Tesi - conclusioni : il problema delle intercettazioni, Tesi di laurea di Diritto Processuale Penale. Università degli Studi di Milano
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Tesi - conclusioni : il problema delle intercettazioni, Tesi di laurea di Diritto Processuale Penale. Università degli Studi di Milano

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il problema delle intercettazioni e le sue possibili soluzioni
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CONCLUSIONI

La materia delle intercettazioni rappresenta oggi, in Italia, uno dei tempi più scottanti del dibattito 

politico.

Nelle   contrapposte   valutazioni   sul   funzionamento   effettivo   e   sulle   prospettive   di   riforma   della 

disciplina che regola la materia, infatti, si riflettono problematiche che trascendono visibilmente i 

confini del diritto processuale penale per collocarsi  sullo scenario dei principi fondamentali della 

democrazia,  come il  ruolo della libertà  di  informazione, la trasparenza dell’operato delle persone 

investite di pubblici poteri; le interferenze dello Stato nella vita privata dei cittadini.

Definire i confini di questa materia, dunque, non è semplice: essa è oggetto di contrastanti dubbi 

giurisprudenziali   e   dottrinali   che  oscillano  da   anni,   appunto,   per   l’esigenza,  molto   avvertita,   di 

contemperare insieme molti dei diritti costituzionalmente garantiti propri della persona umana, quali 

l’inviolabilità   del   domicilio,   la   segretezza  della   corrispondenza   e   delle   comunicazioni,   il   diritto 

all’informazione, che trovano riconoscimento anche a livello internazionale con l’affermazione della 

dignità dell’uomo, della tutela contro le intrusioni arbitrarie e illegittime nella vita privata e familiare, 

nel domicilio o nella corrispondenza dell’individuo e con il fondamentale diritto di ogni persona alla 

tutela della legge contro tali violazioni.  

Il tutto, poi, deve necessariamente confrontarsi con l’insostituibile efficienza dello strumento delle 

intercettazioni telefoniche, collocate nel codice di procedura penale nell’ambito dei mezzi di ricerca 

della prova e, dunque, con la sua importante e decisiva finalità investigativa e probatoria. 

Quello che va sottolineato è che, se una democrazia tra le più attente alla libertà dell’informazione, 

come è   la  nostra,  è  divisa su un  tema così  delicato quale è  quello  delle   intercettazioni,  occorre 

prendere spunto dai recenti fatti di cronaca (che hanno visto, di volta in volta, coinvolti il mondo 

bancario,   del   calcio,   della   nobiltà,   dello   spettacolo   e   della   politica)   al   fine   di   analizzare   i 

comportamenti posti in essere dai veri protagonisti, anche mediatici, di tali vicende252. 

Ora, se è vero che il nostro Paese ha spesso riconosciuto a  magistrati  e  giornalisti  il  merito e la 

capacità di mettere in luce interi settori inquinati della vita civile ed istituzionale, da molto tempo, 

però, si rinnova l’immancabile rituale delle reciproche accuse e dei vicendevoli rimbrotti, soprattutto 

quando   l’oggetto   del   contendere   è   rappresentato   dall’attuazione   e   dalla   pubblicazione   delle 

intercettazioni telefoniche. 

Ognuno imputa all’altro violazioni di norme di legge o del senso della misura, invocando la corretta 

applicazione delle regole del diritto e della deontologia professionale.

Da una parte,  si hanno  le ragioni del giornalismo –  la cui attività è 



252CALABRÒ,   Intercettazioni telefoniche: solo un problema di tutela della privacy   , in www.altalex.com.   

riconducibile al  diritto di cronaca ­ solitamente riassumibili  nel presunto obbligo deontologico di 

dover pubblicare tutto il materiale, in qualunque modo acquisito, allo scopo di rispettare quella sorta 

di patto etico stipulato con i lettori, che impone il disvelamento della realtà e della verità, ancor più 

dovuto quando sono coinvolte nei fatti persone di rilievo pubblico.

Si   tirano   in   ballo   ragioni   di   trasparenza,  di   corretta   informazione   su   una   controversa   vicenda 

giudiziaria, di controllo da parte dell’opinione pubblica sul loro agire. 

La verità è che l'indiscrezione giudiziaria non è mai disinteressata, quanto meno c'è dietro un'esigenza 

di autolegittimazione ­ comprensibile e in qualche misura condivisibile ­ del proprio operato. 

Abbiamo il dovere di pubblicare tutto e subito quello di cui veniamo a conoscenza” è l’immancabile 

refrain dei giornalisti. 

Va detto,  però,   che gli   intellettualmente  onesti  non possono non provare  un  qualche   imbarazzo 

quando   viene   invocato   solennemente   il   dovere   di   informare   la   collettività   per   giustificare 

l’intempestiva propalazione della notizia che ha pregiudicato irreversibilmente delicatissime indagini. 

Spesso, infatti, nella corsa ad anticipare di qualche ora la divulgazione della notizia si nascondono 

meno nobili fini, che, il più delle volte, hanno più a che fare con interessi commerciali; con l'esigenza 

soprattutto,   per   dirla   in   gergo   giornalistico,   di   non   "bucare   la   notizia",   poiché   l’operatore 

dell’informazione sa che se si astiene dal pubblicarla subito, rispettando la norma, non altrettanto farà 

il collega della testata concorrente.

Dietro questa propensione a voler pubblicare tutto, subito e comunque, c'è forse in alcuni casi anche 

una sorta di subliminale volontà “risarcitoria”: sapendo di non essere in grado ­ per mancanza di 

tempo, di professionalità o per condizionamenti politico­economici ­ di offrire alla collettività notizie 

alacremente cercate, scrupolosamente riscontrate, sapientemente collegate, criticamente analizzate, il 

giornalista tende, per così dire, a “compensare” il lettore pubblicando tutto e subito. 

Vi sono, poi, le ragioni della magistratura, spesso racchiuse nel seguente assioma: le intercettazioni 

di conversazioni o comunicazioni telefoniche, oltre che previste e disciplinate dalla legge, sono mezzi 

di ricerca della prova insostituibili nell’epoca moderna, nella quale sovente chi delinque non lascia 

ulteriori tracce dei propri comportamenti. 

Risultano, quindi, necessarie indagini riservate.

Nel  momento   in   cui   l’intercettazione   viene   eseguita   (e   le   relative   conversazioni   ascoltate   dagli 

inquirenti), inoltre, entra in gioco anche il concetto di privacy per due diverse tipologie di soggetti. 

Da un lato, vi è la privacy di colui la cui utenza è messa sotto controllo – ovvero l’indagato ­ perché il 

giudice ha ravvisato “gravi indizi di reato” (art. 267 c.p.p.) e necessita di acquisire prove. Dall’altro, 

quella del parente, dell’amico, del conoscente – il c.d. terzo estraneo ­ che parla con l’intercettato. 

Peraltro, va sottolineato che la privacy dei singoli subisce un’ulteriore invasione qualora estratti ­ o 

addirittura brani integrali ­ delle conversazioni intercettate, vengano appunto divulgati dai giornali o 

dagli altri mezzi di comunicazione di massa253.

Questi sono, dunque, i protagonisti e gli interessi in gioco nella materia delle intercettazioni;  occorre 

ora capire quali potrebbero essere le possibili soluzioni.

P  rima di parlare di soluzioni, tuttavia, bisogna vedere dove sta il problema.  

Sta nello strumento in sé stesso o nell’uso che ne è stato fatto? 

La ricerca delle soluzioni, infatti, dipende dalla risposta a questa domanda.

Per la verità, rispondere a tale interrogativo non risulta particolarmente difficile. 

È,   infatti,   persino   superfluo   ribadire   come   lo   strumento   delle   intercettazioni   sia   assolutamente 

necessario e indispensabile per il lavoro degli organi inquirenti.

Peraltro, in un Paese nel quale l’illegalità, soprattutto dei “colletti bianchi”, sembra moltiplicarsi in 

modo   esponenziale,   invocare   l’eliminazione   o   un   drastico   ridimensionamento   dello   strumento 

d’indagine   delle   intercettazioni   suonerebbe   come   un   segnale   di   resa   o   di   rassegnazione   alla 

criminalità d’élite254.



253CALABRÒ,   Intercettazioni telefoniche: solo un problema di tutela della privacy   , in www.altalex.com.   

254Ibidem.

Ciò posto, è utile domandarsi se l’attuale normativa nazionale disciplini in modo preciso e adeguato 

gli aspetti più rilevanti della materia, garantendo l’effettiva tutela di quei diritti “inviolabili” che il 

costituente ha definito come fondanti l’ordinamento costituzionale.

La mia impressione è che, tutto sommato, vi sia un impianto normativo  equilibrato,  che  però fatica 

a opporsi alle  incursioni dei mezzi di comunicazione moderni, sempre più invasivi. 

La crescente attenzione dedicata dai  media alle  vicende giudiziarie,   infatti,   determina una 

frequente disapplicazione delle norme che regolano la materia, assumendo la parvenza di una 

consuetudine abrogatrice. 

Il  risultato è  che,  attualmente,  il  baricentro del sistema si  è  spostato  tutto a favore del diritto di 

cronaca, a svantaggio delle esigenze di giustizia e dei diritti degli imputati255. 

La complessità e la delicatezza dei problemi, poi, è ancora più evidente se si considerano gli effetti 

che lo sviluppo tecnologico ha, da un lato, sull’ampiezza e la vitalità del sistema di comunicazioni 

private (basti  pensare al settore delle comunicazioni che avvengono tramite Internet e i satelliti), 

dall’altro,   sulla   potenziale   intensità   delle   forme   di   controllo   intrusivo   della   sfera   di   privatezza 

dell’individuo.

Il vero problema,  allora,  non sta  nell’inadeguatezza  della vigente 

normativa   ma  nella  sua   scorretta  applicazione,  “legittimata  da 



255GARDINI,   Intercettazioni, diritto di cronaca, divieto di pubblicazione atti istruttori: un ritorno al passato   ,   26 febbraio 2009, in www.nelmerito.com. 

interpretazioni   miopi   o   interessate   delle   norme   che   disciplinano   sia   l’ammissione   delle  

intercettazioni, sia l’utilizzazione delle conversazioni così registrate256”.

Utilizzando le parole del giornalista Enzo Biagi, “la colpa non  è dello  specchio, ma di chi ci  sta  

davanti”.

La disciplina sulle intercettazioni, dunque, ha in sé tutti gli strumenti 

necessari a garantire un corretto equilibrio tra necessità investigative, diritto di informazione e tutela 

della privacy.

L’interpretazione delle norme del codice di procedura penale in materia, però, dovrebbe essere più 

orientata   al   rispetto   dei   dettami   costituzionali,   che   impongono   l’osservanza   di   garanzie   tali   da 

giustificare   la   restrizione   di   un   diritto   inviolabile   solo   in   presenza   di   inderogabili   esigenze 

investigative, non altrimenti suscettibili di essere soddisfatte. 

Il rispetto, da parte dei magistrati, delle limitazioni di legge in materia di intercettazioni e l’utilizzo di 

tale strumento d’indagine solo in ipotesi di concreta ed effettiva necessità, costituirebbe il necessario 

presupposto degli strumenti suddetti. 

L’effettivo adeguamento, da parte dei giornalisti, ai principi stabiliti nel Codice della Privacy e nel 

Codice deontologico, poi, ne rappresenterebbe il coronamento257. 



256NAPPI, Sull’abuso delle intercettazioni, in Cass. pen., 2009, n. 2, 470.

257CALABRÒ,   Intercettazioni telefoniche: solo un problema di tutela della privacy   , in www.altalex.com.   

Ciò  che si  auspica, dunque,  è  una modifica delle prassi  giudiziarie che legittimano l’abuso delle 

intercettazioni,   dimenticando  la  necessità   di  operare  un congruo bilanciamento degli   interessi   in 

gioco.

Peraltro, più in generale, non va trascurato che la diffusione dei risultati delle indagini può certamente 

nuocere alla loro efficacia ma in  alcuni  casi può apparire  necessaria  per  ridurre  l’allarme sociale 

connesso a delitti di speciale gravità oppure agevolare l’attività degli 

investigatori o, ancora, rappresentare un importante contrappeso alle pressioni della “ragion di Stato”. 

La presunzione d’innocenza può ricevere un consistente pregiudizio dalla notorietà delle accuse ma, 

d’altra parte, la possibilità di manifestare pubblicamente gli elementi a difesa può apparire preferibile 

rispetto alla circolazione di ipotesi azzardate sulla base di notizie raccolte in modo frammentario.

In definitiva, la soluzione ai problemi è data dall’applicazione effettiva delle leggi vigenti, non 

dalla continua legiferazione.

I disegni di legge presentati in Parlamento, volti più che altro a restringere l’ambito dei reati per cui 

sono ammissibili le intercettazioni, infatti, non sembrano essere adeguati a dare soluzione alle varie 

problematiche.

Si tratta di disegni di legge, nei quali, in sostanza, rimangono immutati i limiti di operatività delle 

intercettazioni telefoniche e ambientali e si trascurano del tutto le critiche degli ultimi decenni, rivolte 

soprattutto all’incapacità  della prassi  giudiziaria di  farne un 

uso corretto258.

Piuttosto che introdurre nuove norme, si faccia dunque in modo di ottenere, soprattutto attraverso 

un’adeguata   discussione,   il   rispetto   delle   norme   vigenti,   che   dipende   dalla   cultura   e   dalla 

responsabilità di tutti, teorici e pratici del diritto.

Le leggi non sono sbagliate, ma è sbagliato il modo in cui vengono applicate e interpretate dagli 

operatori del diritto; e se non si risolve il vero problema (l’applicazione) a nulla servono riforme 

e contro ­riforme.

 258Così MARZADURI, Spunti per una riflessione sui presupposti applicativi delle intercettazioni telefoniche a   fini probatori  ,   in  Cass. pen.,  2008, 4850; Vedi anche RUGGIERI,  Il  disegno di legge governativo sulle   intercettazioni: poche note positive e molte perplessità, in Cass. pen., 2008, fasc. 6, 2239 ss.

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