STORIA DEL PENSIERO ECONOMICO - Domande e risposte d'esame I parziale - Prof. Fornasari Massimo - VOTO 30, Domande di esame di Storia Del Pensiero Economico. Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
Alessandra_martini
Alessandra_martini
Questo è un documento Store
messo in vendita da Alessandra_martini
e scaricabile solo a pagamento

STORIA DEL PENSIERO ECONOMICO - Domande e risposte d'esame I parziale - Prof. Fornasari Massimo - VOTO 30, Domande di esame di Storia Del Pensiero Economico. Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

PDF (145 KB)
14 pagine
1Numero di download
542Numero di visite
Descrizione
Per chi non avesse voglia di rispondere alle domande (possibili domande d'esame) che il professore lascia a fine modulo o per chi non avesse avuto voglia di frequentare le lezioni, ecco a voi domande e risposte (COMPLETE...
9.99
Prezzo del documento
Scarica il documento
Questo documento è messo in vendita dall'utente Alessandra_martini: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli
Anteprima3 pagine / 14
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 14 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 14 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 14 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 14 totali
Scarica il documento
Senza titolo 2

DOMANDE STORIA DEL PENSIERO ECONOMICO - I MODULO

1. Indicate brevemente gli aspetti che caratterizzano i diversi approcci alla storia del pensiero economico e sottolineatene i limiti.

2. Esponete la dottrina del giusto prezzo secondo l’economia tomistica mettendola in relazione ai principi della giustizia distributiva e commutativa.

3. Illustrate i motivi in base ai quali la scolastica condannava il prestito ad interesse ed indicate i fattori che indussero San Tommaso ad attenuarne la riprovazione.

4. Analizzate brevemente l’approccio teorico dei mercantilisti alle questioni monetarie. 5. In che modo i bullonasti affrontarono la questione della bilancia del commercio? 6. In cosa consisteva la teoria del prezzo-flusso monetario enunciata da D.Hume alla metà del ‘700

(alla base del Gold Standard). 7. W.Petty fu il primo esponente del cosiddetto mercantilismo baconiano: in che modo affrontò il

problema del valore? 8. Secondo Marx, Petty fu il primo economista a formulare la teoria del plusvalore , come si

giustifica questa affermazione? 9. In Mandeville la corrente individualistica edonistica trovò uno dei suoi principali esponenti:

quali concetti Mandeville mise in luce nella Favola delle Api? 10. In Cantileno è enunciata per la prima volta in forma coerente una teoria del ciclo economico:

quali elementi principali la costituivano? 11. La visione di Cantileno della moneta e del credito appare estremamente moderna e anticipatrice

della teoria del moltiplicatore monetario. Discutete questa affermazione. 12. Quali principi ispirarono il cameratismo tedesco, definito anche come scienza

dell’amministrazione dello stato? 13. Fernando Galliani fu il primo prestigioso rappresentante della scuola napoletana; in “della

moneta” espose la sua concezione dell’economia civile. Su quali principi si reggeva? 14. Esponete sinteticamente il funzionamento del “tableau économique” di Quesnay. 15. La teoria dei sentimenti morali di Smith è alla base della sua successiva riflessione economica:

in cosa consistevano quesi “sentimenti”? 16. Quali elementi teorici contribuiscono a definire la teoria del valore-lavoro di Smith? 17. Cosa intende Smith per prezzo naturale e in quale rapporto esso sta con i prezzi di mercato? 18. La legge di Say e la critica di Sismondi. 19. La teoria della rendita differenziale in Ricardo è esposta facendo ricorso al cosiddetto modello

grano. Per quale motivo e cosa si proponeva di dimostrare con quella teoria Ricardo? 20. Analizzare le differenze teoriche tra la teoria del valroe-lavoro Smithiana e quella Ricardiana. 21. In cosa consiste il concetto di valore assoluto e per quale motivo Ricardo lo volle introdurre

nella sua riflessione teorica?

1 PRINCIPALI APPROCCI ALLA SPE Così come esistono diverse definizioni di SPE, esistono anche diversi approcci alla disciplina: fondamentalmente ne esistono 3 che condizionano il modo in cui si sono svolte le cose: • APPROCCIO COMULATIVO: gli storici neoclassici che utilizzano questo approccio ritengono che la

scienza economica sia cresciuta per gradi attraverso un processo di cumulazione di nuove verità le quali, una volta emerse, rendono obsolete le precedenti teorie. E’ un approccio che esclude l’idea di discontinuità alla quale contrappone quella di stratificazione. La conseguenza di questo approccio è il ritenere la SPE sia inutile poiché il presente contiene tutto il passato.

APPROCCIO RIVOLUZIONISTA O COMPETITIVO: a differenza dell’approccio cumulativo, questo ammette cesure e rivoluzioni. L'ispiratore di questo approccio è Thomas Kuhn, storico della scienza che ha influenzato in maniera rilevante l'economia. Egli introduce 5 fasi che descrivono come nel corso della storia si possono presentare spaccature: - fase 0) periodo pre-pragamatico: non esistono teorie dominanti; - fase1) accettazione del paradigma: nel corso del tempo diventa il paradigma dominante; - fase2) scienza normale: il paradigma diventa la scienza da seguire e non contraddetta; - fase3) nascita di anomalie: iniziano le prime discrepanze collegate alla scoperta che quel paradigma

non può spiegare tutto; - fase4) crisi del paradigma: le discrepanze danno vita alla crisi del modello dominante; - fase5) rivoluzione scientifica: l’insieme di discrepanze danno luogo ad una rivoluzione.

E un circolo vizioso, la storia riprenderà sempre da capo. I pregi di questo approccio consistono nell'accettazione di teorie diverse o alternative, delle quali i punti di forza e/o di debolezza saranno in grado di determinare il prevalere o il superamento del paradigma dominante. • APPROCCIO MESOLOGICO-RELATIVISTA: (MESOLOGIA: branca della biologia che studia

l’ambiente degli organismi). Questo approccio, che verrà adottato durante il nostro corso, mette in luce come le idee e le teorie economiche riflettano la realtà storicamente determinata. Le teorie economiche rispondono ad una domanda politica, che cerca basi scientifiche alle soluzioni che essa propone per i problemi contingenti della propria epoca.

2. DOTTRINA DEL GIUSTO PREZZO SECONDO L’ECONOMIA TOMISTICA METTENDOLA IN RELAZIONE AI PRINCIPI DELLA GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA E CUMMUTATIVA Il primo filone che viene tradizionalmente identificato nella SPE è quello della prima scolastica, filosofia che si afferma durante il periodo del basso medioevo. I filosofi scolastici operano una grande opera di assimilazione e mediazione culturale tra l’Aristotelismo e la tradizione cristiana attraverso la traduzione in latino di codici che erano stati conservati presso gli arabi. La teoria del giusto prezzo riflette un pensiero teorico che Tommaso d’Aquino, frate dell’ordine francescano, riporta nella “Summa teologica”, opera del 1268 che raccoglie una serie di sue riflessioni. Questa teoria sostiene che ogni bene ha una sua proprietà intrinseca (bonitas intrinseca) e che il giusto prezzo sia il prezzo che prevale in un dato momento, ovvero il prezzo corrente che si risolve nella “communis aestimatio” (valore ottenuto in assenza di monopolio) e che assicura lo scambio tra equivalenti.

Il giusto prezzo è dunque, per San Tommaso, quella proprietà intrinseca dei beni che garantisce i principi di GIUSTIZIA COMMUTATIVA e GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA. La giustizia commutativa fa infatti riferimento al principio della reciprocità tra individui all’ interno di una comunità ed è affidata al mercato nel quale si deve effettuare lo scambio tra individui alla pari; la giustizia distributiva assicura invece il principio dell’immutabilità dell’ordinamento sociale: prima e dopo lo scambio le posizioni degli individui devono rimanere inalterate. Questa teoria è responsabilità principale delle istituzioni poiché il mercato, se lasciato a sè stesso, tende a provocare uno squilibrio tra il prezzo effettivo ed il giusto prezzo dei beni causando incertezza e disordine. L’obiettivo era dunque quello di creare un mercato regolamentato in cui produttore e consumatore sono tutelati, di mantenere l’ordine sociale e di conservare l’assetto della società prevalente, che, all’epoca, era dominato in maniera contrastata dalla Chiesa Romana.

3. MOTIVI CONDANNA PRESTITO AD INTERESSE E FATTORI CHE INDUSSERO SAN TOMMASO A ATTENUARNE LA RIPROVAZIONE Il primo filone che viene tradizionalmente identificato nella SPE è quello della prima scolastica, filosofia che si afferma durante il periodo del basso medioevo. I filosofi scolastici operano una grande opera di assimilazione e mediazione culturale tra l’Aristotelismo e la tradizione cristiana attraverso la traduzione in latino di codici che erano stati conservati presso gli arabi. I principali protagonisti di questa opera di traduzione furono Alberto Magno e, in particolare, il suo allievo Tommaso d’Aquino. Nell’ambito di un’economia pienamente monetaria, con la quale San Tommaso e gli scolastici si confrontano, occorre definire il valore della moneta. La moneta era considerata dalla Chiesa romana un bene a fecondità semplice, cioè un bene che si consumava con l’uso, non dotato quindi di valore intrinseco, ma munito di solo valore convenzionale imposto dalle autorità per agevolare gli scambi. Quindi, come tutti i beni a fecondità semplice, non poteva far nascere su di essa diritti d’uso e interessi: “pecunia pecuniam non parit”. Questa posizione di condanna del prestito ad interesse si afferma a partire dai primi anni dopo Cristo con la filosofia patristica: appellandosi a quello che diceva la Bibbia essi condannavano l’uso del prestito. Questa impostazione classica arriva fino a San Tommaso il quale, pur accettando questa posizione, compie un primo passo in avanti rispetto al suo parziale superamento: se prima era considerata solo come un mezzo di scambio di valore sterile, egli aggiunge che è anche “misura del valore delle cose”. Dunque, se la moneta assume anche questa funzione, Tommaso la ritiene utile a soddisfare i bisogni di consumo e, pertanto, il prestito per le transazioni commerciali diventa lecito anche se non poteva comunque dar luogo ad interessi. Negli anni successivi, con lo sviluppo dei commerci, verrà poi adottato un atteggiamento più aperto e meno ostile nei confronti del prestito ad interesse: la chiesa romana cattolica inizia ad adeguarsi al mutamento delle condizioni economiche decidendo di trovare una serie di giustificazioni particolari e ben regolate del prestito ad usura. In particolare, il denaro poteva essere prestato in tre situazioni: - DAMNUM EMERGENS : poteva essere corrisposto interesse come compenso di una perdita accertata o

di un ritardo nel rimborso del prestito; - PERICULUM SORTIS : poteva essere concesso interesse come compenso per il rischio commerciale,

ovvero derivante dall'esercizio dell’attività produttiva; - LUCRUM CESSANS: l'interesse poteva essere concesso come compenso del mancato guadagno

derivante da possibili investimenti alternativi (è un embrione del concetto di costo-opportunità del capitale).

Keynes riterrà assurda la posizione assunta dalla chiesa nei confronti del prestito ad interesse in quanto sosterrà che la legislazione sull’usura serviva solo per evitare di far schizzare in alto i tassi di interesse, mantenendo il controllo delle dinamiche della società medievale e pagando il compromesso di rallentare di fatto lo sviluppo economico.

4. APPROCCIO DEI MERCANTILISTI RIGUARDO LA QUESTIONE DELLA MONETA Durante il periodo mercantilista l’economia politica, che perde la sua connotazione iniziale legata all’etica, diventa funzionale agli affari dello Stato. In realtà, non è mai esistita una scuola di pensiero che si autodefinisse mercantilista, ma fu piuttosto un termine coniato “ex post” per indicare un’insieme di idee che prevalsero tra il 1500 ed il 1750 legate da elementi ed obiettivi comuni come la propensione al protezionismo o il tentativo di rafforzamento del potere dello stato territoriale. La prima fase di questo periodo viene definita con il termine “bullionismo”: i bullionisti erano in genere mercanti o funzionari della corona che perseguivano l’accumulo di oro come mezzo per consolidare il potere del sovrano. Da un punto di vista teorico in questi anni si sono susseguite diverse teorie monetarie: il fattore fondamentale secondo gli scrittori mercantilisti dipendeva dallo scostamento del tasso di cambio ufficiale (= valore nominale stabilito dalle autorità) rispetto alla parità metallica (=quantità di oro e argento) contenuta nella moneta. Questo scostamento era causa di una sottovalutazione della stessa, la quale quindi, secondo la “legge di Gresham” tende a fuggire all’estero. Già precedentemente Nicolas d’Oresme era pervenuto a questa legge, ma la sua esplicitazione si deve a Gresham dalla quale prende il nome: in sintesi essa ritiene che se in un paese circolano due monete di pari valore nominale ma con diverso contenuto di oro e argento, gli individui tenderanno ad utilizzare negli scambi interni la moneta “cattiva” (che contiene minor quantità di metallo prezioso) mentre la moneta “buona” viene tesaurizzata o utilizzata solo per i pagamenti con l’estero e tende quindi a sparire dalla circolazione. —> “la moneta cattiva scaccia quella buona”. Successivamente, in concomitanza con la cosiddetta “rivoluzione dei prezzi” cinquecentesca, i mercantilisti iniziano a le cause di questo repentino aumento dei prezzi. La più grande intuizione si deve ai frati gesuiti della seconda scolastica dell’università di Salamanca i quali abbozzano una teoria che lega l’andamento dei prezzi a quello della circolazione monetaria, teoria che verrà espressa sotto forma di equazione da Fisher a partire dalla metà del ‘500: MV=PT. Secondo questa, che verrà definita come “teoria quantitativa della moneta” il prezzo è direttamente proporzionale al rapporto tra la quantità di moneta in circolazione e il numero di transazioni. Altre interessanti considerazioni circa la causa dell’aumento dei prezzi vennero sostenute dal francese Jean de Malestoit, funzionario della zecca che nel 1566 scrisse un panflet in cui sostenne che l’aumento dei prezzo fosse puramente nominale, dovuto alle alterazioni che i sovrani apportavano alle monete; in opposizione a Malestroit, Jean Bodin dimostrò invece che l’incremento dei prezzi era anche reale e dipendeva da una serie di cause concatenanti (carestie, coalizioni di mercanti) e, soprattutto, dall’afflusso di metalli americani. In conclusione, l’impostazione generale mercantilista appoggia l’idea che la moneta non sia un semplice vero ininfluente sull’economia, ma che rappresenti una vera e propria riserva di valore oltre che un mezzo di scambio. Ad appoggiare questa credenza fu Keynes che, opponendosi ai neoclassici, affermò che “Il possesso della moneta (inteso come fonte di ricchezza) calma la nostra inquietudine”, quindi ci stacchiamo da essa solo se il corrispettivo in termini di tasso di interesse è sufficientemente elevato.

5. IN CHE MODO I BULLINISTI AFFRONTARONO LA QUESTIONE DELLA BILANCIA DEL COMMERCIO In Inghilterra, a partire dagli anni 20 del ‘600, si sviluppa un dibattito sulla crisi della bilancia di commercio che vede come protagonisti 3 personalità dell’epoca che filettino 3 diversi punti di vista: - Gerard De Malynes . Egli sosteneva che le fluttuazioni monetarie ed il conseguente rialzo dei prezzi dei prodotti importati avevano condotto ad una fuga dei metalli preziosi che, di conseguenza, aveva causato un deficit della bilancia commerciale. Per riaggiustare dunque la bilancia, Malynes suggeriva un rigido controllo

da parte dello stato sui cambi esteri attraverso misure restrittive finalizzate a mantenere stabile e inalterata la parità metallica. - Edward Misselden sosteneva che ciò che era veramente importante era avere una bilancia commerciale positiva con ogni paese con il quale l’Inghilterra commerciava; lo stato aveva quindi il compito di stimolare le esportazioni e scoraggiare le importazioni ricorrendo eventualmente anche a svalutazioni della moneta. Sosteneva, quindi, la deregolamentazione del mercato poiché credeva nell’esistenza di forze equilibratrici spontanee che avrebbero lavorato indipendentemente da qualsiasi misura protezionistica. -Thomas Mun intervenne formulando il concetto moderno di bilancia commerciale aggregata: egli sosteneva la la piena movimentazione delle merci e, in particolare, la movimentazione dei capitali. Bisognava quindi vendere agli stranieri, in termini di valore, più di quanto si consumava da essi comprando materie prime a basso prezzo ed esportando prodotti più costosi in modo da determinare un afflusso netto di moneta. Questo meccanismo genera liquidità ed elimina il deficit. Si tratta di un concetto simile a quello della bilancia dei pagamenti. A concludere definitivamente il dibattito fu Hume, il quale si incaricò di criticare pesantemente le tesi sulla bilancia commerciale favorevole smontando nei “discorsi politici” le tesi mercantiliste.

6. IN COSA CONSISTEVA LA TEORIA PREZZO-FLUSSO MONETARIO ENUNCIATA DA HUME ALLA META’ DEL ‘700? David Hume, uno dei più importanti personaggi dell’illuminismo scozzese” critica la teoria della bilancia commerciale favorevole, smontando nei”discorsi politici” del 1752 le tesi mercantiliste. In contrapposizione con le idee di Misselden e Mun, egli non accetta la teoria della bilancia commerciale e, anzi, mette in primo piano la capacità del mercato di autoregolamentarsi formulando il “meccanismo prezzo- flusso monetario”. Gli aspetti principali della sua critica ruotano attorno al fatto che un aumento della circolazione della moneta, derivante da un avanzo commerciale, siano sì in grado di aumentare i prezzi interni, ma allo stesso modo provocano un deterioramento di competitività verso l’esterno. Ribalta, in altri termini, le teorie bullioniste sostenendo che gli effetti delle loro politiche, che volevano artificialmente influenzare la bilancia commerciale, hanno solo una breve durata poiché la bilancia commerciale tenderà automaticamente a riequilibrarsi. Questo pensiero passerà alla storia come “teoria del prezzo-flusso monetario” ed è estremamente importante poiché sarà alla base della formulazione di un nuovo sistema monetario internazionale: il gold standard, meccanismo spontaneo basato sulla qualificazione dell’oro come misura standard del valore, che regolerà i rapporti tra i paesi fino alla fine della prima guerra mondiale.

7. WILLIAM PETTY FU IL PRIMO ESPONENTE DEL COSIDETTO MERCANTILISMO BACONIANO: IN CHE MODO AFFRONTO’ IL PROBLEMA DEL VALORE? In Inghilterra, a partire dalla fine del ‘500, si aprono degli scenari che porranno l’economia su binari diversi rispetto a quelli mercantilistici determinando il passaggio dal bullionismo al mercantilismo baconiano prima, e dal mercantilismo baconiano al mercantilismo evoluto poi. In particolare, William Petty fu il primo autore mercantilista che espresse l’intenzione di applicare i metodi baconiani all’analisi dei fatti economici e sociali: figlio di un mercante di stoffe, studia medicina all’università di Oxford e diventa presto un medico famoso. Tuttavia, la svolta nella carriera politica avvenne agli inizi degli anni ’50 del ‘600, in particolare nel 1652 quando venne inviato da Oliver Cromwell in Irlanda (dove qualche anno prima si era verificata una insurrezione dei cattolici irlandesi domata dalle truppe inglesi) con l’incarico di redigere la “Down Survey”, una grande indagine e ricognizione sui fondi che erano passati dai ribelli ai nobili inglesi dopo la rivolta.

Questa esperienza gli permise di intraprendere le sue più grandi osservazioni sul valore dei beni: il suo metodo si basa su un approccio quantitativo all’analisi dei fenomeni economici e sociali e infatti, come da egli stesso sottolineato, “intende esprimersi in termini di numeri, pesi e misure, invece di usare solo parole”. Nel “Trattato delle tasse e dei contributi” del 1662, individua l’origine del valore come prodotto del lavoro e della terra: il valore è quindi dipeso dalla quantità di terra e lavoro necessari a produrli e tali quantità determinano il “valore naturale” verso cui i prezzi di mercato tendono a collocarsi. Definito il valore dei beni, l’obiettivo di Petty è quello di trovare un’unica misura del valore tale per cui ci sia un’equivalenza tra le due quantità: il fattore unificante è dato, secondo lui, dalla quantità di cibo giornaliero di un adulto in media. Questa definizione fa riferimento a due concetti classici, che verranno ripresi successivamente dagli economisti politici Smith e Marx: SALARIO DI SUSSISTENZA, indispensabile alla vita, al di sotto di quella soglia il lavoratore non è in grado di sopravvivere, e SALARIO DI LAVORO SOCIALMENTE NECESSARIO, lavoro necessario in un determinato contesto economico-sociale. Infine Petty sviluppa il concetto di “sovrappiù”che si risolve in rendita e che si ottiene sottraendo al valore ottenuto dalla terra e dal lavoro, il valore della produzione che si otterrebbe dalla terra (senza l’applicazione del lavoro) e il valore della produzione necessaria a pagare il lavoro. In termini matematici, egli sostiene che il valore della terra si deduce moltiplicando la rendita annuale per 21 ( spazio di una generazione ).

8. SECONDO MARX, PETTY FU IL PRIMO ECONOMISTA A FORMULARE LA TEORIA DEL PLUSVALORE, COME SI GIUSTIFICA QUESTA TEORIA? Nell’ambito della storia del pensiero economico, l’importanza della figura di Petty fu sottolineata per la prima volta da Karl Marx il quale lo considera il primo vero esponente dell’economia politica classica, soprattutto per aver sviluppato il concetto di “sovrappiù” (concetto che lo stesso Marx definirà poi con il termine di “plusvalore”. Mano mano che il capitalismo sociale si traduce in capitalismo industriale, gli economisti iniziano a chiamarlo profitto. In questa fase è identificato come rendita, ed è definito come la parte in eccedenza che rimane dalla produzione. Questo avviene perché il sistema economico è dinamico, se fosse statico non ci sarebbe accumulazione. Questo sovrappiù si ottiene sottraendo al valore ottenuto dalla terra e dal lavoro, il valore della produzione che si otterrebbe dalla terra (senza l’applicazione del lavoro) e il valore della produzione necessaria a pagare il lavoro. In termini matematici, egli sostiene che il valore della terra si deduce moltiplicando la rendita annuale per 21 ( spazio di una generazione ). Sul saggio di rendita si allinea il saggio di usura (interesse), in quanto chi presta denaro pretende di ottenere un plusvalore monetario pari almeno a quello che si otterrebbe acquistando della terra: il valore della terra è quindi la rendita capitalizzata. L’overplus è un residuo, è ciò che eccede pagate tutte le altre spese ( produzione, dipendenti, ..) di cui si appropriano solo determinate classi sociali. Pretty propone quindi di tassare non la parte di rendita che poteva essere reinvestita nella terra come miglioramento, ma quella parte di rendita che finanziava le spese di lusso della nobiltà, ovvero particolari beni di consumo = beni voluttuari. —> Ciò che manca a Petty è l’approccio per classi sociali (elemento che sarà invece fondamentale in Smith e Marx): non formula una teoria della distribuzione del reddito, cioè come si distribuisce il sovrappiù (teoria che sarà alla base di Ricardo).

9. QUALI CONCETTI SVILUPPA MANDEVILLE NELLA SUA “FAVOLA DELLE API”? A partire dalla fine del ‘600, il mercantilismo baconiano si trasforma in mercantilismo evoluto, ultima tappa del pensiero mercantilista. In questo periodo il pensiero economico è influenzato dalla filosofia del diritto naturale, dall’emergere del GIUSNATURALISMO. Se nella situazione iniziale della scolastica l’economia era totalmente assorbita dall’etica, a partire dagli inizi del ‘500 questi due aspetti tenderanno a scindersi, arrivando fino a questo periodo in cui si approfondisce ulteriormente tale divisione. Bernard de Mandeville è sicuramente una delle figure del pensiero economico più uniche in assoluto: nella sua “favola delle api” mette in luce come secondo lui il benessere pubblico si persegue lasciando libertà alle persone di soddisfare certi vizi come il lusso e l’avidità economica. Inoltre, ritiene che certe virtù siano addirittura dannose per l’andamento economico: ecco che l’antitesi tra economia ed etica non potrebbe che essere più evidente. La favola delle api racconta la storia di un alveare che per avidità vive in abbondanza: ogni classe sociale regna nel lusso e nell’agio, senza alcuna legge morale, e pronta a perseguire il proprio interesse ad ogni costo. Ad un certo punto gli abitanti si ravvedono, capiscono di vivere di aspetti illegali e scorretti e decidono di cambiare atteggiamento (“giove giurò di liberare l’alveare dalla corruzione”) . Tuttavia fu proprio a causa del passaggio dalla disonestà al bene che ci fu un crollo dei prezzi e una conseguente crisi economica e sociale che porta alla decomposizione dell’alveare: “la semplice virtù non può far vivere le nazioni nello splendore” La presa di posizione di Mandeville è spregiudicata, enfatizza la scienza economica come una disciplina che sostiene gli appetiti degli uomini: si verifica uno stravolgimento dei valori e della morale tradizionale. In questo libro Mandeville aveva un obiettivo provocatorio che non venne inteso nella società del tempo: anche qual’ora l’uomo fosse di natura un animale civile o lo diventasse per cultura dovrebbe tenere a freno le sue virtù poiché queste, che lo rendono onesto, possono essere negative per la comunità. E’ il vizio che porta al benessere. L’attacco di Mandeville alle virtù civili è portato da una prospettiva diversa da quella di Hobbes(guerra tutti contro tutti): secondo Mandeville l’uomo è un animale civile e quindi dotato di razionalità civile, ed è il vizio che determina il benessere.

10. ELEMENTI PRINCIPALI DELLA TEORIA DEL CICLO ECONOMICO DI CANTILLON. Jevons attribuì a Cantillon la nascita dell’economia politica ed il merito di aver intuito per primo il concetto di sistema economico, più o meno meccanico, inteso come insieme di mercati tra loro connessi da un sistema di prezzi. La sua opera più celebre, che venne riscoperta alla fine dell’800, è quella del 1755 intitolata “Saggio sulla natura del commercio in generale” nella quale pone le basi della teoria del ciclo economico. Il saggio è suddiviso in 3 parti che contengono gli aspetti fondamentali della sua riflessione. 1. attenzione sul funzionamento del sistema economico attraverso l’analisi delle variabile microeconomiche, quindi afferma che il prezzo di mercato è definito dalla disputa di domanda e offerta. 2. si sofferma sull’economia monetaria distinguendo tra valore intrinseco delle merci e prezzo di mercato: seguendo la tradizione inglese avviata qualche anno prima da Petty, accetta la teoria secondo la quale il valore delle merci è dato dalla quantità di lavoro e terra necessaria a produrle, ma sostiene che il prezzo di mercato delle merci si fissa indipendentemente dal loro valore intrinseco. 3. sviluppa una teoria sulla ripartizione del prodotto nazionale tra le diverse classi sociali suddividendo tra: classe indipendente (proprietari di terre) dalla cui ricchezza trae sostentamento la nazione; e la classe dipendente ( terzo stato: borghesia agraria, imprenditoriale, ..) che vive di salari o di profitti del lavoro autonomo.

In particolare, un’importante funzione è attribuita agli imprenditori terrieri dai quali dipende il sostentamento della nazione: in questa fase, quindi, i proprietari terrieri ricoprono ancora un ruolo positivo che verrà poi attaccato nell’800.

11. VISIONE DI CANTILLON SULLA MONETA E SUL CREDITO Cantillon inizia a parlare della moneta riflettendo sul rapporto esistente tra l’andamento della massa monetaria e la variazione dei prezzi. Egli ma introduce un ulteriore concetto che sarebbe stato ripreso da alcuni economisti successivi: il consumo. Cantillon afferma infatti che un aumento della circolazione monetaria provoca un aumento proporzionale dei consumi, che a sua volta produce un incremento generale dei prezzi. Questo aumento dei prezzi è tale da determinare, nel medio lungo periodo, conseguenze negative all’interno del paese poiché rende meno competitive le merci e, quindi, più conveniente comprare all’estero. Con questa teoria, egli anticipa a teoria prezzo-flussi monetari di Hume affermando che la bilancia di commercio tende autonomamente a regolarsi nel medio-lungo periodo. Inoltre, intuisce che l’inflazione altera il rapporto tra i ceti sociali poiché l’aumento dei prezzi non si riflette in maniera omogenea in tutti i produttori, ma colpisce solo determinate classi. Da importante banchiere qual era, sviluppa poi una teoria dell’interesse sostenendo che la sua variazione non dipende dalla massa monetaria in circolazione, ma dalle stesse caratteristiche determinano i prezzi, cioè domanda e offerta. Quindi, l’orientamento del tasso di interesse segue l’andamento del mercato e non è direttamente proporzionale alla quantità di moneta; inoltre sul tasso di interesse poteva anche incidere la solvibilità dei debitori (tassi minori alle classi più alte che potevano offrire maggior garanzie, e viceversa). Infine, evidenzia il ruolo fondamentale del banchiere il quale è in grado di accelerare le operazioni economiche rimettendo in circolazione il denaro depositato dai risparmiatori.

12. QUALI PRINCIPI ISPIRANO IL CAMERALISMO TEDESCO, DEFINITO ANCHE COME SCIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE DELLO STATO? E’ soprattutto nell’ambito dello stato prussiano che inizia a profilarsi la versione teutonica del mercantilismo: il cameralismo. Il termine si riferisce ad un istituto tipico dello Stato patrimoniale: la camera, un organo costituito da un ristretto di esperti consiglieri del sovrano che lo aiutavano nei suoi affari. Il cameralismo rappresenta un insieme di teorie economiche e politiche che fioriscono a partire dalla seconda metà del ‘600, in corrispondenza con la fase centrale di formazione del moderno stato prussiano. L’obiettivo dei cameralisti era quello di migliorare la nazione e di garantirne il benessere economico attraverso una corretta amministrazione dei beni dello stato; per promuovere questi obiettivi il pensiero cameralista fu diffuso fin da subito nelle maggiori università tedesche. Inoltre, a tal fine, il cameratismo formulò una serie di regole semplici per la tenuta della contabilità pubblica che avrebbero consentito al sovrano di monitorare quotidianamente l’andamento delle entrate e delle uscite reali. Di fatto il cameratismo è importante perché fonda una forma di pensiero economico che culminerà nel primo ‘800 nella riflessione di Friedrich List e che si contrapporrà al main stream liberista proprio dell’economia politica classica. L’idea liberista era basata sul pensiero che il commercio non dovesse avere restrizioni di alcun tipo, contrapposta al pensiero tedesco che riteneva invece che si dovesse proteggere il commercio attraverso una politica doganale estesa a determinati stati: creazione della “Zollverein”= unione doganale, mercato in cui le merci potevano circolare liberamente senza imposizioni di tasse, protetta dal mercato concorrente. Questa è il prodotto del mercantilismo tedesco che si impone dagli inizi del ‘600 e che rimane oltre il ‘900 (importante perché in altri paesi viene ripudiata molto prima). Importante perché rimarrà nel pensiero delle politiche tedesche fino alle politiche razziste degli anni ’30.

13. FERNANDO GALLIANI: PRINCIPI “DELLA MONETA” Nel contesto Italiano spicca la figura di Ferdinando Galliani, esponente della scuola napoletana e definito da Schumpeter "la stella più brillante". Tra le altre opere, scrive nel 1751 "Della moneta" in un momento in cui il dibattito sulla stessa comincia a fervere in maniera particolare. Galliani scrive questo saggio per convincere i suoi cittadini che l'aumento dei prezzi che si stava verifica di nel regno di Napoli era in realtà vantaggioso per la comunità poiché rappresentava uno stimolo all'economia reale. All'interno di esso, articolato in 5 libri, analizza tutto ciò che riguarda l'andamento del mercato monetario e, in particolare, si occupa di definire 3 aspetti principale: la natura è la funzione della moneta, l'equilibrio economico naturale e la riflessione sul valore delle merci. 1. Galliani lo affronta in modo originale utilizzando, a differenza di quello che era stato fatto fino all’ora, un punto di vista macroeconomico. Secondo lui, esistono due grandi tipi di sistemi economici: un’economia di comunanza, dove la distribuzione del prodotto avviene attraverso la solidarietà tra i membri, e un’economia di scambio, nella quale prevale la divisione del lavoro. Tra i diversi sistemi monetari possibili, Galliani preferisce poi quello tradizionale schierandosi con i metallisti i quali sostenevano il valore intrinseco delle merci; tuttavia compie anche una riflessione originale e incredibilmente attuale circa la svalutazione della moneta considerandola “eccitatrice” dell’economia. 2. la sua posizione sul sistema economico è relativamente avanzata: anch’esso ritiene che il sistema economico sia in grado di trovare il proprio equilibrio naturale laddove sia lasciato libero di agire autonomamente. 3. Infine, Galliani sostiene che il valore delle merci dipenda da due proprietà: dalla loro utilità e scarsità: non deriva quindi dalla quantità di terra utilizzata per impiegarle, ma è proporzionale alla quantità di prodotto e l’uso che se ne vuole fare. Dunque, il valore delle merci non è una proprietà intrinseca (come affermava la teoria deduttiva del valore), ma relativa attribuita ai beni dall’individuo e in particolare dalle sue scelte: “più o meno utile sono voci relative che variano con il vario stato delle persone”. (TEORIA SOGGETTIVA DEL VALORE) Non solo, alla teoria soggettiva del valore, Galliani aggiunge la teoria del Valore-fatica: egli sostiene che gli individui stimeranno il valore delle merci anche in base alla fatica fatta per produrle.

14. TABLEAU ECONOMIQUE DI QUESNAY Da un punto di vista della distribuzione, Francois Quesnay, caposcuola della fisiocrazia, ritiene che la classe centrale sia formata dai proprietari terrieri: a loro riconosce il merito di aver svolto quelle anticipazioni territoriali che hanno consentito al terreno di divenire produttivo e, su questa base, percepiscono una rendita, un “produit nuit”. E’ quindi loro responsabilità rimettere in circolo il prodotto netto, da loro dipende il funzionamento del sistema economico. Quesnay identifica poi 3 classi sociali distinte: - CLASSE PRODUTTIVA (imprenditori agricoli e braccianti): classe che tiene insieme sia gli imprenditori

agricoli che i braccianti; - CLASSE DEI PROPRIETARI (landlords); - CLASSE STERILE: composta da artigiani e mercanti, sterile perché a differenza della classe produttiva,

questa non produce alcun sovrappiù. Il sistema economico è quindi organizzato in queste classi sociali che si definiscono sulla base della funzione e del ruolo che occupano. Tra le altre opere, nel 1758, in un’eta ormai avanzata, scrive il “Tableau economique, opera più importante nel la quale rappresenta il modo in cui il sistema economico funziona, il modo in cui il prodotto netto si distribuisce. Alla base dello schema proposto nel Tableau, in cui ci sono linee che determinano la distribuzione del sovrappiù tra i diversi ceti sociali, ci sono alcune astrazioni fondamentali: - L’agricoltura sia pienamente di mercato;

- I flussi commerciali siano pienamente liberi (c’erano invece una serie di impedimenti di natura doganale e tariffaria che impedivano la libera circolazione dei beni all’interno della Francia);

- I prezzi dei beni scambiati tra i diversi ceti sociali siano costanti, e quindi non influenzati dall’andamento del mercato.

In generale, questa opera si può sintetizzare in 4 riflessioni finali: 1. Il “Tableau” rappresenta lo scambio come un flusso di moneta e di merci tra le diverse classi sociali:

l’idea, che viene influenzata dalla sua professione di medico, è che nel sistema economico le cose si svolgono esattamente come nell’ambito del corpo umano.

2. Mostra come la ricchezza prodotto (=prodotto netto)si risolva in rendita (come Petty, ancora non c’è l’idea di profitto): venga cioè ceduto alla classe dei proprietari terrieri come compenso delle anticipazioni iniziali svolte durante la preparazione della terra per la sua coltivazione e per provvederla di tutti gli attrezzi —> centralità dei proprietari terrieri.

3. Rappresenta l’interdipendenza dei processi produttivi e i meccanismi di creazione e distribuzione del reddito: è un sistema, da autonomia alla scienza economica.

4. Introduce l’idea di equilibrio macroeconomico: il “tableau” intende essere una rappresentazione dell’ordine naturale dell’economia, mostrando come il sistema possa autonomamente realizzare uno stato di prosperità, in cui tutte le risorse trovano allocazione ed i bisogni sono tutti soddisfatti: autoregolamentazione del sistema economico.

15. TEORIA DEI SENTIMENTI MORALI DI SMITH L'economia classica inglese ha il suo esponente principale in Adam Smith, ma il suo pensiero non può essere capito se non viene contestualizzato il periodo in cui vive: l'illuminismo scozzese. In questo periodo inizia così a svilupparsi una scuola definita "dei filosofi del senso morale" i quali ritenevano che la profonda natura dell'uomo non consistesse nella ragione, ma piuttosto nelle passioni: il giudizio su ciò che è o meno giusto viene quindi valutato non in base ad un procedimento logico, ma secondo un procedimento che fa appello ai SENTIMENTI MORALI. Questa teoria viene ripresa da Smith nell'appunto saggio "teoria dei sentimenti morali"nel quale sottolinea l'imporatnza dei sentimenti ed, in particolare, della simpatia intesa come impulso che tiene uniti gli individui e che determina la coesione della società civile. Per quanto l'uomo possa essere egoista, esistono quindi certi suoi atteggiamenti in natura che provocano necessariamente l'altrui felicità senza che egli possa fare altro che contemplarla. Tale situazione è definita da Smith con il termine di "spettatore imparziale", ovvero una sorta di alterego che permette all'individuo di vedersi dall'esterno e gli consente di mettersi nei panni degli altri. Inoltre, questa autorità astratta permette di individuare le virtù, i sentimenti morali che, secondo Smith, sono fondamentalmente 3: - VIRTU’ PRIMARIA: self-interest, agire secondo il proprio interesse , in maniera equilibrata, non

necessariamente egoistica; - VIRTU' SOCIALE EVOLUTA: giustizia, agire senza turbare la libertà degli altri, è la percezione comune

di ogni uomo su ciò che può essere di pubblica utilità; - VIRTU' SUPREMA: benevolenza, agire per il benessere collettivo, desiderio di promuovere il maggior

bene possibile per la felicità generale. Il rapporto tra gli individui è molto più complesso rispetto a quello che credevano gli edonistici, non si può ridurre al mero perseguimento degli obiettivi individuali: il calcolo razionale che ci porta al raggiungimento del benessere individuale è temperato ed equilibrato da queste passioni.

16. TEORIA DEL VALORE-LAVORO SMITHIANA Smith, dopo essere stato in contatto con i fisiocrati in Europa, sostiene che il grado di opulenza dello stato sia individuabile nella divisione del lavoro, la quale aumenta la produttività, favorisce l’innovazione tecnologica ed il “know how” degli stessi lavoratori e incentiva la specializzazione del lavoro intellettuale. Aggiunge poi che la divisione del lavoro nasce da una specifica attitudine degli uomini nel cercare di soddisfare i propri bisogni attraverso gli altri: lo scambio favorisce la divisione del lavoro. Nel saggio si sofferma poi sulla definizione del valore delle merci (tema che torna fuori frequentemente dal periodo tardo medioevale e che accompagna tutta la storia del pensiero economico). Secondo Smith, la misura reale del valore è riconducibile alla quantità di lavoro che esse mette in grado l’individuo di comprare (quantità di lavoro comandato): è il lavoro l’origine del valore; il prezzo reale di un bene è quindi pari “alla pena e al disturbo di procurarsela”. Tuttavia, egli afferma anche che tra prezzo nominale (prezzo in termini di moneta che il prodotto ha quando viene immenso sul mercato) e prezzo reale non vi sia coincidenza, o meglio, esiste una stretta relazione solo quando vi è coincidenza di tempo e luogo: solo in questo caso la moneta diventa la misura esatta del valore di scambio delle merci (caso molto raro). Questo viene definito come “problema della trasformazione valore-prezzo”, problema che Smith non risolve e che sarà affrontato e liquidato successivamente dai marginalità con l’introduzione del principio di utilità marginale decrescente.

17. PREZZO NATURALE SMITH E RAPPORTO CON I PREZZI DI MERCATO Subito dopo aver affrontato la questione del valore delle merci, Smith si sofferma sulla definizione di prezzo naturale identificandolo come il valore stesso delle merci, quanto costa realmente il bene a colui che lo porta al mercato: in pratica, tutto ciò che remunera il costo dei fattori produttivi impiegati (=saggio ordinario medio di lungo periodo). E’ quindi il prezzo verso il quale convergono i prezzi di mercato in un’economia libera, cioè in un mercato privo dell’intervento dello stato: se il mercato venisse lasciato libero di agire, infatti, il prezzo che si forma sarebbe un prezzo naturale. In questa situazione il prezzo reale è quindi uguale a quello nominale poiché vengono soddisfatte una serie di condizioni: —> la produzione offre la quantità di beni che i consumatori domandano: domanda=offerta: assenza di crisi —> i sistemi produttivi sono il più efficiente possibile —> le merci vengono vendute al loro valore naturale In generale, Smith sostiene la deregolamentazione del mercato per poter lasciare la “mano invisibile” libera di agire in modo efficiente. Su queste ultime riflessioni, Smith viene da alcuni considerato il padre del liberismo economico, tuttavia l’esaltazione dello Smith liberista deve essere fato con estrema prudenza partendo dal ruolo che egli assegna allo stato. Si parla, infatti, di “stato minimo” poiché, secondo Smith, deve lasciare libero di agire il mercato e occuparsi “solo” di alcuni compiti: deve occuparsi della GIUSTIZIA (deve stabilire delle regole alle quali gli individui devono attenersi per l’efficienza del sistema economico), della DIFESA (deve garantire la protezione del territorio e di ogni individuo che vi è all’interno), e delle INFRASTRUTTURE e delle OPERE PRIVATE (erigere, conservare e mantenere le opere pubbliche).

18. LEGGE DI SAY E CRITICA SISMONDI DOPO SMITH—> filone micro:esaltazione dell’equilibrio concorrenziale individualistico: il self interest diventa puro egoismo. La mano invisibile che in Smith agisce per il bene pubblico se controllata da regole diventa un meccanismo autoregolamentatore a prescindere da qualsiasi forma di istituzionalizzazione. Jean Baptiste Say, nato nel 1767 e morto nel 1832, sviluppa nel Trattato di Economia Politica del 1803, la legge degli sbocchi o dei mercati. Egli sostiene che in regime di libero scambio non sono possibili le crisi prolungate, poiché i prodotti si pagano con i prodotti e non con il denaro, che è solo merce rappresentativa.

Say dice che l'offerta eguaglia sempre la domanda , ogni venditore è anche compratore di prodotti altrui. Il rimedio che trova per superare la crisi, consiste nello specializzarsi nella produzione, per incrementare le esportazioni. Questa legge ci dice che ogni produzione dovrebbe trovare sempre un naturale sbocco sul mercato. —> ogni produzione genera un reddito equivalente —> tutto il reddito viene speso La legge degli sbocchi, viene poi riformulata da Keynes in questi termini: l'offerta crea sempre la propria domanda : - gli aggregati della produzione eguagliano il reddito; - le merci prodotte generano potere d'acquisto pari al proprio valore; - la produzione è sempre destinata a produrre la propria domanda; - impossibilità della crisi da eccesso di produzione. Sismondi ( 1773-1842 ) definisce l'economia politica una politica triste. Sismondi fa una critica romantica al capitalismo industriale e all'ottimismo dei sostenitori delle magnifiche sorti progressive. Critica la teoria di Say , sostenendo che essa sia pericolosa in quanto ipotizza un equilibrio raggiunto automaticamente, questo per lui è impossibile a meno che ciò accada nel lungo periodo , dopo una lunga sofferenza. Sismondi è interessato alla ricorrente crisi da insufficienza da domanda , dovuta dal capitalismo industriale, che accentua le diseguaglianze sociali. Sviluppa poi delle tesi del sottoconsumo, analoga a quella di Malthus. Il sottoconsumo, esclude ciò che afferma Say; c'è sottoconsumo quando il consumo del paese è inferiore a quello che sarebbe necessario affinché : - tutti i beni vengono venduti - la produzione impieghi tutti i fattori produttivi disponili.

19. TEORIA RENDITA DIFFERENZIALE IN RICARDO CON MDOELLO GRANO David Riccardo (1772-1823), è considerato il grande erede di Smith. Nella sua opera più importante "sui principi dell'economia e della tassazione " egli porterà avanti molti studi riguardanti l'area macroeconomica. La formulazione delle teorie ricardiane ha come sfondo il dibattito sulle New Corn Laws (1816) e , più in generale la problematica del modello di sviluppo nazionale inglese. Il dilemma è: mantenere un'economia agricola o accelerare il processo di industrializzazione ?? A questo dibattito presero parte Ricardo e Malthus. Nel dibattito Ricardo alcuni aspetti importanti tra cui : - rendita differenziale della terra; - valore normale di scambio delle merci ( valore-lavoro ); - salario normale e distribuzione del reddito ( profitto come rendita residuale ) - vantaggi comparati nel commercio estero. Analizziamo ora in particolare la teoria della RENDITA DIFFERENZIALE DELLA TERRA : La teoria della rendita differenziale parte dal modello grano . Secondo David, i terreni hanno diversa fertilità: per rispondere alla domanda di grano , vengono coltivati dapprima i terreni più fertili ( quelli che a parità di tecnica producono di più ), poi con l'aumento della domanda di grano vengono anche coltivati i terreni meno fertili. Attraverso queste affermazioni , egli suggerisce l'ipotesi di rendimenti decrescenti. Per produrre la stessa quantità di grano occorre immettere più input: pertanto il costo del lavoro e del capitale investiti nella produzione aumentano. Il mercato determina un'unico prezzo di vendita del grano e un unico saggio del profitto( influenzato da ciò che accade sulle terre marginali ). Perché accade questo ?? La concorrenza degli imprenditori agricoli per accaparrarsi le terre più fertili spinge a pagare canoni d'affitto più alti , si schiacciano i profitti a livello di quelli che si ottengono sul terreno coltivato meno fertile. La diversa produttività dei terreni si traduce in differenziale di reddito netto ; il

differenziale è più elevato nel terreno più fertile e decresce progressivamente fino ad essere nullo nel terreno meno fertile. Tale differenziale si trasforma interamente in rendita, diventa cioè rendita di posizione. L'abolizione delle corn laws avrebbe portato giovamento agli imprenditori, che avrebbero affittato solo le terre più produttive , mantenendo alto il loro saggio di profitto e importando dalle coloni e l'altra parte dei raccolti.

20. DIFFERENZE TEORIA-LAVORO SMITH VS RICARDO David Ricardo è considerato il grande erede di Smith. Nel suo saggio “sui principi dell’economia politica e della tassazione”, egli riprende tutta la teoria del valore-lavoro smithiana, secondo la quale “il valore di scambi di un bene è dato dalla quantità di lavoro comandato”, rielaborandola. Nel primo capitolo Ricardo parte definendo cosa sia il valore accettando la distinzione effettuata da Smith tra valore d’uso e valore di scambio; definisce poi utilità come una condizione necessaria affinchè il bene possa essere scambiato, ma la rifiuta come componente determinante come invece aveva ritenuto Smith. Il valore di scambio di una merce dunque, secondo Ricardo, dipende dalla sua rarità/scarsità e dalla quantità di lavoro necessaria per ottenerle, cioè alla quantità di lavoro CONTENUTO (e non comandato). In sintesi, nella suo saggio Ricardo afferma che nel mercato, dove lo scambio avviene tra equivalenti, le merci si scambiano secondo la quantità di lavoro contenuto sia diretto che indiretto e non secondo quantità di lavoro comandato come riteneva Smith; dunque l’asimmetria tra classe sociali non può avvenire sul mercato, ma solo nella produzione perché il prezzo è pari al loro valore di scambio (non è vera quindi la teoria di Smith che vedeva la quantità di lavoro comandato>lavoro contenuto, equivalenza causata da rapporti asimmetrici sul mercato nel quale il prodotto del lavoro non andava interamente al lavoratore, ma in parte andava a remunerare i fattori di produzione).

21. CONCETTO VALORE ASSOLUTO RICARDO Secondo Ricardo, l'utilità è l'elemento di base del valore, ma non determina il valore. I beni dotati di utilità traggono il loro valore dalla rarità e dal lavoro necessario per produrli. Le merci il cui valore di scambio è in prevalenza determinato dalla rarità non rappresentano che una piccola parte dei beni scambiati. La maggioranza delle merci scambiate sono riproducibili con il lavoro e su di esse la concorrenza opera senza restrizione. In questo caso i valori normali di scambio ( o prezzi relativi ) delle merci dipendono dalle ore di lavoro necessario per produrli. Ricardo critica lo schema smithiano di valore; secondo cui il prezzo o valore normale di scambio dipendeva , dai salari , più profitti e più le rendite. Smith poi sostiene che il valore del lavoro comandato è maggiore di quello contenuto. Soluzione di Ricardo --> lo scambio è tra equivalenti; le merci si scambiano secondo quantità di lavoro contenuto ( diretto- indiretto ) Il salario è dato dal prezzo dei viveri indispensabili al mantenimento dell'operaio e della sua famiglia. Un aumento durevole del salario, al di sopra del livello normale determina un'aumento della procreazione, quindi della popolazione lavoratrice e infine dell'offerta di lavoro , cui consegue un abbassamento del salario stesso e viceversa. (legge bronzea dei salari ) Se i prezzi di mercato dei beni di sussistenza aumentano, affinché i salari reali restino costanti è necessario che i salari nominali aumentino nelle stesse proporzioni dei prezzi di mercato dei beni. Il profitto è una rendita residuale, è uguale alla differenza tra il valore di scambio delle merci e il costo sostenuto per la produzione. Tutte queste ipotesi creano due conseguenze: - il rincaro dei beni di sussistenza può determinare un rialzo dei salari nominali, che si traduce in erosione dei profitti

- il valore normale delle merci è dato dal loro costo di produzione ( e in ultima analisi il lavoro ) in regime di concorrenza si tende a livellare i prezzi delle merci e con essi i profitti. Difficoltà di calcolo del saggio di profitto e quindi difficoltà nella analisi della teoria quantitativa. C'è un ulteriore difficoltà nel calcolo del saggio del profitto; la diversa proporzione e durata di lavoro e capitale: le merci , dirà Marx, hanno una diversa composizione organica. - la conseguenza è che la teoria del valore-lavoro non è in grado di spiegare in ogni circostanza la formazione del valore di scambio e i prezzi relativi delle merci. SI pone il problema della trasformazione dei valori di produzione ai prezzi di produzione. Occorre per ciò passare dal valore normale o relativo al valore assoluto. Occore trovare una merce tipo che sia misura invariabile del valore, perché prodotta in condizioni assolutamente medie , rispetto all'intero sistema. Una merce simile non esiste. Sul piano formale , secondo Ricardo tale merce dovrebbe essere ottenuta in condizioni intermedie tra due estremi :) -tra una merce prodotta con il solo lavoro in un periodo brevissimo = 1 gg - e una merce prodotta con solo macchine in un periodo lunghissimo - e il periodo medio indicato da Ricardo dovrebbe essere un anno.

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 14 totali
Scarica il documento