TESI "DISABILITA' E INTEGRAZIONE SOCIALE", Tesi di laurea di Pedagogia. Libera Accademia Belle Arti (LABA)
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TESI "DISABILITA' E INTEGRAZIONE SOCIALE", Tesi di laurea di Pedagogia. Libera Accademia Belle Arti (LABA)

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Questa tesi tratta il problema della disabilità e dell'integrazione sociale. Nello specifico: introduzione, disabilità,Distinzione tra menomazione, disabilità e handicap, Possibili cause della disabilità,Classificazione...
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INDICE:

“LA DISABILITA’ E L’INTEGRAZIONE”

INTRODUZIONE…………………………………………………………

1. LA DISABILITA’………………………………………………………

1.1. Uno sguardo al passato.

1.2. La disabilità oggi.

1.3. Distinzione tra menomazione, disabilità e handicap.

1.4. Possibili cause della disabilità.

1.5. Classificazione delle disabilità.

2. TIPOLOGIE DI INTERVENTO INDIVIDUALIZZATO…………..

1.6. Definizione di bisogni educativi speciali.

1.7. Realizzazione del piano educativo individualizzato.

1.8. Il ruolo della famiglia e dell’insegnante di sostegno nel contesto sociale e

scolastico.

3. IL PROCESSO DI INTEGRAZIONE…………………………………

1.9. Distinzione tra prevenzione, riabilitazione, assistenza.

1.10. Integrazione sociale.

1.11. Integrazione scolastica.

CONCLUSIONI…………………………………………………………… INTRODUZIONE:

1

Tra le varie discipline che nel corso degli anni si sono sempre più affermate,

diventando oggetto di analisi ,di studio e di istruzione nella società, la

Pedagogia Speciale, è quella cha maggiormente cattura la mia attenzione.

Principalmente essa basa la sua conoscenza su un aspetto della realtà che da sempre

determina un “problema” di rilevante importanza: la disabilità. Nel corso degli anni,

il concetto di disabilità e i relativi approcci, hanno subito un enorme processo di

trasformazione, sia in ambito personale e sociale, sia in ambito medico e legislativo.

Ciò avvenne perché la conoscenza in merito, si andò sempre più ad approfondire,

trasformando notevolmente il modo stesso di vivere e affrontare la “diversità”.

Questa nuova prospettiva diede un taglio netto alle modalità di approccio passate,

caratterizzate dalla discriminazione totale, da una profonda emarginazione, da

un’assoluta indifferenza, da un generale senso di vergogna, e nei casi più gravi anche

dall’eliminazione fisica degli stessi soggetti disabili. Oggi, la considerazione che si ha

rispetto a questo concetto, è basata su un grande processo di sensibilizzazione collettiva,

che è stata fondamentale per capire che questo è un aspetto della realtà che non deve

essere atterrato, bensì deve essere affrontato, esaltato, e rivendicato con orgoglio.

Come diceva Neil Marcus, attore Americano, “La disabilità non è una coraggiosa lotta o il coraggio di affrontare le avversità'. La disabilità è un'arte. È un modo ingegnoso di

vivere.” In tutto ciò, la famiglia, la scuola, e la società stessa, giocano un ruolo di

fondamentale importanza nella vita di ogni soggetto diversamente abile, poiché esse

sono le realtà, e in contesti principali nei quali l’individuo sviluppa la propria

personalità e le proprie potenzialità, in qualsiasi campo della nostra esistenza.

La famiglia ha il compito di incoraggiare il proprio caro, stimolarlo nell’interazione con

l’altro e soprattutto nell’integrazione nei vari contesti della vita quotidiana.

Essa deve essere un sostegno e un esempio, nel far capire che indipendentemente dalle

difficoltà la vita vale la pena di essere vissuta, e ognuno di noi può e deve, in qualsiasi

circostanza, cercare la propria fonte di benessere per sentirsi realizzato e trovare il

proprio status sociale. La società di conseguenza, ha il compito fondamentale di porsi

in atteggiamenti aperti, comprensivi, e integranti soprattutto, in modo tale che il

soggetto diversamente abile si senta parte di un insieme al quale può donare il proprio

contributo concreto e affettivo. L’uomo è da sempre considerato un animale sociale, e in

quanto tale sente la necessità irreversibile di comunicare e interagire con l’altro.

È fondamentale un buon processo di inclusione, che tenda a valorizzare la diversità e

2

non a sminuirla, esaltando i punti di forza sia a livello cognitivo, che a livello sociale.

La scuola infine, ad oggi, ha fatto un passo importante, eliminando le scuole speciali e

le classi differenziali per soggetti diversamente abili. Essa deve essere una scuola

integrativa, volta alla comprensione e all’attenzione non solo di tutti gli alunni

considerati “normali” ma anche e soprattutto degli alunni che vivono particolari

situazioni di difficoltà e che ad oggi vengono identificati come soggetti che hanno

“Bisogni Educativi Speciali”. Questi bisogni devono trovare risposta in una scuola che

oltre ad integrare indistintamente tutti, si occupi dello sviluppo cognitivo e personale

dei soggetti diversamente abili, rendendo significativa la loro presenza, e aiutandoli a

sviluppare un proprio progetto di vita presente e futuro, in rapporto alle possibilità

soggettive della persona stessa.

3

CAPITOLO I°

LA DISABILITA’

1.1. UNO SGUARDO AL PASSATO

Oggigiorno, tra le decine di problematiche che affliggono la nostra società, la disabilità

è uno degli argomenti maggiormente affrontati ed esaminati sotto molteplici prospettive. A tal proposito, negli ultimi decenni, la nostra cultura ha subito profonde

trasformazioni che hanno contribuito a produrre una notevole maturazione critica

rispetto al passato. George Simenon in una delle sue pubblicazioni affermò:

“Abbiamo costruito un uomo-tipo, che varia a seconda delle epoche, e ci aggrappiamo

a lui tanto da considerare un mostro o un malato chi non gli

rassomigli”.1 1Fino a qualche ventennio fa, i disabili erano valutati in

maniera totalmente opposta ad oggi. Essi venivano associati al concetto di inutilità poiché si era convinti del fatto che non potevano dare nessun tipo di contributo alla

società stessa. I disabili erano assolutamente esclusi dal mondo del lavoro e dalle

iniziative pubbliche e sociali poiché erano considerati una vergogna da tenere ben

nascosti in casa. Proprio per questo, venivano privati di ogni cura necessaria, e nei casi

più gravi venivano addirittura uccisi. La lista delle violenze psicologiche che hanno

dovuto subire lungo il corso della storia è inimmaginabile. Col tempo però, la società

ha iniziato in parte ad acquisire una maggiore consapevolezza, pur mantenendo un

atteggiamento discriminatorio. Infatti essi venivano comunque considerati dei

“malati” e come tali, dovevano essere affiancati da equipe mediche per essere curati, ma

allo stesso tempo venivano sottoposti ad una disumana deprivazione dei caratteri

personali e dei diritti dell’uomo. Il disabile, nell’immaginario

collettivo, andava cosi a perdere ogni parvenza di persona, per diventare

sostanzialmente l’espressione macroscopica di un “difetto”, che a sua volta veniva

4

1() R. Zonta, Psicologia generale, dello sviluppo e applicata, Edilpsicologiche, Cremona, 1998, pag.13

interiorizzato e vissuto come una “colpa” da tutti quei soggetti in difficoltà, per l’

impossibilità di realizzarsi come persona e di dare un senso alla propria

vita. I disabili hanno dovuto così affrontare un lungo calvario caratterizzato da

emarginazione e pregiudizi, vergogna e paura, disuguaglianza e discriminazione.

1.2. LA DISABILITA’ OGGI

Come accennato in precedenza, oggi fortunatamente la situazione è profondamente

cambiata poiché la società ha subito un notevole processo di sensibilizzazione collettiva

migliorando i propri atteggiamenti. Grazie ad essa infatti, la disabilità viene considerata

in maniera molto più adeguata sia sul piano sociale e personale, sia sul piano politico e

legislativo. In sostanza è profondamente cambiato il concetto di disabilità, e di

conseguenza anche il modo di percepire le persone in condizioni di difficoltà. Siamo

tutti più consapevoli del fatto che ogni essere umano, indipendentemente da eventuali

svantaggi fisici o psicologici, rimane un individuo, e come tale è al pari di ogni diritto

riconosciuto dalla costituzione. Ciò significa che , allo stesso modo di tutti gli individui

considerati “normali”, ai disabili deve essere riconosciuto il diritto di autonomia e

indipendenza, ed ancora il diritto di assistenza e di cure adeguate, di istruzione e di

integrazione sociale. I disabili sono esseri umani che hanno un’identità e una dignità, e

in quanto tali hanno il diritto di ricevere assoluto rispetto eliminando ogni

atteggiamento discriminatorio. Un altro aspetto che ha subito profonde trasformazioni

nel corso negli anni, è la terminologia comunemente utilizzata relativa alle

problematiche della disabilità. Questo cambiamento è avvenuto poiché facili erano gli equivoci e gli usi impropri. In passato infatti, i termini come “idiota”, “imbecille”, o

“deficiente” erano ritenuti termini scientifici utilizzati da medici e psicologi per

identificare i vari livelli di ritardo mentale. Allo stesso modo, il termine “mongoloide”

veniva utilizzato per identificare gli individui affetti dalla sindrome di Down,

mentre il termine “handicappato” era associato alle persone disabili. Dal punto di vista

storico, quest’ultima parola ha origini inglesi. Nello specifico essa si traduce da “hand-in-cap”, in "mano nel berretto". Questa espressione veniva utilizzata per

identificare un vecchio gioco d'azzardo diffuso nel Seicento. Il gioco si basava sullo

scambio tra due giocatori, di due oggetti di diverso valore. Il giocatore che offriva

5

l'oggetto che valeva meno, doveva aggiungere a questo’ ultimo, la somma di denaro

necessaria per arrivare al valore dell'altro oggetto, così che lo scambio potesse avvenire

alla pari. Successivamente questo termine iniziò ad essere utilizzato nel linguaggio

sportivo internazionale, indicando lo svantaggio che viene attribuito in una gara al

concorrente che ha maggiori possibilità di successo, per dare a tutti quelli che

gareggiano la stessa probabilità di vincere, senza dare per scontato il risultato della gara.

Col passare degli anni, l’utilizzo di questi termini hanno assunto una valenza negativa.

Si iniziò ad utilizzarli in maniera totalmente impropria, associando connotazioni

offensive e discriminatorie. Proprio per questo motivo, negli anni ottanta del ‘900, la

Commissione della Comunità Europea presentò una nuova strategia sociale volta al

miglioramento e alla ricerca di una terminologia più adeguata.

La parola "handicappato" è stata quindi sostituita dal termine “diversamente abile" per

indicare un soggetto che ha appunto delle abilità diverse dovute alla mancanza di una

determinata capacità fisica o mentale. Senza escludere assolutamente il fatto che le

persone con disabilità possono dare un notevole contributo positivo alla nostra società,

realizzando la propria vita nonostante le difficoltà.

1.3. DISTINZIONE TRA MENOMAZIONE, DISABILITA’ E HANDICAP

Come ben sappiamo, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), è uno più

importanti istituti specializzati delle Nazioni Unite (ONU). Esso opera dal 1948

e il suo compito è quello di promuovere in ogni stato il raggiungimento del più alto

livello sanitario possibile, con l’obiettivo di assicurare ad ogni uomo il diritto alla salute. Durante il corso degli anni, l’OMS ha elaborato differenti strumenti di

classificazione delle malattie, al fine di migliorare la qualità della diagnosi stessa. La prima classificazione fu elaborata nel 1970 e prende il nome di ICD (International

Classification of Diseases). Questo strumento classificatorio poneva la sua attenzione

quasi esclusivamente sulle cause delle varie patologie, descrivendo le caratteristiche di

ognuna di esse. Col tempo, l’ICD si rilevò uno strumento parecchio limitante, poiché

non si basava su un’analisi completa e globale della malattia stessa, bensì focalizzava la

propria attenzione principalmente sull’aspetto eziologico delle varie patologie.

6

Fu proprio per questo motivo che nel 1980 l’OMS elaborò un nuovo manuale

di classificazione in grado di ampliare la propria descrizione analitica e curare non solo

l’aspetto delle cause, ma anche quello delle conseguenze di ogni malattia.

La nuova classificazione prese il nome di ICIDH (International Classification of

Impairments, Disabilities and Handicaps). Esso, per chiarire i rapporti tra la malattia e

le sue conseguenze, proponeva una nuova importante distinzione tra i concetti di

menomazione, disabilità, e handicap:

• La menomazione è “qualsiasi perdita o anomalia a carico di una struttura o di

funzioni psicologiche, fisiologiche o anatomiche”2;

• Per disabilità si intende “la restrizione o carenza (conseguente ad una

menomazione) della capacità di svolgere un’attività nel modo o nei limiti

ritenuti normali per un essere umano”3. La disabilità, che può essere transitoria

o permanente, si traduce in difficoltà nel realizzare i compiti normalmente

attendibili da parte del soggetto considerato;

• L’handicapè “una situazione di svantaggio sociale, conseguente a

menomazione e/o disabilità, che limita o impedisce l'adempimento di un ruolo

normale per un dato individuo in funzione di età, sesso e fattori culturali e sociali”. 4

Appare evidente che le espressioni di menomazione, disabilità e handicap, pur essendo

tra di loro in relazione, indicano condizioni diverse e non possono essere usate in modo

genericamente interscambiabile.

1.4. POSSIBILI CAUSE DELLA DISABILITA’

I principali fattori di rischio che possono concorrere a determinare una situazione di

disabilità, sono distinguibili in due macro-categorie: i fattori personali e

i fattori socio-ambientali. I fattori personali a loro volta possono insorgere sia

conseguentemente a fattori ereditari e anomalie genetiche, sia a problematiche relative

a precisi periodi che possono essere considerati i più delicati della nostra esistenza.

Quest’ultimi si identificano nel periodo prenatale, perinatale, e post natale.

7

2 S. Soresi , Psicologia dell'handicap e della riabilitazione, Il Mulino, 1998, pag. 29 3 Ibidem 4 Ibidem

• Il periodo prenatale è rappresentato dalle fase della gravidanza, nella quale le

possibili problematiche possono insorgere a causa di danni del metabolismo o

infezioni materne come la rosolia o la toxoplasmosi, intossicazioni da farmaci,

radiazioni, incompatibilità sanguigna, ed ancora possono essere causate

da agenti patogeni, contratti prima della nascita, che agiscono direttamente nel

feto come virus, batteri, parassiti;

• Il periodo perinatale è rappresentato dalla fase della nascita nella quale può

presentarsi un parto anormale, casi di asfissia (insufficienza respiratoria), casi di

anossia (ovvero la mancanza d’ossigeno nel cervello dovuta o alla compressione

del cordone ombelicale), situazioni di stress fetale come prematurità e ittero

alto, ed ancora possono sorgere anche in casi di gravidanza multipla;

• Il periodo post natale è rappresentato dalle fase successiva alla nascita nella

quale possono presentarsi malattie o infezioni gravi del bimbo, come ad esempio

meningiti o encefaliti virali, metabolismo alterato come ipoglicemia, ittero

grave, assenza o carenza di cure materne e lesioni cerebrali traumatiche interne.

Per quanto riguarda i fattori socio-ambientali, essi possono riferirsi sia a situazioni che

possono insorgere conseguentemente a particolari traumi come maltrattamenti, incuria, discuria, ipercuria, e qualsiasi incidente fisico o psicologico, sia al semplice avanzare

dell’età che col tempo può determinare l’insorgenza di particolari malattie, o di

limitazioni fisiche e psicologiche stesse.

1.5. CLASSIFICAZIONE DELLE DISABILITA’

Ad oggi, grazie agli innumerevoli studi che sono stati svolti in merito, possiamo

distinguere diverse tipologie di disabilità che provocano situazioni di handicap. Esse si

dividono in: handicap motorio, handicap sensoriali, che a loro volta si distinguono in

deficit uditivo e deficit visivo, handicap intellettivo (ritardo mentale e Disturbi

Specifici dell’ Apprendimento), handicap psichico (nevrosi, psicosi) ed ancora la

Sindrome di Down.

• Per quanto riguarda il deficit visivo, l’insorgenza delle anomalie variano in base

alla gravità della situazione, che può provocare sia lievi difetti visivi, sia la

privazione totale della vista. In questo caso si parla di vera e propria cecità.

8

Per una visione nitida, i raggi luminosi devono essere messi a fuoco sulla retina,

in un unico punto. Quando ciò non accade, si hanno i vari difetti visivi.

I più comuni sono: l’ipermetropia, nella quale i raggi luminosi convergono in un

unico punto dietro la retina e compromette la visione da vicino;

la miopia, nella quale i raggi luminosi convergono davanti la retina e non si

riesce a vedere bene in lontananza; l’astigmatismo che è un difetto

frequentemente associato alla miopia o all’ipermetropia e deriva di solito da

un’imperfetta sfericità della cornea che deforma la visuale delle immagini;

molto comune è ancora lo strabismo, che si tratta di un imperfetto parallelismo

degli assi oculari con la conseguente deviazione della visione ottica,

ed infine il daltonismo consiste in un difetto ereditario che compromette la

nitida percezione dei colori, in genere il verde e il rosso.

• Il deficit uditivo, si differenzia sempre in base alla gravità della situazione,

che può anche in questo caso provocare o lievi difetti uditivi, o la privazione

totale dell’udito che causa la sordità. I disturbi uditivi più comuni possono

identificarsi in: iperacusia, che causa un aumento della sensibilità uditiva;

l’ipoacusia, che si identifica in una ridotta acuità uditiva; paracusia designante un abnorme percezione uditiva; e la presbiacusia che è una riduzione bilaterale

dell’udito, tipica delle persone anziane.

• Nel momento in cui si parla di handicap intellettivo, si indentifica una situazione

di ritardo mentale. Essa è considerata una condizione clinica complessa,

caratterizzata dalla presenza di un deficit cognitivo. Lo strumento utilizzato per

misurare il livello di compromissione intellettiva è il calcolo del Quoziente

Intellettivo (QI). Proprio in questi termini vengono definiti “insufficienti mentali

gravissimi” i soggetti che forniscono prestazioni inferiori a 25;

“insufficienti mentali gravi” coloro che hanno un quoziente intellettivo che varia

da 25 a 40; “insufficienti mentali medi” coloro che hanno una quoziente

intellettivo che va da 40 a 55; “insufficienti mentali lievi” coloro che forniscono

prestazioni che variano tra 55 a 70/80.

Un’ulteriore categoria diagnostica molto diffusa appartenente al deficit

intellettivo è quella dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). Di questi

ultimi i più comuni sono: la dislessia, che consiste nella specifica difficoltà della

lettura e della comprensione di segni associati alla parola; la disortografia, che

9

consiste nella difficoltà di riuscire a scrivere in maniera ortograficamente

corretta; la disgrafia, che consiste in un disturbo specifico della scrittura nella

riproduzione di segni alfabetici e numerici; ed infine la discalculia, che consiste

nella difficoltà di calcolo.

• I soggetti colpiti da handicap motorio presentano deficit che riguardano gli arti

e l’equilibrio posturale, conseguenti a particolari paralisi celebrali o incidenti e

traumi fisici. Quando sono colpiti gli arti inferiori si parla di paraplegia,

se invece è colpita una sola metà del corpo si parla di emiplegia, quando sono

interessati tutti e quattro gli arti si parla tetraplegia; un’altra tipologia di

handicap motorio è l’atetosi, che provoca un insieme di movimenti involontari

soprattutto a carico degli arti superiori; infine abbiamo l’ipotonia che

indebolisce il normale tono muscolare.

• L’handicap psichico è un tipo di disagio che interessa la personalità del soggetto

in relazione soprattutto alla sua sfera affettivo-sociale. Esso si distingue in

nevrosi e psicosi che sono due tipologie di sofferenze psichiche molto differenti.

Il termine psicosi sta ad indicare un disturbo che comporta una severa

alterazione dell'equilibrio psichico dell'individuo stesso. Il soggetto in questo caso non è cosciente del suo stato di disequilibrio e perde totalmente il contatto

oggettivo con la realtà. Della realtà, infatti, il soggetto colpito perde il

significato, con la conseguenza di un comportamento che diventa assolutamente

fuori norma, senza comunque che egli ne abbia consapevolezza. La più grave

forma di psicosi è la schizofrenia che spesso insorge purtroppo in giovane età,

a volte addirittura nell’adolescenza. In questo caso avviene un progressivo

distacco dal mondo, accompagnato da pensieri fantastici e anormali.

Lo schizofrenico si trova a vivere in un mondo di sogni e di fantasmi e nei suoi

comportamenti mostra distacco, indifferenza, e perdita di ogni senso pratico.

La nevrosi al contrario, è un disturbo psicopatologico molto più leggero,

caratterizzato da uno stato di sofferenza psicologica conseguente a conflitti

personali, contestuali o sociali. La differenza sostanziale tra psicosi e nevrosi,

è che in quest’ultimo caso il soggetto non perde il contatto con la realtà, bensì

capisce di vivere un disagio e cerca di combattere con il proprio Io per ritrovare

un equilibrio psicologico. Vi è consapevolezza, sofferenza cosciente e i

sintomi vengono percepiti come qualcosa di estraneo da cui liberarsi. La

10

personalità nonostante sia carente e fragile è sicuramente facilmente

recuperabile.

• Nel 1866 un medico inglese, John Langdon Down identificò e analizzò una

nuova sindrome, che prese successivamente il nome di Sindrome di Down.

Essa è una particolare condizione di disabilità caratterizzata da una

condizione di anomalia genetica che comporta la presenza di un cromosoma in

più nelle cellule. Nello specifico, Invece di 46 cromosomi, nel nucleo di ogni

cellula ne sono presenti 47. Vi è cioè una trisomia di cromosomi

specificatamente nella coppia 21. Da qui ne deriva il termine “trisomia 21”.

In passato, prima di essere riconosciuta come tale, per identificare

questa sindrome si utilizzava il termine “mongoloide” poiché si riconoscevano i

tratti somatici simili agli abitanti della Mongolia. Le principali caratteristiche

fisiche sono: bassa statura, arti superiori relativamente corti, rime palpebrali

oblique o orientate verso l’alto, naso piccolo, e ampio spazio frontale. Questa

sindrome comporta una serie di malformazioni scheletriche, muscolari, renali e

intestinali. Dal punto di vista cognitivo essi manifestano un ritardo mentale più

o meno grave, che rallentano lo sviluppo intellettivo del soggetto stesso. Le difficoltà maggiori che possono essere riscontrate sono: la risoluzione di

problemi, la memorizzazione di concetti e la capacità di creare pensieri astratti.

Inoltre si ha difficoltà nel: mantenere l’attenzione per un tempo prolungato, e nel

flessibilizzare gli schemi d’azione. Solitamente l’evoluzione è più rapida

durante l’infanzia, per rallentare dopo l’adolescenza. Per quanto riguarda lo

sviluppo linguistico e comunicativo, spesso quest’ultimo, è inferiore alle

prestazioni cognitive e le maggiori difficoltà vengono riscontrate nell’area

logico-matematica.

CAPITOLO II°

TIPOLOGIE DI INTERVENTO INDIVIDUALIZZATO

11

2.1 DEFINIZIONE DI BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI (BES)

L'acronimo “BES” identifica i cosiddetti Bisogni Educativi Speciali, i quali fanno

riferimento a tutti quei soggetti che necessitano di una particolare attenzione.

Questa espressione iniziò ad essere utilizzata in Italia dopo l'emanazione della Direttiva

ministeriale del 27 dicembre 2012: "Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l'inclusione scolastica".

Nello specifico, quando si parla di BES si fa riferimento ad alunni che presentano un

preciso svantaggio in ambito scolastico, che li ostacola nell’apprendimento e nello

sviluppo, di conseguenza necessitano di interventi speciali individualizzati.

La direttiva stessa sottolinea il fatto che “…ogni alunno, in continuità o per determinati

periodi, può manifestare Bisogni Educativi Speciali: per motivi fisici, biologici,

fisiologici o anche per motivi psicologici e sociali, rispetto ai quali è necessario che le

scuole offrano adeguata e personalizzata risposta.”5. Le situazioni che determinano

l’insorgenza dei Bisogni Educativi Speciali possono essere a livello organico e

biologico, familiare o sociale. Nonostante ciò, bisogna fare una prima distinzione tra gli

alunni che hanno una diagnosi psicologica e/o medica , i quali possono presentare una

qualsiasi forma di disabilità o di disturbi evolutivi specifici; e gli alunni che non hanno

una diagnosi psicologica e/o medica, e necessitano dei BES per un particolare

svantaggio socio-economico, linguistico e culturale. Indipendentemente da questa prima

classificazione, la cosa fondamentale è che essi necessitano appunto interventi speciali

che favoriscono l’integrazione e lo sviluppo a livello personale, familiare e sociale. Per

“speciale” si intende una sorta di diversità che va rivendicata con orgoglio. L’aggettivo

speciale in un primo momento potrebbe far pensare a qualcosa di diverso dal solito che

si allontana dalla cosiddetta “normalità” , e proprio per questo motivo si potrebbe

pensare a qualcosa di negativo e di imperfetto. Ma considerando l’altro lato della medaglia potremmo reputare speciale tutto ciò che ha bisogno di competenze e risorse

migliori e più efficaci. Indistintamente ognuno noi, uomo o donna, adulto o bambino, ha

dei bisogni. I bisogni sostanzialmente si possono identificare in stati di sofferenza e di

desiderio inconscio, che se non vengono appagati, provocano fonti di insoddisfazione e

12

5R. Zonta, Psicologia generale, dello sviluppo e applicata, Edilpsicologiche, Cremona, 1998, pag.476

frustrazione. Maslow nel 1954 ha proposto 5 tipologie di bisogni fondamentali,

organizzandoli in modo gerarchico, dai bisogni di base a quelli di livello più elevato:

bisogni fisiologici (sopravvivenza), bisogni di sicurezza (protezione), bisogni di affetto

(appartenenza, amore), bisogni di stima (considerazione personale), bisogni di

autorealizzazione (realizzazione delle proprie potenzialità e aspirazioni). Questi sono

alla base di ogni individuo, e si arricchiscono e si raddoppiano nella persona

diversamente abili. Come detto in precedenza, nel 1980 l‘OMS, aveva pubblicato un

primo documento sulla classificazione delle disabilità dal titolo di “International

Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps (ICIDH)”, nel quale veniva

fatta la distinzione tra menomazione, disabilità ed handicap. Il 22 maggio 2001,

l’Organizzazione Mondiale della Sanità, giunge alla stesura di un nuovo strumento di

classificazione delle disabilità, che si differenzia da quello precedente per l’approccio

innovativo, fiduciosi, e multidisciplinare. Questo nuovo strumento classificatorio è

l’ ICF, “International Classification of Functioning, Disability and Health”,

(La Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute”).

All’elaborazione di tale classificazione hanno partecipato 192 governi che compongono

l’Assemblea Mondiale della Sanità, tra cui l’Italia, che ha offerto un significativo contributo tramite una rete collaborativa informale denominata Disability Italian

Network (DIN). Questa rete collaborativa era costituita da 25 centri ben dislocati sul

territorio italiano, i quali erano a loro volta coordinati dall’Agenzia regionale della

Sanità del Friuli Venezia Giulia. Essa nacque in collaborazione con il Ministero del

lavoro e delle politiche Sociali con lo scopo di diffondere gli strumenti elaborati

dall’OMS e di occuparsi della formazione di operatori competenti che si potessero

occupare di inserimento lavorativo dei diversamente abili. Il mutamento dello strumento

classificatorio utilizzato dall’OMS, presenta un vero e proprio capovolgimento dei

termini e delle prospettive concettuali prese in considerazione. Si intravede una

prospettiva più positiva, infatti non si parla più di impedimenti, disabilità, handicap,

ma di funzioni, strutture e attività. L’ICF si presenta come uno strumento che vuole

descrivere le condizioni dei soggetti in difficoltà, non solo ed esclusivamente in

relazione alla loro malattia, bensì tenendo in considerazione soprattutto i vari ambiti

esistenziali come quello sociale, familiare e lavorativo, al fine di sottolineare quali

potrebbero essere le risorse possibili, e non i vincoli.

13

2.2. REALIZZAZIONE DEL PIANO EDUCATIVO INDIVIDUALIZZATO (PEI)

Nel momento in cui dobbiamo affrontare situazioni particolari nelle quali bisogna

operare con individui che hanno dei bisogni educativi speciali, dovendo loro creare

delle strategie personali e soggettive finalizzate allo sviluppo personale e all’interazione

sociale, lo strumento utilizzato per attuare ciò è l’elaborazione del PEI,

“Piano Educativo Individualizzato”. Il PEI è il documento per eccellenza utilizzato

nelle scuole, per gli alunni che vivono situazioni di disabilità o di svantaggio generale.

Esso viene compilato con lo scopo di riuscire a stilare un progetto assolutamente

personale e soggettivo volto allo sviluppo individuale nel campo dell’apprendimento,

e all’interazione sociale sia a livello globale del sistema scuola, sia ad un livello più

specifico del sistema classe. Il piano deve descrivere: la programmazione delle attività

educative e didattiche, le scelte metodologiche, gli obiettivi preposti, i tempi di

realizzazione, ed infine i metodi e i criteri di valutazione pensati per garantire allo

studente il diritto di ricevere al pari di tutti, un’educazione e un’istruzione. Tutto ciò è

volto all’ inclusione, all’autonomia, al miglioramento delle abilità sociali e allo sviluppo dell’ apprendimento stesso. Il PEI deve essere stilato dopo un periodo iniziale di attenta

osservazione sistematica dell’alunno con BES, di norma non superiore a due mesi,

durante il quale si definisce e si attua un primo progetto di accoglienza. Esso deve

essere verificato con una frequenza trimestrale, escluse le verifiche straordinarie per

casi di particolare difficoltà. La realizzazione dello stesso Piano Educativo

Individualizzato, deve avvenire in maniera condivisa tra: il docente di sostegno e i

docenti curricolari, il dirigente scolastico, il Servizio Sanitario Nazione, l’ASL di

riferimento, la famiglia dell’alunno e le istituzioni territoriali. Per ogni bambino

disabile, è quindi doveroso che operi collegialmente, un gruppo multidisciplinare e

interprofessionale. La responsabilità infatti è condivisa, perché se ad esempio nel

contesto scolastico, l’attuazione del PEI venisse delegato solo all’insegnante di

sostegno, l’alunno verrebbe in qualche modo isolato, e non integrato nell’ambiente

scolastico globale. Nello specifico, la programmazione del PEI si

attua in quattro importanti fasi di lavoro. Esse sono: la Diagnosi Funzionale

Educativa; il Profilo Dinamico Funzionale; l’attività, i materiali, e i

14

metodi di lavoro; ed infine la verifica e la valutazione dell’acquisizione

degli obiettivi.

6 -Tavola n° 1

La Diagnosi Funzionale Educativa è la prima fase operativa della creazione del PEI.

Il suo obiettivo principale è la conoscenza più estesa e approfondita delle caratteristiche

dell’alunno in difficoltà, necessaria per la realizzazione di appropriate attività

didattiche, sociali, ed educative. Essa è una relazione descrittiva compilata dalle varie

figure specialistiche operanti all’interno dell’equipe medico-psicopedagogiche

territoriali, mirate ad individuare le carenze, ma soprattutto le potenzialità del soggetto

in difficoltà. La diagnosi funzionale si deve articolare su alcuni dati fondamentali come

quelli clinici-medici, familiari, e sociali, in modo da comprendere qual

è il reale livello raggiunto nelle diverse aree dello sviluppo come la motricità, il

linguaggio, e le abilità cognitive. Inoltre è altrettanto importante ricavare dati relativi

alle dinamiche psicologiche, affettive, emotive, relazionali e comportamentali del

soggetto stesso. Una

Diagnosi funzionale che voglia essere il più possibile completa e utile alla fase di progettazione non si effettua con semplici tecniche di osservazione o di

somministrazione di schede e test. Al contrario è un processo parecchio articolato che

va analizzato sotto ogni prospettiva sociale-personale. Proprio per questo motivo,

l’analisi dei fari fattori, viene attuata su un modello classificatorio globale e completo

che è l’ICF del quale si è precedentemente parlato. Nello specifico, l’ICF ci permette di

raccogliere informazione relative a sette categorie fondamentali che caratterizzano i

diversi piani della nostra esistenza. Essi sono: le condizioni fisiche; le funzioni

corporee; le strutture corporee, le attività personali; la partecipazione sociale, i fattori

contestuali ambientali; e i fattori contestuali personali.

• La prima categoria, quella delle Condizioni fisiche, riguarda la presenza o

l’assenza di particolari malattie o di disagi a livello fisiopatologico e biologico:

15

6 Liberamente adattato da http://forum.indire.it/repository_cms/working/export/4937/03.htm, Agenzia Scuola, 2010

DIAGNOSI FUNZIONALE EDUCATIVA:

INDIVIDUAZIONE DEI BES , DEI

PUNTI DI FORZA

P.E.I. PIANO

EDUCATIV O

INDIVIDUA

PROFILO DINAMICO

FUNZIONALE: EFINIZIONE

DEGLI BIETTIVI E DELLE SCELTE

ATTIV TA’, MATERIALI,

MET DI DI LAVORO:

DEFINIZIONE

VE IFIC E VALUTAZIONE:

OMEN O DI

R VISIONE

CORR ZIONE.

che necessitano quindi di terapie curative e riabilitative. In questo caso è

richiesta l’analisi di figure professionali specialistiche, in ambito neurologico,

neuropsichiatrico, pediatrico, ortopedico, riabilitativo e in altre branche delle

scienze biomediche. Questa parte della Diagnosi Funzionale, è utile suddividerla

in due distinti campi di informazione: il primo riguardante proprio la presenza

della tipologia di malattie e disturbi presenti, il secondo, riguardante gli effetti e

le cause che possono essere riscontrati conseguentemente alla presenza della

malattia o del disturbo stesso. In particolar modo, nell’analisi delle condizioni

fisiche, vanno considerati principalmente le seguenti questioni operative:

la precauzione, l’eventuale assunzione di farmaci, prontezza nell’eventuale

necessità di interventi riabilitativi di varia natura, la programmazione nel tempo

di visite e controlli, e la considerazione di persone specifiche di riferimento nei

vari ambiti;

• Le funzioni corporee, sono le funzioni fisiologiche dei vari sistemi corporei

(comprese le funzioni mentali). Le menomazioni infatti, sono da ritenersi

problematiche relative alla funzione del corpo, intesi come una deviazione o una

perdita significativa. In questo caso vengono considerate : le funzioni mentali, le funzioni sensoriali e il dolore, le funzioni della voce e dell’eloquio, le funzioni

del sistema cardiovascolare, ematologico, immunologico e respiratorio,

le funzioni del sistema digestivo, metabolico e endocrino, le funzioni

genitourinarie e riproduttive, le funzioni neuro-muscoloscheletriche e collegate

al movimento, ed infine le funzioni della cute e delle strutture associate.

• Le strutture corporee, sono identificate dagli organi, gli arti e i loro componenti,

che sono a loro volta parte anatomica del nostro corpo. Anche in questo caso, le

menomazioni vengono intese come deviazioni o perdite significative che

alterano lo stato di equilibrio psicofisico del soggetto. Le strutture prese in

considerazione sono: strutture del sistema nervoso; l’occhio e l’orecchio;

strutture collegate alla voce e all'eloquio; strutture dei sistemi cardiovascolare,

immunologico e respiratorio; strutture collegate al sistema digestivo,

metabolico e endocrino; strutture correlate al sistema genitourinario e

riproduttivo; strutture legate al movimento; ed infine strutture correlate alla

cute.

16

• Le attività personali si identificano nella buona riuscita dell’esecuzione di un

compito o un’azione da parte di un individuo. In questo senso si possono

riscontrare delle limitazioni nella capacità di svolgere un compito a causa delle

diverse difficoltà che il soggetto stesso vive. A tal proposito, per una buona

diagnosi funzionale abbiamo bisogno di informazioni relative al reale livello di

competenza del soggetto preso in analisi nei vari settori del suo sviluppo.

Sotto quest’ottica va fatta un’importante distinzione tra capacità e performance:

la capacità è intesa come l’abilità di eseguire un compito senza alcun influsso

positivo o negativo di fattori contestuali ambientali e/o personali; mentre la

performance viene intesa come l’abilità di eseguire un compito o un’azione con

l’influsso, positivo o negativo, di fattori contestuali ambientali e/o personali.

L’ICF nell’analisi delle attività personali considera: l’apprendimento e

l’applicazione della conoscenza, compiti e richieste di carattere generale, la

comunicazione, la mobilità, la cura della propria persona, la vita domestica, le

interazioni e le relazioni interpersonali, le principali aree della vita, la vita di

comunità, sociale e civica.

• Per partecipazione sociale, si intende il normale coinvolgimento attivo nelle varie situazioni di vita integrata. La comunicazione e l’integrazione sociale sono

atti di vita fondamentali, proprio per questo da sempre l’uomo è considerato un

animale sociale. La partecipazione sociale racchiude da un lato le aree di vita

principali, dall’altro la vita sociale, civile e comunitaria.

• I fattori contestuali ambientali sono definiti dall’ambiente fisico e sociale che ci

circonda. Essi si basano: sui prodotti e le tecnologie; l’ambiente naturale e i

cambiamenti effettuati dall’uomo; le relazioni e il sostegno sociale; gli

atteggiamenti; i servizi, i sistemi e le politiche.

• I fattori contestuali personali invece, rappresentano tutte quelle caratteristiche individuali che non fanno parte delle condizioni fisiche, ma sono comunque aspetti fondamentali della vita e dell’esistenza di un individuo. Essi possono essere identificati dal sesso, la razza, l’età, i modelli di comportamento generali, il carattere e gli aspetti psicologico-affettivi.

17

7 -Tavola n° 2

La seconda fase necessaria per la creazione di un buon PEI, è la creazione di un Profilo

Dinamico Funzionale. Sostanzialmente esso funge da mediatore tra la diagnosi

funzionale educativa e la definizione delle attività, dei mezzi e dei materiali di utilizzo.

In questa fase, si effettuano importanti operazioni legate ai dati recuperati grazie alla

diagnosi funzionale educativa. Questi dati, dopo una prima fase di rielaborazione

sintetica, verranno successivamente trasformati in obiettivi a breve, medio, e lungo

termine, che creeranno le linee guida nell’attuazione concreta della programmazione ideata nelle attività scolastiche. Il profilo dinamico funzionale viene redatto

annualmente al fine di dichiarare esplicitamente il percorso di personalizzazione

individuato per ogni alunno con BES. Sostanzialmente, le fasi operative del profilo

dinamico funzionale sono quattro:

• La prima fase è la sintetizzione significativa dei risultati ottenuti dalla

diagnosi funzionale educativa. Tutti questi dati spesso si accumulano

disordinatamente senza collegamenti significativi, grazie a questa fase, essi

vengono riorganizzati e ordinati in base agli obiettivi che si vuole

raggiungere, ai punti di forza e di debolezza del soggetto, alla capacità e alla

performance, e ad eventuali fattori d’influenza.

• La seconda fase è determinata dalla definizione degli obiettivi a lungo

termine che idealmente ci piacerebbe raggiungere nella prospettiva di un

progetto di vita;

• La terza fase è caratterizzata dalla scelta degli obiettivi a medio termine, che

vengono a loro volta selezionati da quelli a lungo termine per poterli in

qualche modo semplificare e realizzare;

• L’ultima fase consiste nella scelta degli obiettivi a breve termine che

vengono scomposti in sotto obiettivi per ridurre la difficoltà dell’obiettivo

stesso.

18

7 http://www.ilsorriso.net/ProgettoDellaBella/3_1.htm, Dott. Romeo Della Bella, Tipologia delle disabilità, 2005

Dopo la ricerca dettagliata condotta nella prima fase della diagnosi funzionale, e dopo

essersi posti degli obiettivi nel profilo dinamico funzionale, bisogna attuare una serie di

strategie indispensabili per il raggiungimento degli stessi obiettivi preposti. La terza

fase del Pei infatti, è quella più concreta, nella quale si identificheranno gli spazi,

i tempi, le persone e le altre risorse materiali, organizzative, strutturali e metodologiche

che serviranno per realizzare attività didattiche ed educative. Altre tecniche molto

importanti che rientrano in questa fase, sono quelle che stanno alla base del processo

insegnamento-apprendimento, che si baserà su una buona cornice relazionale, su una

buona cornice metodologico-didattica, e sulla gestione dei processi di mediazione.

L’ultima fase che costituisce la programmazione di un adeguato piano educativo

individualizzato, è la fase di verifica e valutazione delle attività svolte. La valutazione è

un momento molto importante del PEI poiché grazie ad essa si può capire se le strategie

individualizzate messe in atto, stanno producendo dei risultati efficaci o meno. E’ molto

importante che le attività di verifica non vengano svolte esclusivamente alla fine

dell’anno, ma accompagnino periodicamente le varie attività realizzate. Essa infatti

dovrebbe essere una prassi costante che deve servire non a limitare la nostra prospettiva

alla semplice acquisizione o meno degli obiettivi preposti, ma anche a capire lo sviluppo, il declino, o il mantenimento delle varie abilità e competenze personali già

preesistenti. Tutto ciò può essere davvero utile per capire se le nostre strategie sono

congrue al progetto di vita che ogni individuo BES e non solo, desidera realizzare.

Susan Wendell affermava che: “Non solo le persone fisicamente disabili hanno

esperienze che non sono accessibili ai normodotati, ma sono anche in una posizione

migliore per trascendere i miti culturali sul corpo, perché non posso fare le cose che i

normodotati sentono di dover fare per poter essere felici, 'normali' e sani... Se i disabili

fossero davvero ascoltati, avrebbe luogo un'esplosione di conoscenza del corpo e della

psiche umani.”8

2.3. IL RUOLO DELLA FAMIGLIA E DELL’INSEGNANTE DI SOSTEGNO

NEL CONTESTO SOCIALE E SCOLASTICO

Come ben sappiamo, la famiglia, rappresenta la prima cellula sociale della nostra

esistenza. Essa non è sostituibile da nessun’altra tipologia di istituzione poiché ha un

19

8 S. Boneschi, D. Marasco, L. Niccoli, Disabilità. Percorsi educativi con l'handicap, Unicopli, Milano, 1999, pag.186

ruolo primario e di fondamentale importanza nella vita di ogni individuo.

Rappresenta una fonte di sostentamento, di cura e di protezione, di amore e

appartenenza, che a prescindere dai casi eccezionali, ci seguirà lungo il corso di tutta la

nostra vita. La famiglia è il luogo più influente dello sviluppo affettivo-sociale,

personale, e cognitivo, di ogni bambino. Nel momento in cui essa, si considera in

relazione ad una situazione di svantaggio, nella quale protagonista è un soggetto

diversamente abile, tutti questi processi fondamentali che interagiscono fra di loro e

caratterizzano l’ambiente familiare, diventano ancora più importanti e necessari,

più forti e incisivi. Partendo dal presupposto che la disabilità di un figlio, non è una

situazione assolutamente facile da affrontare, la modalità con la quale una famiglia

si relazione a questa circostanza influisce notevolmente sullo sviluppo futuro del

bambino e della famiglia stessa. Nonostante le difficoltà e i cambiamenti, essa resta

comunque espressione di valori positivi, infatti determina una risorsa immensa per il

soggetto in difficoltà, in quanto il clima familiare, nelle sue componenti comunicative

ed emotivo-affettive, condiziona in modo determinante i percorsi che riguardano

l’educazione, l’integrazione, la socializzazione, ed eventualmente la riabilitazione del

soggetto diversamente abile. In tutto ciò, è fondamentale che i genitori abbiano la capacità di capire le esigenze di un figlio disabile, di rendersi conto dei suoi bisogni, e

di trasmettere al proprio figlio la forza di affrontare la vita nonostante le molteplici

difficoltà che possono incombere, allontanando gli stati di ansia, incertezze e di

scoraggiamento poiché l’essere disabili, oggi, non significa assolutamente non essere

individui; e ogni soggetto che vive una particolare situazione di difficoltà, può, e deve,

realizzare la propria persona sia in rapporto a se stessi, sia in rapporto alla società.

A volte però capitano situazioni nelle quali i familiari stessi del disabile, per diversi

fattori che si innescano di conseguenza, non hanno essi stessi la forza e il coraggio di

affrontare questa tipologia di situazione, per cui cercano di “proteggere” il proprio caro,

assumendo atteggiamenti sicuramente errati. Tendono ad esempio a limitarne la

presenza nella vita sociale compromettendo l’ interazione con i propri pari, o evitano

particolari iniziative che potrebbero incoraggiare il disabile stesso, rinchiudendosi nel

proprio ristretto ambiente familiare. In questi casi, occorre quindi che la famiglia venga

aiutata a superare gli atteggiamenti di custodia o di eccessiva protezione del disabile, e

a diventare il luogo in cui si struttura la domanda del servizio pubblico e da cui devono

partire tutti gli interventi possibili. D’altra parte, la presenza nel territorio di servizi

20

competenti e adeguati, dà alla famiglia stessa rassicurazione sulla possibilità di poter

contare su un aiuto reale e sicuro. E’ quindi fondamentale per gli operatori specializzati

e caratteristici delle varie equipe che entrano in gioco, saper cogliere e valorizzare le

risorse della famiglia quando sono già in atto, o saperle far maturare quando sono

potenzialmente presenti, attraverso adeguati sostegni.

La scuola, dopo la famiglia, è il secondo ambiente istitutivo che gioca un ruolo di

importanza rilevante nella vita di ogni essere umano. Esso è un luogo di istruzione,

socializzazione, affettività, ed ancora è un luogo che presenta tutti quei fattori

indispensabili che intersecandosi fra di loro concorrono alla creazione di un buon

sviluppo personale e sociale dell’individuo, ampliando il proprio potenziale di lavoro su

qualsiasi aspetto della nostra vita. Proprio per questo, è di fondamentale importanza,

che la scuola sia un luogo sereno e adeguato, capace di promuovere e le risorse di ogni

individuo sviluppando un ambiente educativo accogliente, aperto costruttivo, e

inclusivo nel quale ogni bambino, ma soprattutto i soggetti diversamente abili, possano

trovare attenzioni specifiche ai propri bisogni, condividendo in egual modo con gli altri,

il proprio percorso formativo. Ed è proprio dalla necessità di interagire e saper meglio

affrontare situazioni particolari legate alla disabilità, che nella scuola, nasce una nuova figura: l’insegnante di sostegno. Essa è nata giuridicamente con il D.P.R. 970 del 1975,

come “docente specialista” istituita per permettere un reale inserimento dell’alunno

disabile nel contesto scolastico. Ciò non toglie che essa sia al pari di tutti gli altri

insegnanti curriculari, e ha il diritto di esercitare le stesse mansioni. Nel momento in cui

un insegnante si ritrova a relazionarsi con un soggetto diversamente abile, potrebbe

riscontrare alcune difficoltà dovute a sensazioni di impatto che in un primo momento ti

annebbiano un po’ la mente. In realtà ciò che bisogna fare, è molto semplice.

L’insegnante di sostegno e non solo, cosciente del deficit del bambino, dovrebbe in ogni

istante fare in modo che tale deficit non si trasformi in un handicap, ne per il bambino,

ne per i suoi compagni, ne per gli insegnati stessi. L’insegnare deve saper riuscire a

trasmettere ai propri alunni che la situazione di disabilità non deve essere vissuta come

un limite al percorso educativo-didattico-integrativo del gruppo classe, al contrario,

deve essere considerato una fonte di arricchimento qualitativo dei rapporti sociali ed

educativi. Ciò può realizzarsi solo se “si ha una corresponsabilità educativa diffusa e

una competenza didattica adeguata, da parte di tutti i docenti del team, degli enti

21

locali, e della famiglia stessa”9, E’ importante che ci siano questi fattori poiché è

l’intera comunità scolastica, agevolata dagli aiuti esterni, che ha il compito di

organizzare i curricoli in funzione delle diverse attitudini cognitive dei soggetti BES e

non. Inoltre deve saper ben gestire in modo alternativo le attività all’interno dell’aula,

favorendo e potenziando l’apprendimento e adottando i materiali e le strategie

didattiche adeguate ai bisogni dei singoli alunni. La presenza di un insegnante

specializzato che possa dedicarsi in modo privilegiato al bambino in difficoltà, facilita

senza dubbio l’attività scolastica quotidiana. Un buon insegnante di sostegno dovrebbe

avere delle caratteristiche importanti, tra le quali fondamentale è una buona formazione.

Egli dovrebbe avere conoscenze inerenti la legislazione, gli aspetti burocratici, le

discipline, la didattica e le teorie pedagogiche, ma anche essere in grado di comprendere

le difficoltà del bambino affidatogli. Inoltre deve essere in grado di riconoscere, gestire

e risolvere le situazioni specifiche della disabilità e delle varie problematiche legate ad

essa, in modo tale da accompagnare il bambino nel suo intero progetto scolastico. “Un

competente insegnante di sostegno deve basare il proprio operato su un attenta e

minuziosa analisi delle certificazioni globali e diagnostiche riportate e dei documenti

correlati, focalizzando la propria attenzione non solo sugli aspetti deficitari del bambino, ma soprattutto sulle sue potenzialità, che se sviluppate e curate attentamente

possono dare grandi risultati.”10 E’ altrettanto importante indagare sul contesto

familiare, sociale e scolastico che circonda il soggetto disabile, poiché l’insegnante deve

assumere una posizione di tramite tra la famiglia, e i vari enti territoriali coinvolti nel

progetto formativo dell’alunno stesso.

22

9 M. Postic, La relazione educativa. Oltre il rapporto maestro-scolaro, Armando Editore, 1994, pag.96 10 Ibidem

CAPITOLO III°

IL PROCESSO DI INTEGRAZIONE

3.1. DISTINZIONE TRA PREVENZIONE, RIABILITAZIONE, ASSISTENZA

Rispetto al passato, il processo di sensibilizzazione che ha caratterizzato

una maturazione critica evidente, legata al concetto di disabilità, ha sviluppato un

grande atto di consapevolezza sociale che si prefigge in teoria, lo scopo di garantire sia

il miglior livello possibile di qualità della vita, sia il miglior livello di condizioni di

salute e di autonomia delle persone disabili che hanno difficoltà nel vivere la propria

vita quotidiana. Considerando tutta la serie di difficoltà che subentrano in questi casi, il

compito dei vari enti è quello di offrire i migliori interventi possibili. Proprio per questo sarebbe importante che i vari servizi esistenti su un territorio, agissero sulla base di uno

stretto coordinamento secondo un progetto comune e mirato. Purtroppo molto spesso,

nelle varie realtà del nostro paese, i servizi territoriali si trovano a svolgere in maniera

incompleta e poco adeguata i propri compiti, ampliando, invece che agevolare, il livello

di difficoltà della vita dei disabili stessi. Una soluzione a questo problema potrebbe

essere la creazione di un sistema di servizi e di presidi che abbiano un responsabile

generale e un unico organico, che raggruppi tutti gli operatori, poiché è importante che

i vari servizi sviluppano una cultura comune che consenta di vedere i problemi nello

stesso modo, e di seguire gli stessi criteri operativi. Sostanzialmente, i vari interventi

possibili volti al miglioramento della qualità della vita dei soggetti disabili, si articolano

in quattro funzioni che a loro volta sono caratteristici dei vari enti territoriali esistenti.

Queste funzioni sono: la prevenzione, la riabilitazione, l’assistenza, e l’integrazione.

• La prevenzione, è la forma di intervento più adeguata per la riduzione a vasto

raggio del problema stesso. Essa può essere considerata come un insieme di

azioni e di conoscenze che sono a loro volta finalizzate ad impedire o ridurre il

rischio, ossia la probabilità, che si verifichino determinati eventi non desiderati.

La prevenzione a sua volta può essere distinta in tre categorie: la prevenzione

primaria che si attua attraverso una serie di interventi che mirano a ridurre

l’insorgenza delle menomazioni, la prevenzione secondaria che mira ad evitare

che le menomazioni si trasformino in disabilità vere e proprie, e la prevenzione

23

terziaria mette in atto interventi volti ad evitare che le disabilità si aggravino. Gli

interventi preventivi, quindi, oltre che puntare, attraverso l’educazione sanitaria

e la conoscenza, alla riduzione delle cause di malattia e di traumi che possono

condurre a minorazioni psico-fisiche, hanno la funzione di evitare che le

menomazioni e le disabilità si trasformino in condizioni discriminanti e di

handicap. E’ consigliabile inoltre che la prevenzione primaria sia attui da tutta la

popolazione attraverso l’informazione sui rischi della gravidanza e sui fattori di

rischio in ambienti domestici e lavorativi, mentre è da ricordare che la

prevenzione secondaria e terziaria sono proprie dei servizi e degli operatori che

lavorano con disabili.

• Per quanto riguarda il processo di riabilitazione, gli operatori che lavorano con i

disabili, sanno benissimo che i bisogni dei loro utenti sono molto articolati.

Sostanzialmente il loro compito è quello di basare ogni azione sul concetto di

normalità. In questa prospettiva, la riabilitazione consiste nel fare tutto ciò che è

realmente possibile per avere i supporti necessari che aiutino a superare lo

svantaggio, in modo tale che ogni persona disabile abbia pari opportunità di

realizzazione. La riabilitazione non è costituita soltanto da interventi speciali da effettuare, in luoghi specifici e con tecniche d’intervento e approcci altrettanto

specifici, orientati alla patologia, essa è anche cogliere e stimolare nei luoghi di

vita normali, le varie facoltà cognitive, motorie, relazioni, ed affettive di un

disabile. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per

“riabilitazione” si intende “quell’insieme di interventi che mirano allo sviluppo

di una persona al suo più alto potenziale sotto il profilo fisico, psicologico,

sociale, occupazionale, ed educativo, in relazione al suo deficit fisiologico,

anatomico, e relativo all’ambiente”.11La riabilitazione può essere ancora intesa

come la l'uso coordinato di risorse mediche, professionali e sociali attuate con

lo scopo di riportare il soggetto al recupero di abilità normali, per quanto

possibile sia, e di combattere contro un eventuale stato di handicap. Ovviamente

le figure professionali che hanno il compito di intervenire nella fase riabilitative

sono figure specializzate sia in campo medico che sociale.

• Le varie forme di assistenza costituiscono il complesso di interventi volti al

superamento degli stati oggettivi di non autosufficienza, e di disabilità. Essi

24

11 G. Lo Sapio, Manuale sulla disabilità. Dai bisogni educativi speciali ai programmi di integrazione scolastica, Armando Editore, 2012, pag. 114

costituiscono una forma di aiuti concreti che possono avvenire sia sul piano

sociale, sia sul piano medico ed economico. Questa forma di aiuto può essere

offerta sia dai privati, che dagli enti pubblici, e tendono a privilegiare il disabile

nella sua famiglia e nella sua abitazione soprattutto. Proprio per questo si parla

di assistenza domiciliare. Sostanzialmente l’assistenza si può suddividere in:

-assistenza domiciliare integrata, che serve come aiuto ai disabili nelle normali

azioni quotidiane, come lavarsi, vestirsi, nutrirsi, ed ancora nella cura

dell’abitazione, al momento di uscire di casa, e per le terapie. Essa è un grande

aiuto anche per i familiari del disabile stesso, in quanto li solleva almeno in

parte, dalla necessità della presenza continua nei confronti del proprio caro;

-assistenza sanitaria, che riguarda gli interventi di medicina di base e di

medicina specialistica, interventi infermieristici o volti alla riabilitazione

funzionale di tipo psichico, sensoriale, o motorio. L’assistenza sanitaria

domiciliare garantisce anche la fornitura di apparecchiature, e di protesi;

-l’assistenza economica, comprende tutte le pensioni di inabilità, le indennità di

accompagnamento, e gli assegni mensili di assistenza che dovrebbero esserci.

Essa viene qualificata sulla base della categoria di minorazione.

3.2. L’ INTEGRAZIONE SOCIALE

Il termine integrare significa incorporare un elemento nuovo (che sia esso un oggetto o

una persona), ad un insieme. In questo senso, L'integrazione è “il processo attraverso il

quale il sistema acquista e conserva un'unità strutturale e funzionale, pur mantenendo la

differenziazione degli elementi12”. Nel momento in cui poniamo la nostra attenzione

sull’integrazione degli individui, e nello specifico dei soggetti disabili, per integrazione

sociale definiamo la partecipazione attiva del disabile stesso alla vita quotidiana della

società, basata sui valori del rispetto, della comunicazione, e della socializzazione.

Promuovere e attuare un processo di integrazione in questo caso, significa impegnarsi

sinceramente nell’apertura dell’altro, in modo tale che ogni persona,

indipendentemente dalla propria condizione di deficit e disabilità, non subisca

trattamenti distinti, secondari, e particolari. Ciò può avvenire solo se la comunità ha

imparato ad accettare la disabilità, senza essere prevenuti e discriminatori, ed ancora

senza offrire trattamenti differenti e degradanti. L’integrazione sociale è un processo

25

12 M. Zanobini, M.C Usai, Psicologia della disabilità e della riabilitazione. I soggetti, le relazioni, i contesti in prospettiva evolutiva, Franco Angeli, 2008, pag. 132

interessante
n0n riesco a scaricarlo
interessante!!!
perfetto brava
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