporto sull’ economia sociale nella UE del 2009il terzo settore vale il 6% dell'occupazione continentale

contribuendo con circa 302 miliardi di euro all’economia mondiale. Le organizzazioni sono in crescita ovunque ed

aumenta anche il numero degli addetti. 14 Malinghetti R., Oltre lo sviluppo, Meltemi, Roma, 2005, p.168

3. Quali strategie da perseguire per uno sviluppo umano sostenibile?

Un’ultima riflessione infine sulle strategie che gli stessi attori dovrebbero adottare per promuovere

uno sviluppo incentrato non più solo sulla crescita economica ma consapevole dell’importanza

della dimensione ambientale, del miglioramento della qualità della vita e dell’integrazione sociale.

Immaginare lo sviluppo dell’essere umano dentro un quadro armonico con la natura e con i propri

simili impone un approccio plurali condivisi sul piano culturale, giuridico, economico, nuove

mentalità, nuove azioni globali collettive.

In questo senso la partecipazione costituisce la premessa indispensabile per motivare fasce sempre

più ampie di persone alla ricerca, alla identificazione e al perseguimento di obiettivi socialmente

condivisi e rende possibile l’individuazione di soluzioni per i nostri problemi complessi ed

interdipendenti.

Concetto quello del dialogo, della reciprocità e dello scambio di conoscenza che dovrebbe

riguardare lo stesso settore economico secondo i nuovi modelli di economia cooperativa. In questa

prospettiva il vantaggio competitivo delle imprese aumenterebbe in relazione alle capacità dei

soggetti di unirsi in reti, condividere le conoscenze, rendere trasparente la propria attività, per cui

sarebbe proprio la nascita di network a stimolare processi di crescita economica collettiva e di

successo, con vantaggi tanto più evidenti quanto a complessità del progetto comune in corso 15

.

Strategie alternative esistono e sono attente ad un cambiamento sostanziale in termini di

evoluzione della società. L’obiettivo è abbandonare la“crescita per la crescita” e avviarsi alla

“decrescita”, con un programma di azioni che hanno come intento quello di diminuire gli effetti

negativi causati appunto da processi di crescita distorti. I principi su cui si ispira il programma

della decrescita, possono essere sinteticamente ricondotti a 8 parole chiave, denominate le “8 R” 16

(rivalutare, riconcettualizzare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare), azioni

queste su cui si basa un modello di sviluppo rispettoso dell’uomo e dell’ambiente.

Ciò significa, soprattutto nei paesi ricchi (economicamente) del Nord del mondo, promuovere

comportamenti sociali e istituzionali che favoriscano l’assunzione di nuovi valori, attitudini e stili

di vita in modo da modificare le scelte di consumo e i modelli di comportamento, così da sostituire

15Più un progetto è complesso più richiede l’impegno intellettuale di tutti i partecipanti: più si riesce e sapere

dell’esperienza, degli intenti e dell’approccio degli altri e si condivide con loro l’oggetto e il processo di risoluzione,

più il problema che si intende risolvere sarà più facile. Rifkin J. P, op. cit., p. 191 16 Malinghetti R., op. cit, p. 230

alla cultura dell’“usa e getta” una nuova cultura della manutenzione, della riparazione e della

sostituzione dei beni con servizi.

Grande attenzione deve essere per questo dedicata ad azioni di sensibilizzazione e di

responsabilizzazione del cittadino/utente/consumatore, sia per l’influenza diretta che le sue scelte

hanno nei confronti dell’impatto ambientale e sociale (pensiamo al consumo energetico

domestico, all’uso dell’auto, ai prodotti fabbricati sfruttando il lavoro minorile), sia perché il

consumatore, nell’acquistare o meno un prodotto o un servizio, e decretare così il successo dello

stesso sul mercato, può influenzare in via indiretta anche le scelte a monte delle imprese,.

Di conseguenza, sostenendo il pensiero di Catenacci 17

, deve essere rivolto un impegno sostanziale

all’azione informativa e formativa dei cittadini, i quali devono essere messi nelle condizioni di

poter conoscere e saper distinguere i beni e servizi socio ed ecocompatibili e nello stesso tempo

essere educati ai “valori forti” di solidarietà, di giustizia, di dignità della persona umana, oggi

troppo spesso dimenticati di fronte ai più facili valori del denaro, del successo e dell’avere

piuttosto che dell’essere.

Credo in sostanza che uno sviluppo umano significativo sia raggiungibile solo attraverso una forte

relazione tra politica ed educazione, poiché è dalla formazione di cittadini consapevoli e coscienti

e dall’attivazione di politiche inclusive che offrono la possibilità ai singoli e ai movimenti sociali

di partecipare concretamente alla creazione di sviluppo sostenibile che dipende una crescita

diffusa e una globalizzazione non solo dell’economia, ma anche dei diritti e dei valori di un

certo tipo.

In tal senso, risvegliare la cittadinanza e ragionare in termini di cittadinanza significa considerare

la profondità ed il valore di quel senso di appartenenza che oggi non riguarda solo la dimensione

locale, ma comprende nel villaggio globale, la capacità di pensare alla costruzione di un terreno di

confronto etico fra civiltà e culture differenti…per lo sviluppo di quella che Morin chiamerebbe

«cittadinanza terrestre» 18

. Ecco allora che una rinnovata educazione civica “planetaria”

consentirebbe di far acquisire nuovo peso ai diritti umani enunciati nei documenti internazionali e

un ruolo incisivo di questi valori nei processi di educazione globale dei cittadini.

Interrogare la condizione umana e riconoscere i problemi del mondo consentirebbe dunque «di

17 Catenacci B, Il sogno dell'abbondanza, Edizioni della pace, Firenze, 1993 18 Morin parla dell’esigenza di insegnare l’identità e la coscienza terrestre (che sappia rivolgersi oltre al locale e al

nazionale) poiché ormai tutto il pianeta è messo in comunicazione e per questo occorre prendere atto del comune

destino dell’umanità ma anche delle differenze e degli squilibri che esistono tra le varie civiltà. In, Morin E., I sette

saperi necessari all’educazione del futuro, Cortina, Milano, 2001, p.113

riconoscere che ogni sviluppo significativo per l’umanità riguarda congiuntamente quello

soggettivo, delle partecipazioni comunitarie e della coscienza dell’appartenenza alla specie

umana» 19

.

19 E. Morin, 2001, op. cit., p.55-56

Bibliografia e sitografia consultata

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Catenacci B, Il sogno dell'abbondanza, Edizioni della pace, Firenze, 1993

Carrino L., Perle e Pirati – Critica della cooperazione allo sviluppo e nuovo multilateralismo,

Edizioni Erickson, 2005

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economia sociale nella UE 2009, Empl, Bruxelles, 2009

DESA United Nations, Lo Stato dell'Inuguaglianza: Rapporto 2005 sulla Situazione Sociale nel

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Malinghetti R., Oltre lo sviluppo, Meltemi, Roma, 2005

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UNESCO: www.unesco.org

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