Storia del pensiero economico - Domande e risposte d'esame II parziale - Prof. Fornasari Massimo - Voto 30, Domande di esame di Storia Del Pensiero Economico. Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
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Alessandra_martini26 marzo 2016

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Storia del pensiero economico - Domande e risposte d'esame II parziale - Prof. Fornasari Massimo - Voto 30, Domande di esame di Storia Del Pensiero Economico. Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

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SPE II - risposte

SPE DOMANDE - II MODULO

1. La sintesi utilitaristico-ricardiana di J. S. Mill. 2. La rivoluzione marginalista e i suoi principali aspetti. 3. Jevons: “la sequenza” i suoi punti di fragilità. 4. Menger e gli austriaci: natura dei beni, origine del valore e allocazione come

processo sequenziale. 5. Illustrate il funzionamento della tavola mengeriana. 6. Menger e la scuola storica tedesca: la disputa sul metodo. 7. Indicate natura e funzione dei due dii ex-machina walrasiani. 8. Pareto: ofelimità e concetto di pareto ottimale 9. Illustrate brevemente cosa si intende nella teoria marshalliana per

“equilibrio parziale” e per “analisi periodale”. 10. Marshall: definizione die economia e caratteristiche dell’analisi economica. 11. Scegliendo a piacere una delle tre teorie marginalità del ciclo esponete in

modo sintetico i principali contenuti: teoria degli effetti temporanei di Fisher, Ciclo wickselliano; Teoria del risparmio forzato.

12. Discutete il ruolo dell’imprenditore-innovatore e del banchiere nel modello di sviluppo ciclico di Schumpeter.

13. Concetti caratterizzanti la teoria keynesiana (domanda effettiva, moltiplicatore, efficienza marginale del capitale, preferenza per la liquidità) e loro uso per la ridefinizione del ruolo dello stato nell’economia.

14. Indicate in forma sintetica come la teoria keynesiana ha ridefinito il ruolo dello stato nell’economia.

15. Sviluppi della teoria keynesiana dopo Keynes: approcci neo-keynesiani e post-keynesiani.

1. MILL E LA SUA POSIZIONE DI MEDIATORE (sintesi utilitaristico – ricardiana).

Figlio del noto economista James Mill, John Stuart è considerato come colui che ha cercato di mediare il crescente avvento delle teorie marginaliste, ancorandosi ancora una volta alle teorie classiche. Grande uomo di successo, egli opera a partire dagli anni ’40 dell’800 ed è considerato uno dei principali esponenti del liberismo. Nella sua opera “Principi di politica economica e alcune loro applicazioni di filosofia sociale”, opera che ebbe un gran successo e che fu utilizzato fino agli anni ’80 dell’800 come manuale di riferimento, Mill cerca di riunire i due grandi filoni post- smithiani: la teoria del valore-lavoro e l’equilibrio concorrenziale individualistico; tentativo che, tuttavia, fallì e che vide successivamente una netta separazione tra i due movimenti. Egli ha un approccio molto particolare: vuole associare i principi economici alla loro relativa applicazione pratica, vuole quindi unire teoria e prassi. Questo approccio implica un piano di idee molto più ampio della sola economia politica dei classici in quanto pone anche le basi per una economia come filosofia sociale correlata a tutte le dottrine sociali, con particolare rilievo alle scienze matematiche. Per illustrare l’idea di fondo che ha sull’economia, Mill utilizza la metafora del “mulino ad acqua”; in esso, due sono i meccanismi che ne permettono il funzionamento: l’acqua, come forza naturale, incontrollabile dall’uomo e non rispondente a leggi sociali, e la ruota idraulica, meccanismo controllabile poiché creato dall’uomo. Tale esempio è metafora della vita economica, nella quale le componenti regolatrici sono la produzione, soggetta a leggi naturali separate dall’etica, paragonata dunque all’acqua, e la distribuzione, sottoposta a leggi sociali e morali, e dunque influenzabile, paragonabile al meccanismo della ruota. Questo approccio è fortemente criticato dai marginalisti in quanto questi ultimi ritenevano che l’economia fosse solo una filosofia naturale e non una filosofia sociale. In seguito, John Mill affronta una serie di riflessioni economiche che riflettono i principali aspetti del suo pensiero. In primo luogo, riformula la TEORIA DEL VALORE impostandola in termini ricardiani ma tenendo comunque in considerazione i recenti progressi della storia economica, quindi introduce una serie di specificazioni relative al salario (ripudia il concetto di salario di sussistenza sostenendo l’esistenza di saggi salariali diversi a seconda delle diverse occupazioni), ai profitti (rigetta l’idea ricardiana dell’unicità del saggio di profitto: così come esistono salari diversi, esistono anche differenti saggi di profitto che variano a seconda del rischio di investimento), ai processi di produzione ( il lavoro vivo ed il lavoro morto hanno un’intensità di capitale diversa e una diversa durata nel corso del tempo, per cui influenzano il valore delle merci in maniera disomogenea), ai regimi di tassazione ( a differenza di quanto sosteneva Ricardo, per Mill la tassazione influenza i prezzi relativi delle merci) e alla rendita ( la quale non deve essere computata nei costi di produzione e non deve essere considerata come un semplice residuo). Tutte queste eccezioni fanno sì che la teoria del valore-lavoro si differenzi e distanzi da quella ricardiana portando Mill a ritenere che il costo di produzione, inteso come quantità di lavoro contenuto, è in grado di terminare il valore delle merci soltanto in situazioni di lungo periodo, cioè quando i prezzi sono costanti (situazione piuttosto irrealizzabile).

Il secondo aspetto su cui insiste Mill nell’operare questa mediazione è la formulazione di una TEORIA DEL FONDO-SALARIO, teoria che si fonda sulle dinamiche di domanda e di offera: in particolare, egli fa derivare il livello dei salari dalla relazione tra domanda e offerta di lavoro: w=W/ L (dove w= saggio di salario; W= domanda di lavoro; L=offerta di lavoro). Inoltre, secondo lui, essendo W e L dati nel breve periodo, i lavoratori non possono ottenere aumenti salariali e, quindi, la lotta di classe ricardiana è in grado di redistribuire il reddito tra lavoratori solamente nel lungo periodo e solo nel caso in cui si verifichi una maggiore produttività o una restrizione dell’offerta di lavoro. Anche in questo caso, pur partendo da un’impostazione classica, ci si allontana progressivamente da essa. Mill elabora poi un suo pensiero sul PROFITTO: alla creazione del valore delle merci, oltre al lavoro, partecipa anche l’astinenza dal consumo dei capitalisti, i quali, non consumando, investono maggiormente e accumulano sempre più capitale; quindi, il profitto rappresenta qualcosa di più complesso della sola remunerazione dei capitalisti, in particolare Mill lo ritiene come: un salario di direzione che compensa il capitalista nel dirigere un’impresa, un premio di rischio che remunera il rischio d’impresa; e un’interesse che compensa l’astinenza dal consumo. Infine, si discute delle PROSPETTIVE FUTURE DEL CAPITALISMO: nonostante Mill condivida la tesi sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, la sua è una visione profondamente ottimista: la crescita dell’accumulazione, tipica del procedere del capitalismo, comporta un aumento del benessere sociale che riduce l’astinenza dal consumo e determina una diminuzione del tasso di interesse sul capitale. Lo sviluppo economico porterebbe dunque il benessere sociale ad un livello tale, definito con il termine di “stato stazionario”, da rendere inutile il bisogno di ulteriore accumulazione di capitale e portando infine ad un azzeramento del profitto. Il tali condizioni si ha uno stato di piena occupazione poiché il lavoratore può appropriarsi dell’intero risultato del proprio lavoro.

2. LA RIVOLUZIONE MARGINALISTA IN 6 PUNTI - Principali aspetti

Dagli anni ’60 – ’70 dell’800 si diffonde un nuovo paradigma economico, una nuova ideologia rappacificatrice tra i ceti sociali che esalta il concetto di equilibrio sociale. A prescindere dal contesto storico culturale in cui si diffonde, la rivoluzione marginalista consistette in sei punti fondamentali: 1. In primo luogo si assiste allo spostamento dell’oggetto di studio della scienza economica:dall’economia politica, che vedeva nel problema dell’evoluzione nel tempo delle economie una componente dinamica, ad un concetto di economia in senso stretto, concentrata sullo studio di un sistema in equilibrio statico. Ai marginalisti non interessa più l’evoluzione nel tempo dell’economia, bensì il presente: non più i problemi di dinamica, ma quelli di statica. 2. In seguito, conseguentemente al mutamento della prospettiva di indagine sul sistema capitalistico, si ha lo sviluppo di un approccio metodologico basato sull’idea di affrontare ogni

problema economico come ricerca dell’ottima allocazione di risorse scarse, in modo da conseguire la massima utilità del prodotto. 3. In terzo luogo, si denota l’accettazione dell’approccio utilitarista, un orientamento filosofico che emerse in Europa a fine ‘700 e che ebbe in Jeremy Bentham uno dei suoi principali protagonisti. Tale approccio presuppone che l’agente economico persegua finalità edonistiche ed egoistiche: il comportamento umano è quindi riconducibile ad un calcolo razionale e, per questo motivo, punta alla massimizzazione della propria utilità. 4. Il principio di sostituzione, come quarto elemento, implica la possibilità di realizzare una scelta ottimale tra diverse alternative, sia dal punto di vista della domanda (dove il consumatore ha la possibilità di scegliere come distribuire la spesa tra i diversi beni che ha a disposizione), sia dal lato dell’offerta (nella quale il produttore può scegliere la combinazione più efficiente dei fattori da impiegare). E’ un principio che indica, quindi, che le alternative siano sempre aperte e le decisioni prese siano sempre reversibili. 5. Altra caratteristica è rappresentata dall’individualismo metodologico. Questo concetto è coerente con quello espresso finora ed estremizza gli orientamenti precedenti. Dall’analisi economica scompaiono i grandi aggregati, riconducibili alle classi sociali, e regna l’armonia nel sistema economico. Non vi sono classi sociali, ma agenti individuali (imprese, famiglie, individui) che operano le scelte di natura economica al fine di massimizzare la propria utilità: gli individui sono pienamente consapevoli e informati di quanto accade intorno a loro (non esistono asimmetrie informative). 6. Sesto ed ultimo elemento è definito dall’a-storicità dei problemi economici (anche detto riduzionismo anti–storicistico). La storia scompare nel modo di considerare il sistema economico; questa scomparsa fa sì che si pensi all’economia non come una scienza sociale, ma come una scienza naturale. Il linguaggio con cui i marginalisti parlano diventa un linguaggio molto più matematico e non più sociale: le merci diventano beni, il valore di scambio diventa termine di scambio, il profitto diventa interesse. Anche la ragione sociale cambia: non più economia politica, ma più semplicemente “Economics”. Il problema dunque non è più quello di individuare la ricchezza sociale, bensì quello di studiare la condotta umana come relazione tra obiettivi molteplici e mezzi scarsi. Il successo del pensiero marginalista risiede in molteplici ragioni. In primis, emergono lacune concettuali del pensiero classico come la teoria del valore-lavoro e la teoria distributiva; inoltre, si possono individuare anche altri interessi, come la volontà di contrapporsi alla pretesa del nuovo socialismo marxista (i fondamenti scientifici del pensiero marxista non erano che le fondamenta del pensiero classico) o l’intenzione di rilanciare il pensiero liberista del laissez–faire non più in ottica di accumulazione, ma in ottica di allocazione ottimale delle risorse. Lo scopo era quello di proporre una dottrina economica molto più rivoluzionaria e distaccata da quella precedente, in modo tale che la soluzione identificata per la riduzione della conflittualità sociale apparisse innovativa e basata su solide fondamenta. Non tutti ritengono, però, che quella marginalista possa essere considerata una vera e propria rivoluzione: in particolare, in Inghilterra alla fine dell’800, prevale il pensiero di Marshall, il quale riteneva che esistessero ancora dei punti di continuità con la riflessione classica; tuttavia, ad oggi, si ritiene che questi due sistemi si trovano su metri di ragionamento molto diversi tra loro.

3. JEVONS E LA TEORIA DELLO SCAMBIO (sequenza jevonsiana).

Il grande contributo di Jevons nella storia del pensiero economico è da ricondurre alla formulazione della teoria dello scambio. Tale teoria ha origine da un background culturale dell’economista inglese caratterizzato da 3 aspetti fondamentali: lo psicologismo di derivazione sensista (manifestato dal marchese di Condorcet, è un orientamento filosofico in base al quale si crede che ogni conoscenza deriva dalle sensazioni); l’utilitarismo benthamiano (Jevons rilegge Bentham e ne fa un pilastro fondante della propria riflessione economica); e la matematizzazione della scienza economica che consiste nell’applicazione del calcolo differenziale alle nozioni economiche. A partire da queste tre coordinate culturali, Jevons definisce la scienza economica come una scienza esatta, vera e affine alla fisica e alla matematica: come una teoria delle scelte razionali. L’economia, per Jevons, è dunque un “calcolo di piacere e pena” poiché le caratteristiche principali che definiscono il comportamento umano risiedono, secondo lui, nell’edonismo (ricerca del piacere) e nell’individualismo (ciascun individuo agisce sulla base del calcolo razionale teso a massimizzare l’utilità). E’ da queste considerazioni che sviluppa la teoria dello scambio (o sequenza jevonsiana), che rappresenta una sequenza di ragionamenti logici che egli compie su quattro caratteristiche economiche e che, appunto, portano alla teorizzazione dello scambio in natura tra gli individui. Le variabili prese in considerazione sono: l’utilità (disutilità), l’allocazione, lo scambio e i prezzi relativi. Il punto di partenza dell’analisi è l’utilità che si caratterizza non come una qualità intrinseca di un oggetto, ma come la somma di piacere e pena che il suo uso consente. Da questo modo di ragionare discendono due conseguenze importanti:l’intero piacere che si ricava dall’uso di un bene non può essere misurato in termini oggettivi; e i piaceri che provano due agenti economici non sono confrontabili poiché ciascuna mente è imperscrutabile ad ogni altra e non sembra esserci alcun denominatore comune. L’individualismo prende quindi il posto della relazionati sociale. Posta in questi termini la questione dell’utilità, Jevons afferma che il valore dipende interamente da essa e fa una serie di distinte evidenziando diverse utilità: utilità totale ( utilità ricavata dall’intera quantità consumata di un certo bene); grado di utilità (utilità associata ad una certa dose del bene); grado di utilità finale o utilità marginale( grado di utilità dell’ultima unità aggiunta: è l’ultima dose di un bene da cui dipende il valore che l’individuo attribuisce al bene). Dal concetto di utilità marginale Jevons definisce due leggi che riprende da Gossen: per quanto concerne la prima, definita “legge dell’utilità marginale decrescente” o “prima legge di Gossen”, essa definisce che il grado di utilità varia con la quantità della merce e decresce mano a mano che la quantità aumenta; riguardo la seconda, è da essa che deriva il problema dell’allocazione. Definita l’utilità marginale è necessario disporre di un modo per allocare tale utilità finale al meglio; da questa base Jevons definisce il “principio dell’equimarginalità” o “seconda legge di Gossen”: un individuo massimizza la propria utilità quando alloca il bene di cui dispone in maniera tale da eguagliare le utilità marginali procurate dai due usi alternativi del bene stesso. Il teorema dell’allocazione è alla base della teoria jevonsiana dello scambio. Prima di proseguire con la teoria egli definisce alcune considerazioni preliminari: innanzitutto, lo scambio deve avvenire

sul mercato concorrenziale dove c’è piena trasparenza e assenza di asimmetrie informative; inoltre, compratori e venditori che operano sul mercato sul mercato sono agenti commerciali “trading bodies”, agenti che operano individualmente perseguendo il proprio interesse. Note le condizioni generali del mercato, Jevons sostiene che sul mercato debba esistere una legge generale, detta legge di indifferenza, secondo cui “in qualsiasi momento, sullo stesso mercato, non possono esserci due prezzi diversi per la stessa merce”. Tale affermazione ha rilevanza fondamentale in quanto significa che in una situazione di equilibrio la quantità finale di entrambi i beni x e y deve essere uguale per entrambi i beni, x e y, secondo la formula Δx/Δy = x/y. In virtù della formula sopra ottenuta, sarà l’utilità marginale a determinare il prezzo relativo o valore di scambio di un bene. Da questa osservazione Jevons deduce che l’utilità marginale di un bene dipende dal suo grado di diffusione in natura (scarsità del bene), cioè dall’offerta che, a sua volta, sarà determinata dal costo di produzione. In questo modo, Jevons crede di aver chiuso il cerchio per la determinazione del valore di scambio delle merci, e cioè, attraverso il ragionamento a catena della sequenza jevonsiana: il costo di produzione determina l’ampiezza dell’offerta, la quale a sua volta influenza il grado finale di utilità, la quale fissa il prezzo relativo. Tuttavia, è doveroso evidenziare come il cerchio si chiuda con l’introduzione di un elemento classico (costo di produzione) e non marginalista, e soprattutto senza spiegarne la natura. In altre parole, Jevons non riesce a coniugare concretamente il valore di scambio (prezzo relativo di un bene) con il suo costo di produzione: lo esplica solo in maniera teorica. Sarà poi il capostipite della scuola austriaca Menger a riuscire in questo intento.

4. MENGER E GLI AUSTRIACI: NATURA DEI BENI, ORIGINE DEL VALORE E ALLOCAZIONE COME PROCESSO SEQUENZIALE.

Menger è considerato uno degli esponenti di maggior rilievo dell’800 per l’importanza dei suoi studi e delle sue teorie. Nel saggio del 1871 “Principi di economia nazionale”, egli affronta la problematica dell’utilità marginale, un termine che non utilizza esplicitamente nonostante la sua riflessione sia totalmente impregnata su questa categoria. In quest’opera Menger non affronta mai le questioni relative alla natura dell’utilità o al modo di calcolarla secondo termini cardinali, ma piuttosto affronta la misurazione dell’utilità in chiave ordinale. Il problema di Menger era sapere a quali condizioni il principio dell’utilità marginale potesse essere considerato il fondamento di tutto il sistema economico. La risposta che avrebbe poi dato, evidenzia questa possibilità tramite la sua capacità di essere esteso all’ambito dello scambio, della produzione e della distribuzione. In sostanza, la sua intenzione era quella di formulare una teoria economica che, a differenza di quanto fatto da Jevons, fosse in grado di legare insieme questi tre ambiti dell’agire economico: scambio, produzione e distribuzione.

Soffermandosi sul primo, mentre i classici privilegiavano il lato dell’offerta, i marginalisti assumono come centrale il lato della domanda e quindi, assumono lo scambio come ambito dal quale derivano tutti gli altri. Occorre dunque chiarire la natura dei beni (quando un bene viene definito economico e quindi come tale è definito oggetto di scambio) e il meccanismo di allocazione responsabile della massimizzazione delle utilità degli agenti economici e della determinazione dei prezzi di equilibrio. I beni assumono la caratteristica di “beni economici” solo quando il bisogno supera le quantità disponibili dello stesso, cioè quando è scarso: è la scarsità che determina l’economicità di un bene. Menger, come già accennato, non utilizzerà mai la categoria di utilità marginale, ma lascerà intendere che è questa la vera determinante del valore di un bene. In questo senso si evidenzia un’analogia con il pensiero di Jevons, in quanto il valore dipende dall’utilità marginale di un bene, e un definitivo distacco dalla condizione classica ricardiana, poichè non esiste più il concetto di valore d’uso di un bene. L’analisi di Menger prosegue con lo sviluppo del problema dell’allocazione dal quale dipende la massimizzazione dell’utilità dell’individuo: gli individui distribuiscono le risorse che hanno a disposizione sulla base di priorità soggettive cercando di ottenere il massimo livello di soddisfazione. Per Menger il processo di allocazione non è altro che un procedimento di natura sequenziale. I punti da tenere presenti sono innanzitutto il fatto che l’individuo massimizzerà l’utilità totale ragguagliando le utilità dell’ultima dose acquistata di ciascun bene (vige la seconda legge di Gossen, il principio di equi marginalità); e la concezione che l’utilità marginale decresce man mano che cresce il consumo di un determinato bene (prima legge di Gossen). Per spiegare come avviene il processo di allocazione viene utilizzata la cosiddetta “tavola mengeriana”: questo sistema determina come, per massimizzare l’utilità, sia necessario che l’individuo ragguagli, per la seconda legge di Gossen, le ultime dosi consumate di ciascun bene. In questo modo il meccanismo allocativo è pienamente efficiente. La caratteristica peculiare di questo processo è che l’individuo scopre consumando in che modo è possibile massimizzare l’utilità: non è un principio preordinato, ma una scoperta. Da un punto di vista intellettuale questa affermazione di Menger determina, a differenza di quanto riteneva Jevons che tentava di estendere il calcolo differenziale alle categorie economiche, una critica molto forte all’utilizzo della matematica in ambito economico. L’approccio matematizzante proposto da Jevons presuppone che siano note simultaneamente e predeterminatamente tutte le funzioni di utilità dei beni; per Menger invece sono scoperte di volta in volta. L’equilibrio simultaneo nella realtà è un processo sequenziale progressivo di cui gli strumenti matematici non danno conto. Dunque la matematizzazione dell’analisi economica è distorsiva perché non consente di determinare la reale essenza dei concetti economici: la matematica tende a sincronizzare grandezze che sono in realtà eterogenee.

5. TAVOLA MENGERIANA

Menger, negli stessi anni in cui si trovò a criticare la metodologia della nuova scuola storico tedesca, dovette affrontare un’ulteriore problema: come ricercare le condizioni attraverso le quali il principio dell’utilità marginale venisse considerato il fondamento di tutto il sistema economico. La risposta che avrebbe poi dato, evidenzia questa possibilità tramite la sua capacità di essere esteso all’ambito dello scambio, della produzione e della distribuzione. In sostanza, la sua intenzione era quella di formulare una teoria economica che, a differenza di quanto fatto da Jevons, fosse in grado di legare insieme questi tre ambiti dell’agire economico: scambio, produzione e distribuzione. Soffermandosi sul primo, mentre i classici privilegiavano il lato dell’offerta, i marginalisti assumono come centrale il lato della domanda e quindi, assumono lo scambio come ambito dal quale derivano tutti gli altri. Occorre dunque chiarire la natura dei beni (quando un bene viene definito economico e quindi come tale è definito oggetto di scambio) e il meccanismo di allocazione responsabile della massimizzazione delle utilità degli agenti economici e della determinazione dei prezzi di equilibrio. I beni assumono la caratteristica di “beni economici” solo quando il bisogno supera le quantità disponibili dello stesso, cioè quando è scarso: è la scarsità che determina l’economicità di un bene. Per dimostrare, invece, come avviene il processo allocativo, Menger fa ricorso alla cosiddetta “tavola mengeriana”: in essa egli dimostrò come un meccanismo debba essere efficiente al fine di massimizzare l’utilità di un individuo. La tavola prende in considerazione: i beni che sono ordinati secondo un approccio ordinale, espressi in numeri romani; e le diverse dosi dei beni, espresse invece in numeri arabi. All’interno della tavola sono invece indicate le dosi di utilità associate a ciascuna dose di bene. Affinché l’individuo massimizzi la propria utilità, il processo di allocazione segue un preciso schema: si deve infatti ragguagliare, per la seconda legge di Gossen, le ultime dosi consumate di ciascun bene. In questo modo il meccanismo allocativo sarà pienamente efficiente. In questo senso dunque vale il principio di equi – marginalità: vale a dire il ragguaglio delle utilità dell’ultima dose acquistata di ogni bene. La caratteristica peculiare di questo processo è che l’individuo scopre consumando in che modo è possibile massimizzare l’utilità: non è un principio preordinato, ma una scoperta. Da un punto di vista intellettuale questa affermazione di Menger determina, a differenza di quanto riteneva Jevons che tentava di estendere il calcolo differenziale alle categorie economiche, una critica molto forte all’utilizzo della matematica in ambito economico. L’approccio matematizzante proposto da Jevons presuppone che siano note simultaneamente e predeterminatamente tutte le funzioni di utilità dei beni; per Menger invece sono scoperte di volta in volta. L’equilibrio simultaneo nella realtà è un processo sequenziale progressivo di cui gli strumenti matematici non danno conto. Dunque la matematizzazione dell’analisi economica è distorsiva perché non consente di determinare la reale essenza dei concetti economici: la matematica tende a sincronizzare grandezze che sono in realtà eterogenee.

6. MENGER E LA SCUOLA STORICA TEDESCA: LA DISPUTA SUL METODO

Carl Menger è considerato una delle figure più importanti dell’800, sia per il movimento marginalista, sia per il dibattito intenso e consistente con la scuola economica tedesca. La disputa trova il suo inizio nel 1883 con la pubblicazione del “Methodenstreit” e si intensifica negli anni con una serie di stampe botta e risposta tra Menger e gli economisti tedeschi. Gli elementi fondamentali che connotano la vecchia e, soprattutto, la nuova scuola tedesca, e contro i quali Menger si batte, sono: l’INDUTTIVISMO, che critica l’approccio logico-deduttivo di Ricardo, e l’ORGANICISMO, anche detto OLISMO METODOLOGICO. Con il primo elemento la scuola economica tedesca critica una teoria economica che valga universalmente e ritiene che la conoscenza possa partire soltanto dai fatti, devono cioè esistere precisi riferimenti alla realtà. Non può dunque esistere una teorica economica generale. I fenomeni economici possono essere studiati solo in riferimento a un determinato contesto storico e culturale e l’oggetto della scienza economica è quello di studiare l’evoluzione storica di istituzioni, settori produttivi. L’organicismo o olismo metodologico prevede che i sistemi economico sociali siano simili a organismi caratterizzati da una dinamica autonoma distinta dai singoli individui che lo compongono. Ciascun popolo è dunque una comunità organica e per studiare questa comunità occorre studiare tutti i fenomeni che contraddistinguono la comunità stessa. In generale viene criticata l’economia politica negando la possibilità di formulare una teoria economica che abbia una validità universale: la conoscenza dell’economia può derivare solo da un processo induttivo di analisi dei fatti limitatamente a ciascun periodo storico. Questa è in sintesi la posizione sostenuta dai rappresentanti della scuola tedesca e, in particolare, dal suo principale esponente Gustav Schmoller. E’ contro queste tesi che Menger scatena la battaglia sul metodo. La sua risposta è frutto di un ragionamento soprattutto di natura deduttiva: egli crede nell’esistenza di un dualismo metodologico che distingue tra FORMA, che è analizzata dalla storia e si occupa di aspetti individuali, e MATERIA, che è analizzata dalla teoria e tramite un processo logico di tipo deduttivo tratta di aspetti generali. Entrambi gli elementi sono necessari, tuttavia Menger nega la possibilità di ricavare la teoria dalla prassi, la forma dalla materia: è la storia che necessita della teoria per poter essere interpretata e compresa, e non il contrario (prima grande differenza rispetto alla scuola tedesca). Inoltre, sostiene che la teoria economia, cioè la forma, sia una scienza pura che si regge su principi universalmente validi e non solo a seconda dei vari contesti economico-sociali come sostenevano gli storici-tedeschi. Infine, un’ultima differenza è rappresentata dal fatto che la teoria si deve occupare non dei grandi aggregati economici, ma solamente dei comportamenti relativi agli agenti individuali. La battaglia si concluse a ridosso dello scoppio della prima guerra mondiale e vide come vincitore Menger: questo comportò un relativo declino della storia economica nell’area tedesca e, dunque, ebbe una notevole influenza sul destino culturale austriaco e, successivamente germanico.

7. INDICATE NATURA E FUNZIONE DEI DUE DII EX-MACHINA WALRASIANI (BANDITORE E IMPRENDITORE-SISIFO)

Walras operò a fine ‘800 rivoluzionando la riflessione economica: il suo nome diventerà famoso negli anni perché verrà collegato alla cosiddetta “Teoria dell’equilibrio economico generale”. Egli sviluppa la sua riflessione partendo con l’individuare nella ricchezza sociale e nel valore di scambio gli oggetti dell’economia pura. In primis, riprende l’idea ricardiana relativa al valore come risultate dell’utilità e della rarità dei beni; tuttavia, se Ricardo sosteneva che la rarità riguardasse solo una nicchia di beni e che, al contrario, la grande maggioranza di beni scambiabili fossero riproducibili in quantità pressoché illimitata, secondo Walras, invece, non esistono prodotti che possano essere moltiplicati all’infinito: “tutte le cose che costituiscono la ricchezza sociale constano delle terra e delle capacità personali”. Definita la ricchezza sociale in termini ricardiani, chiarisce come si determina il valore di scambio definendolo come il risultato della combinazione di utilità e scarsità. Introduce quindi una nuova categoria in grado di riassumere questi due concetti, dalla quale dipende il valore di beni: la rareté. In altri termini, le cose utili e scarse sono rare, ed è questo che ne determina il valore di scambio. Walras aggiunge poi che, alla base degli scambi, vi sono dei soggetti che, disponendo di determinate quantità di capitali, tendono ad agire perseguendo propri obiettivi di massimizzazione. Lo scopo dell’EEG è quindi quello di dimostrare come lo scambio volontario possa assicurare una situazione in cui tutti gli agenti ricavano la massima soddisfazione possibile. E’ in questo modo che, secondo Schumpeter, Walras dimostrò come il sistema economico è un “cosmo”, e non un caos, all’interno del quale tutti gli elementi funzionano perfettamente. Egli cerca di avvalorare la sua teoria attraverso l’utilizzo del metodo matematico fissando la determinazione simultanea di prezzi e quantità di equilibrio. Per arrivare alla dimostrazione matematica dell’esistenza di questo equilibrio, il modello walrasiano postula: l’esistenza di agenti massimizzanti perfettamente informati di tutto ciò che accade sul mercato e autointeressati; la presenza di una pluralità di mercati correlati tra loro (Walras ne identifica 3+1: mercato dei beni e dei servizi, mercato dei prodotti, mercato dei capitali nuovi e risparmio) ; l’esigenza della condizione di concorrenza perfetta in cui le unità produttive che intervengono nello scambio sono price taker; e l’esistenza di un modello statico con tecniche produttive, risorse e numero di lavoratori dati. Esiste quindi un EEG se è presente un insieme di prezzi in base al quale: in ogni mercato si ha la condizione di market clearing; ogni agente vende e acquista secondo quanto aveva programmato; e se tutti gli agenti, dati i propri vincoli, massimizzano utilità e profitti. A questo punto, occorre trovare un vettore di prezzi che sia in grado di verificare queste caratteristiche: per giungere alla soluzione Walras introduce nel sistema due figure, due “dii ex- machina”: il BANDITORE e l’IMPRENDITORE-SISIFO. Per introdurre la prima figura Walras, dopo aver osservato l’andamento della borsa parigina, ipotizza che il mercato funzioni come un mercato borsistico: il funzionamento di tale schema è basato su una forma di mercato d’asta dove l’equilibrio tra domanda e offerta viene ottenuto attraverso un processo di tâtonnement, ossia di tentativi e di conseguenti aggiustamenti dei prezzi da parte del banditore. All’inizio dell’asta, gli agenti price taker rispondono al vettore dei prezzi,

gridato in maniera casuale del banditore, determinando le quantità offerte e domandate della merce. Accadrà generalmente che, al prezzo gridato, non corrisponderà l’uguaglianza tra domanda e offerta: starà allora al banditore modificarlo al rialzo, se vi è eccesso di domanda, e viceversa a ribasso, se vi è eccesso di offerta. Solo quando il vettore dei prezzi di equilibrio è raggiunto attraverso il tâtonnement l’asta viene chiusa e gli scambi avvengono effettivamente e simultaneamente con i prezzi di equilibrio su tutti i mercati. L’altra figura chiave del modo di concepire il funzionamento del sistema economico walrasiano è quella dell’imprenditore-sisifo secondo la quale l’imprenditore è destinato a ripetere la stessa operazione di combinazione dei fattori di produzione per dar vita ai beni di consumo, senza possibilità di ottenere alcun profitto. Questo è indice del fatto che i fattori di produzione non sono compensati al loro livello redistributivo ordinario; si tratta quindi di una situazione di squilibrio incompatibile con le premesse: al pari del banditore l’imprenditore è un mero coordinatore dell’attività produttiva, egli acquista i fattori e vende i prodotti ai prezzi indicati dal banditore. Infatti, se l’imprenditore realizzasse un profitto positivo o negativo, non esisterebbe equilibrio poiché esso tenderebbe ad espandere o ridurre l’offerta provocando uno squilibrio: affinché sia raggiungibile un EEG deve esserci profitto nullo. E’ ovvio che questa situazione non è assolutamente possibile, né tantomeno realizzabile, ma è coerente con l’idea che Walras aveva del funzionamento del sistema economico, e cioè di un sistema statico in cui i profitto sono nulli.

8. PARETO: OFELIMITA’ E CONCETTO DI PARETO-OTTIMALE

L’originalità di Pareto, che vede una rivoluzione rispetto a Walras, consiste in un deciso passo in avanti verso l’ideale di un’economia pura, verso cioè la dissociazione completa dell’economia dalla politica, verso un’economia “a-politica”. Negli studi sull’economia pura, Pareto compie diverse innovazioni: le scelte dei consumatori erano dai neoclassici fino a Pareto, spiegate in termini di utilità come grandezza misurabile. Pareto recise il nesso esistente tra le referenze dei consumatori ed ogni loro significato oggettivo per la società: le preferenze potevano quindi essere solo constatate e non misurate. L’origine di queste preferenze è indifferente agli economisti puri: esse sono incompatibili tra individui diversi, non sono sommabili e non sono soggette a giudizi etici. Ecco che Pareto propone di chiamare l’utilità, intesa in questo senso, utilizzando un termini greco “ofelimità” (=beneficio): un termini che, tuttavia, si arrestò alla sua riflessione e che non entrò mai nel lessico economico. L’”ofelimità” è la qualità di un bene che lo rende desiderabile, benefico e socialmente utile. Poste queste premesse, Pareto cerca di dimostrare come il sistema di EEG walrasiano si potesse spiegare non in termini cardinali, ma in termini ordinali, similmente a quanto aveva fatto Menger, assumendo che certi beni sono preferibili ad altri e le referenze possono essere ordinate secondo curve di indifferenza. Da un punto di vista formale, attraverso un processo matematico, Pareto

desume dalle curve di indifferenza gli indici di preferenza (indici di ofelimità) che possono essere inseriti in un sistema di equazioni differenziali che si risolve in un equilibrio generale dei prezzi, esattamente come il sistema dedotto dalle utilità cardinali. Tuttavia, poiché le unità individuali non sono sommabili, com’è possibile identificare un ottimo sociale? E più in generale, in che modo il mercato realizza un’allocazione ottimale delle risorse? Per rispondere a questo quesito, Pareto propone un criterio per indirizzare i giudizi sull’efficienza del mercato concorrenziale, criterio che da lui prese il nome di “ottimo paretiano” e che realizza quella condizione secondo la quale nessuno può migliorare la propria posizione senza peggiore quella di un altro. Il concetto di ottimo partendo prescinde però da ogni posizione circa la sua equità e giustizia ed esclude, quindi, ogni forma di politica economica redistributiva. A Pareto questo tuttavia non interessa, il suo obiettivo era quello di dimostrare come la politica liberista potesse realizzare il meglio di quanto si possa desiderare: le economie distributive non interessano agli economisti puri. La concezione di Pareto, infine, non ammetteva un solo ottimo paretiano, ma infiniti ottimi: qualunque distribuzione iniziale del reddito, più o meno giusta, qualunque sistema può essere efficiente. Sulla base del criterio pareto efficiente non si può distinguere tra la superiorità di un sistema economico rispetto ad un altro: esso è un criterio neutrale che può essere applicato in contesti economici totalmente differenti, orienta l’efficienza sia di un sistema economico impegnato sulla proprietà privata che di un sistema economico impregnato sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione.L’ottimo paretiano fallisce quindi, perché non è in grado di dimostrare la superiorità del sistema capitalista a quello socialista. Tale dimostrazione sarà compiuta successivamente da un suo allievo, Enrico Barone.

9. ILLUSTRARE COSA SI INTENDE NELLA TEORIA MARSHALLIANA PER “EQUILIBRIO PARZIALE” E PER “ANALISI PERIODALE”

L’economista inglese Alfred Marshall, oltre ad aver pubblicato nel 1890 “Principi di economia”, opera che diventò il manuale di riferimento fino ai primi decenni degli anni ’90, prendendo il posto di quello di Mill, è conosciuto per aver traghettato l’apparato classico verso quello marginalista. L’approccio di Marshall, rispetto a quello walrasiano, è un approccio che ridimensiona l’aspetto macro: Marshall focalizza l’attenzione sui singoli mercati e sui singoli gruppi a differenza del modello di Walras in cui venivano rappresentate le condizioni di equilibrio dei prezzi del sistema economico nel suo complesso. Dato l’elevatissimo livello di complessità raggiunto dal sistema economico capitalista, Marshall preferì concentrarsi non più sulla formulazione di una teoria complessiva del suo funzionamento, ma sulla riduzione del numero di variabili da considerare: ciò presuppone l’assunto che il comportamento di una singola variabile o di un settore dell’economia non apporti cambiamenti significativi a livello dell’intero sistema. Egli verifica quindi gli equilibri

su ogni singolo mercato assumendo che quello che avviene all’esterno rimanga invariato: delinea un questo modo la cosiddetta “teoria degli equilibri parziali” attraverso il principio del “ceteris paribus”. Esiste tuttavia un altro motivo per il quale Marshall sostiene di dover formulare una teoria degli equilibri parziali: egli voleva avvicinare l’economia politica ad un pubblico di business man più vasto rispetto a quello accademico di Walras e con questa teoria ci sarebbe potuto riuscire; egli avrebbe creato una disciplina di servizio adatta sia agli uomini intellettuali, sia agli uomini d’affari. Egli è consapevole che una semplificazione della questione avrebbe potuto allontanare il risultato dalla realtà, ma, in difesa, sostiene che questo studio semplificato avrebbe consentito di porre le basi per studiare meglio le questioni più complesse. In seguito elabora la celebre “croce marshalliana”con la quale cercò di combinare la teoria classica della produzione con quella neoclassica della domanda, da lui stesso elaborata: essa rappresenta un particolare accorgimento grafico che incrocia le curve di domanda e di offerta nel punto di equilibrio del sistema. Il prezzo di equilibrio sul mercato dipende quindi simultaneamente dalla domanda e dall’offerta: verità banale, ma è merito di Marshall aver reso nota e dimostrato questa considerazione. Infine, a partire da queste riflessioni, introduce la variabile temporale: le due curve, nel tempo, si muovono in maniera diversa. Si tratta della cosiddetta “analisi periodale” secondo la quale mentre la curva di domanda si muove sul breve periodo, la curva di offerta presenta variazioni nel lungo periodo. In particolare, analizzando la curva della produzione, Marshall identifica 4 periodi: periodo di mercato o brevissimo (nella quale la produzione è completamente determinata e immutabile); periodo breve (i produttori possono adattare l’offerta, rispetto ai movimenti della domanda, solo su alcuni fattori: sono in grado di modificare i costi variabili, ma non i costi fissi); periodo lungo (le condizioni della produzione possono modificare e adattare l’offerta intervenendo su tutti i fattori: scompare la distinzione tra cv e cf); e periodo lunghissimo o secolare (non solo i fattori variano, am mutano anche le tecnologie produttive, l’andamento dei produzione ed i gusti degli individui).

10. MARSHALL: DEFINIZIONE DI ECONOMIA E CARATTERISTICHE DELL’ANALISI ECONOMICA

Con l’economista Alfred Marshall il pensiero marginalista raggiunge il culmine della sua evoluzione. A Marshall, futuro maestro di Keynes, va il merito di aver fondato la scuola di Cambridge, nella quale per molti decenni successivi si sarebbero insediati i più grandi economisti del’900. Oltre alla sua formazione matematica, in Marshall entrano aspetti relativi alla morale cristiana, alla dottrina utilitarista e all’evoluzionismo di stampo spenceriano e darwiniano. Marshall, come accennato, riprende alcuni aspetti dell’evoluzionismo, anche se ne rifiuta alcuni fondamentalismi: accetta l’idea che la natura, nel corso della storia non faccia salti “natura non facit

saltus”, ovvero ritiene che l’evoluzione dell’uomo sia un avvenimento lento e difficile, ma che risieda nella sua natura. Questa posizione è anche affiancata al suo rifiuto per la dottrina utilitarista, secondo la quale il modo per far progredire i più poveri è quello di incentivare l’egoismo dei più ricchi. Da questo rifiuto emerge poi un elemento centrale del pensiero marshalliano: la perfettibilità dell’uomo, un focus che ha come principale presupposto la possibilità di un miglioramento del carattere degli individui, miglioramento che deve avvenire attraverso un elevamento del livello culturale e morale. Mashall appoggia poi il sistema capitalista, ritenendolo l’unico sistema economico in grado di coniugare il più alto risultato di efficacia ed efficienza, nonostante fosse consapevole delle diseguaglianze che esso crea. Riguardo, invece, gli aspetti matematici, egli si distacca in maniera decisa dalle dottrine di Jevons e degli anti-ricardiani: per Marshall la matematica è un fine, non un mezzo. In generale a Marshall premeva che nella teoria economica si configurassero tutte le caratteristiche delle discipline ufficialmente riconosciute come scienze naturali e, in particolare, la solidità nei fondamenti teorici, la continuità nello sviluppo e l’universalità dei principi. L’economia è da lui vista come una scienza più vicina alla biologia, per questo gli economisti devono operare come biologi cercando le regole del comportamento degli uomini nei suoi diversi aspetti economici.

11. SCEGLIENDO A PIACERE UNA DELLE TRE TEORIE MARGINALISTE DEL CICLO A PARTIRE DALLE VARIABILI MONETARIE, ESPONETE IN MODO SINTETICO I PRINCIPALI CONTENUTI: A. TEORIA DEGLI EFFETTI TEMPORANEI DI FISHER B. CICLO WICKSELLIANO C. TEORIA DEL RISPARMIO FORZATO DELLA SCUOLA AUSTRIACA

Alcuni economisti neoclassici si accorgono che il modo di considerare il sistema economico, da parte di coloro i quali avevano avviato la rivoluzione marginalista, è troppo irrealistico. In generale, essi affrontano l’economia come un problema di ottima allocazione di risorse date e scarse: questo conduce ad un analisi di tipo statico. Inoltre, le variabili che inducono cambiamenti nei dati di base vengono generalmente considerate come esogene, esterne rispetto al sistema, in quanto ai marginalisti non interessano per l’appunto staticità della loro analisi. Da questo punto di vista quindi, i modelli marginalisti statici dell’equilibrio concorrenziale riconoscono implicitamente la validità di due presupposti teorici: la legge di Say (“l’offerta crea la propria domanda”) e la teoria quantitativa della moneta (mv=pt: le variabili monetarie non hanno influenza sulle variabili reali ).

Tuttavia, agli inizi del ‘900, l’approccio neoclassico affronta ugualmente il cambiamento delle condizioni dell’economia attraverso: la formulazione di analisi statiche comparative, tramite le quali si stabilisce un confronto tra due situazioni successive nel tempo, e la formulazione di analisi dinamiche, che focalizzano l’attenzione sull’evoluzione di due o più variabili determinando un processo di sviluppo verso una nuova situazione di equilibrio. Quello che dunque avviene di importante nell’ambito della riflessione degli economisti neoclassici è il passaggio dalla rappresentazione del sistema economico in termini statici, alla percezione dello squilibrio e all’analisi del ciclo: improvvisi cambiamenti delle variabili economiche innescano situazioni di squilibrio che comportano, se si protraggono nel tempo senza essere ricondotte all’ordine, una fase ciclica. Le varie teorie del ciclo economico vanno quindi a focalizzarsi sulle variabili monetarie, cioè su quelle che, nelle formulazioni dei primi economisti neoclassici, rappresentano l’elemento più sfuggente e che, nel corso del tempo, sono in grado di provocare un ciclo economico. Ecco che vanno a svilupparsi nel corso del 900 3 nuove teorie del ciclo economico: A. “Teoria degli effetti temporanei di Fisher”: secondo Fisher, le variabili dell’equazione

quantitativa della moneta sono fissate al loro valore “normale”, e quindi ad una situazione di equilibrio di lungo periodo. Nel breve periodo può tuttavia capitare che vi siano delle situazione temporanee in cui, un aumento o una diminuzione di M (inflazione/deflazione), portino a situazioni di squilibrio. Supponiamo si verifiche un aumento di M: ad un aumento della massa monetaria corrisponde un aumento dei prezzi; in questo caso se i tassi monetari non si adeguano immediatamente all’aumento inflativo, succede che ne risultino stimolate l’attività creditizia e di investimento che determinano a loro volta un aumento della produzione e un maggior indebitamento dei produttori. Quando poi i tassi monetari, con un relativo ritardo, si adattano alla quantità di M in circolazione, allora inizia un processo deflativo che da vita ad una contrazione dei consumi, una caduta dei prezzi e quindi un’impossibilità di onorare i debiti. — > L’aumento dei prezzi apre un ciclo inflativo a cui corrisponde un conseguente ciclo deflativo quando le banche rispondono modificando i tassi monetari. Questa è una teoria interessante in quanto venne applicata successivamente da Fisher per spiegare le cause della crisi del ’29 che esso definisce come “una crisi di deflazione da debiti”. —> Squilibrio determinato dal mancato adattamento del Tasso monetario all’aumento della massa monetaria.

B. “Ciclo di Wicksell”: dal punto di vista della teoria del ciclo è sensibile alle situazioni di squilibrio: egli focalizza l’attenzione sulla dicotomia che si può creare tra tasso naturale di interesse e tasso monetario di interesse. Il primo rappresenta il saggio di equilibrio in corrispondenza del quale domanda e offerta di beni capitali coincidono; esso coincide quindi con la produttività marginale del capitale, è il tasso che assicurerebbe l’equilibrio economico. Al suo fianco, il tasso monetario altro non è che il tasso di sconto fissato dalle banche centrali ed esprime, dal punto di vista delle imprese, il costo dell’investimento. L’eguaglianza tra i due tassi conduce il sistema in equilibrio. Questo è però vero solo nel lungo periodo poiché, nel breve, può accadere che i due possano variare indipendentemente per motivi diversi e, quindi, non coincidano. Si possono verificare, dunque, due situazioni di squilibrio:

- TASSI NATURALI > TASSI MONETARI: vi è uno stimolo all’indebitamento e agli investimenti, facendo ripercuotere tale stimolo sulla domanda, che si amplia, e sui prezzi, che tendono al rialzo.

- TASSI MONETARI > TASSI NATURALI: vi è uno stimolo al “credit crunch”, ovvero la tendenza a liquidare gli stock per rimborsare i crediti, provocando la caduta dei prezzi dei beni: c’è quindi una tendenza deflativa che fa diminuire i profitti. —> può provocare la cosidetta “trappola della liquidità” dove, anche a tassi monetari bassissimi può succedere che il sistema non si rimetta in moto.

Nel modello wickselliano il fattore monetario assume dunque straordinaria importanza: si evince infatti l’esistenza di un legame tra variazioni quantitative della moneta e aspettative degli investitori, e si imputano le fluttuazioni dei prezzi alle divergenze tra rendimento dei prestiti bancari e rendimento degli investimenti produttivi. —> Squilibrio determinato dalla non coincidenza tra tasso bancario e reale rendimento del capitale investito: TM e TN.

C. “Teoria del risparmio forzato”: formulata da Von Hayek nei primi anni ’30. La teoria del ciclo consiste nel mettere in luce come il ciclo sia frutto dell’espansione artificiosa del credito causata dalle banche centrali che, a causa dei tassi tenuti artificiosamente bassi, provoca una collocazione non ottimale degli investimenti. La teoria del risparmio forzato fa riferimento a due fasi:

- FASE ASCENDENTE: è determinata da un’espansione dell’offerta di moneta ottenuta mediante la fissazione del tasso di interesse ad un saggio troppo basso, che determina una rapida accelerazione degli investimenti. La maggiore offerta di moneta sfocia in un astinenza involontaria dal consumo, cioè ad un “risparmio forzato” prodotto dall’aumento dei prezzi che riduce il potere d’acquisto dei salari.

- FASE DISCENDENTE: le cose si rimettono in equilibrio. L’entrata in funzione dei nuovi investimenti accresce l’offerta di prodotti che determina, secondo la legge della domanda e dell’offerta, una caduta dei prezzi e quindi l’avvio di un ciclo deflativo che apporta un aumento del potere d’acquisto dei consumatori e, quindi, una ripresa dei consumi. L’aumento dei consumi comporta una distruzione del risparmio che riporta il sistema economico, nel lungo periodo, nella situazione di equilibrio iniziale. —> Squilibrio determinato dalla non coincidenza tra tasso di sconto bancario e le decisioni di risparmio dei consumatori.

12. DISCUTETE IL RUOLO DELL’IMPRENDITORE- INNOVATORE E DEL BANCHIERE NEL MODELLO DI SVILUPPO CICLICO DI SCHUMPETER.

Joseph Schumpeter, economista austriaco del XX secolo, fu colui che, forte ammiratore di Walras, reinterpretò il suo sistema teorico. Nel 1911 pubblica una delle sue prime opere maggiori “Teorie dello sviluppo economico”, saggio che, a livello metodologico, si colloca tra Walras e Marx. Il punto di partenza del modello di Schumpeter è l’equilibrio walrasiano, che ritiene il miglior sistema di flusso circolare poiché garantisce un “equilibrio stazionario” in cui il sistema economico

non è soggetto ad alcun processo evolutivo e che è determinato dagli scambi tra operatori che hanno comportamenti di routine. In un sistema di questo tipo non c’è accumulazione capitale, interesse, né profitto, e la moneta funge, quindi, solo da intermediario negli scambi. Inoltre, la figura dell’imprenditore e del capitalista è totalmente assente. Il problema per Schumpeter, è che si tratta di un modello statico, che non è in grado di rappresentare la realtà poiché non da ragione dei fenomeni più rilevanti come le trasformazioni tecnologiche, i profitti, e, soprattutto, non spiega lo sviluppo economico. Per lui, la continua trasformazione del capitalismo è la sua essenza e rappresenta il motore dinamico del sistema che porta allo sviluppo. Lo sviluppo economico non è però da definirsi come una sorta di evoluzione ( rifiuta Darwin), ma bensì una rivoluzione: “esso è spontaneo e improvviso”. La figura chiave dello sviluppo economico Per Schumpeter è quella dell’imprenditore che, al contrario di quello sisifo di Walras, mero coordinatore dell’attività produttiva, è il vero motore dello sviluppo, colui che introduce le innovazioni in grado di perturbare l’equilibrio. L’imprenditore- innovatore realizza un profitto (contrasto evidente con Walras) sfruttando le situazioni di rendita che gli derivano dall’introduzione di innovazioni. Questa categoria è composta da persone molto meno numerose di quelle che oggettivamente ne avrebbero la possibilità in quanto, nel suo cammino l’imprenditore deve affrontare una serie di ardue difficoltà, quali: la mancanza di conoscenze certe su come operare e decidere; il fatto che “il pensiero tende a tornare sul cammino segnato” e, quindi, è difficile per l’imprenditore costruire un pensiero che guardi al futuro senza considerare il passato; e la presenza di un ambiente sociale scettico e ostile verso l’innovazione. Tutto questo fa si che la categoria dell’imprenditore sia meno diffusa di quanto potrebbe essere: l’imprenditore è un leader, un innovatore, non un manager e nemmeno un inventore. Egli agisce sulla base di 3 volontà: volontà di fondare un impero privato, volontà di ottenere successo,e gioia di creare. Più in generale, può essere definito come il personaggio più razionale ed egoistico di tutti. (Keynes avrebbe detto lo stesso mettendo in luce che la sua motivazione è dettata dallo spirito animale). La seconda figura che promuove lo sviluppo economico, secondo Schumpeter, è il banchiere. Esso è “eforo dello scambio”, è il primordiale promotore dello sviluppo in quanto per primo decide di assumersi il rischio d’impresa, mettendo a disposizione il denaro per l’imprenditore. Il suo principale ruolo, non è quello di intermediare, ma di introdurre liquidità nel sistema. Tale osservazione mette però al centro la moneta, implicando di fatto che essa non è un velo, ,ma bensì è in grado di incidere in maniera ampia e radicale sull’economia reale. Il banchiere, introducendo liquidità al sistema, avvia lo sviluppo: quindi attraverso il credito, non solo trasformano il risparmio in investimento, ma creano anche moneta “ex novo”, ovvero liquidità aggiuntiva che si concretizza in nuovo stock di capitale. In coincidenza con questo si verifica una sorta di “risparmio forzato” che, attraverso il fenomeno deflativo, sottrae risorse al consumo e agli investimenti tradizionali, destinandoli all’investimento innovativo.

13. CONCETTI CARATTERIZZANTI LA TEORIA KEYNESIANA (DOMANDA EFFETTIVA, MOLTIPLICATORE, EFFICIENZA MARGINALE DEL CAPITALE, PREFERENZA PER LA LIQUIDITA’) E LORO USO PER LA RIDEFINIZIONE DEL RUOLO DELLO STATO IN ECONOMIA

John Maynard Keynes fu un gigante della storia del pensiero economico novecentesca. Del suo percorso intellettuale si possono evidenziare tre fondamentali esperienze, tutte costituite da un anticonformismo di fondo che contrastava con la cosiddetta “morale vittoriana”: la “società degli apostoli”, circolo intellettuale di laureati di Cambridge, segreto ed esclusivo, in cui i partecipanti si ritrovavano a parlare di vari argomenti ed il quale obiettivo supremo risiedeva nella ricerca della verità; il “Bloomsbury group”, gruppo anticonformista che discuteva di temi che contraddistinguevano la società di allora; e la scuola di Cambridge, ultima esperienza che incide sulla sua formazione. Nell’approccio alla “General Theory” del 1936, Keynes muove una critica alla “legge di Say. La critica keynesiana non mira alla solita questione della corrispondenza tra produzione e domanda effettiva, ma piuttosto ha come oggetto il nesso logico sequenziale tra produzione e spesa: non è la produzione che genera la propria domanda, come affermava la legge di Say, ma è la domanda a generare la produzione. Quest’ultima si adegua di conseguenza, anche se ciò può non essere sufficiente a garantire la piena occupazione. In Keynes diventano quindi importanti importanti i meccanismi che determinano la domanda effettiva. L’ammontare della domanda aggregata è articolata in due aspetti: domanda di consumi C e domanda di investimenti I: mentre C è una funzione del reddito (C=C0+cY, dove C0 variabile esogena e c propensione marginale al consumo), gli investimenti I sono considerati esogeni perché indipendenti dal suo livello ( I+C). In questo modo, la domanda aggregata è data dall’equazione: Y=C+I=C0+cY+I e l’equilibrio del sistema si ottiene nel punto in cui domanda aggregata (C+I) eguaglia il reddito (Y). Tuttavia, Keynes afferma che tale equilibrio non implica necessariamente uno stato di piena occupazione: l’idea di EEG è quindi errata poiché tratta di una condizione economica particolare e non necessariamente corrisponde alla situazione in cui tutte le risorse del sistema sono prese in considerazione. Un altro principale argomento di cui tratta Keynes nella “General Theory” è quello del moltiplicatore keynesiano. Se nella domanda aggregata gli investimenti possono essere trattati come una variabile esogena, in quanto a livello aggregato essi finiscono per generare risparmio (S=I), allora S=Y(1-c)-C0, dove1-c altro non è che la propensione marginale al risparmio. In sostanza, l’idea che emerge da questa equazione fondamentale è che non è il risparmio a determinare l’investimento, ma il contrario: un incremento esogeno degli investimenti, per effetto del moltiplicatore, porta il risparmio ad aumentare in misura maggiore. Numericamente dY=dI/(1- c), in cui il moltiplicazione keynesiano 1/(1-c) indica quanto l’occupazione deve aumentare per far aumentare il reddito reale in misura sufficiente ad indurre il pubblico ad accantonare il necessario risparmio aggiuntivo. Il principio del moltiplicatore, che Keynes riprende da un economista di Cambridge, stabilisce di fatto che gli investimenti finiscono per generare il proprio risparmio. L’aspetto importante è che,data una certa propensione al consumo, il livello di occupazione dipende dall’ammontare complessivo degli investimenti e quindi dalla distribuzione del reddito iniziale: una distribuzione del reddito bilanciata a favore della domanda di investimenti genera, attraverso il

principio del moltiplicatore e data una certa propensione al consumo, un aumento più rilevante dell’occupazione. Dunque, stabilita l’importanza fondamentale degli investimenti, attraverso il principio del moltiplicatore, Keynes studiò le variabili che ne determinano la domanda, individuandone due: il costo puro dell’investimento e le stime degli operatori circa la loro futura redditività in base all’efficienza marginale del capitale. Essa è tanto più alta, quanto più alti sono i rendimenti marginali futuri; mentre decresce rispetto all’aumentare dei costi di investimento. Da questo, si può quindi dedurre che gli investimenti dipendano dal tasso d’interesse sui prestiti, che diventa un indicatore del loro costo. Tuttavia, mentre il tasso d’interesse sui prestiti è determinato dalle autorità monetarie, l’efficienza marginale dipende dai rendimenti attesi degli “animal spirits”, gli imprevedibili stati d’animo degli investitori. Questo permette a Keynes di affermare che la politica monetaria non è di per sè sufficiente, ma che è anche necessario l’intervento delle autorità. L’intervento dello stato è la conclusione di una serie di ragionamenti. L’altra strada per cui arriva allo stesso epilogo è quella relativa alla domanda di moneta. Egli sviluppa l’idea di “domanda precauzionale”: Keynes arriva a formulare questo concetto di moneta attraverso il fatto che i consumatori, in determinate circostanze, preferiscono detenere ricchezza sottoforma di moneta rispetto a qualsiasi altra forma di bene. E’ la cosiddetta “preferenza per la liquidità” che dipende principalmente dall’incertezza del futuro e dalla proprietà della moneta di essere un bene perfettamente fungibile e spendibile. Il problema principale che mette in bilico l’efficienza delle politiche monetarie sta nel fatto che se la preferenza per la liquidità da parte degli operatori aumenta ( il loro giudizio sul futuro è negativo) più velocemente di quanto le autorità facciano aumentare la massa monetaria, allora il saggio di interesse può non diminuire, provocando la crisi. Inoltre lo stesso comportamento degli speculatori, che influenzano la domanda speculativa di moneta (terza forma di domanda oltre a quella tradizionale e quella “precauzionale”), non necessariamente è direzionale nel senso di riequilibrare il mercato: essi possono agire continuando ad alzare i prezzi per speculare nel breve periodo, causando così un destabilizzamento del mercato che provoca un annullamento delle politiche monetarie . Tale situazione può anche portare, nel peggiore dei casi, alla cosiddetta “trappola per la liquidità”, ovvero la situazione in cui un aumento esponenziale della quantità di moneta in circolazione, o un ribassamento del tasso di interesse, non stimola l’incremento dei consumi.

14. INDICATE IN FORMA SINTETICA COME LA TEORIA KEYNESIANA HA RIDEFINITO IL RUOLO DELLO STATO IN ECONOMIA

John Maynard Keynes fu un gigante della storia del pensiero economico novecentesca. Partendo da alcune considerazioni sulla domanda di moneta, arriva a riformulare il ruolo dello stato in economia. Nell’approccio alla “General Theory” del 1936, Keynes muove alla “legge di Say” un tipo di critica che non mira alla solita questione sulla corrispondenza tra produzione e domanda

effettiva, la critica keynesiana ha piuttosto come oggetto il nesso logico sequenziale tra produzione e spesa: non è la produzione che genera la propria domanda, come affermava la legge di Say, ma è la domanda a generare la produzione. Quest’ultima si adegua di conseguenza, anche se ciò può non essere sufficiente a garantire la piena occupazione. In seguito, mostra diversi dubbi sulle potenzialità delle politiche monetarie, in quanto, afferma che i livelli di investimento, dai quali dipende l’occupazione, sono altresì soggetti agli “animals spirits”, e, quindi, possono variare sensibilmente a seconda delle aspettative sul futuro degli investitori. Il problema principale che mette in bilico l’efficienza delle politiche monetarie sta nel fatto che se la preferenza per la liquidità da parte degli operatori aumenta (il loro giudizio sul futuro è negativo) più velocemente di quanto le autorità facciano aumentare la massa monetaria, allora il saggio di interesse può non diminuire, provocando la crisi. Inoltre lo stesso comportamento degli speculatori, che influenzano la domanda speculativa di moneta (terza forma di domanda oltre a quella tradizionale e quella “precauzionale”), non necessariamente è direzionale nel senso di riequilibrare il mercato: essi possono agire continuando ad alzare i prezzi per speculare nel breve periodo, causando così un destabilizzamento del mercato che provoca un annullamento delle politiche monetarie . Dunque, se la curva di domanda di moneta è instabile e non garantisce necessariamente uno stato di piena occupazione; e ancora, se le aspettative future degli imprenditori continuano a risultare negative, al fine di assicurare un regime di piena occupazione occorre che lo stato intervenga con costanza e a pieno regime nel sistema economico. Al paradigma pienamente liberista del laissez-faire, Keynes contrappone quello del “mercato amministrativo” in cui l’individualismo utilitaristico e la proprietà privata non sono messi in discussione (la proprietà privata viene mantenuta, non è necessario formare la proprietà collettiva), ma lo stato ha il dovere di intervenire per correggere gli equilibri di sottoccupazione e gli assetti distributivi iniqui ed arbitrari che il libero mercato, lasciato a sé stesso, finisce per generare.

15. SVILUPPI DELLA TEORIA KEYNESIANA DOPO KEYNES: APPROCCI NEO-KEYNESIANI E POST-KEYNESIANI

Quello che avviene dopo Keynes, per quanto riguarda i neoclassici, è un’articolazione di diverse linee di pensiero che si riassumono, in particolare, in tre filoni a partire dagli anni del dopoguerra: 1. SINTESI NEOLASSICA (HICKS) 2. MONETARISMO E ASPETTATIVE RAZIONALI (FRIEDMAN) 3. POST KEYNESIANO Per quanto riguarda il primo approccio, la sintesi neoclassica rappresenta un tentativo di “normalizzare” il pensiero di Keynes. Nell’articolo satirico intitolato “Mr.Keynes and the Classics”, Hicks presentò un ambizioso, seppur semplice, modello di equilibrio economico generale temporaneo: il modello IS-LM. Attraverso questa formulazione, egli voleva dimostrare il contrario

di quanto era stato proposto da Keynes: il suo obiettivo era cioè di evidenziare come il mercato concorrenziale fosse in grado di stabilire un equilibrio di piena occupazione. Il modello IS-LM traduce la teoria keynesiana in termini più tradizionali di un EEG caratterizzato da tre mercati: beni, moneta e titoli (anche se di quest’ultimo non se ne occupa) . Le due curve IS (curva che rappresenta tutte le combinazioni di y e r che garantiscono l’equilibrio nel mercato dei beni e servizi) e LM ( curva che rappresenta tutte le combinazioni di y e r che garantiscono l’equilibrio nel mercato monetario) sono disomogenee, ma riferite alle stesse variabili y e r: esse possono quindi essere ricondotte in un unico grafico in cui il loro punto di incontro individua la posizione di equilibrio simultaneo dei due mercati. Questa curva IS-LM ha di caratteristico il fatto che costituisce il nuovo nucleo teorico attraverso il quale si costituisce la sintesi neoclassica, che fino a tutti gli anni ’60 rappresenta la nuova “ortodossia economica”. In quest’ottica è spiegata e giustificata la correlazione tra saggio di crescita w e saggio di disoccupazione u, rappresentata dalla cosiddetta “curva di Phillips”: un rapporto inverso che mostrerebbe il sacrificio, in termini di inflazione, per ottenere una diminuzione della disoccupazione: aumento prezzi, riduzione disoccupazione. Questa teoria, che viene formulata in un periodo in cui l’inflazione non costituiva nessun problema, verrà messa in discussione successivamente con l’avvento della stagflazione. Gli autori della sintesi neo-classica, che vengono anche definiti con il termine di “neo-keynesiani” (sono a favore della sintesi neo-classica, da non confondere con i post-keynesiani, i quali raccolsero l’eredità di Keynes) hanno contribuito in maniera fondamentale ad innalzare gran parte delle fondamenta della moderna macro-economia; proprio mentre il keynesismo trovava la più ampia applicazione nelle politiche economiche. La seconda corrente di pensiero, di cui Milton Friedman ne è il massimo esponente, vide la riformulazione della teoria quantitativa della moneta sottoforma di teoria della domanda di moneta in funzione di tassi di rendimento di varie attività. Tale funzione nel lungo periodo mostrerebbe un trend di crescita stabile in relazione all’evoluzione dei fattori reali. Friedman dimostra, contro Keynes, che gli interventi delle autorità in politica economica e monetaria volti a stimolare la domanda aggregata e a sostenere l’occupazione sono fallaci perché non rispondono alle aspettative, e inefficaci poiché i loro effetti si manifestano in ritardo e con risultati incerti: torna quindi nuovamente l’idea che la moneta sia un velo, che le politiche monetarie non siano in grado di influenzare le politiche reali e che, quindi, il mercato debba autoregolamentarsi. E’ lungo il filone monetarista che tra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ’80 si sviluppa il pensiero dei teorici delle aspettive razionali o della nuova macroeconomia classica. Lo scenario cambia: le economie del mercato devono affrontare il problema dell’inflazione. Secondo queste teorie, gli operatori possono valutare in anticipo gli effetti delle politiche economiche: ad esempio, qualora si verifiche un deficit di bilancio (tipica manovra keynesiana) gli operatori razionali risponderanno diminuendo i consumi perché si attendono un successivo incremento delle tasse: giocano in anticipo rispetto alle politiche economiche. Le uniche misure economiche ammesse dai teorici delle aspettative razionali sono quelle volte a migliorare le informazioni degli operatori (ridurre le asimmetrie informative) e ad allenare le rigidità del sistema: sono le cosiddette “politiche dell’offerta” che enfatizzano la flessibilità dell’utilizzo della manodopera ed il ruolo della formazione del capitale umano: queste sono le uniche in grado di ridurre l’inflazione e la disoccupazione (attacco alla curva di phillips).

Infine, i post-keyensiani raccolgono un variegato filone di pensiero che, in opposizione alla sintesi neoclassica, ha sviluppato la teoria keynesiana in chiave anti-neoclassica. Questo filone ha due componenti principali: una legata all’ambiente di Cambridge, più legata ai temi della crescita e della distribuzione del reddito; e un’altra che ha il suo centro in USA e che si occupa prevalentemente di dinamiche monetarie. Questi ultimi sottolineano inoltre, quella che per loro è la caratteristica principale del capitalismo: l’instabilità finanziaria. Torna quindi l’idea di di un sistema incerto e instabile, in contrapposizione ai monetaristi che dipingono un sistema economico in cui tutti gli elementi tornano. Inoltre, i post-keynesiani approfondiscono un aspetto che Keynes aveva lasciato inevaso: essi mettono in luce come l’offerta di moneta non sia solamente esogena, ma anche endogena poiché dipende da una serie di tecniche che, nelle moderne economie, sono diventate uno degli strumenti di pagamento più importanti che affiancano la moneta.La conseguenza della riflessione svolta dai post-keynesiani è la caratterizzazione del sistema economico attraverso un rapporto di causa effetto che, dalla politica monetaria, arriva agli elementi reali: le variabili monetarie hanno un’incidenza molto forte sull’andamento dell’economia reale.

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