Storia dell'italiano letterario, V. Coletti , Esami di Storia della lingua italiana. Università degli Studi di Milano
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Storia dell'italiano letterario, V. Coletti , Esami di Storia della lingua italiana. Università degli Studi di Milano

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L'italiano è stato a lungo la lingua dei libri e, per molti aspetti, solo di quelli di letteratura. Questo libro ne riscostruisce la storia dai primi secoli di ricerca fino all'affermazione di una autocoscienza linguisti...
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STORIA DELLA LINGUA ITALIANA

V. COLETTI “STORIA DELL’ITALIANO LETTERARIO”

PRIMA PARTE. ALLA RICERCA DI UN MODELLO

1. La scuola poetica siciliana (Federico II di Svevia)

La storia della lingua letteraria è sempre vicenda di continuità e tradizioni: non c’è origine della storia letteraria di una lingua che non sia eredità, modifiche e conferme di una storia precedente, anche quando come nel caso dell’Italia prima dell’esordio ci sono solo lingue diverse e straniere. L’Italiano nasce alla letteratura in maniera organizzata e sistematica con la scuola poetica siciliana. Filo rosso che collega una realtà linguisticamente non troppo disomogenea. Asse Sicilia- Toscana-Emilia (Commedia di Dante). Molte realtà regionali, fuori da questo asse. Alcune di loro confluiranno nella Commedia, altre resteranno isolate regionalmente. Importanti ai fini dello sviluppo della nostra lingua ma secondarie per quelli della lingua letteraria. POESIA RELIGIOSA umbra con S. Francesco non produce modi linguistici che verranno assorbiti dalla tradizione letteraria (se non ai suoi livelli popolari e secondari). POESIA DIDATTICA Nord Italia. Dimensionata a una realtà locale. Mentre il siciliano illustre della prima scuola tiene a battesimo la poesia d’amore. (Dante, De Vulgari Eloquentia). Usi dialettali inseriti sì nella lingua italiana ma ignorati e respinti dalla lingua letteraria, verranno poi recuperati e rivitalizzati.

Tra i poeti della scuola siciliana la prima testimonianza dell’uso letterario della lingua, presenza massiccia di elementi linguistici preesistenti anche stranieri esistenza di una tradizione. Tradizione di poesia volgare era francese. TRADIZIONE DI LINGUAGGIO: no puro e semplice prelievo linguistico ma ripresa consapevole di modelli linguistici precedenti assunti col preciso intento di citare/parodiare la propria fonte. Di mostrare verso essa deferenza o irrisione, ottenere prestigio o demistificazione. In questo senso la tradizione dell’italiano letterario è il volgare romanzo, francese e provenzale. Sottolineare il carattere analogo e consimile di questa poesia sorella in un idioma affine. Accrescere il numero delle parole dall’aspetto provenzale vedi sfruttamento delle forme in suffisso ANZA (accordanza, erranza, fallanza…), ENZA ( conoscenza, perdenza), AGIO (coragiom fallagio, usagio), MENTO ( adonamento, dipartimento), ORE (bellore, dolzore), URA (freddura, chiarura). Forme già presenti nel siciliano ma qui usate come provenzalismi. Oltre all’uso dei suffissi provenzali li troviamo in POSIZIONE PRIVILEGIATA IN RIMA. L’opzione provenzalizzante non è obbligata e spesso si alterna a quella italiana. (CHIARO E CLERO, ACQUA E AIGUA…).

ALTRI GALLICISMI: preposizioni (ver e inver), congiunzioni (ni per e), il genere femminile di fiore, avverbi come lungiamente, nomi come mutto (mot: parola), gioi/gioia (felicità, gioiello, donna amata), noi/noia (dispiacere), coragio – corale (cuore). Provenzalismi semantici: voci a forma itlaiana ma dal significato provenzale. Partenza per divisione/separare, amoroso per amabile, incendere per ardere, guardare per proteggere…

Gallicismi sulla grana di base del siciliano (non toscano, come per molto si è discusso a causa della forte toscanizzazione dei manoscritti). Es. sonorizzazione della s nel nesso –ns: penzata. Esito in z del nesso cj: dolzi. Non dittongazione di o ed e in sillaba libera (ie, uo) core, foco, loco, more, omo, fero. Fonologia siciliana impone i e u tonici la dove l’italiano ha é ed Ó (priso, miso). Questo poi causa l’autorizzazione della rima imperfetta (tenere, venire dal siciliano: tiniri, viniri). A volte i copisti dei poeti della prima scuola (toscani) cercavano di regolarizzare la rima restaurando in quuella sede le forme siciliane creando dei tipi linguistici legittimati solo in rima: mui manzoniano in rima con lui. RIMA SICILIANA, che comprende le rime imperfette duecentesche. È con I e Ò con U: ciascuno : bono. Sempre d origine siciliana è l’accettazione come

perfetta delle rime in È o È e di Ò e Ó. Le vocali siciliane erano sempre aperte, consentivano rime tra aperte e chiuse. Altre forme dal siciliano sono: disio, abento (riposo), saccio(so), ave (ha).

Modo per alzare il tiro oltre il livello linguistico della parlata materna comune al siciliano ma anche alle altre lingue: il ricorso al Latino. Es. conservazione dei nessi consonantici (blanca, claro). Fin dall’inizio quindi un passato che tende a modificare la lingua presente ancora vergine di letteratura. I modelli per staccare la lingua poetica da quella del popolo. Ampio uso di suffissi e prefissi. –ezza, -oso, in-, s-, ri-. Formazione suffissale soprattutto degli astratti, termini di cui le lingue volgari dovevano essere carenti. Variazione dei suffissi mantenendo invariato il significato: accrescere la disponibilità linguistica in ordine con la tendenza provenzale e della poesia di ribadire gli stessi concetti cambiandone la forma. Alegranza allegrezza alegraggio. Amistanza amistade. Variazione all’interno di una certa fissità.

Effetti stilistici e retorici da dati puramente linguistici. DITTOLOGIA SINONIMICA. Replica a a distanza ravvicinata dello stesso concetto (espresso da aggettivo nome o verbo) con effetti di ribadimento. Origine provenzale del fenomeno ma anche tipico del colloquiale di tutte le lingue ripetizione dei concetti.

1.1. I rapporti con le altre lingue

Dimensione europea della letteratura dei primi secoli continuità di esperienze linguistiche differenti. Non c’è in Italia il senso del rapporto tra produzione linguistica e nazionalità. Caso stesso del latino: transnazionalità della lingua di cultura. Ovvio per un autore italiano scrivere in una lingua che non è la sua materna. Libri d’oltralpe scendono in italia. Fortuna della Chanson de Roland. Non pochi gli intellettuali italiani che vanno all’estero. Traduzioni dal francese (Roman de la rose). Il milione è scritto in francese da Rustichello. Normalissimo un autore italiano che non scriva in provenzale. La prima scuola poetica a stretto contatto con le produzioni di francia e preovenza.

2. I siculo-toscani

La scuola siciliana è un fenomeno non solo insulare, ma con radici e propaggini continentali. Il volgare della scuola siciliana è stato assimilato e modificato dai toscani per non avvertirne più l’estraneità di partenza. Lingua letteraria era il siciliano, come in francia era il provenzale, autori toscani che scrivono in siciliano. Uso forte di sicilianismi nella scuola toscana e emiliana che oltre a i temi vi trasferisce anche gliusi linguistici della scuola siciliana. Nel periodo di transizione che lega la scuola siciliana alla grande poesia tosco-emiliana dello stil novo (periodo dei siculo-toscani), dimostra come la lingua letteraria cristallizzi rapidamente i propri modi e affermi i propri modelli. Inoltre attraverso le liriche dei siciliani i nuovi poeti riprendono anche le fonti provenzali, accrescendo i gallicismi nelle loro liriche. Tanto per citare qualche esempio, si ricorda Galletto Pisano o Bonagiunta Orbicciani, dove il dato linguistico locale, pisano per il primo lucchese per il secondo, convive con il provenzale e il siciliano. In Bonaggiunta: il lucchese in forme come –er- per il futuro(seranno), o dittongamento di e chiusa (nieve). Più forme lingue poetiche siciliane e di provenza: falensa, consideransa, erransa, Gallicismi: motti (parole), cria (grida), damaggio (danno). Sicilianismi: saccio, dormuto, launque (ovunque).

Guittone d’Arezzo (Arezzo, 1235 circa – Bologna, 1294)

Stessa miscela, ma più colta ed equilibrata, la si trova anche nel più grande poeta toscano della generazione antecedente a Dante: Guittone d’Arezzo. Egli si impadronisce di tutta la materia linguistica precedente (di Francia, Provenza e Sicilia) attingendo anche dal latino, per rinnovare e adeguare questi modelli al toscano. Gallicismi e provenzalismi filtrati dal siciliano: Motto (parola), mal talento (avversione), coraggio (cuore), lungiamente (a lungo). 1

Provenzalismi veri e propri:partimento (partenza), orranza (onore), tutta stagione (sempre). toujours. Presenti i sicilianismi in rima condutti:ghiotti, ora:paura, vive:receve. Tratti dell’aretino: encontra, enganna (e, en in luogo di i), envidia. Presenza di forme non dittongate: (core, foco). Più uso prefissi (disamore, desface, svoglio, adispiacere) e suffissi (avvicinanza, pietanza, coranza, dubitanza, mostranza).Raddoppiamento sinonimico(gioioso e benistante), accoppiamento antitetico (m’aucide sovente e mi risana). In Guittone il ricorso al latino più netto e più evidente anche in certe omissioni dell’articolo, costruzione della frase e lessico (operi magna: faccia grandi cose); con lui la lingua poetica scopre e sperimenta anche le forme foneticamente : materiali fonici del trobar clus. (Che Dante riprenderà nelle rime petrose). Con Guittone l’iniziativa poetica e linguistica nazionale si trasferisce in Toscana, con forti novità anche tematiche (es. poesia civile e religiosa). Stabilizza ma comincia a smuovere da dentro il sistema linguistico appena consolidato.

Chiaro Davanzati (Firenze, seconda metà XIII secolo – fine 1303)

Non mancano autori meno brillanti di Guittone che possono dare altri esempi su questa fase di transizione dai poeti siciliani alla lirica cortese toscana come Chiaro Davanzati, grazie a questi autori è più facile misurare il profilo e la consistenza del sistema linguistico (perché scrittore di limitata originalità). Quantità e qualità della suffissazione, omaggio e peso della tradizione. Vi sono in lui numerosi suffissi in –anza; -enza; -ento; -ore; -oso, etc. Vi sono vari prefissi come dis-, es-; s-; i doppioni morfologici sono numerosissimi: beltà, beltade, bellezza, bellore. Perifrastica in luogo del semplice verbo (provenale): fosse credente per credesse, fosse fallente per fallante. Uso anche in Guittone, Giacomo da Lentini. Funzione: bloccare l’azione del verbo, allungandone ed enfatizzandone la durata. Trasferiscono l’attenzione sull’idea, concetto astratto.

Il risultato è quello di una lingua che cresce, che prolifera con i criteri di un dizionario, tipico di un’età in cui il linguaggio esplora ancora sé stesso. I tratti del toscano si introducono ormai decisamente a colorare di sé il linguaggio poetico. A bono (siciliano) alterna buono. Uomo si affaccia accanto a om(o). tiene e viene con tene e vene.

Bisogna ricordare che la tradizione di linguaggio (intesa ad indicare non un semplice prelievo linguistico da una lingua preesistente, ma volto ad indicare una ripresa consapevole di modelli linguistici preesistenti) è parallela a una persistenza di temi enfatizzata dall’univocità del grande motivo d’amore. L’invenzione del poeta si muove dentro un codice dato e si libera di preferenza solo nei paragoni, nella moltiplicazione dei confronti della donna con le cose, gli animali e gli astri. Ampio repertotio di immagini per l’amante: pittore, avaro, naufraghi. A fine duecento però il repertorio è alla fine saturato. Costrutti ripetuti in uno stesso componimento: polemica del Guinizzelli che vuole descrivere la sua dama del ver. Polemizza con Guittone che quando vuole lodare la sua donna lo fa paragonandola ad un fiore. Arriva il nuovo stile anche con Bonaggiunta Orbicciani : novità filosofica del suo poetare.

3. Lo stil novo

Lo stil novo, come proclama Dante, è legato a un intimo rapporto tra le penne del poeta e quelle del dittatore Amore: Amor che ditta dentro. Ma il discorso d’amore con lo stil novo si complica e si fa più filosofico ed esoterico, più intenso e ravvicinato: di conseguenza cambia anche il linguaggio. Dante e Cavalcanti rimproverano Guittone di non saper ragionare per sofismi. La novità dello stil novo non avviene all’improvviso, ma si configura come una acquisizione progressiva: Dante chiama Padre meo sia Guinizzelli che Guittone. (Purg. XXVI).

Guinizzelli (Bologna, 1230 – Monselice, 1276)

Pur dentro innovazioni ci sono in Guido Guinizzelli ancora molti tratti del precedente linguaggio poetico Al cor gentil rempaira sempre amore: i gallicismi (rempaira: ritorna), i provenzalismi e sicilianismi (core, more, ven, astratti in suffissi –anza, -enza, -ure, -ore, -aggio, - ura, prefissi, dittologie sinonimiche). Il tutto in una lingua che non nasconde il bolognese (nascute, saver, venne-vengono) e anche nella fraseologia figurativa i vistosi agganci con la lirica cortese provenzale e siculo-toscana: tutto il repertorio dell’ “asembrare”(immagini del foco d’amore, stella diana…). Ma dentro questa lingua si innestano anche motivi nuovi, da quello del saluto a quello della battaglia dei sospiri, alla angelicazione della donna e della sua rappresentazione teologica e ideologica, che richiedono nuovi supporti linguistici, a partire da quello latino (laudare). Modi di linguaggio che avvia il Guinizelli sono quelli di un gruppo nuovo, nuova continuità fissata da Dante nello “Stil Novo”. Valori e movenze nuove: la virtute morale della donna, l’analitica descrizione del moto vista-innamoramento (dante: e se io levo gli occhi per guardare nel cor si comincia uno tremoto). Doti soprannaturali della donna: similitudine iperbolica originaria (angelica figura) fino alla ipotesi teologica dell’angel venuto a salvare l’uomo. Sublimazione della donna erotica e intellettuale. Il saluto della donna è la salvezza dell’uomo amante. Si affermano parole nuove come cor gentile.

Il trobar clus (cantare, comporre in modo difficile, chiuso) è una delle forme che assunse la poesia nella letteratura della lingua d'oc. Consiste in una poesia aspra, dura, oscura, che predilige l'allegoria, contrapposta al trobar leu (cantare in maniera lieve), caratterizzato da uno stile soave, limpido e chiaro, i cui eredi italiani furono gli stilnovisti, in opposizione alla scuola guittoniana che prediligeva il trobar clus.

Cavalcanti (Firenze, 1255 c. – Firenze, 29 agosto 1300)

Protagonista di questa svolta è il primo amico di Dante, Guido Cavalcanti. La sua poesia colloca il discorso d’amore dentro una minuta analisi del fenomeno dell’innamoramento, inteso come un contrasto tra l’idealità della donna e la forza distruttiva della passione. Egli rinnova e risistema anche il vario e stabilizzato materiale linguistico ricevuto dalla tradizione.

I dati costitutivi della continuità poetica permangono: le solite forme suffissali –enza, - anza, -mento; prefissi –dis; dittologie sinonimiche, costrutti perifrastici, ci sono i segni della precedente meridionalità della lingua poetica: ave, avie, sacce; l’uso sistematico delle forme monottongate: loco, conven, cor; ci sono provenzalismi e francesismi: gente (gentile), omo (hom).

Tutto ciò dentro un toscano fiorentino ( stea per stia, terze plurali del passato remoto in – aro guardaro, condizionale che era in –ia in –ebbe farebbe) farcito di latinismi (sperto =sperimentato). Gli emblemi più usurati della tradizione cortese cambiano segno in Cavalcanti; si pensi alla parola core, trasformata in luogo e centro dell’amore, sede del dramma che l’innamoramento fa esplodere (nella tradizione cortese rappresentava il coraggio, l’animo, la forza): l’amore diviene il dramma della passione. Amore+ termini dell’intellettualizzazione dell’analisi s’amore: spirito, anima, mente, virtù, pensero. Amore come disperazione della passione: pianto, dolore, morte. Sentimenti contraddittori che il poeta esprime in un dialogo con la parte più intima di se stesso (spiriti). VISIONE MORTALE + VISIONE INCANTEVOLE INDEFINIBILE (la donna appare). Allegrezza e angoscia si disputano i sentimenti dell’amante, anche se le forze distruttive della ferita d’amore finiscono per prevalere: aggettivi in –oso angoscioso, doglioso, pauroso, dubbioso. Diminutivi stilnovistici di cavalcanti: dimensione leggera dell’amore. Deboletti, biondetti, ricciutelli.

4. Dante

(Firenze, tra il 22 maggio ed il 13 giugno 1265 – Ravenna, 14 settembre 1321)

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1.2. Le rime

Sono questi i temi, le suggestioni e le forme che le rime di Dante conducono all’esito più alto e clamoroso. La scena dominante è sempre quella, ben fissata dal Cavalcanti, del rapporto d’amore inteso come contrasto (di attrazione e repulsa, di desiderio e privazione) tra la donna e il poeta innamorato. La scena proietta al centro il soggetto e il suo dramma interiore (notevole presenza di io soggetto), per quanto tra i sostantivi, il primo posto in frequenza spetti sempre alla donna (179), seconda solo all’eterno protagonista, Amore (198).

I luoghi rappresentati sono quelli cavalcantiani degli occhi (90), del cuore (139) e dell’anima (37), ma uno spazio maggiore vi ha la mente con l’intelletto.

Il vocabolario delle rime è indizio evidente di una consistente crescita del patrimonio linguistico della poesia. Si registra: - il ritorno delle forme dittongate accanto a quelle monottongatefiero-fero, viene-vene, uomo- omo (ma novo sempre preferito a nuovo). - sono in netta diminuzione i riporti diretti della tradizione: suffissi in –anza, -enza; -mento; - ura, -ore; -aggio. Sempre abbondante prefissazione in s-, dis-. Restano alcuni provenzalismi e sicilianismi come aggio, saccio, com(provenzalismo per come). - si riducono le dittologie sinonimiche- contenimento dell’impiego del gerundio - riduzione delle similitudini (soprattutto quelle standard) in Dante per lo più esplicative più che esornative.

Per quanto riguarda la struttura della frase (sintassi) questa diviene molto più complessa, - periodi semplici accanto a periodi più articolati con più subordinate (tra le subordinate crescono le relative). frequenti poi sono le consecutive, proposizioni care alla lingua delle origini: nelle consecutive il sentimento d’amore non viene espresso in forma diretta ma soltanto attraverso l’analisi di alcune reazioni che esso provoca nel ‘cor gentile’; a questo rapporto tra il sentimento e il moto dell’animo, il costrutto consecutivo infonde una tensione emotiva che sottolinea da una parte l’impossibilità di riversare nelle parole tutta la sapienza del sentimento e dall’altra l’irrinunciabile aspirazione del poeta a esternare in qualche modo il valore unico e irripetibile di quella sua esperienza interiore.

È anche importante osservare l’ordine delle frasi nel periodo e delle parole nella frase. Spesso Dante interrompe la proposizione principale inserendovi delle secondarie; oppure ne ritarda la comparsa facendola precedere da una serie di subordinate. tuttavia è frequente anche la sequenza normale e semplice. Indice molto variabile a seconda delle diverse stagioni della poesia dantesca.

Altrettanto equilibrata è la sintassi riguardo all’ordine delle parole, anche se quello inverso cresce percentualmente dalle prime alle ultime poesie. Significative sono le inversioni complesse, mentre tra quelle più comuni è ricorrente quella del rapporto soggetto-verbo, specie se il verbo è anticipato in posizione forte, all’inizio del verso. Videro gli occhi miei quanta pietate. Anticipazione dell’oggetto al verbo molto frequente. Questi mi fece una donna guardare. Prolessi dell’avverbio lo parlar suo sì dolcemente sona.

Molto importante è il rapporto tra unità sintattiche e unità metriche: la lirica dantesca mostra una riduzione dell’indice delle coincidenze di metro e sintassi. Resta tuttavia nelle rime, un tratto caratteristico della lingua poetica antica, l’inclinazione per i sostantivi astratti, spesso ricavati dalla conversione di un aggettivo o di un verbo in sostantivo. ( io presi tanto smarrimento allora). Accade inoltre che la donna sia chiamata con una delle sue qualità (vidi la speranza dei beati). Tra le figure retoriche si fa frequente la perifrasi, usata anche per nominare persone; o luoghi (quella che m’ha il cor diviso Bea, la morte di Bea diventa poscia che la mia donna andò nel secol novo). Come in Cavalcanti, anche nelle rime dantesche si fa ricorso al

discorso diretto, come forma tanto del dialogo d’amore, quanto del discorso interiore. (oh mente cieca, che non po' vedere).

1.3. De Vulgari Eloquentia

Dante è il primo a prendere coscienza, teorica e storica, della nuova poesia volgare. Nel De Vulgari Eloquentia coglie il tratto che salda insieme la lirica italiana (del sì) con quella francese (d’oil) e con quella provenzale (d’oc). Anche se si tratta di una esperienza recente e inedita, la poesia si presenta già costituita da una tradizione. Dalla Provenza all’Italia la poesia trasmette un patrimonio di soluzioni metriche, di esperimenti ritmici e di artifici retorico- sintattici capaci di rendere un discorso alto e notevolmente complesso.

Il modello latino viene ripreso dai rimatori volgari, attenti agli insegnamenti della grammatica; cioè del latino e della sua cultura. Il modello dei latini è ripreso nel De Vulgari Eloquentia, quando Dante deve spiegare quali sono i tipi di costruzione (retorica e sintattica) che meglio convengono alla poesia volgare, il linguaggio figurato degli antichi viene in soccorso all’organizzazione della nuova esperienza. L’insegnamento dei latini non si concreta soltanto nel latinismo lessicale o sintattico quanto nella capacità di sostenere un grandioso processo di trascrizione metaforica del mondo astratto e concettuale realizzandone una concreta, viva e palpabile rappresentazione. Dante accusa Guittone e soci, Bonagiunta, Pisano, Brunetto Latini ed altri di essere rimasti legati a una misura linguistica municipale mancando l’obiettivo del volgare illustre e curiale. Precisa inoltre le parole che devono essere scartate e quelle invece che devono essere accolte dal lessico. ACCOLTE SOLO PAROLE SENZA TRONCAMENTI, SENZA CONSONANTI DOPPIE, AMMETTE I NECESSARI MONOSILLABI. GIUSTA MISCELA SUONI E FORME. nb: non ci si aspetti di trovare queste parole nelle poesie di Dante, sono solo dei campioni semantici e fonomorfologici delle voci ideali del più alto poetare.

Dante nel DVE traccia una storia della poesia italiana dai siciliani allo stil novo a sé stesso, che gradualmente si distacca dal volgare municipale. Il filo rosso è quello della grande poesia d’amore che si irradia dalla corte di Federico II ai bolognesi e toscani dello Stilnovo. Le categorie tematiche, linguistiche e stilistiche del DVE non saranno più valide di lì a poco, quando Dante stesso ne rovescerà le gerarchie costruendo la Commedia. Ma intanto egli si è posto al culmine del tracciato della poesia del sì che grazie alla versatilità gli ha concesso di sviluppare oltre al discorso d’amore, anche la poesia dottrinale e filosofica.

Il DVE pone un principio interessante: la superiorità della poesia sulla prosa, è un principio controverso in quanto Dante stesso nel Convivio dichiara che la prosa è la più utile a descrivere le bellezza della lingua e la poesia è più utile a fissare la lingua (assicurarne conservazione). Il confronto tra la lingua delle rime e le parti prosastiche della Vita Nuova, mostra subito come il peso della tradizione sia minore. Non ci sono, o quasi, i segni del provenzalismo e del sicilianismo con i vari suffissi in –enza, -anza e diminuiscono quelli in –tore, resta discretamente attivo il prefisso dis-. Si riducono le varianti fonomorfologiche (bellezza, beltade), il condizionale alterna il tipo siciliano (porria) con il tipo toscano (potrei), le forme dittongali hanno il netto sopravvento su quelle in monottongo di ascendenza poetica; si fanno più marcati i latinismi lessicali (gioventude, vocabulo) ed è considerato latinismo l’uso del superlativo assoluto (bellissima).

1.4. La Commedia

I canoni fissati dal DVE e il programma di selezione rigorosa dei materiali linguistici salta a favore di una straordinaria e inaudita capacità di accogliere gli apporti più diversi in quella che sarà la lingua della commedia. Il già vacillante monolinguismo della prima stagione poetica, ulteriormente incrinato dalle incursioni nel latino nella Vita Nuova, si rompe del tutto nel poema e lascia spazio aperto al latino innanzitutto, ma poi anche al provenzale e ai prelievi da vari dialetti. Oltre al lessico della poesia d’amore anche quello della poesia allegorica-morale, religiosa e

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liturgica di area e circolazione molto spesso regionale. Il latino è il serbatoio del linguaggio tecnico di Dante, da quello della geometria a quello dell’astronomia e dell’anatomia.

Tuttavia la Commedia risulta nel suo insieme l’opera più fiorentina di Dante, nella sua struttura fonetica, morfologica e sintattica e nel lessico fondamentale. La lingua di Firenze si fa sempre più incombente; ma spesso mescolandosi ai latinismi, provenzalismi e vari dialetti: Cacciaguida in Latino in Par XV, Provenzale di Arnaut Daniel nel Purg XXVI, i latinismi imposti spesso in rima (a sottolinearne l’eccezionalità rispetto all’uso del fiorentino). Si registrano anche dei gallicismi in rima (gaggi : maggi, ostello : uccello); e in rima sono anche le rade forme in – anza, con le loro tracce provenzali (disianza, fallanza, possanza). Sicilianismi (condizionali in –ìa). Esibiti e stranianti risultano i tratti dialettali (lucchese, sardo, aretino). La commedia perlustra anche le varie varietà del toscano (del contado e plebee): signorso (il suo signore), sirocchia(sorella). L’alternanza di varianti fonomorfologiche è largamente sfruttata da Dante per ragioni metriche e di rima, come succede ad esempio con i diversi esiti del condizionale (sarebbe e fora). In rima anche le forme non dittongate di tradizione letteraria (core, fera, sede) a sottolinearne sempre l’eccezionalità dell’uso.

La polimorfia del linguaggio della Commedia è dunque enorme e autorizzerà l’impiego in letteratura in infinite varianti: - ad esempio alterna i ed e in protonìa (vertù/virtù, nepote/nipote), oppure a ed e (sanza/senza). - certa oscillazione tra le consonanti intervocaliche sorde e sonore (savere/sapere), - Toscani e fiorentini in prevalenza (pronomi personali mee, tue: popolari) - oscillanti le forme verbali: condizionale in –ei prevale su quello siciliano in –ìa (cmq sempre ben attestato). Imperfetti in –ia (letterari) e –eva (toscani) e verbi classici in –e. - in secondo luogo oscillazione della terza plurale del passato remoto che vede però poi prevalenza della forma –aro ( su –arono). - Varie sono le componenti culturali dei sostantivi usati da Dante, tutti hanno però veste morfologica di tipo toscano fiorentino. Toscani e fiorentini sono in prevalenza i pronomi personali e molto oscillanti le forme verbali. - Ma c’è nella Commedia anche l’invenzione verbale di Dante, visibile nei verbi parasintetici a prefisso in- (s’imborga, s’infutura, s’infora), oppure con parasintetici a prefisso a- (v’abbella, m’attempo). - Fantasia di Dante anche su materiali non di sua invenzione ma da essa per la prima volta tratti alla poesia: uso di quelle voci sconsigliate nel DVE (parole tronche, con consonante doppia, sorda +liquida, con z) che nella commedia accoglie in quantità: assottiglia, bolge, cagnazzo, pazzo). - A paragone con le Rime, più vasto e articolato è nel poema l’impiego del gerundio, con casi di gerundio preposizionale (in andando ascolta) o equivalente a infinito (cominciò “Ave Maria” cantando) o a participio presente (com’occhio segue suo falcon volando). - La Commedia ha elevato al grado alto del discorso letterario i modi linguistici sino ad allora concessi, tutta al più per i sonetti e i componimenti realistico-comici (Cecco Angiolieri, Rustico Filippi), si prenda ad esempio il lessico dell’anatomia popolare dei canti dell’Inferno (pancia, ascelle, cosce, scabbia, merda, casso, sozza).

Altra novità importante sta nel numero, nell’estensione e nel ruolo delle similitudini che si evolvono dall’uso limitato e convenzionale della tradizione letteraria precedente: esibizione linguistica e di gioco. Nella commedia la similitudine diviene istituto centrale.

1.5. La poesia comica

La Commedia raccoglie e convoglia fino ai piani alti della lingua letteraria anche quella della municipalità linguistica e quella dell’incisività di stile che si erano fissate nei generi comico realistici e burleschi. Sono queste le forme letterarie in cui la lingua letteraria commercia più da vicino con i volgari (anche se stilizzati e artificiali più che autentici). Quando i poeti si volgono alla beffa in una materia più diretta il loro linguaggio opta per i tratti più vicini al parlato e comunque meno rispettosi della pur recente tradizione e anzi esplicitamente

polemici e derisori nei confronti di essa. La poesia comica si colloca immediatamente su un piano linguistico di più esplicita municipalità e di provocatoria bassezza; lo si nota in Rustico Filippi, la cui lingua nei sonetti comici denuncia un fiorentino assunto nella sua carica di dialettalità. Vi è anche una opposizione tra la lingua del Rustico comico e quella del Rustico cortese, dove si possono notare delle opposizioni, es. tra il tradizionale cor dei sonetti cortesi e il cuor di quelli comici, segno che il monottongo è per l’autore una soluzione letteraria (es. foco/fuoco).

Caratteristiche note in Cecco Angiolieri, il più celebre poeta giocoso del Duecento. (Siena, 1260 circa, 1312 circa). Nel fortunato sonetto S’ì fossi fuoco, arderei l’mondo , tratti senesi e di toscano popolare (piei per piedi, mie per miei, Die per Dio), condizionali paradossali, è notevole che questi siano tutti (meno un faria) di tipo toscano senese ( farei, serei, andarei); ed è da notare anche fuoco che gli editori fissano in dittongo (incertezze tradizione manoscritta). Cecco si fa beffe della tradizione deridendone i francesismi a cui contrappone popolarismi (bonino).

Istruttivo è anche il confronto tra due collane di sonetti, quella dei mesi di Folgore da San Giminiano che ha una lingua di livello medio alto con escursioni da francesismi e quella di Cenne Della Chitarra, aretino, livello più basso.

NB: In linguistica, posizione protonica è la condizione della sillaba (o della vocale, del dittongo, della consonante) che nella parola viene prima della sillaba accentata.

5. Petrarca

La similitudine, tratto dantesco, ritorna in Petrarca, dalla Commedia di Dante al Canzoniere di Petrarca passa anche il gusto per le parole foneticamente forti (m’attempo) che appartengono alla schiera dei parasintetici cari a Dante. Composti in dis- e s-. Da Dante derivano anche rime consonanticamente ricche. Se Dante aveva sviluppato sino in fondo le implicazioni filosofiche e teoretiche previste dal discorso d’amore del Cavalcanti, Petrarca chiude questa ricerca e fa dell’amore un tema psicologico e sentimentale. Cambiano i temi, cambia la lingua. È evidente la maggiore modernità di questo atteggiamento che immette nella poesia un soggetto e i deuteragonisti non più allegorizzabili e colloca al loro posto il concreto e tormentato io individuale. La lingua poetica paga il prezzo di questa nuova sensibilità: smarrisce le capacità argomentative e di discussione che torneranno in Leopardi.

Canzoniere: il testo chiave della storia dell’Italiano letterario. Con Petrarca si fissa una sintassi relativamente elementare sufficiente a dar conto di stati d’animo ed emozioni e non più interessata a controverso evoluzioni teoretiche, il nome e l’aggettivo occupano uno spazio principale e spesso si distendono padroni su tutto il verso (L’aura et l’odore e ‘l refrigerio et l’ombra). Diverso è l’atteggiamento di Petrarca rispetto a Dante nei confronti del volgare: no ambizione sistematica di Dante nel DVE. Lingua per P.= mezzo di esercitazione letteraria non strumento per la normalizzazione della lingua. Il poeta di Laura non ha consapevolezza del ruolo del volgare nel processo di emancipazione degli uomini (non ci sono frasi come quelle del convivio Lo naturale amore per la propria loquela). Considerazione del Latino: per Dante la sua superiorità non è irreversibile, per Petrarca invece è necessaria per l’uomo di lettea che voglia comunicare oltre il suo tempo. Petrarca infatti attende per se’ gloria e fama dall’opera latina e in latino scrive persino gli appunti. Affascinato dalla nuova lingua per i temi di novità rispetto agli antichi che si possono con essa trattare, vorrà anche far credere che la sua stessa opera in volgare non è stata altro che un trastullo giovanile.

Questa sua adesione alla latinità, linguistica e culturale, si riflette concretamente sul volgare di Petrarca: la sua lingua è il risultato di una selezione esigente sul filtro della aurea mediocritas, che semplifica e regolarizza. La lezione della Commedia è recepita solo per alcune usanza stilistiche, riprendendo il contatto con la tradizione stilnovistica. Anche nel recupero della tradizione opera un setacciamento che va oltre quello deciso dal Dante lirico. Caratteristiche della poesia:

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- sicilianismi ripresi da Petrarca che resisteranno poi per secoli (core, novo, foco). Ma prendono piede buono e suono. - in rima Petrarca preferisce le variabili più arcaiche e non dittongate, con il risultato che vede prevalere delle forme a vocale intatta; del tipo vène/viene (in rima prevale il primo). - notiamo i passati remoti in –io; del toscano arcaico e della tradizione poetica; del tipo -aggio, - avè. Ma vincono rispettivamente ho e ha (alla toscana). - i molti condizionali in –ia; affiancati però da quelli toscani correnti. - gli imperfetti indicativi sono regolarizzati alla toscana che spesso restaurano anche la –v intervocalica (nudriva, sapeva, faceva). - terze persone dei passati remoti in –aro, - sicilianismi: forme tipo veggio, aggio e prima e terza persona singolare del congiuntivo presente in –e (consume) per lo più in rima - utilizza vari cultismi come ad esempio fenestra, enchiostro, li articolo antevocalico, - il largo impiego di perifrasi; - dei provenzalismi rimane ben poco: no astratti in –anza, - torna solo l’abbondante gusto della dittologia sinonimica: uno stilema dentro il quale si dispone il piacere dell’antitesi ampiamente sfruttata dal Petrarca: amara et dolce, sola et pensosa. - ritrova la perifrasi andare + gerundio in cui spesso è recuperato il primitivo valore del movimento: vo mesurando. - la lezione della Commedia è sfruttata nel rilancio dei latinismi e comunque sempre usati in funzione non di alternativa al codice monolingue ma di arcaizzazione e nobilitazione del vocabolario.

Ricco di varianti foniche (uso consistente dei troncamenti), il vocabolario di Petrarca, sempre rispetto a quello dantesco, è più selezionato e ridotto, persino semplificato e fissato su pochi elementi (es. rappresentazione corpo di Laura bel corpo, occhi belli, chiaro lume, lume adorno, - candido angelico bello -). La scelta di stile rende il linguaggio di Petrarca pronto per l’imitazione, quasi un dizionario dei sinonimi utilizzabili nei casi previsti e variamente combinabili, questo stile non lascia nulla di non detto, ma al tempo stesso, dice solo l’indispensabile col minimo sforzo e offre una ripetizione che sarà secolare.

A un secolo dalle sue origini la poesia italiana ha costituito una propria ben evidente tradizione di temi e di stile. Anche la lingua si è concentrata sull’omogeneità tematica muovendo verso un modello con minimi scarti, il più unitario possibile. Variazioni solo in produzione locale (tematiche religiose e morali). Il filone centrale della poesia italiana segue un percorso assai omogeneo e senza bruschi salti, al quale il fiorentino dei poeti maggiori conferisce la conclusiva sistemazione. Perdono via via rilievo i connotati esterni siano essi provenzalismi, francesismi e i sicilianismi, tratti indigeni. La strada verso una soluzione linguistica unitaria è quindi decisamente cominciata, e il contributo ad essa di Dante e Petrarca fu enorme. Meno veloce il processo nella prosa (oltre che nei generi minori/locali).

6. La prosa delle origini

Quando alla metà del ‘300 Boccaccio affronta il Decameron, un secolo di prove non è bastato alla prosa letteraria italiana per costruire una qualche tradizione. Una prosa narrativa, in un volgare italiano, dopo 100 anni è ancora alla ricerca di modelli e di autorità. Quello che potevano offrire le grandi narrazioni francesi o era frutto di volgarizzamento o era ancora conservato nella lingua originaria. Volgarizzamenti a noi noti in toscano come il Tristano riccardiano e la Tavola ritonda (antichi) ci danno un’idea sufficiente dell’inaffidabilità di queste prose narrative: i brani sono poveri dal punto di vista sintattico, la prosa appare elementare con ripetizione delle stesse parole; è ampiamente usato il discorso diretto, paratassi, la coordinazione è prevalente e la subordinazione è minima e quando c’è è solitamente una relativa, consecutiva, oppure un’implicita TEMPORALE

con il gerundio (Questi vedendo ei visi). L’elementarità e la ripetitività di queste scritture è evidenziata anche dalle forti tracce che in esse lasciano le fonti impiegate, con conseguente abbondanza di gallicismi, per quelle riprese dal francese. Dittologie tradotte dal latino.

La prosa non narrativa. Basi più solide e sperimentate si potevano invece riscontrare in una prosa non narrativa e che noi oggi definiamo o d’arte, o saggistica. Volgarizzamenti e traduzioni dal francese e dal latino. Dal latino e dal francese si traducono in gran quantità e considerevole successo opere di divulgazione storica, morale, religiosa e scientifica. Prosa capace di fare concorrenza alla poesia. Tra le traduzioni trovano posto anche quelle destinate all’insegnamento e legate a scuole di retorica. Per quanto questa prosa resti sintatticamente limitata, essa comincia a praticare risorse stilistiche che saranno ricorrenti e grammaticalizzate: ad esempio la costruzione con iperbato o il costrutto dell’accusativo più infinito (dal latino). La prosa saggistica (esposizione del sapere) aveva lavorato di più per perfezionarsi; questa aveva messo a punto un sistema di valori lessicali e un tesoro vocabolaristico idoneo a nominare in volgare teorie, oggetti e metodi della cultura. Si dà nome e contenuto semantico alle virtù e ai vizi, ai precetti della fede, ai principi dell’astronomia e a quelli della filosofia; si tratta a volte di una vera e propria fondazione del vocabolario volgare. È un’attività che si esercita un po’ per tutti i volgari d’Italia, pur con la preminenza del toscano, per quantità e qualità di apporti. (toscano, siciliano, veneto). no unità di lingua prosastica.

Più che altro questo tipo di scritture cercava delle strutture compositive più che una lingua comune. Perché nascesse una continuità linguistica occorreva che quelle strutture diventassero particolarmente efficienti e prestigiose in uno dei volgari, fu appunto quello che accadde in Toscana. Qui più che altrove la prosa di divulgazione cominciò ad operare a più stretto contatto con quella narrativa, letterariamente più ambiziosa; costituendo così la nascita di un comportamento linguistico degno di essere imitato e ripreso. Esemplare è un caso tratto dai Fiori de filosafi (leggenda del filosofo Secondo che ha fatto morire di vergogna la propria madre, avendone messo a prova la virtù, decide di rimanere muto per sempre. Neanche l’imperatore Adriano riuscirà a convincerlo a parlare e si dovrà rassegnare a ricevere risposte scritte alle sue domande). Per le domande e risposte ritroviamo un discorso costruito secondo la tecnica nomenclatoria e vocabolaristica dei trattati medievali. Enciclopedismo tascabile: alfabeto dello scibile, dizionario di pronta consultazione. La stessa cosa avviene ad esempio anche in un'altra opera Libro de vizi e delle virtudi di Bono Giamboni dove le virtù e i vizi vengono enumerati (nella cornice letteraria di finzione di un percorso iniziatico sotto la guida della filosofia).

6.2 Il Convivio di Dante

Il Convivio di Dante è un’opera di divulgazione filosofica e scientifica concepita sul modello del commento a delle canzoni di Dante stesso. In essa è affermata, per la prima volta e con grande consapevolezza, la dignità del volgare nell’uso colto e, cosa importante, il ruolo della prosa nell’affermazione della nuova lingua. Se infatti la poesia occupa un posto privilegiato di modello della stessa prosa e concorre in modo decisivo a stabilizzare la grammatica volgare, imponendo le regola del ritmo e del numero, la prosa svela la naturale bellezza di una lingua e la sua idoneità a trasmettere quella cultura fino ad allora esclusivamente riservata al Latino. Dante stesso definisce il suo vocabolario come filosofico, costruisce la lingua della filosofia italiana.

Egli fonda la sintassi del discorso teoretico adattando al toscano le strutture argomentative del latino scolastico (inizio del discorso con una massima, o con la dichiarazione dello scopo del discorso o con subordinata temporale). Il discorso poi si sviluppa con formule di progressione razionale (del tipo dico adunque che). La sintassi del periodo del Convivio è ricca di latinismi, con costrutti all’infinito calcati sul gerundivo8, sull’accusativo9 con infinito, con relative, con incidentali10 e in genere secondarie anticipate di posto. Ruolo importante è giocato dal gerundio specie in funzione circostanziale e strumentale in dipendenza da

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verbi che indicano ragionamento, riflessione (pensando e rivolgendo questa diffinizione). Infinito con soggettive con valore strumentale o causale. C’è in generale una sintassi ad andamento prolettico che anticipa le interrogative indirette e le dichiarative.

I latinismi lessicali sono molto numerosi, i sostantivi in –enza e anza (dal latino –antia, - entia di gran consumo scolastico) si moltiplicano nel Convivio, sostantivi in –ione (impulsione), aggettivi in –abile (laudabile), -ibile (corruttibile), -ale (letterale), -evole(concordevole). Lessico tecnicizzato di morfologia simile alla lingua poetica in –mento(multiplicamento, deliberamento) o – ezza (turpezza, agevolezza).

Nel Convivio la prosa saggistica e scolastica convive accanto a una prosa letterariamente più intonata, ad alta intensità oratoria e poetica. Il mezzo che collega più efficacemente questi due livelli (filosofico-saggistico e poetico-letterario) sono le similitudini e le metafore. Le similitudini del Convivio anticipano per estensione e qualità quelle della Commedia. La prosa saggistica si congiunge poi con quella di invenzione che si afferma solo nel Decameron.

9. Categoria morfologica del verbo latino caratterizzata dalla forma aggettivale; esprime con valore passivo l'idea di necessità o il tempo futuro: p.e. delenda Carthago (‘Cartagine deve essere distrutta') 9 a. alla greca, costruzione del greco antico, ripresa in latino e nelle lingue neolatine, in cui un compl. di limitazione connesso a un agg. o a un part.pass. viene espresso nell'accusativo senza prep. (p.e. “sparsa le trecce morbide/ sull'affannoso petto” Manzoni) 10 La frase incidentale, o parentetica, esprime un concetto marginale. Perlopiù forma un inciso all'interno della frase a cui si accompagna, inciso distinto nel parlato con l'intonazione più bassa della voce e nello scritto mediante virgole, trattini o parentesi.

6.3 Boccaccio, il Decameron

La tradizione della prosa letteraria italiana nasce di fatto col Decameron e si distingue subito per un esplicito scarto dagli eccessi della specializzazione linguistica poetica. Il testo del boccaccio ospita una ballata alla fine di ogni gionata narrativa (10). Evidente l’uso nei versi delle forme escluse dalla prosa (core monottongo, loco e foco presenti come luogo e fuoco nella prosa).Sostantivi in –tore come spie di un livello alto (amadore, componitore). Il Decameron avvia la lingua della prosa narrativa su un ampio spettro di disponibilità e la situa a contatto con quella della lirica e con l’oralità dialettale. L’opera è un impasto ne’ aulico ne’ plebeo, ma nobile per un connaturato aderire alla tradizione letteraria e per una costante ricerca di regolarità, non rinunciando a ricorrere agli estremi dell’arcaismo, idiotismo, plebetismo dove la situazione e il tono lo richiedano.

Decameron: inaugura un uso dei campioni verbali provenienti da aree linguistiche diverse da quelle dell’autore. Intervengono a rievocare un dato ambito regionale: ruolo dello scontro tra le lingue nello sviluppo dei racconti importante per l’autore, inoltre ha anche intento realistico ovvero ricostruzione di ambienti e rappresentazioni di personaggi, ironizzando i livelli popolareschi di ogni parlata.ESPRESSIONISMO di Boccaccio: tecnica di coloritura/connotazione dei personaggi che arriverà fino al 900. Ironia: non tanto parodia dei dialetti ma ironizza sui livelli popolareschi di ogni parlata. Gallicismi: eleganza. Sono tutti modi diversi per risolvere il primo grande problema in cui si è imbattuta la narrativa per la prima volta decisa ad ambientare i propri racconti non nel mito o nella favola, e quindi in un passato lontano, ma nel presente, nell’attualità, dove parlano mercanti e donnette. Particolarmente arduo fu per l’autore dare voce ai suoi personaggi, dentro o in prossimità di discorsi diretti.

Le soluzioni adottate dal Boccaccio conosceranno grande fortuna: - troviamo i primi sintomi di una registrazione del parlato per evidenziare i luoghi rilevanti del discorso: dislocazioni a dx e sx, fenomeni di ridondanza (ripetizione del pronome che zenzeri mi mandi tu dicendo a me) e anacoluto(il primo elemento è messo in rilievo e non è soggetto della frase Il Zima udendo ciò gli piacque) (spesso rimproveratigli dai grammatici del Cinquecento) - che polivalente tipico anche oggi del parlato - interiezioni ed esclamazioniDeh, Oh, Iddio mi aiuti - deformativi, parolozza

- tentativi di precisare la fonicità della parola, con voce alquanto rozza disse - messa a punto dei congegni narrativi- linguisticamente i nessi che regolano il funzionamento e successione. Recupera poi dal latino l’uso del relativo a inizio periodo a funzione di raccordo immediato, spesso funge da legame la congiunzione E seguita da subordinate temporali che hanno la funzione di riassumere rapidamente gli eventi secondari. Mette a punto una struttura periodale complessa ad ampia articolazione di subordinate. Ampie sequenze di subordinate che anticipano la principale sui modelli latini, ruolo dei gerundi, calco dell’ablativo assoluto, latinismi, gusto retorico dell’inversione. Il periodare boccacciano è capace delle misure più varie e meglio adatte alle più diverse occorrenze: dal passo rapido dei secchi scambi di battute nelle novelle comiche si giunge al grave e paludato procedere dei discorsi tragici. Il tono grave delle vicende esplode nella giornata X ipotassi latineggiante (con verbo principale in fondo: segno distintivo della prosa più alta).

7. Primi successi del Toscano

7.1 La lingua poetica

La continuità di esperienze e di pratiche letterarie che già agli inizi del ‘300 univa la Sicilia all’Emilia e alla Toscana, scaturiva dal comune dominio tematico dell’amore, che a sua volta trova i propri modelli nei trovatori provenzali. Ma a fianco dei temi d’amore si era andata sviluppando una più articolata gamma di motivi, da quelli civili a quelli filosofici, che aveva sondato e allargato le disponibilità del nascente linguaggio poetico; ancor più movimentato dalla poesia comica che aveva esplorato i dialetti dei volgari letterari di diverse zone.

I testi toscani più alti e seri si diffusero con quelli più bassi e giocosi; così il toscano iniziò a uscire dalla propria regione , questo lo rese disponibile all’imitazione in molte regioni. Dai primi del ‘300 tocca al toscano farsi promotore di una continuità linguistica, destinata presto a costituirsi in una vera e propria tradizione. La poesia è come al solito all’avanguardia. Nel toscano poetico di tardo ‘200 si era condensato il messaggio linguistico delle prime generazioni di lirici italiani: in esso si erano adattati i residui del siciliano e del provenzale, le tracce del bolognese e il deposito attivo del latino; arricchito anche dai guittoniani e dai comici, della molteplicità idiomatica delle sue province (Arezzo, Siena, Firenze), il toscano letterario è presto lanciato in un ruolo letterario sovraregionale dalla fama dei suoi autori. Il Codice Barberino Latino 4036, che contiene poesie toscane e perugine, mostra una situazione in cui si affiancano il dialetto locale e il toscano letterario. In Veneto il toscano compare vicino alla produzione francese- provenzale e latina. Abbastanza presto si delinea un processo di omogeneizzazione della lirica ai modelli toscani (alti e comici), secondo una direttrice che, privilegiando una varietà di volgare, farà precipitare le altre, specie quelle locali. La penetrazione rapida e precoce del toscano in Nord Italia è favorita da un insieme di elementi sociologici (emigrazione toscana), politici(incarichi politici dei toscani in centri extratoscani e viceversa) e culturali (libri toscani nelle corti signorili). Bologna fa da centro di raccolta e di rilancio del materiale letterario che Dante in persona aveva portato con se’ in Veneto e i manoscritti presenti nel Codice Barberino Latino 4036 sono una testimonianza di questo successo, fin dai primi del ‘300.

Prezioso è il Canzoniere del trevigiano Nicolò de’ Rossi, in cui è possibile misurare il grado di penetrazione del toscano nella lingua nativa. In questa lingua convivono esiti locali, di koinè e toscani letterari. Sono presenti: - forme anafonetiche11 fiorentine (consiglio) e non anafonetiche settentrionali (conseglio); - le forme dittongate si alternano con quelle monottongo, che prevalgono in posizione di rima; - ripristinare la geminazione delle consonanti su influsso del toscano - scomparse quasi del tutto le apocopi12, che Dante nel DVE trovava tipiche del trevisano, quelle di Nicolò sono del tipo ammesso dalla lingua letteraria toscana .

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- sono fortemente ridotte le consonanti sonore intervocaliche di tipo dialettale per far luogo alla sorda toscaneggiante ; - il pronome personale soggetto singolare è a larga maggioranza quello letterario ( io, ‘i, eo, tu) al posto di quello vernacolare: mi, ti - alla seconda plurale le desinenze settentrionali (-ati –eti –iti) si affiancano a quelle toscane(-ate,- ete,-ite), - alternanza dei due tipi di condizionale (-ia siciliano faria e toscano –farei) - significativa assenza del gerundio generalizzato in –ando per tutte le coiniugazioni (tipico settentrione) e presenza del gerundio toscano in –ando, -endo

In Veneto dunque si avvia, prima e più che altrove, l’omologazione del toscano a lingua della poesia, cominciando un percorso che si chiuderà proprio in Veneto col Bembo, nel ‘500. Ma proprio questa omologazione al modello straniero promuove un forte uso letterario del dialetto, collegato a temi popolareschi. La persistenza della lingua locale è segno di una identità linguistica ancora molto dinamica e indefinita. Antonio Beccari, di Ferrara utilizza ancora termini e stilemi possibili sono nella lingua della koinè settentrionale (apocopi, rime del tipo taccio/paccio, rimase/pase). Il cammino di avvicinamento al toscano procede con ritmi diversi a seconda non solo dei luoghi ma anche dei generi letterari, infatti la lezione toscana tende a infiltrarsi in tutte le scritture che hanno una certa ambizione, solo in poesia questa presenza acquista un rilievo considerevole e significativo, in quanto le poesie sono quelle che per temi e suggestioni potevano trovare più immediato riscontro nei toscani.

I componimenti che restano estranei ai grandi precedenti della tradizione toscana rimangono molto più legati alla lingua locale degli autori: le croniche, i poemetti, lamenti, laudi etc. 11 Anafonèṡi s. f. [comp. di ana- e gr. ϕώνησις «pronuncia»]. Fenomeno fonetico caratteristico in origine del solo fiorentino e toscano occidentale (trasmesso quindi alla lingua letteraria ed esteso in seguito ai rimanenti dialetti toscani, ma estraneo tuttora a quasi tutti gli altri), per cui le vocali toniche é e ó esiti normali del latino classico ĭ o ĕ e rispettivamente ŭ o ō – si mutano nelle vocali più alte, ì e rispettivamente ù, quando siano seguite da determinate consonanti: alle forme léngua, ténca, faméglia, gramégna, méschia, óngere, ecc. degli altri dialetti corrispondono le fiorentine e letterarie lingua, tinca, famiglia, gramigna, mischia, ungere, ecc. 12 E’ figura retorica che consente nell'eliminazione di una o più lettere alla fine di una parola (p.e. piè da piede).

7.2 La prosa

Il modello del Decameron si impone presto nella prosa narrativa, ma non certo in misura paragonabile a quella del toscano poetico. Nella stessa Toscana è evidente la difficoltà a mantenere la lezione boccacciana evidente già ne le Trecentonovelle del Sacchetti: diminuita abilità sintattica, maggiore disponibilità verso i registri popolari della lingua, lessico ricco di parole ed espressioni popolaresche. Assai più della poesia, la prosa non toscana resta a lungo legata alle tradizioni scrittorie locali. È il caso dei numerosi volgarizzamenti di testi sacri e morali che si registrano un po’ in tutte le regioni e, che pur portando spesso con se’ le tracce del toscano degli originali da cui sono tradotti, non escono da una misura linguistica regionale. Es: Cronica che contiene la Vita di Cola di Rienzo è volta da una prima redazione latina in una più romanesca. Perché possa essere capita da tutta quella gente che appena sa leggere (volgari mercanti, altra molta buona gente che non intende la lettera). La prosa difende con maggiore fedeltà la realtà linguistica di provenienza, cui rimane legata, per lo più, dalla sua prevalente destinazione didattica o religiosa e paraliturgica, dalle modeste origini e motivazioni degli autori, dalla minor forza di imposizione di un modello riconoscibile.

7.3 Il latino

La strada iniziata dal volgare letterario verso un modello unitario transregionale su base toscana subisce un lungo rallentamento nell’età dell’umanesimo latino. L’interesse dei colti torna a fissarsi sulla lingua classica e le lettere si allontanano, perlomeno dai loro esiti più alti, da quelle materne. Il recupero della latinità, promossa da maestri del volgare come

Petrarca, e in parte Boccaccio, favorisce un discorso più saggistico, critico e filologico, che letterario. Per la ripresa della letteratura volgare occorrerà attendere alla metà del secolo; (vedi l’insuccesso di una iniziativa come il Certame coronario promossa da L.B. Alberti per rilanciare l’uso del volgare in letteratura) per il momento i colti si curano del latino e di filologia classica e trascurano Dante e il volgare.

Mentre però l’alta cultura perfeziona il latino, la realtà quotidiana, anche quella delle cancellerie, non può più fare a meno della lingua materna e cerca soluzioni che ne garantiscano un minimo di decoro e formalità. Nei documenti ufficiali, in lettere diplomatiche, in verbali per riunioni, i volgari convivono accanto al latino. Al tempo stesso l’esigenza di una autentica comunicazione letteraria fa sentire la necessità di una lingua idonea alla scrittura creativa. Non pochi intellettuali iniziano a deprecare l’isolamento elitario in cui si chiude l’uso del latino e auspicano una rinnovata sensibilità per la lingua materna. Leon Battista Alberti (Genova, 18 febbraio 1404 – Roma, 20 aprile 1472) provvede a teorizzarla e a metterla in pratica a metà XXV secolo, non a caso svolta ancora toscana.

8. Ultime resistenze alla norma

Il recupero del volgare nel corso del secondo ‘400 è frutto anche di una svolta nell’assetto politico degli stati italiani e della crescita in essi del ruolo e del prestigio dei principati. I principi si mostrano interessati e coinvolti personalmente nel rilancio del volgare. È in Toscana che questa operazione si svolge con più larga e complessa consapevolezza culturale e ideologica; ma è comunque una realtà che accomuna regioni diverse, e sempre, o quasi, ci sono, dietro l’iniziativa, il desiderio o l’esplicita pressione del principe; e non di rado i letterati, ancora immersi nel loro ritorno al latino del primo umanesimo, fanno resistenza ai loro mecenati (il Poliziano ad esempio recalcitrava alla pressioni di Lorenzo e Landino in favore del recupero del volgare) questo aspetto non sarà influente sulle modalità di recupero del volgare: la componente politica rafforzava il contatto con la lingua materna e viva, aumentando la resistenza contro l’omologazione su modelli letterari e linguistici sovraregionali. Le lingue di koiné sono più sviluppate laddove non esiste una forte organizzazione accentratrice (più forte esigenza di realismo), mentre, al contrario dove c’è organizzazione centripeta l’esigenza è minore. Si realizza così una scrittura volgare assai differenziata a seconda delle regioni e al suo interno ulteriormente diversificata a seconda della tipologia dei testi. Nord Italia letteratura cavalleresca alimentata da tradizione autoctona e lingua di koinè fin dall’Orlando Innamorato del Boiardo e persino del primo Furioso dell’Ariosto. segni lingua regionale. La lirica invece (modello stilnovo e Petrarca) più rapidamente cancella i tratti indigeni e locali. Il volgare torna alla letteratura in un momento in cui convivono tendenze opposte, (spesso negli stessi testi). Momento di più intensa polimorfia. Determinante infatti è la funzione dei generi letterari: non c’è alcun dubbio infatti che la lirica, con il suo petrarcheggiare, ancora libero e non normalizzato (come invece accadrà nel ‘500) affretti il processo di unificazione della lingua letteraria, che invece altri generi di poesia (ad esempio l’epica) e la prosa vedono rallentare.

8.1 La lingua della lirica verso la norma

8.1.1 Settentrione

Matteo Maria Boiardo (Scandiano, 1441 – Reggio nell'Emilia, 19 dicembre 1494) caso esemplare. Boiardo asseconda la svolta volgare della corte estense, lasciando l’arido lavoro di scrittore in latino e dedicandosi alla sua lingua materna. La lingua dei suoi Amorum Libri è però assai diversa da quella del celebre Orlando Innamorato; infatti l’alto grado di toscanizzazione del primo non verrà mantenuto nel secondo (in cui sono fortissimi gli elementi della koinè padana) e nelle opere successive. La toscanizzazione inoltre non supera il 1

lessico e la sintassi, non scalfisce infatti né la morfologia né la fonologia segno della precocità del processo. Oltre al modello del Petrarca, il Boiardo dispone del latino e persino del volgare letterario precedente a Petrarca.

Caratteristiche Amorum: - forme che in fiorentino sono anafonetiche incontrano resistenza anche se finiscono per prevalere, - è significativo che le eccezioni dialettali alla norma toscana appaiano per esigenza di rima, - complessa la situazione del dittongamento di e ed o aperte in sillaba libera; molto oscillante anche per gusto di variatio, - monottongate le forme core/foco/loco/move; - ascendenza latina e arcaicizzante favorisce il doppione au/o aureo/oro; - per le apocopi Boiardo segue rigorosamente Petrarca; - la lingua padana colora di più il tessuto nelle consonanti scempie, - conforme lo sdoppiamento e opposizione di sorda e sonora, - il pronome personale soggetto è toscano con qualche concessione a lui/lei; - verbi in prevalenza di forma toscana con alcune eccezioni come l’alternanza al condizionale e alcune forme arcaiche, - resistono sostantivi a suffisso arcaico, - la zona del lessico boiardesco più nuova rispetto alla tradizione è quella tipicamente quattrocentesca dei latinismi: non solo si vedono quelli già consolidati dall’uso poetico, ma se ne colgono di nuovi.

8.2 Nel Meridione

Anche nel Meridione la lirica si avvia sulla strada dell’omologazione. Nella Napoli Aragonese dopo la meta del 400 il petrarchismo è il grande collettore del toscano letterario e della lingua poetica in una produzione in cui erano cmq forti i segni della koiné. A Napoli che i canzonieri petrarchisti si immettono sulla via maestra solo nelle zone più prossime per contenuti e ispirazione al modello (liriche d’amore), procedendo più lentamente nelle sezioni <<varie>>. Duplicità all’interno dello stesso canzoniere di uno dei maggiori petrarchisti della corte napoletana Pietro De Jennaro, a due stili corrispondono due diverse lingue: una di koinè (latino +petrarca+dialetto) per le liriche varie e una con tendenze più raffinate ed extraregionali (latino + petrarca + fiorentino con pochissimo dialetto) per le liriche amorose. Una grande parte nell’acquisizione della lingua poetica nuova lo ha il latino, che viene imitato in costrutti con frequenti inversioni e che fornisce e autentica molto materiale lessicale. La misura della presenza del latino è però inversa a quella dell’adeguazione al modello toscano- centrico.

Tornando alla poesia di De Jennaro si osserva che: - le rime varie adottano soluzioni fonetiche napoletane sostenute da latinismo e petrarchismo, - le rime amorose concentrano fenomeni contrari alla fonetica napoletana e perciò di natura puramente letteraria, la tendenza nelle poesie d’amore è quella di allontanarsi il più possibile dal dialetto. La finale in i e u (fiuri vuce prindisse) è ammessa quando il suo esito concorda col latino o col siciliano poetico. Allontanarsi dal dialetto (sacrificando anche l0esempio di petrarca) dittongazione in sillaba aperta.

Altri poeti, Caracciolo e Galeota, sono meno inclini a modellarsi sul toscanismo corrente (assimilabile attraverso la Raccolta aragonense, l’antologia della poesia italiana e soprattutto toscana 400esca fatta preparare da Lorenzo il Magnifico per la corte di Aragona. Quindi resistono ad esempio alla dittongazione. La resistenza della lingua locale risulta un po’ in tutti gli autori evidente, anche se con gradazioni diverse. - profonda è l’estraneità dell’anafonia; - all’opposto viva la tendenza alla metafonia13 e alla dittongazione anche metafonetica (tiempo,suonno)

- il dialetto è denunciato dalla resistenza alla sonorizzazione nelle forme come spica, luoco, aucello e per il fenomeno opposto a forme come sagro, resblende, segura, - accade spesso che la soluzione locale sia sorretta dal riscontro con la tradizione: condizionali in – ia, participi in –uto. - nella morfologia verbale segnaliamo la diversificazione nelle diverse coniugazioni della prima persona plurale del presente indicativo (trovamo, prendemo, venimo), la conservazione di –ar- futuro (portarò) e l’esito –eno (godeno, punisceno) delle terze plurali dei verbi di seconda e di terza, al congiuntivo sono copiose le uscite in –e (dialettali e petrarchesche).

8.1.3 In Toscana

Ruolo della poesia toscana contemporanea: qui si fa più autorevole e più libero il rapporto col volgare letterario del trecento. È tra i toscani che è possibile rintracciare un atteggiamento più libero nei confronti dell’avanzare del modello di Petrarca , come attesta il più prestigioso promotore della cultura volgare fiorentina: il principe Lorenzo de’ Medici (Firenze, 1449–1492). Nelle sue prime rime Rime il contatto con la tradizione stilnovistica è forte ed esplicito: - situazioni tematiche e stilistiche di impronta stilnovistica si inseriscono in un tipico petrarcheggiare (gentil core dello stilnovo e beglio occhi petrarca), - la rilettura della tradizione duecentesca importa una serie di arcaismi: nomi astratti, presente in - aggio, astratti in –enza (siciliano), in generale questi arcaismi si alternano in Lorenzo con soluzioni che scavalcano Petrarca in direzione opposta, ovvero sul versante della contemporaneità-forme popolari- alternanza avria / vorreicor loco foco/cuor luogo fuoco - inoltre si registra anche la presenza di livelli più popolari della lingua, secondo una linea di ricerca e di gusto da lui sperimentata nei generi letterari rusticani, linea compensata, sul versante dotto, dalla presenza di latinismi.

Anche nelle Stanze di Poliziano, testo poetico più raffinato del secolo, i modi quotidiani e persino popolari si fondono sapientemente con quelli più aulici. Scambio con la lingua parlata. Nelle Stanze ci sono: - arcaismi e sicilianismi: have, saria; - le forme con monottongo e quelle dittongate si specializzano ulteriormente; - nel trattamento delle vocali atone si inserisce il latinismo: essemplo, templo - dei vecchi prefissi rimane attivo –dis, mentre l’attività in –in si iscrive tra i parasintetici di ascendenza dantesca e petrarchesca; - si riducono i doppioni fonomorfologici e semantici tradizionali (disio/disire/desianza), ma ne emergono anche di nuovi (gridono/cantano); numerosi sono i latinismi (imago/imagine); - numerose apocopi spesso ravvicinate (car, centaur, fedel). - i pronomi personali soggetto seguono il toscano ed escono in io tu noi voi lei (ella) e lui (el) - sempre di matrice toscana l’uscita dei verbi in –o: cercaro tirono presono.

8.1.4 Correzioni d’autore (Sannazaro)

Le apocopi iperpoetiche sono presenti in quantità anche nella prima redazione delle rime volgari di Jacopo Sannazaro (Napoli, 1457–1530), ma verranno in gran parte eliminate nelle correzioni dell’autore, durante la preparazione della stampa cinquecentesca dei suoi versi. Con le poesie volgari del Sannazaro siamo dentro a un petrarchismo molto più selettivo e normativo di quello medio quattrocentesco, con conseguenze anche sulla lingua, più accostata al modello. Le correzioni dell’autore vanno poi a radicalizzare questa tendenza, con la conseguente eliminazione di tutte quelle forme lontane dal modello petrarchesco. Questo lavoro è l’inizio di una coscienza più severa della norma linguistica e letteraria. La novità della poesia sannazariana, chiara nella sua prima redazione, si accentua nel suo passaggio alla stampa, durante il quale l’autore interviene a indirizzare il

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proprio linguaggio ancor più decisamente verso il puro modello petrarchesco; da qui l’eliminazione dei troncamenti non autorizzati che si erano sviluppati nel ‘400 e l’ulteriore eliminazione delle tracce metafonetiche pusipose, dittongazione meridionale e toscana risistemata espunti i dittonghi (foco loco fero novo), rari gli esiti non anafonetici per lo più corretti ponto punto, normalizzata al toscano la questione delle oscillazioni delle protoniche pinsierpensier; anche l’alternanza tra scempie e doppie è ricondotta alla norma toscana colta. Scompare lui soggetto per lasciare posto ad ei di ascendenza poetica, cadono molti latinismi ritenuti ormai eccessivi e portatori di una fastidiosa mescidanza linguistica (mundomondo).

8.2 Le esitazioni della prosa

L’italiano comincia a costituirsi in lingua unica e stabilizzata innanzitutto per la lirica e si presenta ai poeti delle diverse regioni come una realtà ormai profondamente distinta da quella delle lingue locali e parlate. A questo processo manca ormai solo la coscienza critica e la lucidità grammaticale che gli conferirà di lì a poco, Pietro Bembo (Venezia, 20 maggio 1470 – Roma, 18 gennaio 1547). Ma la situazione della prosa resta a lungo diversa.

8.2.1 La novellistica

I contatti con la lingua locale sono in genere più intensi nella prosa, specie in quella narrativa, anche per le esigenze legate al realismo. - Si veda in Toscana, i Motti e le facezie del piovano Arlotto e in Novelle del senese Simone Sermini: punte verso la parlata rusticana e popolaresca nel dialogato come ad esempio l’uso della –i prostetica. Attesta l’uso della borghesia non letterata. La novellistica rivela sensibilità per la trascrizione realistica dei linguaggi. - Le cose non vanno diversamente a Bologna con le Porrettane di Sabadino degli Arienti: troviamo idiotismi settentrionali del tipo voi diceti, abbrazzato, giocai ala balla. Soprattutto nei dialoghi. Realtà linguistica media in cui gli scrittori sono immersi. - La resistenza del dialetto è anche più forte nei narratori meridionali, come nel Del Tuppo Esopo o nel Carafa.

Al dialetto si mescola il latino, in un accostamento casuale ma molto evidenziato come elemento nobilitante. Spesso il latino è utilizzato nelle novelle più encomiastiche, mentre il dialetto in quelle più comiche, non bisogna inoltre dimenticare che spesso il dialettalismo sopravvive nel tessuto fonomorfologico della lingua adottata.

8.2.2 Latino e volgare

Il latino, nell’età dell’umanesimo, è stato un immediato espediente di nobilitazione linguistica della prosa. Il latino, come detto sopra, si presenta nella scrittura volgare come una scorciatoia per legittimare letterariamente la lingua materna. Le due lingue nell’umanesimo comunicano tra loro fortemente. Lessico e sintassi risentono del modello latino: principale al centro preceduta e seguita da subordintate, ma questo non sarà un segno sicuro della sua buona riuscita, ma rappresenta più un indizio di difficoltà nella costruzione di una prosa volgare. La riduzione del peso specifico del latino sarà dunque un’acquisizione progressiva di maturità

8.2.3 Correzioni d’autore (Sannazaro)

La lingua della prosa è quindi rimasta molto più al lungo condizionata dalla resistenza delle lingue di koinè14 (14 Koinè: lingua comune, uso accettato e seguito da tutta una comunità nazionale su territorio esteso con caratteri uniformi (contrapposta ai dialetti locali). Lingua letteraria, burocratica ma anche parlata. Versione accettata uniformemente su vasta scala di una qualsiasi lingua in contrapposizione alla varianti locali) e dei dialetti. Tuttavia alla fine del ‘400 anche la prosa, con la moltiplicazione

dell’attività editoriale, favorisce e accelera il processo di normalizzazione, che si avvia in direzione del toscano letterario di Petrarca e Boccaccio. Questo processo sarà più ampio e significativo non in Toscana, ma altrove, dove è più semplice l’adozione di una lingua letteraria estranea. Sarà con l’Arcadia del napoletano Sannazaro che si registra una prima e decisa conversione della lingua della prosa ai modelli della tradizione. Elaborata negli ultimi decenni del ‘400, l’Arcadia (prosa e versi) presenta una lingua già ben insediata dentro la nascente norma, a una distanza notevolissima da quella dei precedenti scrittori napoletani. Per di più le correzioni che l’autore introduce, per via della pubblicazione a stampa, accentuano ulteriormente questo aspetto, mostrando una assunzione progressiva e programmata del modello.Vediamo alcuni esempi: - casi residui di esiti metafonetici in -i : pili, quili sono costantemente eliminati nella stampa, - toscanizzazione dei condizionali in i/e o/u, - uniformazione a Petrarca nella dittongazione di è prevalenza del monottongo - forme dialettali con esiti in o lunga o u breve latinismo - aumentano apocopi per avvicinare a Boccaccio trasferimento alla prosa di un elemento tipico della poesia, - per la stampa elimina la coloritura dialettale (elimina la e protonica defenderedifendere) - più forte l’aderenza al modello per quanto riguarda la morfologia: coniugazioni verbali toscanizzate: condizionale prevalente è quello toscano in -ei -ebbe

Fortuna editoriale dell’Arcadia che sarà poi stampata nel 1514 dal celebre stampatore veneto Aldo Manunzio. Nel catalogo volgare di manuncio l’Arcadia si affiancava a due testi che avevano segnato nella svolta della determinazione di una norma volgare: Dante, Petrarca, Bembo. È con il Bembo infatti che nasce una filologia volgare e con essa la grammatica dell’italiano.

PARTE SECONDA – L’ETA’ DELLA NORMA

1. La questione della lingua

‘500: istanza regolatrice della lingua letteraria che prevale su qualcosa di ancora aperto e mosso a livello linguistico. A stabilire quale deve essere la norma e come essa deve operare è una faccenda che resta a lungo contesa e anima un dibattito che dura tutto il secolo e che porta il nome di questione della lingua. In verità le forze che avevano animato la rinascita volgare nell’umanesimo respingono l’idea di una grammatica unitaria dell’italiano che prescinda da quella variabilità e pluralità di forme che ne avevano fatto sentire l’esigenza (fortemente legate alle tradizioni locali e di koinè). Esse riconoscono alle corti il ruolo istituzionale di luoghi di riferimento e regolamentazione della lingua che non intende rinunciare alle coloriture regionali o alla pluralità degli stili della lingua (tradizione di per se composta da MOLTE FACCE). È la cosiddetta tesi cortigiana della lingua: la conversazione a palazzo deve prevalere sul rigore della grammatica scritta, teorizzata in modo più autorevole da ipotesi cortigiana:

- Baldassar Castiglione ne Libro del cortegianoin cui l’autore impartisce istruzioni di galateo intellettuale all’uomo di corte. Obbiettivo: l’amabile conversar. Tra le indicazioni contenuto nel testo abbiamo: invito a lasciare l’affettazione che dipende da eccessiva erudizione e a utilizzare parole belle ma che derivano anche dal parlare comune: così si potrà parlare di lingua italiana, scritto e parlato si avvicinano nella cultura cortigiana che trova nel dialogo la forma prevalente della sua saggistica.

- Il Castellano, Trissino: Lo scritto è più pensato del parlato, castigati in regole. Dimostra che l’italiano è una realtà linguistica che include e supera gli 1

idiomi regionali, toscano compreso. A suo parere tutta la tradizione letteraria si era riconosciuta in questo modello NAZIONALE di lingua (a cui avevano contribuito siciliani, toscani e bolognesi) e solo i poeti toscani minori del Tre e Quattrocento erano rimasti chiusi dentro il puro fiorentino. Dante e Petrarca invece avevano scritto in quella lingua composita di sicilianismi e regionalismi. Per questo motivo quella lingua non poteva essere detta toscana ma doveva essere chiamata lingua italiana.

- Dialogo della volgar lingua, Valeriano (dialogo col Trissino): anche qui livello di scrittura e di parlata si intersecano.

Ma in realtà toscani e fiorentini pensano che il centro per eccellenza, l’unico in cui possano coincidere regione e nazione linguistica, sia la Toscana e in essa Firenze: la sola città italiana dove si poteva sentire parlata quella lingua che altrove era solo scritta, è la cosiddetta ipotesi fiorentina:

- Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, attribuito al fiorentino Machiavelli: acceso pamphlet che rivendica alla patria delle tre corone un prestigio linguistico, insomma l’italiano è il fiorentino che è stato infatti la lingua dei maggiori autori. Il testo convoca il fantasma di Dante che ammette di aver scritto in fiorentino e non nella lingua italiana professata dal Trissino ed è notevole che la confutazione del Dante teorico avvenga con Dante comico e realistico dell’Inferno (regionalismi e parole di uso popolare come ciance, zanche…). Ancora più che nell’ipotesi cortigiana c’è nel fiorentino un avvicinamento tra i due poli dello scritto o del parlato.

La regola desiderata non si trovò però ne’ nel mosaico eclettico delle corti (sempre più politicamente traballanti), ne’ nel fiorentino contemporaneo vivo (ancora troppo vivo e irrequieto per essere fissato impossibile trasferire in grammatica per il Gelli). La letteratura umanistica più prestigiosa di fine 400 aveva suggerito un’altra strada: fissare dei modelli letterari e accoglierli e grammaticalizzarli in quanto tali, al di là dell’instabilità e della varietà delle lingue vive. Fu il compito che si assunse e svolse Bembo nelle Prose della volgar lingua: problemi filologici connessi alle edizioni a stampa dei massimi autori del Trecento Dante e Petrarca (edizioni da lui stesso curate) per addentrarsi nella questione della lingua. - L’assunto di base è che non si può dire che ci sia veramente una lingua senza uno scrittore: il fiorentino quindi è superiore poiché in questa lingua hanno scritto illustri scrittori. - Inoltre la lingua si deve desumere dalla lingua scritta e non dal popolo che parla. Quando la lingua degli scrittori si accosta a quella del popolo parlante ne perde di prestigio e autorevolezza. - Egli fissa dunque la sua grammatica nei grandi del Trecento toscano e individua i due massimi esponenti nel Petrarca delle Rime e nel Boccaccio del Decameron (modelli poesia e prosa). Ma non fa menzione di ciò che era accaduto dopo il 400. Si riferisce solo vagamente a molti scrittori che sono venuti dopo che però non superano i due illustri modelli. - Così fondata la grammatica sarà anzitutto una stilistica e una retorica e in essa le notazioni di gusto le regole di metrica andranno di pari passo con quelle linguistiche. - Interviene anche una valutazione dei contenuti e dunque ad esempio Dante viene escluso a causa di alcuni contenuti considerati bassi. Aurea mediocritas è la legge da seguire per la lingua letteraria: né troppo alta né troppo bassa (Dante aveva fatto l’esatto opposto: troppo alto o troppo basso).

1.1. La grammatica

Bembo ne traccia uno schizzo nel terzo libro delle sue prose ed è costruita sull’uso dei grandi autori del Trecento e su quanto i diversi generi (prosa e poesia) consentano agli scrittori. Sostanziale fedeltà a un modello di fiorentino trecentesco si coglie anche grazie al confronto con altre grammatiche dell’epoca come quella del Giambullari (che oltre alla lingua dei grandi scrittori del 300 sonda anche l’uso del fiorentino vivo tenendo conto di un destinatario della grammatica che non solo volesse scrivere ma anche parlare). Osserviamo queste due grammatiche a confronto per quanto riguarda le coniugazioni dei verbi (titolo esemplificativo):

-indicativo presente: B. vuole che la prima persona plurale esca in –iamo, G. accoglie le uscite inemo, -imo. B. vuole la terza plurale in –ano e -ono, mentre per Trissino e altri abbiamo anche l’uscita –eno. - indicativo imperfetto: B. ammette le forme in –ava, -eva, -iva alternate con quelle con dileguo di –v- G. alterna le forme in –o con quelle in –a alla prima persona e non accoglie quelle senza consonante, considera inoltre equipollente la seconda singolare e la seconda plurale. - indicativo passato remoto: Trissimo accetta anche la forma –eo considerata un sicilianismo dal B. G. ammette invece la forma moderna in –orono e in –arono - condizionale: B. ammette solo la regola toscana –ei, -ebbe, -ebbono G. alterna le due concorrenti toscane alla terza plurale e esclude quella in –ia che invece il Fortunio propone in esclusiva alla terza plurale - congiuntivo presente: B. le persone singolari dovevano sempre essere uguali tra loro in ogni coniugazione uscendo in i e in a, Trissino. erano omologhe la prima e la terza persona con uscita in –e o in –i G. la seconda persona esce in –i nei verbi di seconda e terza coniugazione - congiuntivo imperfetto: B. segue la regola valida ancora oggi, per gli esiti di terza plurale egli preferisce quelli in –ero e in -ono, gli altri accolgono invece pacificamente anche quelli in –eno, -ino - coniugazione di essere e avere: B. accoglie ho, segnala l’antica abbo e aggio, ammette equivalenza di stato e suto e distingue tra verso e prosa per la serie saria/sarebbe/fora. Per la terza plurale usa sono (gli altri vi affiancano invece l’arcaico enno) G. accoglie dall’uso vivo hae, hoe e fue, indistintamente accoglie l’uso di sarebbe et fora

Concordanze e differenze dimostrano che il Bembo preferisce la soluzione accreditata dall’uso letterario salvo rifiutarla o accoglierla con riserva se coincide con tratti da lui avvertiti come popolareschi o regionali. La sua proposta (diversamente e contro la maggior parte dei suoi contemporanei) ha il vantaggio di essere controllabile e accessibile nei grandi scrittori a tutti noti visti come esempio di stile e di gusto prima che di lingua. Restano così fissate le norme che regolano: i troncamenti (caduta di o ed e finali dopo r,n,l e resistenza di a e di i), la mobilitazione dei dittonghi nelle coniugazioni (seggo, siedi), l’uso di lui/lei pronomi in casi obliqui, si avvia la specializzazione dell’articolo (il davanti consonante semplice, lo eliso davanti a vocale e integro davanti a s impura, li ammesso solo per poeti): tutto questo diventerà poi la norma dell’italiano scritto dei secoli successivi. L’umanesimo volgare fissava le sue regole al modo stesso di quello latino e le obiezioni che invitavano a tener conto della lingua viva o del relativismo linguistico della realtà sono destinate a perdere rilievo col passare del tempo (si veda il dottissimo Sperone Speroni). I toscani stessi si adattano all’idea bembiana anche con un certo tornaconto campanilistico.

1.2 I prontuari

A partire da Regole grammaticali di Fortunio del 1516, viene sfornata dall’editoria una enorme quantità di studi, grammatiche e repertori (lessicali, di rime, di topoi). Sono opere di livello, taglio e successo molto diversi, ma tutte orientate a perlustrare il campo della scrittura letteraria per estrarne regole di comportamento a beneficio di chi voleva usare l’italiano per iscritto. Quondam ha contato più di 200 testi di questo tipo e 1

tale produzione si affianca all’ingente serie di edizioni di testi classici, in primo luogo del Petrarca che sfiora le 100 edizioni (più della metà sono testi con note, commenti, apparati vari). Vediamo alcuni esempi: - Volgari elegantie, Liburnio. Egli distingue i consigli linguistici validi per la poesia da quelli validi per la prosa (ad esempio le forme monottongate sono preferibili nella poesia foco loco core e in prosa i dittonghi). Segue poi un inventario degli epiteti convenevoli (se si dice amore si deve accoppiare con aureo cieco sacro…). Offre poi un repertorio di comparationi e organizzato in modo da coinvolgere in funzione di comparanti un po' di tutti gli animali e fenomeni di natura (presi da Dante e Virgilio). - Fabrica del mondo, Alunno. Opera più singolare e emblematica di questo genere, elenco di voci prese da Dante e Petrarca e Boccaccio mediante le quali si possono esprimere tutti i concetti di ogni cosa creata. È organizzata come una sorta di dizionario enciclopedico che ordina secondo grandi categorie tematiche un po’ bizzarramente articolate tutto o quasi il materiale dei tre grandi. Tra i vari grandi contenitori abbiamo: Dio, Cielo, Mondo, seguono poi i quattro elementi, poi anima, corpo, uomo, qualità, quantità, misura. Anche qui il criterio è di ammettere in grammatica ciò che è stato espresso dagli scrittori. (ad esempio a Dio ci si esprimerà con sommo, immortal, supremo, sempiterno…). L’ultimo libro è dedicato alla “particelle”: ovvero voci con funzione grammaticale. Anche qui il criterio è di ammettere quello che era già stato espresso dai tre grandi scrittori. Il toscano letterario del 300 diventa così norma linguistica ed enciclopedica del sapere.

Il fatto è che la norma si pone e si cerca nella scrittura e fuori da essa ha poco senso e spazio. Evidente la difficoltà degli autori di fissare in regole l’uso vivo della lingua. Anche Carlo Lenzoni (sensibile all’uso vivo della lingua) nella sua Difesa della lingua fiorentina distingue 56 tipi di parole secondo differenze tanto linguistiche quanto stilistiche e retoriche. La scrittura è l’ordine e la regola.

1.3 La norma tipografica

L’editoria esige una scrittura normalizzata e stabile. Nelle tipografie correttori e compositori intervengono sui testi uniformandoli assai presto a una norma che si riconosce nel Bembo. Vengono espunti ad esempio i tratti indigeni e i latinismi, si correggono i plurali maschili in –e, le forme in monottongo, spesso anche il lessico è uniformato al Petrarca. Edizione de Le Stanze, Poliziano: eliminati lui/lei soggetti, correggendo il presente indicativo di prima plurale in –iamo. Caso molto complesso è l’edizione del Cortigiano, Castiglione. L’autore stesso interviene per prepararne l’edizione a stampa talvolta in direzione di latinismi o settentrionalismi che verranno epurati poi da una mano finale che segue la toscanizzazione sulle regole date dal Bembo.

1.4 L’ortografia

L’editoria stessa esige e favorisce la normalizzazione della grafia che deve essere il più possibile omogenea e regolamentata. Se ne discute molto con una polemica tra: - i fautori di una grafia etimologica e latineggiante (il sistema grafico che si conosceva dipendeva dal latino, quello dei volgari era incerto e traballante) E - i fautori di una grafia il più possibile fonetica (al cui interno si distingueva chi era in favore dell’uso della koinè e chi del volgare toscano).

I sostenitori della lingua cortigiana respingevano grafie arcaizzanti o troppo toscanizzate (Bembo). Alcuni propongono grafie derivanti dal latino (como da quomodo e non come, dixi/ scripse) altri invece propongono una grafia volgare indipendente da quella del latino e richiedendo una grafia maggiormente volgare scrivendo le parole del volgare come effettivamente sono pronunciate (ad esempio con assimilazione dei nessi bt, ct, dt).

Importante è la proposta di sistemazione ortografica del Trissino: - introduce la distinzione fortunata tra u vocale e v consonante - altri segni diacritici (senza successo) come omega per o aperta e epsilon per e aperta

Gli replicheranno polemicamente Martelli, Fiorenzuola e Tolomei (propone anche la distinzione tra i vocale dalla semivocale).

Dibattutissima la rappresentazione di g e c velari e palatali e la grafia dei nomi greci: Trissino e altri conservano in voci di origine greca e latina i segni caratteristici della lingua, tipo y, th, ph. Alcune di queste lettere cadono abbastanza largamente mentre più resistenza mostra la questione di x e h. - X: oscillava con ss (essempio invece di exempio), - H: era di largo impiego come segnale etimologico (havere, honore, huomo)e spesso era anche impiegata per rendere velare la pronuncia di c e g davanti a a/u (chasa, fuocho). - TI per Z, lascia presto il posto alla grafia più moderna (ozio invece di otio) - Incertezza per scempie e doppie si risolve a favore della assimilazione dei nessi come consonanti doppie (factofatto, septesette) mentre più oscillante resterà il trattamento grafico delle consonanti nei composti. - Edizione del Petrarca curata dal Bembo c’è l’uso dell’apostrofo (quand’io v’odo) che verrà utilizzato anche per i troncamenti (esser’ temuto) e i troncamenti (preferito il troncamento della vocale dell’articolo l’ingegno che nel nome che gli succede lo ‘ngegno). Nelle Prose del Bembo ci sono alcune istruzioni sulla grafia ad esempio sulle enclisi del pronome nel verbo la consonante raddoppia se il verbo è accentato sull’ultima sillaba fammi favvi dinne), raddoppiamento delle consonanti delle proposizioni davanti a nomi del secondo caso (dell’uomo della donna).

Dall’ortografia alla grammatica allo stile il Cinquecento si indirizza alla norma e alla stabilità sospinto da una cultura, un’ideologia, un’estetica e una linguistica sempre più concordemente tese alla regola. Per arrivarci occorreranno però proposte e soluzioni di larga e condivisa autorità.

2. L’adeguazione alla norma

La lirica è stata il vettore principale dell’unificazione linguistica e poi della sua normalizzazione in senso petrarchesco. L’applicazione del canonico principio di imitazione ha fatto riciclare ripetutamente Petrarca nella nuova poesia. Accade dunque che sintagmi, stilemi e talvolta versi interi siano desunti da Petrarca (o Dante) in grandi quantità. Inoltre i petrarchisti ribadiscono e dilatano il modello con una esasperata ricerca di dittologie. Già allora era però forte la sensazione che un eccesso di imitazione finiva per nuocere e limitare la poesia. Ma nonostante riserve e opposizioni la lingua letteraria si orienta vistosamente verso i modelli riconosciuti e si adagia in una stabilità nuova e vincente. Significativa è a questo proposito la conversione alla norma di una poesia (non lirica) narrativa come quella dei poemi cavallereschi: noto è il caso dell’Orlando furioso dell’ Ariosto e delle sue tre revisioni: - 1516: conserva ancora tracce della situazione pre-norma in certe emergenze regionali o arcaizzanti come ad esempio qualche forma non anafonetica, certo consonantismo, la morfologia, il lessico nei latinismi, - 1521: ritocchi in direzione normativa, ma non totale - 1532: revisione eseguita sotto il controllo del Bembo, trionfa la norma: dittongo invece del monottongo, l’articolo el è cambiato in il o lo, desinenze del presente indicativo prima persona plurale si regolarizzano in –iamo, quelle della terza passano da –eno a –ono, la terza singolare del congiuntivo passa da –i a –e. ci sono anche passaggi non bembiani che sono cmq fiorentinismi. Anche la grafia è normalizzata sempre meno etimologica, lombarda o latineggiante. L’Ariosto immette la tradizione dell’epos cavalleresco (radicata a lungo nell’Alta Italia) nel filone toscano e nazionale della poesia d’amore. Adegua anche le sue Satire alla lingua del Fusioso, l’italiano petrarchesco si inserisce così anche in un genere comico, per sua natura assai più resistente all’uniformazione letteraria.

Ancora più clamorose sono le riforme dell’Orlando Innamorato del Boiardo, riscritto per essere adeguato alla norma fiorentino-bembesca, di queste riforme quella più nota è quella del Berni: sforzo di fiorentinizzazione esteso dalla lingua letteraria a quella 1

dei proverbi e dei motti demotici. Persino la novella cerca di adeguarsi alla norma per quanto il suo genere ripugni una secca regolamentazione. La fedeltà della novella al modello decameroniano è anche più significativa della ben più scoperta imitazione petrarchesca della lirica. Il genere di per sè era meno suscettibile di adeguazione normativa e il modello stesso non andava esente da qualche riserva da parte del Bembo (parlare licenzioso) e dei trattatisti sospettosi del parlar licenzioso delle novelle. Il parlato in sostanza si declina secondo tipologie letterarie che hanno il loro punto di riferimento oltre che nel Decameron nei tipi rusticani del villano col suo linguaggio e le sue burle (a rendere la particolare coloritura di ciascun personaggio) mimesi addirittura del parlato 500esco. Sullo stampo boccacciano sono però concesse alla novella una libertà e una spaziosità linguistica molto superiore a quelle della poesia.

3. Il gioco delle lingue

3.1 La novella

La novella del Cinquecento percorre lo spettro della lingua con la libertà ammessa per il genere comico. Se ne giovano soprattutto i narratori fiorentini e toscani: - varianti fonomorfologiche di stampo popolareggiante si ritrovano nelle Sei giornate dell’Aretino con i tipi: boce, gestra, mammata, tutte forme che rinviano a un livello linguistico basso. Si tratta spesso più dell’esibizione di un effetto letterario che di un preciso calco realistico dei registri colloquiali della lingua. Segre ha parlato di edonismo linguistico: gusto per la raccolta dei riboli, del materiale lessicale domotico, della moltiplicazione dei procedimenti espressivi popolareschi e spesso caricaturali. La necessità di mimare il parlato accresce la coscienza della funzionalità stilistica della pluralità dei livelli della lingua. - Novelle dei Novizi, Fortini, senese: dialettalismi senesi che spuntano ripetutamente. Conservazioni di –ar nella coniugazione, certe sonorizzazioni come lo sviluppo di –nz (penza), varianti fonomorfologiche si fanno anche più idiomatiche là dove parlano personaggi bassi e plebei ad esempio il pronome personale soggetto in luogo di quello oggetto (dovrò chiamare altri che tu) e l’uso pleonastico del pronome (l’è la buona robba). Gli scrittori toscani hanno libertà di movimento linguistico superiore a quella dei non toscani, per chi infatti deve accostarsi all’italiano per via unicamente letteraria il ventaglio di soluzioni idonee ai diversi registri tipicamente ospitati nella novella è più ristretto e meno agevole. La lingua letteraria viene via via filtrata dal popolo fiorentino. - Il lombardo Matteo Bandello spoglierà il suo testo dai moduli più gergali poiché egli si accosta alle zone del parlato seguendo le indicazioni del Bembo e dunque ne risulta una minore divaricazione del livello diegetico da quello della mimesi del parlato. Solo alcune spie lessicali si affacciano a colorire il parlato. Troviamo indizio di normalizzazione della morfologia verbale ad esempio nelle terze plurali dei passati remoti, dei congiuntivi imperfetti (ero) e dei condizionali (si affaccia il tipo –ero) - Piacevoli notti, Straparola: no distinzione linguistica tra livello narrativo e quello dialogico anche se gli indizi dialettali si ritrovano più facilmente nel discorso diretto (dove si trovano molti più settentrionalismi ma anche usi del fiorentino parlato). - Ecatommiti, Cintio, ferrarese: si arriva all’esito della letterarietà anche della lingua dei personaggi novellistici bassi, vengono espunti i tratti linguistici plebei. Non è un caso che gli autori settentrionali difendano con insistenza la lingua nativa ma finiscano poi per arrendersi alla superiorità del toscano, che era però per essi accessibile solo per via letteraria (quindi più difficile rendere, cercando di stare nella norma, le differenze del parlato). Risultato: la lingua della novella, nonostante le libertà extranormative dei toscani, non esce da un sostanziale monolinguismo guidato dal toscano del Decameron. La molteplicità delle lingue sarà invece segno speciale della commedia.

3.2 La commedia

Nella commedia del Cinquecento si trovano sul palcoscenico personaggi di stato sociale, nazione, professione e cultura diversi e opposti, è naturale che debbano parlare varietà linguistiche differenti. Se alla tragedia era concesso frequentare, con le zone alte della lingua, anche la dimensione sovraregionale dell’italiano, alla commedia questo era di fatto possibile solo dentro i limiti della dialettalità fiorentina oppure la lingua doveva essere superata o affiancata dagli idiomi della realtà parlata, dei dialetti. Il dialetto della e nella commedia è il segno visibile della norma raggiunta dalla lingua , della definizione di un italiano forte a fronte del quale le altre varietà scendevano al rango di dialetti. Proprio il raggiungimento della grammatica della lingua ha favorito e richiesto l’evasione dialettale: il dialetto si presenta così come antagonista della lingua. Dialetto: contrasto (sociologico ancor prima che linguistico, comico ancor prima che stilistico) con la lingua della quale funge da antagonista ed eversore. È soprattutto in area veneta che il dialetto si fa particolarmente attivo sulle scene. Tra gli autori ricordiamo: - il Ruzzante il quale utilizza tutte le possibilità comiche offerte dal contrasto dialettale, lo scontro tra dialetti diversi, l’inserimento della lingua straniera; - Calmo: mescola in una sua opera addirittura sette lingue diverse.

Nella commedia dell’arte il poliglottismo sarà un ingrediente fisso legato alle diverse maschere: Pantalone veneziano, Pulcinella napoletano, Arlecchino Bergamasco etc. questa pluralità di lingue sarà sempre più stilizzata perderà progressivamente la sua funzione denotativa per risolversi nel gusto della babele sonora, dell’accumulo fonico. In alcune opere diventa oggetto di satira il latino (come lingua ignorata dalla maggior parte, satira soprattutto dell’Aretino) o l’italiano troppo libresco e letterario, ironizzando di fatto sugli stereotipi della lingua poetica (dolci acque). Il fatto è che per la commedia è difficile convivere con l’italiano letterario appreso dai poeti, non idoneo per costruzione ai dialoghi dei personaggi. Occorrono giochi, effetti verbali per vivacizzare l’italiano letterario. Macchiavelli stesso nel Discorso o dialogo sopra la nostra lingua scrive che, siccome le cose sono trattate ridiculmente, servono termini che che facciano questi effetti difficili però da trovare per chi non è fiorentino. I toscani erano i soli a poter scrivere in lingua senza troppi problemi preliminari delle commedie dialettali, essi possedevano come dialetto quello che gli altri cercavano di imparare e quindi potevano padroneggiare l’intera gamma delle opzioni sociolinguistiche, proprio per questo essi denunciano il peso limitatore della tradizione e maggior libertà di movimento.

Cortigiana, Aretino nel prologo l’autore rivendica la libertà lessicale della commedia. Aretino maestro di quei giochi di deformazione di parole, moltiplicazione di suffissi, strategie ritmico-sintattiche. Ecco epiteti come schifa-il-porco, caca-stecchi, sguscia-lumache. Più procedimeti stilistici tipici delle commedie: metafore e equivoci.

Mandragola, Machiavelli mostra come un fiorentino potesse percorrere con perfetta competenza tutto lo spettro stilistico della lingua: italiano impostato di Callimaco a quello secco di Ligurio e quello frizzante di Nicia. Nella commedia si concentra dunque la ribellione della norma. Il rifiuto della norma comporta un bisogno di perlustrazione di tutti i livelli della società dei parlanti. Il mondo contadino solitamente escluso riesce in qualche modo a trovare diritto di parola in questo genere.

3.3 I generi rusticani

Il genere rusticano riproduce il mondo linguistico contadino e un po' ovunque questo genere favorisce incursioni nei retroterra campagnoli delle lingue di koinè. In Toscana la letteratura rusticana è favorita dalla curiosità verso i settori popolareschi e campestri della lingua. Nencia da Barberino o Beca (Pulci) sono i capostipiti di questa produzione che nel cinquecento ha il suo massimo esponente in Ruzante e Giambullari: egli introduce personaggi contadini e conduce il realismo della rappresentazione fino al punto di riprodurre la parlata rustica nei suoi tratti più

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spiccati. Nonostante tutto si contribuiva a mettere in circolazione un materiale linguistico che seppur posto ai margini della norma non ne era però del tutto escluso. In toscana diventa ampliamento della lingua stessa, i toscani cercavano di recuperare il più possibile della lingua del popolo.

4. La trattatistica

Dopo l’età dell’umanesimo latino in cui la trattatistica aveva eletto la lingua classica a proprio strumento privilegiato, l’italiano ritrova spazio in pieno rinascimento nella saggistica. Le distanze tra italiano dei saggi e italiano della letteratura non sono così forti e nette come oggi: i due universi della scrittura, quello creativo e della riflessione, restano a lungo vicini e parzialmente sovrapposti. La saggistica cerca in questo momento delle vie e modi di espressione che richiedano maggiore libertà linguistica rispetto alla poesia e alla prosa narrativa, nella saggistica abbiamo maggiore spregiudicatezza linguistica. È indicativo il fatto stesso che trattati riguardanti la questione della lingua pratichino soluzioni di maggiore dinamicità (Cortegiano, dialogo delle lingue). Gli autori di opere scientifiche ritengono che il fine pratico e utilitario dell’opera assolva dall’eccessivo rispetto della norma grammaticale.

4.1 Machiavelli e Guicciardini

La trattatistica politica e storiografica sono nel ‘500 un fatto soprattutto toscano. I due autori più importanti e le loro rispettive opere sono: - Principe, scritto nel fiorentino moderno dell’autore, ma con liberi movimenti da un polo all’altro dei modi e dei valori linguistici correnti. Esempi: articolo determinativo è vario el, lo, li, gli; lui e lei vengono usati come soggetti, la terza singolare del congiuntivo imperfetto esce in –i e la terza plurale del congiuntivo presente esce in –ino, spesso i verbi in are al presente di terza plurale escono in –ono. L’opzione saggistica e la necessità del linguaggio specifico esigono spesso latinismi sia quelli tecnici che quelli grafico fonetici: specializzazione del vocabolario (gergo). specializzazione del vocabolario che crea le premesse del vocabolario della scienza politica. (defensione, dannare. Progressi, sentenza). - Ricordi, la lingua fiorentina di questa opera non è estranea alla lezione del Bembo. Mostra come il fiorentino si possa adattare anche a produzioni trattatistiche. Si riducono in qst opera i latinismi, il congiuntivo imperfetto passa a –e e soprattutto Guicciardini mette a fuoco una sintassi di grande complessità e ambizione che unisce al periodare meditativo e valutativo la sequenza narrativa: uso seriale participio passato assoluto, dell’infinito, i tanti perché etc. Un discorso letterario che si va però specializzando e specificando.

4.2 I grammatici

Anche questa falda della trattatistica più legata al problema linguistico è alla ricerca di un vocabolario idoneo alle proprie esigenze. È alla ricerca di un sistema classificatorio precisa e di una nomenclatura adeguata. Il Bembo nelle Prose ad esempio per evitare latinismi nella definizione delle parti del discorso usa termini come: del maschio e della femmina (per maschile e femminile), del più e del meno (per singolare e plurale), proponimenti invece di preposizioni etc. Dopo le precorritrici e latineggianti proposte della Grammatichetta del ‘400 dell’Alberti iniziano ad affermarsi i termini di avverbio, interiezione, pronome etc, anche se continuano a lungo le incertezze. Un grammatico napoletano usa il latino abbondantemente per denominare le categorie grammaticali che diventano dittione il verbo, appellagione il nome etc.

5. L’accademia della Crusca

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