Tesi valutazione lutto irrisolto modello dinamico maturativo sguerri 2011, Tesi di laurea di Psicologia Clinica
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Tesi valutazione lutto irrisolto modello dinamico maturativo sguerri 2011, Tesi di laurea di Psicologia Clinica

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ALMA MATER STUDIORUM - UNIVERSITÀ DI BOLOGNA SEDE DI CESENA

FACOLTÀ DI PSICOLOGIA CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN

PSICOLOGIA CLINICA

VALUTAZIONE DEL LUTTO IRRISOLTO SECONDO IL MODELLO DINAMICO-MATURATIVO

Tesi di laurea in

METODOLOGIA CLINICA

Relatore Presentata da

Prof. Franco Baldoni Ilaria Sguerri

Sessione I

Anno Accademico 2010-2011

RINGRAZIAMENTI

Al termine del viaggio che ho intrapreso negli ultimi anni, molte sono le cose

che mi hanno fatto capire chi, insieme a me, è stato protagonista di questa avventura

e senza del quale, non sarebbe stata poi così edificante.

Desidero innanzitutto ringraziare il Professor Franco Baldoni per i preziosi

insegnamenti durante i due anni di laurea magistrale e le per le numerose ore

dedicate alla mia tesi e per l'opportunità offertami. Inoltre, ringrazio sentitamente il

Dr Mattia Minghetti che è stato sempre disponibile a dirimere i miei dubbi durante

la stesura di questo lavoro ed ad aiutarmi nei passaggi più difficili, la Dottoressa

Elisa Facondini per avermi fornito le interviste utilizzate nella tesi, e Patricia M.

Crittenden per le sue teorie, gli studi, gli articoli che sono il nodo centrale del mio

elaborato e soprattutto per l'estrema genialità, passione e dedizione che comunica in

ogni sua parola.

Ho desiderio di ringraziare con affetto la Mamma e il Babbo per l'amore, il

sostegno ed il grande aiuto che mi hanno dato ed in particolare perchè dal primo

momento che mi hanno vista, non hanno fatto altro che credere in me e darmi la

forza in ogni momento in cui ho vacillato; Ghigo, il mio cuore, il mio Frrratellino che

innumerevoli volte mi ha reso più chiara la strada quando i confini si facevano

confusi, dicendomi che non ce ne sarebbe stata una più azzeccata di questa per me.

Ringrazio Niccolò, che con il suo essere speciale mi ha cambiato la vita, che

forse più di tutti ha scelto incodizionatamente di sopportare le turbine a motore del

mio cervello e che crede in me come mai avrei pensato possibile.

Grazie alla Sory, lei sempre con me e io con lei per la vita; allo Zio Mauro che

da piccola mi diceva sempre “un giorno sarai grande e potrai fare ciò che vuoi della

tua vita, sei speciale” e che mi ha iniziato all'introspezione e alla profondità, alla

Dany e a Bianca, il mio amore; ai miei nonni grazie ai quali ho imparato ad amare e

ad emozionarmi per le storie di vita.

Ringrazio tutte le mie più care amiche, in particolare Piciù, Ily, Soy, Julls, Bibe,

con le quali ho condiviso l'intero arcobaleno di esperienze ed emozioni che solo una

ragazza come noi è capace di vivere e per il quale vi “amerò di bene” per sempre; i

miei Body Guard Feffe e Gala che hanno reso davvero speciali gli anni della

biblioteca e delle vere amicizie; Marco l'Amico per il quale ringrazierò ogni giorno

“qualcuno” di sua conoscenza per avermi dato la possibilità di conoscerlo; Kety per

l'allegria che ogni volta mi trasmette.

Grazie ai miei amici e compagni di Università, di studio matto e di viaggi nella

splendida E45, Scilly e Giova, Giulia e Giada senza i quali sarebbe stato tutto molto

più difficile; alle ospitate, agli appunti, e all'affetto della Mairina e dell'Ale.

Ringrazio tutti i ragazzi e le mie donne dell'I Care e della Casa Famiglia:

Emilia per aver detto si e per aver rischiato investendo su di me, sotto consiglio della

Rot, che per prima ha avuto fiducia in me; Vavi, Cate, Greta, e la Lella per ogni

giorno e per ogni emozione vissuta insieme; grazie ad Elisa, mio esempio e guida,

nel lavoro e nella vita; rigrazio per avermi accolta nei loro cuori permettendomi di

diventare la persona che sto cominciando ad essere e senza le quali, forse non avrei

mai capito tante cose che per me oggi sono invece indispensabili.

Grazie anche alla Polly, a tutte le mie compagne di squadra e al Tegoleto Volley

per aver reso, con la pallavolo, l'amicizia e il divertimento, questi due anni ancora più

ricchi e forse più sopportabili.

A tutte queste persone, che mi hanno fatta sentire amata, importante, speciale,

che mi sostengono e che credono in me, dico grazie di cuore; grazie perchè con il

ricordo dei loro visi, sorrisi, gesti, parole e opportunità offerte mi sento forte e pronta

per intraprendere il resto del viaggio che mi aspetta.

Infine un grazie anche a me, alla faccia della parte di me che troppo spesso non

crede nelle proprie capacità e che cerca troppo spesso di farmi mollare.

1

INDICE

INTRODUZIONE................................................................................................. p. 3

CAPITOLO 1 : «IL LUTTO E LE TEORIE INTERPRETATIVE»

1.2 Lutto e crisi........................................................................................................ p. 7

1.2 Teorie interpretative del processo di lutto.......................................................... p. 9

1.3 Il lutto infantile...................................................................................................p. 24

CAPITOLO 2 : «DAI MODELLI OPERATIVI INTERNI ALL'ADULT

ATTACHMENT INTERVIEW»

2.1 Modelli Operativi Interni................................................................................... p. 29

2.2 Adult Attachment Interview............................................................................... p. 32

CAPITOLO 3 : «MODELLO DINAMICO-MATURATIVO E SUO APPROCCIO

AL LUTTO»

3.1 Pericolo ed elaborazione delle informazioni ……………………………......... p. 43

3.2 I sistemi di memoria e le fonti di informazione…………………..................... p. 48

3.3 L’intervista modificata…………………………………………………........... p. 58

3.4 Le strategie di attaccamento………………………………………................... p. 60

3.5 I modificatori…………………………………………………………..............p. 72

3.6 Mancata risoluzione del lutto……..………………………………………....... p. 75

2

CAPITOLO 4 : «ESTRATTI DI AAI CON ESEMPI DI LUTTO IRRISOLTO»

4.1 Tristano: Il lutto spostato…………………………………………………........p. 81

4.2 Zarina: Il lutto distanziato…………………….……………………………..... p. 87

4.3 Fabiana: Il lutto distanziato e preoccupante…………………………………...p. 95

4.4 Serena: Il lutto vicario…………………………………………………............ p. 99

4.5 Valerio: Il lutto preoccupante……………………………………................... p. 101

4.6 Silvia: Il lutto vicario……..…………………………………………................p. 105 CONCLUSIONI…………………………………………………………............. p. 113

APPENDICE…………………………………………………………………….. p. 115

BIBLIOGRAFIA....................................................................................................p. 121

3

INTRODUZIONE

Nella quotidianità della vita ogni individuo è diverso dall'altro, vive le proprie

esperienze, va avanti per la propria strada senza mai fermarsi, fino a che, in prima

persona o meno, arriva ad incappare in quel momento, forse l'unico all'interno

dell'esistenza umana, che riporta gli esseri umani ad essere tutti uguali, indistinti, e che

ricorda loro di essere inevitabilmente tutti soggetti ad un ineludibile destino.

La morte, vista come uno elemento certo della vita e nel suo aspetto di

universalità, è come avvolta da un cono d'ombra e allontanata dalla coscienza umana,

perché vi sono riposte tutte le paure, le fragilità e le difficoltà dell'essere umano.

Attraverso la morte la natura irrompe nella vita dell’Uomo

Quando le persone si trovano di fronte a un “mostro”, sia esso annunciato o

improvviso, è come se fossero partecipi ad un terremoto devastante.

Questa immagine simbolica è forse la fotografia più significativa per descrivere ciò che

avviene nella persona che, attraversando un lutto, dopo l'acme del terremoto, vede

rimanere solo rovine e desolazione, percepite come un deserto silenzioso nel quale si

ripetono scosse di assestamento che non sa se avranno mai una fine e se porteranno di

nuovo alla quiete. La morte di una persona cara è un evento la cui “onda d’urto” va ben

oltre un periodo di tempo circoscritto a settimane, mesi o anni; il cambiamento non

riguarda solo una porzione temporale della nostra vita, ma riguarda tutta la nostra vita.

Dal latino luctus, lugere, con il termine “lutto”, solitamente, si definisce

quell’insieme di emozioni, reazioni e comportamenti che esprimono la sofferenza per la

perdita di una persona cara; elaborare il lutto consiste in un lavoro di costruzione di una

nuova struttura di significato, trovare una nuova modalità di senso nell’organizzazione

dell’esperienza. Poiché le relazioni sono fondamentali per “significare” la vita,

elaborare il lutto vuol dire recuperare e rafforzare il significato autentico di ciò che è

stato perduto, astraendo dalla relazione il suo valore più profondo, in modo da

riformularlo e renderlo rilevante per la vita passata, presente e futura: in tal modo una

perdita può costituire una esperienza di guadagno per la struttura narrativa del proprio

Sé.

4

Proprio per le caratteristiche finora dette, il tema del lutto e della sua elaborazione sono

stati, temi centrali nelle teorizzazioni di molti autori della psicologia mondiale. Nel

primo capitolo è proposto infatti un excursus storico delle più rilevanti teorie

sull'elaborazione del lutto, partendo dagli inizi del 1900 per arrivare poi alle più recenti

trattazioni, accennando anche quelle relative al lutto infantile, tema questo, che solo più

recentemente sta ottenendo maggiore attenzione.

Importanti eventi di vita stressanti (lutti, malattie, cambiamenti di status..) e dello

sviluppo fanno si che le rappresentazioni interne dell'individuo cambino, si

riorganizzino e si evolvano.

Bowlby teorizzò che gli esseri umani si sono evoluti per sviluppare

rappresentazioni mentali, i Modelli Operativi appunto, basati sull'esperienza di relazioni

di attaccamento: tali modelli hanno la funzione di aiutare gli individui a raccogliere ed

interpretare le informazioni relative ad una serie di attori sociali (come genitori,

coetanei, partner).

I MOI sono rappresentazioni mentali, costruite dall'individuo come strutture mentali

che contengono le diverse configurazioni (spaziale, temporale, causale) dei fenomeni

del mondo e che hanno la funzione di veicolare la percezione e l'interpretazione degli

eventi, consentendogli di fare previsioni e crearsi aspettative sugli accadimenti della

propria vita relazionale.

Ridimensionando quella che è l'importanza relativa alle esperienze infantili e

dando più valore alle esperienze riguardanti il resto dell'esistenza, si può concludere che

ci sia una certa plasticità nello sviluppo di tali modelli operativi nella cui formazione

hanno importanza esperienze reali, sia passate che presenti.

Quasi tutti gli strumenti di valutazione dell'attaccamento vengono usati per

indagare lo stato mentale dell’adulto relativamente all’attaccamento, ovvero alla qualità

dei Modelli Operativi Interni strutturati dalla persona ed operanti nel momento attuale.

Il più importante, applicabile solo nell'età adulta, è l'AdultAttachment Interview (AAI)

di Carol George, Nancy Kaplan e Mary Main (1986).

Il secondo capitolo, infatti, dopo una breve trattazione dei Modelli operativi

interni procede con un'ampia trattazione di tale strumento di valutazione: un’intervista

semi-strutturata il cui punto focale riguarda la narrazione delle esperienze precoci di

attaccamento da parte del soggetto con le figure di riferimento primarie. Tramite una

5

serie di 20 domande aperte, non si pone l'obiettivo di ottenere una storia dettagliata

dell'infanzia, ma di identificare la configurazione del pensiero sulle relazioni

d'attaccamento proprie del soggetto.

Nella versione dell'intervita proposta da Main e George, vengono affrontate

diverse tematiche relative all’attaccamento a partire dall’infanzia del soggetto attraverso

riflessioni generali e valutazioni complessive delle esperienze, ma anche proponendo di

definire le relazioni significative tramite aggettivi, cui collegare ricordi ed episodi

specifici; viene dunque sollecitata la rievocazione di esperienze passate del soggetto, il

cui contenuto è strettamente collegato agli assunti di riferimento della teoria

dell’attaccamento.

L’intera conversazione tra l’intervistatore e il soggetto, durante l’intervista, viene

interamente trascritta e quindi codificata. Un aspetto fondamentale della procedura di

codifica della Adult Attachment Interview è che essa non è basata tanto sulle esperienze

oggettive dell’infanzia così come esse emergono dalla narrazione del soggetto, quanto,

piuttosto, sulla forma linguistica usata dallo stesso, studiando il discorso e i sistemi di

memoria associati, e quindi valutando sia le modalità attraverso le quali queste

esperienze vengono riferite e valutate dal soggetto, sia i loro effetti sul suo

funzionamento attuale.

In questo capitolo viene proposto il metodo di codifica di Main e Goldwin (1994),

che è solo uno dei possibili metodi di codifica proposti, in cui vengono contemplate tre

categorie principali, corrispondenti a tre diverse modalità nelle quali un soggetto può

rievocare le proprie esperienze di attaccamento, più una quarta categoria che si

sovrappone alle precedenti. Le categorie alle quali è possibile pervenire attraverso tale

tipo di codifica sono F -Free, Ds – Dismissing, E – Entangled, U – Unresolved, CC

Cannot classify.

Recentemente Patricia Crittenden (1999) ha effettuato una revisione dell'analisi

proposta dalla Main e Goldwin (1994) introducendo un nuovo sistema di codifica,

nuove categorie e criteri di valutazione dell'attaccamento. L'autrice ha introdotto

modifiche e ampliamenti all'Adult Attachment Interview in funzione del proprio

approccio teorico: il Modello Dinamico-Maturativo dell'attaccamento.

Tema centrale del terzo capitolo è quello di spiegare i temi principali del Modello

Dinamico-Maturativo (DMM): un modello di sviluppo (elaborazione delle

6

informazioni, sistemi di memoria, rappresentazioni disposizionali, marcatori linguistici)

delle strategie utilizzate per fronteggiare vari tipi di condizioni di pericolo che

l'individuo si trova ad affrontare nel corso della propria vita; l'idea che il

comportamento umano si organizzi sulla base dell'esposizione al pericolo, in cui sono

incluse esperienze di separazione e perdita, risulta essere quindi centrale per l'evolversi

dei processi di attaccamento e anche per l'organizzazione delle relazioni.

Le strategie di protezione del sé sono il risultato delle dinamiche di elaborazione

delle informazioni, che costituiscono un patrimonio di conoscenze assunte da

esperienze pregresse, un set di strumenti a cui attingere per fronteggiare una nuova

situazione problematica. A seguito della spiegazione del modello è proposta l'intevista

modificata, ovvero il sistema di somministrazione e di codifica che viene ultizzato nella

cornice del DMM.

Di particolare rilevanza è la parte finale del capitolo, in cui vengono trattate le

varie tipologie di mancata risoluzione dell’evento luttuoso e del processo ad esso

associato, rilevabili tramite la versione modificata dell'Adult Attachment Interview.

Nel quarto capitolo sono, di fatto, riportati esempi reali di queste diverse forme di

lutto irrisolto tramite stralci di sei interviste, condotte da esperti del DMM, in cui i lutti

irrisolti prendono una forma reale e non più teorica e si concretizzano nelle narrazioni

di vita delle sei persone a cui è stato somministrato il test.

7

CAPITOLO 1 : IL LUTTO E LE TEORIE INTERPRETATIVE

1.1 LUTTO E CRISI

Il lutto è un'esperienza ineludibile e universale della vita che chiunque incontra

nel corso della propria esistenza e che, sia esso annunciato o improvviso, è sempre

percepito dall'individuo come un terremoto devastante.

Questa immagine simbolica è forse la fotografia più significativa per descrivere

ciò che avviene nella persona che, attraversando un lutto, dopo l'acme del terremoto,

vede rimanere solo rovine e desolazione, percepite come un deserto silenzioso nel quale

si ripetono scosse di assestamento che non sa se avranno mai una fine e se porteranno di

nuovo alla quiete.

È un'immagine che descrive la perdita, la profondità di questa e il peso

dell'angoscia; elementi, questi, che fanno traballare ogni equilibrio all'esterno, creando

macerie visibili, e all'interno, dove le scosse e le spaccature nascono e sono ancora più

violente.

“Affrontare il lutto in questi termini rende necessario parlare di crisi, cioè di

quei momenti della vita caratterizzati dalla rottura dell'equilibrio precedentemente

acquisito in cui tutto subisce un cambiamento subitaneo dal quale l'individuo esce

trasformato, sia dando origine ad una nuova risoluzione sia andando verso la

decadenza” (Jaspers, p. 748).

Il lutto per la morte di un caro può determinare una crisi molto profonda nella

persona, tale da investire tutte le aree della sua vita e da mettere in discussione il

significato stesso dell'esistenza; è un evento capace di modificare gli orizzonti

psicologici di chi lo subisce, dato che il mondo personale non potrà mai più essere lo

stesso.

“Ciò che entra in crisi con la morte del caro è proprio il senso della vita; è, con

la morte, che la natura mette in crisi la storia, e il lutto è una crisi della presenza, cioè

una crisi della vita umana, considerata non come vita meramente biologica o

soggettiva, ma come vita fornita di un senso che noi stessi abbiamo edificato e

8

continuiamo ad edificare culturalmente nella e con la nostra storia” (Campione 1990,

pp. 22-23).

Attraverso la morte, dunque, la natura irrompe nella vita dell’Uomo,

interrompendo con la morte del singolo il senso di continuità del tempo storico.

Posto in termini di crisi, il lutto ha però anche delle potenzialità positive “…la

situazione del lutto si configura come una situazione di crisi che, oltre a poter essere

risolta o non risolta, può determinare un’apertura verso qualcosa che è al di là o al di

qua delle risoluzioni o degli insuccessi” (Campione 1990, p. 46).

Con il termine “lutto”, solitamente, si definisce quell’insieme di emozioni,

reazioni e comportamenti che esprimono la sofferenza per la perdita di una persona

cara, dal latino luctus, lugere (pianto, piangere ed essere in lutto) (Lombardo, Lai,

Morelli, Bellizzi, Ciccolini e Penca, 2007).

Nella lingua italiana, la parola lutto esprime l’esperienza dell’essere in lutto, del

portare il lutto, mentre la parola cordoglio si riferisce all’esperienza del provare

profondo dolore provocato da un lutto.

La lingua inglese, invece, distingue “bereavement” riferendosi alla perdita di una

persona per decesso, “grief ” che descrive i comportamenti e i sentimenti risultanti da

una perdita e “mourning” che si riferisce alle espressioni sociali in risposta alla perdita

e al cordoglio, compresi i rituali e i comportamenti determinati dalle culture e dalle

religioni (Lombardo, Lai, Morelli, Bellizzi, Ciccolini & Penca, 2007).

Il processo psicologico su cui si basa il lavoro del lutto ha il compito di far sì che

l'individuo, che si confronta con la realtà della morte, sia facilitato nella comprensione

del legame con la persona perduta, che sia portato dunque all'accettazione del

mutamento di vita generatosi dopo la scomparsa, consentendo l'adattamento alla nuova

realtà e rilanciando in essa le proprie spinte vitali.

Non si può guardare al lutto come una condizione di malattia da cui riprendersi o

guarire: la morte di una persona cara è un evento la cui “onda d’urto” va ben oltre un

periodo di tempo circoscritto a settimane, mesi o anni; il cambiamento non riguarda

solo una porzione temporale della nostra vita, ma riguarda tutta la nostra vita.

Quando, dopo aver perso qualcuno che amiamo, si dice di non essere più gli

stessi, che la vita o il mondo non sembrano più quelli di prima o che niente sarà più

come prima, si afferma una verità assoluta. Dopo una perdita non si è più gli stessi

9

perché “non si può” essere più gli stessi; la morte della persona amata ribalta i nostri

schemi di comprensione del mondo, annulla i pattern abituali di pensiero e di

comportamento, distrugge la nostra fiducia nella vita e, soprattutto, mette in crisi la

nostra identità.

L’elaborazione del lutto consiste in un lavoro di costruzione di una nuova

struttura di significato, cioè trovare una nuova modalità di senso nell’organizzazione

dell’esperienza. Poiché le relazioni sono fondamentali per “significare” la vita,

elaborare il lutto vuol dire recuperare e rafforzare il significato autentico di ciò che è

stato perduto, astraendo dalla relazione il suo valore più profondo, in modo da

riformularlo e renderlo rilevante per la vita passata, presente e futura: in tal modo una

perdita può costituire una esperienza di guadagno per la struttura narrativa del proprio

sé.

1.2 TEORIE INTERPRETATIVE

Nella storia della psicologia sono stati molti gli autori che si sono interessati al

tema del lutto e alle dinamiche della sua elaborazione, partendo infatti dalle diverse

concezioni di mente, si è arrivati ad avere diverse versioni della normalità o della

patologia delle reazioni emotive e comportamentali alla perdita di una persona cara e ai

meccanismi sottostanti.

Le concettualizzazioni che ne sono scaturite hanno contribuito a costituire nel

tempo le basi per una comprensione più profonda dello psichismo umano sia nelle sue

manifestazioni normali che patologiche.

I meccanismi e le dinamiche di questi processi elaborativi variano a seconda degli

autori e della prospettiva psicodinamica usata.

Nel 1915 nel saggio Lutto e Melanconia Freud analizzò il lutto, utilizzandolo

come metafora per elaborare una teoria interpretativa di fenomeni depressivi

sicuramente legati alla perdita di una persona cara, ma anche e sopratutto a quella di un

oggetto interno significativo, ovvero l'immagine interiorizzata di un altro essere umano.

Le reazioni alla perdita di una persona significativa sono state spiegate da Freud

10

alla luce del ruolo centrale rivestito dall'investimento libidico nei processi psichici: la

perdita, infatti, determinerebbe un processo doloroso e lento di Lavoro del lutto, nel

quale la libido, ovvero l'energia psichica, precedentemente investita sull'oggetto, viene

ritirata verso l'Io per poterla rendere di nuovo disponibile per altri investimenti

oggettuali.

Lo sciogliersi di questi legami libidici con la persona amata è un lavoro piuttosto

gravoso per la psiche, per questo motivo viene spesso evitato e differito, consentendo al

soggetto di negare e di allontanare la realtà della perdita e allo stesso tempo di

continuare ad alimentare il rapporto con chi è scomparso, sostituendolo nel proprio

mondo interno con un oggetto nuovo, sostitutivo appunto.

Avviene così l'identificazione e di conseguenza l'incorporazione di tale oggetto da

parte di chi soffre la perdita, questo processo psichico, che viene innescato dalla perdita,

comporta quindi un passaggio dal rapporto con l'oggetto all'identificazione con esso, e

dall'amore verso questo alla sua incorporazione.

Per molti aspetti, ciò che avviene nel lavoro del lutto è assimilabile a quanto

avviene nella depressione, melanconia in Freud. In entrambe le condizioni infatti la

persona sperimenta una perdita, in seguito alla quale manifesta un “doloroso e profondo

scoramento, il venir meno dell'interesse per il mondo esterno, la perdita della capacità

di amare, nonché l'inibizione di fronte a qualsiasi attività” (Freud 1915, p.126). Se

nella prima condizione è sempre presente una perdita reale dell'oggetto, nella

melanconia questa mancanza è frequentemente immaginaria e percepita

inconsciamente. Dunque, anche se tali concetti possono sembrare completamente

assimilabili, sono state poste delle basi per una distinzione più approfondita tra

fenomeni depressivi e luttuosi.

Tornando al ruolo che Freud riconosce al processo di identificazione, si può

analizzare meglio la sua concezione di lavoro del lutto. Sempre nel saggio Lutto e

Melanconia, egli vede nel meccanismo dell'identificazione con l'oggetto perduto, il

precursore di una condizione patologica del lutto quale appunto la melanconia.

Tipici del melanconico sono infatti una deflazione della stima di sé e persistenti

sentimenti di autoaccusa, che in origine sarebbero dettati da accuse rivolte contro

l'oggetto perduto e poi indirizzate al sè, in conseguenza del meccanismo di

identificazione ed incorporazione. Una volta che la libido viene ritirata dall'oggetto,

11

viene diretta verso l'Io e dunque resa disponibile per l'identificazione con l'oggetto

perduto interiorizzato.

Anche Francesco Campione nel 1990 affronterà il processo di identificazione;

nell'analisi che proporrà sarà fondamentale comprendere quale modalità di

identificazione sia in atto nel rapporto tra la persona che muore e colui che subisce la

perdita: a seconda di quale sia la dimensione identificatoria prevalente nel legame è

possibile capire come la persona tenderà ad elaborare il lutto per la perdita.

Ritornando a Freud vediamo come il direzionarsi dell'energia libidica verso

l'interno genererebbe una regressione narcisistica transitoria dell'Io ad uno stadio

precedente dello sviluppo psichico.

Si può quindi concludere che i meccanismi cardine del processo di elaborazione

del lutto per Freud siano: disinvestimento, introiezione, regressione e identificazione.

Come Freud, anche Fenichel (1926) riconosce la centralità dell'introiezione

dell'oggetto perduto, constatando però che insieme ad esso vengono introiettati anche i

sentimenti di ambivalenza verso di questo, i quali originano nel sopravvissuto il senso

di colpa. Attraverso tale sentimento si intravede l'accusa inconscia che il soggetto

muove verso se stesso per l'aggressività provata verso il defunto, che ritiene forse causa

della morte dello stesso.

Riagganciandosi al ruolo del meccanismo della regressione a stadi precedenti

dello sviluppo psichico riconosciuto da Freud nel lavoro del lutto, possiamo vedere che

anche Melanie Klein enfatizzò le prime fasi dello sviluppo del bambino, nonché il

pericolo di regressione nei momenti di crisi, crollo e disfacimento del mondo interno in

cui incorre la persona che perde l'oggetto amato. Secondo quanto da lei sostenuto, esiste

una stretta connessione tra l’esame di realtà nel lutto normale e certi processi psichici

infantili: il bambino attraverserebbe infatti stati psichici equivalenti al lutto degli adulti

o, più precisamente, “ogni volta che nella vita si prova un tale cordoglio si rivive il

lutto infantile. Il procedimento più importante con cui il bambino supera i suoi stati di

lutto è costituito (...) proprio dall’esame di realtà; del resto, come Freud precisa, questo

processo è una componente fondamentale del lavoro di lutto” (Klein 1950, p. 327).

Nell’affrontare la perdita di una persona amata, dunque, ci si sente come se anche

gli oggetti “buoni” del proprio mondo interno, ovvero i genitori “buoni” incorporati

12

nelle prime fasi di sviluppo, venissero improvvisamente a mancare, distrutti. Si ha

quindi la riattivazione dell’antica posizione depressiva originata a suo tempo dalle

modalità naturali dell’allattamento, dalla situazione specifica dello svezzamento,

caratterizzata da sensi di colpa, angosce e sentimenti di persecuzione da parte degli

oggetti interni cattivi.

Proprio come il bambino piccolo attraversa la posizione depressiva dibattendosi

penosamente nell'impresa di costruire e integrare il proprio mondo interiore, la persona

in lutto soffre la pena di ricostruirlo e reintegrarlo, perché la visione che la Klein ha

dell'elaborazione del lutto coinciderebbe, appunto, con una ricostruzione del mondo

interiore, che si sente in pericolo di disfacimento e di crollo e che genera un dolore

pervasivo e struggente. Ciò risulta possibile solo per quell'adulto che nella prima

infanzia è divenuto capace di consolidare i propri oggetti buoni e di conseguenza il

proprio mondo interiore.

La normalità della condizione di lutto risiederebbe nel fatto che l'individuo,

ripetendo l'acquisizione di ciò che aveva conseguito nell'infanzia, sarebbe di nuovo in

grado di stabilire dentro di sé l'oggetto d'amore e tutti gli oggetti buoni che teme di aver

perduto con esso.

Uno dei pericoli in cui si incorre nell'elaborazione normale è, secondo la Klein, il

provare un sentimento d'odio nei confronti del defunto, che si manifesta con il senso di

trionfo sullo stesso, una componente che si interferisce con il processo di elaborazione,

aumentandone il dolore provato e la sofferenza, ma che è comunque ineliminabile.

Dal momento in cui il soggetto che ha subito la perdita viene sopraffatto dall'odio

per l'oggetto perduto, questo si sente perseguitato, vacilla quella che è la fiducia per i

propri oggetti buoni interni.

Interferendo nell'elaborazione del lutto, il senso di trionfo, non può che non

interferire anche con l'essenziale tappa dell'idealizzazione nella quale il sopravvissuto

trova conforto ricordando le buone qualità e gli aspetti positivi della persona perduta.

I fuggevoli stati di euforia, che nel lutto normale interrompono la sofferenza,

provengono dal senso di possedere dentro di sé l'oggetto d'amore idealizzato. Ogni

volta che subentra l'odio per la persona perduta viene disturbato il processo di

idealizzazione.

Dopo un processo lento nel quale l'individuo riacquista fiducia negli oggetti

13

esterni e nei propri valori, riesce anche a ristrutturare la fiducia nella persona perduta,

tornando quindi a sopportare la consapevolezza di aver perso un oggetto che non era

perfetto, senza perdere però l'amore nei suoi confronti e superando i momenti più

intensi di dolore di questo processo.

La teoria psicoanalitica è nata e si è sviluppata sulla base delle osservazioni

condotte su soggetti in trattamento terapeutico: da ciò deriva il fatto che le teorizzazioni

conseguenti sul lutto fossero state influenzate dalla prevalenza di studi condotti a partire

da reazioni abnormi alla perdita. I primi studi rilevanti ad approccio scientifico non

hanno seguito un processo inferenziale sulla fenomenologia del lutto a partire da

osservazioni sulle varianti patologiche, ma hanno tentato di osservarle direttamente.

Lindemann (1944) e Marris (1958) sono stati due pionieri di tale approccio ed

hanno contribuito fortemente a costruire l'enorme mole di ricerche scientifiche in

merito: entrambi, attraverso i loro studi intrapresi con vedove, hanno evidenziato quelle

che sono le reazioni tipiche ad eventi luttuosi prendendone in esame poi le deviazioni

patologiche.

Lindemann nello specifico, nel suo studio sulle reazioni acute del lutto, intese il

lavoro di elaborazione, “grief work”, come un processo che realizza l'emancipazione

dalla schiavitù dal deceduto attraverso il riconoscimento della realtà della perdita che ha

lo scopo di permettere alla persona di riadattarsi ad un ambiente da cui è sparita una

persona significativa. Egli individuò sei “tappe” del dolore durante la fase del dolore

acuto, che si dispiegano in un lasso di tempo che va dai 2 ai 5 anni: distress somatico

(secchezza della gola, soffocamento,mancanza di fiato, sospiri, senso di vuoto allo

stomaco, tensione, perdita di forza); preoccupazione con il defunto (allucinazioni

relative alla presenza del defunto, senso di irrealtà); colpa; ostilità; cambiamento nei

pattern di comportamento (irrequietezza, mancanza di scopi, perdita di concentrazione)

e identificazione con il defunto (assumere tratti propri del defunto, dimostrazione di

segni della malattia responsabile del decesso).

Sulla stessa linea è l'approccio proposto da John Bowlby, che si basa

sull’osservazione del comportamento in situazioni di separazione. Egli mette in

evidenza il ruolo dell'attaccamento nello sviluppo e nel comportamento umano e le

gravi conseguenze che la perdita di tale attaccamento comporta. Il suo pensiero risulta

14

essere di particolare importanza per i modelli teorici del lutto e sottolinea in campo

analitico la centralità della relazione tra il soggetto che ha subito la perdita e le persone

che hanno costituito e costituiscono le sue figure d'attaccamento poiché, secondo

l'autore, la relazione interiorizzata con la figura d'attaccamento primaria diventa una

dimensione intrapsichica costitutiva della struttura cognitiva del soggetto.

Esperienze di allontanamento o separazione strutturano, fin dalla prima infanzia, i

modelli fondamentali in base ai quali è regolato l'attaccamento. Saranno questi modelli

a ripresentarsi nelle reazioni relative ad una perdita in età adulta: le esperienze di

perdita e morte vanno qui a sollecitare quelli che sono i nuclei costitutivi della

personalità e della relazionalità che si sono costruiti nell'infanzia.

La dimensione interpersonale del dolore del lutto è sottolineata dalla centralità

della relazione con l'altro nella modulazione della propria sofferenza ed è proprio questa

centralità ad evidenziare come i processi interni di elaborazione siano influenzati dalle

risorse affettive esterne da cui il soggetto può attingere.

Bowlby, considerando la perdita come una forma irreversibile di separazione,

vede la reazione di lutto come un caso particolare di angoscia da separazione,

un'angoscia che egli considera come una risposta realistica da parte di un individuo che

si trova di fronte alla separazione e dunque alla perdita.

Insieme a Colin Murray Parkers (1975-80) intraprese uno studio sistematico della

perdita negli adulti, in cui reazioni comportamentali ed emozionali apparentemente

irrazionali alla perdita di una persona amata (come la negazione, la rabbia, la ricerca, o

il percepire una continua presenza) vengono comprese all’interno della cornice della

teoria dell’attaccamento

Come sottolinea Bowlby, “l’osservazione del modo di reagire alla perdita di un

parente stretto mostra che le reazioni, con il passare delle settimane e dei mesi,

attraversano una serie di fasi successive. Ovviamente tali fasi sono sfumate, e il singolo

individuo può oscillare avanti e indietro tra l’una e l’altra” (Bowlby 1980. p 88).

Il phase-model di Bowlby e Parkes, che è stato poi anche riconfermato da Sgarro

nel 2008, concettualizza il lutto come un processo scandito da quattro fasi che non sono

nette, ma che nell'esperienza soggettiva si intersecano e si sovrappongono

continuamente secondo percorsi non lineari:

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1. Fase del torpore/stordimento

2. Fase dello struggimento

3. Fase della disperazione/disorganizzazione

4. Fase della riorganizzazione/ripresa

1. Fase di stordimento. Dura solitamente da alcune ore ad una settimana, e può

essere interrotta da scoppi di dolore e/o rabbia estremamente intensi. È

caratterizzata da una reazione iniziale di shock e di incredulità, seguita poi

da emozioni più intense come rabbia ed angoscia, una sorta di anestesia o

disorganizzazione, per cui la persona colpita dal lutto sembra non registrare

la morte avvenuta in quanto l’evento risulta troppo doloroso e forse

incomprensibile.

2. Fase di struggimento per la figura perduta. Può durare da alcuni mesi a

qualche anno, nei quali subentrano, con la progressiva realizzazione della

perdita, le cosiddette “fitte di cordoglio” (episodi di intensa sofferenza

intervallati da momenti di ansia, turbamento, rabbia ed autorimproveri); si

tende a ricercare la persona scomparsa ed a rimuginare ossessivamente

sull’evento. Si svolge su due versanti distinti: da un lato la ricerca, dall’altro

la protesta. La ricerca segue una sequenza complessa, le cui componenti

sono dettagliatamente indicate da Parkes (Parkers 1970, p.187-201) come

segue: “a) un moto incessante e un continuo scrutare l’ambiente; b) il

pensiero fisso sulla persona perduta; c) lo sviluppo di una situazione

percettiva centrata sulla persona perduta, cioè di una disposizione a

percepire e a notare qualsiasi stimolo che ne suggerirebbe la presenza,

ignorando tutti quelli che non servirebbero a tale scopo; d) il dirigere

l’attenzione verso quelle zone dell’ambiente in cui sembra più probabile

trovare la persona perduta; e) il chiamare la persona perduta”.

Dall’altro lato, molto comune è l’espressione della rabbia, della collera che

conferisce al soggetto abbandonato, l'energia psichica e comportamentale

per cercare di ristabilire un contatto con la figura persa. Solo dopo aver

mosso tutti i tentativi di recupero della persona perduta, il soggetto può

16

accettare l'irreversibilità della perdita e procedere quindi nel lavoro del

lutto. La collera è quindi, per Bowlby, parte costitutiva della reazione di

dolore, anche quando è indirizzata verso la persona defunta e, a differenza

di ciò che sosteneva Freud, egli riteneva che l'espressione aperta di questo

impulso non fosse assolutamente patologica, anzi condizione necessaria per

un decorso normale del lutto.

3. Fase di disorganizzazione e disperazione. In questa fase avviene il

riconoscimento del carattere permanente della perdita, che fa comparire un

senso di disperazione e di apatia, espressi attraverso l’isolamento sociale, la

difficoltà di concentrazione nelle attività abituali e la mancanza di

progettualità, disturbi del sonno e dell’alimentazione. È lo stadio più lungo e

delicato del processo di elaborazione del lutto.

4. Fase di riorganizzazione. Si assiste in misura diversa, a seconda dei casi, ad

una situazione di recupero e graduale rinnovamento delle relazioni sociali e

degli interessi in varie attività, come esito positivo di un processo di

ridefinizione di se stesso e della realtà. Tale compito risulta doloroso, ma

cruciale per il riemergere della progettualità, in quanto implica la rinuncia

definitiva alla speranza di recuperare la persona perduta e di ripristinare la

situazione precedente. “È importante notare a questo punto che, benché

possa essere soffusa di emozioni molto forti, la ridefinizione di se stessi e

della situazione non è solo una liberazione di affetti, ma anche un atto

cognitivo da cui dipende tutto il resto. È un processo di realizzazione in cui

si costruiscono nuove rappresentazioni interne adeguate ai cambiamenti

avvenuti nella situazione di vita del superstite” (Bowlby 1980, p. 97).

“Dopo questa svolta, chi è rimasto comprende che è necessario tentare di

assumere ruoli inabituali e di acquisire capacità nuove. (...) Più il superstite

riesce a svolgere questi nuovi ruoli e ad acquisire queste nuove capacità,

più diventa fiducioso” (Bowlby 1980, p. 97).

Egli riteneva che il legame con la persona perduta perdurasse come naturale risultato

17

delle dinamiche del sistema di attaccamento, un sistema deputato ad assicurare

prossimità tra l’individuo e la sua figura di attaccamento, sia che la persona fosse

fisicamente disponibile, sia che non lo fosse. Un sano recupero, in questa prospettiva,

ha luogo quando si trova un modo per mantenere un legame sicuro con la figura di

attaccamento mentre simultaneamente si consolida la consapevolezza che la persona

non è fisicamente disponibile per provvedere ad affetto e cura. Se, d’altra parte, la

continuazione del legame è sperimentata come un processo pauroso o disorganizzante,

o interferisce in modo sostanziale con l’abilità della persona di adattarsi alla vita,

dovrebbe essere riconosciuta come problematica.

Le persone in lutto si costruiscono rappresentazioni mentali delle loro relazioni

con le figure d’attaccamento decedute; tali costruzioni e i legami che incorporano

possono sia assicurare sicurezza che minacciarla, a seconda dello stile di attaccamento e

della relazione passata con la persona deceduta. Il concetto di risoluzione nella teoria

contemporanea dell’attaccamento non prevede una totale rottura dei legami affettivi,

bensì si focalizza sulla capacità della persona di trattare in modo soddisfacente e

coerente con la perdita.

“Il rapporto preesistente seguita a svolgere un ruolo centrale nella vita emotiva

di chi resta, pur subendo abitualmente un lento cambiamento di forma durante i mesi e

gli anni. Il fatto che il rapporto continui spiega lo struggimento e la ricerca, e anche la

rabbia, prevalenti nella seconda fase, e la disperazione, con la successiva accettazione

della perdita come un fatto irreversibile, che si verificano dopo le fasi 3 e 4, se esse si

sono svolte in modo adeguato. Tale fatto spiega anche le molte caratteristiche (forse

tutte) degli esiti patologici” (Bowlby 1980, p. 89).

D’altra parte, se la durata di ogni fase non può essere la medesima per tutti gli

individui, è anche vero che non tutti giungono con successo allo stadio finale del

processo.

Secondo una delle idee chiave di Bowlby, il fatto che l’individuo presenti un

pattern di dolore sano o problematico in seguito alla separazione dipende dal modo in

cui è venuto ad organizzarsi il suo sistema di attaccamento nel corso dello sviluppo.

Un processo di lutto sano ha luogo in soggetti con stile di attaccamento sicuro,

mentre individui che sperimentano dolore cronico hanno imparato ad organizzare il loro

sistema di attaccamento attorno all’assunzione implicita che le figure di attaccamento

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non siano abbastanza accessibili o degne di fiducia; queste aspettative hanno le loro

radici nella storia individuale delle esperienze di attaccamento.

Il lutto complicato si dipana attraverso un continuum che va dalla prolungata

assenza di dolore conscio, alle manifestazioni di lutto cronico (Fraley e Shaver 1999).

Secondo le ricerche effettuate, il lutto cronico si associa ad un pattern ansioso-

ambivalente, mentre l’assenza di dolore è caratteristica di coloro i quali presentano uno

stile di attaccamento evitante (Fraley e Shaver 1999).

Parallelamente agli studi ad indirizzo psicoanalitico e ad altri approcci

psicologici, con l'articolarsi del modello scientifico dello stress, sono iniziati molti studi

sistematici sugli eventi stressanti, sopratutto sui maggiori eventi stressanti, individuati

nei lutti e nelle perdite delle persone significative.

Già nel 1967 Holmes e Rahe inclusero la morte delle persone care tra i primi posti

per oggettivo impatto stressante, all'interno della notissima Schedule of Recent

Experience.

Solo più tardi l'attenzione si è focalizzata non tanto sull'evento in sé, quanto sulla

valutazione cognitiva individuale e il suo conseguente risvolto affettivo-emozionale,

quindi sul vissuto soggettivo, dell'evento luttuoso ad esempio, che determina il carico di

stress.

Per Lazarus e Folkman (1984) la morte di una persona significativa non

rappresenta di per sé un evento patogenetico, ma risulterebbe collegata ad

un'interazione di aspetti relativi all'evento morte (per esempio come è avvenuto): la

valutazione cognitiva individuale dell'evento, risorse di coping individuali e sociali, stili

di coping e percezioni e valutazioni secondarie delle risorse a disposizione della

persona, per affrontare lo stress e il cambiamento. Tale modello evidenzia come le

emozioni, dipendenti dalla valutazione soggettiva, diano luogo a vari coping e a vari

esiti comportamentali e adattivi: tanto meno l'individuo riesce ad affrontare e risolvere

efficacemente l'evento luttuoso, con un riadattamento successivo, tanto più rimarrà

dipendente da questo, rischiando anche di trasformarsi in un lutto cronicizzato, il che fa

notare il rischio di conseguenze negative negli anni successivi all'evento.

Negli anni successivi, altri studiosi del fenomeno del cordoglio hanno sviluppato

una serie di modelli concettuali che descrivono il decorso del lutto secondo fasi o stadi

(Worden, 1996; Stroebe e Schut, 1994; Rubin, 1999). Sebbene differenti tra loro, questi

19

modelli hanno in comune il fatto di considerare il processo di adattamento alla perdita

come qualcosa che si svolge non in senso lineare, ma composto da un certo numero di

fasi sovrapponibili tra loro e la cui espressione presenta una certa variabilità

individuale.

Nel task-model, Worden ha criticato i modelli del lutto basati su stadi o fasi,

considerandoli passivi. Per illustrare meglio la natura attiva del lutto, lo ha identificato

come un processo in base al quale gli individui devono lavorare sulle loro risposte

emotive e cognitive in modo da arrivare ad un adattamento completo attraverso

l’assolvimento di quattro compiti: accettazione della realtà della perdita (sia a livello

razionale che emotivo); elaborazione del dolore del cordoglio (cioè fare esperienza

della propria sofferenza); adattamento all’ambiente privo della persona amata

(attraverso lo sviluppo di capacità per gestire situazioni ed esperienze nuove) e

collocazione emozionale del defunto (trovando nel proprio vissuto un posto per la

persona perduta, in modo che continui a rivestire una sua rilevanza affettiva anche se il

legame non esiste più).

Nell’ambito della prospettiva cognitivo-comportamentale, nel 1999 Stroebe e

Schut elaborarono il Dual Process Model (DPM), secondo cui la dinamica centrale del

processo del lutto consiste in una tensione tra l’approccio e l’evitamento nei confronti

della perdita e di tutto ciò che essa comporta: nell’individuo vi sarebbe un’oscillazione

tra due complesse strategie, una orientata verso la perdita (loss-oriented) e l’altra verso

la ripresa (restoration-oriented) (tab.1).

Tab.1 - Dual Process Model

Loss-oriented Restoration-oriented

Elaborare il lutto Negazione

Confrontarsi col dolore Evitamento

Rottura dei legami Distrazione controllata

Approccio alla perdita Fare altre cose

Pensieri intrusivi Soppressione

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La strategia loss-oriented si riferisce propriamente al fare lutto, cioè a quel lavoro

di confronto con gli stimoli e i pensieri dolorosi associati alla perdita che conduce

gradualmente allo scioglimento del legame con la persona scomparsa.

La strategia restoration-oriented riguarda le modalità utilizzate dall’individuo per

gestire quegli aspetti della sua vita che non riguardano la perdita: si tratta di una serie di

comportamenti ed atteggiamenti di evitamento e mitigazione verso pensieri e sentimenti

dolorosi, costituenti non solo una modalità difensiva ma anche una strategia attiva per

mantenere quelle attività essenziali al funzionamento di una persona.

L’oscillazione tra queste due diverse strategie di coping consente all’individuo di

bilanciare i costi e i benefici di ognuna. Secondo Stroebe e Schut, infatti, il confronto

con ricordi ed emozioni dolorose è necessario, ma allo stesso tempo esaustivo: per la

persona è fondamentale fare una pausa emotiva, cioè staccarsi da pensieri e sentimenti

opprimenti per continuare a svolgere i compiti abituali della sua vita.

Nel two-track model, Rubin (1999) coniuga i due principali approcci teorico-

clinici nel campo della letteratura sul lutto: la prospettiva psicodinamica, che considera

la separazione dalla persona scomparsa come l’aspetto centrale della reazione alla

perdita e la prospettiva cognitivo-comportamentale, che guarda alle conseguenze del

lutto sul funzionamento bio-psico-sociale dell’individuo, considerando la reazione alla

perdita simile ad una risposta a un fattore stressante.

Questo modello tiene conto, nella reazione del soggetto alla perdita, sia del suo

funzionamento che della qualità del legame con la persona perduta, così il processo di

elaborazione del lutto viene concettualizzato lungo due assi (tracks) principali, ciascuno

dei quali è multidimensionale.

L’asse 1 riguarda la funzionalità bio-psico-sociale dell’individuo all’interno della

sua vita quotidiana e come viene alterata dall’evento della perdita: la capacità di fornire

una reazione adattiva viene valutata secondo una serie di indicatori di tipo affettivo,

interpersonale, somatico e psichiatrico.

L’asse 2 è centrato sul legame con la persona perduta e su come venga mantenuto

o cambiato nel tempo: la relazione col defunto è scomposta e analizzata sulla base di

dieci sotto aree comprendenti gli aspetti salienti di un rapporto interpersonale. (tab.2)

21

Tab.2 - Two-Track Model

Asse 1 - Funzionalità Asse 2 – Relazione con la persona

Ansia Immagini e memorie

Preoccupazioni somatiche Distanza emozionale

Sintomi di carattere psichiatrico Affetti posit. nel vis-a-vis con la persona

Relazioni familiari Affetti neg. nel vis-a-vis con la persona

Relazioni interpersonali generali Pensieri assorbiti dalla perdita

Autostima e autovalore Idealizzazione

Struttura di significato Conflitto

Lavoro Fasi del processo del lutto

Investimenti nei compiti di vita Impatto sulla percezione di sé

Commemorazione e trasformazione della

perdita e della persona perduta

Elaborare il lutto comporta quindi attraversare una serie di fasi o svolgere dei

compiti che permettono di acquisire una graduale consapevolezza della perdita,

riconoscere e accettare tutte le diverse emozioni ad essa collegate, gestire le situazioni

ambientali in base alle proprie risorse e, infine, riprendere le proprie attività abituali e

investire in nuovi rapporti, al termine delle quali l’individuo dovrebbe arrivare a

ripristinare un adeguato grado di funzionamento psicosociale.

L’elaborazione di una perdita richiede un costante confronto con sentimenti

angoscianti e dolorosi, con pensieri e ricordi che spesso tormentano ma, allo stesso

tempo, richiede l’adozione di una serie di meccanismi o reazioni difensive che possono

condurre la persona a distaccarsi e ad allontanarsi da quel percorso scandito da tappe o

fasi dirette verso un punto conclusivo.

Per molti anni una certa parte della letteratura ha convenzionalmente considerato

come esito del processo del lutto l’abbandono del legame affettivo perduto e il ritorno

22

ad un grado ottimale della funzionalità psicosociale. La realtà, però, è che il cordoglio

non è assimilabile ad una condizione di malattia da cui riprendersi.

Se, come afferma Rubin, una persona è in grado di costruire dentro se stessa una

rappresentazione della relazione che aveva, attraverso pensieri, affetti, memorie e

percezioni, ogni cosa dunque che testimoni l’esistenza di un legame, e se questa

rappresentazione si evolve nel tempo, seguendo i cambiamenti propri del ciclo di vita

dell’individuo e non rimanendo “congelata”, sarà possibile allora parlare di risoluzione

del lutto.

Più recentemente D’Urso e Trentin, (2002) hanno parlato di lutto che può

svilupparsi in tre fasi:

1. Protesta contro la perdita e struggimento, bramosia per la persona perduta

che si vorrebbe riavere. Le risposte più frequenti in questa fase di lutto, in

cui spesso c'è una maggiore attivazione fisiologica, sono sintomi di

iperattività motoria, il continuare a pensare alla persona perduta, chiamarla,

immaginarne la presenza, cercare ciò che nell'ambiente ce la ricorda, sentirsi

spinti a cercarla.

2. Disorganizzazione e disperazione. Sintomi tipici sono l'apatia e l'isolamento,

la perdita di interesse sessuale, l'incapacità a concentrarsi sui propri compiti

o ad intraprendere nuove attività, l'anoressia, disturbi gastrointestinali,

perdita di peso, insonnia.

3. Distacco e riorganizzazione. Arrivare ad accettare la perdita, tralasciando i

tentativi di riottenere l'oggetto perduto, è un processo necessario quanto

lento e doloroso. Per potersi staccare dall'oggetto perduto e stabilire nuove

relazioni è necessario che vengano sviluppate nuove strutture cognitive, cioè

che l'individuo impari a percepire il mondo e il proprio ruolo in modi

diversi.

Il lutto prevede una serie di passaggi che, se adeguatamente completati,

conducono al ristabilirsi di un equilibrio e alla cessazione del vissuto di intenso dolore.

Per Sforza e Tizòn (2009), il processo del lutto si sviluppa in momenti o fasi:

• Fase di impatto e crisi: il soggetto appare in stato di shock, agitato, angosciato, o

in preda ad uno stordimento emotivo, effetto di due meccanismi psicologici,

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