Storia romana dalle origini a Diocleziano, Sintesi di Storia Romana. Università di Torino
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Storia romana dalle origini a Diocleziano, Sintesi di Storia Romana. Università di Torino

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Riassunto dal manuale di Storia romana del prof. Roda, editore Edises, con integrazioni.
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1

Storia romana

Roma. Dallo stato città all’impero

senza fine

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3

1. La Roma dei re

La lacunosità delle fonti La storia delle origini di Roma è una storia

avvolta nel mistero e già lo storico Livio ne era consapevole, in quanto c’era-

no molti fattori che concorrevano a rendere difficile questa ricostruzione: la

lacunosità delle fonti, un insieme di fonti letterarie, materiali, di miti e leg-

gende. Da ricordare è il sacco di Roma del 390 a.C.: è un evento importan-

tissimo in quanto ci mette in ulteriore difficoltà nella ricostruzione delle ori-

gini. I Galli entrarono a Roma, la misero a ferro e fuoco, ma soprattutto die-

dero fuoco la Regia, luogo nel quale venivano custoditi gli Annali, cioè i re-

soconti dei pontefici massimi.

Quindi tutti gli storici a partire dal IV secolo a.C. in poi non hanno nulla di

quello che era successo prima del 390 a.C., soltanto racconti, miti e leggende.

Sono soprattutto di età augustea gli storici che ricostruiscono a tavolino la

storia di Roma: si deve comunque tenere presente che è in parte una ricostru-

zione eziologica e in parte una ricostruzione manipolata per far sì che po-

tesse essere conforme con la politica di Augusto.

Le origini di Roma e l’ordinamento monarchico Roma nasce da

un fenomeno di sinecismo: piccoli villaggi vicino ai colli decidono di unirsi

e di fondersi in un’unica entità statale. Ogni villaggio aveva un personaggio

principale che lo governava, un capoclan. L’insieme dei capiclan, detti poi

patres, formava il Senato, che eleggeva il rex. Roma è all’inizio una monar-

chia per delega.

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L’ordinamento monarchico

REX

Eletto dal senato, aveva funzioni di comando politico, militare e sa-

cerdotale, era custode del diritto e garantiva la pax deorum; aveva il

potere di leggere il volere degli dei (auspicia).

SENATUS

Consesso dei capiclan, c.d. patres, che delegano al re i loro poteri sui

villaggi, senza perdere tuttavia le prerogative e la propria autonomia

di comando sui villaggi.

POPULUS

Facevano parte del popolo tutti coloro che non appartenevano all’ari-

stocrazia senatoria e che rappresentavano la società da molti punti di

vista di differenziazione sociale; si riuniva in assemblee più o meno

periodiche nelle quali il popolo manifestava in via consultiva le pro-

prie esigenze.

Di questo sistema monarchico abbiamo delle spie, ossia alcune figure che si

conservano a lungo nei secoli successivi e sono: l’interrex, il rex sacrorum,

la cerimonia del regifugium. Particolare importanza, che è dimostrazione di

come nella Roma antica potere politico e potere religioso coincidessero indi-

scutibilmente, è il lapis niger.

Il mito delle origini Il mito delle origini, quello di Romolo e Remo, è il

frutto di una rielaborazione più tarda e di rimaneggiamenti profondi. La leg-

genda narra che Romolo e Remo, una volta essere diventati adolescenti e

aver capito le intenzioni dello zio Amulio, spodestarono con l’aiuto del non-

no Numitore lo stesso Amulio e per decretare chi sarebbe dovuto diventare

re decisero di ricorrere alla lettura del volo degli uccelli: Romolo andò sul

Palatino e propose Roma, Remo andò sull’Aventino proponendo Remonia.

Gli dèi si espressero a favore di Romolo, che subito aggiogò due buoi bianchi

e tracciò intorno al Palatino un solco perimetrale, c.d. pomerium, che avreb-

be delimitato il territorio sacro il cui accesso era proibito a chiunque in armi.

Remo, per sfida, decise di oltrepassarlo e Romolo lo uccise.

La monarchia romana Possiamo identificare due momenti diversi di

monarchia per la Roma delle origini: una monarchia per delega (Romolo,

Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio) e una monarchia etrusca ere-

ditaria (Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo).

I primi quattro re, in perfetta alternanza tra Romani e Sabini, sarebbero stati

i re creatori delle funzioni principali della società romana, mentre la monar-

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chia etrusca avrebbe portato tecnologie, rapporti internazionali e altri ele-

menti, anche di tipo monumentale, che resero Roma grande.

I sette re di Roma

ROMOLO istituzioni

Sale al trono il 21 aprile 753 a.C., crea il sena-

to, suddivide la popolazione in tre tribù e crea

le assemblee.

NUMA

POMPILIO religioso

Uomo dal temperamento forte, fonda il tem-

pio di Giano, istituisce i sacerdoti flàmini, crea

la figura del pontifex maximus.

TULLO

OSTILIO guerriero

Regno contrassegnato dalla costante presenza

di guerre contro i popoli del Lazio: Albani

(sfida tra Orazi e Curiazi), Sabini ed Etruschi.

Durante la sfida tra gli Orazi e i Curiazi si ha

l’uso della provocatio ad populum, prerogati-

va regale.

ANCO

MARZIO pacifico

Ad Anco Marzio è legata l’espansione di Ro-

ma fino ad Ostia, viene costruito il porto, e il

controllo dei commerci e delle saline.

TARQUINIO

PRISCO

principio

dinastico

Intense frequentazioni con l’Etruria, grandi

vittorie militari contro i Sabini, Latini e gli

stessi Etruschi, grandi opere di pace, fortifica-

zione della città, creazione di un impianto fo-

gnario, canalizzazione delle acque, usanze re-

gali (come porpora, trono, scettro, verghe e

scure).

SERVIO

TULLIO riformatore

Responsabile di una trasformazione profonda

della società. Principali riforme sono:

 premia i ceti emergenti e inserisce nel se-

nato nuovi componenti, da 100 fino a 300

membri, detti patres conscripti;

 riorganizza la società suddividendo la po-

polazione in tribù territoriali;

 riforma dell’esercito e riorganizzazione ti-

mocratica: cinque classi di censo, ognuna

delle quali doveva fornire delle centurie;

 istituisce il censimento e il tributum.

TARQUINIO IL

SUPERBO tiranno

Conservò il potere in modo dispotico, non col-

laborò col senato, esercitò la giustizia in modo

arbitrario e si appoggiò a popoli stranieri con-

tro i suoi stessi concittadini. La tradizione rac-

conta del mito di fondazione della Repubblica,

ossia il suicidio di Lucrezia.

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F1 - Le istituzioni in età monarchica

Lo storico greco Dionigi di Alicarnasso così riassume l’articolazione politica della prima Roma

monarchica, attribuendo al fondatore Romolo l’architettura istituzionale della nuova città e sotto-

lineando i poteri del sovrano in ambito religioso, giudiziario, militare:

Romolo riservò al re queste prerogative: in primo luogo presiedere alle attività

sacre e ai sacrifici e compiere tutto quanto era stato stabilito dalla volontà degli

dèi; poi, in quanto custode delle leggi e dei costumi degli antenati, provvedere

alla giustizia secondo il diritto naturale e il diritto stabilito: giudicare i crimini

più gravi, delegare quelli di minore entità ai senatori, controllare che non si com-

mettano errori nei processi, riunire il senato e convocare il popolo, esprimere

per primo la propria opinione, porre in esecuzione le decisioni della maggioranza.

Tali furono i poteri accordati al re; egli ebbe inoltre il comando supremo in guer-

ra. All’assemblea del senato egli [Romolo] attribuì l’onore e il potere di decidere

su ogni questione che il re sottoponesse e di farlo attraverso una votazione. L’opi-

nione della maggioranza doveva prevalere. Al popolo [Romolo] accordò questi tre

poteri: eleggere i magistrati, approvare le leggi, decidere della pace e della guer-

ra, ogniqualvolta il re lo richiedesse. Ma, anche allora, l’autorità del popolo non

era libera da controllo, infatti gli era necessario il consenso del senato. Il popolo

non votava tutto insieme, ma era convocato per curie, e ciò che era sembrato

buono alla maggioranza delle curie veniva in seguito sottoposto al senato.

(Dionigi di Alicarnasso 2, 14, 1-3)

F2 - La riforma oplitica di Servio Tullio

Tito Livio illustra con precisione il meccanismo di reclutamento dell’esercito serviano anche se

si presentano come anacronistici sia l’accenno alle macchine da guerra sia i limiti censitari in-

dicati. In un’economia pre-monetale la ricchezza si valutava infatti sulla base di parametri quali

i capi di bestiame, la proprietà terriera di cui l’unità di misura ero lo iugero, il possesso di metallo

(soprattutto rame) valutato a peso o sotto forma di oggetti:

Di quelli che avevano un patrimonio di 100.000 assi o più fece 80 centurie, 40 di

seniori e altrettante di iuniori: tutti questi furono chiamati la prima classe; i se-

niori dovevano rimanere alla difesa della città, gli iuniori condurre le guerre e-

sterne. Le armi a questi prescritte erano l’elmo, lo scudo rotondo, gli schinieri e

la corazza, tutte di bronzo, come armi difensive, e come armi offensive l’asta e

la spada. A questa classe furono aggregate due centurie di operai, che presta-

vano servizio militare senz’armi, ed erano addetti al trasporto delle macchine da

guerra. La seconda classe comprendeva coloro che avevano un patrimonio da

100.000 a 75.000 assi, e con essa si formavano venti centurie fra seniori e iuniori;

le armi prescritte erano lo scudo rettangolare in luogo di quello rotondo, e per il

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resto erano quelle stesse della prima, eccetto la corazza. Il censo prescritto per

la terza classe volle che fosse di 50.000 assi; il numero delle centurie era il me-

desimo, anche queste divise secondo gli stessi limiti di età; le armi non erano

diverse, solo mancavano gli schinieri. Nella quarta classe il censo minimo era di

25.000 assi; le centurie sempre venti, ma le armi cambiavano: non avevano altro

se non l’asta e il giavellotto. Più numerosa la quinta classe, con trenta centurie;

gli uomini portavano la fionda e le pietre da getto. Aggregati a questo erano gli

accensi, i suonatori di corno e di tromba, divisi in tre centurie. Il censo di questa

classe doveva raggiungere gli undicimila assi; di tutto il resto della popolazione

che aveva un censo inferiore si fece una sola centuria esente dal servizio militare.

Così equipaggiato e ordinato l’esercito di fanteria, Servio formò dodici centurie

di cavalieri, tratti dalle principali famiglie della città. Portò poi al numero di sei

le altre centurie, mentre Romolo ne aveva istituite tre, mantenendo lo stesso

nome lasciato loro dagli auspici.

(Livio 1, 43, 1-11)

F3 - La memoria deformata di Tarquinio il Superbo

Un esempio della demonizzazione della condotta dell’ultimo re di Roma, ma anche dell’im-

plicito riconoscimento dei suoi meriti, si ricava dal racconto di Tito Livio (I, 49):

Quindi cominciò a regnare Lucio Tarquinio, a cui per la sua condotta fu dato il

soprannome di Superbo: vietò infatti la sepoltura del suocero, dicendo che anche

Romolo era morto insepolto, e fece uccidere i più eminenti senatori che credeva

avessero parteggiato per Servio. Essendo poi ben consapevole che l’esempio da

lui dato di conquistare con la violenza il trono avrebbe potuto rivolgersi contro

se stesso, circondò la sua persona di armati; non possedeva infatti altro diritto

per regnare se non la forza, mancandogli l’elezione del popolo e l’approvazione

del senato. Inoltre, non potendo contare affatto sull’amore dei cittadini, doveva

difendere il suo potere con il terrore, e per incuterlo nel maggior numero di per-

sone esaminava personalmente e senza consiglieri i processi capitali e valendosi

di queste cause poteva uccidere, esiliare, privare dei beni non solo le persone

sospette e odiate, ma anche coloro da cui avesse pur solo a sperare una ricca

preda. Diminuito fortemente con questo sistema il numero dei senatori, stabilì

di non nominarne altri, affinché con la riduzione del numero diminuisse anche

l’autorità stessa del senato e meno si sdegnassero di non essere più chiamati a

decidere sugli affari di stato; Tarquinio infatti, primo fra i re, venne meno alla

norma seguita dai predecessori di consultare il senato su ogni questione e governò

lo stato con private deliberazioni: fece e disfece da solo la guerra, la pace, i

trattati, le alleanze, a suo arbitrio, con chi volle, senza consultare il volere del

popolo e del senato. Ricorrendo pure agli aiuti stranieri per essere più sicuro tra

i concittadini, cercava di attirarsi soprattutto le genti latine e strinse con i capi

di quelle genti legami non solo di amicizia, ma anche di parentela. Diede in sposa

la figlia a Ottavio Mamilio di Tusculo – costui era di gran lunga il più nobile dei

Latini, discendendo, se vogliamo credere alla fama, da Ulisse e dalla dea Circe -

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che era il principale capo dei Latini e grazie a queste nozze si conciliò il favore

di molti suoi parenti e amici.

F4 - Il mito di Lucrezia

Tito Livio (I, 58) racconta quella che è considerata la causa scatenante della famosa ribellione

dell’aristocrazia contro l’ultimo re degli Etruschi, Tarquinio il Superbo: la violenza subita dalla no-

bile Lucrezia, moglie e figlia di autorevolissimi membri della nobiltà senatoria, ad opera di Sesto

Tarquinio figlio del re. L’atto oltraggioso, che denunciava la tracotanza della tirannide, avrebbe

determinato lo sdegno e la sommossa popolare guidata da Lucio Tarquinio Collatino, marito di

Lucrezia, e dal suo amico Lucio Giunio Bruto grazie alla quale i Tarquini vennero cacciati da

Roma e costretti a rifugiarsi in Etruria, mentre in Roma nasceva la Repubblica e il potere sarebbe

stato assunto dai primi due consoli, appunto Collatino e Bruto. L’incisività della prosa liviana si

adatta bene al valore emblematico che la leggenda di Lucrezia assume nella ricostruzione a po-

steriori del mito fondativo di Roma repubblicana: l’intransigente scelta di Lucrezia che incol-

pevole si uccide in nome dell’onore e della pudicizia violata è la suprema esaltazione dei principi

etici del mos maiorum, così come la rivolta di Collatino e Bruto rappresenta sul piano politico il

trionfo dell’anelito alla libertà collettiva del popolo contro la tirannide e l’abbandono per sempre

del modello istituzionale monarchico, che da quel momento in poi rappresenterà per secoli per i

Romani una sorta di tabù politico da respingere con qualunque mezzo.

Qualche giorno dopo, Sesto Tarquinio, all’insaputa di Collatino, si recò nella città

di Collazia con un solo compagno. Lì venne accolto cordialmente perché nessuno

era al corrente di ciò che tramava. Dopo la cena egli fu accompagnato nella stan-

za degli ospiti. Ardente di passione, quando si rese conto che la via era libera es-

sendo tutti ormai addormentati, con la spada in mano si recò da Lucrezia che

stava dormendo: la immobilizzò con la mano sinistra stretta sul suo petto e intimò

«Lucrezia, non proferire parola». La donna, destata dal sonno, terrorizzata, si

rese conto di non avere via di scampo e che la morte era vicina. Tarquinio si mise

allora a sproloquiare d’amore, ad alternare preghiere a minacce e a tentare ogni

mezzo perché l’animo della donna cedesse. Tuttavia constatando che Lucrezia

era irremovibile e che nemmeno la paura della morte poteva indurla a cedere,

allora giunse l’infamia all’intimidazione, e Tarquinio la minacciò che, una volta

morta, avrebbe sgozzato un servo e glielo avrebbe collocato nudo accanto, in

modo che si credesse che era stata uccisa in un sordido atto d’adulterio. Di fronte

a questa terrorizzante prospettiva il desiderio lussurioso (di Tarquinio) vinse, co-

me se avesse usato la violenza, l’inflessibile castità di Lucrezia. Quindi, orgo-

glioso di aver oltraggiato l’onore di una donna, egli se ne andò. Lucrezia, dispe-

rata per la terribile sventura che le era capitata, manda uno stesso messaggero

al padre a Roma e al marito ad Ardea perché la raggiungano, ciascuno con un

amico di fiducia; occorreva fare così, e immediatamente, perché era accaduta

una cosa tremenda. Arrivarono così Spurio Lucrezio con Publio Valerio, figlio di

Voleso, e Collatino con Lucio Giunio Bruto (questi ultimi stavano per caso rien-

trando a Roma, quando si erano imbattuti nel messaggero inviato da Lucrezia).

La trovano seduta nella sua stanza in un profondo stato di prostrazione. All’arrivo

dei congiunti, Lucrezia scoppia a piangere e al marito che le chiede: «Tutto be-

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ne?» risponde: «Per nulla. Che rimane di bene infatti a una donna che ha perduto

l’onore? Nel suo letto, Collatino, ci sono le tracce di un altro uomo: solo il mio

corpo è stato violato, il mio cuore è puro e la (mia) morte lo proverà. Ma porge-

temi la vostra mano destra e promettetemi solamente che l’adultero non resterà

impunito. Si tratta di Sesto Tarquinio: è lui che la notte scorsa è venuto qui e,

comportandosi da nemico e non da ospite, con la violenza, armato, si è preso da

questo letto un piacere funesto e fatale non solo per me ma, se vuoi siete dei

veri uomini, anche per lui». Tutti, uno dopo l’altro, giurano. Cercano quindi di

consolare l’afflitta con questi argomenti: in primo luogo la colpa ricadeva solo

sull’autore di quel delitto abominevole e non su di lei che era ne era stata a vit-

tima; poi non è il corpo che pecca ma la mente e quindi, se manca l’intenzione,

non esiste la colpa. Ma ella replica: «Tocca a voi stabilire quel che lui merita.

Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa non mi esimo dal castigo. E da oggi

in poi, più nessuna donna, sull’esempio di Lucrezia vivrà nel disonore!». Afferra

un coltello, che teneva nascosto sotto la veste, se lo pianta nel cuore e, acca-

sciandosi sulla ferita, crolla a terra moribonda, tra le urla (disperate) del marito

e del padre.

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, almeno in zona tirrenica,

gli Etruschi ebbero dei contatti con i Cartaginesi che da tempo control-

lavano le isole e una parte settentrionale delle coste dell’Africa. Sappiamo

che i Cartaginesi ad un certo punto incominciano ad avere dei contatti con

Roma e lo sappiamo da dei trattati, uno dei quali avviene nel 509 a.C. nel

quale Roma e Cartagine si spartiscono le zone di influenza, con uno squi-

librio molto forte in favore di Cartagine perché in quel momento era più po-

tente di Roma. Anche gli Etruschi fanno dei trattati con Cartagine, famoso è

il trattato siglato con la città etrusca di Cere.

Dopo la cacciata dei Tarquini abbiamo un momento di difficoltà per Roma.

Le fonti ci parlano di un momento di crisi economica, di carestia e di epi-

demia che giustifica il fatto dei Romani di fare dei patti con i popoli vicini

per rimettersi in sesto. I Romani reagiscono grazie anche all’elemento reli-

gioso: vengono fondati una serie di templi in onore alle divinità, anche stra-

niere.

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2. I primi passi della repubblica

2.1 Le lotte patrizio plebee

La serrata dei patres La caduta nel 509 a.C. della monarchia etrusca

segnò il ritorno del potere nelle mani delle famiglie aristocratiche. Si assiste

così alla ripresa del potere e alla c.d. serrata dei patres: le famiglie aristo-

cratiche si compattano perché possano soltanto loro detenere il monopolio

del potere. Queste famiglie aristocratiche non avevano fatto i conti con i pro-

blemi che riguardavo la società. Alle istanze sociali quali l’abolizione della

schiavitù per debiti, il disagio morale, si aggiungevano anche istanze politi-

che: la plebe non partecipava affatto alla gestione dello stato, non le era per-

messo di ricoprire le magistrature e la ricchezza (quella fondiaria) era mono-

polio esclusivo delle gentes aristocratiche che si asservivano di questa ric-

chezza anche attraverso le clientele. Inoltre le famiglie plebee più ricche, che

avevano ottenuto dei vantaggi dal processo di de-etruschizzazione, cerca-

vano di spezzare il monopolio aristocratico.

F5 - Lo sciopero militare

Nel racconto di Dionigi di Alicarnasso emerge un fatto, destinato a ripetersi in tutti gli altri re-

soconti delle sollevazioni plebee: la minaccia, da parte dei plebei più povere e indebitati di ri-

correre a uno “sciopero militare”, e cioè al rifiuto di prestare il servizio militare se i loro debiti non

fossero stati rimessi.

Mentre essi stavano preparando tutto il necessario per la guerra e cominciavano

ad arruolare truppe, vennero a trovarsi in una grande perplessità vedendo che

non tutti i cittadini mostravano il medesimo ardore per la campagna militare.

Giacché i poveri e particolarmente quelli che non erano in grado di saldare i loro

debiti nei confronti dei debitori – e costoro erano in gran numero – quando veni-

vano chiamati alle armi rifiutavano di obbedire e non erano disposti ad unirsi ai

patrizi in alcuna azione di guerra, qualora questi non decretassero a loro favore

l’abolizione dei debiti. Anzi, alcuni addirittura minacciavano di abbandonare Ro-

ma e si esortavano a vicenda a soffocare il loro amore per una città che non dava

loro parte alcuna di beni. Dapprima i patrizi cercavano di esortarli a di convincerli

a cambiare idea, ma, poiché in risposta alle loro proposte i plebei non diven-

tavano affatto più moderati, allora si radunarono nel Senato per vedere quale

sarebbe stato il metodo più adatto per porre fine al tumulto che turbava la re-

pubblica. Pertanto tutti quelli che erano più onesti e i cui beni erano più modesti

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consigliavano che si dovesse condonare i debiti ai poveri e che si dovesse com-

prare a un prezzo più basso l’essere ben voluti in politica, giacché in tal modo

essi avrebbero ricavato grandi guadagni sia pubblici sia privati.

(Dionigi di Alicarnasso, V, 63)

La secessione della plebe Di fronte a questa situazione la plebe non

accettava questa condizione e per di più in una nuova dimensione “demo-

cratica” quale sarebbe stata la neonata repubblica. Così nel 494 a.C. abbiamo

la secessione della plebe, che apre così un periodo lunghissimo (almeno fino

al III secolo a.C.) di lotte patrizio-plebee. La plebe si rifiuta di tornare a

Roma dopo una battaglia – da ricordare il fatto che in questo periodo Roma

sarà sempre impegnata in battaglie locali – e si rifugia in segno di protesta

sul colle Aventino, rifiutandosi così di combattere.

I successi della plebe A seguito della secessione, la plebe ottiene dei

successi clamorosi: innanzitutto viene accettato un rappresentante della ple-

be, il c.d. tribuno della plebe, una sorta di rappresentante delle istanze ple-

bee che aveva determinate prerogative quali lo ius auxilii, lo ius interceden-

di, la sacrosantitas e il diritto di assistere giuridicamente i plebei contro

gli abusi dei magistrati. Va da sé che viene istituito, sempre in questo peri-

odo, anche il concilium plebis, concilio o assemblea nella quale il popolo si

riuniva e votava il proprio rappresentante. Col tempo poi i concilia plebis

diventeranno parte dell’ordinamento repubblicano e i plebiscita, cioè le de-

cisioni del conciulium plebis, avranno valore di legge.

Secondo traguardo, ma non proprio a favore della plebe (scarsissime, infatti,

sono le concessioni alla plebe), è l’emanazione da Legge delle Dodici Ta-

vole. Tra il 451-450 a.C. la gens Claudia spinge in seno alle famiglie ari-

stocratiche la volontà di mettere per iscritto i mores, ossia i costumi e le leggi

antiche che avevano valore di legge. Garante di queste istanza filoplebea è

Appio Claudio, il quale presiede nel 450 a.C. una commissione predisposta

a redigere per iscritto le leggi, i c.d. decemviri legibus scribundis. Il collegio

decemvirale verrà aggiunto di ulteriori componenti plebei. Appio Claudio

tuttavia oltrepassò i limiti previsti dal suo incarico, cercò di rendere per-

manente questo istituto, venendo così accusato di aspirare alla costituzione

della monarchia, il collegio venne sciolto e le magistrature vennero ripristi-

nate.

Altra tappa importante di rivendicazione plebea è la Lex Canuleiadel 445

a.C.: il tribuno Gaio Canuleio con un plebiscito del concilium plebisfa

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abrogare il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei. Questo è un dato e

una svolta importantissima: i plebei con questa legge possono accedere alle

magistrature e, soprattutto, si consente alla plebe di ricoprire le cariche ma-

gistratuali, tranne quelle cum imperio, ancora appannaggio dell’aristocrazia

senatoria.

Altra tappa fondamentale sono leggi Licinae-Sextiae. Nel 376 a.C. i tribuni

Gaio Licinio e Lucio Sestio stilarono un pacchetto di leggi filoplebee, ratifi-

cate nel 367 a.C. Questo pacchetto di leggi prevedeva: il ridimensionamento

della schiavitù per debiti (nexum), l’approvazione della lex de modo agrorum

che prevedeva una limitazione dell’occupazione privata dell’ager publicus,

infine, la concessione ai plebei di accedere al consolato.

Ulteriore tappa è la Lex Petelia Papiriadel 326 o 316 a.C., che prevede

l’abolizione della schiavitù per debiti.

Nel 300 a.C. viene approvata la Lex Ogulnia che prevedeva l’accesso ai ple-

bei alle cariche sacerdotali e che sancisce la fine del monopolio patrizio degli

auspicia.

Ulteriore e ultima tappa, che in un qualche modo conclude il periodo di lotta

patrizio-plebea e definisce l’ordinamento repubblicano, è la Lex Hortensia

del 287 a.C., che rendeva i plebisciti dei concilia plebis vincolanti senza do-

ver più ottenere la ratifica del senato.

2.2 L’ordinamento repubblicano

Caratteristiche delle magistrature All’indomani della cacciata dei

Tarquini lo slogan divenne “mai piu re”. Venne messa al bando la figura del

re e il sospetto di aspirare al regno sarebbe diventato l’elemento d’accusa più

infamante che si potesse lanciare a qualcuno. Quello che si cercava in asso-

luto era un equilibrio dei poteri tra i magistrati, funzionari, soldati e popolo.

Assistiamo, quindi, ad una diluizione dei poteri del re all’interno di una strut-

tura collegiale, rappresentata dal cursus honorumrepubblicano. Le caratte-

ristiche principali delle magistrature romane erano: collegialità, annualità,

elettività, gerarchia.

Le magistrature Ai vertici della repubblica abbiamo i consoli, magistrati

dotati di imperium, cioè di potere coercitivo di vita e di morte sui cittadini,

avevano il comando dell’esercito e gestivano la vita politica della città. Re-

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stavano in carica un anno e dovevano aspettare dieci anni perché si potessero

ricandidare al consolato. I consoli erano sempre due.

Sotto i consoli stavano i pretori, magistrati dotati anche loro di imperium,

potevano guidare l’esercito solo quando lo era richiesto, avevano per di più

funzioni giudiziarie: c’era il pretore urbano, cui spettava le controversie tra

cittadini, e il pretore peregrino, cui comportava le controversie che coinvol-

gevano stranieri. Il pretore aveva l’obbligo, quando entrava in carica, di ema-

nare un editto che conteneva le linee generali della sua politica.

Seguivano poi le magistrature c.d. sine imperio: edilità (approvvigionamen-

to, viabilità, gestione dei mercati e delle fiere, allestimento di spettacoli pub-

blici), e questura (incarichi di tipo finanziario).

Facevano eccezione due magistrature straordinarie: la dittatura e la cen-

sura. Il dittatore veniva nominato solo in casi di estrema difficoltà (prassi

che rimarrà in vigore almeno finno alla seconda guerra punica), rimaneva in

carica 6 mesi e assommava su di sé tutte le magistrature, che venivano quindi

sospese. Il censore, carica era sempre collegiale, veniva eletto ogni cinque

anni per una durata di diciotto mesi, aveva il compito di redigere il censi-

mento e di sindacare sui requisiti morali e patrimoniali per l’ammissione e la

permanenza in senato.

Facevano parte poi le assemblee. C’erano i comizi tributi, che eleggevano i

magistrati sine imperio, i comizi centuriati, che eleggevano i magistrati cum

imperio e i concilia plebis che eleggevano i tribuni della plebe. C’era poi

l’assemblea per eccellenza: il senato, un consesso di ex-magistrati che aveva

il compito di gestire la cosa pubblica, che delegava ai singoli magistrati, e

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l’indirizzo della politica estera. Aveva solo potere consultivo, ma le sue de-

cisioni, i c.d. senatoconsulti, avevano valore di legge ed erano vincolanti.

Completavano il quadro istituzionale i collegi sacerdotali degli àuguri, dei

pontefici e dei sacerdoti feziali. Il culto assumeva un valore di legittima-

zione politica e bellica (c.d. bellum iustum).

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3. Roma conquista la penisola italica

La minaccia etrusca Le fasi immediatamente successive alla caduta

della monarchia e all’instaurazione della repubblica furono caratterizzate da

una serie di scontri tra Roma e le altre città del centro Italia che, da un lato,

rallentarono l’apertura verso il bacino del Mediterraneo, dall’altro, le assicu-

rarono il controllo di tutto il settore centrale della penisola italiana, indispen-

sabile punto di partenza per la successiva espansione territoriale. Primo

scontro è contro la minaccia etrusca. Il re Porsenna, con l’aiuto di Tarqui-

nio il Superbo, tenta un’occupazione della città. L’assediamento, come rac-

conta Tacito, probabilmente avvenne. Intervenne in funzione antietrusca la

Lega Latina, che nel 507-506 a.C., riesce a sconfiggere Arrunte, figlio di

Porsenna, con l’aiuto di Aristodemo Malaco.

La minaccia della Lega Latina Molto presto però l’azione dei Latini

non era stata concepita per agevolare Roma, che si trova così ad affrontare

una seconda minaccia, ossia quella la Lega Latina. Nel 496 a.C. avvenne

lo scontro decisivo tra la Lega Latina e Roma, preso il lago Regillo nei pressi

di Tuscolo. Da tale vittoria ne derivò la stipulazione del foedus Cassianum

nel 423 a.C.: un trattato di alleanza su un piano paritario che prevedeva l’in-

gresso nella Lega Latina di Roma e prevedeva lo ius commercii, lo ius mi-

grandi, lo ius conubii e l’ausilio reciproco in caso di guerra.

Defezione di Volsci ed Equi L’altra minaccia è quella dei Volsci e de-

gli Equi, che in un primo tempo vengono sconfitti da Cincinnato presso Tu-

scolo sul Monte Algido nel 458 a.C., e poi in modo definitivo dal dittatore

Aulo Postumio nel 431 a.C. sempre sul Monte Algido. Nel 396 a.C. si giun-

ge alla pace definitiva.

La guerra contro Veio Altro momento di scontro, e direi quasi defini-

tivo contro gli Etruschi, è la guerra contro la città di Veio. Secondo la tradi-

zione si ebbe un primo scontro tra il 483 e il 474 a.C. dove il clan dei Fabi

cercò autonomamente di muovere una guerra privata contro Veio: l’esito fu

disastroso e costò l’eliminazione di tutta la gens Fabia. Ci sarà una seconda

fase di guerra, tra il 437 e il 426 a.C. che si concluse con la conquista romana

di Fidene. Tuttavia lo scontro decisivo che si configurò come prima vera

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guerra romana è lo scontro che durò dal 406 al 396 a.C. dove, grazie allo

stratagemma del dittatore Marco Furio Camillo, la città di Veio venne com-

pletamente distrutta e la popolazione venne in parte massacrata in parte

ridotta in schiavitù. Questa occasione di guerra ha istituito la pratica dello

stipendium e di un tributum che rimase in vigore fino al 167 a.C. con la bat-

taglia di Pidna.

F6 - La preghiera di Camillo e il rito dell’«evocatio»

Prima dello scontro finale contro Veio il dittatore Camillo invitò la divinità protettrice della città,

l’etrusca Uni, a passare in Roma dove sarebbe stata venerata con il nome di Giunone Regina:

Una folla immensa si riversò nell’accampamento. Allora il dittatore, dopo aver

preso gli auspici, si fece avanti e, dopo aver detto ai soldati di armarsi, disse: «O

pitico Apollo, sotto la tua guida e per la tua divina ispirazione mi avvio a di-

struggere la città di Veio e a te offro in voto la decima parte del bottino che se

ne ricaverà. Nello stesso tempo supplico te, Giunone Regina che ora risiedi a Ve-

io, di seguire le nostre armi vittoriose nella nostra città di Roma, tua dimora fu-

tura, la quale ti riceverà in un tempio degno della tua grandezza».

(Livio 5, 21, 2)

L’incursione gallica Tra V e IV secolo a.C. popolazioni di origine indo-

europea provenienti dall’Europa centrale intrapresero un massiccio movi-

mento di migrazioni per ragioni di diversa natura. In particolare un gruppo

di Galli Sènoni nel 390 a.C., capeggiati da Brenno, invadono e saccheg-

giano Roma, che si trova costretta a pagare il riscatto con una ingente quan-

tità di denaro, anche dopo il tentativo di un esercito della Lega Latina di fer-

mare Brenno, sconfitto però presso il fiume Allia, un affluente del Tevere.

Questi Galli decidono di dirigersi verso sud fino a giungere in Sicilia, dove

strinsero un’alleanza con Dioniso il Vecchio, tiranno di Siracusa. All’espan-

sione di Dionisio, con l’aiuto dei Galli, gli abitanti di Caere, alleati dei

Romani, si scontrarono contro i gruppi di Galli, determinando la reazione di

Siracusa. I Romani riescono facilmente a respingere la minaccia siracu-

sano-gallica e nel 353 a.C. conquistano definitivamente la città di Caere,

centro marittimo di notevole rilievo. Ne emerse un trattato con Cartagine

nel 348 a.C. in cui Roma accettava i limiti di navigazione per Spagna, Sicilia

e Sardegna in cambio del controllo completo sul Lazio garantito dalla stessa

Cartagine.

17

La prima guerra sannitica I territori appenninici e adriatici del centro

Italia furono sotto la dominazione dei Sanniti, una confederazione di popoli

italici di comune origine e di lingua osca. Contro i Sanniti i Romani combat-

teranno tre guerre. Le motivazioni della seconda guerra contro i Sanniti de-

vono trovarsi nella guerra latina.

La popolazione dei Sidicini, popolazione che si trovava in un territorio favo-

revole per lo sbocco al mare, chiede aiuto ai Campani che, rimettendosi

completamente ai Romani, chiedono il loro intervento. I risultati della pri-

ma guerra sannitica sono inconcludenti perché i Sanniti riacquistano il

controllo sia del territorio dei Sidicini sia delle aree occupate prima della

guerra.

La guerra Latina La presenza dei Sanniti continua a gravare sulla via

della Lega Latina, ostacolando le attività commerciali dei Latini. Si arriva ad

unno scontro dove i Romani combattono a fianco dei Sanniti contro la Lega

Latina. Nel 338 a.C., dopo uno scontro a Trifano, peraltro non decisivo per

le sorti, i Romani riescono a prevalere e sciolgono il foedus Cassianum.

Lo scioglimento comporta quindi lo scioglimento della Lega e tutte le popo-

lazioni della Lega rientrano sotto l’influenza romana. Da questo momento

Roma controlla un vasto territorio attraverso sia colonie sia municipi e con

patti, detto foedera, ossia patti “personalizzati”.

Nel 328 a.C. Roma fonda la colonia latina di Fregelle e nel 327 a.C. inter-

viene a favore di Napoli, minacciata dalle colonie magnogreche. Nel 328

a.C. Napoli chiede aiuto ai Romani, che intervengono l’anno successivo

con il console Quinto Publio Filone. Questo atteggiamento dei Romani, a-

pertamente ostile ai Sanniti, determinò una forte reazione sannita che si con-

sumerà in ulteriori due guerre.

La seconda guerra sannitica Nel 323 a.C. i Romani intervengono a

favore delle comunità di Luceria e di Arpi e nel 321 a.C. vengono sconfitti

presso le Forche Caudine. Si riprenderanno più avanti nel 312 a.C. con la

vittoria a Terracina e nel 305 a.C. con la conquista della roccaforte sannita

di Bovianum, svolta che consentirà nel 304 a.C. di firmare una pace irrisoria.

La terza guerra sannitica I Sanniti riescono ad aggregare intorno a sé

il malcontento di molte etnie italiche nei confronti della crescente egemonia

romana. I Lucani chiedono aiuto e l’intervento dei Romani per far fronte alla

minaccia sannita. Nel 297-296 a.C. il console Publio Decio Mure sottrae la

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regione del Sannio ai Sanniti e nel 295 a.C. i Sanniti e le popolazioni a loro

alleate vengono sconfitte nella battaglia di Sentino, una battaglia che entra

a far parte del patrimonio letterario per le azioni valorose del console Decio

Mure.

La guerra tarantina Ultimo scontro che Roma si trova a dover affrontare

è la guerra tarantina (280-272 a.C.). Alla crescente espansione di Roma

dovuta alla vittoria contro i Sanniti, le città magnogreche incominciarono a

tutelarsi, timorose di un possibile accanimento romano nel sud Italia. Così

molte città magnogreche decisero di allearsi con Roma che subito inviò trup-

pe per presidiare le città. Questa situazione determinò nuovamente la rea-

zione di Taranto, che già nel 303 a.C. con Cleònimo aveva cercato in vano

di resistere ai Romani. Taranto, temendo un assoggettamento di tutto il ter-

ritorio magnogreco da parte dei Romani, decise nel 282 a.C. di attaccare le

flotte romane a largo di Crotone (non si sa se la flotta romana fosse lì per ca-

so o meno). Pertanto si arrivò ad uno scontro. Roma dichiara guerra a Ta-

ranto, che chiede l’aiuto di Pirro, re dell’Epiro, che giunge in Italia con

25.000 uomini e 20 elefanti. Pirro ne approfitta: infatti il suo scopo era quello

di conquistare il sud Italia e la Sicilia, ma conquistare la Sicilia avrebbe do-

vuto significare uno scontro con Cartagine. Cartagine a questo punto si allea

con Roma, dopo aver riportato una sconfitta, e insieme riescono a sconfig-

gere Pirro presso Beneventum, o Maleventum, nel 275 a.C. grazie anche

alla grande capacità militare del console Manlio Curio Dentato. Pertanto

nel 272 a.C. Taranto si arrende definitivamente ai Romani e Pirro è costretto

a tornarsene in patria.

L’organizzazione dei territori Dopo tutta questa serie di guerre a parti-

re dalla conquista di Veio fino a Taranto, Roma si trova a dover controllore

l’intera penisola italica, delimitata a nord da una linea immaginaria che uni-

sce Rubicone, Pisa e Rimini. Un discorso importante va fatto sull’organiz-

zazione dei territori e delle popolazioni. Il controllo di un territorio tal-

mente vasto, quasi tutta la penisola italiana, implicava l’adattamento di un

sistema istituzionale e governativo molto più articolato. Le terre conquistate

venivano colonizzate (colonie romane e colonie latine) o venivano messe

in concessione a scopo agricolo a favore di privati; oppure parte del territorio

veniva concesso in blocco ad un’intera comunità, mentre la restante parte

diventava ager romanus. Capitava che i Romani non procedessero a nuove

fondazioni e questo era il caso di comunità in cui esisteva già un impianto di

19

tipo istituzionale: si tratta dei c.d. municipi, che dovevano corrispondere ai

Romani dei tributi. A volte, invece, i Romani costituivano dei trattati singoli

con le popolazioni assoggettate: era il caso delle civitates foederatae e dei

sociiitalici, che dovevano corrispondere ai Romani truppe e tributi.

20

4. Roma conquista il mediterraneo

La conquista dell’Italia meridionale in seguito alla vittoria contro Pirro aveva

portato Roma a controllare molte città litoranee, a creare una flotta già a

partire dal 311 a.C. e a doversi confrontare con Cartagine, che incomincia a

preoccuparsi sempre di più. I Romani iniziano così una serie di guerre di

logoramento contro i Cartaginesi, saranno le c.d. guerre puniche. Bisogna

tenere presente che Roma tra il III e il II secolo a.C. si trova a doversi con-

frontare con più realtà e a volte quasi contemporaneamente: guerre puniche

con guerre illiriche e parte delle guerre macedoniche, guerre siriache e guerre

macedoniche. Insomma Roma a partire dal V secolo a.C., poco dopo la

cacciata dei Tarquini è perennemente in guerra; pertanto si deve tenere

presente anche l’evoluzione sociale e delle strutture politiche di Roma e

delle conquiste e delle rivendicazioni “politiche” della plebe.

La prima guerra punica Messina, dopo essere stata assediata dal tiranno

di Siracusa che aveva assediato i Mamertini, che si erano successivamente

appoggiati ai Cartaginesi, chiede aiuto a Roma, che interviene con una flotta,

dopo un ampio dibattito in senato, e con l’uso dei ponti mobili, c.d. corvi,

nel 260 a.C., con il console Gaio Dullio, riuscì a Milazzo a distruggere al-

cune navi cartaginesi. Nel 256 a.C. presso Capo Ecnomo il console Attilio

Regolo sbarca sulle coste d’Africa e sconfigge un contingente cartaginese:

dure sono le condizioni di pace che Attilio Regolo inflisse ai Cartaginesi, che

lo fanno prigioniero dopo un nuovo scontro nel 255 a.C. La prima guerra

punica si conclude nel 241 a.C. quando il console Lutazio Catulo sconfigge

presso le Isole Egadi una grossa flotta punica guidata dal generale punico

Amilcare detto Barca. Le condizioni di pace sono molto dure: Cartagine

deve ridurre la flotta, versare 78 tonnellate di argento in dieci anni, restituire

i prigionieri, rinunciare alla Sicilia, alle Isole Egadi e Lipari, abbandonare la

Sardegna e la Corsica.

Le guerre illiriche Alla prima minaccia punica seguono contestualmente

le guerre illiriche, che non saranno risolutive (infatti si dovrà aspettare

Pompeo perché i pirati dell’Illiria siano definitivamente sconfitti). In seguito

alle richieste di Lissa e all’uccisione dei mercanti italici ad opera di pirati, i

Romani intervengono e nel 229 a.C. conseguono diverse vittorie tra cui quel-

le ad Apollonia e a Durazzo, riuscendo a farsi consegnare anche Corcira.

21

Roma crea un governatorato guidato da Demetrio di Faro ed entra così ai

giochi Istmici panellenici di Corinto. Demetrio di Faro, tuttavia, abbandona

presto l’alleanza con Roma e unitosi con la Macedonia provvede con nuovi

atti di pirateria. Nel 219 a.C. Roma è costretta ad un nuovo intervento, non

risolutivo contro i pirati dell’Illiria.

Il ‘tumultus gallicus’ Contestualmente alle guerre illiriche Roma è mi-

nacciata dal tumultus gallicus. Sono presenti invasioni celtiche: i Galli Boi,

stanziati più o meno nella zona dell’attuale Emilia, e gli Insubri, stanziati

nella zona di Milano, nel 225 a.C. invadono l’Etruria arrivando fino a Chiusi.

Nel 223 a.C. i consoli muovono guerra contro gli Insubri e nel 222 a.C. i

consoli Marco Claudio Marcello e Gneo Cornelio Scipione, con la bat-

taglia di Clastidium, completano l’assoggettamento della Gallia Cispadana.

I Romani creano una serie di colonie, Piacenza e Cremona nel 218 a.C., e

soprattutto tra il 220-219 a.C. vengono iniziati i lavori di costruzione, per

iniziativa del console Caio Flaminio Nepote, della via Emilia, che collegherà

Rimini a Roma.

F7 - La vicenda dei rapporti diplomatici Cartagine-Roma

Secondo quanto riferisce lo storico greco di Roma Polibio, fin dai primi anni della repubblica, e

precisamente nel 508 a.C., i Romani avrebbero stipulato con i Cartaginesi un trattato di pace, al

quale sarebbero seguiti altri due, rispettivamente nel 306 e nel 279 a.C. Polibio dichiara di aver

letto i tre trattati incisi su tavolette di bronzo, che venivano conservate nel tempio di Giove al

Campidoglio in una sorta di archivio pubblico custodito dai questori. Nel primo trattato, che qui

si riporta, Cartagine elimina ogni concorrenza commerciale con Roma sulle coste africane ad

est del Capo Calos (presso la stessa Cartagine); in cambio Roma, ponendosi come protettrice

di alcune città del Lazio, ottiene dai Cartaginesi l’impegno a non arrecare alcun danno a queste

città. Ci si è chiesti fino a che punto sia verosimile che già nel 508 a.C. Roma potesse esercitare

un’influenza commerciale tale da fare concorrenza con Cartagine. La risposta più probabile è

che la Roma in questione è la Roma ancora sotto il dominio etrusco, di una potenza, cioè, che

ai Cartaginesi poteva apparire allora una pericolosa concorrente. Il secondo documento, di cui

pure Polibio ci offre la trascrizione, è il trattato di pace tra Roma e Cartagine dopo la prima guerra

punica. Esso prevedeva un indennizzo di guerra da parte di Cartagine e fissava le nuove aree

di influenza delle due potenze nel Mediterraneo. Com’è noto, fu il mancato rispetto da parte di

Roma del trattato a determinare lo scoppio della seconda guerra punica.

I primi trattati stipulati fra i Romani e i Cartaginesi risalgono ai tempi di Giunio

Bruto e Marco Orazio, che furono i primi consoli eletti dopo la fine della monar-

chia, e sotto di loro fu consacrato il tempio di Giove Capitolino. Questo avvenne

28 anni prima dell’invasione della Grecia da parte di Serse. Io riporto qui il trat-

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tato interpretandolo con la maggiore correttezza possibile. Tanto grande, infatti,

è la differenza tra la lingua latina contemporanea e quella antica, che anche i

più competenti con tutta la loro scienza riescono appena a spiegare poche cose.

Il trattato è questo: «Sui seguenti punti si basa l’amicizia tra i Romani e i loro al-

leati e i Cartaginesi e i loro alleati. I Romani e i loro alleati non devono navigare

di là dal promontorio di Calos, salvo che non vi siano costretti da nemici o da

tempeste. Se qualcuno vi è trasportato per motivi di forza maggiore non deve

prendere o comprare nulla salvo che quel che gli occorre eventualmente per ri-

fornire la nave o per offrire sacrifici, limitando comunque la permanenza ad un

massimo di cinque giorni. Quelli che vengono per commercio non ritengano com-

piuto alcun contratto che non sia stato stipulato davanti ad un pubblico banditore

o a uno scrivano. Di tutto ciò che sarà venduto in presenza di questi il prezzo è

dovuto sotto garanzia dello stato al venditore ove ciò avvenga in Africa o in Sar-

degna. Se qualche Romano viene nella Sicilia, che è soggetta ai Cartaginesi, sia

protetto dalle medesime leggi. I Cartaginesi non molestino le popolazioni di Ar-

dea, di Anzio, di Laurento, di Circeo, di Terracina né di alcun’altra città latina

soggetta a Roma e si tengano lontani dalle città indipendenti: e qualora ne ab-

biano occupata una la restituiscano intatta ai Romani. Non dovranno i Cartaginesi

costruire fortezze in territorio latino: e se vi entreranno come nemici non do-

vranno passarvi la notte».

Il promontorio di Calos è posto davanti a Cartagine ed è rivolto a nord: i Carta-

ginesi, mi sembra, non volevano che i Romani andassero oltre ad esso in direzione

sud con le navi da guerra per evitare che quelli venissero a conoscenza dei luoghi

posti presso la Bissatide e la piccola Sirte, da essi chiamati Emporii per la fertilità

della terra. Se qualcuno, spinto dalla tempesta o da nemici, avesse avuto bisogno

dell’indispensabile per sacrifici o per riparare le avarie della nave, i Cartaginesi

lo concedevano, ma niente più, con l’obbligo peraltro per tutti quelli che vi ap-

prodavano di ripartire entro cinque giorni. Ai Romani era consentito di navigare

a scopo di commercio verso Cartagine e tutta la regione africana al di qua del

promontorio di Calos, verso la Sardegna e quella parte della Sicilia soggetta ai

Cartaginesi i quali s’impegnavano solennemente di assicurane i diritti. Da questo

trattato si deduce con chiarezza che i Cartaginesi parlano dell’Africa e della Sar-

degna come di loro esclusiva pertinenza: per la Sicilia, invece, stipulando il trat-

tato essi si riferiscono espressamente a quella parte dell’isola ad essi soggetta.

[…]

Similmente i Romani stipulano il trattato per la regione latina senza fare men-

zione del resto dell’Italia, che non rientrava nella loro giurisdizione.

[…]

Conclusa la guerra per la Sicilia (241 a.C.), i Romani e i Cartaginesi fecero un al-

tro trattato i cui punti fondamentali erano i seguenti: «I Cartaginesi si ritireranno

dalla Sicilia e da tutte le isole che stanno tra l’Italia e la Sicilia. Le parti con-

traenti garantiscono la sicurezza per i propri alleati. Nessuna delle due parti darà

alcuna disposizione nei domini dell’altra, né vi edificherà a spese pubbliche, né

vi raccoglierà soldati, né riceverà in amicizia gli alleati dell’altra. I Cartaginesi

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pagheranno duecentomila talenti entro dieci anni, versandone subito mille. I Car-

taginesi restituiranno subito i prigionieri romani senza riscatto». Più tardi, ter-

minata la guerra libica, avendo i Romani dichiarato la guerra ai Cartaginesi, fu-

rono aggiunte queste altre clausole al trattato: «I Cartaginesi lasceranno la Sar-

degna e pagheranno altri milleduecento talenti»; secondo quanto detto sopra. Ai

suddetti trattati si aggiunse in ultimo l’accordo fatto con Asdrubale in Spagna in

base al quale i Cartaginesi si impegnavano a non oltrepassare, per scopi bellici,

il fiume Ebro. Queste erano le convenzioni concluse tra i Romani e i Cartaginesi

dall’inizio fino ai tempi di Annibale.

(Polibio, Storie, III, 22-23, 27)

La seconda guerra punica Mentre i Romani erano impegnati nella

creazione di colonie settentrionali, Cartagine cercò di risollevare le proprie

sorti e nel 237 a.C. occupò la penisola iberica con il generale Amilcare Barca.

Percependo il pericolo, i Romani, per difendere la città alleata Marsiglia,

stipularono il patto dell’Ebro con i Cartaginesi. Tuttavia, i Cartaginesi, nel

219 a.C., attaccano la città di Sagunto (città alleata di Marsiglia) e i Romani

immediatamente dichiarano guerra a Cartagine. Venne mandato in Spagna

Publio Cornelio Scipione, che però non riesce a fermare Annibale, che, su-

perate le Alpi, giunge in Italia portando dalla propria parte tutte quelle po-

polazioni italiche sottomesse dai Romani; in Africa, verrà poi richiamato il

console Tito Sempronio Longo.

Annibale mise a ferro e a fuoco l’Italia tra il 218 e il 216 a.C. riportando

delle vittorie schiaccianti: Ticino, Trebbia, Trasimeno e Canne, in cui i

Romani persero circa 60.000 uomini di cui 80 senatori. Dopo la sconfitta di

Canne i Romani avevano perso tutti quei popoli che avevano conquistato e

inserito nella rete di federazioni, tutti quei legami con i popoli dell’Italia set-

tentrionale (esclusi i Veneti) e meridionale (Lucani, Bruzzi, Sanniti), perso

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anche la Sicilia, che strinse un trattato di alleanza con Filippo V di Macedo-

nia. Di fronte a questo quadro drammatico si impose la strategia attendista

di Quinto Fabio Massimo, che per qualche anno evita lo scontro diretto con

Annibale. Questa strategia permise ai Romani di reagire e di recuperare tutti

i territori e le alleanze perdute, soprattutto la Sicilia e Taranto.

Nel 209 a.C. venne nominato proconsole Publio Cornelio Scipione che inco-

mincia ad operare in Spagna, riuscendo a liberarla nel 206 a.C., vendicando

così anche la morte del padre e dello zio. Nel 207 a.C. c’è la battaglia del

Metauro, uno scontro che vide i Cartaginesi guidati dal fratello di Annibale,

Asdrubale, e i consoli Gaio Claudio Nerone e Marcio Livio Salinatore: vie-

ne sconfitto Asdrubale e viene consegnata la sua testa ad Annibale. Nel 205

a.C. viene eletto console Publio Cornelio Scipione che, vedendo il senato

indeciso sul da farsi, decise di formare un esercito con l’aiuto dei popoli

italici alla volta dell’Africa, con lo scopo di sconfiggere definitivamente An-

nibale, che dopo la battaglia del Metauro scappa prima in Africa e poi rag-

giunge Antioco III, re di Siria. Tornato Annibale in Africa nel 203 a.C. e al-

leatosi con Siface re di Numidia, Scipione con l’alleanza di Massinissa, scon-

figge presso i Campi Magni sia i Cartaginesi sia i Numidi, una vittoria che

portò Massinissa sul trono della Numidia. Nell’ottobre del 202 a.C. a Zama

Romani e Cartaginesi si scontrano definitivamente: Scipione sconfigge defi-

nitivamente Annibale e ottenne l’epiteto di ‘Africanus. Durissime furono

le condizioni di pace: Cartagine dovette dismettere la propria flotta, ad ec-

cezione di dieci triremi, corrispondere 260 tonnellate di argento in cinquan-

t’anni, riconsegnare a Massinissa i territori conquistati, e impegnarsi a non

intraprendere azioni belliche se non con il consenso dei Romani. Dal canto

loro i Romani con la seconda guerra punica conquistarono e controllarono

l’intera costa del Mediterraneo occidentale.

Le guerre macedoniche Più o meno negli stessi anni delle guerre pu-

niche o immediatamente dopo la seconda guerra punica, i Romani guardano

con molto interesse anche alla parte orientale dell’impero, una parte assai

turbolenta a causa dei regni ellenistici: regno dei Tolomei in Egitto, regno

degli Antigonidi in Macedonia, dei Seleucidi in Siria e degli Attalidi a Per-

gamo. Questi regni ellenistici cercavano di espandersi li uni a danno degli

altri e a danno delle città greche. Questo provocò non poche frizioni. I Roma-

ni capiscono la situazione e si inseriscono nelle contese tra mondo greco e

mondo orientale, tentando di proporsi come difensori del mondo greco. I

senatori romani sia per questioni personali sia per ragioni di relazioni tra la

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madrepatria, Roma e l’Oriente, si inseriscono nel sistema delle alleanze gre-

che proponendosi come amici e difensori del mondo greco ellenistico contro

i barbari dell’Oriente. Hanno inizio le guerre macedoniche, che secondo al-

cuni sarebbero un episodio della seconda guerra punica, perché Filippo V di

Macedonia cerca di portare dalla propria parte Annibale e tutti quelli che si

erano allontanati da Roma. La prima guerra macedonica (215-205 a.C.) si

concluse nel 205 a.C. con la pace di Fenice: i Macedoni persero i territori

illirici e i Romani entrarono nelle dinamiche del Mediterraneo orientale el-

lenistico. La seconda guerra macedonica (200-196 a.C.) è una guerra pre-

ventiva: al concetto di bellum iustum si aggiunge quello di una guerra pre-

ventiva, memori i Romani della sconfitta di Canne e delle scorrerie di Anni-

bale. Così per non avere un secondo Annibale con Filippo V, che dal 200

a.C. aveva iniziato ad espandersi a danno delle città greche, i Romani deci-

sero di affrontare una guerra. Da ricordare è l’intervento propagandistico

del console Tito Quinzio Flaminino, il quale ottenne numerose vittorie. Tito

Quinzio Flaminino si allea con le leghe greche, ottiene una proroga dei co-

mandi militari e nel 197 a.C. ottenne una decisiva vittoria contro Filippo

V presso Cinoscefale, in Tessaglia. Con un eloquente discorso Flaminino

durante i giochi Istmici a Corinto proclama la libertà della Grecia.

La guerra siriaca Il gesto del console, tuttavia, non fu preso benissimo:

non si capisce se esso sia o meno un vantaggio, pertanto le leghe cercano di

scrollarsi di dosso l’egemonia romana. Gli Etoli fanno, così, un trattato

contro Antioco III di Siria: ha inizio così la guerra siriaca (192-188 a.C.).

Antioco III annientò una guarnigione romana presso Delo e nel 192 a.C. Ro-

ma dichiara guerra ad Antioco III. Dopo una serie di vittorie che garantirono

il controllo di Roma del Mediterraneo orientale, nel 189 a.C. i Romani

guidati dal console Lucio Cornelio Scipione, sconfiggono a Magnesia

Antico III, il quale nel 188 a.C. è costretto a firmare la pace di Apamea.

La terza guerra macedonica Nel frattempo, Filippo V ritornò ad

avere mire espansionistiche, ma nel 179 a.C. morì. Il figlio di Filippo V, Per-

seo, adirato per la morte del padre e animato da un desiderio di rivalsa cerca

di intervenire in Grecia per liberarla dal giogo romano. Si giunse così alla

terza guerra macedonica (171-168 a.C.): nel 168 a.C. a Pidna i Romani

sconfiggono Perseo con il console Lucio Emilio Paolo. La Macedonia viene

suddivisa in quattro distretti indipendenti, ciascuno dei quali è tenuto a ver-

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