Tesi di laurea su immigrazione ed integrazione, Tesi di laurea di Diritti Umani. Università degli Studi di Palermo
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Tesi di laurea su immigrazione ed integrazione, Tesi di laurea di Diritti Umani. Università degli Studi di Palermo

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GLI EXTRA-COMUNITARI DA MERA FORZA LAVORO A ENTITA'SOCIALI

FACOLTÀ - ECONOMIA Corso di laurea triennale in Sviluppo economico e cooperazione internazionale

La storia dell'immigrazione, le politiche italiane e l'influenza del diritto internazionale

TESI DI LAUREA DI Leandro Nasti

RELATORE Nicola Romana

ANNO ACCADEMICO 2012-2013

INDICE

INTRODUZIONE

CAPITOLO I:IL FENOMENO DELL' IMMIGRAZIONE

1.1 Introduzione

1.2 L'Italia: da paese di emigrazione a paese di immigrazione

1.3 Nuove tendenze di immigrazione: donne e famiglie immigrate

1.4 Conclusioni

CAPITOLO II: IL DIRITTO INTERNAZIONALE PER LA

“PROTEZIONE” DEGLI IMMIGRATI LAVORATORI

2.1 Introduzione

2.2 Chi è il cittadino extra-comunitario?

2.3 Diritto internazionale di tutela dello straniero lavoratore: Convenzione

OIL e Carta Sociale Europea

2.4 Conclusioni

CAPITOLO III: LE POLITICHE ITALIANE IN TEMA DI IMMIGRAZIONE

DALL'ETA' LIBERALE ALLA BOSSI-FINI

3.1 Introduzione

3.2 Dall'età liberale alla legge Foschi “emergenza”

3.3 Legge Martelli “programmazione”

3.4 Legge Turco-Napolitano “apertura”

3.5 Legge Bossi-Fini “chiusura”

CONCLUSIONI

INTRODUZIONE

L'oggetto di questo elaborato è l'analisi di come i diritti dei lavoratori migranti sono

cambiati nel tempo in Italia e come la politica italiana ha reagito alla crescente

immigrazione e al diritto internazionale.

Nel capitolo I sarà analizzato il fenomeno migratorio e come esso è evoluto in Italia e le

nuove tendenze dell'immigrazione, per capire come si sta evolvendo questo fenomeno.

Nel capitolo II sarà centrale il diritto internazionale che ha influenzato il diritto interno in

materia di immigrazione e lavoratori migranti. Come si apprenderà, è grazie ad esso che i

migranti, nello specifico quelli lavoratori, hanno acquisito sempre più diritti e da mera

forza lavoro sono diventati entità sociali.

Nell'ultimo capitolo saranno analizzate le politiche nazionali dall'età liberale alla legge

“Foschi” e con più precisione la legge “Martelli”,”Turco-Napolitano” e l'ultima legge in

materia, la legge “Bossi-Fini” chiarendo le differenze e le evoluzioni o involuzioni tra una

legge e l'altra.

CAP.I: IL FENOMENO DELL'IMMIGRAZIONE

1.1 Introduzione

L'immigrazione è il trasferimento permanente o temporaneo d’individui o gruppi di

persone in un paese diverso da quello di origine. Tutti i paesi del mondo, a diversi livelli,

sono coinvolti in questo fenomeno, essendo punto di origine, di transito o di destinazione

per i migranti, e spesso tutti e tre gli aspetti in una sola volta. La popolazione immigrata

costituisce un'importante percentuale della popolazione mondiale, ed è necessario ricordare

che stiamo parlando di centinaia di milioni di persone, un numero che è raddoppiato negli

ultimi anni. Inoltre, dobbiamo considerare la presenza di immigrati in diversi livelli:

sociali, economici e politici al fine di comprendere la rilevanza del fenomeno.

I paesi sviluppati hanno assorbito l'aumento del numero di immigrati internazionali negli

ultimi due decenni. Considerando solo il contesto dell'Europa, il 9% della popolazione

totale in Europa è composto da immigrati. Circa il 10% è composto da rifugiati provenienti

da paesi, prevalentemente del sud ed est del mondo (soprattutto africani e paesi asiatici). Il

50% degli immigrati sono donne e ragazze, ma se si considera, anche in questo caso, solo

il contesto delle aree sviluppate come Europa e Nord America, le donne migranti sono più

numerose dei maschi, oltre il 4-9%1. Il fenomeno della migrazione non è nuovo, ha sempre

caratterizzato la storia umana. E' stato, ed è anche oggi, strettamente collegato con

importanti questioni mondiali, come lo sviluppo, la povertà, e i diritti umani.

I migranti sono sempre stati alla base dell'intera economia mondiale, contribuendo

all’evoluzione dei paesi e delle società, all'arricchimento di culture e civiltà. Anche se

l'economia è una delle zone più colpite dall’ immigrazione, è su livelli sociali e culturali

che si possono trovare le principali conseguenze del fenomeno: persone diverse, che

parlano lingue diverse e hanno diverse religioni, costumi, tradizioni e credenze, sono ora in

contatto gli uni con gli altri.

La natura dell’immigrazione sta cambiando. Per esempio, i paesi tradizionali di

emigrazione hanno ora a che fare con una più rapida crescita della popolazione immigrata.

Uno di questi paesi è l'Italia. Secondo alcuni autori2, nell’esperienza migratoria è possibile

identificare diverse fasi corrispondenti al diverso grado di stabilità nel corso del tempo.

1 Per una descrizione completa della situazione statistica delle migrazioni nel mondo, vedere International Organization for Migration

(I.O.M.). - World Migration Report: costs and benefits of international migration. Genève: I.O.M. (2005)

2 Bohning,W. R. - Studies in International Labour Migration. London: Macmillan. (1984)

La prima fase è caratterizzata dalla presenza di persone giovani, che da soli - di solito gli

uomini, ma di recente più spesso le donne - sono alla ricerca di un lavoro, e interessati a

tornare al più presto nel paese di origine.

La seconda fase è caratterizzata dalla presenza di coppie sposate, ma l'idea di base continua

ad essere quella di tornare a casa, e l'immigrazione è considerata solo una situazione

temporanea.

Nella terza fase la presenza di donne e bambini è notevolmente aumentata: i migranti

cominciano a richiedere costante assistenza sociale e il soggiorno degli immigrati tende a

diventare permanente.

L'Italia è entrata a tutti gli effetti nel terza fase.

1.2 L’Italia: da paese di emigrazione a paese d’immigrazione

L'immigrazione in Italia è cominciata a metà degli anni sessanta, occorre sgomberare il

campo dall'idea che l'immigrazione in Italia sia cominciata come effetto meccanico della

chiusura delle frontiere nel resto dell'Europa, o per l'operare di politiche ufficiali di

reclutamento. La chiusura delle frontiere da parte di Gran Bretagna(1971),

Germania(1973) e Francia(1974), non spostò verso l'Italia flussi significativi di emigranti. I

gruppi nazionali che maggiormente si dirigevano verso questi paesi erano poco presenti

nell'Italia degli anni Settanta. Solo nel caso della Francia c'era una certa comunanza di

origine dei flussi migratori ( Tunisia e Marocco ma non Algeria). In Italia non vi erano

ancora le basi sufficienti per creare le catene migratorie necessarie ad attivare il susseguirsi

di arrivi di parenti, amici e concittadini dei primi emigranti. Tipicamente i primi arrivati

fanno da apripista per gli immigrati che seguono. Il vero motore del cambiamento della

posizione migratoria dell'Italia fu l'aumento del PIL pro-capite rispetto al resto dell'Europa,

ai paesi a medio reddito e a quelli in via di sviluppo. L'Italia del Nord era stata nel

Cinquecento l'aerea più ricca d'Europa, ma tre secoli di declino avevano posto l'Italia dietro

a tutta l'Europa del Nord. La straordinaria crescita avvenuta dopo la Seconda guerra

mondiale fino al 1980 ha rivoluzionato il ruolo dell'Italia. Secondo le stime di Maddison, il

reddito pro-capite degli italiani era calato dal 90,7% rispetto a quello medio dell'Europa

occidentale nel 1820 al 76,2% nel 1950 e rappresentava negli anni Cinquanta il 50,7% di

quello della Gran Bretagna e il 36,6% di quello degli Stati Uniti. In poco più di vent'anni

l'Italia recuperò il terreno perso in 130 anni e nel 1973 il reddito pro-capite italiano era

salito al 92,3% rispetto a quello medio in Europa occidentale, completando il recupero

negli anni successivi(nel 1998 era al 99,1%, dopo avere brevemente superato anche quello

della Gran Bretagna). Queste cifre spiegano quanto si fosse ridimensionata l'attrattiva

dell'emigrazione per gli italiani e quanto fosse aumentata invece per chi proveniva dai

paesi in via di sviluppo. La grande divergenza nello sviluppo tra Europa e Stati Uniti da un

lato, e Africa, America Latina e gran parte dell'Asia dall'altro, era accentuata nel caso

dell'Italia da risultati particolarmente eccezionali. Le teorie economiche dell'immigrazione

pongono i differenziali di reddito in cima alle cause del movimento delle persone, assieme

all'impatto delle catene migratorie ( spesso legato a un passato rapporto colonizzato-

colonizzatore)3.Negli anni Sessanta l'Italia era diventata una logica candidata alla

transizione migratoria , come conseguenza della rincorsa riuscita ai paesi più ricchi del

mondo. L'apparizione di alcuni cosidetti lavori rifiutati fu uno dei meccanismi con i quali

l'accresciuto tenore di vita degli italiani creò degli spazi lavorativi disponibili per lavoratori

provenienti dall'estero. Con lo sviluppo e l'aumento dell'istruzione e della qualificazione

degli italiani, le aspettative di reddito e di qualità del lavoro si innalzarono, a danno di

occupazioni tradizionali che progressivamente furono considerate come socialmente poco

desiderabili, perchè faticose, pericolose, mal remunerate, precarie o anche limitative della

liberà individuale. Perché il ritardo dell'Italia rispetto agli altri paesi dell'Europa?

All'inizio dell'Ottocento tutta l'Europa era terra di emigrazione, anche se in maniera

diversificata. Progressivamente, entro la fine del Novecento, tutte le nazioni dell'Unione

Europea erano diventate, paesi di immigrazione. Da un punto di vista comparativo, non

bisognerebbe chiedersi perché l'Italia si è trasformata da un paese da cui si fuggiva a terra

agognata ma piuttosto perché ciò sia avvenuto così tardi. I fattori della trasformazione sono

comuni a tutti i paesi europei, sono il frutto dell'enorme successo economico dell'Europa e

dell'America del Nord nell'Ottocento e nel Novecento rispetto al resto del mondo. Tutti i

paesi che hanno conosciuto un aumento prolungato del tasso di crescita dell'economia,

maggiore del tasso di crescita della produttività, dopo aver raggiunto il pieno impiego della

manodopera esistente hanno fatto ricorso a manodopera straniera, avviando un processo

migratorio che si riteneva temporaneo ma che si è sempre tramutato in insediamento

stabile. La Francia è stata il primo paese europeo a effettuare la transizione migratoria, a

metà dell'Ottocento, durante la prima industrializzazione, a causa della stagnazione

demografica che l'aveva colpita per oltre un secolo4. Belgi, italiani, tedeschi e spagnoli

furono impiegati in agricoltura e nell'industria e ottennero la cittadinanza francese perché

servivano a fornire contingenti a un esercito che temeva il rafforzamento militare della

Germania guglielmina. La Germania cominciò a trasformarsi essa stessa in paese di

3 Einaudi, L. - Le Politiche dell’immigrazione in Italia dall’unità ad oggi. Cit.pp. 40-50 Editore: Laterza (2007) 4 Nel 1881 gli strenieri erano 1 milione, pari al 2,7% della popolazione, contro 1,1% del 1851; cfr. Schor, Histoire de l'immigration en

France cit.

immigrazione a partire dagli anni Ottanta dell'Ottocento. L'industrializzazione post

unificazione provocò l'arresto dell'emigrazione dei tedeschi verso Usa e Francia e poi

l'arrivo spontaneo di lavoratori immigrati. Il processo di trasformazione in paese di

immigrazione fu arrestato dalla Prima guerra mondiale e dalla Grande depressione ma

riprese sotto forma di lavoro schiavizzato durante la Seconda guerra mondiale quando i

lavoratori stranieri in Germania toccarono gli 8 milioni nel 1944

. Dopo la sconfitta nel 1945 gli stranieri lasciarono nuovamente la Germania per tornare

solo negli anni Sessanta, dopo che la Germania occidentale aveva dovuto rinunciare a

nuovi afflussi di tedeschi orientali dopo la costruzione del muro di Berlino nel 1961. La

Gran Bretagna invece aveva affrontato la rivoluzione industriale durante una fase di forte

crescita demografica e di espansione coloniale. Aveva potuto far uso di emigranti “interni”-

sopratutto irlandesi- e all'inizio del Novecento si trovava in una fase di minor crescita

rispetto a Francia e Germania. Solo dopo la Seconda guerra mondiale e la dissoluzione

dell'Impero, la Gran Bretagna fu realmente caratterizzata dall'immigrazione di massa dai

paesi del Commonwealth e in particolare dal subcontinente indiano e dai Caraibi. L'Italia e

la Spagna invece affrontarono per ultime la transizione migratoria a partire dagli anni

Settanta e Ottanta del Novecento, allo stesso passo e con gli stessi problemi.

Entrambe sono caratterizzate da un'economia prevalentemente di piccole e medie imprese,

da un peso elevato del lavoro sommerso, e da un fortissimo calo della natalità a partire

dagli anni Settanta. Solo dalla fine degli anni Ottanta vi è stata una netta divergenza nella

crescita economica, a vantaggio della Spagna. La situazione economica italiana è cambiata

radicalmente tra gli anni Sessanta e gli anni Duemila e di conseguenza anche i fattori

trainanti della domanda di lavoratori stranieri. Il livello del reddito è la variabile chiave per

valutare il grado di attrazione di un determinato paese dal punto di vista degli emigranti ma

la capacità di creare nuova occupazione è una delle variabili principali per indicare in che

misura il paese è in grado di accogliere nuova immigrazione. La capacità di offrire nuovo

lavoro ai newcomers è strettamente correlata con al tasso di crescita del PIL in condizioni

normali ma anche alla situazione demografica del paese. La prima fase dell'immigrazione

verso l'Italia è stata trainata dalla crescita economica , mentre nella seconda fase, essendo

venuta a mancare la crescita economica, sono stati gli aspetti demografici ad avere una

maggiora importanza. La particola debolezza del Welfare State italiano, sbilanciato verso il

sistema pensionistico piuttosto che verso la protezione del reddito di chi perde lavoro

temporaneamente o delle esigenze riproduttive della famiglia, ha amplificato gli effetti

dell'invecchiamento. La creazione di un Welfare State sostitutivo privato da parte delle

famiglie è avvenuto grazie all'arrivo di centinaia di migliaia di colf e badanti straniere, il

cui lavoro ha permesso alle donne italiane l'ingresso nel mercato del lavoro. La cura dei

bambini e anziani non autosufficienti è stata larga parte affidata alle immigrate5. Tra il

1986 e il 2011 l'Italia ha vissuto un costante aumento del numero di immigrati che si stima

di circa il 7-8% della popolazione totale soggiornante6.

Grafico della popolazione straniera residente in Italia al 1° gennaio 2011

Le ragioni per la presenza crescente di immigrati sono diverse oltre a quelle già analizzate.

Una ragione geografica: la vicinanza con le regioni dei Balcani e del Maghreb, e la

posizione nel cuore del Mar Mediterraneo. L’ Italia attrae per questo motivo molti

immigrati clandestini, più di altri paesi, a causa della estrema difficoltà a controllare tali

confini estesi .

In realtà, dagli anni settanta ai novanta le ondate migratorie di persone provenienti da

Albania, e in generale dagli Stati dei Balcani, si sono verificate nel nord Italia. Alla fine

degli anni ottanta e l'inizio degli anni Novanta, fino ad oggi, si è avviato un nuovo sistema

di migrazione dal Nord Africa e Africa sub-sahariana verso il sud dell’Italia.

La popolazione immigrata italiana, dopo tre decenni dalla prima immigrazione, mostra

una tendenza alla stabilità. Secondo i dati Istat all'inizio del 2011 ci sono stati quasi

4.600.000 immigrati: 62,5% dei residenti nel Nord, il 25% al centro e 12,5% al sud. Caritas

/ Migrantes (2012), dichiara un più alto numero di immigrati regolarmente presenti, che

oscilla tra 4.800.000 e 5.100.000.

La differenza tra questi numeri è dovuta al fatto che i dati trasmessi dalla Caritas /

Migrantes tengono conto di quelli che sono arrivati più di recente e che non hanno ancora

acquisito una residenza. La composizione dell'immigrazione italiana è molto complessa,

per la presenza di più nazionalità. Analizzando le aree di origine, negli ultimi anni, si è

registrato un aumento del flusso di persone provenienti dall'Europa dell'Est, che hanno

superano quelli provenienti dall'Africa. Ciò è dovuto in particolare alla presenza di una

grande comunità romena, che nel 2007 è raddoppiata a seguito dell'ingresso della Romania

5 Einaudi, L.- Le Politiche dell’immigrazione in Italia dall’unità ad oggi. Cit.pp. 50-60 Editore: Laterza (2007) 6 Dati http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070411_00/testointegrale.pdf. (2011)

nell'Unione Europea, che ha facilitato i flussi. Accanto a loro, le principali comunità

straniere in Italia sono, in ordine di presenza, albanese, marocchina, cinese e ucraina.

Distribuzione per area geografica di cittadinanza Gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2011 sono 4.570.317 e rappresentano il 7,5% della popolazione residente.

La comunità straniera più numerosa è quella proveniente dalla Romania con il 21,2% di tutti gli stranieri presenti sul territorio, seguita dall'Albania (10,6%) e dal Marocco (9,9%).

I permessi di soggiorno nel 2008 sono distribuiti in maniera diversa, quelli più richiesti

sono per lavoro.

1.3 Nuove Tendenze d’immigrazione: Donne e famiglie immigrate.

I flussi migratori sono estremamente vari. La gente abbandona il proprio territorio per

motivi diversi, per periodi di soggiorno diversi, e svolgono funzioni differenti. I recenti

flussi migratori sono stati prevalentemente caratterizzati dal movimento di quattro

categorie globali di migranti: donne e famiglie, studenti, rifugiati e richiedenti asilo7.

Alcune di queste categorie hanno sempre caratterizzato la storia dell'immigrazione: infatti,

le ragioni principali sulla base della decisione di migrare sono sempre state, da un lato, la

necessità di trovare un lavoro e migliori condizioni di vita economiche, e dall'altro lato la

necessità di allontanarsi da paesi in cui ci sono le guerre, le persecuzioni, e altre condizioni

rischiose per la vita. Alcune categorie, come le donne e le famiglie immigrate sono state

relativamente ignorate in passato, e solo di recente - alla luce del numero, e la rilevante

presenza nella vita sociale ed economica delle società ospitanti - sono state prese in

considerazione da accademici e politici8. Le donne migranti costituiscono quasi la metà di

tutti i migranti. Alcuni autori9 hanno distinto tre diversi fattori che possono favorire la

decisione delle donne di migrare:

Fattori individuali, tra cui l'età, la razza / etnia, l’origine, lo stato civile, il ruolo e la

posizione nella famiglia, il livello di educazione, e la posizione di classe;Fattori familiari,

che includono la dimensione, la composizione, la struttura, del ciclo di vita;

Fattori sociali, tra cui le norme comunitarie e i valori culturali che determinano la scelta

delle donne di migrare.

Le ragioni per cui l'immigrazione della donna è stata ignorata, e l'interesse su di lei è

iniziato solo negli ultimi anni, sono diverse. Tra queste, hanno giocato un ruolo

importante10:

1) la sottovalutazione delle attività economica delle donne e la loro partecipazione alla

forza lavoro;

2) l'abbandono della “donna”, in generale, dalla ricerca delle scienze sociali;

3) le carenze nei dati a disposizione sulla migrazione delle donne;

A livello politico, e a livello globale, forse come conseguenza della mancanza di

consapevolezza e la conoscenza sui processi di immigrazione, le donne, sperimentano una

situazione peggiore rispetto ai maschi. Esse sono, innanzitutto, più limitate nelle

7 International Organization for Migration (I.O.M.) - World Migration Report: costs and benefits of international migration. Genève: I.O.M. (2008) 8 Bailey, A. J. & Boyle, P. - Family Migration and the New Europe. Journal of Ethnic and Migration Studies, 30, pp.229-413. (2004)

9Boyd, M. - Family and personal networks in international migration. International Migration Review, 23, pp.638-670. (1989) 10 Vincente, - Women migrants: invisible or creative actors? In D. Turton, J. Gonzalez (Eds.), Immigration in Europe: Issues, Policies and Case Studies. Bilbao: Universitad de Deusto. (2003)

opportunità di lavoro. Spesso, anche se caratterizzate da elevato livello di istruzione, e di

competenze elevate e competenze di lavoro, sono impiegate prevalentemente in lavori

domestici e similari. Inoltre, studi di donne immigrate hanno anche mostrato che viene loro

negata la piena cittadinanza, più spesso degli uomini11.Nonostante queste considerazioni, la

migrazione può essere un'esperienza importante per molte donne. Spesso si allontanano dai

paesi tradizionali verso situazioni in cui possono avere una maggiore autonomia. Se hanno

la possibilità di trovare un’ occupazione, possono avere accesso alle risorse finanziarie che

non hanno mai avuto prima 12. Tutte queste considerazioni obbligano ad una maggiore

attenzione sui processi d’immigrazione delle donne, e questo è più vero se si considera che

le donne hanno un ruolo fondamentale nel moderare e modellare le conseguenze della

migrazione. Esse sono, infatti, gli attori più importanti nei processi di adattamento al nuovo

contesto, nel mantenere i contatti con i paesi di origine, e nel mantenere vivo il pensiero

della possibilità di ritorno indietro ai luoghi di origine, e assumono questi ruoli non solo

per se stessi, ma spesso anche per i loro coniugi e figli. Per quanto riguarda l’immigrazione

familiare è possibile distinguere tra diversi tipi di immigrazione familiare. Il primo tipo è il

ricongiungimento familiare, che si riferisce al processo attraverso il quale un immigrato

(spesso un maschio) porta con sé i familiari (spesso moglie e figli). La seconda categoria è

la formazione della famiglia, il matrimonio o la migrazione, in cui il matrimonio non è il

motivo della migrazione, ma spesso un effetto (è il caso di matrimonio di seconde

generazioni d’ immigrati). La terza categoria, che è stata meno comune nel passato, ma che

è di recente aumentato, è la migrazione di intere famiglie, spesso alla ricerca di asilo o

dello status di rifugiato. Le conseguenze rilevanti in termini sociali di questi nuovi tipi di

immigrazione hanno prodotto un crescente interesse in termini di politica. Tutti i governi

devono riconoscere il diritto delle famiglie di immigrati e molti di questi sono inclusi in

importanti convenzioni sui diritti come la Convenzione internazionale sulla protezione dei

diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie13 non ratificata dall'Italia.

A livello nazionale, le politiche migratorie della famiglia si sono evolute in direzione

diversa. Tra questi, è possibile evidenziare la presenza di due atteggiamenti globali e

opposti: a) la promozione d’ integrazione, e b) la tendenza a mantenere la divisione sociale

11United Nations. - World Survey on the Role of Women in Development: International Migration. New York: United Nations. (1994)

Vincente, - Women migrants: invisible or creative actors? In D. Turton, J. Gonzalez (Eds.), Immigration in Europe: Issues, Policies and

Case Studies. Bilbao: Universitad de Deusto. (2003)

12 Martin, S. - Women, migration and development. Georgetown: Institute for the Study of International Migration. (2007)

13 Adottata dall’Assemblea Generale nella sua risoluzione 45/158 del 18 dicembre 1990.

e la separazione: il paradosso è che spesso questi atteggiamenti sono contemporaneamente

presenti in alcune politiche14.

Diversi paesi hanno introdotto procedure semplificate per concedere il ricongiungimento

familiare e l'integrazione. Questo è, ad esempio, il caso della Spagna, il cui il governo

ritiene che le famiglie immigrate siano un contributo attivo alla crescita economica di stato.

In alcuni Stati, come ad esempio quello olandese, gli immigrati sono costretti a verificare

attraverso un test di integrazione un elevato livello di integrazione nella società. Inoltre,

altri paesi hanno, a priori, introdotto restrizioni in materia di migrazione familiare. In

alcuni stati spesso l'accesso al mercato del lavoro per i familiari è negato o limitato: per

esempio, in molti governi, dopo il ricongiungimento, i nuovi arrivati devono aspettare un

anno o più prima di avere la possibilità di cercare un lavoro. Ciò potrebbe avere molte

conseguenze sul processo di integrazione. Vi è la necessità di una maggiore attenzione a

questo nuovo tipo di migrazione, e la ragione principale è che, la migrazione della famiglia

è cambiata e sta per cambiare tutta la teorizzazione in materia di migrazione. Le famiglie

immigrate hanno infatti promosso un nuovo modo per collegare le società di origine e di

destinazione con diverse reti personali e familiari15 . Inoltre, le famiglie sono i gateway tra

la futura generazione di immigrati, e le comunità di accoglienza: per ogni singolo governo

prendersi cura di loro significa preoccuparsi della vita futura di ogni membro della società.

In conclusione, alla luce della crescente presenza delle donne immigrate e delle famiglie, è

solo con una più completa comprensione delle dinamiche e dei ruoli di questi che sarà

possibile la promozione dell'integrazione e della convivenza tra persone diverse.

14Kofman, E., & Kaler, A.- Civic stratification, gender and family migration policies in Europe. Paper presented at the International

Migration, Integration and Social Cohesion (IMISCOE) Cluster B3 Conference, 31 May - 1 June, Budapest.(2006)

15Boyd, M. - Family and personal networks in international migration. International Migration Review, 23, pp.638-670. (1989)

Dumon, R. - Family and migration. International Migration, 27, pp. 251–270. (1989)

1.4 Conclusioni

Questo primo capitolo rappresenta una panoramica sul fenomeno dell'immigrazione, con

un focus sulla storia dell'immigrazione in Italia che da paese di emigrazione è diventato un

paese d’immigrazione.

È stata descritta l’immigrazione quale fenomeno multidimensionale, che coinvolge milioni

di persone, e in molti paesi diversi del mondo. Sono state analizzate le nuove tendenze di

tale fenomeno, ovvero la maggiore presenza di donne immigrate e di ricongiungimenti

familiari.

L'immigrazione momentanea di lavoratori tra gli anni Sessanta e Ottanta si è trasformata in

stabile e duratura alla fine degli anni Novanta, ma come ha reagito il diritto interno a

questo cambiamento? Nel prossimo capitolo saranno analizzate alcune tra le più importanti

Convenzioni ratificate dell'Italia per la difesa dei diritti del lavoratori migranti che hanno

fatto da sparti acque per una maggior apertura del diritto interno solo alla fine degli anni

Ottanta.

CAP. II: IL DIRITTO INTERNAZIONALE PER LA “PROTEZIONE” DEGLI

IMMIGRATI LAVORATORI

2.1 Introduzione

Dopo aver analizzato le statistiche sull'immigrazione e la la storia su come l'immigrazione

è nata in Italia adesso il problema si concentra sui lavoratori extra-comunitari migranti

ricordando che ancora nel 2008 i permessi di soggiorno per lavoro erano il 65% circa di

tutti permessi rilasciati , questo perché la migrazione trova quasi sempre il suo senso nel

trovare luoghi dover poter migliorare il proprio stile di vita, collegato imprescindibilmente

con il lavoro. Prima di parlare della normativa nazionale e delle politiche

sull'immigrazione è importante analizzare la normativa internazionale e sovranazionale

proprio perché un forte sviluppo è avvenuto a livello non nazionale. Inoltre, questo settore

proprio per nascita è caratterizzato da un necessario sviluppo sopranazionale. Basti pensare

che, nella normativa internazionale è stato più volte sottolineato ad esempio il diritto

all'unità familiare (art.8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, oltre agli artt. 29 e

30 Cost.), il diritto del minore ad essere protetto (Convenzione di New York sui diritti del

fanciullo 1989, ratificata nel 1991), il diritto ad una protezione umanitaria ed il diritto

all'asilo politico (Convenzione di Ginevra).

2.2Chi èil cittadino extra-comunitario ?

Il cittadino extra-comunitario è colui che non ha la cittadinanza di uno Stato europeo ma,

per citare il termine della Direttiva 2003/109/CE del Consiglio del 25 novembre 2003 è

cittadino di un Paese terzo. La normativa di base applicabile è:

– la Costituzione italiana (art.10);

– Il Testo unico sull'immigrazione, Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e successive modifiche;

Il Testo unico si applica agli “stranieri”: cittadini di Stati non appartenenti all'Unione

europea e apolidi. Il Diritto degli extra-comunitari è materia statale e non comunitaria, ma

oltre ad essere materia interna è anche materia internazionale e proprio dalla Convenzione

OIL(Organizzazione internazionale del lavoro) sulla promozione dell'uguaglianza e

trattamento dei lavoratori migranti e delle loro famiglie(1975) che inizia la legislazione

italiana in materia con la ratifica e la conseguente legge 10 aprile 1981, n. 158.16

16 Zanrosso, E. - Diritto dell’immigrazione. Cit.pp. 42. Esselibri-Simone. (2004)

2.3Diritto internazionale di tutela dello straniero lavoratore: Convenzione OIL e Carta

Sociale Europea

Con la nascita dell'organizzazione delle Nazioni Unite nel 1945 inizia il processo che

porterà al riconoscimento a livello mondiale di una serie di diritti fondamentali e universali

dei singoli individui. Fondamentali perché sono i diritti minimi inerenti alla definizione

stessa di persona umana, universali perché devono essere rispettati e tutelati

indipendentemente dalla situazione in cui si trova la persona o dallo Stato di cui a

cittadinanza. Dal momento in cui si iniziano a riconoscere e a tutelare i diritti dell'uomo, la

tutela si estende anche ai cittadini stranieri in quanto persone. Con il processo di

internazionalizzazione, lo straniero, in quanto persona, non può subire discriminazioni

rispetto al cittadino proprio perché, i diritti umani protetti dalle norme internazionali sono

universali e, quindi, vanno riconosciuti a tutti, indistintamente e indipendentemente, dal

vincolo della cittadinanza. Gli strumenti di tutela dello straniero sono strumenti

internazionali ulteriori rispetto al Codice Internazionale dei Diritti umani. Ma sono anche

strumenti specifici che si riferiscono allo straniero in quanto tale. Spesso queste fonti

normative si applicano a casi particolari, basti pensare al caso di chi è rifugiato politico.

Le più importanti che riguardano i diritti dei lavoratori migranti ratificate dall'Italia sono le

seguenti:

1) Convenzione dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro sulla promozione dell'uguaglianza e trattamento del lavoratori migranti (OIL) (1975)

2) La Carta sociale Europea (1961)

1) L'Oil in questi anni ha provato, nell'adottare strumenti a tutela dei lavoratori migranti, di

raggiungere due scopi: da una parte cercare di regolare gli aspetti più delicati dei flussi

migratori, dall'altra introdurre strumenti per proteggere i lavoratori migranti. Negli anni,

questi scopi si sono basati su semplici ma importanti affermazioni:

– la possibilità di organizzare il flusso migratorio, tramite accordi con i paesi di origine, in modo da attuare una sorta di “incontro tra domanda e offerta di lavoro”;

– la consapevolezza che la decisione di migrare, come quella di autorizzare o meno l'entrata, si deve basare su una decisione razionale in cui si considerano sia le condizioni di lavoro e di vita nei paesi di emigrazione sia la conoscenza del mercato del lavoro dei paesi d'entrata;

– la cognizione che la protezione del lavoratore migrante è strettamente legata, tanto da amplificarla, alla protezione della forza lavoro nazionale.

L'Oil ha prodotto la prima convenzione nel 1949(Convezione sull'impiego di migranti, la

n.97 del 1949) introducendo alcuni importanti obiettivi: la previsione dello scambio di

informazioni tra gli Stati per tutto ciò che riguarda la politica migratoria; l'istituzione di

servizi gratuiti di assistenza e informazione per migranti; la costruzione di strutture per

l'arrivo, la permanenza e l'uscita dei lavoratori migranti; l'introduzione dei servizi medici

per i migranti e i loro familiari; la piena applicazione della legge agli immigrati senza

distinzione di razza, religione, sesso; l'attuazione di un trattamento non meno favorevole di

quello applicato ai proprio cittadini. Alla convenzione fu poi legata una raccomandazione e

delle importati previsioni supplementari con la già citata Convenzione sui lavoratori

migranti del 1975. La ratifica di questa convenzione obbliga gli Stati a rispettare i diritti

umani di tutti i lavoratori migranti e di attivarsi per sopprimere i flussi di migranti

clandestini. La convezione, inoltre, obbliga gli aderenti a promuovere una uguaglianza

sostanziale di trattamento rispetto al lavoro, alle sicurezze sociali, alla partecipazione ai

sindacati, ai diritti culturali e alle libertà collettive ed individuali degli immigrati.

2) La Carta sociale europea entrata in vigore in Italia con la legge 9 febbraio 1999 n.30,

impone l'obbligo di considerare i lavoratori in modo eguale.

Rispetto agli stranieri chiede che vengano:

– semplificate le formalità in vigore riducendo o sopprimendo i diritti di cancelleria e le altre tasse che i lavoratori stranieri o i loro datori di lavoro devono pagare;

– rese più flessibili, individualmente o collettivamente, le regolamentazioni che disciplinino l'ingaggio di lavoratori stranieri.

L'articolo 19 della Carta sottolinea i diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie alla

protezione ed all'assistenza ed impone agli Stati aderenti il raggiungimento di determinati

obiettivi:

– mantenere o introdurre adeguati servizi gratuiti incaricati di assistere i lavoratori stranieri, in particolare di fornire loro informazioni esatte;

– adottare ogni misura utile (a condizione che la legislazione e la regolamentazione nazionale lo consentano) contro ogni propaganda ingannevole sull'emigrazione e l'immigrazione;

– prendere, nei limiti della loro giurisdizione, adeguati provvedimenti per agevolare la partenza, il viaggio e l'accoglienza dei lavoratori stranieri e delle loro famiglie e garantire loro, nei limiti della giurisdizione, i servizi sanitari e medici necessari durante il viaggio, nonché buone condizioni d'igiene;

– promuovere la collaborazione tra i servizi sociali, pubblici o privati a seconda dei casi dei paesi di emigrazione e d'immigrazione;

– garantire ai lavoratori che si trovano legalmente sul territorio un trattamento non meno favorevole di quello concesso ai cittadini per le seguenti materie: retribuzione e altre condizioni d'impiego e di lavoro; affiliazione alle organizzazioni sindacali e

godimento dei vantaggi offerti dalle convezioni collettive; tasse, imposte e contributi inerenti al lavoro percepite dal lavoratore;

– agevolare per quanto possibile il ricongiungimento familiare del lavoratore migrante autorizzato a stabilirsi sul territorio;

– garantire ai lavoratori che risiedano regolarmente sul territorio che potranno essere espulsi solo se minacciano la sicurezza dello Stato e contravvengono all'ordine pubblico o al buoncostume;

– autorizzare, entro i limiti stabiliti dalla legislazione, il trasferimento di qualsiasi parte dei guadagni e dei risparmi dei lavoratori migranti;

– estendere la protezione e l'assistenza previste ai lavoratori migranti che lavorano in proprio, a condizione che le misure in oggetto siano applicabili a tale categoria;

– favorire e facilitare l'insegnamento della lingua nazionale dello Stato di accoglienza oppure, se vi sono diverse lingue, di una di esse, ai lavoratori migranti ed ai loro familiari;

– favorire e facilitare, per quanto possibile, l'insegnamento della lingua materna del lavoratore migrante ai suoi figli.17

17Zanrosso, E. - Diritto dell’immigrazione. Cit.pp. 1-66. Esselibri-Simone. (2004)

2.4 Conclusioni

La dimensione del fenomeno migratorio nel corso degli ultimi anni è andato assumendo

sempre maggiore importanza, tanto da farne uno dei più rilevanti problemi su scala

mondiale: non esiste ormai paese al mondo che non ne sia toccato. Questa mobilità, che nel

corso della storia è stata fonte di scontri ma ancor di più di confronto e di stimolo, non

riesce a svilupparsi in condizioni di accettabile normalità. Da un lato, nella maggior parte

dei paesi del mondo, la situazione di sottosviluppo opera come una causa permanente di

pressione migratoria. D’altro lato, ad appesantire il contesto della mobilità, già così

precaria, si aggiungono i movimenti forzati di popoli per ragioni etniche, religiose e

politiche. I fondamentali diritti umani dei migranti sono troppo facilmente violati o

ignorati. Questo è maggiormente vero per coloro che non rientrano in quelle categorie alle

quali generalmente è assicurata protezione legale (rifugiati, lavoratori regolari, studenti).

La violazione dei loro diritti contribuisce ad aumentare la disgregazione sociale e

indebolisce il rispetto dell’autorità della legge. Le conclusioni a cui portano queste

convenzioni sono che i lavoratori migranti devono essere considerati non come mera forza

lavoro o entità economiche, ma come entità sociali con le loro famiglie e che hanno perciò

diritti, compreso quello del ricongiungimento familiare. Il processo che ha portato alla

ratifica dell'Italia di queste convenzioni è avvenuto più tardi rispetto agli altri stati europei,

questo perché l'Italia ha affrontato il problema dell'immigrazione solo alla fine degli anni

Ottanta. Nel prossimo capito sarà chiaro come il diritto internazionale e le convenzioni

appena citate abbiano influenzato il diritto interno.

CAP. III: LE POLITICHE ITALIANE IN TEMA DI IMMIGRAZIONE DALL'ETA' LIBERALE ALLA BOSSI-FINI

3.1 Introduzione

Il problema dell'immigrazione non è stato avvertito fino dagli anni Cinquanta perché

l'Italia aveva un ritardo economico molto importante rispetto alla nazioni ricche e anche

per un problema politico poiché l'Italia era passata da un ventennio di fascismo che aveva

sfavorito l'immigrazione. Negli anni Sessanta e Settanta l'Italia ha faticato a rendersi conto

di cosa accadeva, continuando a fissare l'attenzione sugli emigranti che lasciavano il paese

piuttosto che su quelli che vi entravano. A partire dalla fine degli anni Settanta è

cominciato, a sprazzi, un dibattito pubblico che ha contribuito alla realizzazione di una

normativa nel campo dell'immigrazione.

3.2 Dall'età liberale alla legge Foschi

Nel 1793 esistevano gli equivalenti del passaporto per l'estero, del passaporto interno, del

lascia passare, della carta d'identità e del permesso di soggiorno. La grande differenza

rispetto a quelli odierni è che non era specificata la nazionalità, probabilmente perché

andava da sé sulla base del luogo di nascita. La status giuridico dello straniero nel Regno

d'Italia era stato definito in una serie di disposizioni dettate dal Codice Civile del 1865 e

dalla legge sull'ordine pubblico del 1869. Gli stranieri godevano degli stessi diritti civili

degli italiani, mentre i possidenti e redditieri non venivano molestati anche se stranieri. Gli

stranieri potevano essere respinti ai confini se non erano in possesso di documenti di

identificazione validi o se si presumeva che non disponessero dei mezzi necessari alla loro

sussistenza, quelli già presenti in Italia potevano essere espulsi in caso di condanna penale

e se pericolosi per l'ordine pubblico.

Il periodo delle guerre(1914-45) comportò un forte rafforzamento delle norme di polizia,

del controllo del territorio e della diffidenza nei confronti degli stranieri. L'occasione della

guerra venne colta, oltre che per azioni generali contro stranieri di tipo restrittivo, per

eliminare gran parte dell'influenza economica residua di stranieri. La legislazione fascista

degli anni Venti e Trenta, colpì in maniera crescente gli stranieri. Le disposizioni della

normativa fino al 1987 erano regolate dal Testo unico di Pubblica Sicurezza (TULPS) n.

733 del 18 giugno 1931, in particolare dagli articoli 142 e seguenti, e dal regolamento di

esecuzione del r.d. 6 maggio 1940, n. 635, in particolare dal titolo quinto (artt. 261- 271).

Tale normativa aveva come oggetto il regolamento di aspetti formali dell'ingresso e del

soggiorno dei cittadini stranieri in un'ottica essenzialmente di sicurezza pubblica; due sono

stati importanti momenti di sblocco:

1) la circolare del Ministro del Lavoro n.51 del 4 dicembre 1964 dal titolo “Norme per

l'impiego in Italia di lavoratori subordinati stranieri”.

2) La ratifica nel 1981 della convenzione OIL.

Secondo la circolare citata, era consentito l'impiego di lavoratori che giungevano in Italia

provvisti: di un regolare contratto di lavoro; dell'autorizzazione al lavoro; del nulla osta

della Questura; del visto d'ingresso per motivi di lavoro. L'autorizzazione al lavoro veniva

rilasciata dagli uffici provinciali del lavoro che avevano il compito di accertare

l'indisponibilità della manodopera italiana e comunitaria nel settore mediante la

pubblicazione della domanda sul bollettino del Ministero del Lavoro. La decadenza del

contratto di lavoro comportava lo scadere del permesso di soggiorno che, però, poteva

essere rinnovato se cambiava datore di lavoro nell'ambito della stessa qualifica. Non era

consentito il ricongiungimento familiare per i lavoratori.18

Negli anni '80 si verificò un ulteriore e più intenso aumento di immigrati e fu quindi

necessario disciplinare in maniera più organica una materia come quella del collocamento

e del trattamento dei lavoratori extracomunitari disciplinata fino a quel momento solo da

disposizioni amministrative. Nel 1981 l'Italia ratificò con la legge n. 158 la convenzione

OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) n.143/1975 sulla promozione

dell'uguaglianza di opportunità e di trattamento dei lavoratori immigrati.

Dunque l’Italia, con la legge 10 aprile 1981 n.158, ha ratificato la convenzione n.143 del

1975 della Organizzazione Internazionale del Lavoro (uno degli organi dell’ONU), recante

il titolo: «sulle migrazioni in condizioni abusive e sulla promozione della parità di

opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti». L’art.1 garantiva «a tutti i lavoratori

extracomunitari parità di trattamento e piena eguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori

italiani», nonché il godimento “dei servizi sociali e sanitari” e il diritto “al mantenimento

dell’identità culturale, alla scuola e alla disponibilità dell’abitazione”. E all’art.2

prevedeva, proprio come riferito dal citato articolo dell’Alto Adige”, “accordi bilaterali e

multilaterali previsti dalla convenzione dell'OIL n.143 del 24 giugno 1975…per

disciplinare i flussi migratori». Si aprivano, insomma, fin da allora – in nome di una

18 Come vedremo, fatto per altro non del tutto singolare, questa normativa, in vigore fino al 1987 e successivamente modificata, non sembra discostarsi, in linea di principio, dalla normativa introdotta dalla Bossi-Fini. Infatti, pur avendo subito modifiche sostanziali nel corso degli anni, la normativa è tornata a legare in modo molto stretto la presenza dello straniero all'esistenza di un regolare rapporto di lavoro.

convenzione dell'OIL, e cioè di un istituto specializzato dell’ONU, le porte

dell’immigrazione, nonostante che ancora, malgrado le statistiche del CENSIS, il

fenomeno non fosse neppur lontanamente così evidente, come è diventato oggi.

Il 30 dicembre 1986, con la legge n. 943 ("Norme in materia di collocamento e di

trattamento dei lavoratori extracomunitari immigrati e contro le immigrazioni

clandestine"), venne emanata la prima regolamentazione normativa dell'attività lavorativa

straniera in attuazione della convenzione internazionale dell'Organizzazione internazionale

del lavoro del 24 giugno 1975, n. 143, richiamata all'art. 1 della legge in esame. Vennero

stabiliti alcuni principi generali in tema di lavoro e venne istituita la Consulta per i

problemi dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie. La legge recava alcune importanti

norme in tema di collocamento, di trattamento dei lavoratori stranieri, di ricongiungimento

familiare e stabiliva sanzioni per l'immigrazione clandestina. Essa introduceva inoltre altri

importanti norme per la tutela dei lavoratori stranieri: il divieto di privare il lavoratore

disoccupato del permesso di soggiorno, sanzioni penali per contrastare l'intermediazione,

lo sfruttamento e l'impiego illegale dei lavoratori stranieri.

La legge n.943/1986 conteneva una regolarizzazione: vista la diffusa percezione di una

vasta area di irregolarità, il legislatore prevedeva la regolarizzazione delle posizioni

lavorative pregresse sia dei datori di lavoro che dei lavoratori, con la possibilità - a seconda

dei casi - di ottenere l'autorizzazione al lavoro o l'iscrizione nelle liste di collocamento.

Essa mira a regolarizzare i migranti già esistenti introducendo la pratica della sanatoria.

Con la sanatoria viene esclusa ogni forma di punibilità per gli illeciti pregressi, quando gli

stranieri irregolari dimostrano la volontà di emergere dal fenomeno immigratorio

clandestino. La legge Foschi è da ricordare per il riconoscimento e la garanzia dei diritti

relativi all’uso dei servizi sociali e sanitari, al mantenimento dell’identità culturale, alla

scuola e alla disponibilità dell’abitazione (art.1); l’istituzione della consulta per i problemi

dei lavoratori extra-comunitari e delle loro famiglie (art.2); di una commissione incaricata

di promuovere e controllare l’applicazione degli accordi bilaterali e multilaterali, stipulati

per disciplinare i flussi migratori, la repressione delle intermediazioni illegali di

manodopera anche nei paesi di provenienza e la collaborazione reciproca al fine di tutelare

i diritti civili, sociali, economici e culturali dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie

(art.2 comma 5); l’istituzione presso la Direzione generale del collocamento della

manodopera del Ministero del lavoro e della previdenza sociale di un apposito servizio per

i problemi dei lavoratori immigrati extracomunitari e delle loro famiglie; l’introduzione del

permesso di soggiorno per motivi di studio e di turismo; l’introduzione del diritto di

ricongiungimento familiare; l’istituzione dell’autorizzazione al lavoro rilasciata dopo

indagini sull’indisponibilità all’impiego di lavoratori italiani o comunitari e sulle

condizioni offerte dal datore di lavoro al lavoratore extracomunitario (art.8).

Pur riconoscendo alcuni diritti, soprattutto merito della ratifica della convenzione OIL, non

presenta, a differenza della normativa successiva, nessun elemento di programmazione.

3.2 La legge Martelli

All'inizio degli anni '90 il flusso delle immigrazioni crebbe ulteriormente e venne così

emanato un altro provvedimento legislativo di sanatoria con il d.l. n. 416 del 1989, poi

modificato e previsto nella legge n. 39/1990, ancora una volta si ricorse come strumento

alla legislazione d'urgenza per fronteggiare il fenomeno migratorio. Tale legge, conosciuta

come legge "Martelli", determinò le disposizioni urgenti in materia di asilo politico, di

ingresso e soggiorno di cittadini extracomunitari, cercando di disciplinare in maniera

esaustiva l'intera materia dell'immigrazione. È possibile affermare che attraverso la legge

n. 39/1990 ai soggetti migranti furono riconosciuti i diritti fondamentali della persona, non

solo quindi quelli propri dei lavoratori, e una sorta di cittadinanza connessa alla residenza

con i conseguenti diritti. Secondo alcuni autori19 la legge "Martelli" è il primo vero

tentativo di disciplina del fenomeno migratorio e, soprattutto, la prima volta in cui l'Italia

"ha riconosciuto ufficialmente l'immigrazione come presenza ormai stabile di stranieri che

vivono e lavorano nel territorio nazionale." Gli elementi di maggiore innovazione della

legge Martelli sono: la richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato che può essere

presentata da stranieri di qualsiasi cittadinanza, a prescindere dal paese di provenienza, con

l'esclusione quindi di una riserva geografica e la premessa secondo la quale il rifugiato

gode dello stesso trattamento dei cittadini italiani in materia di libertà religiosa, istruzione

elementare, assistenza sanitaria, lavoro e fisco. Sono stabiliti motivi di ingresso legale del

soggetto extracomunitario nel territorio nazionale: turismo, studio, lavoro subordinato e

autonomo, cure mediche e culto. Il visto d'ingresso è obbligatorio, eccezione fatta per quei

paesi con i quali sono stati stipulati accordi bilaterali o multilaterali che permettono di

poter rimanere per motivi di turismo nel paese senza visto per un termine non superiore ai

tre mesi.

Altro elemento di notevole importanza è stata l'introduzione dello strumento dei "flussi

d'ingresso" in Italia per ragioni di lavoro per i lavoratori extracomunitari. Esso è stato

concepito come lo strumento cardine per controllare il flusso di immigrati regolari, e

19 Bonaccio, G. - Cittadini extracomunitari. Ingresso, soggiorno e regolarizzazioni. Repubblica di San Marino: Maggioli, pp.17 (2003)

veniva posto in essere con decreto del Presidente del Consiglio attraverso un

provvedimento governativo adottato ogni anno in concertazione con vari soggetti, quali i

Ministri degli Affari Esteri, Interno, Bilancio e Programmazione economica, Lavoro e

previdenza sociale, dopo avere sentito la Conferenza Stato-Regioni, sulla base delle

esigenze dell'economia nazionale, della disponibilità finanziaria all'accoglienza di questi

nuovi soggetti e della presenza di lavoratori extracomunitari sul territorio.

Venne inoltre designata espressamente la Regione come l'ente di riferimento per la

promulgazione di iniziative, attività o leggi per l'integrazione dei soggetti extracomunitari

nel tessuto sociale. All'art. 9 fu prevista un'ulteriore sanatoria per coloro che potevano

attestare di essere entrati in Italia entro il 31-12-1989 a prescindere da ogni altra

condizione. Questa sanatoria venne rivolta sia ai lavoratori dipendenti, che furono circa il

10% dei beneficiari, sia ai lavoratori autonomi, che furono solo il 4% dei beneficiari.

È da sottolineare come lo scopo principale della sanatoria fosse più che la regolarizzazione

di precedenti situazioni, l'emersione dei soggetti clandestini. Intendiamo con questo

indicare le due categorie in cui possono essere inseriti gli stranieri che ottengono un

permesso di soggiorno a seguito di una sanatoria.

Sono classificati "irregolari" gli stranieri entrati regolarmente nel territorio italiano ma a

cui è scaduto il permesso di soggiorno; mentre sono classificati "clandestini" gli stranieri

che ottengono grazie alla sanatoria il primo permesso di soggiorno, e che prima erano

"inesistenti" agli occhi delle autorità, in quanto non erano mai stati registrati da alcuna

parte.

Dal Dossier Statistico sull'Immigrazione della Caritas del 2003 si rende evidente che gli

stranieri considerati "irregolari", secondo la classificazione appena effettuata, sono senza

dubbio la minoranza fra coloro che hanno usufruito delle regolarizzazioni. In particolare

nella sanatoria prevista dalla legge "Martelli" si attestano al 18% del totale dei

regolarizzati. In quell'occasione fecero domanda di regolarizzazione 225.000 soggetti, e

solo il 4% poté dimostrare di essere alle dipendenze di un datore di lavoro. Chi invece non

avesse un rapporto di lavoro in corso, aveva la possibilità di trovarlo non soltanto nel

settore del lavoro subordinato ma anche del lavoro autonomo o nelle cooperative. Inoltre

questi avrebbe avuto due anni di tempo a disposizione per instaurare un rapporto di lavoro;

alla scadenza di tale termine e in assenza di lavoro il permesso non sarebbe stato rinnovato.

Non meno dell'85% dei beneficiari della regolarizzazione si iscrisse alle liste di

collocamento "con riserva", cioè con la clausola di dimostrare a distanza di due anni di

aver trovato un lavoro e poter così ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno. Da un

punto di vista statistico si rileva che la maggior parte dei regolarizzati provenivano da paesi

africani, in particolare dal Marocco (22%), dalla Tunisia (12%), dal Senegal (7%), il 6%

dei regolarizzati erano invece filippini; mentre il 4% dei regolarizzati provenivano dalla Ex

Jugoslavia.

A partire dagli anni '90 si sarebbe invece verificata una maggiore incidenza nelle

regolarizzazioni dei cittadini dell'Europa dell'Est. Sempre attraverso i dati raccolti nel

Dossier della Caritas del 2003 è interessante notare come in generale le richieste di

regolarizzazioni riguardino più gli uomini, che le donne, mentre l'afflusso di stranieri è

equamente diviso fra donne e uomini. Secondo l'interpretazione di Massimo Carfagna della

Caritas, proprio a partire dagli uomini regolarizzati è stato poi possibile l'ingresso delle

donne per motivi di ricongiungimento familiare. Questo è testimoniato dai dati statistici

che registrano un maggior numero di permessi familiari in seguito alle sanatorie. Per

motivazioni storico-politiche, quali la crisi economica che affliggeva pesantemente i paesi

dell'Est, la guerra nella ex-Jugoslavia e la disgregazione dell'Albania, si rese quasi subito

evidente che l'apparato normativo predisposto nel corso degli anni '80 e nel 1990 non era

sufficiente per la gestione del fenomeno migratorio.

3.3 La legge Turco-Napolitano

La legge Turco-Napolitano (numero 40 del 1998), si propose di regolare organicamente

l'intera materia dell'immigrazione.

Rispetto alla vecchia disciplina, conosciuta come legge Martelli (L. 39/1990), e alle varie

disposizioni integrative e modificative del pur incompleto e frammentario quadro

normativo, la nuova legge tenta di proporsi come legislazione di superamento della fase

emergenziale.

L'impostazione della legge rivela l'intento di regolamentare l'immigrazione, favorendo da

un lato l'immigrazione regolare e scoraggiando l'immigrazione clandestina, ha previsto

quindi un controllo più efficace dei flussi di stranieri. In questa direzione, la legge ha

previsto la possibilità di detenere i migranti illegali in appositi "centri di residenza e di

assistenza" pattugliati dalla polizia;

L'immigrato regolare può così affrontare il percorso di acquisizione della cittadinanza

configurato dalla legge. Tale percorso è caratterizzato da una serie di tappe verso l'acquisto

dei diritti propri del cittadino pleno iure, inclusivo del diritto al ricongiungimento

familiare, del diritto al trattamento sanitario e alla salute, e del diritto all'istruzione. La

legge mira all'integrazione degli immigrati regolari (ad esempio, con l'introduzione di una

serie di leggi, come ad esempio quelle relative al permesso di soggiorno, che diventa

permanente dopo 5 anni di residenza legale in Italia, e la procedura di ricongiungimento

familiare, che diviene più facile che in passato). Per contro, il clandestino diventa

destinatario di un provvedimento di espulsione dallo Stato.

Per la prima volta nella storia della Repubblica, si istituisce la figura del Centro di

permanenza 20, per tutti gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di

respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente

eseguibile.

20 (all’articolo 12 della legge)

ben fatto, ottimo davvero
Questa è solo un'anteprima
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