Teoria e metodi dello sviluppo umano locale - Relazione per esami universitari e master, Esami di Economia Degli Intermediari Finanziari. Università di Firenze
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barbarina8324 settembre 2013
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Teoria e metodi dello sviluppo umano locale - Relazione per esami universitari e master, Esami di Economia Degli Intermediari Finanziari. Università di Firenze

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Il ruolo della ricerca azione partecipativa per lo sviluppo umano locale. Descrizione delle dimensioni, metodologie di intervento e della costruzione di partenariati che favoriscono uno sviluppo umano significativo, ov...
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Università di Firenze

Master su

Sviluppo Umano Locale, Cultura di Pace e Cooperazione Internazionale.

a.a. 2009-2010

Università degli Studi di Firenze

Facoltà di Scienze della Formazione Dipartimento di scienze dell'educazione e dei processi culturali formativi

Relazione di fine Modulo “Teoria e metodi dello sviluppo umano locale”

Barbara Emili

Matricola n°: 5059589

Svolgimento del tema n°3: Lo sviluppo umano locale e le metodologie di intervento: il ruolo della ricerca

azione partecipativa.

Dimensioni, metodologie e spazi di relazione per lo sviluppo umano locale

Introduzione

Nello scenario odierno sono tanti i soggetti, organizzazioni pubbliche e private, internazionali e

locali che lavorano nell’ambito della cooperazione attraverso progetti di sviluppo. Occorre

tuttavia riflettere su quanto e come gli interventi in atto favoriscono uno sviluppo umano 1

fondato sull’uguaglianza, la sostenibilità e la partecipazione delle comunità locali ai processi di

crescita territoriali e quando invece hanno come effetto quello di aumentare l’emarginazione e le

disuguaglianze tra le popolazioni.

Se difatti vi è accordo internazionale sugli Obiettivi del Millennio 2 , è anche molto diffusa la

coscienza delle enormi difficoltà che la sua attuazione incontra: ci possono essere tanti attori e

tante iniziative ma finché lo sviluppo è inteso in termini quantitativi piuttosto che qualitativi,

finché la sfida di cambiare in modo sostanziale l’attuale modello di sviluppo economico-

finanziario, politico, tecnologico, sociale, educativo non sarà accompagnata dalla ricerca e dalla

messa a punto dei metodi di lavoro e delle azioni riproducibili effettivamente rispondenti agli

interessi espressi dalla comunità locale e in grado di favorire l’empowerment di tutti gli attori

coinvolti, si realizzeranno progetti che non impattano in modo significativo a livello territoriale

ma aumentano solo il rischio di esclusione sociale di fasce sempre più ampie di persone.

Occorrerebbe perciò riconoscere in altre logiche e in altri principi guida i principali punti di

riferimento di una strategia globale dello sviluppo 3 : quello della partecipazione dell’intera

società civile ai programmi e ai progetti di sviluppo (per un controllo costante sul potere e un

1 Concetto che compare per la prima volta nel 1990 nel primo Rapporto sullo Sviluppo Umano dell'Undp e che si

fonda su quattro principi specifici: uguaglianza (lo sviluppo umano consiste infatti in un ampliamento delle

opportunità a beneficio di ogni essere umano); sostenibilità (il processo di sviluppo deve essere capace di garantire

la riproduzione del capitale fisico, umano e ambientale utilizzato); partecipazione (i processi economici, sociali e

culturali attivati per promuovere lo sviluppo devono osservare la partecipazione dei beneficiari stessi); produttività

(all'interno del processo economico di sviluppo ognuno deve avere la possibilità di partecipare alla di produzione dei

redditi e di incrementare la propria produttività). Rapporto completo in:

http://hdr.undp.org/en/reports/global/hdr1990/ 2 Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) da raggiungere entro il 2015 sono 8: dimezzare la povertà estrema e la fame; raggiungere l'istruzione elementare universale; promuovere l'uguaglianza

fra i sessi, diminuire la mortalità infantile;migliorare la salute materna; arrestare la diffusione dell’HIV/AIDS,

assicurare la sostenibilità ambientale e sviluppare una collaborazione globale per lo sviluppo. Gli obiettivi sono

contenuti nella Dichiarazione del Millennio dell’ONU del 2000. 3 In particolare la partecipazione è considerata la vera strategia globale dello sviluppo un elemento essenziale dello

sviluppo umano poiché permette alle persone di intervenire direttamente nei processi economici, sociali e culturali

che influenzano le loro vite. http://hdr.undp.org/en/media/hdr_1993_es_cap2.pdf

accesso alle decisioni in atto); quello dell’integrazione e del coordinamento tra i soggetti delle

reti di sviluppo (per una corretta gestione e organizzazione delle risorse); quello della coerenza

tra le varie politiche connesse allo sviluppo (per l’implementazione di una good governance a

livello territoriale).

L’intento di questo contributo è quindi quello di riflettere su quali siano gli approcci

metodologici di ricerca ed azione incentrata su approcci relazionali e che vedono nella

«trasformazione di fondo della realtà sociale ed il miglioramento della vita di coloro che sono

impegnati in essa» 4

il vero obiettivo dello sviluppo umano. Si analizzeranno per questo

caratteristiche e dimensioni della ricerca azione partecipativa, quale metodologia che mette in

comunicazione tra loro conoscenze, ambiti e livelli di intervento e che stimola la comunità a

trovare soluzioni ai propri problemi valorizzando la produzione e l’espressione di saperi

appartenenti alla collettività stessa.

Si analizzeranno inoltre i luoghi in cui è effettivamente possibile realizzare la partecipazione dei

soggetti e l’integrazione tra livelli e tra saperi diversi: i cosiddetti partenariati, strumenti di

governance basati «una nuova organizzazione culturale come pratica di democrazia dal basso» 5 ,

ambienti caratterizzati da continui momenti di interazione sociale e condivisione di conoscenze e

per questo identificati come autentiche occasioni di scoperta, di valorizzazione di identità

individuali e sociali, e di apprendimento.

Obiettivo principale dell’analisi è infatti quello di riflettere sul tipo di soluzioni più adatte per la

valorizzazione del capitale sociale e la nascita di buone pratiche nell’ottica del cambiamento, tra

cui figurano essenziali elevate capacità conoscitive, di analisi, di problem solving, di

elaborazione progettuale e culturale, ma anche competenze relazionali, di interazione dei vari

partners. Considerando la valenza politica, sociale ed educativa dei partenariati per il

raggiungimento di questi obiettivi, la costruzione di “reti” verrà riconosciuta come uno dei

fattori determinanti l’efficacia di un qualsiasi progetto, e di conseguenza, come variabile di

riferimento su cui individuare indicatori di impatto per una valutazione non solo quantitativa

dello sviluppo territoriale.

Iniziare la riflessione partendo dall’analisi di alcuni concetti chiave come quello della relazione

tra saperi, livelli e settori di intervento all’interno di progetti di sviluppo, credo sia indispensabile

per individuare le categorie interpretative e i criteri teorico-pratici su cui dovrebbero basarsi i

diversi interventi; non sempre difatti gli attuali meccanismi di intervento permettono di

4 Forum di Lubiana L’International forum on Participatory Research di Lubiana organizzato dall’ICAE con

UNESCO nel 1980 appare un momento determinante per il rilancio e la condivisione degli aspetti caratterizzanti

questo tipo di ricerca. 5 Orefice P., La ricerca azione partecipativa. Teorie e pratiche. Volume primo, Liguori, Napoli, 2006, p.55

riconoscere e valorizzare adeguatamente la dimensione “dell’integrazione”, occultando di

conseguenza “la naturale dimensione sociale” dei progetti stessi. 6

1. L’integrazione tra saperi per lo sviluppo umano locale

L’evoluzione della cosiddetta “società della conoscenza” ha messo ben in evidenza quanto il

sapere e i processi di apprendimento permanente siano fattori determinanti per il progresso delle

comunità: migliorare e accrescere i saperi in un’ottica di sviluppo umano locale e sostenibile

implica necessariamente operare per favorire spazi e processi partecipati in cui è possibile

esplorare e diffondere i saperi che appartengono alla comunità stessa con l’obiettivo di liberare

e sviluppare il potenziale di conoscenza individuale e collettivo. In questo senso occorre sia

riconoscere i diversi saperi locali, il loro significato e il contributo che apportano ad uno

sviluppo integrale del territorio, sia garantire alle persone reali possibilità di accesso alla

conoscenza dotandole di strumenti adeguati perché possano apprendere in modo critico e

continuare ad apprendere in modo autonomo.

Da queste considerazioni nasce l’esigenza di riflettere prima di tutto sul rapporto tra

conoscenze/saperi e forme di sviluppo umano che emergono a livello locale nel momento in cui

a prevalere è solo un certo tipo di sapere, quello scientifico-disciplinare rispetto a quello diffuso

locale e/o quello materiale rispetto a quello immateriale in quanto ripropongono forme di

sviluppo elitario, non equilibrato e non globale della persona.

Pensare ad esempio di favorire lo sviluppo endogeno di comunità che storicamente sono state

soggette a forme di colonialismo e sottomissione, e quindi private da sempre della possibilità di

esprimere, conservare e valorizzare i propri saperi, riproponendo interventi che non lasciano

spazio all’incontro e alla socializzazione tra modelli culturali occidentali (basati sul modello di

sviluppo capitalista) e altri sistemi di conoscenza ma impongono quelli della cultura dominante,

ha come conseguenza la perdita progressiva del patrimonio dei saperi materiali e immateriali, dei

6 Carrino spiega approfonditamente come un approccio alla cooperazione basato su una cultura elitaria porti alla

creazione progetti individuali, competitivi e portatori d’interessi particolari. Carrino L. “Formare per cooperare,

cooperare per formare” in Paloscia R. (a cura di), Formazione, ricerca e sperimentazione operativa con i paesi del

Sud del Mondo, Franco Angeli, Milano, 2009, p. 8

simboli e dei valori che caratterizzano la comunità. In una parola vi è il rischio di perdere

l’identità stessa della comunità poiché le persone sono espropriate della possibilità di

confrontarsi con il proprio territorio, interpretarlo e trasformarlo sulla base dei propri bisogni

senza stravolgere il complesso sistema relazionale esistente tra ambiente fisico, costruito ed

antropico che caratterizza il contesto nel quale vivono. Il risultato di questo atteggiamento non è

lo sviluppo ma la gerarchizzazione di tutte quelle culture considerate “inferiori” perché ancora

non hanno adottato l’unità di misura del progresso scientifico-tecnologico per valutare

l’individuo e il loro ambiente e non si sono “evolute” sfruttando le risorse, ma tutt’oggi cercano

di vivere in armonia con la natura all’interno di un sistema complesso di antiche credenze e

spesso caratterizzato da altro tipo di economia (di sussistenza tipica di un’organizzazione

comunitaria).

Comprendere il senso di questo ragionamento implica prima di tutto riconoscere l’importanza

della dimensione territoriale e dell’integrazione tra saperi differenti, come evidenziano le teorie

dell’apprendimento che si sono sviluppate intorno all’approccio situazionista o socioculturale 7 :

tali teorie sostengono infatti che la produzione di conoscenza è fortemente relazionata ai sistemi

ambientali, sociali e culturali nei quali l’uomo vive; che l’apprendimento significa

partecipazione e coinvolgimento ad una pratica sociale e contestualmente situata e infine che il

patrimonio di conoscenze distribuite nel territorio consente di attivare nei soggetti che lo

esplorano forme molteplici del conoscere. In quest’ottica è chiaro che, quanto più un progetto si

innesta sulla trama culturale, produttiva e sociale esistente, rispettando il patrimonio storico di

altre culture, e quanto più è in grado di stimolare l’impiego attivo della conoscenza e l’incontro

tra conoscenze differenti, tanto più la comunità sarà in grado di risolvere i problemi e gestire

processi innovativi di cambiamento socio-culturale valorizzando le tradizioni che le

appartengono. Per questo motivo i progetti veramente funzionali al cambiamento in un’ottica di

uno sviluppo umano globale dovrebbero partire dai saperi locali, ovvero dagli elementi

conoscitivi appartenenti a chi in prima persona vive quella realtà, per poi integrarsi a quelli

disciplinari. Questi ultimi infatti aiutano a rafforzare le conoscenze esistenti dei soggetti aprendo

a nuovi punti di vista in grado di far emergere dimensioni ed aspetti del patrimonio materiale e

immateriale non ancora esplorati. Il passaggio ad una relazione sistematica tra conoscenze

scientifiche e conoscenze diffuse si rivela quindi indispensabile per una lettura dinamica dei

bisogni/opportunità di sviluppo insite nel territorio e di conseguenza per la costruzione congiunta

7 I principi su cui si basano queste teorie socio-educative sottolineano di fatto l’interdipendenza esistente tra l’uomo e l’ambiente (nelle sue manifestazioni naturali, sociali e culturali) che lo circonda. Per approfondimenti: Varisco

BM., Costruttivismo socioculturale, Carocci, Roma, 2002, p.28; Orefice P., Educazione e Territorio. Ipotesi di un

modello locale di ricerca educativa, La Nuova Italia, Firenze, 1999 e Orefice P. La ricerca azione partecipativa.

Teoria e pratica. Volume II, Liguori, Napoli, 2006.

di soluzioni che migliorano e allo stesso tempo rendono soddisfacente il rapporto del soggetto

con l’ambiente stesso.

Nell’analizzare le diverse forme di saperi e la loro integrazione occorre inoltre prendere in

considerazione la dimensione “materiale” e “immateriale” che li caratterizza. Questo significa

che nei progetti di sviluppo non è possibile apportare cambiamenti nei sistemi di produzione

materiale locale senza includere parallelamente modifiche nei sistemi ideali e valoriali che

definiscono una determinata comunità storicamente e culturalmente. Il rischio di intervenire solo

sugli aspetti di vita materiale, (per esempio con innovazioni tecnologiche, nuove infrastrutture,

nuove misure economiche) senza intervenire sulla cultura e sugli schemi mentali delle persone è

quello di avviare processi di antropizzazione che non avanzano nella logica dello sviluppo

endogeno perché queste non sono dotate degli strumenti interpretativi adeguati per leggere la

realtà ed elaborare significati appropriati per cui i nuovi elementi invece di favorire il progresso

causano frammentazione e disequilibrio. Al contrario, come sottolinea Orefice, si dovrebbero

intraprendere interventi di ri-qualificazione prendendo in considerazione variabili e strumenti

che non si limitano a riparare soltanto i danni materiali ma «anche e di più quelli che hanno

portato allo sconvolgimento di abitudini, mentalità, comportamenti» 8 .

Non è infine possibile attivare cambiamenti significativi, consapevoli e personali senza includere

nei processi di costruzione di conoscenza la dimensione emotiva. Il patrimonio locale non è

infatti solo il risultato dei modi di pensare e agire ma anche dei modi di sentire della collettività,

come è evidente nel senso di appartenenza che dimostrano le persone verso il proprio territorio.

Questo evidenzia come in interventi di sviluppo occorrono metodologie di lavoro partecipativo

basate su approcci relazionali poiché consentono dapprima una sensibilizzazione al problema e

successivamente una motivazione a ricercare soluzioni comuni. Il senso di appagamento, infine,

che deriva dalla soddisfazione dei bisogni è un fattore non indifferente per la sostenibilità degli

interventi, poiché stimola le persone a intraprendere continui processi di auto-cambiamento che

ogni vivente sperimenta per potersi relazionare utilmente con l’ambiente ed avvantaggiarsi delle

sue possibilità, ma anche difendersi dalle sue sfide.

8 Orefice P., 2006, op.cit., p.57

2. L’integrazione tra livelli di intervento per lo sviluppo umano locale

La cooperazione allo sviluppo necessita di una forte integrazione tra livelli di intervento per

mettere a punto soluzioni sostenibili e innovative che accompagnano processi di crescita

territoriale. Ciò implica all’interno della riflessione, una considerazione ulteriore relativa alla

relazione esistente tra livelli diversi, quello politico-strategico, quello della programmazione e

della gestione poiché è proprio dalla tipologia e dalla modalità dei rapporti instaurati tra queste

parti che dipende la coerenza progettuale, la congruenza tra idee e azioni, la coesione e

l’efficacia dei processi in corso a livello locale. Occorre per questo riflettere su quali siano le

metodologie e le azioni che garantiscono all’interno di una complessa architettura di far avanzare

in modo equilibrato il sistema politico e quello operativo, entrambe apparati essenziali al

cambiamento ma che spesso invece di alimentarsi reciprocamente contribuendo allo sviluppo

delle comunità, viaggiano su binari diversi; uno cioè predomina sull’altro e mancano di

coordinamento. Poco difatti potranno incidere i programmi di sviluppo condivisi in ambito

internazionale se poi a livello territoriale l’elaborazione delle politiche non è partecipata e ben

collegata alla realizzazione di interventi congiunti sulla base dei problemi locali rilevanti. In

questo senso, la creazione di forme di partenariato incentrate su un modello integrato dal basso

sembra essere la chiave di svolta che consente di raggiungere questi obiettivi: sistemi di

governance fondati su processi permanenti di consultazione, concertazione, cooperazione tra gli

attori coinvolti permettono infatti di superare i problemi di frammentazione e spreco di risorse

che invece, certi metodi tradizionali centralistici e verticisti e burocratizzanti fanno crescere 9 . E’

perciò importante porre l’attenzione sulla coerenza tra l’individuazione degli obiettivi di

sviluppo locale e le capabilities degli attori locali, evitando quelle frustrazioni che sono

generalmente la conseguenza di errate definizioni degli obiettivi e della sopravvalutazione delle

capacità progettuali e operative del sistema locale. Ma come si traduce tutto questo a livello

politico, di programmazione e di gestione?

A livello politico si tratta anzitutto di puntare sul decentramento mettendo al centro

dell’attenzione i governi e le popolazioni locali. Oggi, le società locali 10

vivono in regioni,

province, dipartimenti e, al livello più piccolo, in municipi, distretti o frazioni. Le loro

amministrazioni continuano ad essere le più vicine alla popolazione e, generalmente, sono quelle

9 Sul tema della good governance si è incentrata la Dichiarazione di Parigi del 2005 dell’OECD sull’efficacia dell’aiuto. In: http://www.oecd.org/document/18/0,3746,en_2649_3236398_35401554_1_1_1_1,00.html 10 Soprattutto in Paesi del Sud del mondo, le società locali sono state organizzate sempre di più come periferie di

società centrali fortissime, che ne hanno anche spesso ridisegnato il territorio, rompendo omogeneità geografiche,

culturali e storiche a profitto di logiche elettorali o di gestione del potere.

che hanno il compito di gestire o coordinare i servizi capillari per la gente, ma sono anche quelle

che più subiscono le emanazioni periferiche di poteri centrali, quelle più sacrificabili, quelle alle

quali si tagliano per prime le risorse. In una logica d’accentramento di poteri, la pressione e il

condizionamento dei governi centrali ostacola soprattutto l’implementazione di politiche che

non rispondono ai bisogni della comunità ma a quelli che gestiscono il potere. Occorre invertire

la tendenza promuovendo l’istitutional building locale, per rafforzare risorse e competenze degli

attori pubblici e per migliorare i processi di relazione con la popolazione locale. Lo sviluppo di

spazi democratici di partecipazione e di controllo della società civile alle decisioni politiche e

alla programmazione di interventi acquisisce infatti un peso rilevante poiché evita la

concentrazione nelle istituzioni dei ruoli di pianificazione, organizzazione e monitoraggio dei

processi in atto.

A livello di programmazione si tratta di favorire meccanismi di programmazione e gestione

partecipata che garantiscono trasparenza e controllo dei piani operativi, affinché il livello di

programmazione strategica sia coordinato con quello operativo, pena la possibilità di organizzare

e tradurre le risorse finanziarie in interventi di qualità, efficaci ed efficienti e per questo

realmente di impatto nel territorio.

A livello operativo infine, si tratta di creare sinergie sia tra gli addetti ai lavori (operatori di Ong,

operatori locali, professionisti, università, etc..) sia tra questi e i beneficiari degli interventi

attraverso strumenti partecipati di gestione delle risorse e di valutazione comune sugli effetti

degli interventi stessi. 11

Il processo di valutazione, infatti, come quello di progettazione,

appartiene congiuntamente agli operatori, sul piano della competenza tecnica, e ai soggetti in

formazione che hanno partecipato attivamente alla progettazione e valutano costantemente se gli

esiti delle azioni hanno influito e /o influiscono positivamente in loro stessi e nel loro ambiente di

vita.

Ma per rendere le esperienze svolte realmente sostenibili, ovvero capaci di innestare nel territorio

buone pratiche, occorre anche prevedere e svolgere congiuntamente la formalizzazione delle

procedure e “l’istituzionalizzazione” delle attività: momenti questi che consentono di tradurre in

prodotti i processi svolti e che per questo sono elementi utili ad una analisi e re-analisi dei

risultati raggiunti al fine di nuove riprogettazioni degli interventi in cui si responsabilizzano tutti i

soggetti coinvolti stimolandoli ad ulteriori miglioramenti.

11 Questo non significa tuttavia che gli attori locali debbano essere autosufficienti ma piuttosto supportati dai livelli

sovra-ordinati di governo in un continuo processo di interazione.

3. L’integrazione tra i settori di intervento per lo sviluppo umano locale

Se dal discorso precedente emerge l’importanza di un’integrazione verticale tra i soggetti che a

vario titolo intervengono nelle diverse fasi della progettazione, è tuttavia altrettanto rilevante

garantire un’integrazione orizzontale tra i settori coinvolti. Uno degli errori più comuni che

emergono nei progetti di cooperazione è proprio legalo alla settorialismo ovvero alla rigida

separazione tematica dei progetti che conduce ad azioni frammentarie e poco sostenibili. Così si

occupano di aiuti alimentari ma non di sanità, di economia ma non di ambiente, di scuola ma non

di cultura e così via, dimenticando quanto siano dimensioni tra di loro complementari e

interconnesse. Troppo spesso inoltre, gli interventi puntano a modificare l’ambiente fisico ma

non lavorano su quello socio-culturale, per cui come ricorda Carrino «si tende ad occuparsi di

strade, elettricità, edifici e servizi..senza occuparsi delle fondamenta 12

ovvero dei problemi di

cultura amministrativa, di mancanza di forme di governo democratiche, di tensione ed esclusione

sociale che inevitabilmente inaspriscono situazioni di povertà e disagio e che sono anche i più

difficili da combattere.

Le cause della creazione di progetti settoriali possono essere diverse e derivare dall’incapacità di

riconoscere l’intrinseca complessità dei problemi e delle dinamiche territoriale (per la mancanza

di strategiche previsionali o per ostacoli culturali), o a volte, da una volontà più o meno esplicita

di mantenere la visibilità e il controllo da parte di una certa élite. Questo si verifica quando

gruppi di potere centralizzati, pubblici o privati avvertono nel confronto un pericolo per la messa

in discussione del loro predominio sui settori di loro interesse: un eccesso di separazione di

campi e competenze che crea purtroppo solo incomunicabilità e incapacità di creare relazioni

umane e reti intersettoriali che cooperano per lo sviluppo. Criticare lo specialismo non significa

tuttavia svalorizzare le competenze professionali che appartengono ai vari campi: occorrerebbe

piuttosto farle dialogare consolidando l’approccio territoriale allo sviluppo 13

, l’unico che

permette di favorire la collaborazione tra settori e professioni diverse per risolvere problemi

complessi che si presentano sul territorio.

Su questi principi dovrebbero basarsi anche le ricerche sullo sviluppo in quanto favoriscono

l’interazione tra le diverse discipline specializzate che si usano correntemente per la

comprensione e l’orientamento delle società umane: per rispondere ad uno sviluppo che ha come

12 Carrino L., Perle e Pirati – Critica della cooperazione allo sviluppo e nuovo multilateralismo, Edizioni Erickson,

2005, p.118 13 A Marsiglia nel 2007, si è tenuta la prima Convenzione mondiale dello sviluppo territoriale, che ha riunito oltre

mille delegati di Regioni, Province e Comuni di oltre 65 paesi che, insieme con Governi e Nazioni Unite, hanno

indicato lo sviluppo territoriale e i governi locali come gli strumenti più validi per perseguire con coerenza gli

Obiettivi del Millennio. La seconda è svolta in Marocco nel 2008.

obiettivo la crescita endogena e autosostenibile delle comunità, occorre infatti il contributo

congiunto delle scienze economiche, giuridiche, politiche, ambientali quanto di quelle

pedagogiche, sociali, antropologiche ma soprattutto della capacità di tutte queste scienze di

integrarsi ai saperi locali quando vengono chiamate a identificare soluzioni ai problemi

territoriali.

La riflessione si sposta a questo punto su un altro piano dell’integrazione: come garantire la

relazione tra saperi, tra livelli, tra settori e tra questi elementi chiave per progettare e realizzare

interventi per lo sviluppo globale del territorio? Quali metodologie e metodi d’azione permettono,

al vero soggetto dello sviluppo - la comunità locale - di partecipare a processi sviluppo umano

integrato per renderli consapevoli e capaci di auto-dirigere il proprio sviluppo?

La RAP (ricerca azione partecipativa) é una metodologia usata nei programmi di sviluppo umano

basata nei rapporti fra saperi, conoscenze, educazione, sviluppo, sistemi di vita ecc., un

approccio che per le sue caratteristiche può rispondere positivamente alla trasformazione della

realtà sociale per il miglioramento della vita della comunità: i motivi risiedono nella capacità di

enfatizzare il protagonismo degli attori locali e intervenire per soddisfarne le richieste 14

. Non è

un caso che si sia diffusa negli anni ’70 anzitutto nei paesi in via di sviluppo per risolvere

problemi di subalternità, avviando così processi di trasformazione delle vecchie dipendenze 15

e

liberando le valenze emancipatrici e democratiche di cui è portatrice.

La peculiarità di questa metodologia è infatti quella di essere «un’attività integrata composta

allo stesso tempo di indagine sociale, attività di formazione e azione, lavoro ed azione educativa,

utile allo sviluppo della comunità» 16

in particolare quella di basarsi su un lavoro di tipo

partecipativo per la risoluzione di problemi originari della comunità territoriale. Per questo

motivo può aiutare a far interagire saperi diversi in tutte le fasi dell’intervento: lo sfoglio del

territorio è effettuato partendo dalle conoscenze (razionali ed emozionali) originarie della

comunità territoriale che vengono messe in comunicazione con quelle esterne degli operatori,

interpretate e valorizzate per individuare la situazione problematica in termini socio-culturali

includendo anche i bisogni del cosiddetto pubblico sommerso (fasce più deboli e più esposte al

rischio di emarginazione sociale). Ciò permette di suscitare la condivisione di informazioni,

14 A riguardo appare molto interessante anche un altro aspetto evidenziato da Orefice, per cui la RAP sembra

riprodurre il naturale processo conoscitivo dell’essere umano (ricerca del significato dei segni, elaborazione e

costruzione di significato, messa alla prova dei nuovi significati) nel susseguirsi delle diverse fasi dell’indagine, dall’

analisi del problema, alla progettazione di interventi e alla verifica dei risultati. Vedi: Orefice P., 2006, op. cit., p.26 15 La ricerca azione partecipativa ha dovuto scontrarsi con molte resistenze e difficoltà di penetrazione nei paesi

avanzati europei poiché poteva causare la perdita di potere della ricerca scientifica, sia del potere politico di chi

governava. 16 P. Orefice, 2006, op. cit., pp.53

percezioni, esigenze, visioni e più ingenerale, conoscenze implicite ed esplicite per farle

diventare “patrimonio di progetto”.

Il metodo di lavoro partecipato utilizzato nella RAP consente inoltre di connettere settori e

competenze diverse, sia nella fase di ricerca (a carattere interdisciplinare) che in quella di

realizzazione delle azioni (a carattere intersettoriale): attraverso la “mappa delle risorse” è

possibile identificare i possibili attori del sistema locale - dal sistema delle istituzioni al sistema

produttivo, da quello della formazione della ricerca ai pubblici in generale - che saranno

coinvolti nella costruzione di reti di sviluppo. Tale processo permette di rilevare i saperi locali

esistenti e supportarli a quelli esterni, talvolta aprendo i confini ad attori di altre aree geografiche,

in quanto, soprattutto a livello locale, è possibile che le competenze specialistiche non siano

presenti (si pensi alle università o ai centri di ricerca). Se attentamente interpretato e agito come

evoluta capacità di ascolto ed animazione territoriale, questo processo crea interventi che non

sono più la conseguenza di un’attività propagandistica di costruzione del consenso ma evolvono

in una vera progettazione partecipativa delle attività.

Così facendo è possibile garantire il collegamento tra diversi livelli di intervento: pianificazione

e programmazione degli interventi risponde alle esigenze della comunità e si attua attraverso la

concertazione e la coinvolgimento attivo di tutti i soggetti, ognuno secondo le capacità e le

competenze che possiede per risolvere il problema. Le azioni devono inoltre essere sottoposte a

continue verifiche poiché nel contesto possono avvenire dei cambiamenti che, se non presi in

considerazione, rischiano di allontanare l’efficacia degli interventi rispetto alla risoluzione del

problema; in pratica è sempre doverosa una revisione ciclica dell’idea di sviluppo del

partenariato.

La valenza di questa metodologia non sta quindi solo nella ricerca e nella partecipazione ma

anche nell’azione, identificandosi di fatto come una ricerca per agire: la sua applicazione in

contesti situati conduce a trasformazioni esterne al soggetto ed interni ad esso, in termini di

apprendimento diffuso in tutti gli ambiti e quindi di nuove produzioni di conoscenze materiali e

immateriali funzionali all’accesso e all’ utilizzo delle risorse del territorio.

4. Il partenariato come luogo di interazione complessa tra saperi, livelli e settori di

intervento

Dall’analisi fin qui effettuata emerge che la partecipazione di saperi, livelli e settori dovrebbe

essere riconosciuta come uno dei principio teorico-metodologici necessari per costruire

processi di sviluppo di qualità poiché la complessa relazione tra questi elementi da avvio a

partnership di sviluppo fondate sulla collaborazione tra i diversi soggetti coinvolti e su buone

prassi di lavoro. Per questo motivo bisogna favorire la creazione di partenariati quale strategia

globale per lo sviluppo potenziandone le tre componenti costitutive: l’approccio bottom-up

(metodologia per la pianificazione degli interventi), l’ empowerment (per realizzare il potenziale

di trasformazione socio-economica delle varie categorie e di affermazione dei diritti dei cittadini)

e l’ownership (per l’appropriazione delle attività di sviluppo da parte delle comunità locali, con

il decentramento amministrativo e con il consolidamento della società civile). 17

La rete diviene così una variabile rilevante e le sue dimensioni costitutive ed organizzative

dovrebbero essere oggetto di riflessione, individuando nelle stesse alcuni indicatori di impatto 18

dei progetti di sviluppo.

Molto spesso invece i progetti di sviluppo si basano solo su indicatori di impatto di tipo

quantitativo e sono legati alla crescita economica e produttiva senza considerare la crescita delle

capacità progettuali, comunicative e gestionali derivanti dalla partecipazione stessa di più

soggetti alle esperienze di cooperazione funzionali alla creazione di partnership integrate

territoriali 19

. Il problema, così facendo, è quello di dimenticare quanto oggi la competitività e

l’innovazione per lo sviluppo sia legata, più che alla quantità di risorse impiegate e prodotte, al

modo in cui queste sono organizzate all’interno di reti aperte e flessibili: acquistano cioè una

17 MAE- Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, Manuale operativo di monitoraggio e valutazione

delle iniziative di cooperazione allo sviluppo, Napoli, 2002, p.5 18 Gli indicatori di impatto si riferiscono «alle conseguenze delle azioni di intervento al di là degli effetti immediati».

Si possono distinguere due tipi di impatto: l’impatto specifico, ovvero quello che si presenta dopo un determinato

periodo di tempo, ma che tuttavia è direttamente riconducibile alle azioni realizzate e ai beneficiari diretti, e

l’impatto globale, ossia, le ripercussioni nel lungo termine che coinvolgono una fetta più vasta di popolazione. Fonte:

The New Programming Period, 2007-2013: Methodological Working Papers – Draft Working Paper “Indicators for

monitoring and evaluation: a practical guide”, 23 January 2006, p.6. 19 Dagli anni 90’ molte sono le esperienze che hanno coinvolto numerose amministrazioni locali italiane (regionali,

provinciali, municipali) e altrettanti attori sociali dei rispettivi territori, avviando gradualmente il processo di

trasformazione dai meccanismi di “cooperazione decentrata” a quelli appunto di vere e proprie partnership

territoriali. Un ulteriore passo avanti è poi quello di “realizzare una partnership globale per lo sviluppo” come

evidenzia l’ottavo obiettivo del Millennio proposto dell’ONU, realizzabile attraverso l’aumento della cooperazione

tra i Governi, la cancellazione del debito dei Paesi poveri, l’abbattimento delle barriere protezionistiche per far

circolare le merci dei Paesi emergenti, il trasferimento tecnologico e il miglioramento delle opportunità di lavoro per

i giovani di tali Paesi.

valenza fondamentale i processi di condivisione degli obiettivi, di integrazione, di reciprocità, di

coordinamento e scambio di conoscenze e di condivisone dei linguaggi.

Vi sono quindi alcuni elementi, alcuni criteri di qualità da tenere in considerazione per la

costruzione di indicatori di impatto relativi al sistema di partenariato.

Anzitutto è possibile ricavare indicatori significativi partendo dall’analisi delle risorse,

individuando:

 la modalità di costruzione del partenariato (bilanciamento tra attori locali, tipologia delle

risorse impiegate, grado di intersettorialità e interdisciplinarietà, etc..);

 consapevolezza di degli attori coinvolti riguardo alla mission e della vision del progetto;

 livello di responsabilità e capacità del management di gestione delle risorse, pianificazione

e gestione delle risorse umane e delle attività (in che modo cioè comportamento e azioni

dei diversi responsabili promuovono e sostengono le attività verso una cultura della

gestione centrata sulla qualità);

 gli organismi internazionali che operano nell’area e analisi dei programmi/progetti con cui

attivare reti e sinergie;

E’ poi possibile ricavare informazioni analizzando il sistema di comunicazione interna tra i

partners ma anche esterna con gli attori di altre reti territoriali e con i beneficiari, individuando:

 l’utilizzo di metodologie e strumenti partecipativi per garantire la condivisione degli

obiettivi e il coordinamento dei soggetti della rete(da identificare in tutte le fasi del

progetto);

 sistematicità e regolarità della comunicazione (interna ed esterna), ovvero tempi, spazi e

modalità per assicurare un flusso adeguato di informazioni e di gestione dei dati.

Considerando infine la dimensione trasversale della partecipazione occorre tener di conto dei

seguenti criteri:

 consapevolezza degli attori di adottare un punto di vista socio-culturale differente e

possibili problemi per l’utilizzo di un linguaggio non comune;

 modalità di partecipazione dei vari partner nei diversi momenti del progetto: ideazione,

pianificazione, stesura del progetto, avvio e gestione, valutazione e follow-up

dell’intervento dopo la fine del progetto

 livello di condivisione obiettivi e compiti tra i partner;

 livello di integrazione e di interscambio conoscitivo compiti tra i partner;

 livello di partecipazione dei beneficiari rispetto alle attività del progetto.

In conclusione, riflettere su tutti questi diversi elementi strutturali ha una forte valenza poiché

consente di identificare alcuni indicatori di impatto per misurare il cambiamento in termini di

sviluppo endogeno e auto sostenibile.

Un primo indicatore da valutare a livello locale dovrebbe riguardare la creazione di reti

interorganizzative e interistituzionali stabili, indice della capacità dei vari organismi di

instaurare collaborazioni a lungo termine con i propri partner e della consapevolezza che la

conoscenza è una risorsa organizzata in complessi network di sapere e di potere, le cosiddette

“comunità di apprendimento” in cui si valorizzano e si integrano conoscenze e competenze

funzionali allo sviluppo e all’innovazione.

Collegato a questo indicatore, anche i miglioramenti raggiunti in termini di capacity building

delle istituzioni/organizzazioni coinvolte nei progetti poiché riflettono nella capacità di

pianificazione strategica, politico e programmatoria incentrata su una nuova cultura

organizzativa, una stabile integrazione dei saperi territoriali e la presenza di “arene” orizzontali

di sviluppo ritenute più efficienti per risolvere i problemi globali di una comunità.

Un impatto significativo a livello territoriale è anche quello legato all’aumento della cittadinanza

attiva, in termini di inclusione della popolazione ai processi decisionali, di aumento delle

possibilità di espressione dei bisogni e di partecipazione dell’intera società civile alla vita

pubblica poiché alla base di uno sviluppo democratico e attento a soddisfare le esigenze dei

cittadini.

Infine dovrebbe essere considerato l’impatto in termini di apprendimento ovvero rispetto

all’aumento conoscenze, competenza, abilità derivante dalle attività promosse. Si tratta tuttavia

di misurare i guadagni formativi dei beneficiari delle azioni quanto quelli degli attori del

partenariato poiché anche se il progetto non prevede tra gli obiettivi interventi di formazione,

(come è stato evidenziato precedentemente), il fatto di ricercare, partecipare e agire all’interno di

reti per il raggiungimento di obiettivi comuni implica una potenziale crescita di tutti gli attori

coinvolti ai vari livelli. Occorre per questo valutare una serie di competenze e capacità: dalle

competenze gestionali, di comunicazione, a quelle di formalizzazione (funzionali ad un

passaggio da un lavoro estemporaneo a una logica di sistema) e di documentazione delle

esperienze (saper capitalizzare le esperienze e riprogettare sulla base di quanto ottenuto

rivalutando cosa nel frattempo si è modificato).; dalla capacità di lavorare in rete alla capacità di

applicare metodologie e strumenti di tipo partecipati pativo nelle diverse fasi del progetto.

Tener conto anche di questi indicatori permetterebbe di superare l’estemporaneità dei progetti e

consentirebbe una efficace ricaduta degli interventi di sviluppo sul territorio poiché

consentirebbe di valorizzare il capitale umano e sociale e non solo quello economico. In sostanza

quello che richiede un nuovo modello di sviluppo fondato su nuovi equilibri e nuove forme di

organizzazione culturale e sociale della collettività.

Bibliografia consultata

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Edizioni Erickson, 2005

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ICAE: International Council of Adult Education: www.web.net/icae/index.html

UNESCO: www.unesco.org

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