Tesi di Laurea Triennale Brexit, Tesi di laurea di Relazioni Internazionali
freddie45
freddie45

Tesi di Laurea Triennale Brexit, Tesi di laurea di Relazioni Internazionali

31 pagine
17Numero di download
459Numero di visite
100%su 2 votiNumero di voti
1Numero di commenti
Descrizione
Tesi di laurea triennale Brexit, Luglio 2017
30 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 31
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 31 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 31 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 31 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 31 totali

1

BREXIT: IL DIFFICILE RAPPORTO FRA REGNO UNITO E UNIONE

EUROPEA

TESI DI LAUREA DI FEDERICO MONCADA RELATRICE PROF.SSA ROSANNA MARSALA

ANNO ACCADEMICO 2015 – 2016

2

INDICE INTRODUZIONE 3 CAPITOLO I - QUADRO STORICO I.1 Il referendum del ’75 e la politica del “semidistacco” 4 I.2 “La decade Thatcher” e la questione sull’UEM 7 I.3 Dagli anni 90’: la moneta unica e i “cinque criteri” 8 CAPITOLO II – BREXIT O BREMAIN? II.1 La richiesta del referendum 10 II.2 I contenuti del dibattito 12 II.3 Brexit e Grexit: due pesi e due misure? 17 CAPITOLO III – QUALI RIPERCUSSIONI? III.1 Conseguenze per il Regno Unito 20 III.2 Conseguenze per l’Europa 25 CONCLUSIONI 28 BIBLIOGRAFIA 30 SITOGRAFIA 30

3

INTRODUZIONE

Il presente elaborato ha come oggetto l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea,

con il 23 Giugno 2016, data storica di un referendum, che rappresenta necessariamente uno

spartiacque nella storia recente del vecchio continente. Alla base di questo studio vi è non

soltanto un’analisi critica di quanto accaduto dal Febbraio 2016 (momento chiave della

vicenda, con i negoziati che hanno spianato la strada all’indizione del referendum) fino

alla data dello stesso, ma anche un’analisi storica di quelli che sono stati i controversi

rapporti che hanno visto protagonisti da una parte il Regno Unito, e dall’altra l’Unione

Europea.

Ciò che muove l’interesse è soprattutto la contestualizzazione di un evento tanto

importante da far vacillare le certezze accumulate nel tempo, per ciò che concerne il

delicato tema dell’integrazione europea. Tutto ciò avviene in un momento storico

paurosamente delicato, in cui cresce il sentimento euroscettico in molte zone europee. La

Brexit arriva nel momento di peggior crisi dell’Europa e di relativo declino degli Stati

Uniti, il maggiore sponsor esterno dell’UE.

Le ragioni sono anche storiche: da un lato, la diversità storica di una nazione che non ha

mai avuto una Costituzione scritta, fortemente aliena dalla tradizione continentale;

dall’altra v’è un sentimento ben radicato che riconosce nella sua storia, nelle sue tradizioni

un elemento da difendere in maniera imprescindibile. Soprattutto, nel Regno Unito, si è

diffusa con prepotenza la convinzione che solo l'indipendenza dalla gabbia europea possa

garantire le sue ambizioni di potenza economica globale. Pertanto, l’obiettivo è quello di

fornire un quadro generale di quanto avvenuto fino al 23 Giugno 2016, di analizzare i

punti critici della questione e parallelamente v’è anche l’obiettivo ambizioso di “scoprire”

quali scenari, quali aspettative si manifesteranno, nei mesi successivi alla votazione.

4

CAPITOLO PRIMO: QUADRO STORICO 1.1 Il referendum del ’75 e la politica del “semidistacco”

Il rapporto fra il Regno Unito e la CEE prima, e l’Unione Europea in seguito, ed in

generale con il processo d’integrazione europea è sempre stato controverso. Nonostante

infatti sia stato proprio Winston Churchill per primo, subito dopo la Seconda Guerra

Mondiale, a proporre un progetto di integrazione sovranazionale a livello europeo per

scongiurare l’avvento di nuovi conflitti su scala mondiale, tale argomento è sempre stato

oggetto di dibattiti e polemiche nel Regno Unito nel corso degli anni, fin dalla nascita della

stessa Unione Europea.

La classe politica britannica ha da una parte sostenuto il progetto d’integrazione

europea, appoggiando l’ingresso del Regno Unito nella CEE e il suo mantenimento;

dall’altra ha aspramente criticato varie sfaccettature di tale progetto, ritenuto spesso

imposto dall’esterno e non perfettamente democratico.

Sebbene per i britannici fossero indispensabili un rilancio dell’economia europea, e in

particolare di quella tedesca, e un piano di difesa efficace, gli stessi politici inglesi non

accettavano soluzioni che non fossero intergovernative, e che prevedessero la cessione di

una porzione della sovranità. Peraltro, gli inglesi erano impegnati a fronteggiare la crisi del

proprio impero coloniale. Per queste ragioni il Regno Unito non entrò a far parte della

CECA, e rifiutò il progetto della CED.

Anche il Trattato di Roma, sottoscritto dai sei paesi fondatori della CECA, che istituiva

la CEE1 non fu accolto favorevolmente dagli inglesi, i quali volevano sì, creare una zona

ampia di libero scambio all’interno dell’Europa, ma non volevano che questa fosse legata

alle esigenze di sicurezza di Francia e Germania. Per ciò che concerne l’Euratom, inoltre,

il Regno Unito non vedeva alcun vantaggio nel prendervi parte, in quanto la sua ricerca in

materia risultava molto più avanzata, grazie anche alla fruttuosa collaborazione con gli

Stati Uniti.

Gli inglesi non desideravano un’integrazione europea che andasse aldilà della semplice

cooperazione intergovernativa, ma il problema consisteva nel fatto che non volevano

neanche restare totalmente esclusi da tale processo, con il rischio della nascita di un blocco

continentale a base “franco-tedesca”

1 Comunità Economica Europea

5

Il Regno Unito, che manteneva rapporti militari ed economici con i Sei della CEE grazie

all’istituzione dell’UEO2 e il trattato di associazione con la CECA, decise dunque di creare

nel 1960 l’EFTA, un’associazione di libero scambio in Europa, con altri sei paesi

partecipanti oltre al Regno Unito3. L’EFTA si rivelò però quasi subito un fallimento, tanto

che già l’anno successivo venne presentata da parte del Regno Unito la domanda formale

di adesione alla CEE. Tale ripensamento da parte del Regno Unito aveva prevalentemente

motivi politici ed economici. Da una parte, sotto il profilo economico, i dazi doganali che

sarebbero stati imposti alle esportazioni inglesi verso un’area dinamica e in ripresa, come

quella dell’Europa continentale, avrebbero potuto mettere a repentaglio la ripresa

economica inglese. Dall’altra, con il ritorno al potere in Francia di De Gaulle, si stava

realizzando un’integrazione di stampo più intergovernativo, piuttosto che federale.

La richiesta di ingresso inglese fu però prontamente respinta due anni dopo con

particolare veemenza proprio da Charles De Gaulle, che temeva che un eventuale ingresso

nella CEE degli inglesi potesse favorire in qualche modo eccessivamente gli interessi

statunitensi, visto lo stretto rapporto di collaborazione che legava inglesi e americani. Gli

altri cinque paesi temevano inoltre che l’ingresso inglese potesse frenare il processo di

integrazione già avviato, e che l’accento potesse essere posto più su questioni economiche,

che politiche.

Tutto ciò appare oggi sintomatico di un rapporto sempre complicato fra il Regno Unito e

l’odierna Unione Europea. Tale rapporto talvolta conflittuale fra le istituzioni

democratiche britanniche e le istituzioni comunitarie è stato definito come “politica del

semidistacco”4.

Gli inglesi dovettero aspettare il 1966 per poter riformulare una seconda domanda

formale di adesione: a tale domanda seguirono stavolta quelle di Danimarca, Irlanda e

Norvegia. I problemi principali risiedevano però secondo De Gaulle, e anche secondo

parte della classe politica inglese, nelle incongruenze tra il Regno Unito e gli altri paesi

europei per ciò che riguardava le politiche agricole. Inoltre la classe politica inglese non

condivideva le posizioni francesi sulla politica estera, e in particolare sul ruolo americano

per la difesa europea.

D’altra parte però era necessario un cambiamento: il Regno Unito aveva perso parte

della sua indipendenza politica ed economica, e si trovava a dover fronteggiare la crisi

2 Unione Europea Occidentale 3 L’acronimo utilizzato in italiano è “AELS” (Associazione europea di libero scambio). Nel 1960 vi facevano parte Danimarca, Regno Unito, Portogallo, Austria, Svezia, Norvegia, Svizzera. Oggi i soli membri rimasti all’interno sono Islanda, Liechtestein, Norvegia e Svizzera. 4 Atteggiamento ambiguo attribuito alla classe politica inglese nei confronti delle istituzioni comunitarie che ha da sempre influenzato il rapporto fra Regno Unito e il resto dell’Europa

6

dello Stato nazionale, oltre che la crisi dei legami economici con il Commonwealth che ne

avevano caratterizzato la storia negli anni ’60.

La richiesta di adesione si sbloccò nel 1969 quando il generale De Gaulle abbandonò la

vita politica, e a quel punto l’adesione inglese incontrò meno resistenze. L’allora Primo

Ministro, il conservatore Edward Heath5, ottenne il consenso circa l’adesione tramite voto

parlamentare nel 1971.

Il successivo ingresso del Regno Unito nella CEE, avvenuto nel 1973, riaccese il

dibattito interno al paese, tutto ciò nonostante il fatto che la maggior parte dei traffici

commerciali britannici si svolgesse con i paesi facenti parte della CEE. Pertanto, il

laburista Harold Wilson6 fece della rinegoziazione dell’adesione britannica alla CEE uno

dei punti cardine della sua campagna elettorale, in vista delle elezioni che avrebbero avuto

luogo nell’Ottobre del 1974. Wilson promise in caso di vittoria anche un referendum

consultivo che aveva come oggetto la permanenza del Regno Unito all’interno della CEE7.

La vittoria del laburista Wilson diede avvio in effetti alle trattative per la rinegoziazione

dei trattati in essere fra Regno Unito e CEE8. Le rinegoziazioni riguardarono

prevalentemente problemi di bilancio: venne istituito pertanto il Fondo Europeo per lo

Sviluppo Regionale9, delle cui sovvenzioni Londra poteva godere per appianare il divario

fra entrate e uscite nei confronti della CEE.

Il referendum del 1975 fu il primo della storia del Regno Unito, ed ebbe come risultato la

vittoria schiacciante di coloro che erano favorevoli alla permanenza del Regno Unito

all’interno della CEE. Le percentuali furono abbastanza significative, con il 67% dei

votanti che si espresse per il “sì”.

Nonostante tale parere positivo da parte della popolazione non si affievolì sul piano interno

però il dibattito interno alla classe politica inglese. Lo scontro si protrasse sulla falsariga

dell’impostazione pragmatica che caratterizzò il duro dibattito precedente all’ingresso

nella CEE e al Referendum del ’75. I vantaggi di un mercato comune che favorisse le

esportazioni e il commercio britannico non bastavano ad eliminare i dubbi su alcuni piani

della CEE, quali la convergenza delle politiche socio-economiche e la creazione di una

moneta unica, e su un accentramento del potere considerato eccessivo nelle mani di

istituzioni comunitarie.

5 Leader del partito conservatore nel decennio 1965-1975, e primo ministro dal 1970 al 1974. 6 Esponente del Labour Party, e primo ministro per due volte dal 1964 al 1970 e dal 1974 al 1976. 7 La strategia adottata da Harold Wilson in occasione del referendum del 1975 ricorda la “promessa” di Cameron ai suoi elettori durante la campagna elettorale che lo ha poi visto vincitore nel 2015 8 Ad oggi è l’unico caso di rinegoziazione di trattati comunitari già siglati. 9 Il FESR (Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale) è lo strumento principale della politica regionale ed è gestito dal Commissario Europeo per la Politica Regionale che ha l’obiettivo di promuovere lo sviluppo regionale e promuovere la coesione economica e sociale attraverso la correzione degli squilibri fra le varie regioni europee.

7

1.2. “La decade Thatcher” e la questione sull’UEM

La decade Thatcher10 rappresentò il periodo più controverso nella storia dei rapporti fra

Regno Unito ed Europa. La Thatcher non mancò di mostrare immediatamente le sue

opinioni avverse al progetto europeo. Riteneva infatti le politiche comuni come possibili

ostacoli alle politiche liberiste che ella stessa voleva proporre. Le sue idee in ambito di

integrazione europea si collocavano a metà fra l’interpretazione gollista, che voleva la

CEE come un’istituzione che promuovesse la cooperazione intergovernativa, e la

tradizione liberista britannica, la quale sosteneva l’apporto dato dalle istituzioni

comunitarie per la creazione di una zona di libero scambio. Le sue posizioni anti-europee

furono espresse con grande efficacia nel celeberrimo discorso tenuto a Bruges nel 198811,

nel quale la Thatcher criticò tanti aspetti delle politiche comunitarie,

dall’”iperregolamentazione”, fino alle possibilità di un’unione economica e monetaria.

Una citazione in particolare da quel discorso a Bruges rappresenta oggi uno dei manifesti

dell’antieuropeismo e sintetizza il pensiero di molti euroscettici: «Non abbiamo ridotto con

successo i confini dello stato britannico per vederli governati con un superstato europeo

che esercita un nuovo dominio da Bruxelles12». Sebbene la Iron Lady avesse appoggiato

con forza la campagna per il “sì” durante il Referendum, non mancò di denunciare, una

volta eletta, le incongruenze economiche che a suo dire caratterizzavano il rapporto

UK/CEE.

La partita si concluse con la parziale vittoria del Regno Unito thatcheriano che ottenne il

famoso rebate (rimborso) di circa 2/3 dei contributi netti versati fino a quel momento dal

Regno Unito alla CEE. Si ricorda peraltro un altro importante discorso tenuto da Margaret

Thatcher a tal proposito durante un vertice CEE a Dublino13.

Tuttavia, sempre il governo Thatcher sottoscrisse l’Atto Unico Europeo nel 1986,

malgrado questo contenesse primi abbozzi di un’unità politica al suo interno.

Gli inglesi non sottoscrissero inoltre lo SME14, istituito nel 1978 su spinta dei premier

Giscard D’Estaing e Schmidt, con l’obiettivo di istituire un sistema alternativo che creasse

una zona di stabilità europea, che non fosse influenzata dalle fluttuazioni del dollaro, in 10 (1979-1990) 11 L’invettiva della Iron Lady contro le istituzioni europee fu pronunciata il 20 Settembre 1988, in occasione della riunione del Collegio d’Europa, che in quella circostanza si tenne a Bruges, in Belgio. Questo discorso è ancora oggi famosissimo, e rappresenta un vero e proprio paradigma di quello che oggi viene definito il “pensiero euroscettico”. 12 Margaret Thatcher, The Bruges Speech, 1988 13 Tale discorso è tutt’oggi famoso come “I want my money back”: con quest’altro speech Margaret Thatcher criticò aspramente le incongruenze economiche che a suo dire caratterizzavano il rapporto conflittuale fra UE e Regno Unito. Il denaro di cui pretendeva la restituzione era quella parte del bilancio comunitario inglese che eccedeva la somma dei vantaggi garantiti all’agricoltura britannica. La questione era già stata negoziata da Bruxelles con il governi laburisti verso la metà degli anni Settanta e il negoziato si era allora concluso con una correzione temporanea che avrebbe ridotto il deficit britannico. 14 Sistema Monetario Europeo

8

seguito alla fine degli accordi di Bretton Woods. Il rifiuto inglese allo SME rappresentò

una delle vicende più controverse, che vide i governi inglesi operare nella più assoluta

confusione e ambiguità. I britannici ritennero infatti inizialmente più proficuo lasciar

fluttuare la sterlina e mantenere la propria sovranità sulla moneta, nell’ambito delle

politiche neo-liberiste che sarebbero poi state attuate dal governo conservatore. Ma il

dibattito interno circa l’adesione del Regno Unito allo SME e alla moneta unica spaccò il

partito conservatore, oltre che l’opinione pubblica del paese e, per questa ragione, la

Thatcher dovette abbandonare il premierato nel 1990. John Major15 prese il comando e

condusse il Regno Unito alla firma del Trattato di Maastricht, che metteva in cantiere la

successiva Unione Monetaria, e all’adesione allo SME. Tuttavia un duro attacco

speculativo alla sterlina nel Settembre del 199216 costrinse poi Major e il Regno Unito ad

abbandonare lo SME. Il trattato fu firmato però dal Regno Unito, il quale si assicurò degli

opt-out 17che ne permisero l’approvazione in Parlamento: in sostanza il Regno Unito si

avvaleva della possibilità di un’eventuale rinuncia, per ciò che concerneva la UEM,

negandosi la possibilità di imporre un veto agli altri paesi. Tali opt-out riguardavano non

soltanto la UEM, ma anche gli accordi di Schengen per ciò che riguardava le frontiere, e

altri due furono successivamente negoziati in seguito all’adozione del Trattato di Lisbona

nel 2009. Ad oggi, il Regno Unito è dunque il paese membro che ha più opt-out, quattro.

1.3. Dagli anni 90’: la moneta unica e i “cinque criteri”

Gli anni ’90 rappresentavano per la nascente UE un periodo di profondi mutamenti a

livello politico ed economico: il Trattato di Maastricht gettava le basi dell’unione

monetaria per i dodici paesi allora membri. Questi ultimi concordarono che per far parte

della UEM le economie dei singoli paesi membri dovevano rispettare delle caratteristiche.

Nei due anni precedenti l’introduzione della moneta unica infatti il deficit di ogni singolo

paese non avrebbe dovuto eccedere il 3% del PIL, e il debito pubblico avrebbe dovuto

essere del 60% rispetto al PIL. Dovevano essere controllate anche l’inflazione (che non

doveva eccedere dell’1,5% la media dei 3 paesi più virtuosi) e i tassi di cambio.

Nonostante l’attacco speculativo subito dalla sterlina e la conseguente uscita dallo SME,

la vittoria del Primo Ministro New Labour Tony Blair (1997-2005) sembrò aprire nuove 15 Precedentemente Chancellor of Exchequer nei governi Thatcher, fu primo ministro per due mandati dal 1990, quando subentrò proprio alla Thatcher, fino al 1997. 16 L’attacco fu condotto da George Soros, un imprenditore ungherese che vendette sterline allo scoperto per un valore di 10 miliardi di dollari, approfittando della negligenza della Banca d’Inghilterra. Da quel momento fu conosciuto come “l’uomo che gettò sul lastrico la Banca d’Inghilterra”. 17 Possibilità di rinuncia a determinate clausole poste nei trattati UE.

9

possibilità di dialogo e cooperazione con l’UE, con il Primo Ministro britannico che si

mostrò addirittura favorevole all’adozione della moneta unica. L’allora Ministro delle

Finanze Gordon Brown però entro in contrasto con il Premier circa questo punto ed

escogitò la formula dei cinque “criteri economici”18, in aggiunta ai criteri di convergenza

imposti dall’UE. Con tale strumento Brown evidenziò la criticità della possibile scelta di

adozione della moneta unica, in quanto quattro di questi cinque criteri non risultavano

rispettati: si riteneva ad esempio che la flessibilità non sarebbe stata sufficiente a sostenere

il paese in momenti di particolare crisi. Ed ancora furono rimarcate delle differenze

strutturali fra il Regno Unito e il resto dell’Europa Occidentale ritenute fondamentali per

ciò che riguardava alcune aree del mercato (come ad esempio quello dell’edilizia abitativa)

che avrebbero reso incompatibile la convivenza con la moneta unica.

Sulla base di queste valutazioni il governo inglese decise di escludere di fatto l’adesione

del Regno Unito per tutta la durata della legislatura 2001-2005. Successivamente, Gordon

Brown asserirà poi, dopo la sua vittoria nel 2005, che la scelta fatta allora risultò positiva e

profetica, e che pertanto il Regno Unito avrebbe definitivamente rinunciato all’adozione

dell’Euro. Lo stesso Gordon Brown sarà però attaccato duramente dall’opinione pubblica

per non aver concesso un referendum in merito all’adozione del Trattato di Lisbona nel

2007 (entrato in vigore poi il 1° Dicembre 2009). Su tale Trattato, tuttavia, il governo

inglese di Gordon Brown riuscì a rinegoziare due ulteriori opt-out di cui uno relativo

all’estensione delle norme interne alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,

e uno che riguarda la possibilità di autonomia di partecipazione ai processi legislativi in

materia di libertà, sicurezza e giustizia.

La crisi che ha colpito l’Occidente, e in particolare l’Eurozona, ha contribuito a far

crescere il sentimento euroscettico di parte dell’opinione pubblica e di parte della classe

politica inglese.

18 I cinque criteri economici sono i principî definiti dal Regno Unito che devono essere usati per valutare la disponibilità del Regno Unito ad aderire all'eurozona e ad adottare l'euro come propria valuta.

10

CAPITOLO SECONDO: BREXIT O BREMAIN?

2.1. La richiesta del referendum

Negli anni successivi all’adesione al Trattato di Lisbona da parte dei paesi membri, le

posizioni assunte dall’opinione pubblica e dalla classe politica britannica sono mutate in

maniera evidente e verso posizioni più tendenti a quello che viene comunemente definito

“euroscetticismo”. Tali posizioni sono state rese più estreme da diversi fattori.

In primo luogo la crisi economica che ha avuto inizio nel 2008, da una parte ha rischiato

di causare una doppia recessione all’interno del paese, dall’altra ha reso ancor più

restrittive le misure economiche e i vincoli di bilancio, soprattutto per i paesi

dell’Eurozona. Si spiegano così ad esempio alcuni dati. Secondo un sondaggio del 2008, il

54% del popolo britannico era ostile all’adesione all’Eurozona19, percentuale poi salita

all’81% nel 201120. La crisi politica che ha investito l’Eurozona ha reso più aspre le

posizioni riguardo il processo d’integrazione europea, soprattutto fra i membri del Partito

Conservatore che ha governato nelle due ultime legislature, e che vanta fra le proprie fila

molti membri favorevoli ad un’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

La situazione economica inglese caratterizzata da un alto tasso di disoccupazione e da

una bassa crescita è stata in parte attribuita dall’opinione pubblica anche alla permanenza

all’interno dell’UE. La stessa opinione pubblica è stata influenzata anche dalla grande

attenzione posta verso la crisi finanziaria e politica che ha duramente colpito la Grecia, e

che ne ha caratterizzato i suoi rapporti con la UE: tutto ciò ha fornito argomenti validi a

sostegno di chi è favorevole ad un’uscita dall’Unione.

Il dibattito nel paese è stato inoltre acutizzato dal crescente andamento dei flussi

migratori, e la conseguente adozione di politiche a livello europeo volte a fronteggiare tale

fenomeno: la rinegoziazione dei termini per ciò che concerne la redistribuzione delle quote

di immigrati nel 2015 è stata accolta sfavorevolmente, tanto che il Regno Unito si è

riservato anche qui la possibilità di decidere in un secondo momento la possibilità di

aderire ai punti espressi nell’Art.78.3 del TFUE21. La crisi nel Mediterraneo ha infiammato

un dibattito, quello sull’immigrazione, che era già delicatissimo, essendo il Regno Unito 19 The EU and a single currency, Ipsos MORI, 12 maggio 2008. URL consultato il 19 agosto 2008. 20 AngusReid PublicOpinion angus-reid.com 21 l'art. 78.3 del TFUE recita così: «Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento europeo.»

11

destinazione di notevoli flussi migratori anche da parte di paesi comunitari22 (soprattutto

dell’Europa dell’Est).

Per tali ragioni nel Gennaio del 2013, con un importante discorso tenuto negli uffici di

Bloomberg, ha annunciato la sua strategia politica in vista delle elezioni del 2015: nel caso

di una sua vittoria alle elezioni il Premier conservatore Cameron ha infatti “promesso” una

rinegoziazione dei termini, e dunque di un nuovo accordo per la permanenza del Regno

all’interno dell’UE. Il risultato sarebbe poi stato posto a referendum. Tale discorso è da

interpretarsi come una finissima mossa politica: da una parte tale mossa appare volta ad

ingraziarsi i deputati conservatori con posizioni più estreme circa il rapporto fra Regno

Unito e UE, oltre che parte dell’elettorato “euroscettico”; dall’altra è un tentativo di

impedire un aumento di popolarità all’UKIP (UK Indipendence Party) di Nigel Farage, che

avrebbe potuto trarre ulteriori consensi a causa dell’immobilismo sin qui mostrato dal

governo Cameron, al quale era già stato chiesto in precedenza, durante la prima legislatura,

di permettere agli elettori di esprimersi circa la permanenza del Regno Unito all’interno

dell’UE. D’altro canto le elezioni europee del 2014 avevano già mostrato la capienza del

bacino elettorale cui può attingere il partito di Farage, soprattutto sfruttando l’argomento

UE, essendo arrivato addirittura al 26,8%, e avendo superato sia il Labour Party, che i

conservatori.

Nei mesi successivi alla sua vittoria delle elezioni generali del 2015, Cameron ha dunque

dovuto affrontare due importanti problemi nello stesso momento: se da una parte risultava

necessario per il Premier tenere unito il Partito Conservatore, dall’altra doveva mantenere

fede alla sua promessa di rinegoziare gli accordi con gli altri 27 paesi membri, come

annunciato nel suo programma.

I negoziati fra il Primo Ministro britannico e i vertici UE si sono tenuti nel Febbraio del

2016 e sono durati per alcuni intensi giorni, al termine dei quali Cameron ha annunciato

l’indizione di un Referendum. In caso di permanenza all’interno dell’UE Cameron ha

strappato degli importanti accordi per il Regno Unito. Molti di questi temi sono stati

oggetto di dibattito durante il periodo pre-referendum. Assumono particolare rilevanza

alcuni fra questi temi: ad esempio per ciò che riguarda i sussidi concessi ai cittadini non

britannici ma di paesi membri dell’UE che vivono attualmente nel territorio del Regno

Unito, per i quali Cameron ha ottenuto delle restrizioni su base quadriennale; ma anche i

poteri dei parlamenti nazionali di bloccare eventuali iniziative legislative comunitarie, che

dovranno essere ampliati; la possibilità di chiamarsi eventualmente fuori dall’ambizione

UE di forgiare un’unione sempre più stretta; la riduzione di una regolamentazione

22 Nel 2015 il dato netto (cioè gli arrivi meno le partenze) ha toccato le 333 mila unità, un aumento del 6,4% rispetto al 2014. Tra quegli immigrati circa 184 mila provenivano da Paesi dell’unione. www.ons.gov.uk/releases/migrationintheukmay2016

12

considerata eccessiva e l’estensione del mercato unico; e infine il riconoscimento esplicito

del fatto che l’Euro non è l’unica moneta dell’Unione e quindi la garanzia che le altre

monete non siano eccessivamente svantaggiate (verrà inoltre rimborsato speso dal Regno

Unito per il salvataggio delle nazioni dell’Eurozona). Naturalmente per tali riforme

Cameron ha richiesto e ottenuto che queste siano vincolanti dal punto di vista giuridico, in

modo tale da non perdere credibilità agli occhi dell’opinione pubblica interna.

In base a tali accordi viene dunque indetto il referendum, che ha luogo il 23 Giugno 2016.

2.2. I contenuti del dibattito

“Brexit” è il termine che è stato coniato ad hoc per indicare la possibilità di un’uscita del

Regno Unito dall’Unione Europea: tale termine è la crasi fra le parole “Britain” ed “Exit”.

Si tratterà del primo caso di un’uscita di un paese dall’Unione Europea. L’unico

precedente che si avvicina, anche se soltanto parzialmente, riguarda non un paese, bensì

una sua parte: con un referendum nel 1982 infatti, la Groenlandia approvò un’uscita

parziale dall’Unione Europea per ciò che concerne le maggiori autonomie concesse dal

governo danese a quello locale23.

Il quesito posto alla popolazione britannica tramite il referendum era inizialmente il

seguente: “Il Regno Unito dovrebbe restare membro dell’Unione Europea?”. Tale quesito

è stato successivamente modificato dalla Commissione Elettorale perché ritenuto troppo

parziale dagli euroscettici, in particolare eccessivamente favorevole al mantenimento dello

status quo, dato che non indicava espressamente anche l’opzione opposta.

“Il Regno Unito dovrebbe restare membro dell’Unione Europea, o lasciare l’Unione

Europea?” è il quesito invece modificato, e ciò segna una prima parziale vittoria degli

euroscettici.

Sebbene il referendum non abbia quorum, sia di tipo consultivo e non legalmente

vincolante, è abbastanza facile prevedere che un risultato favorevole al fronte del “Leave”

possa determinare un’uscita reale del Regno Unito dall’UE, per la semplice ragione che

andare contro il risultato di un referendum potrebbe rivelarsi una mossa sciagurata per un

governo, in generale in qualsiasi paese, e nella fattispecie per il governo Cameron.

23 Il referendum groenlandese sull'adesione alla Comunità Economica Europea del 1982 si tenne per chiedere alla popolazione se desiderava che la Groenlandia continuasse ad essere membro della Comunità Economica Europea (oggi Unione europea). La consultazione si svolse il 23 febbraio 1982. La Groenlandia aderì alla CEE congiuntamente alla Danimarca nel 1973. Vinse il “no” con una percentuale del 53%.

13

Il 15 Aprile 2016 si apre dunque ufficialmente la campagna elettorale in vista del

referendum. Fra i favorevoli al “Remain” troviamo in primo luogo il Premier Cameron:

sebbene la linea ufficiale dei Tories sia neutrale, e il Partito Conservatore abbia affermato

la sua volontà di lasciare piena libertà agli elettori riguardo questo tema, Cameron ha

guidato la campagna pro-Bremain, evidenziando i punti critici di un abbandono dell’UE, e

prevedendo possibili scenari nefasti per il Regno Unito e l’Europa stessa. «Lasciare

l'Europa minaccerebbe la nostra sicurezza economica e nazionale» ha dichiarato il Premier

in un’intervista, e ancora «Siamo più forti, più sicuri, dopo l’accordo con Bruxelles,

mentre l’alternativa è un grande salto nel vuoto». La sua linea è stata appoggiata dalla

maggior parte dei leader europei tra i quali Francois Hollande e la “cancelliera” Angela

Merkel, ma anche dal presidente americano Barack Obama. La strategia comunicativa

adottata dal Primo Ministro ha fatto principalmente leva sulla paura di un possibile addio a

Bruxelles ed è stata aspramente criticata dai suoi colleghi di partito e non solo. Tale

strategia è stata etichettata come “Project Fear”, proprio perché basata sulla possibilità di

eventi catastrofici come conseguenza del “Brexit”. Per tali ragioni la fiducia nel Primo

Ministro è scesa dal 35% del Novembre 2015, al 18% del Maggio 201624, e il Premier è

stato scavalcato pertanto dai due maggiori sostenitori del “Leave” , Johnson e Farage e dal

laburista Corbyn, tanto che i membri stessi del Partito Conservatore avrebbero chiesto a

Cameron di imporsi una data per rassegnare le dimissioni e lasciare la guida del paese, in

modo tale da evitare una possibile sfiducia del governo stesso.

Il fronte del “Remain” viene appoggiato anche dal Partito Laburista, dal PNS (Partito

Nazionale Scozzese), dai Liberaldemocratici e dal Partito del Galles. Se da una parte la

linea adottata dai partiti possa sembrare coerente e relativamente soltanto alla mera

questione del “Brexit”, dall’altra si possono evidenziare delle sottili strategie politiche, che

grazie al referendum, i partiti stessi e i loro leader stanno portando avanti.

Potrebbe sembrare a prima vista bizzarra l’idea che i leader conservatori e laburisti

Cameron e Corbyn si trovino d’accordo sullo stesso tema, ma appare evidente, al

contempo, che la linea portata avanti dal Partito Laburista e dal suo leader Jeremy Corbyn

sia volta a sottrarre consensi al Partito Conservatore e all’UKIP. Lo stesso Corbyn ha

messo in guardia i sostenitori laburisti su una possibilità di un governo conservatore post-

Brexit guidato da Boris Johnson, il sindaco uscente di Londra, e appoggiato da Nigel

Farage. Tale ipotesi culminerebbe secondo Corbyn in un «falò di diritti...che porterebbe a

24 A. Ricci, David Cameron rischia il fuoco amico sulla Brexit, in www.eunews.it/2016/05/25/cameron-e-seduto-su-una- sedia/59601, 25 Maggio 2016

14

negoziare il peggiore dei mondi possibili: un mercato libero veramente per chiunque, senza

diritti o protezioni25».

D’altra parte il PNS e la sua leader Nicola Sturgeon, che pure appoggiano il fronte del

Remain” , criticano aspramente i termini rinegoziati da Cameron e hanno espresso la

possibilità di un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia, che a quel punto

potrebbe portare a risultati ben diversi rispetto a quelli ottenuti nel 2015.

Il fronte del “Remain” è appoggiato anche dalla stragrande maggioranza degli

imprenditori. Circa 200 fra questi, fra i più importanti, hanno indirizzato una lettera al

quotidiano britannico Times in cui hanno affermato che «lasciare l'UE sarebbe deleterio

per gli investimenti, minaccerebbe posti di lavoro e metterebbe a rischio l'economia26».

Inoltre, anche comandanti dell’esercito attuali e passati e importanti scienziati hanno

espresso un loro parere favorevole alla permanenza del Regno Unito all’interno dell’UE. I

primi hanno dichiarato che il Regno Unito è più forte di fronte alle minacce del terrorismo

che rischiano di minare la sicurezza del paese se rimane all’interno dell’Unione Europea;

mentre i secondi, fra i quali il famosissimo fisico teorico Stephen Hawking27, hanno

dichiarato che il Regno Unito ha beneficiato dei fondi europei per la ricerca negli ultimi

anni, e paventano un possibile collasso delle università e dei centri di ricerca britannici

senza la libertà di movimento degli scienziati tra il Regno Unito e il resto del continente.

Sembrerebbe che la campagna per il fronte “Remain” sia basata soprattutto sulle

conseguenze deleterie di un’eventuale uscita, spesso enfatizzate in maniera vistosa, fatto

che proprio gli oppositori di questo fronte non hanno mancato di far notare.

Fra i sostenitori del fronte “Leave” invece, figurano alcuni membri del Partito

Conservatore, che, come già detto in precedenza, risulta spaccato su questo tema. Ben

cinque ministri e un sottosegretario del governo Cameron sono infatti favorevoli all’uscita

del Regno Unito dall’UE, così come l’ex sindaco di Londra conservatore Boris Johnson: i

temi scottanti riguardano soprattutto l’eccessiva “presenza” dell’Unione nelle politiche del

paese, e l’eccessivo flusso di migranti in cerca di lavoro.

Nel Maggio 2016, l’ex sindaco di Londra Boris Johnson ha addirittura affermato che

l'Unione Europea persegue un obiettivo simile a quello di Hitler nella creazione di un

sovrastato europeo. Lanciandosi in una interpretazione storica un po' semplicistica, il

politico conservatore ha sostenuto che gli ultimi duemila anni di storia europea sono stati

segnati da tentativi di unificare l'Europa sotto un singolo governo per far rivivere «l'età

25 “EU referendum: Jeremy Corbyn warns of workers' rights 'bonfire' if UK leaves”, in www.bbc.com/news/uk-politics-eu- referendum-36039925, 14 Aprile 2016 26O. Williams-Grut “Almost 200 top business leaders signed a letter calling for Britain to stay in the EU”, in uk.businessinsider.com/ftse-bosses-business-leaders-pro-eu-letter-times-brexit-2016-2, 23 Febbraio 2016 27 “Hawking - Brexit 'disaster' for science”, in http://www.bbc.com/news/science-environment-35772714, 10 Marzo 2016

15

dorata dell'impero romano», soltanto che «l'Ue è un tentativo di fare lo stesso con metodi

diversi28».

Il partito che però sostiene più di tutti l’eventuale uscita del Regno Unito dall’UE è

l’UKIP: nato nel 1993 su iniziativa di un gruppo di scissionisti del Partito Conservatore, ha

fondato tutte le campagne elettorali degli ultimi anni sull’euroscetticismo e sulla possibilità

di abbandonare l’Unione Europea, che è l’obiettivo dichiarato. Il partito è stato inoltre

definito populista e xenofobo, viste le posizioni assunte in tema di immigrazione. Sebbene

la campagna condotta da Nigel Farage “Grassroots out”(“La gente fuori”) abbia perso

contro quella condotta da Boris Johnson “Vote Leave”, il ruolo assunto dall’UKIP negli

eventi che hanno condotto al referendum è stato assolutamente centrale e decisivo: senza la

presenza così forte di una destra populista infatti, Cameron non avrebbe avuto la necessità

di proporre un referendum per arginare le polemiche e ottenere consensi. La campagna

pro-Brexit è stata basata da Farage soprattutto sul tema dell’immigrazione. Farage non ha

inoltre esitato a definire l’Unione Europea «un progetto politico fallimentare». Lo stesso

Farage ha inoltre affermato che «quando il grande business, le grandi banche e la vecchia

politica stanno tutti dalla stessa parte, bisognerebbe sentire puzza di bruciato29»,

denunciando dunque il fatto che siano soprattutto i poteri forti ad avere a cuore la

permanenza del Regno Unito nell’UE. Dichiarazioni, queste, che fanno ben comprendere il

tipo di retorica utilizzata da Farage e dall’UKIP, a tinte fortemente populiste, e che è

dunque in grado di riscaldare gli animi dei numerosissimi britannici che si sentono

oppressi dalla presenza delle istituzioni europee. In sostanza, in linea con i connotati di

quello che potremmo in qualche modo definire “neopopulismo”, non viene denunciato da

Farage un fallimento di uno o più partiti al governo, ma il malfunzionamento del sistema

stesso in cui essi operano.

Fra i personaggi internazionali che si sono espressi favorevolmente sulla “Brexit” vi è

invece il candidato socialdemocratico alla Casa Bianca Bernie Sanders. Nonostante da un

punto di vista prettamente ideologico Sanders possa essere collocato in una posizione

simile a quella assunta dai laburisti in Gran Bretagna (che come già detto sono ostili

all’idea di un’uscita del Regno Unito dall’UE), il candidato democratico alla Casa bianca

ha espresso un parere positivo circa la “Brexit”. La sua argomentazione di base consiste

nel fatto che la Gran Bretagna ha perso il controllo democratico sul proprio destino, e che

28 T. Ross, “Boris Johnson: The EU wants a superstate, just as Hitler did”, in www.telegraph.co.uk/news/2016/05/14/boris- johnson-the-eu-wants-a-superstate-just-as-hitler-did/, 15 Maggio 2016 29 E. Franceschini, Nigel Farage: ‘Ora basta immigrati, ci tolgono ricchezza, la Gran Bretagna deve blindare i confini’, in www.repubblica.it/esteri/2016/05/30/news/nigel_farage_ora_basta_immigrati_ci_tolgono_ricchezza_la_gran_bretagna_deve_blin dare_i_confini_-140937514/, 30 Maggio 2016

16

solo una rottura con l’Unione Europea permetterà agli inglesi di governarsi di nuovo da

soli, indifferentemente da chi si collochi in Downing Street.

Ciò che hanno detto la maggior parte dei sondaggi fino alla fine del referendum, è che

l’opzione “Remain” è sempre stata in vantaggio, anche se il suo vantaggio si è affievolito

di qualche punto percentuale rispetto all’altra opzione dall’inizio della campagna, fino

all’ipotesi del sorpasso delineata da alcuni sondaggi durante l’inizio del mese di Giugno:

secondo alcuni giornali, infatti, il fronte del “Leave” si sarebbe portato oltre il 40%,

rispetto alla percentuale vicina al 40% di coloro che sarebbero favorevoli a una

permanenza all’interno dell’Unione. Peraltro, un dato interessante riguarda un’analisi

condotta dal quotidiano The Guardian circa i fattori che maggiormente influenzano il

pensiero dei britannici sul Brexit: il 41% degli intervistati dichiara infatti che

l’immigrazione è il tema che incide in misura maggiore sulle opinioni del popolo

britannico. Segue un 35% che rivendica l'indipendenza legislativa britannica e il 29% che

definisce dirimenti le questioni economiche30.

La situazione si è capovolta però una seconda volta il 16 Giugno, con l’omicidio della

deputata laburista ed europeista Jo Cox, a Birstall nel nord dell’Inghilterra: un uomo l’ha

aggredita in strada sparandole e ferendola ripetutamente con un coltello, prima di scappare

ed essere arrestato poco dopo dalla polizia. I moventi dell’omicidio sarebbero stati

esplicati dal killer, l’estremista neonazista Thomas Miar, che davanti la corte di

Westminster avrebbe urlato la frase «Morte ai traditori, libertà alla Gran Bretagna».

Questo episodio ha avuto l’effetto di toccare sensibilmente l’opinione pubblica proprio

pochi giorni prima della votazione, oltre che accenderne i toni. Così secondo gli ultimi

sondaggi condotti proprio pochi giorni prima del referendum, dopo la morte della deputata

europeista Jo Cox, il fronte del “Remain” si sarebbe riportato in vantaggio, anche se

soltanto di un punto percentuale. Il fronte dei cosiddetti “indecisi” è invece rimasto

stabilmente intorno al 10% fino al termine delle elezioni, e ha assunto un ruolo importante

e decisivo per ciò che riguarda l’andamento del referendum. Tale percentuale si è poi

rivelata decisiva per la vittoria finale. A dispetto di ciò che indicavano gli opinion poll nei

minuti immediatamente successivi al referendum con il Remain indicato vincitore dai

primi sondaggi per il 52%, la situazione si è fatta subito chiara dopo i risultati delle prime

sezioni. Si è assistito ad un testa a testa iniziale, con il Leave che ha però preso

definitivamente il largo a metà dello spoglio, chiudendo con una percentuale vicina al

52%. Risultano interessanti alcuni dati relativi all’esito delle votazioni. Nonostante fosse

stato detto che una percentuale alta di affluenza aiutasse il Remain, alla fine tale affluenza

30 “Poll gives Brexit campaign lead of three percentage points”, in www.theguardian.com/politics/2016/jun/04/poll-eu-brexit-lead- opinium, 8 Giugno 2016

17

ha finito per sostenere il Leave. Quest’ultimo, ha ottenuto i migliori risultati, come

prevedibile nel Nord dell’Inghilterra, e i peggiori in Scozia e Irlanda del Nord (il Remain

ha ottenuto una percentuale del 73% a Edimburgo, dato che potrà essere utilizzato dal PNS

per successive rivendicazioni). Inoltre, il Leave ha ottenuto i maggiori risultati nei centri

con meno di 100.000 abitanti, salvo alcune eccezioni inglesi, rivelatesi decisive, come

Birmingham, la seconda città inglese. Interessante anche il dato che riguarda la percentuale

di voto in base all’età: secondo Yougov, i cittadini inglesi dai 18 ai 24 avrebbe votato

Leave soltanto per il 25%, mentre tale percentuale supera il 60% se si considera la fascità

d’età “over 60”. Segno, questo, che il malcontento proviene soprattutto dalle fasce di

popolazione più anziane, e non dai giovani.

2.3. “Brexit” e “Grexit”: due pesi e due misure?

Analizzando attentamente la questione “Brexit” sembra opportuno concentrarsi anche

sugli avvenimenti che esattamente un anno prima hanno sconvolto non soltanto la Grecia,

ma l’intera Unione Europea, con notevoli ripercussioni sull’andamento della politica

internazionale.

La crisi economica della Grecia viene presentata ufficialmente agli occhi dell’opinione

pubblica nell’autunno del 2009. L’allora ministro Papandreou rivelò pubblicamente che i

bilanci presentati dai precedenti governi furono falsificati in modo da poter consentire

l’ingresso della Grecia nell’Eurozona. Da quel momento, i timori di una crisi del debito

sovrano si sono sviluppati tra gli investitori circa la capacità della Grecia nel rispettare gli

obblighi di debito, a causa della forte crescita del debito pubblico. La situazione

economica del paese ha finito per rendere instabile anche la situazione politica: le

restrizioni hanno portato a conseguenze pesanti sul piano dell'occupazione e della

protezione sociale, con una forte crescita della povertà. Fino alla vittoria di Syriza e di

Alexis Tsipras durante le elezioni agli inizi del 2015, UE e FMI si erano esposti per circa

240 miliardi di euro per finanziare due prestiti che dovevano sostenere due differenti

operazioni di salvataggio economico della Grecia fra il 2010 e il 2012, a condizione di un

pesante programma di austerity, proposto da Bruxelles e avallato non senza timori da

Atene31. Tsipras, incaricato di negoziare con la BCE, il FMI e l’UE il pagamento del

31 La prima operazione di “salvataggio” è stata approvata il 2 Maggio 2010: i paesi dell’Eurozona e il FMI hanno avallato un primo prestito che ammontava a 110 miliardi di euro, connesso a severe condizioni di austerità. Il secondo prestito di 130 miliardi

18

debito greco, inizialmente fallisce nell'intento, in quanto le condizioni imposte dai creditori

sono definite "umilianti" per il popolo greco e in grado di condurre l'economia del paese ad

una "nuova crisi depressiva", perché fondate sui tagli e sull'austerity. Per questo motivo

indice un referendum che si tiene il 5 Luglio del 2015, che avrà come risultato il rifiuto da

parte del popolo greco delle proposte di ristrutturazione del debito fornite dai creditori, che

vengono considerate eccessivamente inique. Il risultato è abbastanza eloquente, e vede il

62% degli elettori ellenici esprimersi per il “no”. Nonostante sembrasse abbastanza logico

inizialmente che tale risultato potesse portare all’abbandono della moneta unica, o

comunque a un rifiuto delle misure di austerity proposte da Bruxelles, nella notte fra il 12 e

il 13 Luglio Tsipras e i creditori raggiungono un sospirato accordo, lasciando, non soltanto

il partito socialista Syriza, ma anche il resto dell’opinione pubblica, spaccati. Per tale

motivo sarà costretto a dare le dimissioni pochi giorni dopo.

Sebbene le due situazioni siano diverse, è innegabile che la scossa data dal susseguirsi

degli eventi in Grecia abbia dato un ulteriore impulso alle convinzioni euroscettiche già

ben radicate nell’opinione pubblica britannica. E’ inoltre abbastanza evidente che i due

premier, Tsipras e Cameron, abbiano tenuto un atteggiamento simile e piuttosto ambiguo:

da una parte si sono presentati agli occhi degli elettori come strenui difensori del paese,

promettendo agli elettori stessi di avere voce in capitolo, e mantenendo un atteggiamento,

almeno all’inizio, rigido nei confronti delle istituzioni europee; dall’altra hanno poi

accettato le condizioni poste dall’Unione Europea, trovando un accordo, e spaccando in

maniera irreversibile l’opinione pubblica dei propri partiti e del proprio paese.

Naturalmente le situazioni di Grecia e Regno Unito sono profondamente differenti: da

una parte un paese in piena recessione, il quale aveva appena visto la propria economia

contrarsi del 25% nei due anni precedenti al referendum del 201532, dall’altra un paese che

fatica ad identificarsi in un’istituzione sovranazionale dal punto di vista politico e

culturale, ma che tutto sommato non ha mai accusato shock economici più gravi di quelli

subiti dal resto dei paesi che fanno parte dell’Unione.

Proprio per questa ragione l’atteggiamento dell’UE nel valutare i due casi, e nel proporre

le adeguate soluzioni, è sembrato differente e, ad alcuni, anche ingiusto.

Indipendentemente dal risultato del referendum di Giugno 2016, la concessione di un vero

e proprio “statuto speciale” al Regno Unito si configura come un trattamento ben diverso

rispetto a quello riservato solo un anno fa ad Atene: da un lato, si è assistiti ad un dialogo

di euro è stato offerto ad Atene nell’Ottobre del 2011, a condizione di un duro pacchetto di misure austerity, ma anche a condizione che i creditori decidessero di ridurre il debito greco previsto da un 198% del PIL del 2012, a un 125% entro il 2020. L’operazione viene ratificata dalle parti in causa nel Febbraio del 2012, e attuata durante il mese successivo. 32 Redazione Wall Street Italia, “Grecia: Pil in contrazione del 25% da inizio recessione al 2014”, in www.wallstreetitalia.com/grecia-pil-in-contrazione-del-25-da-inizio-recessione-al-2014/, 19 Settembre 2012

19

fra veri e propri partner, con i leader e le istituzioni europee che hanno cercato di andare

incontro alle esigenze di Londra, e alle richieste di Cameron; mentre dall’altra il rapporto

che è intercorso fra Grecia e Commissione Europea è stato conflittuale e aspro, con la

Grecia che ha rappresentato un suddito da castigare, più che un interlocutore: un dato

interessante in questo senso è rappresentato dal fatto che il maggior creditore della Grecia

dal 2010 fino a oggi è costituito proprio dall’Unione Europea con le sue istituzioni. Da una

parte un paese che ha richiesto maggiore autonomia nelle proprie scelte, e deciso a porre

dei limiti a una crescente integrazione europea; dall’altra un paese che ha chiesto dei

progressi nel senso opposto. I numerosi diktat provenienti da Bruxelles hanno

pesantemente condizionato l’andamento degli eventi, e, a differenza di quanto successo nel

2016 con il Regno Unito, l’Unione Europea è stata decisamente presente con la sua

influenza nelle decisioni che riguardavano la politica greca. Paradigma chiaro di tale

atteggiamento è rappresentato dalla divergenza dei due programmi antitetici con i quali

Tsipras è riuscito a vincere le elezioni per due volte nello stesso anno. Dopo aver perso la

maggioranza durante l’estate 2015, e aver quindi rassegnato le dimissioni, Tsipras vince le

elezioni nel Settembre del 2015 grazie ad un programma con marcato accento

sull’economia e che prevedeva l’alleggerimento del debito e il risanamento delle principali

banche elleniche grazie all’applicazione delle condizioni previste dagli accordi di

salvataggio concordati con le istituzioni sovranazionali, fra le quali figuravano l’aumento

delle tasse, i tagli alla spesa e le privatizzazioni. Praticamente l’opposto di ciò che il leader

di Syriza voleva realizzare prima del risultato del referendum.

Una situazione diametralmente opposta è quella verificatasi durante l’inverno 2016 e

che ha visto come protagonisti il Regno Unito e l’UE. Di fronte ad un membro con un

potere contrattuale immensamente più forte rispetto a quello della Grecia, l’UE si è

mostrata eccessivamente accondiscendente, giungendo ad elargire delle concessioni di

portata non indifferente. Lo stesso Tsipras aveva minacciato a Febbraio di imporre un veto

su tali accordi stretti fra il Regno Unito e l’UE. Tali concessioni riguardano sia il piano

economico che il piano politico: Cameron ha infatti ottenuto più margini di autonomia dal

punto di vista legislativo, così come le banche, le istituzioni finanziarie e quelle

assicurative della City l’hanno ottenuta sotto un profilo economico; ha chiesto e ottenuto

che i sussidi per i cittadini stranieri siano limitati a partire dal 2017 fino al 2024; è riuscito

a far passare anche l’indicizzazione degli assegni per i figli rimasti in patria dei lavoratori

europei emigrati nel Regno Unito, anche se solo a partire dal 2020; e infine ha ottenuto

misure ultra liberiste a favore delle imprese multinazionali di tutti i settori, tanto da far

20

pensare che in questo caso il Regno Unito possa diventare il cavallo di Troia utilizzato

dagli USA per far anticipare la sottoscrizione, da parte della UE, del TTIP33.

Due situazioni completamente differenti che hanno ancora una volta sollevato un acceso

dibattito circa il reale andamento dell’integrazione europea, e la capacità di promozione

dell’integrazione stessa da parte dell’UE.

33 Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, un accordo commerciale di libero scambio attualmente in corso di negoziato dal 2013 fra UE e U.S.A.

21

CAPITOLO TERZO: QUALI RIPERCUSSIONI?

3.1. Conseguenze per il Regno Unito

La domanda che tutti quanti si pongono in Europa e in Gran Bretagna in questi mesi è la

seguente, aldilà dell’esito del referendum: quali conseguenze, quali ripercussioni può

realmente avere l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea?

Molto potrebbe dipendere dalla strategia messa in atto del Regno Unito riguardo le

modalità con le quali deciderà di uscire (ad esempio la scelta della data), dai trattati che

verranno in seguito ratificati, sia con l’UE, che con gli altri paesi (si guardi l’esempio della

Svizzera, paese fuori dall’UE, che ha ratificato oltre 120 trattati in materia commerciale

negli ultimi 20 anni), e dall’esito delle negoziazioni che avranno luogo nei prossimi due

anni. Anche se risulta molto complicato prevedere ciò che accadrà nei mesi successivi al

referendum, è bene soffermarsi su alcuni punti che sono piuttosto importanti per ciò che

concerne il futuro della Gran Bretagna, e dell’intera Europa.

Come si è già detto, molti esponenti politici britannici stanno conducendo le loro

campagne battendo moltissimo sulle possibili risposte a questo quesito. Uno su tutti è

sicuramente David Cameron, per il quale tutto ciò è stato un vero e proprio leitmotiv. Fra i

tanti temi sollevati dal Premier vi sono la sicurezza nazionale, le possibilità di recessione,

ma, ultimamente, anche temi sociali molto cari agli inglesi, come il servizio sanitario

nazionale o le pensioni. « Brexit creerà un buco nero tra i 20 e i 40 miliardi di sterline nelle

nostre finanze e così i nostri ministri dovranno rivedere la riforma delle pensioni34 » ha

affermato nei giorni immediatamente precedenti al referendum Cameron sul Sunday

Telegraph minacciando il rischio di una "nuova austerity".

Aldilà delle affermazioni del Primo Ministro, figlie di una campagna che tende ad

enfatizzare e ingigantire i possibili rischi di una Brexit, gli effetti saranno incalcolabili e

imprevedibili. Ciò che maggiormente potrebbe essere influenzato nel futuro del Regno

Unito, e ciò che interessa maggiormente l’opinione pubblica in generale, è la futura

situazione economica del paese. La maggior parte degli specialisti degli investimenti

hanno affermato che la possibilità di Brexit, indipendentemente da quale sarà l’esito del

referendum, creerà in ogni caso momenti di volatilità sui mercati. In effetti tale volatilità si

è avvertita pesantemente già nelle ore dello spoglio dei risultati: una volta certo l’esito

34 “David Cameron: A vote for Brexit will cost pensioners…”, in www.telegraph.co.uk/opinion/2016/06/11/david-cameron-a- vote-for-brexit-will-cost-pensioners-dear-if-fun/, 11 Giugno 2016

22

della votazione, la sterlina è arrivata al valore minimo negli ultimi 30 anni, e le sue

fluttuazioni in conseguenza dell’incertezza dei risultati durante il testa a testa ha provocato

fluttuazioni della moneta sul mercato peggiori di quelle del 1992. Inoltre, già durante la

notte dello spoglio, il rapporto sterlina/dollaro è passato da 1,50 a 1,35 nel giro di poche

ore. Le conseguenze si sono viste anche per quanto riguarda la borsa di Londra che ha

ceduto 9 punti percentuali nel corso della nottata. Sebbene i mercati finanziari ne abbiano

già avvertito l'impatto in qualche misura, si prevede che il voto favorevole all'uscita

dall'Europa provocherà ulteriori turbolenze sui mercati globali nel corso di quest'estate.

Per ciò che riguarda l’aspetto puramente politico, entrerà in gioco l’Art.50 del Trattato di

Lisbona, secondo il quale ogni stato membro può decidere di recedere unilateralmente

dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali. Il Regno Unito disporrà di

un periodo di due anni per discutere dei suoi nuovi rapporti con i partner europei. Si tratta

di un periodo molto lungo che potrà causare notevole incertezza e pregiudicare la crescita

dell'occupazione, degli investimenti e della produttività nel breve-medio periodo. Pertanto

è molto probabile che si assisterà a bruschi movimenti sui mercati finanziari globali, e vi è

anche la possibilità che le agenzie di rating del credito penalizzino il Regno Unito in caso

di uscita. E’ già possibile inoltre registrare una performance più debole dei titoli finanziari

britannici rispetto ai concorrenti, a causa dell’esito del referendum. D’altra parte l’OCSE

ha invece quantificato una diminuzione della crescita del 3% entro il 2020, e una

diminuzione del 6% entro il 203035. Tale diminuzione sarebbe data dai cali delle voci più

significative che sostengono la crescita stessa, ovvero consumi, occupazione, investimenti,

ecc.

Vi è inoltre la delicata questione delle barriere commerciali che è oggetto di un acceso

dibattito in quel di Londra: nel caso in cui Londra mantenga l’accesso al SEE, il Regno

Unito dovrebbe pagare un contributo all'Unione Europea e potrebbe essere soggetto a

barriere non tariffarie; vi è però un’altra possibilità che prevede che il Regno Unito trovi

distintamente un accordo con l’UE e con l’applicazione di tariffe ai principali partner

commerciali internazionali, con disposizioni vicine a quelle previste dalle norme

dall’Organizzazione Mondiale del Commercio: questo risolverebbe i problemi economici,

ma non limiterebbe i flussi migratori. Resta il fatto che per molti investitori, soprattutto

quelli continentali, un aspetto cruciale delle trattative che intraprenderebbero UE e Regno

Unito è dato dal grado di accesso ai mercati comuni che sarà lasciato al Regno Unito e da

quali accordi e trattati saranno rinegoziati con i paesi extra-UE.

35 L. Maisano, “L’Ocse: Brexit brucerà il 6% del Pil inglese”, in www.ilsole24ore.com/art/management/2016-04-28/l-ocse-brexit- brucera-6percento-pil-inglese-entro-2030-141459.shtml?uuid=ACGrNOHD, 25 Maggio 2016

23

L’uscita dall’Unione Europea potrebbe però rappresentare un’opportunità per il Regno

Unito, sempre dal punto di vista dell’espansione commerciale: una minore

regolamentazione associata all'Europa potrebbe aprire varie possibilità per migliorare la

propria competitività in altri paesi. Vi sarebbe una minor regolamentazione sul fronte dei

temi sociali, del clima o del sistema sanitario. Alcuni economisti sostengono che potrebbe

incidere positivamente sul PIL per lo 0,3% annuo. Tale dato però sarebbe vero solo in

parte, e solo per determinati mercati: l’export britannico, che vale circa 38 miliardi di euro,

è diretto soprattutto verso i paesi dell’Unione. Inoltre alcuni settori dell’industria

britannica, come quello automobilistico ad esempio, dipendono totalmente dai fornitori

europei, e per tale ragione il ritorno di dazi e barriere doganali potrebbe incidere

negativamente.

Altro settore che potrebbe essere fortemente a rischio è quello immobiliare. George

Osborne, l’attuale Chancellor of the Exchequer del governo britannico, ha profetizzato un

contraccolpo pesante sul valore delle case del regno all'indomani di un ipotetico divorzio

da Bruxelles, con un balzo indietro del 10% nel primo anno, del 18 entro il secondo. Il

Regno Unito rimane il più grande mercato per gli investimenti immobiliari in Europa. I

capitali di investimento continentali giocano un ruolo marginale nei flussi d'investimento

complessivi. Ciò è stato particolarmente vero a seguito della crisi globale. Nello scenario

peggiore, però, molti dei possibili rischi della potenziale Brexit per il mercato immobiliare

nel Regno Unito avrebbero un impatto negativo sul mercato direzionale del West End e

della City di Londra. Molte sedi europee sono ubicate nel West End, e molti uffici nella

City sono affittati a società di servizi finanziari. Entrambe le location potrebbero vedere gli

affittuari trasferirsi nell’Europa continentale. Al contrario, Parigi e Francoforte in

particolar modo, potrebbero trarre vantaggio da tale situazione e vedere un afflusso di

nuova domanda di immobili in affitto.

Un’altra incognita è legata al ruolo di Londra come capitale finanziaria europea e

mondiale. Con la Brexit, infatti, banche e istituti di assicurazioni minacciano di lasciare il

Regno Unito spaventate dal rischio di ritrovarsi confinate in Gran Bretagna.

Le ripercussioni sotto il profilo economico potrebbero inevitabilmente riflettersi anche

sul piano sociale, e in particolare sui redditi familiari: secondo le previsioni del Tesoro

Britannico le famiglie britanniche potrebbero perdere circa 4.300 sterline annue per i

prossimi 15 anni a causa di possibili tagli alle spese e ingenti tagli alle spese, con i quali il

governo britannico cercherà di affrontare la possibile recessione. Uno studio del britannico

Niesr(National Institute of Economic and Social Research), ha dimostrato come questi

tagli potrebbero influire maggiormente sulle famiglie più povere. Secondo il centro di

ricerca, lo strato sociale più in difficoltà subirebbe così un danno doppio dalla Brexit: da un

24

lato vedrebbe ridursi ulteriormente le entrate reddituali, dall’altro riceverebbero sempre

meno prestazioni sociali. La stima parla di una diminuzione dei sussidi e contributi alle

famiglie povere, le quali potrebbero perdere tra le 1.861 e le 5.542 sterline all’anno36.

Da non sottovalutare infine le conseguenze che potrebbero materializzarsi sul piano

politico. Per quanto riguarda la Scozia, i sondaggi rivelavano che i suoi 5,3 milioni di

abitanti sono decisamente più europeisti del resto dei britannici, specialmente dei 53

milioni di inglesi. E ciò hanno dimostrato i risultati di Glasgow ed Edimburgo

(rispettivamente 66 e 72% per il Remain). Lo scenario di un Regno Unito che opta per

l'uscita dall'UE a fronte di una maggioranza anti-Brexit in Scozia appare plausibile, e

potrebbe gonfiare nuovamente le vele del nazionalismo scozzese ed eventualmente

condurre a un nuovo referendum per la sovranità di Edimburgo, con esiti possibilmente

ben differenti. La campagna "unionista" nel 2014 aveva nella permanenza britannica

all'interno dell'UE uno dei propri cavalli di battaglia.

Le ragioni che fanno temere alla Scozia un'uscita dall'Unione Europea risultano abbastanza

chiare. Benché il Regno Unito sia la seconda economia europea dopo la Germania, alcune

delle sue aree più remote o economicamente sottosviluppate beneficiano di consistenti

fondi provenienti da Bruxelles, e in questo quadro la Scozia ne riceve proporzionalmente

in quantità maggiore rispetto alla più benestante Inghilterra.

Non sarebbe però soltanto la Scozia a dover affrontare dei grossi cambiamenti in caso di

Brexit: sull’altra sponda delle isole britanniche, secondo uno studio dello Standard and

Poor's Corporation, la Repubblica d’Irlanda sarebbe il paese che risentirebbe

maggiormente delle ripercussioni post-Brexit37, data la vicinanza non soltanto fisica, visto

che sono addirittura 17,2 milioni gli irlandesi residenti nel Regno Unito e viceversa, ma

visti anche i rapporti commerciali strettissimi che li legano.

36 A. Armstrong, K. Lisenkova “Brexit and low income families”, in http://www.niesr.ac.uk/blog/brexit-and-low-income- families#.V2hXNvmLTIU, 16 Giugno 2016 37 M. Cellino, “I 5 Paesi che rischiano di più se vince Brexit (e che succede all’Italia)”, in http://www.ilsole24ore.com/art/finanza- e-mercati/2016-06-09/chi-rischia-brexit--l-effetto-vicinato-l-irlanda--201138.shtml?uuid=ADTgDRZ&nmll=2707, 15 Giugno 2016

25

3.2. Conseguenze per l’Europa

Fin ora, l’opinione pubblica si è focalizzata soprattutto su una questione: se per gli

interessi nazionali del Regno Unito sia più conveniente per il paese lasciare l’UE o

rimanervi. Si è discusso molto meno invece di quelle che dovrebbero essere le

conseguenze dal punto di vista comunitario. A Bruxelles sembrano essere sicuri: il

Regno Unito dovrebbe assolutamente continuare a essere un membro dell’UE. Il

Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha affermato pochi giorni prima del

referendum che Brexit potrebbe condurre non solo alla distruzione dell'UE, ma anche

della civiltà occidentale. Con lui si sono allineati tutti i premier più influenti del

panorama europeo e internazionale, su tutti la cancelliera Merkel, Hollande e Barack

Obama, i quali hanno ribadito tale linea soprattutto in occasione del G7 tenutosi in

Giappone nel mese di Maggio. Se da una parte potrebbe essere controproducente

mantenere nell’Unione uno stato che continuerà a essere ostile alle dinamiche

legislative e di governo comunitarie, dall’altra l’UE potrebbe patire un’uscita del

Regno Unito dall’Unione, soprattutto per ciò che concerne l’aspetto economico e

commerciale. L’aspetto centrale ed essenziale della questione è però il mantenimento

di uno status quo, la tenuta o meno di un equilibrio politico che può essere raggiunto

solo con una Gran Bretagna dentro al concerto regionale dei principali partners

europei. Sono dunque molteplici gli aspetti che vanno considerati.

Da un punto di vista squisitamente politico, una Brexit avrebbe effetti decisamente

più prevedibili e calcolabili di quanto lo possano essere quelli economici. L’uscita del

Regno Unito potrebbe infatti essere la prima di una lunga serie, considerando la

crescita del fronte euroscettico anche in altri paesi, soprattutto in seguito alla crescita

dei flussi migratori registrata negli ultimi due anni. Il progetto europeo perderebbe

dunque il proprio status di “dogma”. Secondo i sondaggi pubblicati dall’istituto Tns

Sifo nel Maggio 2015 mostrano che solo il 39% degli svedesi ritiene che l’adesione

all’UE sia stata un evento positivo, mentre tale percentuale rasentava il 59% a

sostenerlo appena un anno prima. L’ultimo sondaggio, pubblicato nel Giugno 2016,

dallo stesso istituto, mostra invece che, in caso di Brexit il 36% degli svedesi vorrebbe

seguire l’esempio del Regno Unito e uscire dall’Unione Europea, mentre solo il 32%

opterebbe per la permanenza38.

38 A. Battaglia, “Se passa Brexit, svedesi pronti a seguire l’esempio”, in http://www.wallstreetitalia.com/se-passa-brexit-svedesi- pronti-a-seguire-lesempio/, 31 Maggio 2016

BEN FATTA
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 31 totali