Tesina sull'economia dell'età della pietra, Esami di Scienze Sociali. Università Ca' Foscari di Venezia
berny84
berny8419 aprile 2013
Questo è un documento Store
messo in vendita da berny84
e scaricabile solo a pagamento

Tesina sull'economia dell'età della pietra, Esami di Scienze Sociali. Università Ca' Foscari di Venezia

DOC (55 KB)
9 pagine
292Numero di visite
Descrizione
Tesina di Sistemi sociali comparati. Economia dell’età della pietra; scarsità e abbondanza nelle società primitive. Corso di laurea in Lavoro, Cittadinanza Sociale, Inetrculturalità,. Esame di Sistemi Sociali Comparati.
5.99
Prezzo del documento
Scarica il documento
Questo documento è messo in vendita dall'utente berny84: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli
Anteprima2 pagine / 9
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 9 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 9 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 9 totali
Scarica il documento

CDL LAVORO, CITTADINANZA SOCIALE, INTERCULTURALITÀ

ESAME DI SISTEMI SOCIALI COMPARATI

DOCENTE: MICHELE CANGIANI

TESINA

“ECONOMIA DELL’ETÀ DELLA PIETRA (SCARSITÀ E ABBONDANZA NELLE SOCIETÀ

PRIMITIVE)”

MARSHALL SAHLINS

ERICA BERNARDI

MATRICOLA 807331

1

CAP 1 - L’ORIGINARIA SOCIETÀ OPULENTA

Nell’affermare la durezza della vita nel paleolitico i manuali di antropologia fanno a gara a comunicare un senso di condanna incombente, tanto che viene spontaneo chiedersi non solo come i cacciatori riuscissero a sopravvivere ma se, dopotutto, la loro fosse vita. Lo spettro per la morte di fame è perennemente in agguato. L’incompetenza tecnica si dice, imponeva un lavoro asfissiante per la semplice sopravvivenza, negando al cacciatore riposo e surplus, e quindi perfino l’agio di acculturarsi. In realtà la società paleolitica è la prima società opulenta: comunemente si conviene che una società opulenta è quella in cui tutti i bisogni materiali della gente sono di facile soddisfazione. Ma sostenere che i cacciatori sono ricchi significa negare che la condizione umana sia predestinata alla tragedia con l’uomo prigioniero di una perenne disparità tra bisogni illimitati e mezzi inadeguati.

Origini dell’equivoco

I motivi che portano al declassamento dei cacciatori e del paleolitico da parte degli antropologi si manifesta, in particolare, nei paragoni con le economie neolitiche e la deduzione che gli indigeni riescano a malapena a rimediare da vivere è probabilmente rafforzata dalla loro alimentazione incredibilmente varia. Includendo cibi comunemente ritenuti disgustosi e non commestibili dagli Europei, la cucina locale induce a ritenere che la gente muoia di fame. Maggiore attenzione meriterebbe un personaggio come George Grey che compì intorno al 1830 diverse spedizioni nelle regioni più povere dell’Australia occidentale. È un errore assai comune, scrisse Grey, ritenere che gli indigeni australiani abbiano mezzi di sussistenza scarsi o che talvolta siano alle strette per mancanza di cibo. Per la maggior parte dei cacciatori, questa opulenza senza abbondanza nella sfera non alimentare è un fatto acquisito.

Una sorta di abbondanza materiale

Ma i cacciatori sono forse così poco esigenti in fatto di beni materiali perché si assoggettano a una ricerca di cibo che esige il massimo di energia da un numero massimo di persone di modo che non rimane né tempo né energia per procurarsi altre comodità? Non è proprio così perché come punti forti hanno:

 la libertà di movimento: alcuni raccoglitori hanno canne e altri slitte tirate da cani, ma per lo più devono trasportare personalmente tutte le comodità in loro possesso, sicché si limitano a possedere gli oggetti comodamente trasferibili. “Il nomade autentico è un nomade povero… Loro praticamente non avevano averi: un perizoma, una coperta di pelle e una borsa a tracolla di cuoio. Non c’era nulla che non potessero in un attimo radunare, avvolgere nelle coperte e issarsi in spalla per un viaggio di mille miglia”. Non avevano il senso del possesso.

2

 Il cacciatore è un uomo non economico: di conseguenza è relativamente esente da difficoltà materiali, non ha il senso del possesso, rivela un immaturo senso della proprietà, è completamente indifferente a ogni pressione materiale, manifesta disinteresse a sviluppare il proprio apparato tecnologico. Alcuni cacciatori, almeno rilevano un notevole tendenza alla trasandatezza … non sanno badare ai loro beni. Nessuno si sogna di metterli in ordine, piegarli, lavarli o asciugarli, appenderli, accatastarli ordinatamente. L’osservatore europeo ha l’impressione che gli individui non annettano alcun valore ai loro utensili e che abbiano completamente dimenticato lo sforzo necessario a fabbricarli. In realtà nessuno si lega ai propri beni mobili che a dir il vero vengono sostituiti con la stessa frequenza e facilità con cui vengono perduti … l’indiano non fa neppure attenzione quand’è nel suo interesse. Meno posseggono più comodamente possono viaggiare e ciò che si guasta viene di tanto in tanto rimpiazzato. Di conseguenza sono completamente indifferenti a ogni proprietà materiale. L’uomo economico è un’invenzione borghese. Non è che cacciatori e raccoglitori abbiano frenato i loro impulsi materialistici; semplicemente non li hanno mai istituzionalizzati.

Siamo portati a ritenere poveri cacciatori e raccoglitori perché non hanno nulla; ma forse proprio per questo dovremmo ritenerli liberi. I loro beni materiali estremamente limitati li esonerano da ogni preoccupazione riguardo le necessità quotidiane permettendo loro di godersi la vita.

L’alimentazione

Anche per quanto concerne l’alimentazione si può dimostrare che cacciatori e raccoglitori lavorano meno di noi; che la ricerca del cibo, invece che una continua fatica, è saltuaria e il tempo libero abbondante; e che le ore di sonno giornaliere a testa sono superiori nell’arco di un anno a ogni altro tipo di società. Sempre orientato al presente senza il minimo pensiero o preoccupazione per l’indomani, il cacciatore sembra restio a economizzare le provviste, incapace di una reazione metodica e destino sempre in agguato. Anzi addotta un’accurata non curanza che si traduce in due tendenze economiche complementari:

1. Innanzitutto la prodigalità, ossia l’inclinazione a consumare immediatamente tutto il cibo nell’accampamento perfino nei periodi obbiettivamente più difficili.

2. La tendenza complementare non è che l’aspetto negativo della prodigalità: il mancato accantonamento e immagazzinamento delle eccedenze alimentari. Per molti cacciatori e raccoglitori, non è dimostrabile un’incapacità tecnica ma è scontato che la gente sia ignara della possibilità di immagazzinare il cibo. Occorre dunque

3

indagare quali fattori ambientali lo sconsigliano. L’immagazzinamento sarebbe superfluo perché per tutto l’anno e con una generosità pressoché illimitata il mare mette ogni specie di animali a disposizione dell’uomo cacciatore e della donna raccoglitrice. Tempesta o incidente, una famiglia non ne rimarrà mai priva per più di qualche giorno. Sanno di non dovere temere per il futuro, per cui non accumulano provviste.

Tale spiegazione probabilmente contiene una parte di verità ma è incompleta. I vantaggi dell’immagazzinamento vanno valutati in rapporto alle entrate decrescenti nel raggio di un’area ristretta. Un’incontrollabile tendenza a ridurre la portata locale è per cacciatori una condizione fondamentale della loro produzione, la causa principale dei loro spostamenti. Il potenziale inconveniente dell’immagazzinamento è il fatto di innescare la contraddizione tra ricchezza e mobilità. L’immagazzinamento del cibo, perciò, pure tecnicamente fattibile, è economicamente indesiderabile e socialmente irrealizzabile.

L’intero discorso è racchiuso in questo paradosso. Cacciatori e raccoglitori hanno necessariamente un tenore di vita obiettivamente basso. Ma questo è il loro obiettivo, e dati gli adeguati mezzi di cui dispongono, tutti i bisogni materiali della popolazione trovano in genere facile soddisfazione. I popoli più primitivi del mondo hanno pochi beni, ma non sono poveri. La povertà non consiste né in una data piccola quantità di beni né unicamente in un rapporto tra mezzi e mezzi; è innanzitutto un rapporto interpersonale. La povertà è uno status sociale e in quanto tale è un’invenzione della società. A darci una lezione a riguardo son proprio i cacciatori: “Il problema economico è facilmente risolvibile con tecniche paleolitiche. Del resto fu soltanto quando si avvicinò all’apice delle sue conquiste materiali che la cultura eresse un altare all’inaccessibile: l’infinità dei bisogni”.

CAP 2 – IL MODO DI PRODUZIONE DOMESTICO: LA STRUTTURA DELLA SOTTOPRODUZIONE.

Sottoutilizzo delle risorse

La prova più evidente del sottosfruttamento delle risorse produttive è data dalle società agricole, in particolare da quel che praticano la cosiddetta coltura “taglia e brucia”. Oggigiorno il modello “taglia e brucia”, un modello di agricoltura di tipo neolitico, è ampiamente adottato nelle foreste tropicali. Consiste in una tecnica per sgomberare e mettere a coltura un tratto di terreno forestale. La vegetazione locale dapprima viene recisa e, dopo un periodo di essicazione, gli avanzi accumulati vengono dati in fiamme. Un appezzamento ripulito viene coltivato per una o due stagioni, raramente di più, per poi essere abbandonato per anni, di solito allo scopo di reintegrare la fertilità facendolo regredire a

4

foresta. Allora la zona può essere di nuovo sgombrata per un altro ciclo di coltura e maggese. Di regola il periodo di maggese supera di molto il periodo di uso, sicché la comunità di agricoltori, se vuole rimanere stabile, deve sempre riservarsi un’area assai più ampia di quella coltivata momentaneamente. Ciononostante i margini di incertezza nelle misurazioni della capacità produttiva di questa tecnica sono inevitabili. Nei tradizionali sistemi agricoli i risultati, benché assai vari, sono perfettamente e senza alcuna riserva concordi su un punto: la popolazione esistente è generalmente inferiore al massimo calcolabile, spesso in misura rilevante. Di conseguenza l’agricoltura taglia e brucia è un’importante forma di produzione nelle società primitive esistenti, forse la forma dominante. Indagini condotte in numerose comunità di differenti zone del globo confermano che (al di fuori delle riserve indigene) il sistema agricolo funziona al di sotto della sua capacità tecnica. Più in generale, ampie zone dell’Africa, Asia sud-orientale e America latina, occupate da agricoltori itineranti, sono autorevolmente ritenute sotto sfruttate.

Si può forse dedurre che la forma dominante di produzione primitiva è la sottoproduzione? A parte la mancanza di una misurazione praticabile, l’interpretazione del sottoutilizzo delle risorse tra i cacciatori presenta particolari difficoltà. In genere impossibile stabilire se un’apparente sottoproduzione momentanea non rappresenti, invece, un adattamento durevole a ricorrenti carestie e a cattive annate quando si può mantenere solo una parte dell’attuale popolazione.

Sottoutilizzo della forza-lavoro

Grazie al maggior interesse etnografico si è in grado di dimostrare con ricchezza di documentazione, che anche le forze lavoro delle comunità primitive sono sottoutilizzate. Per una varietà di ragioni culturali, la durata della vita lavorativa può essere drasticamente abbreviata. Anzi gli obblighi economici possono essere completamente sproporzionati alle capacità fisiche, con i giovani e gli adulti più robusti in larga misura estranei alla produzione, e il fardello della produzione sociale lasciato ai più deboli e anziani. Uno squilibrio dello stesso segno può verificarsi nella divisione sessuale del lavoro. Differenze di questo tipo sono abbastanza comuni, almeno nel settore alimentare, da avere a lungo accreditato rozze interpretazioni materialistiche della norma consuetudinaria della discendenza (matrilineare o patrilineare) a seconda dello specifico peso economico del lavoro femminile rispetto a quello maschile. Il perché di queste differenze riguarda la composizione della forza lavoro. Chiaramente questa composizione è una specificazione culturale e non semplicemente naturale (fisica). È altrettanto evidente che la specificazione culturale e quella naturale non devono necessariamente corrispondere. Benché oggigiorno nessuno tra gli antropologi confermerebbe l’ideologia imperialista secondo cui gli indigeni sono congenitamente pigri, e molti anzi attesterebbero che sono capaci di sforzi

5

prolungati, la maggior parte di essi osserverebbe probabilmente anche che gli stimoli in questo senso non sono costanti, sicché il lavoro è di fatto irregolare sia nel breve che nel lungo periodo. Il processo lavorativo è sensibile a interferenze di vario tipo, soggetto a interrompersi a beneficio di altre attività serie come il rituale o frivole come il riposo. La tradizionale giornata lavorativa è spesso breve; se si protrae, subisce frequenti interruzioni; se è a un tempo lunga e ininterrotta, si tratta generalmente di un fatto soltanto stagionale. Inoltre all’interno della comunità, alcune persone lavorano molto di più di altre secondo la normativa della società. Considerati nel lungo periodo, quindi, tutti questi modi di sussistenza si rivelano non intensivi, impegnando soltanto parzialmente la forze lavoro disponibile. Questi orari di lavoro, con le loro generose concessioni ai festeggiamenti e al riposo, non devono essere però interpretati alla luce inquietante delle nostre costrizioni. Sarebbe limitativo supporre semplicemente che la produzione è perciò soggetta a interferenze arbitrarie, a essere cioè interrotta di per sé da obblighi non economici, ma non per questo meno degni della stima popolare. Questi obblighi (cerimoniali, ricreativi, sociali) non sono che complemento, o la controparte sovrastrutturale di una dinamica intrinseca all’economia. Non sono semplici imposizioni esterne, perché internamente, nel modo in cui la produzione è organizzata, esiste intrinseca discontinuità. L’economia ha il suo principio di esclusione: è un’economia di obiettivi concreti e limitati.

L’unità domestica

L’unità domestica è per l’economia tribale ciò che è il feudo per l’economia medievale e la società per azioni per il capitalismo moderno: l’istituzione produttiva dominante del proprio tempo. Ciascuna di queste istituzioni rappresenta un determinato modo di produzione, con una congrua tecnologia e divisione del lavoro, finalità o obiettivi economici o caratteristici, specifiche forme di proprietà, precisi rapporti sociali e di scambio tra unità produttive (e contraddizioni sue proprie). L’unità domestica in quanto tale è responsabile della produzione dell’allocazione e uso della forza lavoro, della determinazione degli obiettivi economici. I suoi rapporti interni, come tra marito e moglie, genitore e figlio, sono i principali rapporti di produzione nella società. Come impiegare il lavoro, i termini e i prodotti della sua attività, sono per lo più decisioni domestiche. Decisioni che sono prese innanzitutto in vista di un appagamento domestico. La produzione s’innesta sulle usuali necessità della famiglia. La produzione è a beneficio dei produttori.

Ci sono due precisazioni, che sono anche due giustificazioni di metodo:

1. In primo luogo, l’utile identificazione di “gruppo domestico” con “famiglia” è disinvolta e imprecisa. Il gruppo domestico nella società primitiva è

6

generalmente un sistema familiare, ma non sempre, e in caso affermato, con il termine famiglia si devono intendere una varietà di forme specifiche.

2. In secondo luogo, non si pretende con questa identificazione che l’unità domestica sia dovunque un gruppo di lavoro esclusivo, e la produzione un’attività meramente domestica. Tecniche locali esigono maggiore o minore cooperazione, sicché la produzione può essere organizzata in forme sociali diverse e talvolta a livelli superiori all’unità domestica. Membri di una data famiglia possono regolarmente collaborare su base individuale con amici e parenti di altre famiglie.

La divisione del lavoro (elementi del modo di produzione domestico)

Più importante della sua grandezza, il controllo familiare della produzione dipende da un altro aspetto della sua composizione. La famiglia racchiude in sé la divisione del lavoro dominante nell’insieme della società: le normali attività di un uomo adulto, congiunte alle normali attività di una donna adulta praticamente esauriscono i tradizionali lavori sociali. Perciò il matrimonio tra l’altro, stabilisce un gruppo economico generalizzato destinato a dettare la concezione locale di sussistenza. Una seconda correlazione c’è tra il modo di produzione domestico, atomizzato e su scala ridotta, e una tecnologia di dimensioni analoghe, dunque il rapporto primitivo tra uomo e utensile. È una questione di distribuzione di energia, abilità e intelligenza tra i due. Nel rapporto primitivo uomo-utensile, l’ago della bilancia è dalla parte dell’uomo; con l’inizio dell’età meccanica, l’ago pende definitivamente dalla parte dell’utensile. Il rapporto primitivo tra uomo e utensile è una condizione del modo di produzione domestico. Tipicamente lo strumento è un prolungamento artificiale della persona, non semplicemente concepito per uso individuale, ma come un accessorio che accresce il vantaggio meccanico del corpo, o compie operazioni finali per le quali il corpo non è naturalmente predisposto. L’utensile, per tanto sprigiona energia e abilità sue proprie. Ma la più recente tecnologia capovolgerebbe il rapporto uomo-utensile: la parte dell’operaio nell’industria meccanica è di addetto-assistente in quanto il suo lavoro integra il processo meccanico invece di servirsene; è al contrario il processo meccanico che si serve dell’operaio. Da tenere in considerazione come invece fino all’epoca della vera rivoluzione industriale, il prodotto del lavoro umano probabilmente crebbe molto di più grazie all’abilità del lavoratore che alla perfezione dei suoi utensili.

Produzione per la sussistenza

Le unità domestiche delle comunità primitive di solito sono autosufficienti perché producono tutto l’occorrente e utilizzano tutto il prodotto. Certamente esiste lo scambio. A parte i doni fatti e ricevuti in forza di obblighi sociali ineludibili, la gente può intraprendere un commercio schiettamente utilitaristico, procurandosi così indirettamente l’occorrente. Ma è sempre “l’occorrente”: lo scambio e la

7

produzione relativa, sono orientati alla sussistenza, non al profitto. Si tratta di un sistema economico di obiettivi determinati e finiti.

La regola di Chayanov

In una comunità di gruppi produttivi domestici, quanto maggiore è la relativa capacità dell’unità domestica, tanto meno i suoi membri lavorano. Un’acquisizione preliminare è che i tre elementi del modo di produrre domestico finora identificati (forza lavoro esigua, distinta essenzialmente su base sessuale, tecnologia semplice e obiettivi produttivi limitati) sono sistematicamente intercorrelati. Non solo ognuno è reciprocamente legato agli altri, ma ognuno per la sua modesta scala si confà alla natura degli altri. Cayanov a rischio di innescare contraddizioni interne ed esterne, rivoluzione e guerra o almeno spedizione continua, sostiene che gli usuali obiettivi economici del modo di produrre domestico devono essere contenuti entro certi limiti, inferiori alla capacità globale della società e a scapito in particolare della forze lavoro delle unità domestiche più efficienti. Secondo Cayanov l’intensità del lavoro in un sistema di produzione domestica per l’uso è inversamente proporzionale alla relativa capacità lavorativa dell’unità produttiva.

Proprietà

I popoli primitivi hanno escogitato vari modi di elevare un uomo al di sopra dei propri simili, ma il controllo che i produttori esercitavano sui propri mezzi economici elimina il più coercitivo che la storia abbia mai conosciuto: il loro controllo esclusivo da parte di pochi assoggettando i più. Il gioco politico deve svolgersi a livelli superiori alla produzione con simboli quali il cibo e altri beni finiti; quindi in genere, la mossa migliore, oltre che il diritto di proprietà è profondersi in regali. I due sistemi di proprietà operano diversamente: l’uno essendo un diritto alle cose che si realizza attraverso un dominio sulle persone e l’altro (borghese) un dominio sulle persone che si realizza attraverso un diritto alle cose.

Pooling

il sistema domestico esige una messa in comune, un pooling di beni e di servizi che metta a disposizione dei suoi membri ciò che è loro indispensabile. Per un verso, quindi la distribuzione trascende la reciprocità di funzioni, come tra uomo e donna, su cui si fonda l’unità domestica. Il pooling abolisce la differenziazione delle parti a beneficio della carenza del tutto; è l’attività costituita di un gruppo. Per un altro l’unità domestica è così distinta per sempre da altre del suo tipo. Con queste altre famiglie non è detto che un gruppo alla fine non intrattenga rapporti

8

reciproci. Ma la reciprocità è sempre un rapporto bilaterale: per quanto solidale non può che perpetuare le distinte identità economiche di coloro che scambiano. Il pooling chiude il cerchio domestico; la circonferenza diventa una linea di demarcazione socio-economica. I sociologi la chiamano “gruppo primario”; la gente comune “focolare”.

9

commenti (0)
non sono stati rilasciati commenti
scrivi tu il primo!
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 9 totali
Scarica il documento