Tesi di laurea - Fonti etnostoriche e moti popolari del Risorgimento Siciliano, Tesi di laurea di Storia. Università di Palermo
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kriziafiorella23 gennaio 2015

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Tesi di laurea - Fonti etnostoriche e moti popolari del Risorgimento Siciliano, Tesi di laurea di Storia. Università di Palermo

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Tesi per laurea triennale argomento Fonti Etnostoriche e Moti Popolari del Risorgimento Siciliano, viene analizzata la storia del Moti Popolari a partire dal capoluogo siciliano concentrandosi non solo sulla storia ma ri...
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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO

SCUOLA DELLE SCIENZE UMANE E DEL PATRIMONIO CULTURALE

CORSO DI LAUREA IN SCIENZE STORICHE

FONTI “ETNOSTORICHE”

E MOTI POPOLARI

NEL RISORGIMENTO SICILIANO

Anno Accademico 2013/2014

Tesi di:

Relatore:

2

I N D I C E

Introduzione p. 3

L’etnostoria p. 8

Dagli inizi del diciannovesimo secolo ai Moti del 1820 p. 19

I Moti del 1820 p. 38

La Rivoluzione del 1848 p. 46

La Spedizione dei Mille p. 78

Garibaldi fra storia e mito p. 96

Conclusioni p. 117

Riferimenti bibliografici p. 121

3

Introduzione

Questa ricerca nasce da una esperienza come tirocinante presso la

biblioteca comunale di……. Da qui il mio interesse per il tema che

ho approfondito con una attenta e rigorosa ricerca delle fonti

bibliografiche. Solo dopo un lungo lavoro di spoglio e letture si è

potuti arrivare ad una prima stesura, articolando gli argomenti

sviluppati nei capitoli successivi in maniera sempre più completa e

come da progetto.

L'oggetto di studio appare ricco di problematiche e complesso nei

suoi diversi aspetti. I contenuti trattati, per quanto siano stati

ampiamente dibattuti dalla storiografia ufficiale che ha individuato

le varie componenti sociali, economiche e politiche, hanno lasciato

un po' in ombra i rapporti tra gli avvenimenti e la loro

rappresentazione presso i ceti popolari.

Già negli anni immediatamente successivi ai fatti, a testimonianza

di un interesse particolarmente vivo, circolavano numerose storie

ufficiali che esaminavano le rivolte che ciclicamente colpirono la

nostra Isola e in particolare il suo capoluogo. I ricordi di vicende

che avevano contribuito al mutare degli eventi erano infatti troppo

sentiti e troppo vivi per non essere ampiamente dibattuti. Tali

vicende rappresentavano di fatto la manifestazione esteriore di

lunghi processi storici e sociali, la cui genesi aveva origini più

antiche e sicuramente complesse e richiedevano quindi un esame

approfondito.

La storiografia tradizionale si era tuttavia limitata ad un’analisi

anche a volte particolarmente puntigliosa degli eventi, utilizzando

le fonti consolidate e istituzionali e tralasciando documentazioni

alternative considerate poco affidabili. Oggi si ritiene invece che,

4

per una migliore comprensione delle motivazioni più profonde che

stanno alla base degli avvenimenti, occorre un’attenta ricognizione

di tutte le fonti, anche le meno ortodosse e tradizionali senza

escluderne aprioristicamente alcuna.

Compito di questa tesi sarà allora di rivisitare, sotto l’ottica di

queste cosiddette fonti “alternative”, le rivolte popolari a Palermo,

in un periodo storico ben determinato (il Risorgimento), e

nell’ambito di tali fonti privilegiare quelle legate alle tradizioni

orali, in particolare il canto popolare, i miti locali e le testimonianze

orali. Considerate apparentemente secondarie, tali tipologie di fonti

hanno dimostrato una loro rilevante storicità e, per la loro natura

«destinate a vita più lunga che non quella stampata ed a ricordare

ciò che i giornali non possono dire» 1 ,

hanno anche contribuito al

formarsi di un patrimonio culturale, diremo “etnostorico”, troppo

spesso considerato minore o di scarso o addirittura di nessun valore

storiografico.

Occorre invece in questa sede sottolineare come questo patrimonio

mantiene in sé tutti gli elementi che consentono un approccio

totalizzante o sicuramente più completo e nuovo con gli

avvenimenti presi in esame e ci permettono una loro conoscenza più

approfondita e in qualche modo più originale.

Si tratta quindi di articolare un resoconto “diverso” di alcuni eventi

visti e interpretati non più “solo e soltanto” secondo la storiografia

consolidata, ma raccontati e rappresentati dal “basso”, tramite

espressioni e canali di comunicazione come il canto, il mito e le

testimonianze orali e materiali privilegiate dalle masse popolari.

A tali eventi possiamo sin da ora dire che il popolo partecipò in

maniera appassionata e diretta nella speranza di ottenere, attraverso

1 G. Pitrè, Cartelli, pasquinate, canti, leggende, usi del popolo siciliano, Clausen, Palermo,

1913, p.87.

5

il crollo del vecchio regime borbonico, un sostanziale

miglioramento delle condizioni economiche e, nelle campagne, la

soluzione del secolare problema della terra. Queste vicende

dovevano quindi essere in qualche modo interpretate e ricordate da

tutti, ma soprattutto dovevano servire da modelli d'insegnamento

per le generazioni future.

In questo lavoro si cercherà di dimostrare l’importanza

determinante della presenza popolare negli eventi rivoluzionari e si

proporrà, ove le fonti “alternative” lo consentono, una sorta di

“contro storia” di tali fatti non subiti dal popolo comune ma di cui

lo stesso popolo fu spesso protagonista determinante: una vera e

propria storia della nascita di una coscienza popolare.

Si analizzerà in particolare il formarsi del sentimento

indipendentista e antiborbonico dagli inizi del secolo XIX sino

all’arrivo di Garibaldi, e quindi le reazioni popolari nei rapporti con

gli eventi rivoluzionari francesi, con la concessione della

Costituzione del 1812, con la presenza di Ferdinando I a Palermo,

con i moti del 1820, del 1848 e del 1860, utilizzando il materiale

tratto dai documenti della letteratura orale e popolare, senza

comunque tralasciare l’importanza anche delle fonti materiali, che

si riferiscono a tali fatti o eventualmente ad altre fonti “alternative”

e confrontandole con i documenti ufficiali, onde verificare la

sostanziale veridicità di quanto esse attestano. Un'analisi altrettanto

interessante verrà sviluppata inoltre riguardo la figura di Garibaldi,

che sarà descritta non solo grazie a fonti ufficiali ma in particolare

attraverso l'apporto di documenti provenienti dall’ambito popolare,

come essa è stata tradizionalmente rappresentata secondo i miti e le

credenze dei ceti contadini.

Il presente lavoro è composto da sei capitoli che approfondiscono in

primo luogo il tema dell’etnostoria, disciplina che risulta assai

6

importante per la trattazione e lo sviluppo dell’argomento prescelto

e per l’analisi dunque delle fonti utilizzate per la ricostruzione

storica. Nei capitoli centrali verrà articolata la narrazione vera e

propria degli avvenimenti e delle vicende risorgimentali, seguendo

sempre la traccia delle fonti “alternative” messe a confronto con

quelle ufficiali e secondo una declinazione cronologica: dagli inizi

del XIX secolo ai moti del 1820 fino alla rivoluzione del 1848. Un

capitolo è specificatamente dedicato alla spedizione dei Mille e ai

moti del 1860, concentrandosi in particolare sulla rivolta del 4

aprile e l’arrivo nel maggio dello stesso anno di Garibaldi a

Palermo. Infine l'ultimo capitolo è interamente dedicato al mito

della figura di Garibaldi, uno dei più popolari e longevi eroi politici

del mondo ottocentesco.

Va infine precisato che, per l’elaborazione della seguente tesi, sono

state utilizzate e consultate fonti della letteratura storiografica e

degli studi etnoantropologici.

La ricerca non sempre facile dei testi è comunque nel suo

complesso risultata soddisfacente per una chiara e spero esaustiva

stesura. Il metodo adottato mi ha portato ad un paziente lavoro di

analisi e di comparazione dei testi, prima di giungere a tale sintesi,

dato il lungo periodo temporale e la complessità delle vicende

trattate.

7

CAPITOLO I

L’etnostoria

L’etnostoria è una prassi di ricerca che si è affermata negli anni

quaranta tra gli antropologici statunitensi nell’ambito di indagini di

carattere storico-etnografico sulle popolazioni indiane del

Nordamerica, e si è sviluppata nell’ultimo cinquantennio in contesti

diversificati di ricerca, contraddistinti da una molteplicità di

riferimenti teorici e metodologici.

Tale ricerca è fin dall’inizio, considerata più un’indicazione di

metodo che una vera e propria disciplina, ed oggi è anche nota

come scienza etnoantropologica, che non ha mai voluto sostituirsi

alla storia, ma affiancarla.

Questo campo di ricerca prese il nome dalla rivista Ethnohistory 2 ,

fondata nel 1955, per dare spazio ai nuovi studi etnostorici. Il

programma scientifico intendeva indirizzare le ricerche sulla storia

documentaria delle culture e dei movimenti dei popoli primitivi,

con particolare riferimento agli indiani d’America.

L’etnostoria, si ricollegava così alla scuola di Wissler e di Lowie,

proponendosi di indagare sul passato dei popoli primitivi

considerati privi di storia o di valore storiografico. Tutto ciò

richiede un impiego più esteso di vari tipi di fonti, mettendo in

discussione la centralità del documento, considerato fino a quel

momento, il campo principale della concezione storiografica

tradizionale.

Ancora, l’Etnostoria, può essere considerata come la percezione che

ciascun popolo ha della propria storia e degli eventi che la

2 Un'interessante e utile sintesi sulle questioni di cui ho riferito si trova al link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/etnostoria_(Enciclopedia_delle_scienze_sociali)/

8

costituiscono, grande importanza dunque assume la tradizione

orale.

Per molti, anzi troppi anni la storiografia ufficiale, infatti,

nell’affrontare le problematiche storiche o nella ricostruzione di

particolari ed emblematici eventi storici ha volutamente trascurato,

a tratti addirittura ignorato la funzione degli usi, dei costumi e delle

tradizioni tramandate da un “popolo” spesso oggetto e soggetto di

tali avvenimenti, negando agli stessi valore di scientificità e

relegandoli nell’ambito del puro folklore.

Si è così trascurata l’incidenza che l’uomo comune, con il suo agire

e il suo modo di pensare, ha avuto nell’evolversi delle vicende e

nella formazione di un determinato modo di pensare. In realtà

spesso accade che alcuni particolari fatti storici colpiscano

l’immaginario collettivo e vengano quindi non subiti, ma vissuti in

prima persona e vivano di vita propria e dell’eco che il popolo

stesso tramanda tramite canti, motti, proverbi, reperti ecc come S.

Salomone Marino affermava: «Nel popolo è vergine e fresca

sempre e tenacissima la memoria»3.

L’insieme di tutte queste tradizioni ci offre allora una visione, sotto

un’angolatura diversa, ma più vicina al reale, su come lo stesso

“popolo” ha sentito, vissuto e interpretato eventi eccezionali.

La tradizione orale, nelle sue svariate forme è stata frequentemente

relegata nel mondo dell’invenzione fantastica. Oggi sappiamo che

essa ha invece in sé, un suo intrinseco valore storico, e anche se

apparentemente non presenta ufficialmente i crismi della veridicità

o della scientificità dei fatti, offre un quadro di come quegli stessi

fatti vengono interpretati e vissuti dall’uomo comune nella sua

quotidianità e quale incidenza essi hanno avuto nel suo agire.

3 S. Salomone-Marino, Leggende popolari siciliane in poesia,Pedone Lauriel,Palermo,1880,

p.XII (prefazione).

9

Un’oralità quindi importante anche perché, come sostiene A.

Rigoli: «mediatrice delle istanze di recupero degli esclusi, dei “

senza potere” , della dimensione del silenzio: la “ non storia”» 4.

Oggi non si può negare l’indubbio valore che hanno i poemi

omerici al fine di conoscere, non tanto verità storiche che sono

realmente tali anche se rivestite da un’aureola di mito, ma quali

erano i sistemi di vita nella Grecia del VIII secolo a.C. Laddove

infatti la storiografia ufficiale presenta numerose lacune, i poemi

nati come recitati e cantati sottoforma orale, illuminano il

cosiddetto medioevo greco dandoci un quadro di quali fossero le

condizioni di vita, le idealità, gli usi, i costumi e le tradizioni di quel

periodo. Tucidide infatti, conosciuto come uno dei più grandi storici

della grecità, pare riflettere e dedurre proprio in base ai poemi

omerici. Per esempio il retore Elio Teone trovava un’analogia tra la

struttura della composizione tucididea e quella omerica. Luciano

Canfora infatti afferma: «Si può dire che l’immagine della grecità

arcaica tratteggiata da Tucidide sia largamente fondata su Omero,

anche se, ovviamente, Tucidide si sforza di trattare criticamente una

tale fonte» 5 .

Lo stesso potrebbe dirsi per i numerosi poemi epici, patrimonio che

ogni “popolo” tramanda e dell’insieme di tutti quei segni di un

mondo non ufficiale ma vivo, dove giorno dopo giorno si opera, si

costruisce, si realizza. Nasce allora la necessità di una storia

scandita non più da fatti eccezionali e da grandi eventi, bensì dalla

quotidianità dell’uomo. Una storia fondata su una molteplicità di

testimonianze tra le più varie: scritti di ogni genere, documenti

figurativi, reperti archeologici, documenti orali ecc…

4 A. Rigoli, Le ragioni dell’etnostoria,Ila Palma,Palermo, 1995, p.13

5 L. Canfora, Racconto epico e racconto storiografico, in Mario Giacomarra e Elio Marchetta

(a cura di), Mito storia società, Circolo semiologico siciliano,Palermo, 1987, p. 32.

10

Di conseguenza i riflettori vengono puntati su soggetti fino a quel

momento considerati “senza storia”. Si è quindi sviluppata

l’esigenza di una storia “alternativa” o “diversa”, che focalizzasse

aspetti relegati al mondo del mito o del folklore. Una storia fatta

non da grandi personaggi, una storia che ha origine dal quotidiano,

dalla vita quindi di tutti i giorni, una storia che potesse esprimere e

che ci facesse conoscere i desideri, i sogni, i bisogni le idealità

dell’uomo comune che tutti i giorni si alza per andare a lavorare,

che si chiede come procurarsi da vivere e come riuscire a

sopravvivere, che lotta in una società di ingiustizie.

Un’interpretazione quindi dei fatti vista dal “basso”, ma non per

questo priva di un suo valore.

Ecco allora la necessità di questa nuova disciplina, ma soprattutto di

nuove metodologie, di «un approccio per definizione flessibile

aperto a cogliere la densità antropologica delle umane vicende e, in

contemporanea, la storicità dell’evento» 6. L’uso quindi di fonti non

ufficiali, ma comunque idonee a « trasmetterci non solo storicità,

intesa come insieme di conoscenze dell’uomo, ma soprattutto quel

diverso senso della storia proprio delle classi subalterne, marginali

dei senza potere»7. Le Goff ad esempio definiva l’etnostoria come

«Storia demografica, […], dei costumi e non solo storia politica,

militare, diplomatica. Storia degli uomini e non solo storia dei re e

dei grandi…»8.

Cambia così il rapporto dello storico con il passato e con le fonti

che parlano di quel passato. Ad esempio Rigoli, auspica che

l’etnostoria : «libera da pregiudizievoli preconcetti sulla gerarchia

delle fonti, postuli l’utilizzo alla pari, di tutte le fonti disponibili

6 A. M. Amitrano Savarese, Guida ai beni Demoantropologici e bibliografici,Documenta,

Cosimo,2001,p.8. 7 A. M. Amitrano Savarese, op. cit., 2001, p.31

8 J. Le Goff, La nuova storia, Mondadori, Milano, 1990, p.24.

11

(scritte, orali, gestuali, visive, musicali, materiali ecc…) sia della

sfera egemonica che di quella subalterna»9.

Lo stesso Rigoli continua affermando: «Il popolo ha pure esso la

sua storia “particolare”, fatta secondo i suoi gusti, le sue

aspirazioni, e il suo modo di sentire e giudicare; storia che non è

mai scritta, ma che pur vive una vita sempre giovane e

“rigogliosa”»10.

Solo comunque in tempi relativamente recenti, grazie anche alla

lezione de Les Annales 11

, si è dato inizio ad una serie di nuovi studi

inerenti a questa nuova disciplina, che desse un’interpretazione

nuova e si servisse di una metodologia appunto “alternativa” nello

studio delle tradizioni che rimandano a specifici fatti storici; una

metodologia che permettesse di dare a quel complesso sistema di

tradizioni orali, reperti, ecc… una dimensione più adeguata e

un’integrazione più rispondente a quegli avvenimenti a cui si

riferiscono.

A conferma di ciò, per esempio, un antropologo, Aurelio Rigoli,

evidenziava la validità della metodologia dell’etnostoria, infatti con

la sua opera dimostrava come grazie alle fonti orali si delineasse

una vera “controstoria” che avrebbe potuto offrire di conseguenza

una storia più integrale dell’evento e spesso anche più coerente e

fedele.

Fumagalli pertanto affermava: « la migliore storiografia tende oggi

a privilegiare il contenuto, il messaggio delle fonti storiche rispetto

al genere di queste; non ritiene cioè che esistano in via generale

9 A. Rigoli, Storia senza potere, Edas, Messina, 1996, p.6.

10 A. Rigoli, op. cit., 1996, p.11.

11 J. Le Goff, op.cit. che raccoglie saggi di diversi storici su i “nuovi” ambiti che questo

approccio apre alla ricerca.

12

fonti storiche buone e cattive, ma che tutte ci forniscano la loro

parte di informazione sul passato»12.

Ricadrà l’attenzione dunque, anche verso quelle fonti di cultura

materiale oltre che orale, quindi utensili, strumenti che dall’uomo

vengono utilizzati per lavorare, oppure procedimenti tecnici di

lavorazione, prodotti manuali utili all’attività sociale e così via.

In merito grande interesse ebbe lo storico francese F. Braudel e

ancora i suoi predecessori L. Febvre e M. Bloch.

Per quanto riguarda le fonti orali, in Italia si affronta questo

argomento nel Convegno internazionale che si svolge nel 1976 a

Bologna per comprendere come ci suggerisce A. Triulzi «quali

siano i contributi specifici di contenuto e di metodo, che esse

possono recare, e hanno apportato, alla storiografia generale»13

sottolineando che esse non vogliono avere «il potere di ribaltamento

del sapere storico tradizionale»14.

Indiscutibilmente appaiono dunque in questo contesto tutti quei

reperti che possano contribuire a dare un quadro storico dunque più

completo, e nell’ambito di essi occupano un posto di rilievo i canti

popolari: «il documento letterario, il documento artistico devono in

particolare essere integrati nella loro interpretazione, senza che

venga misconosciuta la specificità di quei documenti e delle finalità

umane delle quali sono il prodotto»15 afferma Le Goff e sostiene

inoltre A. Uccello ribadendo «l’importanza della poesia popolare

come documento di carattere storico-sociale, oltre che come fatto

d’arte» e aggiungendo che «se nel componimento popolare, che pur

nasce in circostanze storiche determinate, i fatti vengono sottoposti

12

V. Fumagalli, Scrivere la storia, Laterza, Roma-Bari, 1995, p.5. 13

A. Triulzi, Storia e etnostoria, in A. Fragale, Fonti orali e storia di Sicilia:testi dalla

“Raccolta Cannizzaro”, Edikronos, Palermo, 1983, p. 9. 14

Ibidem. 15

J. Le Goff, op. cit., p. 44.

13

ad un processo deformante, secondo i modi della psicologia e della

tradizione che si sono venute elaborando nel mondo semi-ufficiale

delle classi subalterne, a noi è dato cogliere, nel rapporto che così si

istituisce tra la realtà storica e il rispecchiarsi di essa nella

psicologia delle classi popolari, in qual misura e in che modo queste

abbiano vissuto gli avvenimenti del loro tempo»16.

Anche Sorcinelli pertanto afferma :«oggi consideriamo fonti, con

uguale dignità e con lo stesso interesse, tutte le testimonianze

lasciate dagli esseri umani del passato: i documenti scritti e le

testimonianze orali (comprese favole e leggende), […] la

produzione letteraria che fornisce uno spaccato dell’ambiente

sociale»17. Viene così chiarita non solo la valenza della tradizione in

sé ma l’importanza nella stessa della poesia popolare quale

testimone fedele di come un evento veniva conosciuto, vissuto e

interpretato nella realtà quotidiana e a quali determinazioni essa

avrebbe potuto condurre.

D’altra parte sempre Salomone Marino opportunamente chiarisce il

senso di popolare attribuito alla poesia: «popolare, nel vero senso

della parola dobbiamo a buon diritto chiamare una poesia, quando

presso l’ignaro vulgo […] la troviamo diffusa, e graditissima, e con

tenace affetto ritenuta a memoria. Nobili o plebei sieno i natali

d’una poesia, il popolo, certo, non la tiene a battesimo e non

l’accoglie tra la sua cara figliolanza se all’indole e al sentir propri, e

alle forme schiettamente popolari non è consetanea» 18.

Bisogna tuttavia infine ricordare alcuni limiti propri dei canti

popolari, legati alla loro stessa struttura, e soprattutto di quelli dove

maggiore è la valenza politica. Questi ultimi appaiono intensamente

legati alla situazione storica specifica da cui scaturiscono e la loro

16

A. Uccello, Risorgimento e società nei canti popolari siciliani, Pellicano, Catania, 1978, p.9. 17

P. Sorcinelli, Il quotidiano e i sentimenti, Mondadori, Milano, 2002, pp.10-11. 18

S. Salomone- Marino, op. cit., prefazione p.IX.

14

attualità è spesso chiusa in un breve giro di spazio-tempo; così una

volta tramontate le occasioni che li hanno ispirati, hanno subito un

processo di trasformazione e di adattamento che ne ha modificato la

struttura originale. Non per questo è da sminuire il loro valore,

perché pur essendo purtroppo molti canti, pervenuti in forma

corrotta e probabilmente adatta ai gusti del momento occorre

tuttavia ricercare, nel profondo della loro struttura poetica, le verità

storiche, ma soprattutto le idealità, il sentire comune e la visione del

mondo trasmessi.

Stesso discorso oltre che per i canti popolari o le altre tipologie di

testimonianze orali può essere preso in considerazione anche per i

miti locali.

Il termine mito che proviene dal greco, si riferisce ad una “storia”

che ha come scopo quello di spiegare i misteri del mondo, le sue

origini, i suoi valori, il suo senso di definire in qualche modo le

relazioni tra gli dei e gli uomini. Un tentativo in poche parole di

dare risposte a quesiti fondamentali che l’uomo si è posto e

continua a porsi.

Anche quando esso appare verosimile , espone comunque un

significato profondo e pare volerci conferire la rappresentanza che

una società fa di se stessa e della sua collocazione nell’universo.

Infatti «per il Malinowski il mito altro non è che,

fondamentalmente, una sorta di statuto per le istituzioni sociali

[…]» e ancora «il senso del mito si esaurisce nella sua funzione

sociologica»19 ci viene riportato da Cecilia Gatto Trocchi.

Per Platone, ad esempio il mito serviva ad illustrare le verità più

profonde e ancora Plotino, invece, considerava i miti come simboli

di verità filosofiche e di norme morali. 19

C. Gatto Trocchi, Mito e memoria, in Mario Giacomarra e Elio Marchetta (a cura di), op.

cit., p.86.

15

Vico, molti secoli dopo, interpreta il mito come il linguaggio

figurato in cui i valori della ragione sono tradotti in immagini

dell’animo dell’uomo, A. Buttitta citando infatti Vico così scrive: «i

miti […] come opera umana sono altrettanto veri quanto gli

avvenimenti storici. Gli uni e gli altri sono prodotti storici e alla

storia appartengono […]» e ancora ci viene riportato che i miti sono

«[…]prodotti del pensiero»20.

«La società» quindi «ricorda il “passato” sia nel mito che nella

storia: ma le due attività culturali fanno capo a funzioni

differenziate»21 .

Anna Maria Marchese Consiglio riflettendo sul valore ordinatore

del mito nella realtà sociale definisce ad esempio il mito come

«struttura» in grado di «improntare e condizionare gli atti

comunicativi, e quindi i valori delle interazioni umane» 22

e

prosegue ancora affermando « il mito, dunque, memoria simbolica

comune, ordina, struttura e traduce, in termini amplissimi, gli assetti

storici, socio-economici, ma in maniera “ambigua”, tenendo cioè

più a suggerire degli stili relazionali adatti al contesto culturale che

non a tradurre con univoca chiarezza i comportamenti necessari e di

volta in volta opportuni»23.

Ma comunque ci ricorda Giuseppe Maria Sciacca che «il mito, o il

racconto mitico, non possono mai essere indagati per trovare in esso

riferimenti a luoghi spaziali e tempi precisi. […] il mito può essere

ridotto a verità, o anche, e meno ancora, alla verisimiglianza. […]

20

A. Buttitta, Storia mitica e miti storici, in Mario Giacomarra e Elio Marchetta (a cura di),

op. cit., p.39. 21

C. Gatto Trocchi, Mito e memoria, in Mario Giacomarra e Elio Marchetta (a cura di), op.

cit., p. 89. 22

Anna Maria M. Consiglio, Mito e mitologemi come ordine degli ordini, in Mario

Giacomarra e Elio Marchetta (a cura di), op. cit., p.147. 23

Anna Maria M. Consiglio, Mito e mitologemi come ordine degli ordini, in Mario

Giacomarra e Elio Marchetta (a cura di), op. cit., p.148.

16

chi vorrà interpretare un mito non è in vero da invidiare perché

andrà incontro ad assai travaglio, costretto come sarà a dare

interpretazioni del ruolo e delle figure e dei simboli della valanga di

esseri che gli si precipiteranno addosso nel rinvio continuo

“immaginose fantasticherie”.[…] Tuttavia […] non vi è storia senza

miti come senza miti non vi è l’uomo»24.

Possiamo, dunque, concludere dicendo che canti popolari, miti,

testimonianze orali di vario genere e anche fonti materiali sono

perciò ampi ambiti di ricerca fondamentali a cui l’etnostoria fa

riferimento e ambiziosamente si pone di ricoprire e di risolverne

anche potenziali problematiche.

CAPITOLO II

Dagli inizi del diciannovesimo secolo ai moti

del 1820

Il diciannovesimo secolo, che si era aperto con l’epopea

napoleonica, vede tutta l’Europa interessata da frequenti rivolte e la

Sicilia non poteva esserne immune. Esse hanno caratteristiche più o

meno diverse: indipendentistiche, rivoluzionarie, costituzionali,

democratiche ecc.... e la nostra Isola, per tutta la prima metà del

secolo, è attraversata da fremiti rivoluzionari dove prevalgono via

via ora questa ora l’altra componente. Al di là delle motivazioni più

o meno palesi o occulte che stanno alla base di queste esplosioni

improvvise, questi avvenimenti hanno sempre attirato l’attenzione

24

Giuseppe M. Sciacca, Dal mito al mito, in Mario Giacomarra e Elio Marchetta (a cura di),

op. cit., pp. 181-182.

17

degli storici, perché sono l’esito ultimo di lunghi processi e il frutto

di genesi complesse e cause molteplici.

La storiografia ufficiale, servendosi degli strumenti d’indagine

storica tradizionale, offre un quadro abbastanza ampio del

fenomeno delle rivolte, sottolineandone ora gli aspetti economici,

ora quelli politici, ora quelli sociali, ma di fatto la voce del

“popolo” e il corredo dei giudizi, delle idee, dei miti e

dell’immaginario popolare legati alle vicende, sono, tranne in pochi

studiosi, del tutto ignorati.

Tuttavia prima di dare spazio a quelle voci non ufficiali che offrono

una testimonianza, sotto una diversa angolatura, di questi grandi

avvenimenti occorre fare, per linee generali, una sintesi della

situazione complessiva dell’Isola nel periodo storico preso in

esame.

La presenza francese in Italia aveva fatto insediare a Napoli

Gioacchino Murat e cacciare i Borboni che, sotto la protezione

inglese, si erano rifugiati in Sicilia e precisamente a Palermo dove

erano stati accolti con grandi onori dalla locale nobiltà. La città e la

nobiltà gelosa delle sue prerogative, ospitando i sovrani, credevano

di aver illusoriamente ripreso una parte di quel prestigio che

avevano perso nei secoli passati quando a Palermo era stata

preferita Napoli come sede della residenza del re. La presenza della

corte inorgogliva la nobiltà, ma anche il popolino; tuttavia la

situazione complessiva non era affatto prospera. Lo Statuto

fortemente voluto dall’aristocrazia siciliana e concesso grazie

all’appoggio degli inglesi nel 1812 proclamava la decadenza della

feudalità, ma di fatto rimaneva senza effetti reali per il popolo

comune; anzi i contadini, apparentemente emancipati dallo stato di

servitù, continuavano nella realtà dei fatti a rimanere oppressi e

servi e le pochissime prerogative che limitavano gli enormi benefici

18

dei feudatari erano state completamente abolite con la

trasformazione del feudo in allodio.

Caduto Napoleone, i Borboni erano tornati a Napoli, Ferdinando

aveva stracciato la Costituzione precedentemente concessa e aveva

ufficialmente unificato i due regni di fatto prima separati, ma uniti

nella figura del sovrano. La Sicilia diventava così una provincia del

regno.

Appare a questo punto interessante sapere come il “popolo” visse e

rappresentò questo periodo di grandi trasformazioni socio-

economiche. Antonino Uccello, a testimonianza del grande

fermento in atto, ricorda come «si registra per tutto il secolo XIX,

ed in particolare per la sua seconda metà, una fioritura senza

precedenti di canti di carattere storico». 25

Le fonti alternative dunque, ci vengono in soccorso e ci illustrano

gli umori del “popolo” e anche della nobiltà di quegli anni, ma

soprattutto ci indicano il progressivo costituirsi di quel sentimento

anti-borbonico che ciclicamente troverà la sua manifestazione in

furiose rivolte.

Il Salomone Marino a tal proposito in un suo scritto, tra l’altro,

affermava: «il popolo vero [...] non fa della politica

apparentemente; ma, nel fatto della politica non si disinteressa. Non

è agitatore, non ordisce e non prepara congiure e riforme e

sommosse, poiché ama il vivere quieto della famiglia, ma

inconsciamente, insensibilmente le seconda e ci si trova in mezzo, e

per necessità poi ci si appassiona e le aiuta potentemente, e le

compie» 26

.

E il “popolo” in quegli anni, ancora memore della mala signoria dei

francesi negli anni che precedettero il Vespro e spaventato dalle

25

A. Uccello, op. cit., p. 10. 26

A. Rigoli, op. cit., 1996, p. 197.

19

idee giacobine che, artatamente distorte dal clero, circolavano,

vedeva di malocchio le innovazioni rivoluzionarie che venivano

dalla Francia. Sicuramente una Storia di larivoluzioni di Francia -

afferma sempre il Salomone Marino - «oggi in gran parte andata in

oblio, mentre popolarissima fu fin verso il 1820» che, secondo

l’affermazione di alcuni vecchi, constava di trentotto stanze,

testimoniava la grande eco degli avvenimenti rivoluzionari ma

soprattutto «tempi e idee che più non tornano, ed è bene che si

registrino prima che del tutto vadan dispersi» 27

. Vengono qui citate

alcune strofe che dovevano far parte di questa raccolta più vasta:

[...] Lu bonu Re lu hannu assassinatu,

Com ‘un sbannutu jiu a la cullittina ;

la sacra crùna cci l’hannu sfrigiatu,

puru l’assassinaru a la Rigina.

Stu sagrilegiu nni trema ogni Statu

porta tirruri sta carneficina;

li Diavuli s’hannu ‘mpusissatu

di chidda nobili Francia mischina.

Oh chi tirruri, chi fera rapina!

granni è lu sangu chi spargeru ‘ntornu!

ognedunu a lu mali si cci ‘nclina,

e di Re tutti cumannari vonnu.

E chista è libertà, chi li ruina?

Libirtà, senza Re, circari vonnu?

Cà cc’è lu muttu ca chiaru lu grida:

“Cantannu tanti gaddi, mai fa ghiornu”[…]

[…]Già la fidi divina s’ha pirdutu,

27

S. Salomone-Marino, op. cit., 1880, p. 208.

20

a lu Diàvulu s’hannu aduratu,

e lu Diàvulu è letu e scuntinutu

cà sulu la sò liggi ha triunfatu.[…]

[…]Monaci assai e parrini scannati,

lu sangu curri a ciumi ‘ntra li chiesi» 28

Nel testo appare evidente la reinterpretazione acritica di alcuni fatti

quali la morte di Luigi XVI e la strage di ecclesiastici compiuta dai

rivoluzionari, eventi spiegati dal narratore solo con la presenza di

forze maligne e oscure. Ma soprattutto l’eco di massacri di

religiosi, la profanazione di chiese, l’introduzione di un regime

laico, non poteva incontrare i favori della propaganda religiosa che

facile presa doveva avere tra le masse popolari. Sicuramente altri

canti circolavano tra il “popolo” ma il comune denominatore era

sempre l’odio generico verso i rivoluzionari e la paura di un futuro

buio dove l’anarchia dominasse incontrastata, «nessuno ascolta più

l’antico motto che vuole un gallo solo per ciascun pollaio, poichè

Cantannu tanti gaddimai fa ghiornu”, se la potestas è negata al

re» 29

, allora la conseguenza sarà il caos totale.

Tuttavia le idee di libertà, uguaglianza e fraternità erano troppo

appetibili perché fossero del tutto ignorate e infatti le notizie dei

successi francesi non lasciavano indifferenti i popolani siciliani.

Da Napoli arrivavano espressioni quali il grido di esultanza, che il

Salomone Marino cita, Viva Marsiglia, Paris e Tulo. Così si urlava

per le strade e con questa espressione con cui si inneggiava alle tre

città francesi, di fatto si salutava la libertà conquistata con la

rivoluzione. D’altra parte questo motto appare presente anche in

28

Ivi, p. 217. 29

A. Rigoli, op. cit., 1995, p. 57.

21

canzoni popolari con nessuna valenza politica: vedi la canzone

raccolta a Montelepre dal Salomone Marino che cosi recita:

-Vu’ chi faciti davanti ssa porta?

-Chiddu chi fazzu cumpari chi bo’?

Si nun passati cchiù nenti mi ‘mporta

Viva Marsigghia, Parissi e Tulo. 30

L’espressione, in tutta evidenza, doveva essere quindi molto

conosciuta e veniva utilizzata per indicare un invito all’abbandono

alla libertà più completa e dimostrava quale fosse l’idea che nel

“popolo” si andava diffondendo delle vicende rivoluzionarie.

Ritornando ai fatti accaduti nel 1812, sicuramente vennero vissuti in

maniera traumatica dalla gente comune. La presenza borbonica,

come già ricordato sopra, in un primo momento aveva inorgoglito il

popolo palermitano, anzi era stata salutata come una possibilità di

miglioramento economico, come si legge nella seguente canzone

popolare:

E ora cori miu, nun cc’è cchiù guai,

lu Re cu la Rigina su’ cu nui,

la Curti di Palermu è bella assai,

cci campa menzu regnu e forsi cchiui. 31

I versi raccolti sempre in Palermo da S. Salomone Marino

testimoniano le aspettative di prosperità e sviluppo illusorie create

dall’insediamento della corte borbonica a Palermo.

30

A. Rigoli, op. cit., 1996, p. 212. 31

Ivi,p. 213.

22

Tuttavia da altri, questa ingombrante presenza, sicuramente veniva

vista, con maggiore lungimiranza, come un ulteriore sfruttamento

delle residue risorse dell’Isola:

Quattro scazzuna, cu’ mancia e cu’ vivi,

li puvireddi mòrinu di fami ;

lu Re l’avemu ccà, nun cc’è chi diri,

àutri nun penza chi a cacciari;

‘nsutta po’ joca cu li Giacubini

e nu’ ristamu misi a li succari. 32

Qui, in verità, si evince un ben altro atteggiamento popolare: la

consapevolezza dell’evidente parassitismo della corte, ma anche un

improbabile legame del re borbonico con le forze rivoluzionarie (li

Giacubini).

E ben presto i contrasti tra re Ferdinando e la nobiltà esplosero

dirompenti! L’Inghilterra, che aveva a cuore, per motivi strategici,

le sorti dell’Isola, mandò un suo ministro plenipotenziario per

sedare gli animi. L’arrivo di lord Bentinck dovette colpire la

fantasia popolare se, come testimonia il canto popolare a lui

dedicato e riportato da A. Uccello 33

riuscì a calmare gli animi:

1812

Bentinck appena juntu ha fattu ‘mbràcula,

li principi librau di li pirìcula;

Medici tirau a cruci e fici jàcula,

lu rre ‘un pò fari cchiù vòcula-’nzìcula;

Carulina ‘nnuzzenti e senza màcula,

32

G. Pitrè, La vita in Palermo cento e più anni fa, vol. I, Barbera, Firenze, 1944,p. 149. 33

A. Uccello, op. cit., p. 53.

23

sta vota si l’agghiuti sta partìcula:

isau la testa sparmau l’ali l’àcula,

una su’dui banneri l’anglu-sìcula.

Il canto pubblicato dal Vigo 34

per la sua struttura metrica (un’ottava

di endecasillabi sdruccioli) e per i contenuti potrebbe avere un

origine dotta, annota A. Uccello, 35

ma ci rivela quale fosse lo stato

dei rapporti non certo eccellenti tra il re Borbone e i siciliani, la

presenza determinante della sovrana Maria Carolina nelle vicende

politiche, il tentativo storicamente accertato del Medici di sabotare

l’operato del Bentinck e la nuova fiducia nell’indissolubilità del

rapporto con l’Inghilterra.

La crisi economica si faceva comunque particolarmente acuta e i

canti popolari ne sottolineano la gravità. Nello stesso tempo

dovevano circolare più frequenti cartelli anonimi che denunciavano

tale situazione . In realtà la presenza di tali cartelli o “pasquinate”

doveva essere molto in auge all’epoca: essi davano voce ai

malumori sotterranei che, non potendo essere liberamente espressi,

trovavano la possibilità di manifestarsi in questo modo così

singolare.

Di questa forma di protesta anonima ci dà notizia anche il Pitrè, che

indica i luoghi dove questi fogli, spesso di scherno, venivano

trovati. I posti preferiti erano, a detto dello studioso, la statua di

Carlo V a piazza Bologni oppure le numerose statue raffiguranti

Palermo e tra esse veniva prediletta una sita nella piazzetta della

Fieravecchia, «Quest’ultima figura era e fu lungamente la favorita

dai Palermitani: ai suoi piedi i popolani del quartiere si

raccoglievano chiacchierando, e dal suo collo pendevano di tanto in

34

L. Vigo, Canti popolari siciliani, Galatola, Catania, 1870-74, n. 5187. 35

A. Uccello, op. cit., p. 53.

24

tanto cartelli di collera di protesta, di minaccia, che non si sarebbero

altrimenti potuto ripetere senza supplizi o bastonate» 36

. Questi

cartelli, strumenti di dileggio e opera di persone di cultura media,

incontravano i favori del popolo che vedeva messi alla berlina

personaggi di un certo livello. È interessante comunque vedere

come questi scritti si nutrissero spesso degli umori più profondi ed

erano casse di risonanza di un malessere sociale diffuso.

«Se n’ebbero in picciol numero per la rivoluzione del 1820, molte

anzi innumerevoli pel 1848», conferma nei suoi studi Giuseppe

Pitrè 37

.

Alcuni sonetti ufficiali, qualcuno di sicura origine colta, la struttura

metrica ne è sempre testimonianza, hanno queste caratteristiche e

dovevano riecheggiare canzoni molto in auge tra la popolazione che

lamentavano lo stato di miseria delle classi popolari. Tra essi un

sonetto ritrovato sempre dal Salomone Marino nell’Archivio di

Stato di Cagliari:

Lu zammaturi

Gnuri, già semu sicchi di li chianti,

E a vui spèrcianu spassi e Parramenti;

E’ un scheletru la mandra, e già spiranti,

Chi ‘un àvi undi appizzàrisi li denti.

Non hannu un filu d’erva pri davanti

Li capri, e su’ ridutti trasparenti

Li capretti e li pecuri lattanti

Li miduddi si sucanu scuntenti.

36

G. Pitrè, op. cit., 1944, p. 124. 37

G. Pitrè, Cartelli, pasquinate,canti, leggende, usi del popolo siciliano, Pedone Lauriel,

Palermo, 1913, p. 86.

25

E lu su Dima cu tantu di fùncia

A munci a munci la facci s’ingrància

Ca su’ li minni ridutti a piddùncia.

Semu all’ossu, e spiddìu lu scància e mancia!

L’utri è chinu, e Diu ‘un voglia chi disbùncia;

Gnuri, ogni àutru Patruni è bona cància. 38

Un’attenta analisi del testo rivela infatti un notevole disagio

economico della popolazione, ma fa anche intravedere la possibilità

o la velata minaccia di un possibile cambiamento di sovrano. Per

queste sue caratteristiche il sonetto (che aveva una qualche origine

colta proprio per la sua struttura) doveva essere, come ricordato

sopra, appeso da qualche parte in maniera anonima e apparire come

Cartello, unica possibilità di protesta in un universo dove il

dissenso non trovava alcuno spazio.

Lu zummaturi era il sopraintendente della mandria ed è colui che

esprime con amarezza tutto il proprio malessere.

Altri testi coevi aggiungono alle considerazioni economiche

un’apparente indifferenza o addirittura un sostanziale scetticismo di

fondo del “popolo” nei confronti di quelle riforme che si andavano

via via disegnando in quel periodo.

In realtà si andavano creando in quegli anni i presupposti, che, a più

riprese, negli anni successivi avrebbero portato tutta l’Isola a

insorgere contro la dominazione borbonica. L’azione capillare di

propaganda anti-borbonica della classe nobiliare presso il popolo

palermitano, ma soprattutto il crescente malcontento frutto

dell’endemica crisi economica del sottoproletariato palermitano

38

A. Rigoli, op. cit., 1996, p. 219.

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