Tesi su Disturbo Narcisistico di Personalità, Tesi di laurea di Psicologia Clinica. Università degli Studi di Roma La Sapienza
michelapacca85
michelapacca85

Tesi su Disturbo Narcisistico di Personalità, Tesi di laurea di Psicologia Clinica. Università degli Studi di Roma La Sapienza

ODT (11 MB)
124 pagine
10Numero di download
1000+Numero di visite
Descrizione
Il presente lavoro descrive in modo dettagliato il Disturbo Narcisistico di Personalità confrontando le varie versioni dei DSM e concentrandosi sulle novità introdotte nel DSM 5.
20 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 124
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 124 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 124 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 124 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 124 totali
Scarica il documento

Indice

Introduzione............................................................................................. 4 Capitolo 1 - I disturbi di Personalità..................................................... 7 1.1 Tratti e temperamento nella personalità.............................................. 8 1.2 L'evoluzione della classificazione e della diagnosi dei DDP

attraverso l'evoluzione del DSM......................................................... 14 1.3 Fenomenologia dei disturbi di personalità.......................................... 21

1.3.1 Cluster A............................................................................... 21 1.3.2 Cluster B............................................................................... 22 1.3.3 Cluster C............................................................................... 24

1.4 Epidemiologia..................................................................................... 26 1.5 Comorbidità........................................................................................ 28 1.6 Teorie biologiche e psicologiche......................................................... 29

1.6.1 Contributo genetico attraverso lo studio dei tratti di personalità..................................................................................... 29 1.6.2 Teoria biosociale della personalità...................................... 30 1.6.3 Teoria neurobiologica........................................................... 34 1.6.4 Abuso infantile e maltrattamento.......................................... 35 1.6.5 Stili di attaccamento............................................................. 36 1.6.6 Il coinvolgimento dei processi metacognitivi e della regolazione delle scelte................................................................. 39

Capitolo 2 - Il Disturbo Narcisistico di Personalità............................. 42 1.1 Descrizione del Disturbo Narcisistico di Personalità.......................... 43

1.1.1 Gli stati mentali nel Disturbo Narcisistico di Personalità...... 48 1.2 Deficit nelle abilità metarappresentative nel Disturbo Narcisistico di. Personalità...............................................................

54

1.1.3 L'autostima nel Disturbo Narcisistico di Personalità..............

56

1

1.1.4 I cicli interpersonali disfunzionali nel Disturbo Narcisistico di Personalità.................................................................. .................

57

1.1.5 I meccanismi di difesa del Disturbo Narcisistico di Personalità.................................................................. ......................

60

1.2 Incidenza e prevalenza........................................................................

63

1.3 Classificazione e diagnosi del Disturbo Narcisistico di Personalità................................................................................................. 63 1.4 Strumenti diagnostici per la valutazione.............................................

68

1.5 Trattamenti terapeutici........................................................................

72

1.5.1 Psicoterapia psicoanalitica.....................................................

72

1.5.2 Psicoterapia di gruppo............................................................

73

1.5.3 Psicoterapia di sistemica.. …....................................................

75

1.5.4 Il trattamento metacognitivo- interpersonale...........................

75

1.5.5 Terapia farmacologica.............................................................

76

Capitolo 3 - Modelli teorici del Disturbo Narcisistico di Personalità...................................................................... .........................

77

1.1 Sigmund Freud.................................................................................... 77 1.2 Heinz Kohut........................................................................................ 84 1.3 Otto Kernberg..................................................................................... 87 1.4 Altri autori........................................................................................... 89

2

1.4.1 Joseph D. Lichtenberg.............................................................. 90 1.4.2 Peter Fonagy............................................................................ 92 1.4.3 William R. D. Fairbairn e Donald W. Winnicott.....................

94

1.4.4 Bèla Grunberger.................................................................. ....

96

1.4.5 Alexander Lowen...................................................................... 97

Conclusioni.............................................................................................. 100 Allegato 1................................................................................................. 106 Allegato 2................................................................................................. 110 Bibliografia.............................................................................................. 113

Introduzione

La personalità è un insieme di caratteristiche psichiche e modalità di

comportamento che, nella loro integrazione, costituiscono il nucleo irriducibile di

un individuo che rimane tale nella molteplicità e diversità delle situazioni

ambientali in cui si esprime e si trova a operare (Galimberti, 2006).

Se consideriamo dunque la personalità come il modo stabile che ciascuno, a

partire dal proprio temperamento innato, si costruisce in base alle proprie

esperienze e al modo di rapportarsi con gli altri e con il mondo, di conseguenza

un disturbo di personalità è definibile come un modello abituale di esperienza o

comportamento che si discosta notevolmente dalla cultura d’appartenenza

dell'individuo e si manifesta in almeno due delle seguenti aree: esperienza

cognitiva, affettiva, funzionamento interpersonale e controllo degli impulsi.

I disturbi di personalità possono essere considerati pertanto delle espressioni

3

estreme di caratteristiche che noi tutti possediamo (Galimberti, 2006).

In psichiatria i disturbi di personalità sono caratterizzati dalla rigidità dei

comportamenti e dalla presentazione inflessibile di tali tratti: anche nelle

situazioni meno opportune infatti i meccanismi di funzionamento si strutturano in

modo stabile e ripetitivo da diventare consuetudini abituali che le persone stesse

non si rendono conto di mettere in atto dei comportamenti rigidi ed inadeguati

(Harrè, Lamb, Mecacci, 2007).

Tra i vari Disturbi di Personalità il concetto di narcisismo è considerato uno dei

più importanti concetti oggi in psicologia, e, paradossalmente, uno dei più

controversi.

Il presente lavoro nasce dalla mia esperienza personale nel mondo del lavoro,

all'interno del quale varie volte mi sono trovato ad interagire con persone che ho

percepito come arroganti e “troppo sicure di sé”.

La sistematicità di alcuni comportamenti di questi individui mi ha spinto a

domandarmi se fosse possibile dare una spiegazione ai loro atteggiamenti.

Documentandomi ho potuto appurare che il disturbo narcisistico di personalità è

facilmente riscontrabile in un’epoca e in una società come la nostra.

La mia tesi si suddivide in 3 capitoli.

Nel primo capitolo ho voluto offrire una descrizione dei Disturbi di Personalità,

del quale il Disturbo Narcisistico fa parte, per fornire una visione d'insieme di tali

disturbi. Infatti credo sia importante sottolineare, come già ho anticipato in

questa pagina, quanto i disturbi di personalità possono essere valutati come

espressioni estreme di caratteristiche possedute da ogni individui, anche in

assenza di patologie. Ho ritenuto opportuno iniziare la disquisizione proprio dal

concetto di personalità, tentando di definire le sue componenti ed il

funzionamento, seguendo le concezioni di autori di vari orientamenti. In seguito 4

sono stati descritti brevemente tutti di disturbi che rientrano in questa

classificazione e sono state esposte le teorie principali che hanno indagato questa

categoria diagnostica.

Nel secondo capitolo mi sono concentrato sulla descrizione e sulla manifestazioni

del Disturbo Narcisistico di Personalità, cercando di definire il labile confine che

intercorre tra un narcisismo sano e uno patologico. La descrizione del Disturbo

Narcisistico di Personalità si avvale di concetti molto diversi tra loro proprio per

sottolineare come vari approcci abbiano offerto il loro contributo alla spiegazione

del fenomeno. Vengono offerti alcuni test utili per la diagnosi e i trattamenti

terapeutici più usati al riguardo.

Il terzo ed ultimo capitolo è incentrato sui modelli teorici più famosi che si sono

occupati dal Disturbo Narcisistico di Personalità. Vengono dunque discussi i

contributi di diversi autori: grande spazio è stato dato all'ipotesi fenomenologica

di Freud, che è stato tra i primi ad occuparsi del fenomeno; seguono le teorie di

Kohut e Kernberg, anch'esse molto accreditate nel panorama internazionale.

Ho voluto concludere il capitolo riportando i punti di vista di una serie di autori

che vengono considerati minori ma che, secondo il mio modesto parere, si sono

mostrati molto innovati al riguardo.

5

Capitolo 1 I DISTURBI DI PERSONALITA'

Per descrivere i Disturbi di Personalità (DDP) è necessario introdurre

innanzitutto il concetto di “personalità” per poter sottolineare quanto i disturbi si

discostino da un funzionamento normativo di quest'ultima.

La parola personalità deriva dal latino “persona”, che significa letteralmente

“maschera” e si riferisce propriamente alla maschera che gli attori di teatro

indossavano durante le rappresentazioni. Tale oggetto aveva una particolarità: la

“persona” non serviva a mascherare un personaggio per ingannare gli altri,

quanto piuttosto aveva lo scopo di “tipizzare” un certo personaggio in modo

caratteristico ed univoco. Dunque il significato etimologico rimanda al concetto

di enfatizzazione delle caratteristiche individuali del personaggio rappresentato

dall’attore, in modo che il pubblico sapesse sempre quali comportamenti e

atteggiamenti dovesse aspettarsi da lui (Galimberti, 2006).

Il concetto di personalità, con il tempo, è evoluto fino ad indicare la persona 6

reale con le sue più profonde caratteristiche.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la personalità come una

modalità strutturata di pensiero, di sentimento e di comportamento che

caratterizza il tipo di adattamento e lo stile di vita di una persona, e che è il

risultato dell'interazione di fattori temperamentali, dello sviluppo e

dell’esperienza sociale (OMS, 1993).

Nell'ambito della Psicologia il significato dato a questo termine si riferisce alle

«differenze individuali nelle abituali modalità cognitive, affettive e

comportamentali» (Emmelkamp e Kamphuis, 2009, p.9). Data tale definizione se

ne deduce che vengono considerate patologiche le situazioni in cui i tratti di

personalità hanno una funzione maladattiva in quanto sono eccessivamente rigidi,

alterano la capacità di instaurare e mantenere relazioni causando un disagio

significativo e prolungato all'individuo.

Proprio per questo tipo di compromissione i pazienti con disturbi di personalità

venivano un tempo considerati affetti da “difficoltà relazionali”.

L'OMS (1993) specifica anche che un disturbo di personalità comporta

«una grave alterazione nella costituzione caratteriale e nelle tendenze

comportamentali dell'individuo, che di solito coinvolge diverse aree

della personalità ed è quasi sempre associato con una considerevole

compromissione del benessere personale e del funzionamento sociale»

(p.194).

Le difficoltà di relazione riportate dai soggetti con disturbi di personalità

assumono varie forme di manifestazione nonché comportano varie conseguenze,

per questo i disturbi di personalità sono stati suddivisi in tre differenti classi.

Uno dei principali quesiti sull'argomento riguarda quali siano gli elementi alla

base della personalità e dunque quali siano i fattori che formino la personalità e 7

che la influenzino. Allport (citato in Dimaggio e Semerari, 2003) ad esempio ha

cercato di offrire una visione globale e non riduttiva della personalità, che egli

considera un'unità dinamica in cui convergono in modo armonico fattori biologici

e psico-sociale che determinano modelli unici di adattamento alla ambiente.

E' doveroso dunque introdurre i concetti di tratti e temperamento.

1.1 Tratti e temperamento nella personalità

La Psicologia della Personalità si è concentrata sullo studio delle sue principali

disposizioni o tratti, ma non sono trascurabili le posizioni degli autori che

assegnano alle disposizioni un ruolo causale nella spiegazione del

comportamento rispetto a quanti assegnano loro una funzione prevalentemente

descrittiva.

Il secondo filone di pensiero afferma che le disposizioni corrispondano a

costellazioni affettive e cognitive che predispongono a determinati

comportamenti in determinate circostanze e la cui origine deriva dalla funzione

che esse hanno mostrato di svolgere nel corso dell’esperienza.

Dunque la personalità viene percepita come un sistema dinamico risultante dalla

graduale organizzazione di una varietà di processi affettivi e cognitivi che si

consolidano in strutture deputate a regolare e dirigere la condotta nel corso dello

sviluppo ed in relazione ai vincoli e alle opportunità derivanti dall’interazione

con l’ambiente (Emmelkamp e Kamphuis, 2009).

Gli autori che appoggiano la prima ipotesi, le teorie disposizionali, ritengono che

vi siano strutture mentali, universali e preformate che dall’origine improntano il

rapporto dell’individuo con la realtà e identificano le principali disposizioni con

il genotipo della personalità.

Per tanto questi studiosi concepiscono la personalità come un’architettura

gerarchica con al vertice un numero limitato di disposizioni o tratti generali e

indipendenti dai quali deriva ogni altro tipo di tratto e comportamento; essi, 8

attraverso l'uso dell'analisi fattoriale, hanno individuato le strutture latenti o

fattori che stanno alla base di ogni espressione della personalità e traggono

conferme della validità della propria impostazione dagli studi longitudinali che

attestano la stabilità delle principali disposizioni nel corso della vita (ad esempio

Eysenck e Costa).

Chamorro-Premuzic e Furnham (citati in Emmelkamp e Kamphuis, 2009)

descrivono questi tratti come dimensioni capaci di descrivere predisposizioni

individuali a pensare, sentire, e comportarsi in modi coerenti relativamente

indipendenti dalle situazioni, contesti e tempi.

I tratti che compongono la personalità rappresentano le caratteristiche del proprio

stile di rapporto con gli altri.

Il secondo filone di pensiero invece, afferma che le disposizioni corrispondano a

costellazioni affettive e cognitive che predispongono a determinati

comportamenti in determinate circostanze e la cui origine deriva dalla funzione

che esse hanno mostrato di svolgere nel corso dell’esperienza.

Dunque la personalità viene percepita come un sistema dinamico risultante dalla

graduale organizzazione di una varietà di processi affettivi e cognitivi che si

consolidano in strutture deputate a regolare e dirigere la condotta nel corso dello

sviluppo ed in relazione ai vincoli e alle opportunità derivanti dall’interazione

con l’ambiente.

L’approccio dei tratti si basa sull’ipotesi che le differenze individuali siano

attribuibili alla presenza, in diversa misura, di specifici tratti o disposizioni. Essi

rappresentano comportamenti abituali e specifici organizzati in una struttura

gerarchica a più livelli, la conoscenza di queste caratteristiche permetterebbe

quindi di fare inferenze riguardo il comportamento di un soggetto data una

particolare situazione.

Sono state formulate molte teorie circa la natura ed al numero di dimensioni

necessarie per produrre un quadro esaustivo ma pratico della personalità umana. 9

Alcuni autori hanno privilegiato il concetto di globalità proponendo un numero

elevato di tratti, come i 16 di Cattell, altri invece, partendo dall'analisi fattoriale,

hanno ridotto ad un numero essenziale la quantità di tratti, come ad esempio

Eysenck e la sua teoria dei tre superfattori (Estroversione, Nevroticismo e

Psicoticismo). Questo autore propone una teoria come un sistema che tende a

fornire una spiegazione esaustiva della personalità globale e che cerca di

formulare delle leggi generali che regolano lo sviluppo e il comportamento,

afferma inoltre che le basi genetiche influenzano circa il 60% del temperamento e

l'80% dell'intelligenza (Caprara, Barbaranelli e Borgogni, 1993).

La Teoria disposizionale forse è conosciuta ed usata è la Teoria dei Big Five, o

dei Cinque Fattori.

Il movimento dei Big Five o FFA (Five Factor Approach) o ancora FFM (Five

Factor Model) ha individuato cinque dimensioni che permettono di descrivere in

modo esaustivo la personalità e sono inoltre replicabili nelle diverse culture.

Queste due prime caratteristiche rendono questo modello largamente usato fin

dagli anni ’60.

Il modello dei Cinque Fattori nasce dall’incontro di due ambiti differenti quali la

tradizione psicolessicale e l’approccio fattorialista.

Come afferma Allport, (citato in Dimaggio e Semerari, 2003), la prima utilizza

l’esame del linguaggio naturale per individuare quei termini che per

sedimentazione raccolgono le descrizioni più accurate della personalità umana, in

quanto simboli concepiti socialmente (da un miscuglio di interessi etici, culturali

e psicologici) per la nomina e la valutazione delle qualità umane.

Tralasciando la trattazione dell'analisi fattoriale e degli studi che hanno portato ad

un'elaborazione definitiva dei costrutti, verranno ora descritti i 5 tratti

riconducibile al test di personalità Big Five Questionnaire o BFQ (Caprara,

Barbaranelli e Borgogni, 1993).

I cinque tratti sono denominati Energia, Coscienziosità, Amicalità, Stabilità 10

emotiva e Apertura mentale (le denominazioni possono variare fra gli autori e le

lingue ma sul loro contenuto esiste un generale accordo). Ogni tratto è misurabile

attraverso due sottodimensioni specifiche per ciascun tratto.

Energia (Dinamismo e Dominanza): questo tratto raccoglie tutti gli aspetti

relativi all’attività, la dominanza, la socievolezza espressa da quei soggetti

che si possono definire come estroversi;

Coscienziosità (Scrupolosità e Perseveranza): si riferisci al controllo

inteso come precisione e ordine, come tenacia nell’intraprendere un

compito, come governo degli impulsi;

Amicalità (Cooperatività/Empatia e Cordialità): in contrapposizione

all’ostilità, rappresenta la gradevolezza, l’apertura e la fiducia verso le

altre persone;

Stabilità emotiva (Controllo dell’emozione e Controllo degli impulsi):

esprime la capacità di controllare le reazioni emotive quali ansia, rabbia e

malinconia;

Apertura mentale (Apertura alla cultura e Apertura all’esperienza): è il

tratto più controverso per la sua vicinanza con caratteristiche più

cognitive, infatti è stato definito anche Cultura, tuttavia la denominazione

più diffusa, in inglese come in italiano, si ricollega al concetto di Apertura,

in particolare verso ciò che è nuovo e diverso, l’interesse per

l’acquisizione di nuove conoscenze e nuove esperienze (Caprara,

Barbaranelli e Borgogni, 1993).

Questo modello ha dimostrato di essere relativamente universale essendo

applicabile a diverse nazionalità sebbene con degli indispensabili aggiustamenti,

poiché nelle diverse culture alcune caratteristiche assumono differente valore. Gli

studi hanno anche accertato che qualsiasi costrutto di personalità possa essere

fatto risalire a questi fattori evidenziati (Emmelkamp e Kamphuis, 2009).

11

Riguardo le forme che può assumere la personalità nel corso della vita, lo studio

dei Big Five, in particolare sui bambini, ha suggerito ipotesi interessanti,

indicando come età critica quella che comprende la tarda infanzia e

l’adolescenza.

Nonostante il Five Factor Model abbia dimostrato una generale stabilità nelle

diverse età, nei bambini più piccoli non sono riscontrabili i cinque fattori

esattamente come risultano per gli adulti.

Gli studi che hanno preso in considerazione la solidità dei tratti di personalità nei

bambini sono ancora relativamente pochi ma affermano che dalla metà

dell’infanzia i bambini possiedano una personalità differenziata, emergente da

precedenti peculiarità disposizionali e relativamente stabile nel tempo e nelle

situazioni. Lo sviluppo di questi tratti si sviluppa dapprima attraverso

l'incremento delle strategie, delle rappresentazioni mentali, degli obiettivi e,

nell’adolescenza, si avvale di racconti, resoconti narrativi della propria vita

capaci di riassumere “chi sono” (ibidem).

E' giusto fare un accenno anche al concetto di temperamento che sul piano

scientifico viene definito come

«un insieme di disposizioni comportamentali presenti sin dalla nascita le

cui caratteristiche definiscono le differenze individuali nella risposta

all’ambiente. Il temperamento riflette dunque una variabilità biologica»

(Lingiardi, 1996, p.118).

Il termine deriva dal latino “temperare”, cioè mescolare, e racchiude in sé gli

aspetti innati, trasmessi geneticamente, quindi non mediati dalla cultura ed

espressione diretta di precise caratteristiche cerebrali.

Il temperamento riflette dunque una dimensione genetica e biologica e pone

l’attenzione su un numero di risposte adattive all’ambiente presenti al momento

della nascita. Nello specifico il temperamento si riferisce alle differenze tra 12

individui nelle loro risposte automatiche agli stimoli emozionali, e segue le

regole del condizionamento associativo o dell'apprendimento procedurale di

abitudini e abilità. Nell’apprendimento associativo infatti gli organismi imparano

le relazioni che intercorrono fra uno stimolo e l’altro (condizionamento classico

pavloviano) o quelle che intercorrono fra uno stimolo e il comportamento

dell’organismo stesso, nei termini della formazione di un rapporto di previsione

tra uno stimolo e una risposta (condizionamento operante skinneriano o

apprendimento per prova ed errore) (Galimberti, 2006, pp. 51-53).

I tratti temperamentali comprendono pattern di risposta emozionale di base, come

ad esempio la rabbia, la paura e l'attaccamento. Il temperamento è dunque

definibile come l'insieme di componenti della personalità: ereditabili nella

combinazione genica, manifeste nell'infanzia, stabili per tutta la durata della vita.

Si deduce che queste caratteristiche sono legate alla neurochimica del cervello, e

nello specifico, rispettivamente alla attività dopaminergica, serotoninergica e

noradrenergica (Emmelkamp e Kamphuis, 2009).

1.2 L'evoluzione della classificazione e della diagnosi dei DDP

attraverso l'evoluzione del DSM

Come è noto il DSM è un manuale nosografico, ateorico ed assiale che descrive

le patologie basandosi sulla presenza/assenza di sintomi specifici. Questa

rappresentazione categoriale delle patologie, presenta dei vantaggi pratici perchè

agevolano notevolmente la comunicazione tra professionisti.

La formulazione di una diagnosi con il DSM prevede due passaggi: occorre

stabilire che il comportamento di un soggetto soddisfi le definizione generale per

quel particolare disturbo ed occorre poi che, valutando la presenza/assenza dei

criteri diagnostici specifici, la somma della presenza di questi criteri raggiunga il

13

punteggio soglia predefinito per ogni disturbo. Nelle prime edizioni i criteri per

l'assessment dei disturbi di personalità erano molto elementari e poco definiti.

Nel DSM-I figuravano 5 categorie molto ampie: disturbo della struttura della

personalità, disturbo dei tratti di personalità, sociopatia, disturbo reattivo di

personalità e disturbi di personalità reattivi alla situazione.

Il DSM-II ha ridotto il numero effettivo di disturbi eliminando i sottotipi delle

diverse categorie ma non venivano forniti criteri diagnostici precisi, erano ancora

molto confusi i disturbi basati sui sintomi con i disturbi di personalità veri e

proprio, infatti i DDP non rientravano neanche in un asse a parte. Infine non vi

era dietro un numero degno di indagini cliniche. L'insieme di questi dati talvolta

confusi ha spesso favorito il diffondersi di fantasie e pregiudizi errati su questi

disturbi (Emmelkamp e Kamphuis, 2009).

Il DSM-III ha suddiviso undici disturbi di personalità (antisociale, evitante,

borderline, ossessivo-compulsivo, dipendente istrionico, narcisista, paranoide,

passivo-aggressivo, schizoide e schizotipico) in 3 raggruppamenti: eccentrici,

drammatici-teatrali e ansiosi.

Nel DSM-III-R la classificazione resta invariata e vengono aggiunti il disturbo

sadico e auto-frustrante; il maggior pregio di questa edizione è stato l'aver

affinato i criteri diagnostici (ibidem).

Solo nel DSM-IV i disturbi di personalità vengono considerati come disturbi del

tutto differenziati dai Ritardi Mentali e vengono definiti come un modello

abituale di esperienza o comportamento che si discosta notevolmente dalla

cultura a cui l'individuo appartiene e si manifesta in almeno due delle seguenti

aree: esperienza cognitiva, affettiva, funzionamento interpersonale e controllo

degli impulsi (area comportamentale). Dunque le disfunzioni devono

coinvolgere un'ampia gamma di situazioni sociali e causare una condizione di

disagio, personale, sociale e lavorativo. Nella classificazione vengono eliminati il

disturbo sadico e auto-frustrante, viene introdotto il Disturbo Passivo Aggressivo 14

nella sezione dedicata ai Disturbi di Personalità Non Altrimenti Specificati

(NAS).

Caratteristica peculiare di questi disturbi è che il paziente non sempre è in grado

di riconoscere la propria condizione, poiché non si rende conto del proprio

impatto sugli altri e tende a non cercare aiuto, per tanto questi disturbi si

definiscono egosintonici (Sperry, 2004).

La quinta edizione del DSM, pubblicata nel 2014, propone una definizione per

alcuni versi simile alla precedente ma introduce una novità degna di nota.

Il disturbo di personalità è

«un pattern costante di esperienza interiore e di comportamento che devia

marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell'individuo, è

pervasivo e inflessibile, esordisce nell'adolescenza o nella prima età

adulta, è stabile nel tempo e determina disagio o menomazione» (APA,

2014, p. 747).

Se in tutte le precedenti edizioni del DSM gli unici criteri per accertarlo si

basavano sulla presenza/assenza di sintomi e comportamenti, nel DSM-5 si

introduce l'analisi dell'esperienza interna e di quelle funzioni psicologiche che

permettono di comprendere gli stati mentali, dare senso agli stessi e utilizzarli per

guidare la propria azione e regolare le relazioni sociali.

In seguito ad un dibattito al riguardo durato anni, e probabilmente ancora

irrisolto, nel manuale sono stati inclusi due modi del tutto differenti di

classificare i DDP.

Il primo è sicuramente ancora quello più utilizzato per la sua familiarità, è

identico a quello precedente e prevede la classificazione di 10 disturbi i cui criteri

di diagnosi e le cui descrizioni sono state aggiornate.

Di seguito la tabella dei criteri del Disturbo di personalità in genere, così come

riportata nel DSM-5 (APA, 2014).

15

Disturbo di personalità in genere Criteri

A. Un modello abituale di esperienza interiore e di comportamento che

devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo.

Questo modello si manifesta in due (o più) delle seguenti aree:

1) cognitività (cioè modi di percepire e interpretare se stessi, gli altri e

gli avvenimenti);

2) affettività (cioè la varietà, intensità, labilità e adeguatezza della

risposta emotiva);

3) funzionamento interpersonale;

4) controllo degli impulsi. B. Il modello abituale risulta inflessibile e pervasivo in una varietà di

situazioni personali e sociali. C. Il modello abituale determina un disagio clinicamente significativo e

compromissione del funzionamento sociale, lavorativo e di altre

importanti aree. D. Il modello è stabile e di lunga durata e l’esordio può essere fatto risalire

almeno all’adolescenza o alla prima età adulta. E. Il modello abituale non risulta meglio giustificato come manifestazione

o conseguenza di un altro disturbo mentale. F. Il modello abituale non risulta collegato agli effetti fisiologici diretti di

una sostanza (per es. una droga di abuso, un farmaco) o di una

condizione medica generale (per es. un trauma cranico). (APA, 2014, pag. 749)

Nella sezione III, Proposte di nuovi modelli e strumenti di valutazione, è incluso

invece un “Modello alternativo del DSM-5 per i disturbi di personalità”. Si tratta

di un sistema di classificazione per i DDP che, per la sua innovazione, è stato

16

inserito più come ipotesi diagnostica che necessita di ulteriori studi, che come

modello diagnostico validato.

Riporterò di seguito la tabella con i criteri generali per il disturbo di personalità a

cui seguirà una spiegazione più dettagliata di tali criteri (ibidem):

Criteri generali per il disturbo di personalità Le caratteristiche essenziali di un disturbo di personalità sono: A. Moderata o più grave compromissione del funzionamento (del sé e

interpersonale) della personalità. B. Uno o più tratti di personalità patologici. C. Le compromissioni del funzionamento della personalità e l'espressione

dei tratti di personalità del soggetto sono relativamente inflessibili e

pervasive in una vasta gamma di situazioni personali e sociali. D. Le compromissioni del funzionamento della personalità e l'espressione

dei tratti di personalità del soggetto sono relativamente stabili nel tempo

e il loro esordio si può far risalire almeno all'adolescenza o all'inizio

dell'età adulta. E. Le compromissioni del funzionamento della personalità e l'espressione

dei tratti di personalità del soggetto non sono meglio spiegate da un altro

disturbo mentale. F. Le compromissioni del funzionamento della personalità e l'espressione

dei tratti di personalità del soggetto non sono attribuibili esclusivamente

agli effetti fisiologici di una sostanza o di un'altra condizione medica (per

esempio, grave trauma cranico). G. Le compromissioni del funzionamento della personalità e l'espressione

dei tratti di personalità del soggetto non possono essere considerate

normali per la fase di sviluppo o l'ambiente socioculturale del soggetto. (APA, 2014, pp.883-884)

17

- Criterio A: Livello di funzionamento della personalità

Disturbi del funzionamento del sé e interpersonale sono considerati il

nucleo della patologia della personalità e vengono valutati lungo un

continuum che prevede 5 livelli, da un funzionamento adattivo (Livello 0)

ad un'estrema compromissione (Livello 5).

Il funzionamento del sé comprende:

• identità: esperienza unitaria di sé, con chiari confini tra sé e gli altri;

stabilità della stima di sé e correttezza dell'autovalutazione; attitudine

alla gamma dell'esperienza emotiva e capacità di regolazione di essa;

• autodirezionalità: perseguimento di obiettivi esistenziali coerenti e

signitificativi sia nel breve sia nel lungo periodo; utilizzo di standard

interni di comportamento costruttivi e prosociali, fruttuose capacità

autoriflessive.

Il funzionamento interpersonale comprende:

• empatia: comprensione e valorizzazione delle altrui esperienze e

motivazioni; tolleranza di punti di vista differenti; comprensione degli

effetti del proprio comportamento sugli altri;

• intimità: profondità e durata del rapporto con gli altri; desiderio e

capacità di vicinanza; comportamento improntato al rispetto reciproco:

Per la diagnosi di disturbo di personalità è necessario che vi sia una

compromissione, anche lieve del funzionamento di personalità

(nell'Allegato 1 la Scala del livello di funzionamento della personalità).

- Criterio B: tratti di personalità patologici

Vengono classificati in cinque grandi domini: Affettività negativa, Distacco,

Antagonismo, Disinibizione e Psicoticismo. Queste macro categorie

contengono ben 25 sfaccettature specifiche (in Allegato 2 la completa

18

tassonomia dei tratti).

-Criterio C e D: pervasività e stabilità

Poiché la personalità è una modalità di percepire, rapportarsi e pensare nei

confronti dell'ambiente e di se stessi, se ne deduce che una compromissione

del suo funzionamento sarà pervasiva in vari contesti personali e sociali, pur

conservando un certo grado di adattibilità, propria anche delle personalità

disturbate in modo medio-lieve. Inoltre la compromissione del

funzionamento e dei tratti di personalità deve essere stabile nel tempo.

-Criteri E, F e G: spiegazioni alternative per la patologia della personalità

(diagnosi differenziale)

Questi criteri permettono di escludere la diagnosi di disturbi di personalità

qualora vi siano i sintomi di altri disturbi quali disturbi mentali, disturbi

correlati a sostanza o ad altre condizioni mediche. Questa precisazione è

doverosa perchè spesso i DDP influenzano il decorso di altri disturbi

mentali (APA, 2014).

Un recente articolo di Giancarlo Dimaggio pubblicato su Il Giornale di Scienze

Psicologiche (rivista online) e consultabile sul sito www.stateofmind.it esprime il

proprio punto di vista riguardo le migliorie d'uso del Modello alternativo del

DSM-5 per i disturbi di personalità (Dimaggio, 2014).

Trovo significativo riportare un pezzo dell'articolo che, seppur scritto in modo

informale, esemplifica non solo come questa novità sia stata accolta dai

professioni, ma anche l'impatto che può avere in ambito psichiatrico.

Per spiegare meglio quali siano i vantaggi della Scala del livello di

funzionamento della personalità, l'autore riporta ad esempio la descrizione di un

possibile individuo con Livello 3, cioè con grave compromissione.

Una persona che funziona a livello 3 ha

«un senso di sé debole e non è autonomo; prova un senso di vuoto; i

confini tra sé e gli altri sono labili, agli estremi di iperidentificazione ed 19

eccessiva indipendenza. L’autostima è fragile, l’immagine di sé

incoerente o priva di sfumature. Ha difficoltà a stabilire e conseguire

obiettivi personali, e questo è uno dei marchi di fabbrica del DP, il

problema nell’agency, nella capacità di farsi motore della propria azione

grazie al riconoscimento, apprezzamento di uno slancio che viene

dall’interno e che ci guida a formare piani per il futuro e perseguirli

superando difficoltà e frustrazioni. Che senso dà alla vita una persona a

cui mancano gli obiettivi: la scala ci dà immediatamente una risposta

coerente: la vita è priva di significato o pericolosa. E poi la sorpresa più

grande, cito alla lettera: La capacità di riflettere sui propri processi

mentali e di comprenderli (il manuale scrive “di non comprenderli”

ahimè, un refuso) è compromessa in modo significativo. Sì, sì, avete letto

bene. Si tratta proprio di metacognizione, mentalizzazione, funzione

riflessiva, teoria della (propria) mente. Indugio a pensare che gli

psichiatri americani siano impazziti. Del tutto. Una sindrome che

neanche loro riuscirebbero a classificare, o magari la introducono nei

disturbi dello spettro della schizofrenia. Il fatto straordinario è che hanno

introdotto tale criterio in presenza di limitatissimi dati empirici. In altre

parole: un criterio quasi completamente guidato dalla teoria e dalle

osservazioni cliniche. Insomma, i modelli dei disturbi di personalità che

fanno leva sulla difficoltà a riflettere sugli stati mentali, in particolare

quelli basati sulla mentalizzazione e metacognizione ne ricevono una

bella spinta in avanti» (Dimaggio, 2014).

Nonostante il supporto empirico per questa sezione sia ancora molto scarso,

Dimaggio, anziché criticarlo, apprezza l'audacia dei autori e li incoraggia a

proseguire su questo filone.

L'innovazione del DSM-5 ha anche il merito di cercare di trovare una soluzione

accomodante ad una riflessione critica che lo accompagna da sempre: è più 20

corretto basare una diagnosi sui sintomi o sui tratti di personalità? Vari modelli,

che verranno discussi più avanti, hanno tentato di dare una risposta a questo

interrogativo.

1.3 Fenomenologia dei disturbi di personalità

Nel DSM-5 i disturbi di personalità sono suddivisi in tre classi (denominati

Gruppi o Cluster), in base alla caratteristica comune e dominante dei disturbi:

– Gruppo A: caratterizzato da eccentricità

– Gruppo B: caratterizzato da drammaticità

– Gruppo C: caratterizzato da ansietà

1.3.1 Cluster A

Il Gruppo A, denominato in genere “strano/paranoide”, accomuna quei disturbi

caratterizzati dall’isolamento sociale, sia esso dovuto a diffidenza, o sia dovuto a

indifferenza.

Questo cluster comprende:

Disturbo di Personalità Paranoide: la principale caratteristica di questo tipo di

disturbo è l’interpretazione delle azioni degli altri come minacce o umiliazioni

deliberate (Emmelkamp e Kamphuis, 2009). Chi soffre di disturbo paranoide

non riesce ad avere fiducia in nessuno, non perdona facilmente ed è soggetto a

scoppi di aggressività ingiustificati, perché percepisce gli altri come sleali,

infedeli, condiscendenti o disonesti. Il paziente può inoltre essere geloso,

guardingo, riservato e intrigante, e può apparire emotivamente “freddo” o

eccessivamente serio (Sperry, 2004);

Disturbo di Personalità Schizoide: sono personalità introverse, chiuse,

solitarie, emotivamente fredde e distanti. Spesso sono completamente prese

21

dai propri pensieri e sensazioni e temono il contatto e l’intimità con gli altri.

Ad esempio chi ha una personalità schizoide tende a sognare ad occhi aperti,

anziché agire concretamente (Emmelkamp e Kamphuis, 2009; Sperry, 2004);

Disturbo di Personalità Schizotipico: questo disturbo può essere descritto con

un gruppo di caratteristiche. Chi è affetto da questo disturbo parla o si veste in

modo strano o stravagante. Sono frequenti i pensieri e i comportamenti strani,

bizzarri o stravaganti. Chi è affetto dal disturbo schizotipico ha difficoltà

relazionali ed è estremamente ansioso nelle situazioni sociali. Può reagire in

modo inappropriato oppure non reagire affatto durante le conversazioni

oppure può parlare da solo (Emmelkamp e Kamphuis, 2009). Manifesta inoltre

una tendenza verso il “pensiero magico”: può affermare di riuscire a prevedere

il futuro o leggere la mente degli altri (ibidem).

1.3.2 Cluster B

Il Gruppo B è caratterizzato da comportamenti “drammatici”: in questa categoria

sono raggruppati i disturbi che presentano comportamenti estremi in diversi

campi; in questa categoria vengono raggruppati:

Disturbo di Personalità Narcisistico: la persona con personalità narcisistica ha

un’autostima esagerata, fantastica continuamente riguardo propri successi

straordinari e cerca di attirare l’attenzione su di sé (Emmelkamp e Kamphuis,

2009). La personalità narcisistica è estremamente sensibile al fallimento e

spesso lamenta diversi disturbi psicosomatici. Soggetti a sbalzi d’umore

estremi tra l’autostima e l’insicurezza, questi pazienti tendono a sfruttare e

dominare le relazioni interpersonali (Sperry, 2004).

Disturbo di Personalità Borderline: chi ha una personalità borderline è

instabile in diversi ambiti, tra cui le relazioni interpersonali, il comportamento,

l’umore e l’immagine di sé. È caratterizzato da sbalzi d’umore improvvisi ed

estremi, da relazioni tempestose, da un’autopercezione instabile e oscillante e 22

da azioni imprevedibili e autodistruttive (Emmelkamp e Kamphuis, 2009). In

generale manifesta una profonda difficoltà con la percezione della propria

identità. Spesso non percepisce le sfumature, classificando gli altri come tutti

bianchi o tutti neri. Chi soffre di disturbo borderline può sviluppare un forte

attaccamento verso un’altra persona, salvo poi dissolverlo dopo quello che

percepisce come un affronto. Il timore dell’abbandono può portare a una

dipendenza eccessiva dagli altri. L’automutilazione o i tentativi di suicidio

ricorrenti possono essere usati per attirare l’attenzione o per manipolare gli

altri. Le azioni impulsive, la sensazione cronica di noia o di vuoto e gli scoppi

di rabbia intensi e inappropriati completano il quadro del disturbo, che è

maggiormente diffuso tra le donne (Sperry, 2004).

Disturbo di Personalità Istrionico: chi ne soffre tende a ricercare l’attenzione

degli altri, ad essere sempre seduttivo e a manifestare in modo marcato e

teatrale le proprie emozioni. Si parla di Disturbo Istrionico di Personalità

quando la persona ha un bisogno esagerato di attenzione, è emotivamente

instabile e mostra una sensibilità (e una reattività) esagerate. Può essere un

abile oratore, un grande seduttore o una persona molto provocante, e se non è

al centro dell'attenzione soffre enormemente (Emmelkamp e Kamphuis,

2009).

Disturbo di Personalità Antisociale: i soggetti con una personalità antisociale

di norma esternano violentemente i propri conflitti interiori e ignorano le

norme che regolano l’agire sociale (Emmelkamp e Kamphuis, 2009). Si tratta

di pazienti impulsivi, irresponsabili e insensibili. Tipicamente chi ha una

personalità antisociale ha precedenti con la legge, di comportamento violento o

irresponsabile, di relazioni aggressive e persino violente. Non rispetta gli altri

e non prova sensi di colpa per gli effetti del suo comportamento sugli altri. È

estremamente a rischio per quanto riguarda l’abuso di sostanze, soprattutto di

alcool, perché in questo modo ritiene di poter alleviare la tensione, l’irritabilità 23

e la noia (Sperry, 2004).

1.3.3 Cluster C

Il Gruppo C invece contiene i disturbi con matrice ansiosa:

Disturbo di Personalità Evitante: chi ha una personalità evitante spesso è

eccessivamente sensibile ai rifiuti e non vuole affrontare gli altri finché non è

certo di essere accettato ed amato. Caratteristiche della personalità evitante

sono il disagio eccessivo nelle situazioni sociali, la timidezza, la paura delle

critiche e lo sfuggire alle attività sociali o lavorative che implicano un contatto

con gli altri (Emmelkamp e Kamphuis, 2009). Questi pazienti temono di dire

qualcosa che gli altri troverebbero stupido; si preoccupano di arrossire o

piangere in pubblico e sono profondamente feriti da eventuali critiche. Chi

soffre di disturbo evitante spesso non ha relazioni al di fuori della cerchia

familiare, pur desiderandole, e non sta bene perché si sente incapace di

relazionarsi con gli altri (Sperry, 2004).

Disturbo di Personalità Dipendente: sono persone che manifestano uno schema

di comportamenti dipendenti e sottomessi, delegando tutte le decisioni agli

altri. Questi pazienti hanno bisogno di essere continuamente rassicurati e

consigliati e si offendono facilmente di fronte alle critiche o alla

disapprovazione. Si sentono a disagio e indifesi quando sono da soli e possono

sentirsi devastati quando una relazione importante termina. Hanno un profondo

timore di essere rifiutati. Con una fiducia in se stessi carente, la personalità

dipendente di rado inizia un progetto o fa qualcosa di spontanea iniziativa.

Questo disturbo di norma si manifesta durante la giovinezza e viene

diagnosticato con maggior frequenza nelle donne (Emmelkamp e Kamphuis,

2009; Sperry, 2004).

Disturbo di Personalità Ossessivo-Compulsivo: si tratta di soggetti molto

scrupolosi, con aspirazioni molto alte, però tendono continuamente alla 24

perfezione. Mai soddisfatti di ciò che hanno conseguito, le persone affette da

disturbo compulsivo tendono ad assumere responsabilità sempre maggiori.

Sono affidabili, ordinate e metodiche però la loro inflessibilità spesso le rende

incapaci di adattarsi al mutare delle circostanze (Emmelkamp e Kamphuis,

2009). Sono molto cauti, soppesano attentamente tutti gli aspetti dei problemi

e fanno attenzione ai minimi dettagli, quindi hanno difficoltà a prendere

decisioni e a completare i compiti loro assegnati. Quando il controllo è

allentato, gli eventi sono imprevedibili o devono affidarsi agli altri, le

personalità compulsive tendono a sentirsi isolate e indifese (Sperry, 2004).

Come anticipato esiste anche il Disturbo di Personalità Non Altrimenti

Specificato, riservata ai soggetti che non raggiungono il numero soglia previsto

per nessun particolare disturbo, oppure che presentano un disturbo di personalità

non incluso in quelli ufficiali (ed esempio disturbo depressivo di personalità o

disturbo passivo-aggressivo di personalità), oppure che manifestano una versione

clinicamente significativa ma sottosoglia di una specifica categoria diagnostica.

L'elevata percentuale di casi diagnosticati con questa etichetta suggerisce l'idea

che essa venga usata molto spesso come “calderone”, cioè come un ampio

contenitore che raggruppa disturbi eterogenei classificati in modo incoerente

(Emmelkamp e Kamphuis, 2009).

1.4 Epidemiologia

Gli studi condotti finora sulla prevalenza dei DDP sono ancora piuttosto rari: è

stato stimato che, al 2005, il 12% della popolazione generale soddisfa i criteri per

almeno un DDP.

Il disturbo più comune sembra essere l'ossessivo compulsivo (7,9%), seguito dal

paranoide (4,4%), l'antisociale (3,6%), lo schizoide (3,1%), l'evitante (2,4%), 25

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 124 totali
Scarica il documento