Tesi di laurea triennale - Diritti umani , Tesi di laurea di Economia Finanziaria. Università degli Studi di Palermo
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Tesi di laurea triennale - Diritti umani , Tesi di laurea di Economia Finanziaria. Università degli Studi di Palermo

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Tesi in diritti umani sulle discriminazioni sessuali ed in particolare le pratiche di mutilazione genitale femminili.
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CAPITOLO I

LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

1. Le diverse forme di mutilazione genitale femminile (M.G.F.)

Fino al 1959 l’O.M.S. (organizzazione mondiale per la sanità) riteneva di

non doversi occupare del fenomeno delle mutilazioni genitali femminili in

quanto lo studio delle tradizioni sociali e culturali non era di sua

competenza. Soltanto nel 1979 l’O.M.S. studiò per la prima volta queste

pratiche ed i dati che fornisce oggi sono di 130 milioni di casi denunciati nel

mondo e circa 2 milioni di bambine o donne che subiscono queste

mutilazioni ogni anno.

L’acronimo F.G.M. (female genital mutilations) fu elaborato nel 1995

dall’O.M.S. per indicare in generale “tutte le pratiche che comportano la

rimozione parziale o totale degli organi genitali femminili compiute per

motivi culturali o altre ragioni non terapeutiche”.

Si possono distinguere quattro tipi di mutilazioni genitali femminili:

1° tipo: la clitoridectomia (o circoncisione) che è nota nei paesi musulmani

come sunna, cioè tradizione e consiste nella rimozione del prepuzio o

cappuccio del clitoride con o senza escissione di una parte o dell’intero

clitoride.

2° tipo: l’escissione, ovvero la recisione del clitoride. Insieme alla

clitoridectomia costituisce l’80% delle mutilazioni genitali femminili.

3° tipo: l’infibulazione vera e propria che prende il nome dalla parola latina

fibula (spilla) e consiste nella parziale chiusura della vagina. È la forma di

mutilazione più grave e dolorosa e riguarda il 15% delle mutilazioni.

4° tipo: comprende varie pratiche come la trafittura o l’incisione del clitoride,

bruciature, raschiamenti, ecc.1

1 Sito dell’O.M.S. www.who.it

Le persone deputate ad effettuare queste operazioni sono le donne più

anziane della tribù, le quali vengono anche remunerate.

Le modalità cambiano perché, se avviene nel paese d’origine, l’operazione

è assistita dall’intera comunità e rappresenta un rito di passaggio invece in

un contesto migratorio perde le caratteristiche del rito.

Le conseguenze fisiche e psichiche Tali mutilazioni avvengono in condizioni igieniche insoddisfacenti e

pericolose e comportano molti rischi nel breve e nel lungo periodo.

Le complicanze dipendono anche dal tipo di mutilazione effettuata, la più

frequente è l’emorragia che può portare a gravi anemie o addirittura alla

morte. Inoltre vengono usati come strumenti coltelli comprati al mercato o

pezzi di vetro che, non essendo sterilizzati, causano infezioni, setticemie e

virus come l’HIV. Nel lungo periodo le conseguenze sono: la difficoltà ad

avere normali rapporti sessuali, la capacità di provare piacere, i forti dolori

durante il ciclo mestruale. Per poter partorire le donne devono essere de-

infibulate, salvo poi essere nuovamente infibulate dopo il parto. Le

conseguenze sul piano psicologico e comportamentale sono molteplici:

ansia, depressione, disturbi psicosomatici e psicosi.2

2 M. Paganelli, F. Ventura, Una nuova fattispecie delittuosa: le mutilazioni genitali femminili, in Rassegna italiana di criminologia, 2004, p. 457.

2. Geografia del fenomeno

Le pratiche di mutilazioni genitali femminili sono diffuse in 28 paesi africani

(tra i quali Somalia, Sudan, Kenya, Nigeria, Egitto, Etiopia) e anche in

alcune parti dell’Asia. Dagli anni ’80 con i flussi migratori il fenomeno è

giunto anche in America del Nord, Australia e in paesi Europei tra cui l’Italia.

In Italia vivono decine di migliaia di donne infibulate e ogni anno circa 6.000

bambine originarie di territori a tradizione escissoria rischiano di essere

vittime di mutilazioni. Spesso le pratiche avvengono durante i soggiorni nel

paese di provenienza oppure, se avvengono nel contesto migratorio, sono

effettuate da operatrici tradizionali itineranti, rinunciando alla partecipazione

di tutta la comunità e quindi al rito.

A seconda del paese d’origine l’età delle donne sottoposte alle pratiche

varia: in Etiopia e in Sudan, ad esempio, si tratta di neonate; in Egitto e

Africa centrale sono bambine intorno ai sette anni; in altri paesi africani e

asiatici si tratta di adolescenti; mentre in Nigeria le ragazze vengono

sottoposte alle mutilazioni solo prima del matrimonio.3

3. Motivazioni culturali e rapporti con la religione

Poiché le M.G.F. sono più diffuse nei paesi con maggioranza islamica si

ritiene erroneamente che siano pratiche proprie delle tradizione islamica.

3 Di Stefano R., Mutilazioni dei genitali femminili tra difesa dei diritti umani e rispetto delle differenze culturali in Di Stefano R., Gli Stranieri, 3, 2004, p. 303 .

In realtà invece queste pratiche sono presenti anche presso popolazioni

africane cristiane o animiste e non hanno fondamento nella religione

islamica. Addirittura si tratta di una tradizione pre-islamica come si evince

da alcune raffigurazioni su tombe egizie e alcuni scritti della letteratura

medica antica. Anche gli antichi romani praticavano l’infibulazione allo

scopo di garantirsi la fedeltà delle mogli ed evitare alle schiave gravidanze

che avrebbero impedito loro di lavorare. Anche tra il XVIII sec. e il XIX sec.

in Europa si praticava la clitoridectomia come terapia contro epilessia, follia,

isteria, lesbismo.4 Oggi la principale motivazione, comune a tutte le

popolazioni che praticano le M.G.F., è la tutela della verginità. Questa infatti

è considerata requisito fondamentale per le nozze, dunque le famiglie

obbligano le figlie a sottoporsi alle mutilazioni per assicurare loro un

matrimonio proficuo ed evitare l’isolamento sociale.

Le M.G.F. fanno parte di quei riti di passaggio ai quali una persona si

sottopone per passare da una fase all’altra della vita, così una ragazza

deve essere mutilata per diventare donna e potersi sposare. Ed è proprio

per questa valenza rituale che le popolazioni rifiutano non solo di eliminare

tali pratiche ma anche di effettuarle in ambito ospedaliero, con adeguata

assistenza medica. Le stesse motivazioni spiegano anche il fatto che il

fenomeno non sia legato a situazioni di povertà e ignoranza ma si presenta

in tutti gli strati sociali, anzi molte donne istruite difendono le M.G.F.

definendole un segno caratteristico della loro cultura, della religione e del

loro essere donne africane. Questo perché sin da piccole viene loro

4 Paganelli M.,Ventura F., Una nuova fattispecie delittuosa: le mutilazioni genitali femminili, in Rassegna italiana di criminologia, 2004, p. 457.

insegnato che le mutilazioni sono un bene, qualcosa da vivere con orgoglio,

e che la sofferenza fisica fa parte dell’essere donna. Inoltre le donne

africane hanno molte reticenze e sono restie a parlare delle loro parti intime

e delle sofferenze che patiscono a causa delle mutilazioni.5

Vi sono però altre motivazioni legate alla superstizione, ad esempio che i

genitali femminili se non recisi cresceranno in maniera abnorme tra le

gambe; che una donna da poco circoncisa resti gravida con più facilità; che

il contatto del clitoride con l’organo maschile uccida l’uomo o il contatto di

esso con la testa del bimbo durante il parto lo uccida. Ragioni che oltre a

non aver nessun fondamento scientifico, sono assurde e sconcertanti.6

Dietro tutte queste giustificazioni però si nasconde un sistema socio-

culturale di stampo patriarcale, volto ad affermare la tradizionale

subordinazione della donna, che fa delle M.G.F. uno strumento di potere

sulle donne e di controllo della loro sessualità. A prova di ciò vi è il fatto che

in paesi africani in cui sono cambiate le condizioni socio-culturali è venuta

meno la valenza rituale delle M.G.F. e si è avuta un’apertura verso la strada

della medicalizzazione. Infatti in alcune zone del Kenya e della Costa

d’Avorio non si svolgono più le cerimonie volte ad educare le ragazze ai

doveri di mogli e madri. Ciò da un lato rende ancor più drammatico il

momento dell’operazione sia per l’impatto fisico che per quello psicologico,

facendola apparire per ciò che è realmente: una mera tortura.

5 Natalini A., Mai più ferite tribali al corpo delle donne, in Diritto e Giustizia, 5, 2006, p.99.

6 Vanzan A.,Miazzi L., Modificazioni genitali: tradizioni culturali, strategie di contrasto e nuove norme penali, in Diritto, immigrazione e cittadinanza, 1, 2006, p.16.

Dall’altro lato, tuttavia, l’abbandono di questi rituali ha permesso una

riflessione più individuale e consapevole, non più condizionata dalle

pressioni della comunità. Infatti studi recenti sulle nuove generazioni

evidenziano come le posizioni dei giovani a favore o contro le M.G.F. siano

legate alle problematiche sessuali ed emotive e non più alle influenze

sociali e culturali. Molti giovani dichiarano che preferiscono sposare una

ragazza non mutilata per evitare le difficoltà di penetrazione, le infezioni e i

problemi psicologici.7

1.4 La questione tra libertà religiosa e uguaglianza sessuale Le pratiche di M.G.F. pur non avendo fondamento nelle religioni, non sono

da queste viste in maniera negativa ma sono anzi tollerate ed appoggiate

come tradizioni positive.

In molte democrazie liberali moderne la libertà religiosa è ritenuta il valore

più importante. Le stesse democrazie difendono anche le altre libertà

fondamentali che però spesso sono negate dalle religioni. Dunque si crea

un dilemma perché da un lato interferire con la libertà di espressione

7 Paganelli M.,Ventura F, Una nuova fattispecie delittuosa: le mutilazioni genitali femminili, in Rassegna italiana di criminologia, 2004, p. 459.

religiosa vuol dire privare i cittadini di una libertà fondamentale entrando in

una sfera di intima auto-definizione, dall’altro lato però il non interferire

permette che alcuni aspetti delle religioni privino le persone di altre libertà.

Su questo tema si scontrano le posizioni degli umanisti secolari e dei

tradizionalisti. I primi affermano che l’uguaglianza e la dignità umana, in

particolare delle donne, siano così importanti da non poter essere

contrastate da nessuna religione. La teoria degli umanisti è quindi che

bisogna garantire alle persone tutti i diritti e le capacità anche a costo di

interferire nella loro area di auto-definizione per privarle della libertà

religiosa. I tradizionalisti invece sostengono che le tradizioni e la religione

debbano essere la guida della vita delle donne e lasciano così alla religione

il potere di decidere della qualità della loro vita non solo riguardo alle

capacità e all’uguaglianza sessuale, ma anche in relazione alla salute e

all’integrità fisica.

Al di là della religione comunque ogni cultura ed ogni sistema di valori ha

delle caratteristiche che lo rendono unico e speciale: il mondo è ricco

proprio perché non siamo tutti d’accordo su un singolo insieme di categorie,

ma parliamo linguaggi diversi e abbiamo molti sistemi di valori. Da questo

punto di vista le diversità sono certamente un bene ed una ricchezza da

preservare. Tuttavia tutti i sistemi di valori presentano anche lacune e

problemi, molte tradizioni e molte pratiche sociali come le M.G.F. ledono la

dignità umana perciò ci troviamo di fronte al dilemma: è giusto rispettare

sempre e comunque le diversità mantenendo anche queste pratiche o

appare invece necessario che esse vengano meno nel rispetto della dignità

umana e dei valori fondamentali? È da ritenere prevalente l’opinione che

siano da conservare soltanto quelle diversità e tradizioni che sono

compatibili con il rispetto della dignità umana, mentre non possono essere

mantenuti in vita comportamenti ingiusti e negativi in ragione del fatto che

sono parte della cultura di un popolo o di un paese.8

1.5 la situazione sul piano internazionale La problematica delle F.G.M. è stata oggetto di numerose dichiarazioni,

patti, convenzioni internazionali, ratificati anche dall’ Italia. Per citarne

alcune:

- La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, di cui l’art 2 stabilisce che ognuno è titolare di tutti i diritti e le libertà senza distinzioni di nessun tipo; l’art 3 afferma il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona; l’art 5 vieta le torture e i trattamenti inumani e degradanti; l’art 25 stabilisce il diritto ad un livello di vita idoneo alla tutela della salute e del benessere.

- La Convenzione di New York sui diritti del fanciullo che prevede che “gli Stati membri adottino ogni misura efficace atta ad abolire le pratiche tradizionali pregiudizievoli per la salute dei minori”

- La Convenzione sull’eliminazione di ogni discriminazione contro le donne che prevede: “gli Stati devono prendere tutte le misure idonee a modificare o abolire le leggi esistenti, i regolamenti, i costumi e le pratiche che costituiscono una discriminazione contro le donne.

- La Dichiarazione finale della conferenza su popolazione e sviluppo de Il Cairo che richiede ai governi di abolire le M.G.F.

- Conclusioni dell’accordo sulla violenza nei confronti delle donne: stabilisce che i governi degli Stati membri orientino i loro ordinamenti al divieto di consuetudini dannose e di pratiche tradizionali che sono violazione dei diritti umani delle donne e dei bambini.

- Conclusioni dell’accordo sulle bambine: ha il fine di eliminare le usanze, 8 Martha Nussbaum , Diventare persone. Donne e universalità dei diritti. , Il Mulino, 2001, pp. 69, 216.

in particolare le mutilazioni genitali, dannose e discriminatorie, attraverso programmi di intervento.

- Risoluzione del Parlamento Europeo sulle F.G.M. che vengono in questa sede condannate e ritenute una violazione dei diritti fondamentali, per questo gli Stati membri sono invitati a considerare come reato ogni tipo di F.G.M.

- Risoluzione del Parlamento UE sulle F.G.M. in Egitto: essa afferma che è inaccettabile usare la religione, le consuetudini e le tradizioni per giustificare questi atti violenti contro le donne. Viene inoltre chiesto agli Stati membri di prevedere misure punitive per chi pratica clandestinamente le M.G.F. all’interno degli Stati membri.

CAPITOLO II

LA PROPOSTA DELLA SUNNA RITUALE

1.1 Come nasce la proposta della sunna rituale Fino al 2006 in Italia non si è avuta una specifica previsione legislativa in

materia di M.G.F. Gli unici riferimenti normativi sono stati costituiti dall’art 32

Cost. (diritto alla salute)9, dall’art 5 c.c. (atti di disposizione del proprio

9 Art. 32 Cost. DIRITTO ALLA SALUTE. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

corpo)10, dalle norme penali in materia di lesioni personali (artt 582-583

c.p.)11 e di abusi e maltrattamenti nei confronti di minori. Nel caso di

bambine che rischiano di essere sottoposte alle M.G.F. per volere dei

genitori, vengono in considerazione anche l’art 330 c.c. (decadenza della

potestà sui figli)12 e l’art 333 c.c. (condotta del genitore pregiudizievole ai

figli)13. In questi casi infatti il giudice minorile ha facoltà di allontanare i figli

dai genitori o adottare i provvedimenti necessari.

10 Art. 5 c.c. ATTI DI DISPOSIZIONE DEL PROPRIO CORPO. Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico e al buon costume.

11 Art. 582 c.p. LESIONE PERSONALE. Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni. Se la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni e non concorre alcuna delle circostanze aggravanti prevedute dagli articoli 583 e 585, ad eccezione di quelle indicate nel numero 1 e nell’ultima parte dell’art. 577, il delitto è punibile a querela della persona offesa. Art 583 c.p. CIRCOSTANZE AGGRAVANTI. La lesione personale è grave e si applica la reclusione da tre a sette anni:

1) Se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o un’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni;

2) Se il fatto produce l’indebolimento permanente di un senso o di un organo. La lesione personale è gravissima, e si applica la reclusione da sei a dodici anni, se dal fatto deriva:

1) Una malattia certamente o probabilmente insanabile; 2) La perdita di un senso; 3) La perdita di un arto, o una mutilazione che renda l’arto inservibile, ovvero la perdita dell’uso

di un organo o della capacità di procreare, ovvero una permanente e grave difficoltà della favella;

4) La deformazione, ovvero lo sfregio permanente del viso.

12Art. 330 c.c. DECADENZA DELLA POTESTA’ SUI FIGLI. Il giudice1 [disp. att. 38,51] può pronunziare la decadenza della potestà quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio. In tal caso, per gravi motivi, il giudice può ordinare l’allontanamento del figlio dalla residenza familiare ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore. 1 La competenza è del Tribunale per i minorenni.

13 Art. 333 c.c. CONDOTTA DEL GENITORE PREGIUDIZIEVOLE AI FIGLI. Quando la condotta di uno o di entrambi i genitori non è tale da dare luogo alla pronuncia di decadenza prevista dall’art. 330 ma appare comunque pregiudizievole al figlio, il giudice, secondo le circostanze, può adottare i provvedimenti convenienti e può anche disporre l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore. Tali provvedimenti sono revocabili in qualsiasi momento.

Tuttavia le sentenze penali pronunciate in Italia sulla questione delle

mutilazioni genitali femminili sono soltanto due, entrambe del Tribunale di

Milano: il primo caso risale al 1997 quando una donna italiana, ex moglie di

un egiziano, lo denunciò per aver sottoposto i loro figli, maschio e femmina

di cinque e dieci anni, a mutilazioni genitali durante una vacanza in Egitto.

Dopo l’infibulazione la bambina aveva avuto emorragie e infezioni, così la

madre aveva scoperto e denunciato l’ex marito. Questo processo fu il primo

in Italia su questo tema e il Tribunale di Milano qualificò il fatto come lesioni

personali gravissime (art 582-583 c.p.)14. Il secondo caso fu quello di un

esposto presentato dai genitori di religione islamica di una bimba di sei

mesi che era stata sottoposta ad infibulazione. La coppia denunciò il

responsabile del centro islamico e i due medici, un algerino e un etiope, che

avevano praticato l’infibulazione15. Vi è poi soltanto un’altra pronuncia, del

Tribunale per i minori di Torino: una bambina, figlia di nigeriani, era stata

sottoposta a M.G.F. in Nigeria, presso una clinica statale ed in conformità

alle leggi del Paese. Tornata a Torino però era stata ricoverata in ospedale

in gravi condizioni. Vi fu una denuncia per lesioni personali gravissime ma il

procedimento si concluse con archiviazione in quanto i genitori si erano

comportati secondo le leggi del loro paese. Il Tribunale dunque ritenne di

non dover allontanare la figlia dai genitori, disponendo la vigilanza dei

servizi sociali16. Ciò anche perché bisogna pensare che la scelta di

14 Tribunale di Milano, sez. IV penale, sent. 25/11/99 in Diritto, immigrazione e cittadinanza, 2, 2000.

15 Paganelli M., Ventura F., op. cit. pag. 460

16 Tribunale per i minorenni di Torino, decreto 17/7/97 in Diritto, immigrazione e cittadinanza, 2, 2000.

allontanare i bambini dalla famiglia, criminalizzando i genitori, può essere

un ulteriore trauma per i bambini stessi17. Il fatto che queste siano

comunque le uniche denunce presentate in Italia è forse da ricondurre

all’assenza (almeno fino al 2006)18 di una legge che prevedesse una

fattispecie delittuosa ad hoc, ma anche alla coesione che esiste all’interno

delle comunità di immigrati che praticano le M.G.F., nonché alla diffusa

accettazione delle pratiche, consentite dalle leggi dei paesi d’origine e

sentite come un dovere sociale.

L’iter di approvazione della nuova legge che vieta le M.G.F. fu

probabilmente accelerato e sollecitato da una vicenda che nel 2004 pose

l’attenzione sulla questione delle mutilazioni genitali: un medico di origine

somala, il Dottor Omar Abdulcadir, che lavorava a Firenze, propose la c.d.

“sunna rituale” cioè propose di effettuare all’interno delle strutture mediche

pubbliche un intervento simbolico che sostituisse le M.G.F. e che fosse più

sicuro dal punto di vista sanitario e meno doloroso e traumatico per le

bambine. Si parlava al riguardo di infibulazione dolce, che consisterebbe in

una puntura di spillo nell’area clitoridea da effettuare, previa anestesia, al

solo scopo di far fuoriuscire simbolicamente poche gocce di sangue, senza

quindi una reale mutilazione.

17 Facchi A. Politiche del diritto, mutilazioni genitali femminili e teorie femministe, alcune osservazioni in Diritto, immigrazione e cittadinanza, 4, 2004, pag. 20-21.

18 “In realtà da quando la legge è passata non c’è stato un solo processo e nemmeno una denuncia. <<Fatta la legge e un po’ di pubblicità con poster per le strade, poi c’è stato un totale silenzio>>, denuncia Marian Ismail, somala e presidente dell’Associazione Donne in Rete di Milano” Cfr Donne mutilate, Guerra all’orrore in Il Corriere della Sera del 23 dicembre 2008 di Cecilia Zecchinelli, reperibile in: www.emmabonino.it

Il dottor Abdulcadir, insieme alla dottoressa Lucrezia Catania, ginecologi del

Centro di riferimento regionale per la prevenzione e cura delle complicanze

delle mutilazioni genitali femminili, avanzarono la proposta di sunna dinanzi

al comitato etico locale della U.S.L. di Firenze prospettando

dettagliatamente la situazione esistente e gli obiettivi della sunna:

il punto di partenza era riconoscere che, per quanto il mondo occidentale

condanni questo tipo di pratiche, per le popolazioni ancora legate alle

M.G.F. si tratta di riti fondamentali che fanno parte della loro vita,

nonostante i rischi che comportano. È importante dunque promuovere una

maggiore informazione, affinchè queste persone siano consapevoli che le

mutilazioni comportano gravi rischi per la salute e conseguenze legali nei

paesi occidentali .

Il lavoro del dottore somalo e della dottoressa Catania è stato anche quello

di raccogliere le esperienze di bambine e donne somale, scoprendo che

nella maggior parte dei casi quell’intervento che doveva farle sentire

orgogliose e donne a tutti gli effetti, in realtà una volta che queste si

integravano nel nostro paese, nelle nostre scuole, le faceva sentire diverse

e vittime di violenza. Ci sono però anche casi di ragazzine somale che,

nonostante le madri emigrate in Italia si fossero opposte, con l’aiuto delle

nonne si sono volontariamente sottoposte ad infibulazione perché ancora

convinte della necessità di essere infibulate per poter degnamente far parte

della società e diventare mogli. Molte altre bambine somale invece,

essendosi integrate in Italia e nelle scuole italiane, si confidano e si

confrontano con le bambine italiane ed inevitabilmente nascono gravi

conflitti dentro di loro e all’interno delle famiglie. Un caso emblematico è

stato quello di una quindicenne somala affidata ad una famiglia italiana, che

soffriva di fortissimi dolori mestruali ma ignorava di essere stata infibulata

da piccola. Dopo la visita al centro del Dottor Abdulcadir è emerso che la

ragazza aveva subito la forma più grave di M.G.F. ed a questa scoperta lei

aveva pianto molto pensando al ragazzo che le piaceva, alla vergogna che

provava per il fatto di essere “diversa” dalle sue amiche della scuola, e

chiedendo se potesse essere “riaperta”. Per tutte queste giovani di origine

africana che crescono e diventano donne in Italia il fatto di essere state

infibulate costituisce, quantomeno a livello psicologico, un ostacolo alla loro

piena integrazione in Italia e fa sentire loro il peso della diversità. Inoltre,

che siano già mutilate o che debbano decidere se sottoporsi o meno a tale

pratica, si trovano comunque in bilico tra due mondi contrapposti, con valori

e principi contrastanti, e quindi si trovano di fronte ad una scelta che

comporta in ogni caso un sacrificio ed un disagio: se infatti una donna

somala residente in Italia è infibulata o decide di farsi infibulare per

rispettare le sue tradizioni, sarà pienamente accettata dalla sua comunità

ma avrà maggiori difficoltà ad integrarsi nelle scuole o sul lavoro in Italia,

dovendo portare per sempre con sé un “marchio” che la distingue dalle

donne italiane.

Al contrario se questa donna volendosi integrare in Italia e volendo vivere

“all’ occidentale” rifiuta di sottoporsi a M.G.F. sarà ripudiata dalla sua

famiglia, dalla sua comunità e dovrà convivere con questa etichetta

negativa. Allo stesso tempo una donna immigrata che proviene da un paese

a tradizione escissoria è combattuta tra il rispetto che deve alle sue usanze

ed il rispetto per le leggi del paese che la ospita. È probabile che essa

decida di portare la figlia nel paese d’origine per farla infibulare o lo faccia

fare clandestinamente in Italia, piuttosto che farla emarginare e farle

perdere la dignità di donna agli occhi della intera comunità. È per questo

che molte ragazzine si sono rivolte al centro di riferimento regionale del

dottor Abdulcadir, chiedendo aiuto e ribellandosi alle loro famiglie. Il dottore

ha proposto la sunna nella convinzione che, vista la necessità per queste

popolazioni di avere a tutti i costi il rito di passaggio, se non si fornisce

un’alternativa puramente simbolica e meno dolorosa, le bambine

continueranno a subire le mutilazioni clandestinamente o nei paesi in cui

sono consentite dalla legge19.

Il dottor Abdulcadir e Lucrezia Catania hanno fornito anche una descrizione

tecnica della procedura di esecuzione della sunna, specificando che deve

essere diretta a bambine di circa dieci anni di età in modo tale che possano

esprimere il loro consenso; se l’età è inferiore il consenso deve essere

prestato da entrambi i genitori. La pratica deve svolgersi in strutture

sanitarie pubbliche, con la mediazione e la sorveglianza del centro di

riferimento, in modo che non siano svolti interventi di vera mutilazione e

quindi che sia chiaro lo scopo di combattere le M.G.F. Per l’intervento è

prevista un’anestesia locale con una pomata per cute e mucose. In seguito

alla puntura con ago sterile o con la lancetta che si usa per la glicemia,

devono fuoriuscire alcune gocce di sangue perché in questo consisterebbe

la simbolizzazione della pratica20.

19 Allegato 1 del verbale n° 12/03 della seduta del C.E.L. del 5 dicembre 2003.

20 Allegato 2 del verbale n° 12/03 della seduta del C.E.L. del 5 dicembre 2003.

1.2 I pareri della U.S.L. di Firenze e della Regione Toscana. Il Comitato etico della azienda U.S.L. n° 10 di Firenze, dopo aver esaminato

la proposta del dottor Abdulcadir, nella seduta del 5 dicembre 2003 ha

espresso all’unanimità dei suoi membri parere favorevole alla sunna rituale,

ritenendola condivisibile sul piano etico e morale e dichiarando opportuno

attuare quanto prima questo servizio nelle strutture sanitarie pubbliche. Il

C.E.L. ha precisato anche che la sunna è molto meno invasiva rispetto alla

circoncisione maschile che già viene praticata in ospedale per fini non

terapeutici. Inoltre ha sottolineato la necessità di fornire una corretta

informazione alle comunità che praticano le M.G.F. circa le conseguenze

sulla salute e gli aspetti legali21.

Al contrario invece il parere della Commissione Regionale di bioetica,

espresso nella seduta del 9 marzo 2004, è stato negativo. In linea teorica la

Commissione Regionale di bioetica, partendo dalla condanna di ogni forma

di mutilazione e manipolazione sul corpo delle donne, ritiene meritevole di

considerazione la proposta di sunna nella misura in cui si prefigge lo scopo

della lotta alle M.G.F.. Tuttavia la commissione avverte la necessità di

affrontare la questione dal punto di vista della liceità deontologica, etica e

giuridica della partecipazione dei medici alla pratica della sunna. In effetti

l’intervento del medico in tale pratica risulterebbe in contrasto con i principi

fondamentali della bioetica (perché si svolge in assenza di una indicazione

clinico - terapeutica), ma bisogna ricordare che l’art 5 del Codice di

Deontologia Medica prevede che “i trattamenti che incidono sull’integrità

psico-fisica possono essere attuati, previo accertamento delle necessità

terapeutiche, al solo fine di procurare un concreto beneficio clinico o

alleviare le sofferenze”. Sul piano deontologico dunque la partecipazione

del medico alla sunna non è condannabile, fermo restando che questi può

liberamente scegliere, secondo coscienza, di rifiutare l’esecuzione della

sunna. Riguardo al problema della liceità dell’atto, si ritiene che la sunna è

21 Estratto del verbale n°12/03 della seduta del C.E.L. del 5 dicembre 2003.

da considerarsi atto lecito in quanto muove nella direzione della

prevenzione dei danni dell’infibulazione. Il medico che la effettua quindi non

commette reato. Pertanto la Commissione Regionale di bioetica ritiene che

la proposta di sunna sia condivisibile e consente che questa possa essere

effettuata in ambito sanitario soltanto nei casi in cui i genitori richiedono di

poterla praticare ai figli minori in sostituzione dell’infibulazione, nel rispetto

della legislazione italiana. Tuttavia essendo legata a caratteri rituali ed

essendo una soluzione transitoria volta alla completa eliminazione delle

M.G.F., la sunna non può far parte delle prestazioni che devono essere

erogate obbligatoriamente dal servizio pubblico. A causa dell’assenza di

motivazioni terapeutiche dunque la Commissione ha espresso parere

contrario all’effettuazione della sunna rituale nell’ambito e a carico delle

strutture sanitarie pubbliche22.

1.3 Le opinioni dei giuristi Nonostante il parere negativo della Regione Toscana si è realizzato

comunque un confronto sul tema tra le donne africane residenti in Italia, i

medici e gli operati sociali, allo scopo di promuovere iniziative per reprimere

le M.G.F. Ovviamente è stato molto difficile trovare una soluzione univoca

ed approvare o bocciare la proposta del Dottor Abdulcadir in maniera netta.

Le opinioni sono discordanti e molte sono sia le motivazioni che possono

22 Parere della Commissione Regionale di bioetica espresso nella seduta del 9 marzo 2004.

far propendere per la scelta della sunna rituale, sia le motivazioni per cui si

ritiene invece di doverla respingere.

1.3.1. I pareri favorevoli alla proposta.

Emilio Santoro è il giurista che oltre ad aver appoggiato la proposta della

sunna l’ha trasmessa al comitato etico della U.S.L. di Firenze di cui fa parte,

sollecitando la sua approvazione. Egli sostiene che sia giusto impegnarsi

sul piano politico e culturale per eliminare totalmente le M.G.F., ma poiché

questa è una strada troppo lunga da percorrere è altrettanto necessario

accettare la sunna per poter fare qualcosa di concreto nell’immediato,

salvando tante bambine che rischiano di essere mutilate. Come molti altri

Santoro persegue l’obiettivo della riduzione del danno23, ma aggiunge

anche un’altra motivazione che riguarda le regole di convivenza di una

società multiculturale: egli sostiene che la sunna garantisce il rispetto dei

diritti fondamentali della persona e sostiene che la puntura di spillo non è

più invasiva di un pearcing o dei fori alle orecchie che di solito si fanno alle

neonate. A coloro che rifiutano la sunna, in quanto implica la prosecuzione

della sottomissione femminile, Santoro risponde che poiché la puntura di

spillo non è un’escissione del clitoride e non è una chiusura dell’apparato

genitale, la sunna non è più collegata a messaggi negativi e patriarcali ma

mantiene soltanto il significato di rito propiziatorio della fertilità e rito di

23 La riduzione del danno è una strategia di intervento nata per arginare il propagarsi di malattie infettive tra i consumatori di sostanze illecite per via endovenosa, ed in seguito, data la sua efficacia, allargatasi anche ad ambiti diversi da quello delle sostanze stupefacenti (tra cui la lotta alle M.G.F.). Le finalità generali delle politiche di riduzione del danno sono relative alla tutela della salute globalmente intesa (organica, psichica e relazionale) da perseguire mediante la definizione di specifici obiettivi attraverso la modifica di comportamenti e stili di vita rischiosi.

passaggio all’età adulta. Santoro analizza la questione dal punto di vista

giuridico ricorrendo al concetto di malattia in quanto il reato di lesione

personale si configura solo quando ne derivi una malattia o una

menomazione. La Giurisprudenza al riguardo è divisa tra due orientamenti:

il primo si discosta dal concetto clinico di malattia, mentre il secondo fa

riferimento proprio a tale concetto e muove nella stessa direzione della

Corte di Cassazione che nella sentenza n° 207339 del 1996 afferma che

“non costituiscono malattia e non possono integrare quindi il reato di lesioni

personali le alterazioni anatomiche a cui non si accompagni una riduzione

apprezzabile della funzionalità”. In base a questo orientamento la sunna

non configura il reato di lesioni in quanto non ne deriva una malattia ma

solo una sensazione di dolore (che in realtà viene meno grazie

all’anestesia). Quando un atto procura dolore senza generare una malattia

è inquadrabile nel reato di percosse perciò è lecito valutare se la sunna

rientri in tale fattispecie. Tuttavia trattandosi di lesioni lievissime sarebbero

punibili soltanto a querela della persona offesa o, se minore, dei genitori,

ma nel caso della sunna che viene effettuata su richiesta dell’interessato,

non è ipotizzabile neanche la querela.

Si potrebbe eventualmente ritenere applicabile l’art 50 c.p. (consenso

dell’avente diritto)24 in quanto la sunna non è comunque un intervento

necessario dal punto di vista terapeutico perciò i genitori non dovrebbero

avere il diritto di richiederla per i figli, essendo la salute un diritto

indisponibile. Per quanto riguarda invece la posizione giuridica del medico

24 Art. 50 c.p., CONSENSO DELL’AVENTE DIRITTO. Non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto con il consenso della persona che può validamente disporne.

che effettua la sunna è rilevante l’art. 54 c.p. relativo allo stato di

necessità25: il medico infatti interviene per evitare che le bambine possano

essere sottoposte a mutilazioni ben più gravi, dunque il suo intervento

rientra nell’adempimento di un dovere che è quello di tutelare la salute della

paziente, nella considerazione che per salute è da intendersi non solo

quella fisica ma anche quella psicologica26.

Per queste ragioni rifiutare la sunna risulterebbe lesivo del diritto alla

salute, mentre autorizzarla costituirebbe un atto di civiltà dovuto. Tuttavia,

ammette Santoro, se le comunità interessate non accettassero di rinunciare

alle loro tradizioni patriarcali e quindi a tutti i significati delle M.G.F. e

continuassero a mutilare le bambine già sottoposte a sunna, vorrebbe dire

che l’esperimento è fallito e bisognerebbe chiuderlo.

Tra i pareri favorevoli alla proposta della sunna è ricorrente il richiamo al

principio della riduzione del danno, che per alcuni è una ragione sufficiente

per attuare la sperimentazione della puntura di spillo nelle cliniche per poter

salvare anche una sola bambina dalle atroci sofferenze delle mutilazioni.

Secondo il parere di Dimitri D’Andrea infatti il problema essenziale da porsi

è cosa fare nell’immediato e in concreto per ridurre le sofferenze delle

25 Art 54 c.p., STATO DI NECESSITA’. Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo. La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall’altrui minaccia; ma in tal caso del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l’ha costretto a commetterlo.

26 Allegato 3 al verbale n° 12/03 della seduta del C.E.L. del 5 dicembre 2003. Prof. E. Santoro, giurista, membro del C.E.L. della U.S.L. n° 10 di Firenze.

bambine e come giustificare loro la scelta di rinunciare alla proposta della

sunna. In virtù della riduzione del danno dunque la sunna sarebbe la strada

da seguire purché sussistano due condizioni: la prima, condizione di

efficacia, è che le comunità africane accettino e riconoscano il valore

sostitutivo della ritualizzazione della sunna; la seconda, condizione di

accettabilità, è che la sunna non sia assolutamente lesiva dell’integrità

fisica. Quindi pur nella consapevolezza che la sunna non elimina il

contenuto simbolico della pratica, sicuramente dannoso e negativo,

bisognerebbe forse considerare che la sunna rituale è preferibile in quanto

male minore rispetto alle M.G.F. vere e proprie27.

Come sostiene anche Lucia Re infatti se la questione si pone su un piano

morale, è difficile dire di no alla possibilità di ridurre il danno, dunque

oggetto della discussione non dovrebbe essere la pratica proposta, ma

l’accettazione o meno del principio della riduzione del danno. Inoltre la

sperimentazione della sunna potrebbe essere un modo per instaurare un

dialogo efficace con le donne immigrate affinché esse possano raggiungere

la liberazione non solo dai danni fisici della mutilazione ma anche dal

significato del rituale simbolico. D’altronde quelle comunità somale che si

sono dette favorevoli a sostituire la sunna rituale alle mutilazioni, lo hanno

fatto perché sono già consapevoli del rischio che l’infibulazione comporta e

delle difficoltà che crea alle donne che vivono in Occidente28.

27 Dimitri D’Andrea, Riduzione del danno o riconoscimento del pluralismo culturale?, in www.juragentium.unifi.it

28 Lucia Re, I dibattiti sulla sunna rituale, in www.juragentimu.unifi.it

Danilo Zolo a sua volta, pur non essendo pienamente convinto di voler

appoggiare la proposta della sunna, esprime delle perplessità riguardo alle

valutazioni in base alle quali il Consiglio della Regione Toscana ha rigettato

la proposta, ritenendo che queste possano essere invece motivazioni valide

per propendere verso la scelta della sunna: Zolo sostiene infatti che non è

sufficiente richiamare il principio di inviolabilità del corpo umano come diritto

fondamentale universale in quanto anche nelle nostre culture occidentali

sono diffuse pratiche come i tatuaggi, i pearcing, gli interventi di chirurgia

estetica. Bisognerebbe allora fare riferimento alla violazione della libertà e

dell’integrità personale del minore. Tuttavia, osserva Zolo, negli ospedali

toscani (e italiani in genere) è praticata la circoncisione maschile che, al

pari di quella femminile, può avere conseguenze gravi sulla salute

psicofisica. Dunque non si spiegano le posizioni diverse assunte dallo

stesso consiglio regionale riguardo le mutilazioni genitali maschili e

femminili, dal momento che in Parlamento sono stati avvisati i medici che

avessero accolto la proposta della sunna di essere soggetti alle sanzioni

previste per il reato di lesioni personali29.

A sostegno della proposta della sunna Carla Pasquinelli ricorda come nella

Somalia del Nord essa abbia sostituito con successo l’infibulazione,

considerata ormai un rituale tribale e vietata anche dal clero islamico in

quanto non è prevista in alcun modo dal Corano. La stessa Pasquinelli

afferma che bisogna fare attenzione a non confondere la sunna con la

medicalizzazione perché, essendo due cose distinte, la loro identificazione

29 Danilo Zolo, Infibulazione e circoncisione in www.juragentimu.unifi.it

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