Tesi di Storia Delle Relazioni Internazionali - Transizione Irachena, Tesi di laurea di Storia Delle Relazioni Internazionali. Università degli Studi di Siena
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Tesi di Storia Delle Relazioni Internazionali - Transizione Irachena, Tesi di laurea di Storia Delle Relazioni Internazionali. Università degli Studi di Siena

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Modalità di Transizione costituzionale irachena
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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PERUGIA

FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA

IN RELAZIONI INTERNAZIONALI

TESI DI LAUREA:

LA QUESTIONE IRACHENA E IL DIRITTO INTERNAZIONALE

Relatore Prof. Fabio Raspadori Candidata: Elena Angiolini

Anno accademico 2006/2007

Pubblicazioni Centro Studi per la Pace

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INDICE SOMMARIO

Introduzione

SEZIONE I

CAPITOLO I: PRINCIPI E NORME DI DIRITTO INTERNAZIONALE RELATIVI ALLA SOGGETTIVITÀ E SOVRANITÀ INTERNAZIONALE DI UNO STATO

1.1. I criteri della statehood nel diritto internazionale

1.2. Sovranità e principio di effettività

1.3. Il principio di autodeterminazione dei popoli

1.4. Le lotte di liberazione nazionale ed il terrorismo internazionale

1.5. Legittimità, principio di effettività e accertamento della volontà popolare

CAPITOLO II:L’IRAQ: DALL’OCCUPAZIONE ALLA SOVRANITA’

2.1. La fase dell’occupazione 1° maggio 2003-28 giugno 2004

2.2. Le funzioni della Coalition Provisional Authority

2.3. L’Interim Governing Council

2.4. Dal Consiglio governativo ad interim al Governo ad interim

2.5. Il passaggio dei poteri dalla CPA al Governo ad interim

2.6. Le forze multinazionali (MNF-1)

2.6. Le elezioni del 30 gennaio 2005 e il Governo di transizione costituzionale

2.7. La Costituzione permanente

2.8. Le elezioni del Parlamento iracheno e la formazione del Governo

al Maliki

2.9. Il piano di riconciliazione nazionale

CAPITOLO III: LE VARIE FASI DELLA TRANSIZIONE IRACHENA ALLA LUCE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE 3.1. Effettività, indipendenza e legittima del Governo ad interim

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3.2. Il governo di transizione alla luce dei principi di effettività e legittimità

3.3. Elezioni del dicembre 2005 e legittimità democratica del governo Allawi

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Sezione II

CAPITOLO IV: NORME E PRINCIPI DI DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO E DEI CONFLITTI ARMATI 4.1. Introduzione al diritto dei conflitti armati e diritto internazionale umanitario

4.2. La disciplina del diritto umanitario nei conflitti internazionali

4.2.1. Lo status di combattente legittimo

4.2.2. L’occupatio bellica

4.2.3. I prigionieri di guerra

4.3. Le lotte di liberazione nazionale ed il terrorismo internazionale

4.4. Il diritto all’uso della forza nei conflitti non internazionali

CAPITOLO V :“LA GUERRA DOPO LA GUERRA

5.1. Le radici della divisione etnico-culturale: il periodo precedente al 2003

5.2. L’evoluzione del conflitto tra il maggio 2003 e l’inizio del 2007: il processo di de-

baathificazione e l’opposizione alla Multinational Force

5.3. Da conflitto internazionale a conflitto interno: la divisione etnico culturale e la nascita delle prime milizie

5.4. Le elezioni del gennaio 2005 ed il conflitto tra sciiti e sunniti

5.5. Le elezioni del dicembre 2005 ed il rischio di guerra civile

5.6. I protagonisti del conflitto

5.6.1. Il ruolo degli insorti sunniti

5.6.2. Estremisti islamici e neo-salafisti

5.6.3. I gruppi sunniti nazionalisti

5.6.4. Lo status degli sciiti

5.6.5.Il ruolo dell’ Organizzazione Badr

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5.6.6.Moqta al-Sadr e le milizie Mahdi

5.6.7. La minoranza Curda

CAPITOLO VI: IL DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO E IL CONFLITTO IRACHENO 6.1. L’aggressione allo Stato iracheno e l’inizio del conflitto internazionale

6.2. Il diritto applicabile nella fase dell’occupazione

6.3. L’applicabilità del diritto di occupazione durante il periodo di transizione

6.4. L’applicazione del diritto internazionale umanitario

dopo il 28 giugno 2004

6.5. Problemi relativi all’applicazione dello status di prigioniero di guerra

6.5.1. Lo status delle persone nelle mani del nemico prima del 28 giugno 2004 6.5.1.1. Lo status dei prigionieri di guerra durante il periodo

di occupazione

6.5.2. Lo status delle persone nelle mani del nemico dopo il trasferimento dei poteri al governo ad interim

6.5.2.1. Lo status delle persone catturate o arrestate prima del 28 giugno 2004 6.5.2.2. Le persone arrestate dopo il 28 giugno 2004

Conclusioni

Bibliografia

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INTRODUZIONE

Il 1° maggio 2003 il Presidente G.W. Bush ha dichiarato la fine ufficiale del conflitto contro

l’Iraq che si sono concluse con la caduta del regime Baathista e l’occupazione del territorio

iracheno da parte della Coalizione guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna. Nei giorni successivi alla

fine ufficiale delle maggiori ostilità, le Potenze occupanti avevano istituito la Coalition Provisional

Authority (CPA), un’autorità provvisoria con il compito di amministrare il paese sotto occupazione

e di intraprendere un processo di transizione per instaurare un regime democratico con l’appoggio

del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Contemporaneamente all’evoluzione costituzionale, si è assistito, nel paese, ad un peggioramento

del livello di stabilità e della sicurezza a causa di un crescente numero di attentati e scontri

nell’ambito di quello ch, si è presentato sempre più come un conflitto caratterizzato da una forte

connotazione etnico-religiosa.

Il presente lavoro intende analizzare, dal punto di vista del diritto internazionale, la situazione

giuridica che si è delineata in Iraq da due punti di vista, uno riferito al processo di transizione e

l’altro strettamente connesso all’evoluzione del conflitto interno.

In particolare, nel primo capitolo verranno analizzati alcuni principi e norme relativi al concetto di

statehood, al fine di fornire degli strumenti interpretativi generali da applicare alla fattispecie

irachena.

Nel secondo capitolo saranno descritte e analizzate le tappe che hanno contrassegnato il processo di

creazione del nuovo Stato iracheno a partire dallo smantellamento del regime di Saddam Hussein,

attraverso la formazione del Governo ad interim, il 28 giugno 2004, fino all’istituzione del governo

permanente a seguito delle elezioni del dicembre del 2005, tenendo presente, per ciascun periodo,

quali norme internazionali e quale regime giuridico potevano essere applicati. Nel terzo capitolo,

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infatti, verranno fornite una serie di ipotesi interpretative del processo di transizione sulla base del

principio di effettività, di indipendenza e di legittimità, caratteristiche qualificanti un governo, dal

punto di vista del diritto internazionale.

Nella seconda sezione del lavoro verrà analizzato in modo più dettagliato l’insieme di norme di

diritto internazionale umanitario applicabili nelle diverse fasi del conflitto, che si è evoluto

contemporaneamente al processo di transizione. In particolare, nel quarto capitolo verranno fornite

le basi teoriche del diritto dei conflitti armati e del diritto internazionale umanitario analizzando le

diverse categorie di conflitti armati e di combattenti ai sensi delle più importanti Convenzioni

relative alla protezione dei civili e dei combattenti nei conflitti armati.

Il quinto capitolo descriverà l’evoluzione del conflitto iracheno a partire dall’aggressione subita

dalla forze internazionali fino alle lotte odierne tra gruppi religiosi ponendo l’accento sulle

trasformazioni che l’insurrezione ha subito a partire dalla fine del 2003. In particolare, verrà

sottolineata la distinzione tra i gruppi di insorti nazionalisti e quelli strettamente legati a gruppi

islamici estremisti sia sciiti che sunniti sulla base delle notizie e delle informazioni trovate

monitorando siti internet o attraverso le rivendicazioni lanciate alla stampa internazionale dopo

alcuni dei più importanti attentati.

Nel sesto capitolo infine, si è inteso tracciare una possibile linea interpretativa dell’evoluzione del

conflitto iracheno sulla base dei principi di diritto internazionale umanitario; il cui esito va valutato

tenendo conto della scarsità di informazioni pervenute riguardo i gruppi insurrezionali.

Come ultima considerazione introduttiva, è necessario sottolineare che lo scenario che si è tenterà di

analizzare nelle pagine seguenti è di difficile interpretazione poiché è ancora in una fase evolutiva e

poco stabile, ed è soggetto perciò a repentine mutazioni. Inoltre, nella fase di ricerca del materiale,

l’accesso alle informazioni è stato piuttosto arduo poiché, nonostante l’Iraq abbia occupato spazi

significativi nei media nazionali ed internazionali, il numero di fonti ufficiali a cui accedere è

limitato. Nel tentativo di individuare gli effettivi soggetti protagonisti del conflitto iracheno nel

periodo successivo all’occupazione, si sono incontrate numerose difficoltà soprattutto rispetto ai

gruppi insurrezionali poiché spesso gli attentati compiuti non sono stati rivendicati

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SEZIONE I

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CAPITOLO I

PRINCIPI E NORME DI DIRITTO INTERNAZIONALE RELATIVI ALLA

SOGGETTIVITA’ E SOVRANITA’ INTERNAZIONALE DI UNO STATO

SOMMARIO: 1.1. I criteri della statehood nel diritto internazionale - 1.2. Sovranità e principio di effettività - 1.3. Il principio di autodeterminazione dei popoli - 1.4. Le lotte di liberazione nazionale ed il terrorismo internazionale -1.5. Legittimità, principio di effettività e accertamento della volontà popolare - 1.6. Autodeterminazione e legittimità democratica

La presente tesi si propone di analizzare la situazione irachena dal punto di vista del diritto

internazionale, tuttavia, prima di entrare nel merito della questione è necessario analizzare alcuni

concetti di base in modo da creare uno schema interpretativo dello scenario iracheno. In particolare

si tenterà di analizzare i principi e le norme di diritto internazionale relativi alla soggettività e alla

sovranità internazionale di uno Stato. Se la soggettività internazionale degli Stati è indiscussa,

esistono diverse opinioni in dottrina relative ai criteri per definire tale principio, oltre ad una

variegata prassi internazionale. Come prima cosa è necessario definire lo Stato, ovvero identificare

quali principi possono essere utili a determinare la statualità sia giuridica che di fatto di un

territorio, non solo dal punto di vista interno nei confronti dei cittadini di quel dato territorio, ma

anche nei confronti degli altri Stati della comunità internazionale. Successivamente si tenterà di

analizzare alcuni di questi principi alla base della “statehood” in una prospettiva di evoluzione del

diritto internazionale.

1.1. I criteri della statehood nel diritto internazionale

Il diritto internazionale è definito generalmente come diritto della comunità degli Stati, questi

ultimi sono perciò i destinatari principali di diritti e doveri sanciti da norme internazionali. Non

esiste alcun dubbio, né in dottrina, né osservando la prassi, che gli Stati siano i soggetti

internazionali per eccellenza, tuttavia esistono diverse problematiche riguardo la definizione di

Stato e della “statualità”,come insieme delle caratteristiche che conferiscono la soggettività

internazionale1.

1 Conforti B., Diritto Internazionale, Napoli, 2002, pp 11-17.

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Anche se in dottrina non esiste molta letteratura riguardo la definizione di Stato, gli autori che

hanno affrontato l’analisi di tale argomento, sono arrivati a definire la statehood come una forma di

essere2 dello Stato stesso; in altre parole la statualità può essere intesa come una qualità peculiare

dello Stato che lo differenzia da altri soggetti internazionali sorti con l’evoluzione del diritto.

Per essere Stato in quanto tale, un certo ente deve vedersi attribuire una serie di poteri e

responsabilità che vanno aldilà della capacità di stipulare trattati, poiché al giorno d’oggi entità

diverse dallo Stato hanno tale facoltà, come ad esempio le organizzazioni internazionali.

Dal punto di vista del diritto internazionale tradizionale è possibile identificare alcuni poteri e diritti

propri di uno Stato sovrano che proclamavano o presupponevano l’ uguaglianza giuridica tra gli

Stati e che tendevano a legittimare giuridicamente le situazioni di fatto:

1. potere d’imperio su tutti gli individui che vivono sul territorio dello Stato.

2. potere di utilizzare e disporre liberamente del territorio sottoposto alla giurisdizione dello

Stato, compiendo tutte le attività considerate necessarie o utili per la popolazione

3. diritto di escludere gli altri Stati dall’esercizio di sovranità nel proprio territorio;

4. diritto di pretendere l’immunità per i propri organi che abbiano agito in qualità ufficiale;

5. diritto di esigere dagli altri Stati l’immunità dalla giurisdizione per gli atti compiuti quale

ente sovrano ;

6. diritto di pretendere il rispetto della persona e dei beni dei propri cittadini e funzionari

all’estero.

Al fine di distinguere uno Stato da altre entità internazionali, è utile menzionare l’analisi compiuta

da uno dei maggiori studiosi della statehood, James Crawford, il quale ha individuato cinque

elementi che possono caratterizzare la statualità:

1. gli Stati hanno dal punto di vista internazionale competenza piena nel produrre atti e

stipulare trattati: questo è il significato della parola “sovranità” applicata ad uno Stato.

2. gli Stati hanno competenza esclusiva rispetto ai loro affari interni, tale principio si riflette

nell’art 2(7) della Carta delle Nazioni Unite3. Questo implica che la loro giurisdizione su

materie interne è assoluta e non soggetta al controllo di altri Stati.

2 Crawford J., The Creation of States, Oxford, 2006, 150-157. 3 Carta delle Nazioni Unite art. 2 para 7: “Nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna di uno Stato, nè obbliga i Membri a

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3. in linea di principio gli Stati non sono soggetti a processi obbligatori relativi alla

giurisdizione internazionale per la soluzione di controversie senza il loro consenso che può

essere dato in generale o in casi specifici

4. Nel diritto internazionale gli Stati sono considerati come uguali, tale principio è riconosciuto

dalla Carta delle Nazioni Unite (art 2 par. 1). Tuttavia è possibile che non tutti gli Stati

abbiano la stessa influenza e pari diritto di voto all’interno delle organizzazioni

internazionali. Interpretando il principio di uguaglianza nel diritto internazionale in modo

puramente formale, si può affermare che teoricamente gli Stati hanno uno status paritario a

prescindere dalla dimensione territoriale ed influenza politica, in tal senso una repubblica,

per quanto piccola, non è meno sovrana della più potente monarchia.

5. Deroghe a tali principi non sono accettate; in caso di dubbio una corte o tribunale

internazionale tenterà di decidere in favore della libertà di azione dello Stato sempre nel

rispetto degli affari interni ed esterni.

Questi cinque punti costituiscono in termini giuridici la base del concetto di statehood, ovvero

l’essenza della posizione speciale degli Stati nel diritto internazionale generale. In riferimento a

quanto detto devono essere evidenziati due punti: per prima cosa occorre sottolineare che alcuni

poteri specifici attribuiti allo Stato non corrispondono necessariamente a dei diritti, poteri o capacità

che lo Stato deve possedere per essere Stato poiché, nella comunità internazionale, i diritti e gli

obblighi variano considerevolmente a seconda dello Stato. Si consideri per esempio lo status di

membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che crea una netta distinzione

tra i cinque Stati ed il resto dei componenti provvisori dell’organo.

Secondo, i criteria per la statehood hanno carattere speciale perché si riferiscono esclusivamente

alla definizione di uno Stato e la loro applicazione potrebbe condizionare quella di molte altre

norme di diritto internazionale; in particolare la nascita di un nuovo Stato e dei rispettivi diritti

potrebbero condizionare la libertà d’azione ed i diritti propri di un’altro .

sottoporre tali questioni ad una procedura di regolamento in applicazione del presente Statuto; questo principio non pregiudica però l’applicazione di misure coercitive a norma del capitolo VII.” Conforti, Le Nazioni Unite, Padova, 2002.

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Dopo aver determinato la statualità in generale, come caratteristica propria degli Stati e di nessun

altro soggetto di diritto internazionale, è necessario individuare gli elementi specifici della

statehood .

Un possibile punto di partenza per l’individuazioni di tali elementi della statualità, che fanno sì che

lo Stato sia soggetto internazionale, è la definizione proposta dall’articolo 1 della Convenzione di

Montevideo sui Diritti e Doveri degli Stati che afferma: “lo Stato come persona di diritto

internazionale dovrebbe possedere le seguenti qualificazioni: a) una popolazione permanente; b) un

territorio definito; c) un governo; d) la capacità di intrattenere rapporti con gli altri Stati4”.

Il primo elemento, la popolazione, si riferisce ad una popolazione “permanente” e connota una

comunità politica stabile e organizzata in un determinato territorio; per quanto riguarda il secondo

elemento, il territorio, al fine di determinare l’esistenza di uno Stato è necessario che tale comunità

politica eserciti un controllo in una certa area, l’esistenza di frontiere definite però non è necessario,

l’importante è che esista una comunità politica insediata in un determinato territorio.

L’esistenza di un governo effettivo, con un’organizzazione amministrativa e legislativa

centralizzata è il miglior modo per evidenziare l’esistenza di una comunità politica5; infatti, una

possibile definizione di Stato è quella che afferma l’esistenza di una comunità politica supportata da

un ordinamento giuridico in una determinata area, ciò implica l’esistenza di un’amministrazione

centrale.

Il concetto di indipendenza, nella Convezione di Montevideo, è rappresentato dalla capacità di

entrare in relazione con gli altri Stati6. L’indipendenza è stata interpretata da molti giuristi come il

criterio decisivo ai fini della statehood in relazione ai rapporti con gli altri Stati, uno Stato che è

teoricamente indipendente può, nella realtà, trovarsi sotto il controllo di un altro Stato; alcuni autori

definiscono l’indipendenza come “sovranità esterna”. Importante ai fini della definizione del

requisito di indipendenza è il caso arbitrale “Island of Palmas” in cui il giudice Huber7 ha

4. Focarelli C, Digesto del Diritto Internazionale, Napoli, 2003, pp 14-15. 5 Alcuni autori tra cui Conforti , in riferimento allo Stato come soggetto internazionale, parlano di Stato – organizzazione :“ E’ all’insieme degli organi statali che si ha riguardo allorché,…, si lega la soggettività internazionale al criterio della effettività, ossia dell’effettivo esercizio del potere di governo;” Conforti, Diritto internazionale, 2006. 6 Brownlie, Principles of International Law, Oxford, 1990, pp. 40-45. 7 Sentenza arbitrale del 4 aprile 1928 del caso dell’Isola di Palmas (Stati Uniti c. Paesi Bassi). “alla fine della guerra ispano-americana del 1898 la Spagna aveva ceduto, con il Trattato di pace del 10 dicembre 1898, l’arcipelago delle Filippine agli Stati Uniti. Nel 1906 un ufficiale statunitense visitò l’isola di Palmas, ritenuta parte

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affermato: “la sovranità nei rapporti tra Stati significa indipendenza. L’indipendenza rispetto ad una

porzione del globo è il diritto di esercitarvi, ad esclusione di ogni altro Stato, le funzioni di uno

Stato. Lo sviluppo dell’organizzazione nazionale durante gli ultimi secoli e, come corollario, lo

sviluppo del diritto internazionale, hanno stabilito siffatto principio dell’esclusiva competenza dello

Stato rispetto al suo proprio territorio al punto da farne il punto di partenza nella soluzione di molte

questioni riguardanti i rapporti internazionali”.

Nella sentenza in questione, la definizione di “indipendenza” è stata associata ai concetti di governo

effettivo8 e di sovranità, ovvero la soggettività di uno Stato dipende dall’effettivo esercizio del

potere di governo senza dipendere da nessun altro Stato.

Tuttavia in dottrina sono emerse diverse posizioni riguardo il rapporto tra i concetti di sovranità e

indipendenza. In particolare, sovranità ed indipendenza sono concetti spesso usati come sinonimi,

poiché spesso l’indipendenza è definita anche come sovranità esterna; bisogna tener conto però

della diversa portata dei due concetti, individuando una dimensione interna ed esterna.

Secondo Crawford, per esempio, la differenza tra sovranità ed indipendenza consiste nel fatto che

quest’ultima deve essere considerata un pre-requisito della prima9, in altre parole la sovranità viene

considerata come conseguenza dell’indipendenza; uno Stato è sovrano se è indipendente. Occorre

però tener presente della dimensione interna della sovranità: uno Stato è sovrano anche nei

confronti dei propri cittadini (Stato-comunità), i quali sono destinatari di diritti e doveri costituiti

dallo Stato-organizzazione10.

In altro senso il termine sovranità può essere usato per descrivere la condizione in cui uno Stato non

consente ad alcun altro Stato di gestire le proprie relazioni internazionali, in tal senso il concetto di

sovranità può essere inserito come ulteriore criterio per la statehood.

integrante del territorio ceduto, trovando issata sull’isola la bandiera olandese. Sorse una controversia tra Stati Uniti ed i Paesi Bassi concernente la sovranità sull’isola, gli Stati Uniti fondandosi, tra l’altro, sulla cessione prevista dal Trattato di Parigi concluso con la Spagna e i Paesi Bassi fondandosi invece sul fatto di aver esercitato la sovranità effettiva sull’isola per lungo tempo senza opposizioni da parte di altri Stati. Con un compromesso firmato nel 1925, i due Stati sottoposero la controversia ad un arbitro unico, Max Huber, membro della Corte permanente di arbitrato. L’ arbitro accolse le ragioni dei Paesi Bassi, in particolare sottolineando che la sovranità deriva essenzialmente dall’esercizio effettivo del potere di governo su una comunità territoriale. Focarelli, Digesto di Diritto Internazionale,cit, pp. 225-226. 9 Crawford J., The Creation of States, cit pag. 90. 10 Conforti B., Diritto Internazionale, cit pp 17.

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1.2. Sovranità e principio di effettività

Secondo la maggioranza della dottrina, oltre all’indipendenza, un altro requisito da

considerarsi come necessario ai fini della soggettività internazionale dello Stato è quello della

effettività di governo, ovvero l’esercizio del potere d’imperio sulla popolazione di un territorio di

riferimento.

In un passo del suo libro11 pubblicato nel 1947, Lautherpacht afferma che:

the principal and probably and the only essential condition of recognition of States and Governments is effectiveness of power within the State and an actual independence of other States. Other conditions are irrelevant to the true purposes and nature of recognition”.

Le parole di Lautherpacht rispecchiano le posizioni proprie del diritto internazionale tradizionale,

per cui, quello dell’effettività, è ritenuto il fondamentale, se non unico requisito per determinare la

sovranità in un determinato territorio.

Dopo 60 anni dalla pubblicazione di Lautherpacht, con lo sviluppo di un nuovo sistema

internazionale conseguente alla II Guerra Mondiale, si può affermare che l’effettività rimane

sempre il criterio più importante, ma si devono tenere in considerazione altre condizioni non sempre

riconducibili all’effettività, quali il rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli e di

espressione della volontà popolare. Tali considerazioni hanno contribuito a delineare tra la dottrina

una nuova norma di diritto internazionale del “diritto ad un governo democratico”12.

Secondo tale tendenza, infatti, la sovranità di uno Stato-organo non dipenderebbe più solo dalla sua

effettività, ovvero dalla capacità di esercitare un potere d’imperio su una determinata comunità, ma

dal livello di legittimità del governo. Tale legittimità deriverebbe dall’espressione della volontà

popolare in applicazione del diritto di autodeterminazione interna di un popolo. Con l’introduzione

11 Lautherpacht, Recognition in International Law, Cambridge, University Press, 1947, pp 25. 12 T.M. Frank, The Emerging Right to Democratic Governance, in The American Journal of international Law, 1992, pp 46-91, : “we are witness a sea change in international law, as result of which the legitimacy of each government someday will be measured definitively by international rules and processes. We are not quite there, but we can see the outlines of this world in which citizens of each state will look to international law and organization to guarantee their democratic entitlement”.

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del principio di legittimità democratica è stato possibile delineare dei diritti, come per esempio il

diritto alle libere elezioni ed il diritto di espressione, che, secondo i fautori di questa nuova tenenza,

possono essere inseriti tra le norme e principi fondamentali a difesa dei diritti umani.

Questa nuova prospettiva nel definire la soggettività ha prodotto delle implicazioni non indifferenti

nella prassi internazionale suggerendo indirettamente misure o azioni a livello di comunità

internazionale fino a quel momento impensabili13.

Allo stato attuale della prassi internazionale, è opportuno affermare che l’applicazione della

versione tradizionale della dottrina del controllo effettivo non risponde appieno alle situazioni

giuridiche che sono emerse dall’evoluzione del diritto internazionale degli ultimi cinquant’anni,

tuttavia tale principio non è stato rimpiazzato da un nuovo legittimismo liberal-democratico14,

piuttosto quest’ultimo ha contribuito a smussarne i lineamenti del primo. Occorre sottolineare

inoltre che la stessa attribuzione del diritto alla democrazia, inteso superficialmente, potrebbe

minacciare non solo la pace e la sicurezza internazionale, ma la stessa democrazia in mancanza di

alcuni pre-requisiti sia sociali che economici. Anteporre l’esigenza di democratizzazione a quella di

progresso economico e sociale potrebbe causare l’instaurazione di dittature ed il conseguente

inasprimento delle condizioni di povertà della popolazione15.

1.3. Il principio di autodeterminazione dei popoli

Il principio di autodeterminazione è stato riconosciuto, a partire dalla prassi delle Nazioni

Unite, come una noma di diritto internazionale consuetudinario che tutti gli Stati hanno l’obbligo di

rispettare. Tale principio, oltre ad essere affermato negli articoli 1, paragrafo 2, e 55 della Carta, i

quali indicano come obiettivi delle Nazioni Unite lo sviluppo delle relazioni amichevoli basate sul

rispetto dell’uguaglianza e dell’autodeterminazione dei popoli, è stato sancito da importanti

risoluzioni dell’Assemblea Generale che, nonostante non siano vincolanti per gli Stati, hanno

comunque contribuito all’affermazione del principio di autodeterminazione come norma

13 B. Roth, Governmental Illegitimacy in International Law, Oxford, Clarendon Press, 1999., pp 260 e ss. Nel testo si fa riferimento al caso di Haiti, in cui il nuovo governo istituito dopo le elezioni, monitorate internazionalmente, è stato destituito da un colpo di stato militare. 14 B. Roth, Governmental Illegitimacy in International Law, cit pp 12-14. 15 Zakaria F., Democrazia senza Libertà, in America e nel Resto del Mondo, Milano, 2003, pp 330-336.

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consuetudinaria. Importante tappa di evoluzione di tale principio è a la Risoluzione dell’Assemblea

Generale delle Nazioni Unite n. 1514 del 1960, in cui si afferma:

All peoples have the right to self-determination; by the virtue of that right they freely determine their political status and freely pursue their economic, social and cultural development”16. Adottando tale posizione nel 1960 senza nessun voto contrario, l’Assemblea Generale

effettivamente elevava a vero e proprio diritto quello che era stato fino a quel momento riconosciuto

come un semplice principio17.

Le conseguenze di tale affermazione sono state di ampio raggio soprattutto nei confronti dei popoli

sotto dominazione straniera e coloniale, oltre che per quelli sottoposti a regime razzista (apartheid),

tuttavia non sono trascurabili le implicazioni giuridiche ulteriori che sono emerse con l’evoluzione

di tale principio.

A tale proposito occorre in primo luogo soffermarsi sul soggetto tutelato dal principio di

autodeterminazione, ovvero il “popolo”, poiché il riconoscimento di una comunità politica in

quanto popolo avviene solo in particolari circostanze.

Il principio di per sé non fornisce indicazioni chiare riguardo i soggetti beneficiari

dell’autodeterminazione, tuttavia è possibile rintracciare empiricamente delle indicazioni al

riguardo18: per prima cosa è possibile affermare che i popoli sono entità collettive percepite ognuna

quale unità distinguibile dalle altre del medesimo genere; non sarebbe corretto indicare quale

beneficiario del principio la persona umana nella sua individualità, neppure se considerata dal punto

di vista delle sue manifestazioni collettive o associative. Soltanto entità collettive in quanto tali

sarebbero soggetti all’autodeterminazione. Quanto alle caratteristiche che accomunerebbero una

pluralità d’individui, rendendola un’entità beneficiaria del principio, è possibile riferirsi, in

particolare, alla medesima localizzazione o al comune legame d’origine con un territorio delimitato

e distinguibile, alla comunanza di storia, tradizioni e cultura e al fatto di avere o di avere avuto in

passato una comune forma di organizzazione politico-sociale indipendente da centri di potere

stranieri19. La compresenza di tali elementi non condurrebbe necessariamente alla conclusione che

16 “Declaration on the Granting of Independence to Colonial Countries and peoples”, AG, Res 1514(XV) (1960) 17 H. Wilson, International Law and the Use of Force by National Liberation Movements, Oxford, 1988, pp 70-78. 18 Palmisano G., Nazioni Unite e Autodeterminazione Interna, Milano 1997, pp 413-431. 19 Guarino, Autodeterminazione dei Popoli e Diritto Internazionale, Napoli 1984.

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il gruppo in questione benefici del diritto all’autodeterminazione, né l’assenza di uno o più di questi

elementi sarebbe sufficiente a escludere che il gruppo possa invece beneficiarne. Indispensabile, ma

non sufficiente, sembrerebbe essere il solo fatto che il gruppo sia inquadrabile come un corpo unico,

un’entità collettiva a se stante, capace però di un sentire ed un volere comune20 , accanto a quelli già

menzionati deve infatti considerarsi un elemento di volontà specifica, in presenza del quale soltanto

avrebbe senso porsi il problema dell’autodeterminazione di un dato gruppo.

La seconda questione, derivante dall’evoluzione del diritto di autodeterminazione dei popoli,

riguarda la libera espressione e presuppone la risoluzione di problematiche relative alla creazione e

applicazione di criteri per accertare che una data comunità politica abbia la possibilità di decidere

liberamente riguardo al tipo di autorità da cui vorrebbe essere governata. Il diritto internazionale

tradizionale ha risolto tale questione stabilendo che le decisioni dell’apparato normativo che

controlla effettivamente un territorio rappresentino la volontà popolare21.

Con l’emergere di nuove tendenze in senso “democratico” si è delineata una nuova dimensione

interna del principio di autodeterminazione potenzialmente capace di modificare i criteri per

definire la legittimità di un governo e di conseguenza la sovranità si uno Stato.

Il principio di autodeterminazione dei popoli, infatti, da un lato potrebbe destabilizzare e dall’altro

sostenere il principio di sovranità.

Si parla di destabilizzazione poiché con l’introduzione del diritto all’autodeterminazione, molti

gruppi etnici hanno rivendicato la propria indipendenza coinvolgendo la comunità internazionale e

sconvolgendo la concezione dello Stato sovrano. Tali rivendicazioni hanno aperto

conseguentemente dibattiti su dinamiche politiche che avevano da sempre riguardato la sfera interna

dello Stato; viene concesso in questo modo alla comunità internazionale di intervenire in materie di

domestic jurisdiction” .

Tuttavia, l’autodeterminazione dei popoli riafferma anche il principio di sovranità, in particolare in

riferimento a dominazione straniera e coloniale, poiché è un diritto attribuito ad una unità politica:

da questo punto di vista l’autodeterminazione conferisce ad un popolo il diritto di mantenere la

propria coesione con ogni mezzo e resistere a qualsiasi sforzo e tentativo di cancellare l’unità ed

20 Palmisano G., Nazioni Unite e Autodeterminazione Interna, cit pag. 453. 21 B. Roth, Governmental Illegitimacy in International Law, cit pag. 150.

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indipendenza della comunità. Il concetto di autodeterminazione ha giocato necessariamente un

ruolo pilota in un sistema di pace e sicurezza, quello del XX secolo, basato sulla conquista

territoriale: è stata sancita l’inammissibilità di conquiste future estesa anche al ristabilimento di

vecchie conquiste che ha generato un congelamento delle divisioni territoriali; questo ha comportato

l’opposizione dei paesi di nuova indipendenza che rivendicavano, per ragioni etniche e storiche,

parti di territorio di altri Stati.

L’era della decolonizzazione ha generato perciò in un primo momento una riapertura delle questioni

relative alle vecchie conquiste ed in un secondo momento ha fatto emergere le posizioni dei nuovi

Stati che entravano nella comunità internazionale inerenti al diritto internazionale e alle norme che

avevano regolato le relazioni tra gli Stati fino al periodo della decolonizzazione.

1.4. Le lotte di liberazione nazionale ed il terrorismo internazionale

Ai fini della nostra ricerca è importante fare un breve accenno alla questione relativa alla

distinzione tra l’uso della forza da parte dei popoli che lottano per l’autodeterminazione e gli atti di

terrorismo. In particolare, bisogna considerare che non esiste una definizione globale di terrorismo

tale da poter delineare una netta demarcazione tra tale fenomeno e le guerre di liberazione

nazionale, intese come conflitti armati in cui un popolo lotta contro il dominio coloniale,

l’occupazione straniera o un regime razzista.

Nel paragrafo precedente si è accennato alla qualificazione delle guerre di liberazione nazionale

come conflitti internazionali, ai sensi del I Protocollo addizionale del 1977 alle quattro Convenzioni

di Ginevra del 1949, il cui articolo 1, par. 4, include tra quelli internazionali quei “conflitti armati

nei quali i popoli lottano contro la dominazione coloniale e l’occupazione straniera e contro i regimi

razzisti, nell’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione, sancito nella Carta delle

Nazioni Unite e nella Dichiarazione relativa ai principi di diritto internazionale concernenti le

relazioni amichevoli e la cooperazione fra gli Stati in conformità della Carta delle Nazioni Unite22”.

Nonostante il I Protocollo addizionale abbia prodotto un cambiamento degli obblighi positivi e

negativi degli Stati nei confronti dei movimenti che rivendicano la propria indipendenza mediante

22 Ronzitti N., Diritto dei Conflitti Armati, Torino, 2002, pp 119-120, C. Focarelli C., Digesto di Diritto Internazionale,cit., p. 636.

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conflitto armato, bisogna considerare che non tutti gli Stati hanno sottoscritto il trattato in questione,

e che spesso le lotte di autodeterminazione dei popoli non sono state riconosciute come tali da parte

dei Governi, ma al contrario come terrorismo.

Una parte della dottrina ha individuato una possibile differenziazione tra terroristi e gruppi di

liberazione nazionale23: nonostante non esista una definizione precisa di terrorismo, sarebbe

possibile riscontrare alcuni tratti caratteristici degli atti propriamente terroristici, ovvero la minaccia

e l’uso della violenza verso civili; un obiettivo politico ben preciso; il colpire in modo

indiscriminato; l’intenzione di creare paura al fine di stabilire condizioni favorevoli alla causa del

gruppo terroristico.

Gli atti configurati con queste caratteristiche sarebbero chiaramente contrari al diritto internazionale

umanitario e gli autori dovrebbero esser accusati di crimini di guerra. In tal senso, gli atti terroristici

sarebbero illeciti mezzi di guerra.

Per quanto riguarda il tentativo di definire il terrorismo in relazione alla differenziazione con le lotte

di liberazione nazionale, sono stati promossi, a partire dal 2000, dibattiti in seno ad un Comitato ad

hoc istituito dall’Assemblea Generale con il compito di predisporre un progetto di convenzione

globale sul terrorismo internazionale tale da poterne tracciare la distinzione con il ricorso alla forza

in applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli.

I lavori del Comitato sono in fase di stallo poiché gli Stati non riescono a trovare un accordo

relativo all’approvazione dell’articolo 18 della Convenzione in questione riguardante la differenza

tra terroristi e freedom-fighters: i paesi occidentali vorrebbero una definizione di terrorismo

generale che non fornisca alcuna distinzione tra terroristi e gruppi di liberazione nazionale24; i paesi

dell’Organizzazione islamica, invece, vorrebbero una espressa menzione dei combattenti contro

l’occupazione straniera, nel senso che:

23 Gasser H. P., Act of Terror, Terrorism and International Humanitarian Law, in International Rewiew of Red Cross, 2002, p. 257 ss. 24 Art 18, para 2 della bozza di Convenzione globale sul terrorismo internazionale:“the activities of armed forces during an armed conflict, as those terms are understood under international law, are not governong by this Convention”, vedi A. Gioia, Terrorismo internazionale, crimini di Guerra e crimini contro l’umanità, in Rivista di Diritto Internazionale, 2004, pp.5-69

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“the activities of parties during an armed conflict, including situation of foreign occupation, as those terms are understood under international law, which are governed by that law, are not governed by this Convention25”. Alla luce di tale incertezza normativa relativa alla definizione di terrorismo, gli Stati hanno ampia

libertà di dare interpretazioni individuali del fenomeno con cui possono caratterizzare gli stessi atti

tipici di un conflitto armati tra Stati e movimenti nazionali.

1.5. Legittimità, principio di effettività e accertamento della volontà popolare

La Convenzione di Montevideo definisce il governo come uno degli elementi fondamentali

per stabilire la statehood. Ai fini della nostra ricerca, appare importante individuare il rapporto tra

governo effettivo e legittimità. In particolare il nostro obiettivo è quello di analizzare in quale

misura la legittimità di un governo influisca sul principio di effettività inteso come fondamenta

della sovranità di uno Stato.

Nella prassi internazionale è capitato, infatti, che il governo legittimo, per esempio risultante

vincitore alle elezioni monitorate, abbia perso il controllo de facto di un territorio a favore di un

gruppo armato26.

La “legittimità” è una questione di carattere normativo che si basa su due distinte prospettive: quella

interna e quella esterna. Con la prima ci si riferisce alla spontanea sottomissione dell’individuo alle

norme emanate da una autorità governativa, la seconda corrisponde all’accettazione da parte di uno

Stato straniero delle implicazioni connesse con le relazioni e interazioni con quel regime.

La legittimità nella sua accezione esterna è strettamente connessa alla sfera della legittimità interna:

cosa è che autorizza un particolare governo ad esercitare il potere a nome della comunità politica a

cui si è posto a capo? E se più di un governo rivendica la propria legittimità, quale dei governi deve

essere riconosciuto? A seconda dell’evoluzione della situazione interna di uno Stato, in particolare,

a seconda dell’affermazione di un governo al posto di un altro, ci saranno delle ripercussioni a

livello esterno che incideranno sul rapporto con gli altri soggetti internazionali.

La comunità internazionale è composta da Stati aventi il diritto di esprimersi tramite i rispettivi

rappresentati. Tali governi sono stati e sono tutt’oggi diversi tra loro, non solo per struttura e

25 Proposta di modifica dell’ Art. 18 para 2 del progetto di Convenzione globale sul terrorismo, vedi Gioa, Cit, p 25. 26 Vedi Roth B., Governmental Illegitimacy in International Law, cit pp 200 e ss. in riferimento al caso Haiti del 1990,

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funzionamento ma anche per i metodi di legittimazione interna e i principi ideologici di riferimento.

Data questa diversità il controllo effettivo de facto è stato, secondo molti autori, il metodo più

semplice e diretto per il riconoscimento di un governo:

“ a government…should be recognized if that government exercises effective control and authority over all or nearly all the national territory in such a way that this control, authority, and obedience appear to be of permanent character…”27; In tal senso, legittimo, secondo l’accezione esterna, risulta il governo effettivo.

Tuttavia ci sono stati casi nella prassi degli ultimi decenni che hanno reso il test del controllo

effettivo, per determinare la legittimità, non più adeguato.

Una ricca prassi è stata registrata, a partire dalla fine degli anni ottanta, nei paesi del Terzo Mondo,

in cui si è assistito ad una serie di elezioni plebiscitarie monitorate internazionalmente al fine di

instaurare un governo legittimamente sovrano sulla base della volontà popolare, ovvero sulla base

dell’applicazione del diritto all’autodeterminazione interna.

La sovranità dello Stato perciò verrebbe determinata dalla volontà del popolo e per questo molti

autori parlano di sovranità popolare28.

La sovranità cosiddetta popolare si basa sulla decisione di un popolo, espressa tramite elezioni, con

cui vengono scelti i governanti; in base a tale presupposto è possibile individuare due significati di

sovranità popolare dal punto di vista dell’ordinamento internazionale: in primis può essere delineata

come una norma esterna perciò riguardante le relazioni tra gli Stati. La Carta delle Nazioni Unite

afferma che l’Organizzazione è basata sul principio dell’uguaglianza di sovranità tra gli Stati (art.2

par.1) e che tra i suoi obiettivi è incluso anche lo sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni

basate sul rispetto del principio di uguaglianza del diritti e autodeterminazione dei popoli (art1

par.2); ogni popolo perciò è sovrano rispetto ai propri affari interni. La sovranità popolare è anche

una norma interna. In relazione all’articolo 21 par.3 della Dichiarazione Universale dei Diritti

dell’Uomo del 1948 la volontà dei popoli deve essere la base dell’autorità di governo; da questo

punto di vista però, la sovranità popolare è ampiamente indeterminata e spesso tale concetto viene

manipolato o usato come giustificazione a favore di svolte autoritarie de facto nel bene del popolo

27 U.N. GAOR, 5th Sess, Annexes, Agenda Item 61, at 6, UN Doc. A/AC.38/L.21 (1950) 28 Roth B., Governmental Illegitimacy in International Law, cit pag. 200 .

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sia nel caso che il governo sia espressione di una minoranza, come era in Sudafrica29, sia nel caso di

una dominazione diretta o indiretta di uno Stato straniero.

In dottrina si sono evidenziate diverse opinioni riguardo il rapporto tra sovranità e governo

legittimo; si è riscontrato che nonostante esista una nuova tendenza a riconoscere un governo sulla

base del consenso popolare30, il principio di effettività resta la cartina di tornasole per individuare il

governo legittimo, anche se alcuni casi nell’ultimo decennio hanno destabilizzato il valore di tale

principio. Tuttavia, alcuni studiosi suggeriscono che la volontà popolare di indipendenza e di

autodeterminazione dovrebbe risultare da elezioni o plebisciti indetti.

1.6. Autodeterminazione e legittimità democratica

Nel sistema post- II Guerra Mondiale, ha prevalso l’applicazione del principio di

autodeterminazione dei popoli nella sua accezione esterna: l’ambito di operatività di tale principio

ha coinciso, infatti, con la liberazione dei popoli sottoposti a un dominio coloniale o straniero.

Non dissimile è stato il ruolo svolto dal principio in altri contesti particolari, quali la lotta contro

l’apartheid e la questione palestinese. Nonostante le molte e ben note differenze, anche in questi

casi il richiamo all’autodeterminazione si è dato nella prospettiva di condannare l’impostazione di

un regime straniero in rapporto al popolo, e di liberare le popolazioni sottostanti31.

Nei paragrafi precedenti si è già accennato al contributo fornito dall’evoluzione del principio di

autodeterminazione, durante il processi di decolonizzazione, ai fini della legittimità di un governo.

Tuttavia esiste un’altra dimensione interna del principio che, nell’ ultimo ventennio sembra aver

assunto un importante ruolo nel determinare la sovranità di uno Stato.

Di seguito si tenterà di analizzare l’autodeterminazione nella sua accezione interna in relazione

all’emergere del nuovo diritto alla legittimità democratica.

Nel corso degli ultimi vent’anni, il principio di autodeterminazione è stato associato a fattispecie e

situazioni differenti da quelle riconducibili alle categorie di dominazione coloniale o straniera, o di

29 Il Primo Ministro sudafricano Verwoerd, in una dichiarazione del 1963 affermava: “We want to keep South Africa White… if we are agreed that it is the destre of the people that the white man should be able to continue to protect himself by retaining white domination…” In questa dichiarazione si parla di “popolo” intendendo però solo una parte della popolazione. In United Nations, Apartheid in South Africa, NY 1963. 30 La scuola del “democratic entitlement” vedi Roth B., Governmental Illegitimacy in International Law, cit pp 20-29. 31 Palmisano G., Nazioni Unite e Autodeterminazione Interna, Milano, Giuffrè editore, 1997 pp. 381.

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apartheid; in altre parole appare che la rilevanza del principio di autodeterminazione avrebbe

riguardato un piano differente da quello esterno-interstatale di più tradizionale incidenza del

principio. In particolare ci si riferisce al piano interno del modo di essere dello Stato nei confronti

del proprio popolo o delle varie collettività presenti nel territorio “metropolitano32” facendo

riferimento ai tratti essenziali di un diritto alla democrazia o al governo democratico sostenuto da

una parte della dottrina33.

Molti autori, infatti, hanno trovato accordo sul fatto che il diritto di un popolo di determinare il

sistema di governo e amministrazione, nonché la natura del regime politico stesso, richiede

l’introduzione di alcune formule proprie dei governi democratici34 non dimenticando che non esiste

una forma singola di democrazia e che esiste il dovere di rispettare il principio di sovranità ed il

diritto di autodeterminazione dei popoli.

Tuttavia, l’evoluzione interna del principio in questione ha delineato una serie di problemi inerenti

alla sua valenza democratica. In particolare, ci si riferisce alla presunta valenza democratica

“assoluta” del principio, ossia l’autodeterminazione intesa come diritto della popolazione di

scegliere la propria forma di governo o, più ampiamente, il sistema politico economico del proprio

Stato; oppure come diritto della popolazione di partecipare democraticamente al processo di

creazione del Governo del proprio Stato35. Diritto, questo, al quale si farebbe corrispondere un

obbligo internazionale degli Stati al rispetto dei principi democratici36 e la conseguente condanna

dei regimi autoritari-dittatoriali, specie se instaurati a seguito di un colpo di stato; per giungere fino

all’individuazione, da parte di alcuni autori37di un criterio di legittimità internazionale di Stati e

governi, basato sulla conformità o meno del regime al principio di autodeterminazione-democratica.

Il principio di democrazia, dal punto di vista del diritto internazionale, non è definito da nessuno

strumento istituzionale; un regime democratico è tale se è provvisto di meccanismi ed istituzioni,

32 Palmisano G., Nazioni Unite e Autodeterminazione Interna, cit. p. 453. 33 Frank T., The Emerging Right to Democratic Governance, in TheAmerican Journal of International Law; Fox, The Occupation of Iraq, 34 Wheatley, Democracy and International Law: A European Perspective, in International and Comparative Law Quarterly, 2002, pp. 225 e ss. 35 Palmisano G., Nazioni Unite e Autodeterminazione Interna, cit. 36 Frank T., The Emerging Right to Democratic Governance, in TheAmerican Journal of International Law, pp. 46-91 37 Frank T., The Emerging Right to Democratic Governance, cit.

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incluso il sistema elettorale, in grado di rispettare i principi di eguaglianza politica e sovranità

popolare38.

L’eguaglianza politica richiede che i voti e le preferenze di ogni cittadino siano rispettate in ugual

modo; la sovranità popolare “is the view that individual citizens bestow legitimacy upon a

government through their implied or actual consent to its rule39”. La volontà popolare è da

considerarsi come la base della legittimità di un’autorità di governo in uno Stato democratico.

Per soddisfare il “requisito democratico” lo Stato ha l’obbligo di predisporre e far funzionare

determinate procedure e garanzie al proprio interno, sul piano dei rapporti con l’insieme e con

ciascuno dei sudditi che compongono il popolo. Nonostante il principio di “democraticità” non

contenga in sé indicazioni definite sulle procedure e garanzie che devono essere predisposte dallo

Stato, è possibile ricondurre la portata di tale precetto all’applicazione di norme internazionali sui

diritti dell’uomo, in particolare in riferimento ai diritti politici40 .

L’istituzione di un governo, anche se definito democratico, non è consentita se viene a mancare

l’espressione della volontà popolare poiché il principio di autodeterminazione democratica si basa

su una corrispondenza del regime statale con le aspirazioni di status dei popoli sottostanti,

situazioni nelle quali i popoli stessi devono essere liberi di esprimere le proprie scelte. Perciò è da

considerarsi illegittimo qualsiasi cambiamento di regime, anche se in senso democratico, attuato

senza la partecipazione del popolo stesso, ai sensi del principio di autodeterminazione interna ed in

riferimento alla sua rilevanza in senso democratico.

Nei capitoli seguenti verrà esaminato il processo di transizione costituzionale dello Stato iracheno,

attraverso l’analisi delle singole tappe, caratterizzate ciascuna da una tipologia di governo, alla luce

dei principi di diritto internazionale analizzati.

38 Crawford J., Democracy in international law, Oxford, Clarendon Press, 1994, pp. 30-45. 39 Fox, “The Right to Political Participation in International Law”, in Yale Journal of International law, 1992 ,pp.539 e ss. 40 Artt 19 e 25 del Patto sui Diritti Civili e Politici, artt 19 e 21 della Dichiarazione Universale sui Diritti dell’Uomo.

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CAPITOLO II

IRAQ: DALL’OCCUPAZIONE ALLA SOVRANITA’

SOMMARIO: 2.1. La fase dell’occupazione 1 maggio 2003-28 giugno 2004 - 2.2. Le funzioni della Coalition Provisional Authority - 2.3. Interim Governing Council - 2.4. Dal Consiglio governativo ad interim al Governo ad interim - 2.5. Il passaggio dei poteri dalla CPA al Governo ad interim - 2.7. Le forze multinazionali (MNF-1) - 2.6. Le elezioni del 30 gennaio 2005 e il Governo di transizione costituzionale - 2.7. Le elezioni del 30 gennaio 2005 e il Governo di transizione costituzionale - 2.8. La Costituzione permanente - 2.9. Le elezioni del Parlamento iracheno e la formazione del Governo al Maliki - 2.10. Il piano di riconciliazione nazionale

Per esaminare la complessa vicenda irachena appare opportuno analizzare il processo di

transizione politica e le sue varie tappe, alcune delle quali scandite da risoluzioni del Consiglio di

Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nel periodo che ha fatto seguito all’inizio della guerra condotta dagli Stati Uniti e dai loro alleati (la

Coalizione) contro l’Iraq si sono susseguiti quattro differenti fasi41: la prima, che va dall’avvio delle

ostilità fino alla dichiarazione ufficiale di fine delle operazioni di combattimento da parte del

Presidente degli USA, il primo maggio 2003; la seconda, contraddistinta dall’occupazione da parte

della Coalition force, sancita dalla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1483 del 22 maggio

2003 che definisce Stati Uniti e Regno Unito “potenze occupanti”; il terzo periodo corrisponde alla

fine dell’occupazione e all’inizio del processo formale di “resumption of sovereignity”42 attraverso

la creazione di un Consiglio Governativo prima e la poi nomina di un Governo ad interim il 28

giugno 2004, come stabilito anche dalla tabella di marcia della Risoluzione 1511 del 16 ottobre

41 Wolfrum, Iraq - from belligerent occupation to Iraqi Exercise of Sovereignty: Foreign Powers versus International Community Interference sovereignty, Max Planck UNYB 9, 2005, pp 1-45. 42 S/RES/1483 (2003)

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2003 che prevedeva inoltre l’elaborazione della TAL (Transitional Administrative Law), la nuova

costituzione transitoria.

Con l’adozione della risoluzione 1546 dell’8 giugno 2004 da parte del Consiglio di Sicurezza è

stato stabilito l’ultimo periodo del “Transitional Government”, nominato il 28 giugno 2004, e

rimasto in carica fino alle prime elezioni governative del dicembre 2005; tale risoluzione ha

predisposto l’indizione di elezioni popolari per l’istituzione di un governo democratico.

In questo capitolo si tenterà di ripercorrere il processo di ricostruzione nazionale a partire dalla

seconda fase dell’occupazione militare da parte della Coalition Force, provando di evidenziare le

diverse forme di governo che hanno caratterizzato ciascun periodo.

2.1. La fase dell’occupazione: 1° maggio 2003-28 giugno 2004

Dopo la debellatio43 dell’Iraq e la fine ufficiale delle ostilità,proclamata dal Presidente degli

Stati Uniti il 1° maggio 2003, l’Iraq si è trovato sotto occupatio bellica da parte di Regno Unito e

Stati Uniti, che hanno istituito un comando unificato44.

Non ci sono dubbi sul fatto che questo periodo sia stato caratterizzato da una vera e propria

occupazione militare45 da parte di potenze straniere, come tale disciplinata dagli art. 27-33 e 47-78

della IV Convenzione di Ginevra del 194946. Secondo tali norme l’occupante deve amministrare il

territorio su cui viene ad esercitare un’autorità non solo nel proprio interesse ma anche in quello

degli abitanti, con la conseguenza che all’occupante spetteranno dei diritti e dei doveri tenendo

presente che quella dell’occupazione è una situazione temporanea.

Secondo le norme di diritto internazionale umanitario, si ha un’occupazione de facto quando

l’autorità è nelle mani degli occupanti47; i diritti e gli obblighi di quest’ultimi hanno natura

temporanea e non permanente. E’ possibile ritrovare delle norme di diritto internazionale governanti

43 Secondo alcuni autori tra cui Ronzitti, il conflitto tra Iraq e la Coalizione si è concluso con la debellatio del paese. Per debellatio si intende quella dottrina per cui si ha il completo smantellamento delle istituzioni sovrane proprie del paese posto sotto occupazione invece del ripristino della vecchia classe governativa. Vedi capitolo 6 44 Ronzitti N., Diritto internazionale dei conflitti armati, cit pp 50-55, 45 Roberts A., The End of Occupation: Iraq 2004, in International and Comparative Law Quarterly, 200, pp. 27-48. Viene considerato occupato quel territorio sottoposto di fatto all’autorità della potenza straniera tenendo presente il principio di effettività in riferimento all’art 42 del regolamento annesso alla IV Convenzione dell’Aja 46 Ronzitti N., Diritto internazionale dei conflitti armati, Torino, 2006, pp. 226-227. 47 The manual of the Law of Armed Conflict, UK Ministry of defence, 2004, 274 e ss; A. Roberts, “What is a military Occupation?, in British Yearbook of International Law, 1984, p. 249 ss.

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