Storia di Alcamo dalle origini ai borboni di Antonio Mirabella, Tesine di Storia. Università degli Studi di Palermo
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Storia di Alcamo dalle origini ai borboni di Antonio Mirabella, Tesine di Storia. Università degli Studi di Palermo

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Storia dettagliata di Alcamo cittadina vicino Palermo e Trapani, dalle origini ai borboni
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Storia di Alcamo dalle origini ai borboni

Alcamo è una cittadina che sorge alle falde del monte Bonifato a

pochi chilometri dal mare.

Le sue origini risalgono al VI secolo a.c, quando gli Elimi, popolo

nomade proveniente dalla Grecia o da Troia, fondarono un villaggio sul

monte Bonifato: Longuro.

Il nome di Alcamo viene attribuito ad un leggendario condottiero

arabo di nome Adelkam, oppure a un frutto che in dialetto viene detto

“Caccamu”, ma si danno anche altre interpretazioni, come “Alkamah” che

in arabo significa “fango”.

k Dopo la presenza degli Elimi, il villaggio di “Longuro” venne

abitato dai Romani, che ne cambiarono il nome in “Longarico”.

Ai Romani subentrarono gli Arabi che si spinsero fino in cima al

monte Bonifato per sfruttare l’ottima posizione strategica per scopi militari

e si difesero grazie al castello da essi costruito.

In tempo di pace i Saraceni, attratti dalle rigogliose vallate sottostanti

e dal clima più mite, si spostarono alle falde del monte (dove attualmente

sorge la città) dedicandosi all’agricoltura e al commercio, fondendosi con

gli abitanti del luogo.

A poco a poco vennero costruite le abitazioni e si formarono i quattro

“casali”.

Nel 1185 il territorio era ricco di moschee e di mercati, gli Arabi

imposero la loro religione (si narra che questo non fu difficile perchè il

culto per la Madonna accomunava i Saraceni agli abitanti indigeni).

Sostituirono la coltivazione intensiva a quella estensiva; introdussero

nuove piante come: limoni, aranci, cotone, riso, gelsi, palme, meloni,

canna da zucchero. Si sviluppò l’allevamento del bestiame (soprattutto

capre), la pesca del tonno, l’estrazione del sale e l’industria della seta.

I Normanni cercarono di cancellare ogni traccia della religione

mussulmana, affinchè Alcamo divenisse cristiana; lo dimostrarono i nomi

dati ai quattro casali che prendono il nome dalle chiese attorno alle quali

sorgevano.

I casali erano: Casale di San Vito, Gasale di San Leonardo, Casale di

San Nicola e Casale di Sant’Ippolito.

1.1Dagli Arabi ai Vespri Siciliani

Neil’827, i Califfi Aglabiti, partendo dalla “città santa’” di Tunisia,

Kairouan, passarono il Mediterraneo alla testa di un forte esercito formato,

come ci informa Michele Amari, un grande arabista, da 10.000 fanti e 700

cavalieri e occuparono Mazara.

Cominciò così, la conquista musulmana della Sicilia. Gli Arabi si

diressero quindi verso Palermo, ma incontrarono una forte resistenza da

parte dei Bizantini (siamo nell’831 d.C).

I Saraceni, dunque, costretti momentaneamente a fermare l’avanzata

nell’isola, occuparono, come provvisorio insediamento. Bunifat, punto

ideale di difesa e di controllo delle zone circostanti, sottomisero i Cristiani

che ivi si erano rifugiati durante le invasioni vandaliche prima e durante le

incursioni degli stessi Musulmani.

Nel territorio di Bonifato i Saraceni ricostruirono il serbatoio d’acqua,

la “Funtanazza” come oggi è chiamato, prima edificato dai Romani

Gli abitanti lo avevano poi devastato all’arrivo degli stessi Arabi. Dai

resti che oggi ci rimangono si può dedurre che la città di “Bunifat” era

costituita principalmente da case unicellulari ed era circondata da mura di

circa due metri di spessore che avevano la forma di un semicerchio,

essendo la parte sud del monte troppo scoscesa per avere bisogno di difese.

La via principale andava da Est a Ovest ed era attraversata da vie più

strette. Rimangono nella parte occidentale resti delle mura (porta della

regina). Doveva anche esserci un torrione di controllo e si pensa che

sorgesse sullo stesso posto dove si innalzano ora i ruderi del castello detto

impropriamente “saraceno”.

Alcuni studiosi della storia alcamese sono d’accordo nel dire che, nel

972, i saraceni lasciarono un presidio sulla vetta del monte Bunifat che

seguitò ad essere un nucleo abitativo sino al 1243 quando, dopo le rivolte

dei saraceni, Federico II lo distrusse. Gli Arabi scesero, dunque, a valle e

fondarono Alqamah presumibilmente nel territorio a sud dell’odierno

santuario.

Gli Arabi si dimostrarono ottimi agricoltori e preferirono abitare in

luoghi dove erano presenti sorgenti d’acqua. Vicino al casale di Alqamah

scorrevano infatti le fresche acque di un torrente.

Si pensa che l’attuale fontana che si trova all’inizio della discesa che

porta alla chiesa dedicata alla Madonna dei Miracoli, e che è stata di

recente restaurata, sia stata costruita proprio dagli Arabi. Essi furono anche

ottimi ingegneri idraulici ed introdussero varie macchine per l’irrigazione,

come la senia, ancora oggi esistente nel nostro territorio, usata per la

raccolta e lo smistamento delle acque.

Ma forse il maggiore progresso che essi arrecarono, purtroppo

temporaneamente, fu lo spezzettamento del latifondo che i coloni

musulmani di Sicilia portarono con il loro lavoro ad una grande prosperità

agricola.

Non vi sono testimonianze dirette della dominazione araba ad Alcamo,

ma, per colmare tale lacuna, ci vengono incontro due documenti scritti nel

periodo normanno, il primo dal geografo IbnIdrisi, nel suo “Libro di

Ruggero” ed il secondo da un pellegrino andaluso, Ibn Giubayr, che in un

suo viaggio verso La Mecca, fu costretto, da un naufragio, ad approdare

nella Sicilia occidentale. IbnIdrisi dunque, nel 1154, descrive Alcamo nel

seguente modo: “Da Calatubo ad Alqamah un miglio arabico e mezzo (560

m. circa). Alqamah è un vasto casale con terre da seminare ed ubertose; ha

un mercato frequentato da varie manifatture (attività artigianali)”.

Trent’anni dopo, nel 1184 Ibn Giubayr confermava, nel suo “Diario”,

lo stesso giudizio: “Durante il viaggio, passammo una notte in una borgata

detta Alqamah, grande, estesa, con mercati e moschee. I suoi abitanti sono

tutti musulmani”.

Quest’ultima affermazione ci sembra dettata più che altro da una

impressione frettolosa e superficiale: naturalmente in quel periodo

dovevano essere presenti in Alqamah anche piccoli nuclei di cristiani. Ad

ogni modo non ci deve stupire che Alcamo, pur essendo iniziata l’avanzata

normanna in Sicilia nel 1060, presentasse ancora nel 1184 un Volto arabo.

Dobbiamo, infatti, tenere presente che i Normanni cominciarono la

conquista dell’isola, partendo da Messina, che avanzarono lentamente con

piccoli gruppi di cavalleria e che, soprattutto, non avendo lo stesso livello

culturale e sociale degli Arabi, cercarono, in un primo tempo, di convivere

con essi appropriandosi gradualmente della loro cultura e delle loro

tecniche economiche e commerciali. I Normanni, dunque, popolo quasi

barbaro, facero proprio il modo di vivere degli Arabi, ma cercarono in tutti

i modi, anche in modo violento, di combattere l’islamismo e di affermare

la religione cristiana.

Gli Arabi, tra l’altro, dovevano pagare un tributo due volte l’anno;

molti di essi preferirono convertirsi al cristianesimo, altri invece emigrare.

Pertanto la tolleranza religiosa normanna verso gli Arabi fu solo formale.

Alla conquista normanna di Alqamah contribuì validamente

Raimondo La Tragna (da dove il cognome molto diffuso in Alcamo,

Adragna) che militava appunto sotto il conte Ruggero, conquistatore

dell’isola. Raimondo La Tragna ebbe come ricompensa dell’aiuto dato, la

signoria del paese e dei territori vicini.

A lui successe il figlio Guglielmo e poi il figlio di questi Raimondo II

ed infine il nipote Rinaldo che fu l’ultimo signore di Alcamo della suddetta

famiglia La Tragna, durante la dominazione normanna.

In tale periodo il casale precedentemente fondato dagli Arabi prese il

nome di “San Vito” (rione che si trova a Sud della discesa del Santuario),

dalla chiesa ivi edificata. Sorsero inoltre altri tre casali: S. Ippolito (vicino

l’ex campo sportivo) San Leonardo (nella zona di Gammara) e San Nicola

del Vauso, ai piedi del monte Bonifato.

Con la graduale espulsione dei Saraceni, attuata sia dai Normanni che

dagli Svevi, questi tre nuovi casali vennero progressivamente abbandonati,

mentre si allargò e si confermò quello di San Vito.

I Normanni promossero varie attività commerciali ed Alcamo divenne

meta di vari immigrati liguri, napoletani, amalfitani, messinesi, attirati

dalla ricchezza dei suoi mercati e dalla possibilità di apprendere varie

attività, tra le altre quella del pellizzaro (lavoratore di pelli) che era

particolarmente praticata nel nostro paese.

Inoltre Alcamo fu un vivo centro culturale, basta ricordare il poeta

Cielo d’Alcamo, autore del “Contrasto”, una delle prime opere poetiche in

lingua italiana. Egli fece parte della “Scuola Poetica Siciliana” fondata a

Palermo dall’imperatore svevo Federico IL

Bisogna inoltre tenere presente che alcuni componenti della stessa

famiglia La Tragna furono tra i primi giuristi del 1200 a stipulare atti in

loco.

Si può quindi dire che, durante la dominazione normannosveva,

Alcamo visse un valido processo di evoluzione.

Dopo la casa Sveva il dominio della Sicilia passò, nel 1266, a Carlo

d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, chiamato dal papa Clemente

IV. I Francesi di Carlo d’Angiò non tardarono a farsi odiare dai nuovi

sudditi: le tasse subirono un fortissimo aumento, la nobiltà feudale

angioina si diede a sfruttare la popolazione e perfino la capitale da Palermo

fu spostata a Napoli, a tutto danno della Sicilia, che era sempre stata la

“perla” del Regno. E proprio in Sicilia scoppiò la rivolta antifrancese,

conosciuta con il nome di “Vespri Siciliani” (1282).

Un documento del 1284 ci segnala Alcamo tra le “terre” obbligate a

contribuire alla formazione dell’esercito contro Carlo d’Angiò: dovette,

infatti, apprestare dieci giumente bardate.

1.2 La dominazione Spagnola

Nel XIV secolo i Siciliani si sottomisero senza difficoltà alla

dominazione spagnola perchè, scacciati gli Angioini, speravano che un re

d’Aragona, essendo lontano, avrebbe dato loro più libertà ed imposto

meno tasse, ma non fu così perchè i re imposero le tasse, a volte

ignorarono i privilegi feudali e inoltre considerarono la Sicilia la loro

avanguardia nel Mediterraneo sia dal punto di vista commerciale che

militare.

In questo periodo il carattere feudale della società siciliana era

diventato molto più marcato: i possedimenti feudali coprivano un’ampia

superficie dell’isola e molte prerogative reali compresi i castelli, le foreste,

la pesca del tonno, le saline, la riscossione delle tasse erano state

distribuite come concessioni feudali e piano piano si arrivò a considerarle

una fonte di redditoe di potere per i baroni. Benché questi fossero rozzi e

ignoranti, l’amministrazione isolana ricadde sempre più nelle loro mani a

discapito delle autonomie locali. Altri paesi in quel periodo stavano

sviluppando una certa coesione interna, invece la Sicilia perdeva la sua

personalità politica e le sue potenzialità di Stato indipendente.

I monarchi spagnoli governarono la Sicilia per più di quattro secoli

per cui l’influenza della Spagna nell’isola fu notevole e ciò è evidente in

molti monumenti alcamesi.

Alcamo cominciò a prendere l’aspetto di città e si popolò poiché la

zona era promettente; il suo sviluppo fu certamente legato al commercio

granario; il “Caricatore del Vallone” di Alcamo era luogo di carico per il

grano che, prodotto nella terra alcamese, poi veniva esportato in molti

paesi.

Durante il XIV secolo il borgo vide aumentare sempre più la sua

popolazione, pertanto si andò ingrandendo e in maniera più ordinata

rispetto all’antico casale che era cresciuto in modo disorganico.

In questo secolo nacquero le prime chiese: S. Vito nel borgo

omonimo, S. Maria della Stella, consacrata chiesa madre nel 1313, la

chiesa dell’Annunziata e, in posizione periferica rispetto al borgo di S.

Vito, la Chiesa di S. Francesco con annesso il convento dei Padri Minori

Conventuali.

Inoltre, nel decennio 134050 si cominciarono a costruire gli impianti

architettonici più rappresentativi: la Chiesa di S. Maria Assunta, chiesa

madre dal 1402 e il castello, iniziato dai Peralta e poi rimaneggiato dai

Chiaramonte, che vollero creare più che un castelloresidenza, un

castellofortezza, inserito infatti, non nel centro urbano, ma nel perimetro

murario.

Nella seconda metà del secolo XIV c’erano quindi già in Alcamo

quegli elementi che facevano individuare il nuovo assetto e la nuova

estensione della città. L’ulteriore costruzione di case private, edifìci

pubblici e chiese tenne conto dei predetti monumenti architettonici già

esistenti e cioè: il Castello a Sud, la Chiesa Madre ad Ovest, il convento di

S. Francesco ad Est e la Chiesa dell’Annunziata a Nord.

Durante la signoria dei Ventimiglia, succeduta ai Chiaramonte, nacque

l’impianto regolare della città, esempio quasi unico nell’isola. Infatti,

furono costruiti isolati rettangolari di m. 50x25, intervallati da strade di

circa m. 6, costituendo così una maglia regolare a scacchiera, forse di

derivazione classica (ricordiamo a tal proposito l’accampamento romano).

L’asse principale NordSud univa il castello all’antico borgo di S. Vito

che, però, ora rimaneva in zona un pò periferica. L’asse EstOvest univa il

convento dei Francescani alla Chiesa Madre. Durante i secoli 1400 e 1500

tutte le chiese e gli edifìci pubblici e privati si inserirono nell’impianto

urbanistico trapezoidale delimitato dalle mura di cinta che si trovavano

approssimativamente lungo le seguenti vie attuali: Piazza Ciullo, Via

Mazzini, Piazza della Repubblica, Via Madonna della Catena, Via Florio,

Piazza Bagolino, Via Madonna dell’Alto Mare, Via Discesa Santuario,

Piazza Mercato.

La cinta muraria era spessa circa m. 1,50 e poteva essere percorsa

dalle guardie, che vi accedevano con scale di pietra. Sulla costruzione

delle mura ci sono varie ipotesi: quella più attendibile sostiene che siano

state edificate in vari periodi dalla seconda metà del 1400 in poi.

Nei secoli XV e XVI furono costruiti altri importanti edifìci

nell’ambito della cinta muraria.

Fra essi ricordiamo: La Torre Buonarroti (sec. XVI), la torre De Ballis

(1495), la chiesa di S. Nicolò di Bari (1558), la chiesa di S. Maria del

Soccorso (sec. XV), il Monastero di S. Chiara (1545), la Badia Nuova

(1563), la chiesa di S. Tommaso (sec. XV), la Loggia (XV secolo, luogo di

convocazione del pubblico consiglio della corporazione municipale, oggi

magazzini Upim), la chiesa di S. Caterina (1518), la chiesa di S. Giacomo

de Spada (1571).

Dal sedicesimo secolo Alcamo cominciò ad espandersi oltre la cinta

muraria soprattutto verso ovest. La strada esistente nel centro storico lungo

l’asse EstOvest (attuale Corso VI Aprile, nella parte stretta) fu allungata

oltre la porta Trapani (che si trovava all’estremità ovest di detta strada) e

prese il nome di Strada Imperiale del Corso che, larga mt. 16,10,

costituisce da allora la via principale della città. Nel nuovo quartiere

sviluppatosi oltre le mura, sorsero: la Chiesa dei Ss. Paolo e Bartolomeo

(1533), la Chiesa di S. Oliva (1535), il convento dei Padri Minimi di S.

Francesco di Paola con attigua chiesa del SS. Crocifisso, la Chiesa del

Collegio (1650) nella Piazza Maggiore, ora Piazza Ciullo; la chiesa di S.

Domenico (sec. XVII), detta chiesa della Madonna del Rosario, con

attiguo il convento dei Padri Domenicani (oggi adibito ad uffici comunali);

la chiesa della SS. Trinità (sec. XVI).

Nel 1627 il Viceré Francesco della Cueva, per l’importanza che

Alcamo aveva raggiunto, la elevò dal grado di “terra” a quello di 4 città”.

Nel corso del 1700 ad Alcamo ci fu un evidente incremento

demografico e alla fine del secolo la città aveva 13.000 abitanti.

All’aumento della popolazione corrispose naturalmente un’espansione

urbanistica. Alcamo si ingrandì approssimativamente dalle nità, parte della

via Diaz, via Fine; vii via Galilei, via Càspi, via Orto di Ballo, quartiere S.

Vito, donna della Catena, piazza ci fu una grande fioritura di opere struite

o ristrutturate in buona S. Oliva, dei Ss. Paci: : nel centro storico, furono

dei Baroni Rossotti. Pastore,

Il regno di Carlo IH si può era un uomo di cultura: egli giosa e affidò

ad architetti vari progetti.

Dopo breve tempo Carlo EU lasciò già di Napoli; in seguito le due

Sicilie nando. Alcamo tornò sotto il donnine Caprera nel 1726 e rimase in

mano a Madrid.

1.3 II feudalesimo

Tranne qualche breve interruzione, Alcamo rimase sotto il dominio

feudale fino al 1802. quando, morta senza eredi l’ultima contessa di

Modica, Maria Teresa Gaetana de Sylva, passò sotto il demanio regio dei

Borboni.

Non solo Alcamo, ma anche il resto della società siciliana fino a tutto

il sec. XVIII era organizzato ancora secondo il vecchio sistema feudale;

l’influenza dei baroni era molto forte: possedevano la maggior parte della

terra, quindi gran parte dei Siciliani era sotto la loro giurisdizione. I

regnanti spagnoli avevano a poco a poco venduto o ceduto in feudo le loro

terre ai nobili locali, in cambio di danaro, che serviva a impinguare le

casse reali e a finanziare le logoranti guerre: alla fine del 18° secolo, gli

aristocratici titolati comprendevano 142 principi, 788 marchesi e circa

1500 tra duchi e baroni, senza contare gli aristocratici che possedevano

titoli non riconosciuti.

I nobili erano inetti ed incapaci di attuare riforme sociali e

miglioramenti nella coltivazione del latifondo. Esso, per non essere

spezzettato, veniva lasciato in eredità al primogenito (maggiorascato),

mentre gli altri figli cadetti erano spesso costretti ad entrare nei seminari e

nei conventi.

II nobile raramente si occupava personalmente dei suoi beni, ma

faceva ricorso frequente a una amministrazione affidata al campiere (uomo

di fiducia) o al gabelloto: costui era un fittavolo ex contadino, arricchitosi

perchè riusciva a coltivare in modo intelligente la terra o perchè riusciva

ad affermare la sua autorità nel circondario come “guardia” della proprietà

di un barone contro gli “assalti” dei contadi ni affamati, e amministrava la

“sua” giustizia con i contadini.

I Borboni, mentre nelle altre parti d’Italia riuscivano ad incamerare

nel Demanio reale feudi, quando si estingueva una linea di successione, in

Sicilia non ci riuscirono, anche perchè dei giuristi corrotti riuscirono a

dimostrare che i feudi erano proprietà privata per linea maschile e

femminile; di conseguenza gli affittuari erano più fedeli al padrone che

non al monarca assente e lontano.

I Borboni di Napoli non si preoccuparono tanto di estirpare il

Feudalesimo in Sicilia, perchè riusciva meno costoso mantenere la Sicilia

sottomessa: i baroni costavano meno dei funzionari reali, pertanto la

Sicilia continuò a vivere nella condizione di semicolonia (destino di

sottosviluppo iniziato nel 1559 con la pace di CateauCambresis).

Il feudalesimo venne abolito nel 1812, quando i Borboni, temendo

l’avanzata degli eserciti napoleonici, cedettero alle pressioni degli Inglesi,

che li proteggevano.

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