Storia della radio e della tv - Riassunto - Monteleone, Sintesi di Storia Dei Media. Università di Milano
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arcobaleno726 dicembre 2012

Storia della radio e della tv - Riassunto - Monteleone, Sintesi di Storia Dei Media. Università di Milano

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Storia della radio e della televisione in Italia (Franco Monteleone)

INTRODUZIONE

Il Novecento è il secolo in cui, nel mondo industrializzato, per la prima volta i prodotti delle idee e dell’immaginazione vengono messi a disposizione di tutti, attraverso l’etere, e assumono un ruolo centrale nella vita delle masse. Essi costituiscono ormai una risorsa economicamente rilevante e condizionano il comportamento, il gusto, la mentalità di ognuno: farne la storia significa fare la storia della società del XX secolo. Fra i prodotti della cultura popolare, o di massa, cioè concepita e realizzata per il popolo e per le masse, la radio e la televisione, più della stampa, del cinema, del teatro e della musica riprodotta, hanno determinato la fisionomia dell’immaginario sociale. Se la radio, insieme all’automobile, ha cambiato la percezione del tempo e dello spazio, la televisione, insieme all’uso di massa del trasporto aereo, ha cambiato il senso dell’identità e della velocità. Lo si voglia o no, il piacere è uno dei connotati fondamentali della modernità. Radio e televisione procurano piacere in modo semplice e diretto, senza mediazioni di sorta.

A partire dal 1985, a Pisa e a Napoli, Gianni Isola e Anna Lucia Natale si esercitavano in direzione di quel “territorio di frontiera” costituito dalla storia dell’ascolto; un territorio tuttora impenetrabile per la mancanza di fonti numerose e attendibili, eccezion fatta per le rubriche di corrispondenza del vecchio “Radiocorriere”, e per alcuni sporadici riferimenti contenuti in pubblicazioni di testimonianze orali del mondo operaio e contadino. Un più sistematico approccio storiografico, ancorché limitato agli aspetti massmediologici del mezzo televisivo, comincia invece a notarsi con le ricerche condotte dal gruppo di lavoro dell’Università Cattolica di Milano coordinato da Gianfranco Bettetini. La stessa Rai intanto, sembra aver già ufficiosamente disposto che Torino abbia il suo Museo della Radio, e Milano quello della Televisione. Da ricordare l’anno 1924 che segna ufficialmente la nascita della radiofonia italiana e il termine Broadcasting: Per broadcast (o con l’obsoleto termine italiano radioaudizioni circolari) si intende la trasmissione di informazioni da un sistema trasmittente a un insieme di sistemi riceventi non definito a priori. L’esempio più classico è costituito da un trasmettitore radio di grande potenza e da un gran numero di ricevitori montati nelle automobili o nelle case. In questo caso, tutti i ricevitori situati nell’area di copertura del trasmettitore riceveranno il segnale, e il trasmettitore non potrà sapere esattamente con chi ha comunicato.

1. LA GRANDE STRADA DELL’ETERE

“Ho in mente un piano che potrebbe fare della radio uno strumento domestico, come il grammofono o il pianoforte. Sarà tenuta in salotto e si potrà ascoltare musica, conferenze, concerti”. Con queste parole, David Sarnoff aveva per primo immaginato, già nel 1916, di dare corpo a un progetto commerciale che potesse rivolgersi a un mercato ampio di consumatori. La nascente industria delle comunicazioni però aveva altri obiettivi. Il suo scopo principale era la “telefonia” senza fili che tanto interessava i governi e il mondo degli affari. Con il passaggio dallo sfruttamento commerciale della “radiotelegrafia” alla creazione delle prime società di “radiodiffusione”, si delineano i due sistemi antitetici di organizzazione radiofonica nazionale, che da allora saranno considerati i modelli classici del servizio radiofonico: il monopolio pubblico del broadcasting, in Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia; il sistema privato del network in America. In Gran Bretagna, e precisamente dalla stazione Marconi di Chelmsford in Cornovaglia

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che il 23 febbraio 1920 venne trasmesso il primo regolare servizio radiofonico della storia, per due ore consecutive al giorno, per un periodo di due settimane (un vero primato rispetto alla stazione Westinghouse di Pittsburgh in America, che iniziò il servizio solo alcuni mesi dopo). Dal momento che il fenomeno divenne rapidamente inarrestabile, si posero le basi per la nascita del monopolio pubblico della British Broadcasting Company, ufficialmente costituita il 18 ottobre 1922 dall’unione di alcune fra le maggiori compagnie industriali britanniche. Il ricorso alla pubblicità come risorsa finanziaria fu rifiutato per non compromettere la qualità dei programmi. Due anni dopo, John C.W. Reith, il primo direttore generale della BBC, scriveva: “Se l’etere fosse stato svenduto al denaro e al suo potere; se non ci fosse stata responsabilità etica e intellettuale; se interessi diversi da quelli pubblici avessero preso il sopravvento, la BBC non sarebbe mai diventata quella che è”. Esattamente il contrario di quello che stava avvenendo in America dove, grazie al Radio Act del 1912, in base al quale il Ministero del commercio non poteva negare le licenze a nessuno che fosse cittadino americano, entrarono in scena le grandi corporations. Prima fra tutte la American Thelephone and Thelegraph Company, ma anche la General Electric e la Westinghouse, poi Radio Corporation of America. Tra il 1912 e il 1916 furono rilasciate più di 8.500 licenze di trasmissione, molte delle quali erano state richieste da colleges, scuole, università. La stazione Westinghouse iniziò a trasmettere il 3 novembre 1920 e, contemporaneamente, a collocare sul mercato i propri ricevitori. Poco più tardi, a New York, David Sarnoff aveva finalmente avuto il permesso e i finanziamenti necessari per realizzare un modello della sua Radio Music Box. Nacque così la WJY, che il 2 luglio 1921 trasmise in diretta la “radiocronaca” di un incontro di pugilato. In tutti gli Stati Uniti, verso la fine del 1922 i ricevitori funzionanti avevano raggiunto l’incredibile cifra di 750 mila. La “grande strada dell’etere” era stata per sempre tracciata.

POLITICI E IMPRENDITORI NEL MERCATO DEI SUONI

La prima legislazione italiana sulle comunicazioni senza fili risale al 1910 ed era frutto di un progetto redatto da Carlo Schanzer presentato in parlamento dal Ministro delle poste Augusto Ciuffelli. Il progetto assegnava l’esercizio delle radiocomunicazioni alla sfera dei servizi pubblici e sottoponeva a regime restrittivo e controllato le concessioni a società private. Ne era derivata la legge del 30 giugno 1910 n. 395, ispirata a preoccupazioni militari e di sicurezza nazionale. Guglielmo Marconi: Grande scienziato, ma soprattutto grande imprenditore (un principe mercante della tecnologia). Già nel 1898 era nata a Londra la Marconi’s Wireless Telegraph Company, detentrice di tutti i brevetti dell’inventore bolognese e capofila delle successive Marconi Companies. In Italia, fin dal 1902, egli aveva concesso gratuitamente per vent’anni l’uso dei suoi brevetti alle amministrazioni dell’Esercito e della Marina. Ricevette il Nobel per la fisica e venne nominato senatore da Salandra. 1921: Società italiana per i servizi radiotelegrafici e radiotelefonici (Sisert – Pres. Marconi, “Vice” Avv. Filippo Bonacci, Cons. Luigi Solari). Nell’estate del 1923 il Governo Regio (Mussolini) concluse un accordo con le società francese e tedesca (Telefunken) per la costituzione della Italo Radio con capitale da raccogliere mediante una sottoscrizione garantita dalla Banca commerciale italiana. Lo smacco per Marconi non poteva essere più grande: la Compagnia Marconi iniziò una vasta serie di contatti onde unificare gli interessi gravitanti intorno alla questione della radiofonia. Nacque così il gruppo fondatore della società Radiofono che rilevò la domanda di concessione avanzata dalla Sisert.

LA PRIMA SOCIETA’ DI BROADCASTING

Nel 1924 nasceva il Ministero delle comunicazioni, con a capo Costanzo Ciano. Il 3 giugno di quello stesso anno Ciano rendeva noto alla Radiofono e alla Società italiana radio audizioni circolari (Sirac – che celava ditte USA, in particolare la Western Electric) che il governo aveva deciso di affidare l’esercizio radiofonico a una società unificata e le invitava a prendere contatti per la fusione. Il 14 giugno le società comunicavano di aver raggiunto l’accordo. Il 27 agosto 1924 nasceva a Roma l’Unione radiofonica italiana (Uri). Ciano fu inoltre il ministro che condusse in porto l’operazione economica di privatizzazione dei telefoni.

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<Intreccio d’interessi (fra il senatore Giovanni Agnelli e Benito Mussolini) che mira al controllo dei grandi mezzi d’informazione come merce di scambio tra potere economico e potere politico). Per questo il Sen. prende possesso di testate come quella del “Resto del Carlino”, de “La Stampa” sino alla creazione del “Corriere Italiano” e alla nomina di Presidente dell’Uri nella persona di Enrico Marchesi, in precedenza direttore centrale della Fiat>. Con il regio decreto-legge 1 maggio 1924 n. 655 venivano definiti i contenuti delle radiodiffusioni: concerti, teatro, conversazioni, notizie. Veniva inoltre regolato il sistema dei finanziamenti ai futuri concessionari mediante la pubblicità commerciale e i canoni di abbonamento; una prassi che resterà immutata in tutta la storia della radiodiffusione italiana. Con un secondo regio decreto venivano disciplinati non solo le modalità di esercizio degli impianti da parte dei concessionari ma anche i controlli del governo (in particolar modo l’art. 25 – ruolo chiave della Stefani). La convenzione stipulata il 27 novembre 1924 fra l’Unione radiofonica italiana e il Ministero delle comunicazioni istituiva definitivamente la figura giuridica della società concessionaria: rappresenta quindi l’atto di nascita del primo regime radiofonico in Italia. Si può finalmente parlare di regime di monopolio. Solo adesso, infatti, esistono le condizioni che consentono a una sola società l’esercizio delle radioaudizioni circolari. È vero che il 55% del capitale è in mani private, ma con il passare degli anni lo Stato entrerà sempre più nella partecipazione azionaria fino a ottenerne la maggioranza.

2. LA SCATOLA SONORA Un oggetto misterioso

Il vero oggetto “misterioso” della storia della radiofonia è il pubblico – con le sue abitudini, i suoi mutamenti, i suoi gradimenti e i suoi malumori; oggetto indecifrabile e, insieme, determinante punto di riferimento. Il 6 ottobre 1924 si inaugura il servizio regolare, ma la radio, per ora, è solo una sorprendente scatola sonora con programmi assai semplici ed eterogenei: musica classica, bollettini, qualche rara conversazione. In questa fase c’è maggior interesse per l’aspetto tecnico piuttosto che per i contenuti, e il pubblico, è composto soprattutto da giovani amatori (i cosiddetti “sanfilisti” – dal francese sans fil = senza fili). Due anni dopo l’inizio dell’attività di radioaudizione circolare gli abbonati tuttavia, sono appena 26 mila. Un numero più che raddoppiato rispetto all’anno precedente, ma inferiore alla media dei maggiori paesi d’Europa. Tra il 1924 e il 1927 nacquero le leghe nazionali: Rai (Radio associazione italiana), la Fir (Federazione italiana radiocultori), il Radio Club nazionale italiano, l’Associazione nazionale radio dilettanti; queste ultime due confluirono nell’Ari, l’Associazione radiotecnica italiana. La Fir sosteneva il principio della libera associazione dei dilettanti in funzione antimonopolistica; l’Ari era invece l’espressione di interessi legati all’industria degli apparecchi riceventi ed ebbe un’azione assai più lungimirante promuovendo la nascita di un pubblico indifferenziato. Nell’annuncio pubblicitario della Allocchio – Bacchini viene forse per la prima volta indicata una strategia per lo sviluppo e per la trasformazione degli ascoltatori. Nascono anche le prime campagne di diffusione della radiofonia, i primi radioconcorsi. Il reagente dei cambiamenti in atto fu la pubblicità (réclame) che, dopo il 1926, rappresenta un elemento essenziale delle trasmissioni e una risorsa finanziaria indispensabile per la concessionaria. La Sipra (Società italiana pubblicità radiofonica anonima), costituita a Milano il 9 aprile del 1926, è la prima di una serie di consociate e nasce per gestire un fatturato pubblicitario piuttosto limitato anche se in costante aumento. Per motivi di marketing nasce anche “Radiorario” settimanale ufficiale dell’Uri che esce in edicola dal 18 gennaio del 1925 e grazie al quale il direttore generale della concessionaria, Raoul Chiodelli, cerca di conoscere gusti, orientamenti e giudizi del pubblico.

IL GIORNALE PARLANTE

L’Enit diramava notiziari radiofonici relativi a facilitazioni tariffarie, innovazioni e modificazioni dei servizi ferroviari, automobilistici e di navigazione. Radio Roma aveva iniziato una serie di rubriche fisse (Rivista scientifica e di varietà, Rivista dei libri ecc) e mandava in onda conferenze

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culturali. Fra tanto materiale scadente alcune eccezioni, come l’esibizione di Ettore Petrolini con una parodia di Maria Stuarda a Radio Milano o la commemorazione di Cesare Battisti curata da Alberto Colantuoni. Un certo miglioramento cominciava a ravvisarsi anche nei notiziari d’informazione, i più esposti al controllo governativo (vedi il giro di vite di Mussolini sulla stampa dal 1923) e comunque dipendenti dai dispacci della Stefani, l’unica agenzia autorizzata dal governo, diretta da Manlio Morgagni. Nel 1927, in seguito ad accordi intercorsi tra la direzione dell’Uri e il “Popolo d’Italia”, la stazione di Milano iniziò a trasmettere un programma serale che anticipava gli articoli e le notizie più importanti che l’indomani si sarebbero letti sul quotidiano del Partito. Come annunciava il “Radiorario”, non v’era avvenimento patriottico o nazionale al quale il microfono non era chiamato a collaborare attraverso il suo “giornale parlante”. Il 10 ottobre del 1926 vi fu molto entusiasmo per il discorso pronunciato dal Duce in occasione della “battaglia del grano”. La grande campagna radiofonica organizzata in favore della ruralità, del mito della terra, dell’esaltazione della vita contadina, divenne così la prova generale dell’ascolto “collettivo”. La diffusione della radio fra le masse rurali era tuttavia praticamente inesistente. Al contrario di quanto avveniva per i ceti medi urbani e per il pubblico dei giovanissimi e dei bambini (omogeneità di gruppo e alto grado di sensibilità al messaggio). Per questo la radio prestò subito particolare attenzione dedicando loro buona parte dei suoi programmi. Dalle prime novelle trasmesse nella rubrica L’angolo dei bambini fino al Cantuccio dei bambini messo in onda da Milano sul finire del 1926 (programmazione curata da Elisabetta Oddone). La trasvolata atlantica del 1927 inaugurò, infine, con la conferenza intitolata Da Colombo a De Pinedo, la serie di celebrazioni aeronautiche promosse da Italo Balbo nei confronti della gioventù. Da ricordare anche il Giornale radiofonico del fanciullo di Cesare Ferri. Al di là della propaganda politica si cercava di costruire un rapporto partecipativo con gli ascoltatori e di creare il proprio pubblico. Si arriva così al febbraio 1927, allorché viene indetto il primo referendum per “conoscere con precisione gusti e tendenze del vasto pubblico e sempre meglio accontentarlo”. Emerse un giudizio moderatamente positivo della programmazione, formulato da un pubblico non sempre giovane, di cultura medio- bassa e scarsamente politicizzato.

VERSO UNA RADIO DI MASSA

Questa scarsa ricettività degli ascoltatori verso trasmissioni marcatamente politiche non venne modificata nemmeno dal sorgere di nuove organizzazioni di massa quali l’Opera nazionale balilla (Onb) e il Dopolavoro, che interagivano con l’Uri. È di questo periodo il fallimento dell’iniziativa “radio per le scuole”. I mass media erano chiamati, anche se in modo rudimentale, a stabilire un processo di identificazione di milioni di italiani con il loro capo. Tra gli intellettuali la radio suscitò reazioni assai diverse. Marinetti comprese subito quanto fosse congeniale il nuovo mezzo alla poetica futurista. Massimo Bontempelli al contrario era maggiormente suggestionato dalle possibilità del linguaggio cinematografico. Giovanni Gentile avvertì immediatamente le possibilità didattiche della comunicazione radiofonica. Negli anni venti la comunicazione culturale di massa era ancora legata a modelli più tradizionali come il romanzo d’appendice e a fenomeni di tipo interpersonale, come a esempio il rapporto tra il parroco e i suoi fedeli. Non stupisce quindi il divieto d’ascolto e di possesso degli apparecchi radio fatto dalla Chiesa ai sacerdoti e ai religiosi in genere (1927) né il monito contro i pericoli dell’industria culturale espresso da Pio XI (con l’enciclica Casti connubi) appena qualche mese prima dell’inaugurazione della stazione radio del Vaticano. Il modello che, invece, va prendendo corpo è esattamente quello contrario: un incentivo all’ascolto di massa, per ciò che riguarda il pubblico, e una gestione autoritaria dello strumento, per ciò che concerne l’apparato produttivo. Su questo processo, più che sull’insieme delle trasmissioni, volle farsi sentire l’influenza politica del regime.

3. LA PAROLA ELETTRICA nuove dimensioni industriali

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All’inizio del 1927 l’Uri non era in grado di continuare l’esercizio dell’attività sociale senza l’intervento di massicci finanziamenti. Dal gennaio del 1927 al gennaio del 1928, si definiscono le caratteristiche del nuovo sistema: potenziamento delle stazioni trasmittenti, creazione di un nuovo ente concessionario e istituzione di un Comitato superiore di vigilanza sulle radiodiffusioni (= creatura di Ciano; al suo interno hanno ruoli di assoluta rilevanza Benni, Cartoni e Polverelli). Il 15 gennaio 1928 la società concessionaria assume ufficialmente la denominazione di Ente italiano per le audizioni radiofoniche (Eiar). La radio italiana esce così dal periodo delle origini e comincia a imporsi all’opinione pubblica come mezzo di comunicazioni di massa. Tra il 1929 e il 1934 le vicende della proprietà dell’ente radiofonico si incrociano con quelle della Sip (Società idroelettrica Piemonte), che finirà per controllare il capitale azionario dell’Eiar. Oltre alla Sip facevano apertamente il loro ingresso nella radiofonia italiana anche la Fiat, o per meglio dire la holding Ifi, con Giovanni Agnelli e l’editore Arnoldo Mondadori. Il 30 giugno 1931, con atto notarile, la Sip entrò pure in possesso dell’intero pacchetto azionario della Sipra e avrebbe trovato in Giancarlo Vallauri il suo manager. Nel 1931 intanto, a Torino il Laboratorio di ricerche, da poco costituito, dette avvio alle prime esperienze nel campo della televisione. Con decreto legge 29 luglio 1933 veniva approvato lo statuto speciale dell’Eiar, passo storicamente e giuridicamente importante perché in esso si stabiliscono formalmente i limiti dell’esercizio della radiofonia. Il patrimonio immobiliare dell’Eiar invece, diverrà così consistente da condurre nel 1941 alla costituzione della Società immobiliare radiofonica italiana, che, insieme alla Sipra e alla Cetra (Compagnia per edizioni, teatro, registrazioni e affini), formeranno il gruppo radiofonico delle consociate Sip.

LA MACCHINA DELL’ATTENZIONE

La radio (“macchina dell’attenzione”) continuava a essere un genere di lusso, al pari dell’automobile. Basti pensare che mentre la Fiat lanciava la prima vettura autenticamente popolare, la “Balilla”, al prezzo di poco superiore alle 10.000 lire, la Marelli mise sul mercato un ricevitore commerciale, il Musagete, a quasi 3.000 lire. Per molto tempo ancora la “galena” fatta in casa rimarrà l’unico strumento di ascolto per i ceti popolari. Solo nel 1934 il presidente dell’Eiar Vallauri, avanzò una precisa richiesta al Gruppo costruttori apparecchi radio al fine di studiare concretamente la possibilità di mettere sul mercato un radioricevitore di tipo popolare. Nel maggio del 1937 fu messo finalmente in vendita, al prezzo di 430 lire (pagabili in 18 rate), il Radiobalilla, dal “bel nome augurale, espressivo e descrittivo”, scelto dallo stesso Mussolini. Nonostante questo e altri sforzi (vedi l’utilizzo dei Pionieri), all’inizio del 1934 gli abbonati erano poco più di 350 mila, una cifra ridicola rispetto al milione e mezzo di francesi, ai cinque milioni di tedeschi e ai quasi sei degli inglesi. Eravamo pari soltanto alla Polonia e all’Ungheria.

LA RADIO IN OGNI VILLAGGIO

Già nel 1929 si era creduto di individuare “la maggioranza degli ascoltatori” negli “abitatori delle campagne”, ma il vero problema restava quello di raggiungere questo vasto bacino di utenza nelle condizioni sociali ed economiche del momento. L’idea di usare la radio a scopi didattici, si ispirava a una caratterizzazione della stessa come servizio pubblico, contraddistinto tuttavia da un’ideologia totalitaria. Grazie ad Arturo Marescalchi e a Costanzo Ciano con legge 15 giugno 1933 n. 791, venne creato l’Ente radio rurale (Err) “al fine di contribuire all’elevazione morale e culturale delle popolazioni rurali”. All’ente era “affidata la vendita degli apparecchi radioriceventi e delle loro parti per le scuole e altri luoghi pubblici dei comuni rurali e frazioni rurali dei comuni”. Per le insistenti pressioni esercitate da Starace e da altri membri del Partito, nel novembre 1934 Mussolini decise di trasferire l’Err sotto il diretto controllo del segretario del Pnf. Da questo momento nei programmi radiorurali l’insegnamento di “cultura fascista” balzò al primo posto.

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Il vero limite di fondo dell’intera esperienza restava la difficoltà di procurarsi l’apparecchio ricevente, il “Radiorurale” (in seguito “Radiobalilla”). Ciò che rese fallace questo progetto pertanto, fu una grave mancanza di duttilità organizzativa e di spirito imprenditoriale

UNA VOLIERA DI VOCI E DI SUONI

A quasi dieci anni dal suo esordio (1924) la radio è diventata un mezzo fra i tanti, non è più un curioso ingombro tecnologico, ma elemento dello status symbol della famiglia che lo possiede, monumento domestico dal quale scaturisce l’immagine del mondo moderno, “voliera di voci e di suoni” entro cui si compendia l’idea stessa della civiltà di massa. La programmazione che emerge con caratteri più spiccati è quella di genere leggero: gli sketch di Vittorio De Sica, i motivi orecchiabili del Trio Lescano e le interpretazioni di Nunzio Filogamo, consolavano un ceto medio e popolare sul quale gravavano ancora le minacce della crisi economica. In quegli anni (1929-34) nasce anche il primo cabaret radiofonico sugli esempi tedesco-inglese. Riuscire a intrattenere e contemporaneamente far divertire il pubblico – dopo il carattere serio e un po’ noioso degli anni dell’esordio – è uno degli scopi maggiormente perseguiti dai programmisti dell’Eiar, anche se non sempre coronato da successo. (Risale a questo periodo il debutto di Cesare Zavattini con la famosa serie Parliamo tanto di me). Successo strepitoso ebbero i varietà Topolino al castello incantato e soprattutto I quattro moschettieri entrambi di Angelo Nizza e Riccardo Morbelli che insieme a Egidio Storaci e Riccardo Massucci, dettero vita dai microfoni di Radio Torino a uno dei fenomeni più clamorosi di tutta la storia della radio italiana. Una vera e propria follia nazionale, che raggiunse il suo acme nell’edizione del programma del 1936, alla quale fu abbinato un concorso a premi, sponsorizzato dalla Buitoni e dalla Perugina, basato sulla raccolta di figurine disegnate da Angelo Bioletto. Nemmeno le prime esperienze radiofoniche del grande Eduardo De Filippo ottennero un simile successo. La canzone italiana rappresentava allora il legante indispensabile di una programmazione tutta orientata su un target “casalingo” composto in maggioranza da un pubblico di bambini e di donne. Il pubblico femminile diventa addirittura l’interlocutore privilegiato della pubblicità radiofonica, sia come destinatario che come interprete. In Italia il “radioteatro” fa la sua comparsa soltanto cinque anni dopo la nascita del servizio regolare di radiodiffusione. La politica dell’educazione nazionale aveva ormai cominciato a intrecciarsi stabilmente con gli strumenti dell’industria culturale.

PAROLE ALLO STATO NASCENTE

Enzo Ferrieri così scriveva a proposito del saper parlare in radio: “Occorrono doti di cordiale comunicazione col pubblico, gradevole timbro di voce, accortezza di dare alle parole che si dicono, o, magari, quelle che si leggono, un tono così fresco, così vivo, direi, di parole allo stato nascente, che l’ascoltatore si illuda che tutto sia creato lì per lì, proprio per lui”. Nonostante l’iniziale ostilità, le autorità ecclesiastiche videro con favore la presenza di predicatori ai microfoni dell’Eiar (vedi il padre francescano Vittorino Facchinetti). Aumentava considerevolmente lo spazio concesso a una radio sempre più “parlata” anche se l’idea di una radio intesa come strumento di propaganda e di manipolazione dell’opinione pubblica non era lontana.

4. LA PAROLA AUTORITARIA i portavoce del regime

Nel periodo compreso fra il 1935 e lo scoppio della seconda guerra mondiale la radio possiede ormai il volto sicuro del mezzo di comunicazione di massa e assume nella società italiana quel ruolo decisamente politico che Mussolini aveva tardato a riconoscerle. Le iniziative prese dal regime per diffondere l’ascolto collettivo nei luoghi pubblici, dimostrano che si era attribuito al mezzo un “potere delegato” di amplificazione, e per ciò stesso di persuasione, che in realtà esso

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possedeva in misura contenuta. La nomina di Galeazzo Ciano a capo dell’ufficio stampa nell’agosto del 1933 fu il segno che Mussolini intendeva dare maggiore impulso a questo organismo e allargarne autorevolmente le attribuzioni e le competenze. Già nel 1934 Ciano realizzò un piccolo capolavoro di informazione controllata, mobilitando stampa, radio e cinema in occasione del primo incontro fra Mussolini e Hitler che si svolse a Venezia nel mese di giugno. Verso la fine dell’estate, con regio decreto 6 settembre 1934 n. 1434 l’ufficio stampa venne abolito e al suo posto fu istituito il sottosegretariato per la stampa e propaganda (in seguito elevato a Ministero per la stampa…) alle dirette dipendenze del Duce. Venne soppresso il Comitato di vigilanza e creata una Commissione composta di soli quattro membri per fissare le direttive artistiche dell’Eiar e la vigilanza sulla parte programmatica delle radiodiffusioni. Al Ministero delle comunicazioni rimanevano solo competenze di ordine tecnico. Alla fine del 1935 gli abbonati alle radioaudizioni erano oltre 500 mila. Complessivamente gli utenti dell’Eiar costituivano l’1,28% della popolazione italiana e quasi 6 famiglie su 100 avevano sottoscritto l’abbonamento.

LA RADIO IN DIRETTA

Spettò alla box, con l’incontro Bosisio – Jacovacci trasmesso da Milano nel 1928, inaugurare il primo collegamento in diretta. Da ricordare Nicolò Carosio definito come il miglior radiocronista sportivo. L’informazione è ormai il nuovo genere radiofonico che sta per decollare. Nel 1933 venne istituito il Centro radiofonico sperimentale, col compito di preparare radiotecnici specializzati e soddisfare così la crescente domanda di personale. La scuola fu progettata da Fulvio Palmieri e dai corsi diretti da Franco Cremascoli, uscirono ottimi professionisti come Vittorio Veltroni e Pia Moretti. Il “giornale radio” venne diffuso in tre edizioni quotidiane ad orari sfalsati a partire dal giugno 1930. Solo nel 1935, sotto la guida di Antonio Piccone Stella, nacquero le nuove edizioni delle ore 13.00 e delle 13.50. Da allora, nel segno inconfondibile delle voci di Guido Notari e Francesco Sormano, preceduto dal segnale orario, l’appuntamento del giornale radio comincia a scandire il tempo quotidiano di tutti gli italiani. Il “radiogiornale” invece, nascerà in seguito alla trasformazione subita dai semplici notiziari che non rispondevano più alle nuove esigenze di un’informazione ampia e generale sugli avvenimenti della vita nazionale e internazionale. Di qui nacquero, con scopi chiaramente propagandistici, le Cronache del Regime; una delle realizzazioni più efficaci dell’informazione radiofonica durante il fascismo e, insieme, una rubrica di largo consenso popolare, frutto dell’intelligenza politica di Galeazzo Ciano e dell’esperienza giornalistica di Roberto Forges Davanzati. Bersaglio di questi commenti radiofonici era la politica societaria e l’influenza inglese a Ginevra. Screditare agli occhi dei radioascoltatori italiani l’organismo internazionale significava accreditare il diritto dell’Italia fascista a regolare da sola i propri conti nella politica europea. Nel novembre del ’39 intanto, il Gruppo costruttori apparecchi radio mise a punto una piccola supereterodina a tre valvole “capace di ricevere molte stazioni estere”. Battezzata Radio Roma, era certamente un buon prodotto ma la sua vendita non fu sufficientemente reclamizzata, preferendo sempre e comunque smerciare apparecchi più costosi che consentivano maggiori ricavi.

PARLA ROMA!

Prato Smeraldo: stazione radio introdotta per trasmettere i programmi dell’Eiar alle Colonie dell’Africa orientale e per le comunità italiane residenti nel Nord America. Radio Verdad (Radio Verità): aveva una duplice funzione, da un lato essa agiva come disturbo delle emittenti della Spagna repubblicana, dall’altro svolgeva un’azione di propaganda nelle file rosse. Nei primi dieci anni del governo Mussolini la migliore propaganda del regime era stato il regime stesso e, paradossalmente, quando questo ebbe la possibilità di disporre degli ingenti mezzi forniti dalla tecnologia, la sua credibilità era ormai in declino (causa l’aggressione all’Etiopia “1935”, la partecipazione alla guerra di Spagna, l’antisemitismo, la dichiarazione di guerra alla Francia e

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all’Inghilterra “1940” etc) e le soluzioni di propaganda adottate si rivelarono sterili, sia perché ormai inutili, sia perché disorganizzate.

5. LA FOLLA DOMESTICA tra spettacolo e propaganda

Nel triennio 1936-39, segnato dallo stile di Achille Starace, la formula mussoliniana “andare verso il popolo” si traduce, in Italia, nel disegno di perfezionare in maniera definitiva gli strumenti del totalitarismo, utilizzando tutti i mezzi d’informazione possibili. L’azione più vistosa fu la trasformazione, nel maggio del 1937, del Ministero per la stampa e la propaganda in Ministero per

la cultura popolare. In questo periodo le ore di trasmissione erano pari a 96.311 e il genere più ascoltato era la musica leggera, che rappresentava più di un quinto dell’intera programmazione. Alle masse lavoratrici invece, venne dedicato il programma Dieci minuti del lavoratore, trasmesso a partire dal 1937 e ben presto sostituito da Radio Sociale. Il giornale radio dell’Italia fascista, era uno dei migliori esempi al mondo di informazione radiofonica, nonostante il controllo politico. Sono gli anni in cui comincia a circolare lo slogan “lo ha detto la radio” come sinonimo di massima attendibilità. “Brevi, banali ed esatte” secondo la definizione di Franco Cremascoli, dovevano essere le notizie in esso contenute. – Leggi antisemite del 17 novembre 1938 –

TAMBURI LONTANI

Col passare degli anni il regime divenne l’arbitro della partecipazione dei cittadini alla vita nazionale non solo attraverso il controllo rigoroso delle fonti ufficiali d’informazione, ma anche mediante la repressione delle fonti non ufficiali. Non a caso, il fondatore di Giustizia e Libertà, Carlo Rosselli, tentava di combattere il fascismo proprio utilizzando emittenti clandestine. Fu con l’inizio della guerra civile spagnola, che l’antifascismo fece sentire la sua prima voce alla radio. (Ricordare la comunista Radio Milano, situata in territorio spagnolo). Due i capisaldi di questa radiopropaganda: smascherare le ripetute falsità del nemico; denunciare i crimini e le atrocità screditando moralmente l’avversario.

ANATOMIA DEL PUBBLICO

Nel novembre del 1939 l’Eiar indice un referendum (il migliore mai fatto sia in Italia che all’estero) per scandagliare i gusti del pubblico. Non fu solo però uno strumento di controllo censorio, ma soprattutto il primo segnale di consapevolezza, nella storia della radio italiana, che il pubblico è qualcosa di molto complesso e non può essere limitato al numero di abbonamenti; che l’ascolto implica una quantità elevata di variabili sociali, economiche, culturali; che la sua diffusione è, infine, un problema di gestione culturale del mezzo e non solo di imposizione autoritaria. Nel periodo compreso tra il novembre del 1939 e il gennaio del 1940, risposero più di 900 mila abbonati: il 75% dell’intera utenza radiofonica che, in quella fase, poteva essere calcolata in circa 6 milioni di ascoltatori. Esiti: emerge una funzione in qualche modo livellatrice della radio che, come in seguito la tv, era da considerarsi elemento unificante della grande folla domestica degli ascoltatori.

SOTTO LE BOMBE

Dopo il 10 giugno 1940 l’Eiar mette in onda un nuovo genere radiofonico: la guerra. Dal 23 giugno tutte le trasmissioni vengono unificate e i programmi si concentrano su tre obiettivi fondamentali: l’informazione e i commenti; l’intrattenimento; la propaganda per l’interno e per l’estero. In ogni caso la caratterizzazione militare della radio appare fortissima. Aumentate da sei a otto le edizioni

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quotidiane, il giornale radio trasmetteva ogni giorno alle 13 il bollettino del quartier generale delle Forze Armate. I commentatori dell’Eiar si limitavano ad affermare anziché convincere, a esprimere opinioni anziché fatti, a esaltare anziché discutere, a vilipendere anziché criticare. Di quello stile sgangherato e violento che imperversò alla radio italiana fra il 1940 e il 1942, l’interprete senza dubbio più adulato e più calunniato, adatto per ogni uso quando ciò fece comodo al regime, scacciato quando i suoi urli patriottici cominciarono a fruttare solo critiche e dissensi, fu Mario Appelius. Il 20 febbraio 1943 Appelius venne liquidato e sostituito da Salvatore Aponte. Dal 10 aprile sempre del 1943 scomparvero anche gli stessi Commenti, come genere di giornalismo radiofonico. La guerra come genere radiofonico, infatti, ebbe la sua massima punta di efficacia, ancora una volta, nel modello giornalistico più sperimentato di quegli anni: la radiocronaca (=anticipazione del “neorealismo” radiofonico). Nel 1942, anno cruciale della guerra, la radio appare più viva che mai nei suoi generi di intrattenimento. Le trasmissioni di prosa sono un tipo di spettacolo che non conosce soste; così la musica lirica e quella sinfonica. Intanto fa le sue prime prove Federico Fellini. L’Eiar aveva proprio in quegli anni ampliato tutta la sua rete trasmittente, con forti investimenti che avevano inciso non poco sul bilancio di esercizio contraendone gli utili. Inoltre, dai vertici del sistema della radiofonia italiana scomparivano alcuni personaggi storici, Luigi Solari dalla vice presidenza dell’Eiar e Giuseppe Pession dalla carica di ispettore per la radiodiffusione, sostituito nel 1943 da Amedeo Tosti.

6. VOCI IN GUERRA l’arma radiofonica

Radio Londra: la più celebre emittente in mano agli Alleati; aveva il pregio di rivolgersi a un pubblico indifferenziato. Radio Roma: quasi il corrispettivo inglese in mano ai fascisti, ma meno capillare nella sua diffusione. Nella fase più acuta del conflitto, i criteri di valutazione della credibilità delle emittenti dei paesi in guerra, rispetto al decennio precedente, cambiano radicalmente. Durante gli anni trenta la radio fa politica estera; ora la radio combatte una lotta senza esclusioni di colpi, una vera e propria “guerra delle onde” che affianca quella combattuta con le armi. Radio Bari: servì per parlare ai paesi arabi il linguaggio della propaganda politica anche se con scarsi risultati. Psychological Warfare Branch (PWB): organizzazione del Governo militare anglo-americano, durante la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, che aveva il compito di pilotare il ritorno della libertà di stampa. Attua una sorta di controllo e supervisione sul flusso delle informazioni e rilascia le autorizzazioni per stampare i giornali. Ispettorato per la radio diffusione: aveva il compito di coordinare le iniziative della propaganda radiofonica italiana e germanica, compito assai delicato. La partita delle parole fu giocata soprattutto sulle bugie sempre meno sostenibili della radio italiana e sulle verità sempre più ascoltate delle radio nemiche.

L’ASCOLTO NEGATO

L’abitudine a sintonizzarsi su queste stazioni si intensifica nell’inverno del 1941, quando, dopo le sconfitte in Grecia e in Libia, si manifesta la prima ondata di sfiducia nella politica bellica del fascismo. Andava crescendo la popolarità di Radio Mosca, la sezione italiana che adoperava nel quadro delle attività radiofoniche dell’internazionale comunista. (Ricordare la figura di Palmiro Togliatti). In breve, tra il 1941 e il 1943, l’ascolto delle emittenti sovietiche è ormai, tra paure e sospetti di essere scoperti, abbastanza diffuso in ambiti limitati della popolazione italiana. La prima disposizione del capo della Polizia Carmine Senise in materia di radiodiffusioni dall’estero, che costituiscono fonte di notizie disfattiste, è del 3 aprile 1941.

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La voce di Londra (Stevens e Calosso), a dispetto degli arresti e delle azioni di disturbo messe in atto dal Ministero dell’Interno e dall’ufficio radio, arrivava ormai in ogni casa. Nel periodo bellico, nessun paese più dell’Inghilterra riuscì a servirsi con altrettanta efficacia del mezzo radiofonico, intorno al quale la BBC costruì un’organizzazione perfetta in grado di parlare in tutte le lingue del mondo grazie al Foreign Office. Il 25 luglio del 1942 dai microfoni della NBC cominciò a farsi udire ogni domenica la voce del sindaco di New York, Fiorello La Guardia, il cui esordio fu di estrema violenza: “Il cagnolino Mussolini dovrà pagare per i suoi atti criminali ed i suoi peccati, come dovranno espiare il porco Hitler e il sorcio Hirohito”. L’Italia per lui contava molto. Radio Vaticana invece, si tenne sempre su un piano di stretta difesa degli interessi della Santa Sede in obbedienza all’atteggiamento di grande cautela manifestato da Pio XII nei confronti del nazismo.

IL DECLINO DELL’EIAR

In coincidenza con lo sbarco alleato in Sicilia (10 luglio 1943) il declino dell’Eiar sembra inarrestabile. Come è noto, gli italiani appresero dalla voce di Giovan Battista Arista l’annuncio della caduta del fascismo e dell’incarico a Pietro Badoglio di formare il nuovo governo, alle direttive del quale l’Eiar si conformò immediatamente. Raoul Chiodelli, il direttore generale rimasto al suo posto, e il nuovo ispettore per la radiodiffusione stabilirono nuove regole per l’informazione radiofonica. Durante i “quarantacinque giorni” le trasmissioni erano ispirate alla massima cautela. Segno di un primo cambiamento furono i contatti fra l’Eiar e il governo per l’introduzione di alcune riforme relative al Comitato di vigilanza, ma soprattutto l’invito a parlare alla radio rivolto a personalità antifasciste, da Bonomi, a Buozzi, a De Ruggiero. L’8 settembre 1943 gli italiani ascoltarono da Radio Londra la notizia della firma dell’armistizio: alle 19.45 la radio italiana trasmise l’annuncio dato personalmente da Badoglio. Subito dopo la trasmissione, Chiodelli ordinò a tutte le sedi dell’Eiar di collaborare con gli Alleati e disattivare gli impianti nel caso fossero occupati dai tedeschi. Da quel momento, per due giorni interi, la radio tace. Tutte le sue stazioni cessano di trasmettere. Fino alla sera del 10 settembre – quando i nazisti, in base all’accordo su Roma “città aperta”, occupano il palazzo di via Asiago – chi accende la radio, con una fame di notizie facilmente immaginabile, sente aumentare lo smarrimento. Rarissime sono le informazioni messe in onda a distanza di molte ore nelle forme di brevi, impersonali comunicati, “reticenti e fuorvianti”. L’Eiar si avvia lentamente alla sua fine. In quel periodo Giorgio Almirante fu nominato capo di gabinetto del Ministero della cultura popolare.

AMERICANI E INGLESI A RADIO BARI

Sul finire della guerra si scopriva l’importanza dell’intermediario – l’opinionleader – fra i mass media e il loro pubblico. Radio Bari intanto era ormai un organo del quartier generale alleato di Algeri, tanto da essere bollata dalle emittenti fasciste con l’appellativo di “radio vergogna”. Nonostante avesse il carattere di un’istituzione militare, obbediente alle direttive alleate, Radio Bari fu la prima voce sonora della democrazia italiana. Radio Bari parlava all’opinione pubblica meridionale e ai partigiani, Radio Londra parlava agli organi governativi e alla classe dirigente. La vita nel Regno del Sud stava già assumendo tutti i caratteri dell’occupazione alleata: crisi degli alloggi, prostituzione, traffico d’armi e di sigarette, “sciuscià”. L’austerità della gente del Mezzogiorno sembrava dissolversi sotto l’ondata di consumismo che gli angloamericani si portavano dietro.

L’ITALIA COMBATTE!

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Al di fuori del Regno la guerra continuava duramente. Stava nascendo la resistenza ai tedeschi e la lotta per bande. Nacque così Italia combatte. Si trattava di un servizio (radio) con obiettivi esclusivamente militari. In quel periodo Alberto Moravia ed Elsa Morante erano a Radio Napoli.

RITORNO ALLA NORMALITA’

All’ironia cinica di Leo Longanesi e all’arguzia intelligente di Mario Soldati si deve la prima trasmissione di satira politica nell’Italia libera, Stella Bianca, anche se non mancano programmi in cui compaiono spunti che preannunciano il fenomeno del qualunquismo. Tra poco, con la liberazione dell’Italia e con la fine della guerra mondiale, le necessità della ricostruzione di tutti gli apparati produttivi diventeranno prevalenti sulle spinte di rinnovamento, che in qualche caso non erano lontane da veri e propri tentativi di sovversione.

7. DAGLI ALLEATI ALLA DEMOCRAZIA l’emergenza postbellica

Ha scritto Marshall McLuhan che ogni guerra tende ad essere combattuta con tecnologie sempre più moderne; e questo vale anche per le tecnologie della comunicazione. La seconda guerra mondiale non solo ha prodotto grandi innovazioni in tutto il mondo nel campo dei media ma ha contribuito ad accelerare la diffusione di massa di quelle forme della comunicazione, come la stampa e la radio, che in precedenza interessavano fasce di pubblico ancora limitate. Anche in Italia, con la seconda guerra mondiale, si sono determinate le condizioni per un profondo cambiamento nell’uso sociale dei grandi media; in primo luogo la radio, che ha visto sviluppate le tipologie del suo consumo e ristrutturate le dimensioni della sua sfera produttiva. Riunificare quanto restava dell’Eiar, scoraggiando tutte le dispersioni e le richieste di autonomia, ancorché proclamate in nome della libertà conquistata, fu la prima preoccupazione dei nuovi governi democratici. Il mezzo di comunicazione, che nel Ventennio fascista era stato concepito come puro strumento di regime, assumeva adesso il suo vero carattere, istituzionale, di servizio reso alla comunità nazionale. Il 26 ottobre del 1944, sotto il governo Bonomi, la società di radiodiffusione assume la nuova denominazione di Radio Audizioni Italia (Rai). Il consiglio di amministrazione, poi, nominò direttore generale Armando Rossini, un avvocato romano amico del conte Sforza. Commissario straordinario era invece Luigi Rusca. Subito dopo la liberazione La voce dei partiti fu il primo tentativo di informazione politica alla radio, anche se palesava numerosi difetti. Il bilancio del 1944 aveva presentato una perdita di esercizio di 23.679.000 lire, superando di un terzo la consistenza del capitale sociale. Nei primi mesi della ricostruzione i bilanci della Rai, come quelli di tutte le aziende, furono travolti dall’inflazione. Tuttavia, tra impianti e immobili funzionanti, crediti a vario titolo derivanti dagli eventi bellici, l’azienda presentava problemi di bilancio non insolubili. La riunificazione della rete nazionale, con i collegamenti paralleli di due programmi completi, avvenne il 3 novembre 1946: la radio italiana si era definitivamente riscattata dalle rovine della guerra (tutto questo avvenne durante la presidenza Rai di Spataro). Le due reti (Nord e CentroSud – rispettivamente rete Azzurra e rete Rossa), conservano all’inizio una diversa potenzialità di ascolto e offrono programmi complementari sull’intero arco dei generi. Ogni stazione si riserva inoltre uno spazio di programmazione regionale.

LE PRIME QUESTIONI ISTITUZIONALI

Con la creazione della Commissione parlamentare di vigilanza (1947) si voleva, nelle intenzioni, conferire al parlamento un ruolo di imparziale mediatore. Essa avrebbe dovuto esercitare “l’alta vigilanza per assicurare l’indipendenza politica e l’obiettività informativa delle radiodiffusioni”. In realtà aveva “le mani” legate, perché l’effettivo controllo della Rai era detenuto dall’allora partito di

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maggioranza (Dc). Tuttavia alla radio italiana vennero assicurate stabilità e sviluppo, nell’interesse di tutta la comunità nazionale.

NASCE UNA GRANDE AZIENDA

La perdita di bilancio della Rai nel 1947, contabilizzata in 633 milioni, poneva con estrema urgenza il problema del risanamento economico dell’azienda. A tal fine fu chiesto l’aumento del canone, inadeguato sia al costo del servizio sia al mutato valore della moneta, e che dal 1° gennaio 1948 salì a 2.450 lire. Sul piano delle risorse tecniche il periodo tra il 1949 e il 1952 può senz’altro considerarsi quello del potenziamento e del rilancio. Nuove attrezzature mobili di registrazione, fornite dagli americani in base al piano Erp, consentirono l’adozione delle trasmissioni differite. Furono infine rinnovati gli auditori e gli studi, potenziata la bassa frequenza, moltiplicati i cavi musicali. Importante fu il convegno di Capri del 1948, durante il quale nacque il Premio Italia. L’attività dell’azienda era ormai tesa verso obiettivi di grande importanza: il primo, e più immediato, consisteva nell’ampliare la programmazione fino a tre canali radiofonici fra loro distinti e complementari; il meno immediato, ma più impegnativo, era quello che fissava al 1° gennaio 1954 il decollo del servizio di televisione. Alla fine del 1951 vi erano in servizio 68 trasmettitori a Onde Medie (di cui 22 ripetitori) per una potenza complessiva di 1.116 Kw. MF: sta per modulazione di frequenza. Passo determinante nella trasformazione della Rai da media a grande azienda fu l’unificazione nel febbraio del 1948 delle due direzioni di rete (Torino e Roma) per opera del direttore generale Salvino Sernesi. Vi furono poi, moltissimi contenziosi di carattere salariale sollevati dal personale Rai. Per questo si registrarono varie trattative fra la Rai, l’Agis (Associazione generale italiana spettacolo) e la Fils (Federazione italiana lavoratori dello spettacolo). Nel 1947 la spesa per il personale, con un altissimo tasso di incidenza sull’intero bilancio, ammontava, infatti, a 1.943.000.000 di lire, pari all’85,9% delle entrate. L’intero problema del rapporto fra l’azienda e i lavoratori fu affrontato nei primi mesi del 1948 con la stipulazione del primo organico contratto collettivo per il personale impiegatizio, tecnico e operaio della Rai; nei mesi successivi si provvide alla stipula dei contratti collettivi relativi ai professori d’orchestra, attori e coristi, come pure a quello per maestri e registi con rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Ma bisognerà attendere il 1953 per vedere riconosciuta all’azienda l’esclusiva proprietà delle registrazioni e sancita una definitiva regolamentazione del diritto d’autore. L’organico dell’azienda, dal totale di 2.805 unità nel 1947, attraverso un costante incremento dei quadri per effetto dello sviluppo dei settori programmi e di quelli di “supporto”, raggiunse al 31 dicembre 1953 le 4.076 unità.

8. RADIO ITALIANA il ruolo della chiesa

La Chiesa aveva guardato, fin dal loro nascere, a tutte le tecniche della comunicazione di massa “con materna ansia e vigilante sollecitudine”. Senza eccedere nel sospetto verso la modernizzazione tecnologica dei mezzi d’informazione e diffusione culturale, la Chiesa cerca invece di impadronirsene, di conoscerli, ma anche di svuotarne il potenziale significato progressivo o adeguarlo alla sua visione pastorale. Padre Riccardo Lombardi: il “microfono di Dio”. Nei suoi veementi discorsi radiofonici c’era un’ansia di evangelizzazione corrispondente a una sincera volontà delle istituzioni ecclesiastiche di dettare, ai propri fedeli, norme di comportamento relative a tutti gli aspetti dell’esistenza.

DI NUOVO, PROPAGANDA

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La vittoria elettorale della Dc del 18 aprile 1948 determina il consolidamento definitivo del gruppo dirigente della Rai legato al partito cattolico. Le altre forze politiche laiche alleate della Dc continuano, dal canto loro, a sottovalutare l’importanza dei mezzi di comunicazione di massa. È l’inizio del centrismo. Frattanto nel Paese si verifica uno sviluppo neocapitalistico di stampo americano, che rappresenta il modello che la Dc e le organizzazioni cattoliche hanno alimentato e che i mezzi di comunicazione posti sotto il loro controllo si incaricano di conservare e sviluppare. Non tardarono le reazioni. Il 20 dicembre 1950 difatti, in un clima politico dominato dai settori più oltranzisti della Dc, un gruppo di deputati appartenenti ai più diversi schieramenti della Camera presentò la prima mozione nella storia della Rai contro la faziosità del suo giornale radio: “La Camera – era detto – afferma la necessità che il governo prenda i provvedimenti necessari affinché la radio italiana risponda alle esigenze della più stretta obiettività e imparzialità ponendo fine all’attuale indirizzo che fa della radio uno strumento di parte”.

IL DIBATTITO CONTINUA

Nel 1952 venne rinnovata la convenzione, che fu stipulata al di fuori di qualsiasi controllo parlamentare. Si è già accennato all’importanza di questa convenzione nei suoi aspetti tecnici e finanziari; dal punto di vista politico, essi costituivano altrettanti vantaggi per la concessionaria: si aumentavano le fonti di finanziamento, si accentuava il regime di monopolio, si riducevano al minimo i controlli formali sull’attività dell’azienda. Le nomine delle principali cariche – come ribadì la Presidenza del consiglio – divennero “di esclusiva competenza del governo”. L’approvazione della convenzione coronò definitivamente la santa alleanza tra l’Iri, la Dc e il vecchio gruppo di potere: quest’ultimo accettò perfino che venisse ridimensionato il ruolo della Sip, sentendosi abbastanza forte da porsi nei confronti dell’Iri come interlocutore protagonista. Il rinnovo era stato condotto in segreto dal nuovo presidente della Rai, Cristiano Ridomi. Un’ondata di scioperi e di proteste caratterizzò tutto l’autunno di quell’anno. Parlamentari, intellettuali, cittadini presentarono petizioni di condanna del comportamento della Rai. Nell’ottobre, su richiesta di un vasto movimento di opinione democratica, venne costituita l’Associazione radioabbonati e ascoltatori (Ara) per promuovere un’ampia azione di difesa dei diritti anche materiali (costo del canone, pubblicità ecc.) del pubblico di fronte agli interessi monopolistici dell’azienda.

TUTTO A ROMA

Oltre alle iniziative per la riduzione degli utenti abusivi, la rai sviluppò in quegli anni un’intensa campagna per reclutare nuovi abbonamenti. Questa propaganda venne impostata su tre direttive di fondo: stabilire un legame immediato con il pubblico (basterà ricordare le trasmissioni Il microfono è vostro, Botta e risposta, Radiosquadre), invitandolo a partecipare attivamente a manifestazioni radiofoniche di vasta attrattiva (concorsi a premio, referendum ecc.); promuovere l’interesse per la radio e per i suoi programmi, in special modo per quelli destinati a un largo ascolto; favorire e indirizzare l’apertura del mercato radio verso settori di pubblico con minore capacità di acquisto. In questo vasto programma di sviluppo dell’utenza vengono poste le premesse di un nuovo rapporto fra radio e pubblico, sia rispetto all’immediato dopoguerra, sia rispetto al periodo dell’Eiar: la radio punta ora decisamente al successo di un numero sempre maggiore di programmi, si intensificano le rubriche di intrattenimento, si gettano cioè le basi di quella tendenza che molti anni dopo verrà chiamata di “massimizzazione dell’ascolto”. Difatti, l’incremento netto, che nel 1947 era stato di 156 mila unità, nel 1953 fu di oltre 572 mila. Nello stesso periodo il numero degli abbonati passò da1.976.118 a 4.800.170, con un aumento del 243%. Alla fine del 1953 la posizione dell’Italia in campo europeo, relativamente alla densità radiofonica, era radicalmente cambiata, anche se la distanza rispetto alle altre nazioni si manteneva ancora piuttosto forte. Tra il 1948 e il 1952 possiamo, quindi, collocare il vero “decollo” dell’azienda, allorché la situazione economica e finanziaria della Rai si va gradualmente consolidando, raggiungendo anche margini attivi di bilancio. Motivi di questo rafforzamento furono l’incremento degli abbonamenti, il consolidamento

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finanziario ottenuto con l’incorporazione di società immobiliari che gestivano beni d’uso dell’azienda, l’aumento del canone, oltre a quello della tassa sui materiali che veniva percepita dalla Rai. Il 26 gennaio 1952 veniva rinnovata all’azienda Rai la concessione delle trasmissioni circolari, comprese quelle tv, per altri venti anni. La Rai è intanto, interamente, nelle mani dell’Iri.

CARI AMICI VICINI E LONTANI!

La sera del 29 gennaio 1951 frattanto, nasce il Festival di Sanremo: presenta Nunzio Filogamo e vince Nilla Pizzi con Grazie dei fior…. Il rapporto con la società si definisce in modo significativo, fino all’avvento della tv, anche in quelle trasmissioni che, in vario modo, si aprono a iniziative di solidarietà. Una delle occasioni straordinarie in cui il coordinamento tecnico e professionale dei giornalisti radiofonici si è coniugato con una funzione di stimolo alla solidarietà collettiva fu l’emergenza per l’alluvione del Polesine nel novembre del 1951. Con la riforma del 1951 invece, anche il giornalismo radiofonico venne potenziato. Nacque nel dicembre il nuovo giornale radio del secondo programma, Radiosera, concepito nello stile di un magazine, con una durata di mezz’ora – dalle 20.00 alle 20.30 – animato da una grande ricchezza di notizie, da un’impaginazione più agile, da una concezione più moderna del mezzo. L’alto livello professionale della radio italiana, durante l’intero decennio degli anni cinquanta, si manifestò non solo nelle edizioni del Gr, ma in un genere di informazione più meditata, spesso di rara efficacia linguistica, a volte addirittura di notevole bellezza estetica: il documentario (= “neorealismo radiofonico”). Di questo giornalismo, nel 1953, gli ascoltatori italiani conobbero un esempio straordinario con Notturno a Cnosso di Sergio Zavoli e Giovan Battista Angioletti, che ottenne il riconoscimento della stampa italiana al Prix Italia. Lo spettacolo di varietà non era da meno. Nel 1951 nasce Rosso e Nero, forse il programma leggero più famoso della radio del dopoguerra, con la regia di Riccardo Mantoni, presentato in un primo tempo da Mario Carotenuto e poi da Corrado. La gara di abilità, il gioco, la conquista dei premi in denaro – con il loro richiamo agli svaghi tipici delle feste popolari – vengono a poco a poco a costituire, insieme alle canzoni, la struttura portante dell’intrattenimento degli italiani. Si affermano programmi condotti da personaggi ben noti al pubblico: Nunzio Filogamo diventa il presentatore de Il microfono è vostro, gara tra dilettanti rimasta famosa soprattutto per il suo slogan: “Miei cari amici vicini e lontani, buonasera; buonasera ovunque voi siate!”. Ma il programma più popolare, in questo genere, fu senza dubbio Il Campanile d’oro, in cui si fronteggiavano – sotto l’egida di due città – singoli o gruppi di concorrenti provenienti da tutta Italia. Anche questa trasmissione – condotta da un giovanissimo Enzo Tortora – contribuisce, non meno di quanto si proponessero i programmi giornalistici, a far conoscere gli italiani agli italiani. Campanile d’oro diventa anzi il prototipo di un prodotto spettacolare tipicamente nazionale, la cui formula continuerà ad essere sfruttata in seguito. Un altro successo radiofonico, Il motivo in maschera condotto da Mike Bongiorno e basato su un indovinello musicale, sarà il modello de Il Musichiere, cavallo di battaglia televisivo di Mario Riva. A Jacopo Treves invece, si deve nel 1947 l’iniziativa del Manifesto della radio, un titolo programmatico sotto il quale venivano trasmesse opere radiofoniche – molte delle quali straniere – che avevano in qualche modo contribuito allo sviluppo di quelle ricerche sulla radio come mezzo artistico che erano state avviate negli anni venti e trenta dalle avanguardie storiche. Il dibattito animato attorno al Manifesto costituì una premessa fondamentale per l’istituzione del Premio Italia nel 1948 e del terzo programma nel 1950.

9. VEDERE A DISTANZA l’invasione delle immagini

La guerra era finita da appena sette anni e l’Occidente industrializzato stava cominciando ad assistere a uno dei più importanti “salti” tecnologici in tutta la storia dei media nel secolo ventesimo. La televisione, negli anni precedenti il conflitto mondiale, era ancora a uno stadio di

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tecnologia sperimentale e un mezzo a circolazione limitatissima, nonostante la Gran Bretagna avesse inaugurato il 2 novembre del 1936 il primo servizio televisivo regolare del mondo. Con la guerra, le esigenze belliche bloccarono dappertutto ogni ipotesi legata allo sfruttamento commerciale della trasmissione di immagini a distanza, ma al tempo stesso stimolarono la ricerca e l’innovazione nel settore elettronico ponendo le basi per il grande sviluppo futuro della televisione. (Sono gli anni del “miracolo” economico italiano). La diffusione del mezzo televisivo corrispose, in realtà, a una sorta di espropriazione della radio e la sua stessa sopravvivenza si avvalse di un compromesso. (= quello di fornire la televisione dei programmi che avevano sancito le sue fortune pur di vivere). Ma paradossalmente la televisione va tuttavia storicamente considerata una derivazione diretta della radio; è da questa che nasce infatti il mezzo più forte, sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista dei linguaggi e delle forme discorsive più frequentemente praticate. La radio non è stata cancellata dalla televisione, uscendo anzi a testa alta dalla crisi di sottomissione in cui sembrava averla gettata l’invadenza della “grande sorella”. Col tempo la radio ha dispiegato, in tutti i suoi generi, una strategia a tutto campo, fortemente vincente, seducendo di nuovo il suo pubblico, la sua capacità di attenzione, il suo rapporto con la parola.

PROVE TECNICHE DI TRASMISSIONE

Le ricerche teoriche sulla trasmissione a distanza delle immagini erano iniziate nel 1929 a Milano, su iniziativa di due ingegneri, Alessandro Banfi e Sergio Bertolotti, con la costituzione di un laboratorio sperimentale al quale la stampa e i periodici specializzati dedicarono subito numerosi servizi. In realtà, l’Italia si limitava in quegli anni a registrare scoperte fatte all’estero e ad applicarle su scala nazionale. Negli anni 1933 – 1934, con il passaggio dalla televisione meccanica a quella elettronica, l’evoluzione tecnologica avvicina il momento in cui sarà possibile un vero e proprio servizio di “radiovisione circolare”. Con la scoperta dell’iconoscopio di Zworykin, e con il passaggio dal sistema elettrico a quello elettronico, il progetto di una televisione pubblica comincia a fondarsi su più solide basi. Aprile 1933: I Conferenza internazionale per lo studio della televisione. 22 luglio 1939: Entra in funzione il trasmettitore tv di Monte Mario a Roma. 9 settembre 1952: Da Milano viene trasmesso il primo telegiornale della televisione italiana. (Periodo di Nino Manfredi, Raffaele Pisu ed Elio Pandolfi). 1° gennaio 1954: Giorno inaugurale del servizio televisivo italiano. La rete serviva un’area di circa 80.000 kmq con più di 20 milioni di abitanti, pari al 43% del totale della popolazione nazionale. In pochi mesi venne realizzata una rete televisiva all’altezza delle maggiori esistenti in Europa. Nel corso del 1954 la rete venne estesa a tutto il Centro del paese; nel 1955 toccò la Campania e l’anno successivo raggiunse la punta meridionale della Calabria e poco dopo anche la Sicilia.

L’APPARATO FORMA IL SUO PUBBLICO

Il 10 aprile 1954 la Rai, pur mantenendo la stessa sigla, cambia ufficialmente denominazione: Radiotelevisione Italiana al posto di Radio Audizioni Italia. Funzione economica e funzione politico-culturale si integrano nella nascente industria televisiva e la collocano sempre più al centro del processo di trasformazione del paese. Dal punto di vista dell’utenza privata, alla fine del 1954 la tv conta poco più di 88.118 abbonati, ma nel corso del 1955 tale numero si raddoppia; al termine del 1956 il numero degli utenti privati raggiunge i 306 mila abbonamenti; tra il 1956 e il 1957 le utenze salgono fino a 600 mila. In questo periodo si assiste al fenomeno della tv nei bar e nei locali pubblici, fenomeno che contribuisce ad allargare in modo elevato gli spettatori dei singoli spettacoli televisivi: tra il 1954 e il 1957 questi abbonamenti passano infatti da 16 mila a 78 mila e tale sviluppo spiega, in buona parte, come la frequenza d’ascolto fosse estremamente più alta delle singole teleutenze.

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VECCHI E NUOVI CONSUMI CULTURALI

Era inevitabile che la televisione finisse per comprimere lo spazio di altri settori dell’industria culturale. Il primo a risentire della crisi è il teatro. Paradossalmente invece, nel 1954, il consumo di cinema attraversa la sua “età dell’oro”. Nel momento in cui la tv entra nell’area del tempo libero lo spettacolo cinematografico occupa cioè un posto di primo piano fra i consumi di questo tipo: i 93 miliardi riservati dagli italiani al cinema costituiscono infatti il 78% della spesa destinata ai divertimenti. Di lì a breve però, le cose sarebbero cambiate in maniera sensibile.

PULPITO E CATTEDRA

Filiberto Guala: Primo grande manager dell’azienda di radiotelevisione (Amministratore delegato Rai). Nel suo progetto c’era già tutta la concezione pedagogica sulla quale verrà basata la programmazione televisiva per almeno un quindicennio; c’era l’idea di un educatore collettivo – pulpito e cattedra, come fu detto – profondamente radicato nell’identità moderata, cattolica, sentimentale della maggioranza degli italiani, così come essa ebbe ad esprimersi, in un decennio eccessivamente condannato. Egli introdusse inoltre, il “codice di autodisciplina” a uso degli addetti alla programmazione televisiva.

10. IL MAGICO OCCHIO LUMINOSO moderno e antimoderno

Moravia si scagliò contro la “sotto Italia”. Giorgio Bocca paventava una sterile omologazione di tutte le culture regionali. Paolo Monelli metteva in guardia dai pericoli della televisione. Pasolini, in modo più profondo e angoscioso, si sarebbe interrogato sulle trasformazioni di un mondo che aveva visto la scomparsa delle lucciole. Colpendo la televisione si volevano colpire i modelli del capitalismo consumistico, il mito del profitto, i simboli di una società in evoluzione. Per gli intellettuali, soprattutto per quelli schierati e “ingaggiati” nei partiti della sinistra socialcomunista, la televisione minacciava l’egemonia di un magistero esercitato in quasi tutti i settori tradizionali della cultura.

IL “MIRACOLO” E IL SUO SCHERMO

Quando Marcello Rodinò divenne amministratore delegato Rai al posto del dimissionario Filiberto Guala, Antonio Segni era alla Presidenza del consiglio e Giovanni Gronchi al Quirinale. La Rai visse per nove anni, durante il periodo da lui governato, la stagione migliore di tutta la sua storia. Era il primo segno di una virata laica, se così si può dire, nel controllo del mezzo radiotelevisivo,

nonostante fosse evidente il perdurare di una estrema sensibilità della Chiesa per le comunicazioni di massa. Con la ristrutturazione operata da Rodinò la Rai assunse quella fisionomia aziendale tecnica e culturale che la distinguerà per tutti gli anni sessanta. 19 dicembre 1957: Viene inaugurato il nuovo Centro di produzione tv di via Teulada a Roma. La società italiana si avviava a realizzare il suo “miracolo”. Se nel 1958 solo il 12% delle famiglie possedeva un televisore, con il 1965 la percentuale sale al 49. In quattro anni gli abbonati alla televisione avevano superato il milione. In un decennio, coloro che possedevano un frigorifero passarono dal 13 al 55% e quelli che avevano la lavatrice dal 3 al 23%. Tra il 1950 e il 1964 le automobili private passarono da 342.000 a 4.670.000 e i motocicli da 700.000 a 4.300.000. Questo modello di sviluppo vertiginoso era carente sul piano dei valori collettivi. Al benessere non corrisposero l’elevazione del senso civico, l’incremento dei servizi pubblici, la crescita politica e sociale di una comunità nazionale. Il “miracolo” si rivelò un fenomeno squisitamente privato e la televisione fu, di questa tendenza, il massimo rilevatore.

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Anica: Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive. Le 3 reti radiofoniche e successivamente televisive Rai erano così ripartite: la 1° rete (nazionale) informava, la 2° divertiva e la 3° educava. Come si vede, le 3 diverse specificità sono tuttora presenti nella programmazione Rai. Servizio opinioni: sonda i gusti degli italiani.

GLI ANNI DEL “SACCHEGGIO”

La popolarità crescente del nuovo mezzo di comunicazione è dimostrata anche da quella delle sue annunciatrici: Nicoletta Orsomando a Roma, Maria Teresa Ruta a Torino e Fulvia Colombo a Milano. Le signorine “buonasera” devono essere ovviamente molto belle, ma riservate, non aggressive e non sexy. Grande signorilità, assenza di trucco, sorriso discreto: è l’immagine della donna in tv, che non deve turbare gli italiani, che deve suggerire l’idea di una moglie non quella di un’amante. (Periodo di Padre Mariano con Sguardi sul mondo). Dal 1995 l’attore Giorgio Albertazzi conclude la serata televisiva con il suo Appuntamento con la novella. Il volto e la voce, le mani che sfogliano un libro colpiscono la fantasia del pubblico femminile più giovane: è il primo caso di divismo televisivo, subito seguito da quello di Vittorio Gassman interprete della riduzione del romanzo di Dumas, Kean, e successivamente protagonista della serie Il Mattatore di Federico Zardi. Questo programma anticipa alcune tipologie future dell’impianto spettacolare elettronico: il programma a contenitore, la contaminazione di più mezzi espressivi, la parodia, l’incursione in territori riservati ad altri media. Da ricordare anche: il regista Anton Giulio Majano, protagonista del teleromanzo all’italiana, finalmente autonomo e L’amico degli animali con Angelo Lombardi, decisamente formativo nonostante fosse condotto nelle forme dell’intrattenimento leggero. La tv dei ragazzi invece, comincia ad essere al centro delle indagini del Servizio opinioni; esse determinano, negli addetti alla programmazione, una grande sensibilità per i bisogni di questa utenza così delicata e particolare. L’espressione più riuscita di questa tendenza fu Lo Zecchino d’Oro, nato nel 1957 e trasmesso per anni dal Teatro dell’Antoniano di Bologna. Il primo esperimento di educazione per adulti fu invece Non è mai troppo tardi del 15 novembre 1960, nato in concomitanza con la campagna di alfabetizzazione delle aree depresse voluta dai governi dell’epoca. Si trattava di un vero e proprio corso di insegnamento della lingua italiana per analfabeti con trasmissioni trisettimanali, realizzato mediante l’installazione di 2.000 televisori collocati in altrettanti punti di ascolto sparsi in tutta Italia. (= Il maestro era Alberto Manzi, che fece prendere la licenza elementare a più di un milione di analfabeti).

MENTRE CRESCE LA TV, LA RADIO…

Se la televisione, dopo quattro anni dall’inizio ufficiale delle trasmissioni, farà registrare più di un milione di abbonamenti – un’impennata eccezionale se si considera che il dato risulta superiore a quello registrato contemporaneamente in Francia e appena inferiore a quello di Germania e Urss – la radio nel 1958 supera i 7 milioni di abbonamenti, distribuiti in 4 milioni al Nord, 1.500.000 al Centro e il restante 1.500.000 tra Sud e Isole. Nel confronto continuo fra i due mezzi, radio e tv, assume rilievo la tendenza del primo (la radio) a ritornare a un uso più ampio delle trasmissioni “dal vivo”. In generale, per quanto riguarda il decennio successivo all’inizio delle trasmissioni televisive, la prima reazione della radio sembra quella di “giocare in difesa”, puntando sul prestigio della propria tradizione e sfruttando anche qualche effetto di rimbalzo dai programmi tv. (Prende ufficialmente il via il servizio di Filodiffusione: è la radio diffusa attraverso una rete di telecomunicazioni il cui ultimo tratto, quello che raggiunge l’utente, utilizza il doppino telefonico con cui sono cablati gli edifici serviti dalla telefonia fissa).

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RITORNO A CASA

Surclassando la radio, l’esperienza “leggera” della televisione di quegli anni stabilisce prepotentemente l’egemonia del mezzo, che sconvolge le abitudini degli italiani, che risponde alla domanda assai viva del “fantasticare”. Autori e interpreti vengono ripresi direttamente dal grande serbatoio del teatro di rivista e varietà: su tutti Garinei e Giovannini. Poi, è l’incrocio fra il quiz e lo spettacolo leggero che agisce come straordinario moltiplicatore produttivo, contribuendo in maniera decisiva all’aumento del genere nel palinsesto della tv tradizionale. Appena tre anni dopo l’inizio di Lascia o raddoppia? nascono due programmi che segneranno il definitivo lancio di questo settore. Nel 1957 si assiste al successo di Un, due e tre che, dopo il suo esordio nel 1954 con Mario Carotenuto, verrà presentato da Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, e alla nascita del Musichiere condotto da Mario Riva. “Ritorno a casa” è la denominazione data alla fascia preserale: nella dimensione familistica la funzione antropologica della tv ha il merito di proporre il diverso, l’altro, il non ancora conosciuto, dà forma all’immaginario di tutti. Nessuno dei media esistenti ha la capacità di essere contemporaneamente più cose come la tv: informazione e spettacolo, produttore di opinioni e di immaginario, stabilizzatore del consenso e stimolo di novità. Ma, soprattutto, nessuno di essi ha la possibilità di raccordare la propria proposta culturale, ancorché limitata, tradizionale e moderata, con il messaggio pubblicitario, il Carosello, indiscusso protagonista della rivoluzione dei consumi. Dal 3 febbraio 1957, fino all’immotivata e improvvisa abolizione del programma dopo la riforma del 1975, la formula pubblicitaria televisiva del “racconto breve” – due minuti di spettacolo cui seguiva un rapido advertising – diventa un appuntamento di grandissimo richiamo popolare. Spettacolo nello spettacolo, televisione nella televisione, Carosello crea un vero e proprio star system di personaggi-divi, la cui vita privata non si esaurisce nella breve storia rappresentata ma continua fuori di essa.

GOOD MORNING AMERICA!

La televisione rappresentò il veicolo primario attraverso il quale la penetrazione statunitense si impose nel nuovo processo di socializzazione delle masse che l’Italia stava sperimentando, anche se l’America che, attraverso il video, entrò nelle case di tutti fu comunque riveduta e corretta da un preciso disegno di adattamento alla sensibilità, alla ricettività, alla mentalità italiane. Se è vero che molteplici furono i tentativi di copiare il modello americano, la televisione italiana si impose alla fine per i suoi caratteri di autentica originalità. L’amico del giaguaro a esempio, del 1961, porta alle

estreme conseguenze l’abitudine ormai invalsa di costruire intorno ai quiz un vero e proprio spettacolo di varietà, che vive per suo conto snaturando l’immediatezza e la concisione dei game shows americani cui si ispirava. (Il quiz risulta solo un pretesto per introdurre i numeri di Gino Bramieri e Raffaele Pisu). Da citare anche Campanile Sera, nato nel 1959, che rappresenta il più originale e illuminante ritratto antropologico dell’Italia della fine degli anni cinquanta: una gara collettiva fra comuni di differenti regioni, condotta da Mike Bongiorno. Canzonissima: il programma, che nasce nel 1956 alla radio con il titolo Le canzoni della fortuna, è il primo esempio di abbinamento fra una gara di canzonette e una lotteria gestita dallo Stato. Il nome Canzonissima compare solo nel 1958, con una nuova formula che prevede numeri di varietà, balletti, parodie; il programma è tenuto a battesimo da Delia Scala, Nino Manfredi e Paolo Panelli. Canzonissima è inoltre un vero e proprio trampolino di lancio per divi emergenti: Walter Chiari, Sandra Mondaini, Corrado, Raffaella Carrà, Loretta Goggi, Pippo Baudo. In una sola occasione – quella tanto contestata del 1962 – gli autori, Dario Fo e Franca Rame, ne furono anche gli interpreti. Dall’America arrivano invece ben presto altri prodotti: con le serie Perry Mason e Hitchcock l’amore per il poliziesco esplode irrefrenabile. Dal novembre del 1959 Giallo Club, presentato da Paolo Ferrari e Francesco Mulè, diventerà un grandissimo successo televisivo, conterà tre serie fino al 1961 e lancerà un personaggio celebre, il tenente Sheridan, ovvero Ubaldo Lay. La formula del “giallo-quiz” segna un’esperienza nuova nella vita dell’ente televisivo italiano, che, per la prima

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volta, passa dal ruolo di importatore di modelli americani a quello di produttore, in grado di offrire al pubblico uno spettacolo inedito. Il 13 luglio del 1960 intanto, la Corte costituzionale respinge due tentativi di concorrenza alla Rai (da parte delle società Tempo Tv e TVL = Televisione Libera), salva il monopolio di Stato ma sollecita il governo ad aprire le porte della Rai “a chi era interessato ad avvalersene per la diffusione del pensiero nei diversi modi del suo manifestarsi”. Iniziava frattanto la costruzione della nuova sede (Rai) della direzione generale di Roma in viale Mazzini.

11. RIBALTA ACCESA una fabbrica di consenso

Gli anni sessanta si aprono con un trauma: Genova, e poi Reggio Emilia, Palermo e Catania sono insorte contro il governo Tambroni e contro il tentativo di reazione politica del neofascismo che ha visto la mobilitazione delle piazze, delle fabbriche, degli intellettuali e di tutte le forze democratiche. È un grande momento di separazione, una cerniera importante che chiude un’epoca durata quindici anni. Il centrismo è ormai un’esperienza politica che, tra poco, verrà superata dal centro sinistra, con la partecipazione del Partito socialista al governo. Un esperimento pazientemente governato da Aldo Moro, divenuto segretario della Dc nel 1959. I mezzi d’informazione sono al centro di questa crisi di rinnovamento e ne registrano tutti i passaggi. (L’11 ottobre 1960 nacque Tribuna elettorale poi politica). Il decennio si apriva all’insegna di profondi cambiamenti, cui andò ad aggiungersi la grande rivoluzione rappresentata nel mondo cattolico dalla figura di un papa decisamente innovatore come Giovanni XXIII, che con il Concilio Vaticano II avrebbe avviato una radicale trasformazione della Chiesa. (Periodo di Fanfani e di Ettore Bernabei, direttore generale Rai, al quale spettava il compito di dover trasformare l’azienda in una grande fabbrica di consenso). Dopo quasi quarant’anni di ribalta, usciva di scena Antonio Piccone Stella (Francalancia) ed entrava Enzo Biagi. Il 4 novembre del 1961 veniva attivato il secondo programma (“Rai 2”).

NUOVI FATTORI DI CAMBIAMENTO

L’offerta televisiva non è più vissuta come fruizione occasionale di un singolo programma, ma tende a trasformarsi in abitudine di ascolto. Nasce il palinsesto classico della Rai monopolistica, caratterizzato da rigidità delle collocazioni e verticalità degli appuntamenti. Dal 1963, istituito un comitato per la programmazione, la politica del palinsesto divenne la filosofia di fondo dell’offerta televisiva della Rai di Bernabei. La costruzione della “serata” sul piccolo schermo faceva parte di una strategia di controllo dei contenuti e di dosaggio delle diverse collocazioni. Momento produttivo e offerta dei programmi si separano completamente. (Nascita delle registrazioni videomagnetiche). Va ricordato inoltre, che il 18 ottobre del 1961 era stata costituita la società Telespazio, con capitale ripartito fra la Rai e l’Italcable. Da quel momento la Rai conserverà per molti anni il monopolio delle trasmissioni via satellite sul territorio nazionale.

LA QUESTIONE DEL COLORE

Nel 1965 il parlamento aveva deciso di rinviare al 1970 l’introduzione della tv a colori in Italia. Dal 1962 era iniziata la sperimentazione. Il trasmettitore di Monte Mario a Roma aveva cominciato a irradiare i rimi segnali televisivi a colori secondo il sistema americano NTSC. Il servizio di televisione a colori verrà introdotto nel 1975; quindi, per quasi un decennio, un procedimento tecnologico ormai largamente disponibile, e profondamente innovativo, resta bloccato sul mercato italiano. UER: Unione Europea di Radiodiffusione.

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I PROGRAMMI CHE HANNO FATTO LA TV

Nel decennio 1960-70 la Rai si dedica alla creazione di un pubblico popolare il più possibile omogeneo. Un progetto favorito dalla dimensione sempre più familiare dell’ascolto e perseguito attraverso l’estensione della programmazione intorno a tre grandi aree tematiche: lo spettacolo leggero e di varietà, la musica leggera, e i programmi culturali e d’informazione. Nasce la Domenica sportiva. Nel gennaio del 1961 il decennio televisivo si apre sullo spettacolo delle gambe, senza calzamaglia, delle gemelle Alice ed Ellen Kessler. Costoro propongono un erotismo “freddo”, che non emoziona e non turba, quindi lecito, tutto assorbito dalla perfetta macchina scenografica di Giardino d’inverno, prima, e di Studio Uno, poi. Da Canzonissima “nasce” Mina. Il Festival di Sanremo diventa infine l’unico grande appuntamento in diretta della programmazione annuale del palinsesto televisivo. Sul piano artistico la storia del Festival è in primo luogo la storia dell’adattamento fra un evento, nato e concepito per la radio, e la ripresa televisiva; sul piano sociale essa è anche la storia di una progressiva unificazione del pubblico che vede rispecchiati i suoi gusti musicali. (Periodo di Pippo Baudo e Raffaella Carrà). Avventure della scienza, di Enrico Medi, fu la prima trasmissione tv ad aprire le porte dei laboratori scientifici. La lezione universitaria, chiara e precisa, è l’impianto comune di questa e altre trasmissioni tipo Orizzonti della scienza e della tecnica di Giulio Macchi. Nascita di una dittatura: grande capolavoro storiografico oltre che televisivo di Sergio Zavoli. 20 gennaio 1963 TV 7 di Enzo Biagi: nuova rubrica giornalistica in cui era già possibile scorgere i caratteri del moderno news magazine. Le rubriche Cordialmente e Zoom invece, erano state entrambe programmate con l’obiettivo di raccogliere intorno a temi di attualità sostanzialmente poco impegnativi il favore di un pubblico alla ricerca di nuovi modelli. La seconda ebbe il merito, tra gli altri, di rivelare il volto di Laura Antonelli. Ironicamente trasgressivo, ma in realtà ideato proprio per contribuire alla miglior conoscenza del paese, della vita nascosta e inespressa dei suoi abitanti, dei comportamenti banali e delle abitudini indotte, Specchio segreto di Nanni Loy vuol cogliere le reazioni più immediate di persone comuni attraverso una telecamera invisibile o camuffata. Il programma, ricalcato sul modello americano Candid Camera di Allen Funt, adotta lo scrupolo di avvertire coloro che vengono ripresi; non è

trasmesso in diretta, ma opportunamente montato e messo in onda con l’autorizzazione degli involontari protagonisti. Ancora una volta una intenzione educativa e, al tempo stesso spettacolare, che riesce a condensare in un’ora di programma, collocato nella fascia di prima serata del nazionale, la cosiddetta “ribalta accesa”, tutti i generi televisivi. Bisogna sottolineare che, dietro l’apparente trasgressione del cinéma vérité, la televisione di quegli anni adotta formule di grande originalità espressiva, il cui scopo non è mai puramente evasivo ma tende a conoscere, riconoscere, e possibilmente interpretare la realtà sociale e culturale dell’Italia e del mondo.

QUEL PICCOLO, QUASI INTIMO STRUMENTO…

La radio intanto, sembrava aver perduto molte delle sue qualità. I tempi cambiavano velocemente e la radio ne restava in qualche modo tagliata fuori. Era anche scomparso, o quasi, quel divismo radiofonico che si era imposto come il segno maggiore dell’autonomia e della vivacità della proposta espressiva del mezzo. Nella trasmissione La trottola, debutta Alighiero Noschese mentre Pippo Baudo si rivela con Il mondo del varietà, poi con Domenica insieme, che anticipa anche nel titolo il contenitore festivo dei tardi anni settanta, e infine con Caccia grossa, nel quale manifesta notevoli attitudini di intervistatore. Così Maurizio Costanzo, che nel suo Cabaret delle 22 del 1965 inaugura la gentile chiacchiera da salotto su usi e costumi dei suoi concittadini che in seguito lo renderà famoso. Sempre nello stesso anno nasce il popolarissimo Bandiera gialla di Gianni Boncompagni “severamente vietato ai maggiori di anni 18”, nel quale c’è già molto delle trasgressive impertinenze del futuro Alto gradimento. I nuovi appuntamenti sportivi della domenica, Tutto il calcio minuto per minuto e 90° minuto, con le voci di Nando Martellini, Paolo Valenti e del grande,

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indimenticabile Nicolò Carosio, caratterizzano ulteriormente il panorama di questa prima metà degli anni sessanta in cui, se la programmazione presenta un andamento sostanzialmente tradizionale, il complesso cambiamento nelle consuetudini dell’ascolto radiofonico appare già definito e avviato. Con l’avvento del transistor – e quindi con la rivoluzione delle dimensioni ed una migliore maneggevolezza dell’apparecchio – la radio accentua la propria peculiarità di mezzo di comunicazione individuale. La riforma della radiofonia promossa dal suo direttore, Leone Piccioni, nel 1966 non è una semplice operazione di cosmesi, ma un autentico rinnovamento di modelli, di palinsesti, di programmi. Di fatto, vengono ideate e prodotte trasmissioni destinate ad entrare nelle abitudini di ascolto di un pubblico che è, inscindibilmente, soprattutto spettatore televisivo. Gran varietà presentato da Johnny Dorelli. Da ricordare Radiosera. Dal 6 marzo del 1966 nell’etere italiano c’è una presenza nuova, frutto dell’intuizione di Noel Coutisson che aveva pensato e ottenuto la nascita di una stazione radiofonica dedicata al mercato italiano, anche se collocata in territorio estero. Già nell’ultimo scorcio degli anni sessanta, in pieno rivolgimento studentesco, la voglia di “chiacchiera” liberamente divagatoria appare anche nei canali della Rai, fino al momento in cui verrà magistralmente interpretata, nei suoi aspetti più corrosivi, dal fenomeno di Alto gradimento. Con Chiamate Roma 3131 invece, per la prima volta il telefono diventa strumento costitutivo, e non solo occasionale, di un programma radiofonico. Per mezzo del telefono la radio si apre ai suoi ascoltatori invertendo il senso di direzione del messaggio, spostando il centro di irradiazione e collocandolo qua e là, in una topografia densa di suggestioni per l’immaginario dell’ascoltatore. (Periodo di Carmelo Bene). Nel 1973 nasce la serie delle Interviste impossibili, che restano nella storia della radio un esperimento unico, per valore artistico e presa spettacolare, nei rapporti spesso scontrosi e diffidenti tra gli intellettuali italiani e la radiotelevisione pubblica.

LA CENTRALITA’ DELLA RAI

Nel novembre del 1966 davanti alla nuovissima sede di viale Mazzini, il palazzo di vetro progettato dall’architetto Berarducci, era stata inaugurata una statua dello scultore Messina raffigurante un cavallo di bronzo nell’atto di ergersi rampante. A molti quel significato apparve oscuro, anzi del tutto opposto, e l’interpretazione corrente rimase quella di un cavallo che non ce la fa ad alzarsi, che muore. Un simbolo ambiguo che finirà per compendiare il destino della Rai negli anni a venire, sempre in bilico fra centralità e marginalità. Il 25 giugno 1967, per la prima volta, un miliardo di telespettatori era stato raggiunto simultaneamente da suoni e da immagini attraverso la “Mondovisione”. La Rai partecipava, in rete Eurovisione e Intervisione, al primo collegamento diretto tv con cinque continenti, realizzato con l’impiego di cinque satelliti, di cui due per la zona dell’Atlantico, due per la zona del Pacifico, e uno sovietico. Periodo della “rivoluzione” del 1968, della riforma della Rai (che nacque in questo clima anche se fu varata solo nel 1975), dello Statuto dei lavoratori, della legge sul divorzio, di Gianni Granzotto amministratore delegato Rai). Lottizzazione: termine di Alberto Ronchey che finirà per indicare quel criterio di suddivisione bilanciata del potere Rai, assumendo quindi, una valenza fortemente negativa. Il 20 e il 21 luglio del 1969, 40 milioni di italiani durante il giorno e 30 milioni per tutta la notte avevano assistito, incollati al teleschermo, in compagnia di Tito Stagno e di Enrico Medi, all’arrivo del primo uomo sulla Luna. Se il cavallo sembrava morente, la televisione era più viva che mai.

12. ANNI DI PIOMBO un monopolio pubblico e riformato

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Il partito di maggioranza, la Democrazia cristiana, attraversava un momento di crisi, divisa più che mai nelle sue correnti proprio quando avrebbe avuto bisogno di una direzione chiara e sicura. Nella primavera del 1970 vennero istituite le Regioni e vennero definiti i meccanismi operativi dell’istituto del referendum. Forse, anche se un po’ semplicisticamente, si può affermare che la storia della radiotelevisione, per un periodo limitato che va dal 1970 al 1975, può essere vista come una continua oscillazione tra fermenti rivoluzionari e istanze di ristrutturazione capitalistica. Nel compromesso che si stabilì tra l’una e l’altra di queste opzioni finirà per vincere una terza strada, quella di un mercato da capitalismo selvaggio, che inizialmente sembrava accontentare un po’ tutti ma che, durante il tormentato ultimo decennio, riuscirà a imporre l’assolutismo del duopolio. Altri interventi della Corte costituzionale sancirono, nel 1974, l’illegittimità di quel particolare monopolio (Rai), per la forma in cui veniva esercitato, e ne imposero in tempi brevi la sua decisa trasformazione. All’interno stesso della Rai vi era un gruppo formato da dirigenti, ben consapevole che occorreva mutare qualcosa affinché, tutto restasse tale e quale (almeno per loro). Ricordare a tal proposito la redazione di un famoso documento, da parte di tre esperti, in cui si delineava una Rai che doveva essere più azienda e meno fabbrica di consenso. Fu il neopresidente Aldo Sandulli a firmare l’ordine di servizio del 1969 che rimpastando tutte le cariche aziendali portò più a zone d’ombra che a miglioramenti. (Periodo di Giuseppe Saragat capo dello Stato). Sempre più difficile era trovare un accordo sul modo di intendere l’obiettività e l’imparzialità cui era tenuto un pubblico servizio. La polemica scoppiata su un’inchiesta di TV 7, Un codice da rifare, realizzata da Sergio Zavoli, e che fu pretestuosamente accusata da De Feo di tendenziosità e di faziosità, suscitò una energica presa di posizioni a favore del giornalista, generò una valanga di interrogazioni parlamentari e produsse, il 18 febbraio 1970, le dimissioni di Sandulli. Da questo momento si apre nella Rai una crisi lunga e difficile. Tutto questo avveniva alla vigilia del rinnovo della convenzione ventennale fra lo Stato e la Rai che scadeva il 15 dicembre del 1972. In quello stesso periodo cominciano a comparire le prime televisioni locali private via cavo. Il fronte di contestazione del monopolio è tanto ampio quanto composito, ma due sono le linee di fondo sulle

quali esso si articola: la linea della riforma interna dell’azienda e la linea dell’apertura alla privatizzazione. In questo clima così vario e indefinito prende corpo l’ipotesi di privatizzazione avanzata da Eugenio Scalfari che intravede nella concorrenza fra pubblico e privato l’unica scelta operativa possibile. Nasce così quella campagna di stampa che, raccogliendo vaste forze imprenditoriali, in dieci anni porterà all’abolizione del monopolio della Rai e conquisterà persino il favore del Partito socialista che, all’epoca, è invece del tutto contrario a ogni ipotesi di privatizzazione. In casa Rai gli abbonamenti erano diventati 10.951.341. Ventisette studi televisivi, suddivisi nei quattro centri di produzione di Roma, Milano, Torino e Napoli, servivano una popolazione del 98% sul programma nazionale e del 91% sul secondo.

FERMENTI NELL’ETERE

Nel 1970, la Mondadori, la Rusconi, l’Olivetti cominciano ad interessarsi al prodotto audiovisivo e a studiare la possibilità di sfruttamento commerciale delle nuove tecniche di riproduzione elettronica dell’immagine. Ma la vera novità è rappresentata dall’interesse che si sta manifestando nei confronti della tv via cavo come mezzo di comunicazione di massa. Non a caso la prima televisione privata che nel 1971 riesce a trasmettere in Italia è proprio una televisione di questo tipo: Telebiella. In seguito però, questa e molte altre stazioni locali via cavo, in base al nuovo Codice postale, modificato dal Ministro Gioia, vennero dichiarate tutte fuorilegge. Gran parte del mondo politico si oppone all’applicazione del nuovo articolo del Testo Unico: i repubblicani chiesero la sostituzione del Ministro delle poste e telecomunicazioni; comunisti e socialisti definirono del tutto arbitraria la sua decisione. Nel maggio del 1973 il governo Andreotti cadde proprio su questo intoppo. Nel mentre, un altro fenomeno sembrava mettere in serio pericolo il monopolio della concessionaria. Si trattava della presenza in Italia dei ripetitori della Svizzera

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italiana e di Capodistria che consentivano la ricezione dei programmi di queste emittenti in diverse regioni del paese. L’iniziativa era stata presa dai fratelli Marcucci per costituire una vera e propria rete. La RTSI e Tele Capodistria trasmettono già a colori e rappresentano, per molti italiani, una novità allettante: i campionati mondiali di calcio disputati nel 1974 in Germania federale furono in moltissimi casi seguiti attraverso le trasmissioni a colori delle due stazioni estere, con un notevole svantaggio per la Rai. Non fu certo casuale, dunque, se la prima delle due rivoluzionarie sentenze emesse dalla Corte costituzionale nel luglio del 1974, la n. 225, riguardasse proprio l’illegittimità del decreto con cui un mese prima, il 7 giugno, il nuovo Ministro delle poste Togni aveva ordinato lo smantellamento dei ripetitori delle due emittenti straniere. È questa una prima grande svolta giuridico-istituzionale: la sentenza osservava che “la riserva dello Stato trova il suo presupposto solo nel numero limitato delle bande di trasmissione riservate all’Italia” e che quindi l’abbattimento dei ripetitori delle televisioni straniere avrebbe costituito una sorta di sbarramento “alla libera circolazione delle idee” compromettendo un bene essenziale della vita democratica. La seconda sentenza, la n. 226, definiva legittima la riserva allo Stato della concessione per la tv via etere e liberalizzava definitivamente la tv via cavo in ambito locale. Nella prima delle sue sentenze la Corte aveva inoltre osservato che le norme regolatrici dell’esercizio radiotelevisivo svolto dalla Rai non offrivano sufficienti garanzie di imparzialità, obiettività e pluralismo, qualità considerate essenziali per la stessa permanenza in mano pubblica dell’attività ad essa riservata. Aveva inoltre raccomandato l’intervento del legislatore al fine di definire nuove regole per il servizio pubblico che fossero finalmente in conformità con il dettato costituzionale. Prendendo atto implicitamente della frantumazione del consenso stabilitosi agli inizi degli anni cinquanta sulla compatibilità del monopolio della Rai con gli articoli 21, 41, 43 della Costituzione, la Corte aveva segnalato al parlamento sette temi fondamentali che dovevano caratterizzare il nuovo assetto del servizio pubblico e sui quali fu modellata tutta la fisionomia della legge di riforma. Pronunciandosi in favore di una prima apertura ai privati in ambito locale la Corte aveva escluso il rischio delle

concentrazioni per la limitatezza dei costi; tuttavia questa decisione arriva proprio nel momento in cui inizia la parabola discendente della tv via cavo e si comincia, al contrario, a intravedere la convenienza economica della tv via etere. Con le sue sentenze la Corte aveva certamente impresso un’accelerazione decisiva al processo di riforma, ma aveva anche determinato un vuoto legislativo suscettibile di essere colmato dall’intervento dell’iniziativa privata. Attraverso numerose possibilità di interpretazione legislativa si fanno strada, dall’estate del 1974, le prime esperienze di emittenti “libere” via etere. Il 5 agosto 1974 va in onda la prima trasmissione per l’Italia di Telemontecarlo. Neanche una settimana dopo, il 10 agosto, Firenze Libera inizia le trasmissioni via etere. Nel settembre del 1974 Silvio Berlusconi, fa nascere Telemilano via cavo, e nell’ottobre si costituisce l’Anti (Associazione nazionale delle teleradiodiffusioni indipendenti) che raggruppa già 24 stazioni. Dopo un’ampia discussione, la legge n. 103 (riforma Rai) venne finalmente approvata il 14 aprile 1975. La legge si basava su tre grandi nodi fondamentali: a) la riserva allo Stato della diffusione dei programmi su scala nazionale. La Rai inoltre, sarebbe stata gestita e controllata dal parlamento e non più dall’esecutivo; b) le istanze locali e le esigenze di decentramento e di partecipazione delle associazioni dei cittadini alla produzione di messaggi radiotelevisivi venivano affidate alla costituzione di una terza rete pubblica e allo sviluppo di reti televisive via cavo il cui bacino di utenza non doveva superare i 150 mila abitanti, alle quali era vietate l’interconnessione e fatto obbligo di produrre almeno il 50% dei programmi trasmessi; c) la ripetizione sul territorio nazionale di televisioni straniere – che non risultavano costituite al solo scopo di diffondere programmi sul territorio italiano – era consentita in base alla sentenza della Corte cui s’è fatto cenno. Una legge scritta per un contesto monopolistico rischiava di bloccare lo sviluppo di una grande azienda improvvisamente venuta a trovarsi in una realtà di mercato non regolato, a tutto vantaggio dei concorrenti. Un altro intervento della Corte costituzionale cambia nuovamente le regole del gioco. È la sentenza n. 202 del luglio 1976 che dichiarando incostituzionali gli articoli 1, 2, 14, 45 della neonata legge

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103 autorizza le trasmissioni via etere di portata non eccedente l’ambito locale. È la definitiva mossa liberalizzatrice. (Tra le novità del periodo in oggetto, vanno citate la miniaturizzazione dei mezzi tecnologici e la diffusione del telecomando). CATV: (Community Antenna Television)

PICCOLE ANTENNE CRESCONO

Il ’68 aveva tuttavia inaugurato un decennio di creatività diffusa che trovò nella radio, pubblica e poi privata, il suo sbocco naturale. Questa creatività intelligente e assurda, ma anche fantastica e demenziale, venne rivelata proprio da una trasmissione della Rai: Alto gradimento, nata nel 1970 per merito di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. La più stravagante galleria di personaggi del repertorio radiofonico aveva “letteralmente messo in scena tutto l’armamentario linguistico, tutti gli effetti di stravolgimento, tutte le tecniche trasgressive proprie dell’avanguardia”. Quella straordinaria trasmissione diventerà il modello di quasi tutte le radio libere apparse nel corso del decennio. Senza Alto gradimento è impossibile capire nella sua totalità il fenomeno dell’emittenza privata, del suo linguaggio iterativo e afasico, del suo ascolto epidermico e trasversale. Più che nella televisione, è stato nella radio che la pratica dell’imitazione si è esercitata da parte delle radio libere, con una singolare mescolanza di competitività invidiosa e di spocchiosa distruttività. (È di questo periodo anche La Corrida, presentata da Corrado). Boom delle radio locali e comparsa dei primi disk-jokey. A Roma comincia a trasmettere Radio Città Futura (di Renzo Rossellini, figlio del noto regista): emittente fortemente politicizzata, che si propone un vero e proprio obiettivo di lotta contro “l’informazione borghese”. A Bologna nasce Radio Alice e altrove Radio Radicale. Le più

autorevoli di questo genere di emittenti si costituiscono in Federazione, la Fred, per contrastare qualsiasi forma di oligopolio nell’emittenza privata. Inizia poi una fase di transizione che possiamo collocare intorno al 1977-80. Sono gli anni di piombo che insanguinano il paese. Sono anche gli anni in cui si progetta e si lancia la nuova terza rete televisiva, in cui nascono le prime concessionarie di pubblicità. Da questo momento la Rai si trova a subire le conseguenze di una doppia legge: quella di riforma e quella del mercato.

RETI E TESTATE

Nonostante tutto la televisione della riforma, modificando alcune caratteristiche strutturali, produce continuamente pubblico. Nasce anche una nuova struttura centrale per la produzione di trasmissioni didattiche: il Dipartimento scuola educazione. Periodo del “decentramento operativo Rai” che equivale a una maggiore concorrenza interna e quindi, a una più spiccata vitalità e ricchezza. Nascono inoltre in quegli anni alcune delle innovazioni che caratterizzeranno l’offerta televisiva per moltissimo tempo: la collocazione quotidiana “in striscia” del telefilm nella fascia preserale; il film la domenica pomeriggio; la dilatazione dei tempi “a contenitore” dei programmi; la stabilizzazione della sfasatura tra TG 1 (ore 20) e TG 2 (ore 20.30 e, successivamente, 19.45). Termina infine, la programmazione di Carosello. Onde assicurarsi le migliori condizioni di ascolto è naturale che ciascuna rete punti su programmi di intrattenimento (ricompare sulla prima, il giovedì, un nuovo quiz, Rischiatutto con l’immancabile Mike Bongiorno) e in generale su quelli più leggeri. Per opera del direttore del TG 2 Andrea Barbato (e Massimo Fichera) accanto al giornalismo di approfondimento degli avvenimenti politico-istituzionali (TG 2 Dossier, Ring) nasce un giornalismo di osservazione del costume e dello spettacolo con tono satirico, anche se francamente superficiale. 15 dicembre 1979: Inizio delle trasmissioni della terza rete (che sarà per così dire “regionale a carattere nazionale”).

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IL RILANCIO DELLA FICTION

Talk show: Genere egemone della tv degli anni ottanta. Da questo momento la società commerciale della Rai, la Sacis, attraverso la vendita dei diritti derivanti dai programmi televisivi comincia ad imporsi anche sul mercato internazionale: è anch’esso un aspetto della lenta trasformazione in impresa che sta compiendo tutto il gruppo Rai. Il mercato delle vendite dei diritti derivati aveva raggiunto il boom con quattro programmi destinati ai ragazzi: Atlas Ufo Robot, Heidi, Happy Days e Apriti Sesamo. La trasformazione dell’offerta dedicata a questo pubblico è il segno più visibile della fine della tv pedagogica. La politica degli acquisti di fiction, ovvero un fenomeno di tipo esclusivamente commerciale, determina il mutamento di una pratica progettuale. Il grande regista Roberto Rossellini si dedica alla tv, mentre nasce Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Grande successo del genere telefilm. Partita con ambizioni pedagogiche, dopo la riforma della Rai la televisione italiana comincia ad accorgersi di essere un formidabile strumento di intrattenimento. La programmazione di fiction si allontana dalla pretesa di ottenere un risultato esteticamente elevato per diventare sempre più una componente strutturale dei palinsesti, tanto nella tv pubblica che in quella privata.

LA ROTTURA DEI GENERI

Con la riforma, il sacrificio dei programmi culturali comincia a consumarsi, non solo nel senso della loro progressiva marginalizzazione all’interno dei palinsesti, ma soprattutto in quello della loro

spettacolarizzazione e trasformazione dei modelli linguistici. L’enfasi viene posta sulla diretta, nella erronea presunzione di una sua supposta maggiore democraticità. Questa rottura dei generi non va vista però come sconfinamento, peraltro abbastanza praticato, su contenuti altrui, ma come scambio e intreccio di esperienze e di formule. Il primo programma che operò la rottura dei generi fu Odeon, di Brando Giordani ed Emilio Ravel (quasi 15 milioni di spettatori nel 1978). La rottura dei generi rende possibile una maggiore agilità produttiva.

IL NUOVO CONSUMO

Si affermano così in questa seconda fase della tv figure divenute poi popolarissime, soprattutto in ambito cinematografico, dove hanno portato i personaggi nati nel varietà televisivo: Cochi Ponzoni, Renato Pozzetto e Paolo Villaggio. Da ricordare Speciale per voi (1969) di Renzo Arbore, quale modello di stile televisivo che mira ad accontentare contemporaneamente i gusti e gli interessi più contrastanti. Nel 1976, Roberto Benigni utilizza ancora una volta stili, tempi e linguaggi del giovanilismo consacrando il genere della comicità demenziale ormai dilagante. Nasce così il personaggio di Mario Cioni che trasmette da Tele-vacca, nel programma che, guarda caso, si chiama Onda libera, una felice parodia del fenomeno ormai massiccio delle televisioni private. La trasformazione dello spazio domenicale diventa inoltre uno dei punti di forza della strategia dell’incremento del consumo e la nascita nel 1976 dei due grandi contenitori L’Altra Domenica e Domenica in… sancisce definitivamente l’inizio di una nuova epoca. Nasce da questo genere (Domenica in…) la televisione senza qualità che sarà tipica degli anni ottanta; essa si fonda su un modello Rai introdotto al solo scopo di aumentare il consumo, dilatare l’audience. Domenica in… diventerà con il passare del tempo il serbatoio del divismo televisivo più insulso. Da ricordare Portobello (condotto da Enzo Tortora): frutto di un primo grande cedimento dell’apparato televisivo pubblico alle zone d’ombra delle televisioni private, ai loro giochi casalinghi, alle pratiche delle compravendite attraverso il video, all’uso ripetitivo del telefono. Bontà loro (con Maurizio Costanzo) è il prototipo di un fenomeno destinato a dilagare e a diventare modello di ogni discorso televisivo: il bisogno di confessarsi. In realtà a pensarci bene, più di dieci

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