Tesi trauma, Tesi di laurea di Psicobiologia delle emozioni. Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano
marcobaldini
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Tesi trauma, Tesi di laurea di Psicobiologia delle emozioni. Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano

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tesi di laurea triennale psicologia unicatt milano
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INDICE ABSTRACT...................................................................................................................................... 5

INTRODUZIONE............................................................................................................................ 8

CAPITOLO 1. I disturbi del comportamento alimentare.................................13 1.1 Anoressia nervosa....................................................................................................14 1.2 Bulimia nervosa....................................................................................................................15

1.3 Disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificato............................... 15

1.4 Aspetti psicologici alla base dei disturbi del comportamento alimentari........................17

1.5 Aspetti storici e culturali dei disturbi alimentari.............................................................. 24

1.5.1 Aspetti storici................................................................................................................. 24

1.5.2 Aspetti culturali............................................................................................................. 25

1.5.3 L’oggettivazione sessuale.............................................................................................. 26

CAPITOLO 2. La regolazione emotiva........................................................................................29

2.1Emozioni e regolazione emotiva..........................................................................................29

2.1.1 Lo sviluppo emotivo.......................................................................................................... 30

2.1.2 La dimensione dell’attaccamento.................................................................................... 32

2.2 Il trauma infantile................................................................................................................ 34

2.3 Alessitimia............................................................................................................................. 36

CAPITOLO 3. Il ruolo della regolazione emotiva nei disturbi del comportamento alimentare e nel loro trattamento.....................................................................................................................38

3.1 Disturbi alimentari come disturbi della regolazione emotiva.......................................... 38

3.2 Esperienze traumatiche infantili e sviluppo dei disturbi alimentari: il ruolo della regolazione emotiva....................................................................................................................45

3.3 Trattamenti e interventi nei disturbi del comportamento alimentare.............................50

3.3.1 Il ruolo del terapeuta.....................................................................................................50

3.3.2 Interventi per promuovere la regolazione emotiva nei disturbi del comportamento alimentare................................................................................................................................52

CONCLUSIONE............................................................................................................................ 56

BIBLIOGRAFIA............................................................................................................................59

1

ALLEGATI……………………………………………………………………………… ……….34

2

3

ABSTRACT Questo elaborato ha lo scopo di indagare il legame che connette esperienze di

trauma vissute durante l’infanzia e sviluppo della psicopatologia alimentare in età

adulta. Recenti studi si sono occupati di questa associazione cogliendo quanto

essa non sia diretta ma mediata da altri fattori, tra cui la regolazione emotiva. Una

buona capacità di regolare le emozioni può rappresentare un fattore di protezione

rispetto allo sviluppo della patologia alimentare, mentre un deficit nella

regolazione emotiva può causare lo sviluppo della patologia stessa. La capacità di

regolare le emozioni in maniera funzionale viene appresa durante l’infanzia

attraverso le interazioni che il bambino ha con chi si prende cura di lui. I disturbi

alimentari possono essere trattati come disturbi di autoregolazione dove le emozioni assumono specifiche funzioni nello sviluppo, nel mantenimento e nel

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trattamento della sintomatologia alimentare disturbata. Questa prospettiva, oltre a favorire una migliore comprensione delle dinamiche sottostanti la patologia

alimentare e quindi un trattamento più completo ed efficace, ha anche valore in

termini di prevenzione, sottolineando l’importanza di sviluppare le competenze

emotive nei bambini e negli adolescenti e di favorire maggior consapevolezza

delle stesse nei genitori e nelle figure educative di riferimento.

Abstract in inglese

This elaborate wants to investigate the mediating role of emotion regulation in the

relationship between childhood trauma and eating disorder. Disordered eating behavior has been associated with childhood abuse, particularly emotional

maltreatment and neglect. Emotion regulation is linked with maltreatment and

also with disordered eating. It is defined as a set of processes by which emotions

are themselves regulated, which may be automatic or controlled, conscious or

unconscious. This dimension is thought to develop through positive early parent-

child interaction with a responsive caregiver who can teach the child to label and

manage his emotions and through interaction with peers in childhood. An

emotionally invalidating environment typical of emotional abuse and neglect,

where the child’s emotions are ignored or punished, is theorized to lead to

difficulties identifying, expressing and managing emotions. In this elaborate is

shown a relationship between abuse and difficulties in emotion regulation.

Disordered eating behavior may be in itself a way of managing strong emotions

by blocking off or dissociating from painful cognitions or negative mood.

Emotion regulation is an important aspect in the eating disorder symptomatology

and it represent an important aspect also in terms of treatment and prevention.

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INTRODUZIONE Il mio interesse per i disturbi del comportamento alimentare è nato in seguito alla

conoscenza della scrittrice Fabiola De Clerq durante una lezione in Università,

che ho approfondito attraverso la lettura di alcuni libri. La sua prospettiva nei

confronti dei disturbi alimentari è quella di chi ha attraversato in prima persona

l’oscuro mondo dell’anoressia e della bulimia, malattie che per molti anni hanno

attirato l’attenzione per i loro sintomi esterni lasciando in ombra le dimensioni

emotive e soggettive vissute dai pazienti. La De Clerq sottolinea l’importanza che

le relazioni familiari precoci hanno sullo sviluppo di questi disturbi, tanto da aver

fondato un’associazione (ABA) dove le famiglie sono coinvolte nella cura

insieme ai pazienti. A causa del suo livello di sviluppo, il bambino non possiede le

competenze e gli strumenti per leggere correttamente le reazioni emotive che

sperimenta al suo interno e quindi per interpretare e gestire le sensazioni percepite

necessita del ruolo dell’adulto che ha la funzione di rispecchiare i suoi vissuti

emotivi e di permettergli di vedere riconosciute le sue emozioni e di

comprenderne il significato. Ciò che fa trauma nel contesto infantile non è

l’evento in sé stesso, ma il fatto che esso investa il bambino di sensazioni forti a

cui egli non è in grado di dare un senso e un significato. Se l’adulto non è attento

o è esso stesso una fonte di minaccia e disorientamento, di fronte a sensazioni

forti e intollerabili che non riesce a riconoscere, il bambino risponderà negando o inibendo le sue emozioni, oppure esprimendole in maniera inadeguata.

L’incapacità di esprimere e gestire in modo funzionale le emozioni può essere

associata allo sviluppo di diversi disturbi nell’età adulta. I disturbi del

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comportamento alimentare possono essere interpretati come deficit nella regolazione emotiva, dove il sintomo viene utilizzato come mezzo per gestire e

controllare sensazioni forti intollerabili. Lo scopo di questo elaborato è quello di

approfondire il ruolo della regolazione emotiva nel legame che connette vissuti

traumatici infantili e sviluppo della psicopatologia alimentare.

Il primo capitolo dell’elaborato introduce la patologia alimentare con i suoi

sintomi, le dinamiche psicologiche sottostanti e il percorso storico-culturale che

ha portato alla sua diffusione. Nel secondo capitolo verrà presentato il concetto di

regolazione emotiva sottolineando, nel suo sviluppo, il ruolo delle relazioni primarie con le figure di accudimento. Nel terzo capitolo la patologia alimentare

sarà approfondita nella prospettiva delle emozioni, dove i sintomi alimentari

disturbati rappresentano delle modalità di auto-regolazione degli stati interni con

la funzione di controllare, almeno in apparenza, sensazioni indecifrabili o troppo

intense e intollerabili per i pazienti. Nell’ultima parte del capitolo verrà

evidenziata la complessità del trattamento per i soggetti a cui manca la capacità di

esprimere e mettere in gioco il proprio mondo interno, nel rapporto con il

terapeuta in particolare. Saranno quindi indicati gli aspetti da tenere presenti per

costruire una relazione terapeutica in grado di favorire l’espressione emotiva in

uno spazio protetto, fornendo allo stesso tempo il paziente delle competenze utili

a riconoscere, gestire e condividere in maniera funzionale le proprie emozioni.

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CAPITOLO 1. I disturbi del comportamento alimentare I disturbi del comportamento alimentare possono essere distinti sulla base dei sintomi che manifestano, ma l’osservazione clinica suggerisce che siano mantenuti da meccanismi comuni e che condividano la maggior parte delle caratteristiche cliniche e psicologiche, come dimostra il fatto che si modificano da una categoria all’altra senza però evolvere in altri disturbi mentali (Senatore, 2013). La teoria transdiagnostica sviluppata presso

l’Università di Oxford, considera i disturbi alimentari come un’unica categoria dove sono presenti: anomalie del comportamento alimentare e/o di comportamenti di controllo del peso persistenti (ad esempio, per almeno tre mesi); eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e/o del controllo dell’alimentazione; danni alla salute fisica e al funzionamento psicosociale causati da anomalie del comportamento e/o dall’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo; le anomalie del comportamento non devono essere secondarie a qualsiasi condizione medica generale o psichiatrica conosciuta (Fairburn, Cooper & Shafran, 2003; Fairburn & Cooper, 2011). Lo strumento più utilizzato per formulare una diagnosi nei disturbi psichiatrici è il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali, o DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders). La diagnosi di disturbo del comportamento alimentare si formula quando in un paziente sono contemporaneamente presenti comportamento alimentare severamente disturbato associato a segni e sintomi definiti. Essa non fornisce però spiegazioni sulla genesi della malattia nè permette di fare inferenze sulla gravità e il tipo di psicopatologia sottostante al disturbo, pertanto non rappresenta

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un punto d’arrivo ma un prezioso aiuto nella clinica per restringere il numero di possibilità eziologiche e patogenetiche considerabili e per indirizzare l’individuazione di elementi specifici nelle fasi diagnostiche successive. Per i disturbi del comportamento alimentare il DSM (APA, 1994) distingue anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo alimentare non altrimenti specificato.

1.1 Anoressia nervosa L’anoressia nervosa rappresenta il disturbo più diffuso e drammatico tra i disordini alimentari, dove l’individuo è angosciato dall’aspetto fisico e dalla paura di ingrassare tanto da privarsi del cibo fino a raggiungere uno stato fisico gravissimo. Questo disturbo colpisce maggiormente le donne e insorge nella maggior parte dei casi nel periodo adolescenziale, tra i 14 e i 18 anni. Secondo il DSM-IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali, quarta edizione; APA, 1994), i sintomi nell’anoressia nervosa sono: il rifiuto di mantenere il peso al di sopra del peso minimo per età e statura; intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso; alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso e la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli autostima, o rifiuto di ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso; nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi. Nella categoria di anoressia nervosa vengono distinti due sottotipi: con restrizioni o con abbuffate/ condotte di eliminazione. Le restrizioni, o condotte restrittive, consistono in drastiche diminuzioni della quantità di cibo assunto, allo scopo di perdere peso; le abbuffate consistono nell’ingestione in un certo lasso di tempo di una quantità

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sproporzionata di cibo, significativamente maggiore rispetto a quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili, accompagnata dalla sensazione di perdere il controllo; le condotte eliminatorie vengono attuate allo scopo di perdere peso e possono essere attività fisica eccessiva, vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi. Questo tipo di comportamenti influenza notevolmente l’autostima nei pazienti, che ricavano una forte gratificazione dalla loro capacità di controllare il peso e l’alimentazione, mentre vivono come inaccettabile sconfitta la perdita di autocontrollo (Caruso & Manara, 1997).

1.2 Bulimia nervosa La bulimia nervosa si caratterizza per l’alternanza di abbuffate (crisi bulimiche) e condotte eliminatorie per almeno due volte alla settimana, per tre mesi (APA, 1994). Durante una crisi bulimica viene ingerita una quantità di cibo significativamente maggiore rispetto a quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili, con conseguente sensazione di perdita di controllo rispetto a quanto e cosa si stia mangiando. Queste crisi possono essere indotte da stati depressivi di umore, condizioni di stress interpersonale, sentimenti di insoddisfazione, oppure possono essere la conseguenza di fame accumulata mediante i digiuni e le restrizioni che il soggetto si impone (ad esempio nell’anoressia nervosa). In seguito a questi episodi si verificano ricorrenti e inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici, enteroclismi o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo. La bulimia nervosa viene distinta in due sottotipi: con condotte di eliminazione o senza condotte di eliminazione. Generalmente

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appare in età superiore rispetto all’anoressia nervosa, in tarda adolescenza e con l’ingresso nell’età adulta (Caruso & Manara, 1997).

1.3 Disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificato La definizione di comportamento alimentare non altrimenti specificato permette di sottolineare l’importanza di considerare come entità clinicamente rilevanti anche le sindromi parziali, che possono anticipare o fare seguito ad una sindrome completa. I sintomi di questo disturbo includono: per il sesso femminile, tutti i criteri dell’anoressia nervosa in presenza di ciclo mestruale regolare; tutti i criteri dell’anoressia nervosa dove malgrado significativa perdita di peso, il peso attuale rimane nei limiti della norma; tutti i criteri della bulimia nervosa tranne il fatto che le abbuffate e le condotte compensatorie hanno frequenza inferiore a due episodi a settimana per tre mesi; un soggetto di peso normale che si dedica regolarmente a inappropriate condotte compensatorie dopo aver ingerito piccole quantità di cibo; il soggetto che ripetutamente mastica e sputa, senza deglutire, grandi quantità di cibo; disturbo da alimentazione incontrollata, che consiste in ricorrenti episodi di abbuffate in assenza delle condotte compensatorie inappropriate tipiche della bulimia nervosa (APA, 1994).

1.4 Aspetti psicologici alla base dei disturbi del comportamento alimentari L’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e il controllo dell’alimentazione sono considerate psicopatologia specifica e centrale nei disturbi alimentari, in quanto caratterizzano solo questo tipo di disturbi e la maggior parte

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delle caratteristiche cliniche osservate nei pazienti deriva direttamente o indirettamente da questi aspetti (Senatore, 2013). Essi sono espressione di un giudizio sul proprio valore personale quasi esclusivamente in termini di peso e forma del corpo, con un impatto sull’autostima del soggetto che adotta regole dietetiche estreme e rigide e altri comportamenti non salutari di controllo del peso. La perdita di peso viene infatti considerata come straordinaria conquista e segno di autodisciplina, mentre l’aumento di peso come inaccettabile perdita delle capacità di autocontrollo. La perdita di peso e la sindrome da denutrizione agiscono nel mantenere attiva la psicopatologia per il senso di soddisfazione ad esse connesso e possono favorire la comparsa di abbuffate come conseguenza delle restrizioni alimentari. La perdita di controllo dell’alimentazione legata alle abbuffate incoraggia una dieta sempre più ferrea, mentre le condotte di eliminazione permettono di abbandonare il controllo alimentare. Le abbuffate possono essere utilizzate come strumento per attenuare stati emotivi intensi e intollerabili, o per distrarsi da eventi negativi e dai problemi che preoccupano. Un effetto nella modulazione del tono dell’umore può essere raggiunto anche con vomito autoindotto ed esercizio fisico eccessivo (Senatore, 2013). Altre espressioni della psicopatologia sono il sentirsi grasso, la continua ricerca della magrezza e la paura di ingrassare, spesso associati ad una distorsione della propria immagine corporea, cioè della rappresentazione mentale che un soggetto ha del proprio corpo. L’immagine corporea presenta forti connotazioni affettive, in quanto “investita dai desideri, sogni, aspettative di quello che si è stati e di quello che si vorrebbe essere” (Zani, 1993) e per questo rappresenta

un’area di vulnerabilità e ansia. Pietropolli Charmet (2000) parla

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di “mentalizzazione del corpo”, come processo in cui la rappresentazione mentale di Sè integra mente e corpo e diventa comprensibile e controllabile. Nei soggetti affetti da disturbi alimentari, si verifica una sorta di ipermentalizzazione del corpo in cui lo sviluppo normale devia verso un’esagerata dedizione al corpo, alla sua cura e a quanto avviene al suo interno. Alla base di questi disturbi vi è la convinzione che attraverso il controllo del proprio corpo sia possibile controllare anche il mondo esterno di cui si ha paura.

1.5 Aspetti storici e culturali dei disturbi alimentari Secondo Onnis (2004) i sintomi e la molteplicità di quadri clinici attualmente osservabili nei disturbi alimentari indicano un’evoluzione della psicopatologia in relazione al cambiamento di valori della società occidentale, alla confusione dei ruoli maschile e femminile e alla diffusione di una forma di comunicazione che si realizza attraverso l’immagine del corpo e l’esposizione allo sguardo. Gordon (1994) definisce il disturbo alimentare come disturbo etnico, sottolineandone la componente culturale e sociale e interpretandolo come espressione delle contraddizioni e delle ambivalenze a carico dell’identità nella società attuale. Nei disturbi alimentari il percorso di integrazione identitaria che si sviluppa durante l’adolescenza, devia da un progetto psicologicamente e culturalmente adeguato, verso direzioni caratterizzate da frammentarietà e insicurezza che riflettono, oltre alle specificità individuali, un quadro culturale complesso dove rintracciare il proprio ruolo e la propria identità.

1.5.1 Aspetti storici

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Il primo picco del sintomo anoressico si verifica negli anni ’50 negli Stati Uniti in seguito alla seconda guerra mondiale, dove la donna vede sè stessa in una nuova veste: nella sfera pubblica ad occupare i posti degli uomini al fronte. L’immagine femminile inizia da questo momento ad essere sempre più ambivalente: da un lato legata alla maternità e alla realizzazione nell’ambito familiare, dall’altro incoraggiata verso l’autonomia e l’efficienza lavorativa. Il movimento femminista che si sviluppa nel periodo successivo, mantiene l’uso del corpo come canale di comunicazione, rifiutando il florido fisico sintomo di fecondità e maternità, in favore di un corpo esile e adolescenziale, simbolo dei valori maschili di autocontrollo, freddezza e determinazione della sfera professionale e pubblica a cui le donne hanno avuto accesso. Negli anni ‘60 il modello familiare tradizionale viene messo in discussione e si assiste ad un vuoto nella paternità che lascia la donna nel ruolo di genitore unico, con ripercussioni sui figli e sulla loro individuazione. Gradualmente la realizzazione personale prevale sempre più su quella familiare e si diffonde l’immagine della donna manager in carriera, aggressiva, coinvolta nel lavoro e dall’aspetto sempre giovane e curato, che spinge i figli verso l’autonomia e rifiuta il modello materno tradizionale prediligendo un atteggiamento amicale. Questa madre spesso non sa codificare i bisogni dei figli che di conseguenza non riescono ad esprimersi nella relazione e a sintonizzarsi su sè stessi e sulle proprie esigenze. Si verifica in questo momento un cambiamento nella sintomatologia alimentare, con la diffusione della bulimia dove il disagio non trova espressione se non nel sintomo, vissuto in un rituale segreto (Agnello, Marini, Ruggeri, & Pantaloni, 2013).

1.5.2 Aspetti culturali

14

Nell’attuale società dei consumi, anche il corpo rappresenta un bene di consumo che deve soddisfare l’esigenza di accettazione di ognuno. La magrezza non rappresenta più solo un ideale estetico fine a sè stesso ma è simbolo di efficienza, dinamismo, giovinezza e il corpo diventa terreno in cui la donna cerca una nuova identità. All’ambiguità dei messaggi e delle richieste diretti alle donne, da superdonne con un corpo da copertina a mogli amorose, da manager in carriera a madri-angeli del focolare, i disturbi alimentari rispondono con altrettanta ambivalenza confermando e condannando contemporaneamente i miti dell’apparenza e della salute corporea (Agnello, Marini, Ruggeri, & Pantaloni, 2013). Il sintomo alimentare disturbato rappresenta metaforicamente l’accettazione e il rifiuto del nostro attuale modello di vita: ne coglie alla lettera tutti gli imperativi, dall’omologazione del corpo ai modelli propagandati dai media, all’ideologia della performance secondo cui ognuno deve raggiungere livelli massimi in ogni sfera della vita, alle inquietudini salutiste dove il cibo viene “medicalizzato” e non rappresenta più una fonte spontanea di piacere ma è assunto sulla base delle proprietà benefiche che può apportare alla salute, sempre in un’ottica di raggiungimento del massimo livello di benessere, efficienza e apparenza; ma rappresenta anche il rifiuto di questo stile di vita prevedendo un ritiro dalla competizione sociale, una regressione all’infanzia, l’isolamento sociale e la tangibile impossibilità di rispondere alle aspettative degli altri (Senatore, 2013). Fino a circa 20 anni fa il rapporto tra l’incidenza dei disturbi alimentari uomo-donna era di 1:10, 1:15. Dati recenti indicano che questo rapporto sia arrivato ad almeno 1:4 e nel caso dell’abbuffata compulsiva la distanza si accorcia ulteriormente e diventa 3:4. Si pone quindi il problema

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di un disturbo che gradualmente si allontana dall’essere un problema di genere e si configura come problema di identità.

1.5.3 L’oggettivazione sessuale Volpato (2011) suggerisce il concetto di oggettivazione sessuale per spiegare alcuni dei meccanismi che stanno alla base dei disturbi alimentari nella società attuale. Esso consiste nella riduzione della persona ad un corpo e quindi alla perdita della sua integrità psicofisica. I costi più alti dell’oggettivazione sono quelli che incidono sul benessere psicofisico attraverso l’auto- oggettivazione. Lo sguardo oggettivante dell’altro, porta le persone a interiorizzare la prospettiva dell’osservatore cioè a trattare sè stesse come oggetti da valutare solo sulla base dell’aspetto fisico. Questo fenomeno scatena emozioni negative, fa diminuire esperienze motivazionali di picco e riduce la consapevolezza degli stati interni. La società contemporanea espone di continuo le donne a modelli irraggiungibili di corpi femminili levigati, sottili, perfetti e il confronto con tali modelli provoca sentimenti di ansia, vergogna, disgusto per la propria inadeguatezza, cioè quelle emozioni che si percepiscono in risposta alla propria incapacità di conformarsi agli standard culturali generalmente accettati. Le esperienze motivazionali di picco si sperimentano nei momenti in cui siamo completamente assorbiti da un’attività mentale o fisica che ci impegna al massimo e dove percepiamo la nostra creatività e la libertà dal controllo altrui, che ci procurano sensazioni di soddisfazione e gioia. Pensare ossessivamente al proprio corpo, confrontandolo con gli standard culturali dominanti, lascia poche risorse cognitive disponibili per altre

attività mentali e fisiche, ostacolando il raggiungimento di buoni risultati. L’ossessione per il proprio corpo comporta anche una minore consapevolezza rispetto ai propri stati interni, la ridotta capacità

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di individuare e interpretare correttamente le proprie sensazioni perché troppo concentrati sull’aspetto esteriore. L’insieme di questi aspetti contribuisce alla diffusione degli stati depressivi, delle disfunzioni sessuali e dei disordini alimentari.

17

18

CAPITOLO 2. La regolazione emotiva Tra i meccanismi che agiscono alla base dei disturbi alimentari, la capacità di

controllare e gestire le emozioni che viene appresa durante l’infanzia, risulta avere

una funzione rilevante.

2.1Emozioni e regolazione emotiva

L’emozione è processo multi-componenziale, dove in risposta a un oggetto

percepito come rilevante per il soggetto, vengono messe in atto delle reazioni

coordinate da parte di diversi sistemi (Scherer, 2001). Le componenti del processo

emotivo si distinguono in:

• componente cognitiva, per la valutazione dell’evento;

• componente fisiologica, di attivazione di reazioni da parte dell’organismo;

• componente motivazionale, che spinge l’organismo ad agire;

• componente espressivo-motoria, con funzione comunicativa;

• componente esperienziale, cioè l’esperienza soggettiva dell’emozione così

come viene percepita dal soggetto.

Grazie alla complessità delle strutture nervose coinvolte e all’interazione con i

sistemi cognitivi, l’emozione è un’esperienza intenzionalmente controllabile,

soggetta cioè a processi di regolazione. La regolazione emotiva viene definita

come processo attraverso cui gli individui sono in grado di influenzare quali

emozioni provano, quando e come le sperimentano e le esprimono. I processi di

regolazione e controllo possono essere inoltre automatici o controllati, consci o

inconsapevoli (Gross, 1999). Thompson (1994) descrive la regolazione emotiva

come un insieme di processi estrinseci e intrinseci di controllo, valutazione e

modificazione delle reazioni emozionali, specialmente nelle loro caratteristiche

temporali e di intensità, per portare a termine i propri scopi. Ad un livello minimo

di regolazione che tiene conto dell’equilibrio dell’organismo, questi processi sono

perlopiù fuori dalla consapevolezza e ci spingono ad agire nelle circostanze in cui

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è necessario, come quelle in cui è in gioco la vita; ad un altro livello essa è connessa alla nostra relazione con gli altri e viene utilizzata in maniera più

consapevole per modulare le risposte emotive e nella loro comunicazione

(Fonagy, Gergely, Jurist & Target, 2002). La regolazione emotiva è una capacità

che viene appresa nel processo di sviluppo emotivo del bambino, dove gioca un

ruolo fondamentale il supporto dell’adulto.

1.

2. 2.1.1 Lo sviluppo emotivo Denham (1998) descrive lo sviluppo della competenza emotiva individuando tre

elementi di base, reciprocamente influenzabili: l’espressione delle emozioni, la

comprensione delle emozioni e la regolazione delle emozioni. Sin dalla nascita il

bambino possiede un insieme di competenze innate (componente biologica e

temperamento) che costituiscono la base per l’interazione con l’ambiente. Nei

primi mesi di vita queste competenze agiscono secondo modalità automatiche e

sono influenzate dal soddisfacimento di bisogni fisiologici primari. A partire dal

secondo mese di vita e per tutto il primo anno, avvengono dei cambiamenti

importanti che introducono l’essenza intersoggettiva dell’espressione emozionale

nel bambino, come la comparsa di espressioni emotive in risposta a eventi

specifici e l’uso delle stesse in modo sempre più intenzionale e funzionale. Dopo

il primo anno di vita si può osservare nel soggetto un nuovo livello di

consapevolezza emozionale e l’inizio della comprensione, dell’attribuzione e del

ragionamento sugli stati emozionali. Lo sviluppo proseguirà poi verso

l’acquisizione di regole sociali di espressione, attraverso cui vengono apprese le

abilità di controllare e modificare l’espressione delle proprie emozioni in funzione

del contesto in cui si trova e delle aspettative degli altri (Solano, 2001). Le relazioni primarie precoci che il bambino ha con chi si prende cura di lui, sono

alla base dell’apprendimento della regolazione delle emozioni (Cassidy, 1994;

Sroufe, 1996): le risposte che il bambino riceve, lo aiutano a regolare le proprie

emozioni dall’esterno, in un processo dove l’adulto funge da specchio attraverso

cui comprendere il valore e il significato delle proprie sensazioni ed espressioni

emotive. L’uso dell’espressione facciale e vocale viene utilizzata dal genitore per

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rassicurare e calmare il bambino rispetto alle sensazioni che prova e che non è ancora in grado di conoscere e controllare. Le emozioni vengono percepite

primariamente come sensazioni dovute a cambiamenti fisiologici interni ed è

necessario un processo cognitivo per valutare, comprendere e dare un senso alle

reazioni emotive sperimentate. Queste abilità vengono apprese tramite le

interazioni tra madre e bambino in cui l’adulto rispecchia l’esperienza interiore

del bambino rispondendovi in maniera coerente e attenta. La reciproca

regolazione delle emozioni tra madre e bambino svilupperà poi in una

competenza autonoma capace di auto-organizzazione.

2.1.2 La dimensione dell’attaccamento Secondo la Teoria dell’Attaccamento (Bowlby, 1958), il legame che si instaura tra

una madre e il suo piccolo ha originariamente una funzione biologica che

favorisce la vicinanza tra i due soggetti e garantisce la sopravvivenza della specie.

Questo legame, denominato legame di attaccamento, si viene a costituire

attraverso le interazioni che madre e bambino intrattengono da cui derivano delle

rappresentazioni mentali nel bambino di sè stesso e del mondo esterno, contenenti

tutte le informazioni relative a quanto la madre si sia dimostrata sensibile,

disponibile e coerente nel soddisfare i suoi bisogni e a quanto egli si sia sentito

accettato e meritevole di attenzione da parte sua. Queste rappresentazioni di sé e

del mondo esterno, chiamate modelli operativi interni, determinano nel bambino

delle credenze che influiranno anche sulle relazioni future. Bambini che hanno

sperimentato risposte positive e attente ai loro bisogni, svilupperanno un

attaccamento sicuro nei confronti della madre e in futuro avranno maggior fiducia

nelle proprie capacità e nella possibilità di ricevere risposte positive da parte

dell’ambiente nella soddisfazione dei propri bisogni; svilupperanno inoltre

un’immagine positiva di loro stessi come degni di amore e capaci. Bambini che in

risposta alle proprie reazioni emotive hanno ottenuto freddezza, negazione,

incoerenza o panico, svilupperanno scarsa fiducia nelle proprie capacità di

riuscita, un’immagine di sè stessi come non degni di amore e di fiducia e l’idea di

non essere in grado di soddisfare i propri bisogni malgrado gli sforzi, nella

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convinzione che i risultati non dipendano da loro stessi ma da altri (Cassibba, 2003). In base alle relazioni tra il bambino e chi si prende cura di lui, quindi, sarà

possibile avere una visione del mondo come più o meno minaccioso e in grado di

rispondere ai propri bisogni e un’immagine di sè vissuta come più o meno

meritevole di affetto e di essere considerato “buono” o “cattivo”. È all’interno

delle relazioni con chi si prende cura di lui che il bambino svilupperà quelle

competenze emotive in grado di proteggerlo dall’impatto che esperienze negative

e dolorose possono avere sulla sua salute.

2.2 Il trauma infantile Nello sviluppo normale del bambino la madre dovrebbe esistere come ambiente

contenente invisibile in cui i bisogni vengono soddisfatti in modo così discreto da

non essere percepiti come tali, lasciando al piccolo l’illusione di essere in grado di

avere cura e di provvedere a sè stesso. Quando la madre fallisce nel prevenire che

le emozioni raggiungano un’intensità intollerabile e se il bambino incorre in una

prematura rottura dell’illusione di unità con la madre, si può manifestare un

trauma psichico (Zappa, Caslini & Clerici, 2011vander). Durante l’infanzia, il

bambino non possiede le competenze e gli strumenti necessari per riconoscere ed

elaborare un evento interno o esterno come traumatico. Quando il bambino è privo dell’indispensabile protezione dei genitori o quando la loro presenza si

trasforma da fonte di protezione a fonte di allarme e pericolo, si determina una

situazione di minaccia e paura senza via d’uscita a cui è impossibile sottrarsi e

quindi di esperienza traumatica ripetuta. Di fronte all’attivazione fisiologica che

può essere scatenata da un evento ma che il bambino non riesce a comprendere,

verranno adottati dei meccanismi di difesa automatici come inibizione,

dissociazione o negazione delle emozioni i quali, sebbene garantiscano

momentaneamente la salute psicologica del bambino proteggendolo dalla

minaccia, non gli permettono di far fronte allo stress e alla tensione emotiva,

impedendogli di apprendere che gli stati emotivi possono essere controllati.

Bowlby (1969) si è focalizzato sugli effetti delle relazioni di attaccamento non

soddisfacenti, sottolineando il ruolo che i meccanismi difensivi giocano rispetto

alla capacità di adattamento. Tra questi, l’esclusione difensiva è un processo

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attraverso cui un individuo può costruire un modello operativo scisso del sé in relazione alla figura di attaccamento: a livello consapevole, la figura di

accudimento viene valutata come disponibile e amorevole e il sé come non degno

di amore, mentre a livello inconsapevole, la rappresentazione di sé è valutata

come degna d’amore e quella della figura di accudimento come minacciosa. La

realtà della fonte di cura minacciosa e ambigua viene eliminata dalla

consapevolezza per consentire al bambino di tollerare e sopravvivere al

comportamento rifiutante o inadeguato di chi si prende cura di lui (Bretherton,

1992). La figura di accudimento continua ad essere cercata e tollerata,

favorendone la vicinanza al bambino, che al contempo pone e introietta su di sé

l’immagine di “cattivo”. Esperienze relazionali traumatiche possono creare immagini negative e frammentate di sé e degli altri, generando un profondo senso

di impotenza e di sfiducia verso il prossimo. L’aspetto che incide maggiormente

sullo sviluppo in queste situazioni è la cronicità dell’esperienza traumatica, che

può causare dei deficit nella regolazione delle emozioni che si manifesta

attraverso l’elevata sensibilità agli stimoli emozionali, la sperimentazione delle

emozioni con forte intensità e un lento ritorno allo stato emotivo di base (Linehan,

2001).

La presenza elevata di traumi di natura interpersonale ha portato allo sviluppo del

concetto di trauma non condiviso (Ammaniti, Cimino & Petrocchi, 2005), con cui

ci si riferisce ad eventi che possono costituire una minaccia all’integrità fisica e psicologica dell’individuo (maltrattamento fisico ed emotivo, abuso sessuale ed

emotivo, trascuratezza), ma che non vengono facilmente riconosciuti ed elaborati

in ambito familiare e sociale, portando l’individuo ad attuare dei processi

difensivi tesi a separare gli aspetti cognitivi e consapevoli della sofferenza da

quelli somatici e fisiologici.

2.3 Alessitimia L’alessitimia può essere considerata come disturbo della regolazione affettiva in

cui manca la connessione tra l’emozione così come viene percepita dal soggetto a

livello di reazioni fisiologiche e la rappresentazione mentale della stessa come

dotata di senso a livello cognitivo. Le neuroscienze contemporanee, accettando

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l’unitarietà di un fenomeno che può essere definito affetto distinguono al suo interno emozioni, che si verificano a livello “corporeo”, fisiologico e motorio-

espressivo e sentimenti, che si verificano a livello “mentale”, cognitivo-

esperienziale. Nell’alessitimia le emozioni sono sperimentate come sensazioni

fisiche e tendenze all’azione e per questo essa può essere concettualizzata come

un “deficit nei sentimenti” (Solano, 2001). Questo disturbo viene riscontrato in

diverse forme di psicopatologia, soprattutto in quadri clinici caratterizzati da una

prevalenza delle condotte agite su quelle mentalizzate, come ad esempio nei

disturbi del comportamento alimentare, nelle dipendenze e nei disturbi da

discontrollo degli impulsi in genere, oppure in quei disturbi dove si delinea una

difficoltà ad utilizzare l’emozione come sistema informativo nel rapporto con gli

altri, come ad esempio nei disturbi d’ansia, depressivi e post-traumatici da stress.

Oltre a deficit nel dominio cognitivo-esperienziale, l’alessitimia comprende

deficit nel dominio comportamentale-espressivo dei sistemi di risposta emotiva e

a livello della regolazione interpersonale delle emozioni manifestandosi attraverso

scarse capacità nel comunicare il disagio emotivo e poca empatia, non riuscendo

a immedesimarsi nelle altre persone ed a utilizzarle come fonte di conforto. I

comportamenti patologici associati al funzionamento alessitimico (atti impulsivi,

compulsivi o tossicomanici, ipervigilanza su sintomi corporei) corrispondono ad

una risposta adattiva alla difficoltà di utilizzare la relazione interpersonale nella

regolazione degli affetti (Zappa, Caslini & Clerici, 2011).

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CAPITOLO 3. Il ruolo della regolazione emotiva nei disturbi del comportamento alimentare e nel loro trattamento 3.1 Disturbi alimentari come disturbi della regolazione emotiva

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