Sociologia della criminalità organizzata (Università di Torino, scienze politiche e sociali) , Sbobinature di Sociologia criminale. Università di Torino
giulia_bollero
giulia_bollero18 ottobre 2017

Sociologia della criminalità organizzata (Università di Torino, scienze politiche e sociali) , Sbobinature di Sociologia criminale. Università di Torino

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LA MAFIA Non c’è una definizione univoca, ma si può dire che è un’organizzazione. Ci sono diverse mafie, c’è una differenza nell’uso al singolare di mafia con l’uso di tale parola al plurale. Le parole che si posso associare al termine mafia: corruzione, organizzazione, illegalità, pizzo, droga, estorsione, riciclaggio, violenza, famiglia, politica, chiesa, stato, economia, criminalità, omertà e paura, sangue, onore e rispetto. Non abbiamo parlato però di cultura, questo termine fino a qualche anno fa veniva associato alla cultura. Che tipo di rappresentazione è? Non è una rappresentazione omogenea, ci sono alcuni termini che riguardano le attività “riciclaggio”, altri riguardano il tipo di struttura per esempio “organizzazione”, altri riguardano gli ambiti per esempio “stato, chiesa, politica, economia”. La corruzione è un termine che può avere a che fare con la mafia, infatti c’è un dibattito sul rapporto tra mafia e corruzione. La famiglia non è esclusiva della mafia mentre altri termini come pizzo, estorsione ecc, riguardano solo la mafia. Per quanto riguarda il termine “organizzazione”, ci si riferisce ad un fenomeno che prende forma dotandosi di una struttura organizzativa, anche se può sembrare scontato che la mafia sia organizzata, in realtà questa è un'acquisizione molto recente. Per molto tempo infatti, il fenomeno mafioso era sottovalutato, lo si riteneva spontaneo senza organizzazione. L’organizzazione implica una vera e propria strategia. Il termine “pizzo” è associato alla mafia e si sovrappone al termine estorsione. Sono sinonimi, l’estorsione è un attività del pizzo. Nel caso della mafia l’estorsione è associata al termine protezione. La violenza è un termine molto rilevante perché i mafiosi sono specialisti nell’uso della violenza. L’omertà e la paura indicano due cose controverse, l’omertà è una regola un codice culturale che esprime solidarietà rispetto alla mafia, mentre la paura è quando si tace per non incorrere a delle sanzioni della mafia. Indicano due cose molto diverse. La cultura o la mentalità sono termini presenti nella mafia, infatti se parliamo di sangue, onore e rispetto, famiglia e omertà parliamo di cultura. Quando si parla di mafia, si guarda anche il rapporto tra mafia e stato, una forma di criminalità organizzata diversa da tutte le altre criminalità organizzate. La criminalità organizzata ha due modi per descriversi, la prima prospettiva focalizza l’attenzione sulla presenza di gruppi (organizzazioni) criminali, mentre la seconda si focalizza su un’ insieme di attività criminali. Spesso queste due prospettive si confondono però indicano due cose di tipo diverso perché la prima indica gli attori, la seconda prospettiva si focalizza sulle attività. Nel primo caso ci chiediamo chi sono, nel secondo caso cosa fanno. In questi due casi cambia il disegno di ricerca, perché un conto è si costruisce un disegno di ricerca puntando sugli attori, e un conto è se il disegno di ricerca di focalizza sulle attività, ma non riguarda solo i ricercatori, ma bensì le agenzie di contrasto. Le agenzie di contrasto sono le istituzioni (magistratura e forze dell'ordine insieme) che combattono le mafie. Per gli strumenti che sono messi a disposizione dalle agenzie di contrasto è molto importante fare questo tipo di distinzione. Per molto tempo, quando si parlava di mafia l’attenzione era rivolta alle attività, infatti l'idea prevalente negli strumenti di contrasto era quello di contrastare le attività illegali e veniva negata il carattere organizzato delle mafie, venivano considerati meno gli attori. Oggi a livello giuridico quando si parla di mafia si fa riferimento ad un’associazione, un attore collettivo che ha delle caratteristiche peculiari. Nel 1982 venne introdotto il 416 bis del codice penale, un articolo introdotto relativamente tardi, che individua per la prima volta un reato commesso dall’associazione di stampo mafioso. Con l’introduzione di questo articolo si è voluto riconoscere a livello giuridico l’esistenza di una mafia con determinate caratteristiche. Da quel momento in poi l’associazione mafiosa diventa un reato (il fatto di appartenere). Il 1982 è un anno molto importante per la lotta alla mafia perché viene approvata la legge Rognoni – Latorre, che prende il nome dai due principali esponenti della legge. Essa proponeva un disegno

di legge che introduceva l’associazione a delinquere di stampo mafioso, indagini patrimoniali e la possibilità di sequestrare e confiscare i beni ai mafiosi. Nello stesso anno Latore venne assassinato nello stesso anno e così lo stato reagì e per le indagini chiamò subito un prefetto speciale con poteri straordinari, Carlo Alberto Dalla Chiesa, che però fu subito assassinato, con la moglie e la scorta. Subito dopo l'assassinio lo stato si riunì e dichiarò la legge contro la mafia, appunto la Rognoni- Latorre. In molti si chiesero se la mafia fosse un'organizzazione una mentalità condivisa. La risposta fu che è una mentalità, una cultura, un insieme di valori che a volte sfociava in qualcosa di illegale, ma non sempre.

Una delle questioni più rilevanti che riguarda lo studio del fenomeno mafioso è come viene concettualizzata l'idea di criminalità organizzata, infatti quando si pensa alla criminalità organizzata si può guardare agli attori (chi sono gli attori) o guardare alle attività (che cosa fanno). Attori e attività sono due criteri collegati tra loro, anche se possono variare i risultati della ricerca e i dispositivi di contrasto a seconda di quale si analizza maggiormente. In termini giuridici se si osservano le attività, si focalizza l’attenzione sui reati scopo. ES: ci sono degli andranghetisti a Torino che fanno i reati, e il magistrato li persegue per il tipo di attività che fanno. Oppure ad ES: ci sono degli andranghetisti a Torino e li perseguo in quanto andranghetisti perché essere affiliati alla ndrangheta è un reato. Sono due cose diverse. Infatti uno dei maggiori dibattiti all'inizio del 900 era se esistesse davvero la mafia o se esistessero solo i mafiosi. Molti sostenevano che ci fosse la mafia, ma intesa come un modo di essere, collegata ad alcuni valori, ma non per forza qualcosa di illegale. Poi ci può essere qualcuno che ha quei valori e commette un delitto e allora, lo si persegue quando si comporta da delinquente. I dibattiti riguardano il fatto se si può perseguire un reato attraverso un reato associativo che è uno strumento molto potente. Si esistesse una legge che dice che lo si può perseguire perché appartiene ad una associazione criminale di tipo mafioso allora le strategie investigative sarebbero diverse. L'introduzione dell’articolo 416 bis cambia il modo di vedere la mafia, perché prima per combattere la mafia si faceva ricorso solo al 416 “'l'associazione per delinquere” mentre il 416 bis dice: l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti per acquisire la gestione e il controllo di attività economiche, autorizzazioni, concessioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti e vantaggi ingiusti per se o per altri, ovvero al fine di impedire e ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare i voti a sé o ad altri. Dal punto di vista sociologico a noi interessa sapere che per identificare l’associazione di tipo mafioso, coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione, che deriva dal fatto di appartenere all’associazione, da cui poi deriva la condizione di assoggettamento e omertà. A luglio c’è stato il processo mafia-capitale, ci sono state pesanti condanne ma non è stata riconosciuta la caratterizzazione mafiosa come mafia, solo come corruzione, associazione a delinquere. Questo perché quella corte non ha riconosciuto la forza di intimidazione come fondante. La capacità di intimidazione non è solo quella attuale, concretizzata ma è quella potenziale. ES: io vi intimidisco perché voi avete paura che io vi possa fare qualcosa di male, perciò si è ancora più potente perché non ho la necessità di mettere in atto la violenza, basta minacciare. La mafia è un problema che nel nostro paese esiste da moltissimo tempo, ma si è arrivati un po' tardi ad una norma del genere perché c’erano delle resistenze a causa degli interessi mafiosi e dei loro complici ma c’erano anche delle difficoltà interpretative. HENNER HESS → sociologo scrive il libro “Mafia” nel 1970. Nel libro di Hess la mafia viene vista come un fenomeno culturale, (che in alcune circostanze può diventare criminale), espressione di una società arretrata, è un residuo del feudalesimo. Hess nega che la mafia sia un fenomeno organizzativo e ne da una sua interpretazione, per lui non c’è la mafia, però c’è un modello di comportamento che possiamo definire mafioso (essere mafiosi non vuol dire per forza far parte della mafia). La mafia non è un'organizzazione, ma un preciso modo di agire che deriva da un'attitudine psichica o un codice morale da una specifica subcultura che si trova in un determinato territorio; egli cita autori che sostengono che la mafia sia uno stato d'animo, una filosofia della vita, una particolare caratteristica che è presente nei siciliani. E allora se

prevale una lettura di questo tipo ed è condivisa da molti, allora chi dice di voler fare un articolo del codice penale viene contrariato perché è un codice morale, uno stato d’animo, non è per forza qualcosa di brutto. La tesi di Hess era la più dominante ai quei tempi e sarà così fino agli anni 80.

Giuseppe Pitré (autore) nega il fatto che esista la mafia, dice che la mafia è la coscienza del proprio stato d'essere, il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre, se offeso non ricorre alla giustizia, se lo facesse darebbe prova di debolezza e offenderebbe l’omertà che ritiene infame chi per per avere ragione si richiama al magistrato. Il mafioso è un uomo che sa farsi rispettare, che aderisce al codice culturale dell'omertà che gli permette di non ricorrere ad un giudice e che è in grado di farsi giustizia da sé. Gaetano Mosca, fondatore delle scienze politiche in Italia, fa una distinzione tra mafia e spirito di mafia, in Sicilia è molto diffuso lo spirito di mafia, è una cosa che si trova un po’ in tutti i siciliani. É una sorta di egocentrismo proprio dei siciliani, il fatto di considerarsi al disopra della legge e la capacità di farsi rispettare da soli. In alcuni casi alcuni soggetti che hanno questo spirito di mafia si mettono insieme e lì forse c’è la mafia, ma non è un associazione vera e propria, ma si tratta di piccoli gruppi di malfattori che si ritrovano, ma senza un vero scopo. Non viene intesa come qualcosa di organizzato, di progettato. La mafia è espressione di una specifica sub cultura, chi condivide questa subcultura, questa cultura può mettere appunto in atto un comportamento di tipo mafioso. Secondo Hess l mafioso è uomo di rispetto, ed è molto diverso dal delinquente, perché la posizione del mafioso è legittimata dalla morale popolare ed è consolidata dal fatto che la sua attività non mira ai suoi bisogni, ma ha anche precise funzioni di protezione e mediazione. Il tipo di attività che svolge non risponde solo a bisogni che riguardano il mafioso stesso ma bisogni che riguardano la società che esprime quella subcultura. Non è il mafioso che offre questi bisogni, ma c’è anche la domanda di questi bisogni che poi offrirà il mafioso. Non è solo espressione di una forma mentis (mentalità) ma allo stesso tempo la subcultura sopravvive a fronte della debolezza degli organi del potere statale. La posizione del mafioso è quella del relitto del sistema feudale che continua a sopravvivere, perché i nuovi organi non sono così forti al punto da eliminare questo sistema. È quindi il residuo di una società arretrata. Questa teoria sarebbe plausibile se si considerasse la mafia come un qualcosa che è sempre associato ad una società arretrata, ma noi sappiamo che oggi, non è così, perché la si trova anche nelle aree più sviluppate del paese. L’obiettivo di molti studiosi delle scienze sociali fu quello di comprendere: Che rapporto c'è tra il fenomeno e il suo contesto? Per Hess c’è una forte contrapposizione tra il fenomeno e contesto. Il fenomeno è fortemente verificato nel contesto. Nel contesto siciliano è presente una subcultura mafiosa, che genera il fenomeno mafioso dove alcuni si comportano in modo mafioso. Secondo questa teoria il problema non era il mafioso, ma era il contesto ad essere mafioso, quindi se si neutralizza l’individuo dal contesto e lo mando in un contesto che è civico, si neutralizza la sua mafiosità. Hess dice che i mafiosi non sono un'associazione, possono agire a livello collettivo, ma lo fanno perché privilegiano i legami dei gruppi primari (legami di sangue come la famiglia, i legami di comparaggio, un legame parentale 'artificiale' come amicizia), egli ha un'idea molto naturalistica, per cui i mafiosi sono legati tra loro da rapporti che si basano su legami di sangue o su legami simili ai rapporti famigliari. Hess è il rappresentante della visione culturalista e quindi della mafia vecchia, egli ebbe una grande influenza perché fu uno dei primi a porsi il problema (fece uscire il libro nel 1882). oltre a lui i primi studi vennero fatti dagli stranieri, in particolare dagli americani. Hess si interrogò anche su chi fossero i mafiosi, per lui i mafiosi sono soggetti che sperimentano percorsi di mobilità sociale ascendente (lo studio di chi cambia classe sociale). La mafia permette di migliorare il proprio status sociale, quindi è un percorso di mobilità sociale ascendente. Quali sono le caratteristiche/capacità che permettono ai mafiosi di fare carriera per Hess?1) La capacità di usare la violenza e la forza di intimidazione che è ancora più forte della violenza esercitata. 2) La collisione superata con successo con gli organi giuridici statali: ovvero riuscire a garantirsi l'impunità (scontrarsi con i giudici statali ma uscirne 'indenni'). Tanto tempo fa i mafiosi venivano

perseguiti dai tribunali ma venivano sempre assolti, questo accade a lungo anche nel periodo repubblicano (fase post seconda guerra mondiale) dove il fatto di aver subito un processo ma di essere stati assolti per insufficienza di prova era un elemento che rafforzava la reputazione del mafioso. 3) Il riconoscimento attraverso altri detentori di potere informale, cioè il fatto di essere riconosciuti da altri soggetti con una posizione di potere. 4) il riconoscimento da parte degli assoggettati. L'autorità di un mafioso nasce dall'unione di tutte queste cose: violenza, impunità, riconoscimento da altri mafiosi e riconoscimento dall'esterno. Mafioso non è chi si sente mafioso ma chi è considerato come tale, è il pubblico fa il mafioso. Inoltre, l'essere mafioso non è un mestiere, anzi queste persone hanno spesso una professione, una loro attività distinta. Quando il mafioso ha tutte le caratteristiche sopra indicate (che ha fatto carriera), in genere tende a monopolizzare una posizione di potere, attraverso 3 azioni principali: 1) si crea una cosca per avere a disposizione dei facinorosi per usare la violenza in maniera organizzata; per cosca egli intende una serie di relazione a coppie che il mafioso intrattiene con persone tra loro indipendenti. Quindi alla fine è si un gruppo, ma non organizzato. 2) si crea un 'partito' ovvero relazioni con persone esterne che sono economicamente e socialmente altolocate. 3) il mafioso mira a legalizzare la propria posizione. Qui non siamo difronte ad un tipo di illegalità come le altre, una banda di truffatori comuni agiscono unicamente nell’illegalità mentre una caratteristica della mafia è che i mafiosi agiscono sia nell’illegalità sia nella legalità, anzi le loro attività economiche vengono svolte a cavallo tra mercati legati e mercati illegali. Il punto debole di questa teoria è: chi e secondo quale criterio i mafiosi ricevano legittimazione? Perché il potere dei mafiosi è legittimato? Per Hess esso trova legittimazione con la presenza di una subcultura precisa, dove i mafiosi sono i maggiori esponenti. I mafiosi hanno successo sulla asse di codici culturali condivisi e comuni come ad esempio l'omertà intesa come legge del silenzio che però non è un tratto della mafia, è un tratto di quella subcultura. Questa tesi era dominante fino all'inizio degli anni 90, l’omertà era un codice della Sicilia, i siciliani sono omertosi e la mafia si nutre di valori codici morali, valori diffusi nella società. Oggi però è strano che ci sia l’omertà, perché se l’omertà è legata a quel tipo di cultura allora come mai si trova anche al nord? La spiegazione semplicistica a questo è che quella cultura si è diffusa anche qua. Secondo Hess la legittimazione si basa su una specifica subcultura, non c’è una struttura organizzativa contano le relazione di tipo diatico. Nel mondo della mafia nessuno si sente mafioso, cioè i mafiosi tra di loro non si chiamano mafiosi, vengono chiamati mafiosi dalle persone esterne. Nella ndrangheta per esempio tra di loro si chiamano uomini d’onore.

Le diverse INTERPRETAZIONI sulla mafia in due grandi famiglie: 1) La prospettiva culturalista, di cui è importante l'autore Hess, per cui il fenomeno è connesso, quasi sovrapposto con il contesto che lo esprime. Es: Mafia siciliana e Sicilia si sovrappongono, per cui quel fenomeno lì secondo Hess ci può essere solo in quel contesto ed è lì che si forma il codice morale. Hess non nega che ci siano i mafiosi, ossia soggetti che si comportano secondo un modello mafioso, compiono attività illecite, ma nega che i mafiosi appartengano ad una struttura organizzata. Non c'è una cosa che possiamo identificare come mafia, non c'è un'organizzazione, considera un grave errore pensare che ci sia un’organizzazione dietro la mafia.

2) La prospettiva organizzativa invece, mette in primo piano il fatto che il fenomeno mafioso è organizzativo e che la mafia esiste come organizzazione criminale sia pur con caratteristiche diverse da qualunque altra organizzazione criminale. Queste due prospettive si devono osservare come i poli di un continuum, da un lato c’è chi segue esistenza di un organizzazione e dall’altro lato chi appoggia la sua esistenza. La mafia è un organizzazione criminale sui generis (cercano di intrattenere relazioni con la sfera legale dell’economia, della politica e delle istituzioni). Queste due prospettive sono sempre state oggetto sul dibattito delle mafie, che inizia già tra fine 800, inizio 900. Nel secondo dopo guerra prevale a lungo più la tesi culturalista, infatti ci sono una serie di processi che riguardano soprattutto mafiosi siciliani, che si risolvono con una soluzione per insufficienza di prove, non ci sono gli strumenti per provare che ci sia un’associazione. Negli anni 80 le cose iniziano a cambiare, soprattutto nel momento in cui aumenta lo scontro di Cosa Nostra rispetto allo stato. A Palermo tra la metà degli anni 70 vengono assassinati molti magistrati, procuratori della Repubblica, giudici istruttori, ufficiali dei carabinieri, politici… nel frattempo subentrano dei magistrati che iniziano a fare indagini in modo diverso, come per esempio Falcone che guidato da Chinnici, che inizia a mettere insieme le diverse indagini, soprattutto inizia a fare indagini patrimoniali, in sostanza manda la guardia di finanza a controllare i conti correnti. Le inchieste danno degli esiti positivi in termini di strategie di contrasto, infatti la svolta contro la mafia si ha con la già citata rognoni-latore secondo cui il fatto di appartenere ad un organizzazione mafiose diventa un reato. Prima questa cosa qui non c’era, prima era reato compiere un reato specifico i così detti reati-scopo, adesso anche farne parte diventa reato. La legge rognoni- la torre dice che diventa reato l'appartenenza all' associazione mafiosa, introduce le indagini patrimoniali e la possibilità di confisca e di sequestro dei beni. Ci furono processi molto più efficaci. Poi con l'istruzione del maxi- processo di Palermo si stabilì che esisteva un organizzazione criminale denominata “cosa nostra” che ha una struttura organizzativa rigida, articolata in modo gerarchico con determinativi ruoli. Da quel momento la prospettiva organizzativa divenne predominante. Un altro aspetto interessante è che nel corso del maxi- processo inizia il fenomeno rilevante per la conoscenza e il contrasto del fenomeno mafioso. Arrivano i collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta che decide di collaborare con la magistratura, per cui ci sono dei mafiosi che rifiutano la loro appartenenza. I pentiti delle mafie raccontano dall'interno le mafie, negli anni 80 e 90 i collaboratori di giustizia permettono una conoscenza di queste organizzazioni di grande rilevanza, quali sono i ruoli ecc. A livello di studi le cose cambiano proprio perché alcuni storici vanno negli archivi vanno a rivedersi i rapporti di polizia o di prefetti dalla Sicilia alle autorità centrali e ricostruiscono come si definiva la mafia e cosa emergeva della mafia a quei tempi. Scoprono che ci sono delle inchieste che mostrano delle strutture organizzative di cosa nostra. Una gerarchia che nella metà degli anni 80 Buscetta racconta a Falcone, scoprono una continuità storica di cosa nostra. Oggi c’è un eccesso della predominanza della prospettiva organizzativa infatti non bisogna perdere di vista le altre dimensioni perché siamo difronte ad un sistema multi dimensionale. Noi parliamo di mafia ma soprattutto di mafia e di antimafia, per studiare la mafia bisogna studiare l'antimafia, le due cose prendono forma insieme e vanno di pari passo. L'antimafia è la risposta che è stata data al problema della mafia a diversi livelli per combattere la mafia; a livello giudiziario, politico, a livello di società civile. Il fenomeno mafioso si modifica a seconda di cosa fa l'antimafia. L'antimafia identifica la mafia, senza antimafia la mafia non esisterebbe. Resta il fatto che identificare i tratti che caratterizzano la mafia continua ad essere problematico perché gli scienzati sociali che si occupano di mafia molto spesso nei convegni si scontrano tra loro sulla definizione di mafia. La mafia è un concetto ma poi ci sono le mafie e all'interno delle varie mafie ci sono i vari gruppi di mafie. La mafia così al singolare non identifica nulla di concreto, identifica un fenomeno di tipo generale. DEFINIZIONE E CARATTERISTICHE DELLE MAFIE: La mafia si trova a livello concreto come un network(rete) di organizzazioni criminali, che assumono modelli organizzativi differenziati a seconda dei contesti storici e geografici di riferimento, inoltre possono cambiare a seconda del tempo. Il modello organizzativo di cosa nostra

è diverso dal modello organizzativo dell’andrangheta. Non è detto che il modello dell'ndrangheta di oggi sia uguale a quello di 50 anni fa. Un modello organizzativo che cambia nel corso del tempo e del contesto e anche all'interno dello stesso contesto in fasi temporali diverse. È un modello organizzativo che combina in modo molto efficace, un elevato livello di chiusura sociale ma allo stesso tempo ha un elevata apertura verso l'esterno. Riesce ad essere molto chiuso verso interno, ma molto aperto verso l’esterno. È una contraddizione apparente di cui l'universo mafioso è attraversato. La mafia è un fenomeno di società locale in quanto soprattutto nei meccanismi di genesi è importante il radicamento nel territorio. Le mafie sono radicate in un territorio, al tempo stesso manifestano elevante capacità di espansione territoriale. Un'altra caratteristica delle mafie è la capacità di tipo relazionale dei mafiosi, quello che viene chiamato il capitale sociale delle mafie. Altra caratteristica è l'abilità di manipolare codici culturali tradizionali: prendono codici culturali e li strumentalizzano ai propri fini. Altro trattato peculiare è il fatto che i mafiosi cercano di stabilire contatti e relazioni continuativi con la sfera legale della politica, dell'economia e delle istituzioni, per cercare di costruire rapporti di cooperazione e di scambio con soggetti esterni all'organizzazione mafiosa. Fino a pochi anni fa si diceva che la ndrangheta avesse un modello organizzativo di tipo orizzontale mentre cosa nostra aveva un modello di tipo verticale ma le inchieste odierne della magistratura hanno dato alla luce come la ndrangheta sia in realtà un modello organizzativo di tipo verticale. In base alla posizione che si occupa (giurista, sociologo ecc) ognuno di noi immagina, e interpretiamo il fenomeno mafioso. Per comprendere questo complesso fenomeno lo scienziato sociale deve tenere conto delle diverse interpretazioni (culturalista, e organizzativa) e anche della posizione dell’osservatore: chi è che osserva, da dove osserva e con quali strumenti. “chi è che osserva” significa anche, con quali finalità osservo. Noi in classe, parliamo di mafia perché vogliamo accrescere le competenze sociologiche, mentre un magistrato che osserva la mafia fa delle indagini perché vuole accertare dei reati, ha delle finalità diverse dal ricercatore. Un cittadino lo osserverà ancora in un altro modo, per senso civico per esempio. Un giornalista avrà anch’esso i suoi strumenti e le sue finalità ossia, diffondere le informazioni nell’opinione pubblica. Ogni osservatore, sociologo o magistrato ecc ha la sua cassetta degli attrezzi di tipo professionale. Tutte queste cose possono convergere ma possono creare delle differenze perché un sociologo non avrà il compito di accertare quali sono i colpevoli e quindi un indagine sociologica è condotta da strumenti diversi da un indagine giudiziaria ma anche con finalità diverse. Gli obiettivi conoscitivi e le domande sono diverse. MAFIA E LE DIVERSE RAPPRESENTAZIONI: Tenendo presente questa premessa, ci sono diversi modi di rappresentare la mafia che ci possono spiegare quando sia complicato comprendere cosa significa mafia. Per esempio un modo di rappresentarla è quella di vederla come una burocrazia, la burocrazia nel modello di Weber identifica un specifico modello organizzativo. La burocrazia è un istituzione formalizzata in cui ci sono delle chiare linee gerarchiche e ruoli definiti, ci sono criteri per accedere all’interno della burocrazia, con un sistema di norme e sanzioni. Le rappresentazioni che vedono la mafia come una burocrazia sono quelle che enfatizzano la prospettiva organizzativa. Alcune rappresentazioni che ritengono la mafia come un organizzazione autosufficiente a se stessa. Questo tipo di rappresentazione risulterebbe più congeniale ad un magistrato, per cui il suo compito sarebbe più facile se la mafia avesse un modello di tipo burocratico, perché se fosse così sarebbe possibile stabilire con precisione chi è mafioso e chi non lo è, dove inizia la mafia e dove finisce. Riuscire a cogliere tutto ciò riesce molto più facile l’azione di contrasto della mafia a livello giudiziario. In base a chi osserva il fenomeno ci può essere la tendenza ad enfatizzare certi aspetti e lasciarne da parti altri, perché hanno finalità differenti. Es: Qualche anno fa ci fu una sentenza della corte di cassazione (quella che decide l’ultima istanza) che pronunciandosi sulla cooperazione esterna a cosa nostra, il così detto concorso esterno, da una rappresentazione di cosa nostra in cui dice che cosa nostra quando è in difficoltà ha bisogno del sostegno di soggetti esterni, politici ecc e che però quando è in salute non ha bisogno di rivolgersi

all’esterno perché è una struttura autosufficiente con tutti i ruoli definiti. Da questa sentenza si può capire che i giudici interpretino la mafia come una burocrazia. Quando la mafia rappresentata come comunità, dove contano molto i rapporti interpersonali o personali, contano i codici culturali, in cui c’è solidarietà. In questo caso la mafia si avvicina alla prospettiva culturalista. La mafia è qualcosa ti invita nella comunità di riferimento. Non ha una sua autonomia ma è la massima espressione di una subcultura specifica, infatti non esiste come “mafia”. Questa è quella che il magistrato teme di più perché è difficile da aggredire con strumenti (come codici, leggi) perché è qualcosa di diffuso. Quindi chi ha questa idea qui, di mafia come comunità utilizzerà degli strumenti diversi da quelli del giurista, per esempio interventi nelle scuole: educare le nuove generazioni. Ovviamente questi sono due tipi generali, non è che chi fa interventi nelle scuole pensa che non debbano essere arrestati i mafiosi o viceversa, però sono davvero due poli opposti. Un altra idea molto rilevante è quella di mafia come sistema, la mafia identifica un sistema criminale, in quanto tale è costituto da una serie di sottosistemi che agiscono in modo coordinato. Questa idea del sistema criminale si trova in alcune parti della magistratura ma anche nel dibattito pubblico, dove nel linguaggio comune si può avvicinare all’idea della piovra. La mafia è una piovra che con i suoi tentacoli abbraccia tutti gli ambiti. Oppure l’idea della mafia come sistema può avvicinare a quella dell’esistenza di una multinazionale del crimine, per cui ci sono decisioni strategiche che vengono prese in un certo modo e l’idea dell’esistenza di un grande vecchio che torna sempre. Es: quando sono stati arrestati primarina e provenzano (mafiosi) ci si è chiesto se fossero davvero loro i capi di cosa nostra, chi c’è dietro in realtà?. Falcone però nega l’esistenza di un terzo livello, ossia che ci fosse qualcuno dietro questi due. Altra idea significativa è quella di mafia come impresa, dove si mette in primo piano la dimensione economica della mafia, la capacità di fare affari e quindi prevale idea di mafia come impresa criminale. C’è un vero e proprio paradigma soprattutto tra gli studiosi statunitensi sulla mafia come impresa, infatti si è dato attenzione anche all’analisi delle mafie italiane. Un altro modello è quello di mafia come rete ossia come network: una rete di organizzazioni ma dove conta molto la dimensione relazionale perché la rete permette di osservare le relazioni interne all’organizzazione ma soprattutto quelle esterne, ossia le relazioni che i singoli mafiosi o l’organizzazione in sé ha con altri soggetti. Ogni ricercatore ha le sue preferenze rispetto alla rappresentazione della mafia, perciò le ricerche e le interpretazioni dipendono dai paradigmi che adottano. L’ultima idea è quella di mafia come gruppo di potere perché si fa riferimento a come Weber ha teorizzato il gruppo di potere. c’è dunque una dimensione territoriale, la capacità di combinare coercizione, un sistema di regole e di norme, un apparato in grado di farle rispettare. La mafia ha tutte queste cose. l’idea della mafia come gruppo di potere è rilevante in moltissimi campi.

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