sociologia - CAPITOLO 1 LA DOMANDA DI LAVORO NELLA SOCIETà DI SERVIZI, Appunti di Sociologia. Università Politecnica delle Marche
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sociologia - CAPITOLO 1 LA DOMANDA DI LAVORO NELLA SOCIETà DI SERVIZI, Appunti di Sociologia. Università Politecnica delle Marche

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Rayneri, sociologia del mercato del lavoro, capitolo 1
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CAPITOLO 1 LA DOMANDA DI LAVORO NELLA SOCIETà DI SERVIZI 1. I diversi percorsi di terziarizzazione La società dei servizi

• tutta la crescita dell’occupazione italiana da metà anni ‘70 si deve al terziario; • servizi da 42% (1972) a 67% in Italia (2009), quasi 80% in Usa e GB fin da 2000; • Sud ancor più terziarizzato (da 46% a oltre 71%), avendo «saltato» la fase dell’industrializzazione.

Perché cresce il terziario diversa dinamica della produttività del lavoro:

- produttività = beni prodotti/lavoratori addetti - la produzione industriale cresce con meno lavoratori (produttività in aumento); - la domanda di servizi cresce (a causa di maggior reddito delle famiglie) a produttività stabile (lavoratori in

aumento); • delocalizzazione produzione industriale.

I servizi per le imprese Crescita dei servizi alle imprese o intermedi

• i servizi alla produzione aumentano; • ma è anche frutto di specializzazione organizzativa per la maggiore importanza di tali funzioni; • dipende dalla diversa tendenza a esternalizzarli.

I servizi per le persone Servizi finali o per il consumo

• venduti sul mercato (servizi privati); • forniti da strutture pubbliche (servizi non destinabili alla vendita).

Dipendono da come sono svolte le funzioni di riproduzione della società. I servizi finali per il consumo possono essere:

• autoprodotti nella famiglia («self-service»); • prodotti da lavoratori specializzati in seno a organizzazioni dedicate:

private → potere d’acquisto pubbliche → prelievo fiscale Tre modelli di terziarizzazione

1. Svezia: - forte pressione fiscale; - diffusi servizi pubblici; - elevata occupazione femminile.

2. USA - GB: - bassa pressione fiscale; - diffusi servizi privati a basso costo; - elevata occupazione femminile.

3. Europa: - medio-alto carico fiscale; - più sussidi che servizi pubblici; - diffuso self-service; - scarsa occupazione femminile.

Lo sviluppo dell’occupazione nella società dei servizi dipende • non solo dal progresso produttivo (beni); • ma anche dal prevalere di:

1. self-service economy , 2. welfare economy, 3. market economy ;

• economia formale /economia sostanziale. La crescita dei servizi in Italia

• diffusa autoproduzione di servizi personali; • scarsa occupazione femminile; • sussidi prevalgono su servizi; • bassa quota di occupati nel settore pubblico; • scarsa occupazione nei servizi alle imprese:

- nonostante il forte processo di esternalizzazione per la prevalenza di piccole imprese nell’industria; - segno di scarsa innovazione tecnologica e organizzativa; - ma in netta crescita dagli anni ‘80;

elevata occupazione in servizi finali privati:

• per lo più lavoro indipendente e micro-imprese; • a volte suppliscono inefficienza dei servizi pubblici; • ma i rami più tradizionali in calo da anni ‘90.

La dinamica dei diversi servizi negli ultimi quattro decenni servizi per le imprese:

- sempre cresciuti di più che finali; - crescita soprattutto di servizi professionali e imprenditoriali;

servizi per le persone : - commercio: crescita moderata, poi arresto;- crescono sempre turismo e servizi domestici; - pubblica amministrazione diminuisce dal 1990; - istruzione e sanità: peso cresce su occupazione totale ma diminuisce su quella terziaria.

Settore pubblico: crescita e declino • cresce sino a fine anni ‘80, poi stabilità e diminuzione da metà anni ‘90 (tranne sanità):

- blocco del turnover; • da 2000 a 2008: ~ 3,5 milioni, ma più polizia e sanità, meno ministeri e enti locali,

- tuttavia esternalizzazione di funzioni o servizi pubblici. Le differenze territoriali

indicatore di asimmetria nella distribuzione dei dipendenti pubblici (2008): - rispetto all’occupazione totale: da 0,7 (Lombardia) a 1,4 (Calabria e Sicilia); - rispetto alla popolazione: da 0,8 (Lombardia) a 1,0-1,2 (regioni meridionali).

Il distacco italiano • si deve alle fasce deboli; • tuttavia alcuni fattori di sottostima:

- per i giovani: assenza di sistema duale; - per le donne: minor diffusione del part-time; - per anziani: lavoro nero;

• il distacco rispetto a media UE15 potrebbe ridursi da 8 punti a 4-5. Le differenze territoriali

• il distacco si deve quasi tutto al Sud; • nel Nord: i maschi adulti sui massimi europei,

- solo gli anziani molto meno; • nel Sud: anche i maschi adulti molto meno,

- solo gli anziani sopra la media. Tasso di occupazione totale e nei servizi

• il tasso di occupazione totale è più alto nei paesi in cui è più alta la percentuale di persone occupate nei servizi. Tassi di occupazione settoriali variano

• non molto per: - agricoltura: dall’1% al 2%; - costruzioni: dal 4,7% al 6%; - industria manifatturiera: dal 9% al 16%; - trasporti: dal 3% al 4%;

• molto per i servizi: - alberghi e ristoranti: dal 2% al 4%; - servizi alle imprese: dal 9% al 14%; - commercio: dal 8,5% al 11%; - servizi sociali e personali: dal 3,5% al 4,5%; - scuola e sanità: dall’8% al 20%.

Due modelli di successo Welfare economy (Danimarca) • Market economy (G.B.)

in comune = alta occupazione femminile. • Il circolo virtuoso delle donne che lavorano:

- più reddito / meno tempo disponibile / più domanda di servizi / più occupazione femminile. • Il particolare caso della Germania.

Il caso italiano • un tasso di occupazione nei settori produttivi di beni di livello americano; • performance occupazionale scadente a causa di una scarsa occupazione nei servizi:

- soprattutto turismo, servizi alle imprese, sanità e assistenza sociale, attività ricreative; • ma forti differenze territoriali.

Un Nord sotto-terziarizzato • modello tedesco: il più alto tasso di occupazione manifatturiera; • servizi (sociali e alla persona in particolare) sotto la media Ue.

→ eccessiva domanda di lavoro operaio, → bisogni della famiglie non soddisfatti. Un Sud sotto-industrializzato

• tasso di occupazione basso, ma non drammaticamente grazie a settore pubblico; • vuoto occupazionale nell’industria manifatturiera (meno della Grecia).

→Situazione eccezionale in Europa, che non si può affrontare con le stesse proposte. 3. Per una politica dell’occupazione

• obiettivo UE per 2010: tasso di occupazione (15-64 anni) 70% (60% donne; 50% anziani): - pochi paesi hanno raggiunto obiettivo, - per l’Italia:

■ occupare anche molte donne inattive, ■ fortissime differenze territoriali;

• nuovo obiettivo più generico per il 2020: tasso di occupazione (20-64 anni) 75%. Occupate per amore o per forza?

• il tasso di occupazione come criterio guida (invece della disoccupazione) implica un mutamento di paradigma: → l’esperienza del lavoro retribuito per le donne come opportunità di realizzazione personale e di relazioni sociali; → nuovi stili di vita familiare;

• problemi nelle società dove sono diffuse culture che privilegiano l’orientamento alla famiglia. Età di ritiro da lavoro e livelli di istruzione

• un aumento del livello di istruzione porta un aumento dei tassi di occupazione dei lavoratori anziani; • confronto internazionale: a parità di livello di istruzione, il tasso di occupazione delle persone tra i 55 e i 64 anni in Italia

non è molto inferiore. Sino a che punto può crescere l’occupazione nei servizi?

La «malattia dei costi»: - i servizi creano occupazione perché sono a bassa e costante produttività, ma il loro costo aumenta.

Due soluzioni 1. pagare meno chi lavora nei servizi (working poors) (modello americano); 2. ripartire il maggior costo dei servizi su tutti attraverso il sistema fiscale (modello europeo):

- servizi pubblici, - fiscalizzazione degli oneri sociali per lavoratori a basso reddito.

• In ogni caso: - sperare nel circolo virtuoso innescato dal lavoro femminile; - evitare ogni politica pubblica che favorisca il self service nella famiglia (sussidi invece di servizi, sistema fiscale

familistico). Le obiezioni ai limiti del modello europeo

• l’espansione del welfare porta aumento dell’occupazione e del prelievo fiscale; • conservare il principio di eguaglianza di accesso per alcuni servizi e rinunciarvi per altri; • rinunciare al principio di eguaglianza delle retribuzioni in cambio della stabilità del posto di lavoro.

Per evitare «società dei due terzi» = polarizzata tra fascia privilegiata e sottoclasse di lavoratori marginali.

• rendere facile il passaggio tra due fasce; • ridurre distanza tra posizioni forti e deboli; • rafforzare condizioni di cittadinanza sociale; • sviluppare criteri di valutazione sociale per lavori stigmatizzati.

4. Dalla classe operaia «centrale» al lavoro manuale non operaio La riduzione del lavoro manuale

• alla terziarizzazione settoriale si accompagna quella professionale; • nei paesi ove più alta è l’occupazione nei servizi, maggiore è la presenza del lavoro non manuale, anche nell’industria; • si attenua la distinzione tra lavoro operaio e impiegatizio per:

- condizioni del rapporto di lavoro, - contenuto del lavoro,

• ambiente di lavoro; • restano il codice civile e l’inquadramento contrattuale.

Il declino dell’operaio della grande fabbrica • figura con un ruolo centrale nel mercato del lavoro, nella struttura delle classi sociali e nel sistema di relazioni industriali; • il declino è frutto di un triplice processo:

- la contrazione dell’occupazione industriale, - la caduta della grande impresa, - la riduzione del lavoro operaio nella grande impresa.

Il ritardato sviluppo e il rapido crollo della grande fabbrica • all’inizio degli anni ‘70 tre «picchi»:

- livello massimo di occupazione nell’industria manifatturiera, - la più alta quota di lavoratori dipendenti, - massimo di occupati nei grandi complessi;

• è il momento di maggiore espansione della «classe operaia centrale»: - in grandi fabbriche con produzione in serie (fordista), - con un’organizzazione del lavoro ripetitivo e parcellizzato (taylorista), - localizzata nel triangolo industriale Ge-Mi-To e in alcuni poli del Sud.

La riduzione del lavoro manuale nella grande fabbrica • inizio degli anni ‘70 = 1.200.000 operai (l’8% dell'occupazione dipendente); • fine anni ‘90 = 300.000 (2% dei lavoratori dipendenti); • il declino comincia presto per:

- il calo dell’occupazione industriale, e ancor più di quella delle grandi imprese, - l’impiegatizzazione delle (poche) grandi fabbriche rimaste.

Una nuova figura: l’operaio dei servizi • dove lavorano ora gli operai:

- 50% nel terziario, - 33% nell’industria manifatturiera, - 12% in edilizia;

• il processo di terziarizzazione, oltre alla crescita del lavoro non manuale, comporta il cambiamento di quello manuale → l’operaio dei servizi.

• Figura antica, poiché sino al Seicento vi era una gran quantità di domestici e servitori; • ora non servono più una sola famiglia, ma un’intera società:

- commesse, camerieri, portieri, facchini, estetiste, autisti, addetti alle pulizie, … Le caratteristiche

• il contenuto della prestazione è semplice e non richiede saperi tecnici; • non sforzo fisico, ma resistenza a condizioni di lavoro e orari disagiati; • infimo status sociale; • alte competenze trasversali: coinvolgimento sino alla dedizione.

Un ghetto di proletari dei servizi? • no perché coinvolti spesso «lavoratori in transito» (ipotesi del bus):

- giovani (i lavoretti), - donne di mezza età, - immigrati;

• ma elevato rischio di intrappolamento recentemente rilevato sia in Spagna, sia in Italia. 5. La qualificazione del lavoro in prospettiva comparata

• il tradizionale contrasto tra pessimisti e ottimisti: - sociologi del lavoro: studi di caso in aziende industriali suffragano ipotesi sulla dequalificazione; - economisti e sociologi delle professioni: dall’analisi della struttura occupazionali emergono lavori qualificati non

industriali; - successiva inversione delle posizioni.

I limiti metodologici studi di caso: non generalizzabili, ancorati al passato; • analisi macro : presuppongono che il contenuto delle «etichette» occupazionali non cambi; • confronti cross-national trascurano decentramento produttivo internazionale:

- nei paesi avanzati si concentrano le «teste» ad alta professionalità di «corpi» produttivi sparsi in paesi meno sviluppati.

«Upgrading» contro polarizzazione dell’occupazione Il dibattito recente

upgrading: crescita delle occupazioni qualificate e contrazione di quelle dequalificate per effetto della società della conoscenza;

polarizzazione asimmetrica: crescita delle occupazioni qualificate, ma anche (minore) crescita di quelle dequalificate; • paesi anglosassoni (liberali) vs. altri paesi europei (maggior regolazione del mercato del lavoro); • in Europa due periodi: mid ’90s divide

I fattori che incidono sulla composizione dell’occupazionemutamento tecnologico:

- richiesta di maggiori competenze e capacità cognitive; - sostituzione di mansioni ripetitive, manuali e non manuali, al centro della scala occupazionale, ma non di compiti

astratti (alti) e di servizio (bassi); • disponibilità di forza lavoro, sia molto istruita, sia immigrata pronta a mansioni dequalificate;

• istituzioni che regolano il ventaglio retributivo; • decentramento in altri paesi di lavori dequalificati.

La struttura dell’occupazione per livelli professionali • la classificazione Isco si fonda su 3 criteri:

- settore di specializzazione, - funzione svolta, - livello di responsabilità o autonomia nelle decisioni;

• i nove livelli professionali Isco possono essere raggruppati in quattro grandi aree: - professioni intellettuali (1-3), - attività non manuali dequalificate (4-5), - attività manuali qualificate (6-7), - attività manuali non qualificate (8-9).

Le tendenze nell’Europa a 15 • crescono le professioni intellettuali e tecniche e diminuiscono gli impiegati; • il lavoro manuale, specializzato e semi-qualificato, si riduce molto; • aumentano gli addetti alle vendite e, nell’ultimo decennio, anche le occupazioni manuali non qualificate; • doppia polarizzazione: all’interno sia del lavoro manuale sia di quello non manuale.

Un possibile equivoco nell’analizzare i mutamenti nella struttura occupazionale • il tasso di incremento di un’occupazione non va confuso con il suo contributo alla creazione di posti di lavoro:

- piccoli gruppi possono aumentare molto, ma creare pochi nuovi posti di lavoro; - grandi gruppi possono non crescere, ma creare molti nuovi posti di lavoro per sostituire coloro che vanno in

pensione. La posizione dei paesi europei Ai due estremi vi sono: 1. Gran Bretagna, Svezia, Olanda:

- altissima quota di professioni intellettuali, - alta quota di attività non manuali poco qualificate, - bassa presenza di lavori manuali;

2. Spagna e Portogallo: - alta quota di lavoro manuale, soprattutto non qualificato, - bassa presenza di occupazioni non manuali.

In posizione intermedia: - Italia e Francia: con una maggior presenza di occupazioni non manuali dequalificate, - Germania: con una maggior presenza di professioni intellettuali.

Un confronto per settori • le differenze nella composizione per livelli professionali sono in larga misura frutto della diversa struttura per settore; • più professioni intellettuali ove più terziario (Gran Bretagna e Svezia); • ma vi sono differenze all’interno dello stesso settore.

Il settore industriale Italia

• bassa presenza di professioni intellettuali; • il punto di forza: gli artigiani e gli operai specializzati; • grave carenza di medio-grandi imprese (forte relazione tra dimensioni e qualificazione).

I servizi alle imprese Italia

• ad altissima qualificazione professionale, un livello pari a quello britannico e superiore a quello di Francia e Germania; • ma la quota di occupazione è meno del 10%, contro 12-15% di Francia e Gran Bretagna.

Il settore industriale allargato• Gran Bretagna: poca produzione, soprattutto finanza, ricerca e marketing; • Francia: molti ingegneri e tecnici e pochi operai specializzati; • Germania: pochi ingegneri e tecnici e molti operai specializzati (molto istruiti)

- grandi imprese con maestri operai formatisi nel sistema di istruzione tecnico-professionale;• Italia: pochi ingegneri e tecnici e molti operai specializzati (poco istruiti)

- flessibilità e adattabilità dei sistemi di piccola impresa; - artigiani poco scolarizzati, ma con grandi capacità di apprendimento pratico sul lavoro sono il nucleo forte della

competitività industriale. I servizi privati alla persona Commercio e turismo

• nei paesi dell’Europa centro-settentrionale lo sviluppo di grandi organizzazioni ha favorito la diffusione di: - manager con compiti solo gestionali; - posti di lavoro professionale e tecnico molto qualificato;

• in Italia prevale la piccola impresa su basi familiari: - anche il piccolo imprenditore presta attività di servizio ai clienti; - nell’occupazione dipendente resta dominante la figura dell’addetto alle vendite e ai servizi.

Trasporti e comunicazioni • l’Italia ha recuperato il forte ritardo che aveva sino a metà anni ‘90; • le professioni intellettuali e tecniche sfiorano il livello della Gran Bretagna; • ristrutturazione del trasporto ferroviario (esteriorizzazione delle attività di manutenzione) e forte sviluppo del settore

televisivo. I servizi pubblici e sociali

• destinati alla riproduzione biologica e culturale di una società; • sono per lo più pubblici; • sono i settori a più alta intensità di lavoro intellettuale, tranne che per i servizi domestici (inclusi in quelli sociali e

assistenziali). La pubblica amministrazione

• più netto il ritardo dell’Italia fino a metà anni ‘90 ma ora il divario è quasi colmato; • comunque si segnala:

- impiegati esecutivi oltre il 34%, mentre in altri paesi sempre meno del 30%; - mancano dirigenti, professionisti e tecnici (meno di 17% contro 25% di GB e Germania).

Educazione • l’Italia è in linea con i paesi europei.

Sanità • in Italia la percentuale di medici è altissima, ma perché sono carenti le figure intermedie paramediche e assistenziali:

- addetti nel settore = 6% degli occupati, contro 10% in Francia e Gran Bretagna. Servizi sociali e domestici

• la bassa percentuale di lavori intellettuali in Italia e Spagna: - si deve anche alla molto maggiore presenza di lavoratori domestici, - ma è netta anche negli altri rami.

In conclusione • la bassa qualità dell’occupazione in Italia non si deve a un effetto composizione (scarsa presenza di settori ad alta intensità

di lavoro intellettuale); • la percentuale di professioni intellettuali è inferiore in quasi tutti i settori (fanno eccezione la sanità, l’educazione e

parzialmente i servizi alle imprese). Il recupero dell’Italia

• da metà anni ‘90 la percentuale di professioni non manuali qualificate è molto cresciuta; • in altri paesi la crescita è stata minore; • ma:

- comparsa tendenza a polarizzazione; - la crisi ha ridotto fasce alte e aumentato quelle basse, contrariamente a tutti gli altri paesi europei.

Le occupazioni emergenti in Italia • la nuova occupazione da metà anni ‘90 alla crisi è quasi tutta concentrata nell’area del lavoro non manuale, per lo più ad

alta qualificazione; • l’altra faccia dell’instabilità; • crescono soprattutto:

- dirigenti e professionisti nei servizi alle imprese, nella distribuzione commerciale e nei servizi personali; - professioni legate allo sviluppo dei mercati finanziari, dell’informatica, della gestione delle risorse umane; - professioni tecniche di livello medio-alto; - occupazioni amministrative e connesse alla vendita.

• tuttavia il processo di upgrading anche in Italia sta assumendo la forma di una doppia polarizzazione asimmetrica; • inoltre:

- dal 2004 al 2009 la crescita dell’occupazione è meno concentrata nelle professioni intellettuali e tecniche; - un contributo importante è dato dalle occupazioni elementari sempre più svolte da lavoratori immigrati.

La crescente diffusione della sovra-istruzione • eccesso di istruzione rispetto alle competenze richieste dalle mansioni svolte (soprattutto giovani):

- teoria del capitale umano: dipende dalle crescenti esigenze della domanda di lavoro; - teoria della riproduzione sociale: esito della competizione tra coloro che aspirano ad una ascesa sociale e quelli

che difendono le posizioni acquisite; • gli studi concordano nel rilevare una generale tendenza all’aumento della sovra-istruzione; • Italia:

- stimato un livello medio ma in crescita; - donne più sovra-istruite degli uomini, giovani più degli adulti; - rischio di intrappolamento per i giovani smentisce ipotesi della transizione scuola-lavoro (effetto stigma).

6. Nuove professioni e nuove competenze Le competenze informatiche

• quasi la metà dei lavoratori italiani usa computer, meno della media europea e con alcuni paesi intorno al 70%; • un sapere generale e trasversale:

- richiede formazione di base, - può essere usato in settori diversi,

• comportano una forte trasformazione delle professioni tradizionali: - rimane intatto il bene o il servizio fornito, - cambiano profondamente i compiti elementari e il contesto organizzativo, - cambiano le conoscenze richieste.

Le competenze cognitive, comunicative e sociali • diffusione di un altro sapere generale e trasversale; • servono a:

- identificare e risolvere problemi, - guidare processi lavorativi non determinati, - assumere responsabilità, - coinvolgersi negli obiettivi, - manipolare rapporti interpersonali.

Le funzioni relazionali • secondo Istat in Italia, le competenze relazionali e comunicative sono utilizzate:

- dal 70% delle professioni intellettuali, - dal 50% di quelle classificate come impiegati e addetti alle vendite e ai servizi personali, - dal 40% delle professioni manuali.

Le culture aziendali e professionali • necessarie per assicurare omogeneità di comportamento in assenza di vincoli tecnologici e di comandi autoritari; • rapporto di fiducia diventa essenziale perché nessuno è in grado di controllare prestazioni, che non seguono regole

standard. Le life skills

• attengono alla vita personale: - competenze cognitive, - competenze relazionali, - competenze affettive;

• saperi impliciti o taciti che non si acquisiscono con apprendimento formale; • sono frutto delle diverse reti di relazioni (da quelle familiari a quelle con amici e compagni di scuola).

Lavorare sotto stress • la percezione di intensità del lavoro (lavorare in fretta, scadenze) è aumentata in tutti i paesi europei; • un quarto degli occupati in Italia dichiara di portarsi il lavoro a casa o di lavorare durante il tempo libero:

- frequenza molto maggiore per i lavoratori più istruiti e i livelli professionali più elevati. Mestiere, posto, professione

• la massa delle attività elementari può essere raggruppata in occupazioni secondo diversi criteri; • la costruzione delle occupazioni può dipendere da fattori:

- tecnologici, - economici, - sociali.

Il mestiere • combinazione di abilità manuali e competenze tecnico-merceologiche acquisite tramite esperienza (apprendistato per

imitazione); • qualità proprie del lavoratore; • agevole mobilità inter-aziendale, ma non settoriale.

Il posto • nella grande impresa taylorista, i compiti sono parcellizzati e quelli di integrazione e controllo sono affidati a funzioni

specializzate; • mansione o posto = insieme limitato di compiti secondo l’organizzazione di ogni impresa; • mobilità inter-aziendale scarsa, a favore della carriera interna.

La crisi delle tradizionali categorie 1. Si rompe il nesso tra attività e settori merceologici

- emergono grandi aree professionali definite dalla funzione e dal livello: • fabbricazione, trattamento dati, gestione, ingegneria e manutenzione, vendita, ecc.

2. Si attenuano i confini aziendali - aumentano i flussi di entrata-uscita dall’impresa; - si affermano attività indipendenti dall’organizzazione;

- forme di carriera che alternano periodi in azienda e periodi di lavoro indipendente. La professionalizzazione

• le caratteristiche della professione: - svolta fuori da vincoli di organizzazione, - fondata su sapere scientifico e reputazione, - richiede autonomia e discrezionalità, - accesso attraverso curriculum formale e cooptazione da parte di pari;

• investono molte attività lavorative, dentro e fuori le imprese, modificando percorsi di carriera e forme di identità: - le carriere diventano esterne alle imprese e si formano in mercati professionali, pur includendo periodi di lavoro

dipendente, - l’attaccamento alla professione sostituisce quello all’impresa;

→ a mestieri e posti si aggiungono le quasi/semi-professioni. Il passato non scompare

• occupazioni costruite secondo diversi criteri convivono nello stesso settore; • l’esempio del settore alberghiero:

- mestiere: cuoco; - posto: cameriere ai piani; - professione: addetto alle relazioni con i clienti.

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