Tesina di Maturità - Propaganda
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Tesina di Maturità - Propaganda

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Tesina di maturità - per istituti tecnici commerciali - sulla propaganda, concetto analizzato nelle seguenti materie: economia aziendale, italiano, storia, spagnolo, inglese, scienza delle finanze
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LA PROPAGANDA

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MANIFESTO NAZISTA A FAVORE DELL’UNITÀ NAZIONALE CHE RECITA: “UN POPOLO, UN

MANIFESTO FASCISTA A FAVORE DELL’INTERVENT O DELL’ITALIA NELLA SECONDA GUERRA

Argomenti trattati

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MANIFESTO FRANCHISTA A FAVORE DELL’UNITÀ DEL POPOLO E DEL

MANIFESTO DELLA DITTATURA STALINIANA CHE ESALTAVA IL “PICCOLO

Propagand a

Economia Aziendale

Propaganda 2.0:

Guerrilla Marketing

Italiano La

propaganda interventist

a di D'Annunzio

Storia Confronto

tra propaganda staliniana e

fascista Spagnolo Los lemas

del franquismo

Inglese The Great

Depression

Finanze Il New Deal e la teoria

del moltiplicato

re keynesiano

Introduzione La propaganda consiste nel conscio, metodico e pianificato utilizzo di tecniche di persuasione per raggiungere specifici obiettivi atti a beneficiare coloro che organizzano il processo; si configura quindi come un potente mezzo per imporre valori ed ideali, avvalendosi anche di simboli incisivi, capaci di coinvolgere le masse. Fondamentalmente, la propaganda è sempre esistita: dal Paleolitico, dove le incisioni e le pitture rupestri erano talvolta utilizzate per spaventare il nemico, al Medioevo, dove la Chiesa, depositaria

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della cultura e quindi del sistema informativo europeo, con il discorso di Urbano II a Clermont diede inizio alle Crociate. Di grande rilevanza fu poi la prepotente propaganda promossa sempre dalla Chiesa, necessaria a riacquisire i fedeli, a seguito delle 95 Tesi di Lutero. Tuttavia, la forma più massiccia ed imponente di proselitismo si ebbe nel 20esimo secolo sotto le grandi dittature che fecero della propaganda il loro cavallo di battaglia; è necessario inoltre evidenziare che tale mezzo produsse effetti notevolmente più accentuati rispetto al passato grazie solamente ad un fattore determinante: la nascita della società di massa. La propaganda del passato difatti, fu rivolta verso determinate categorie di soggetti – nel caso della Chiesa verso i cattolici – mentre sotto i totalitarismi essa fu uno strumento per dominare le menti e le coscienze, e per rivolgere l’attenzione delle masse verso la figura di colui destinato a condurle verso la gloria. La psicologia gioca quindi un ruolo chiave in quest’ambito: l’uomo, da essere pensante e razionale qual è, viene piegato, senza accorgersene, al volere di una figura che, in modo astuto, da un lato esalta la sua partecipazione al bene della Nazione, dall’altro, di fatto, lo rende alienato e lo priva della sua capacità di pensare in autonomia. La propaganda odierna, attuata sotto il nome di pubblicità, che rappresenta uno dei “principi cardine” del marketing e che oramai è parte integrante delle nostre vite, influenza ancora in modo prepotente gli esseri umani, proprio come nel secolo scorso, con l’unica differenza che non promuove più ideali, bensì è finalizzata a garantire ingenti vendite di prodotti, arrivando a tal fine a screditare la concorrenza. In conclusione quindi, è possibile affermare che la propaganda sia una vera e propria “arma di massa”, il cui utilizzo deve avvenire con la dovuta oculatezza, per evitare che produca effetti devastanti.

PROPAGANDA 2.0: GUERRILLA MARKETING Una particolare forma di propaganda moderna è rappresentata dal Guerrilla Marketing, un concetto introdotto nel 1982 da Jay Conrad Levinson che interpretò il marketing come una battaglia in cui il nemico è la concorrenza e il consumatore è la terra di conquista , rivolgendosi in particolar modo alle piccole-medie imprese che possono così pianificare azioni su target circoscritti, usufruendo di un budget limitato, secondo quindi il concetto di low budget Guerrilla Marketing.

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Ovviamente questa nuova filosofia deriva fondamentalmente dal concetto di marketing, che può essere inteso sia come attività svolta dall’azienda per soddisfare i bisogni della clientela, coordinando le risorse della produzione e della distribuzione dei beni e servizi offerti, per raggiungere gli obiettivi stabiliti, sia come attività con cui l’impresa tende a ottimizzare tutti i fattori che migliorano la commercializzazione dei beni e servizi offerti mediante l’individuazione, lo stimolo – talvolta la creazione – dei bisogni dei consumatori. Alla base del marketing vi sono le ricerche di mercato, che consistono nella sistematica raccolta, analisi ed elaborazione di dati relativi ai comportamenti dei consumatori, alla struttura del mercato e alle imprese concorrenti, al fine di ottenere informazioni rilevanti per il raggiungimento degli obiettivi; si procede poi con la segmentazione, cioè l’individuazione dei diversi gruppi di clientela nei quali un mercato può essere suddiviso. Il G.M. si configura come un approccio alternativo, basato su attività di marketing atipiche, con lo scopo di raggiungere il massimo impatto possibile con un investimento minimo, e che si avvale quindi dei nuovi strumenti tecnologici al fine di individuare nuove possibilità ignorate dai metodi tradizionali. Questa nuova forma di marketing mira quindi ad essere non convenzionale, originale e creativa, efficiente ed efficace nell’impiego delle risorse, atipica, spettacolare e sorprendente, flessibile, divertente – a tratti anche insolente e provocatoria – e contagiosa. Con questo nuovo approccio, si arricchisce il marketing mix, cioè la combinazione tra prodotto, promozione, prezzo e distribuzione; difatti, il G.M., pur basandosi su questi elementi fondamentali, apporta delle novità e delle tattiche insolite. Gli approcci di G.M. alle quattro P si concretizzano quindi in diversi modi: per quanto riguarda il prodotto, questo viene proposto in forme o confezioni diverse rispetto al passato, come nel caso di Coca-Cola e Nutella che introdussero etichette personalizzate; in ambito di prezzo, il G.M. implica l’offerta di un prodotto a un prezzo particolarmente basso o uno sconto particolarmente elevato; per quanto riguarda la distribuzione, il G.M. consiste nel mettere in atto modalità inusuali di vendita o consegna, come nel caso dell’editore Weltbild che diede l’opportunità a coloro che acquistassero il libro “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, prima dell’uscita, di scegliere l’orario di consegna, compresa anche la fascia oraria tra mezzanotte e le 2 del mattino; infine, per quanto riguarda la promozione, il G.M. può essere attuato in diversi modi quali il Viral Marketing, cioè la raccomandazione del prodotto ad amici e conoscenti cosicché i consumatori stessi divenissero veicoli pubblicitari, il Guerrilla Mobile, cioè la trasmissione di messaggi creativi ai telefoni dei consumatori, l’Ambient Marketing, cioè mezzi pubblicitari non classici quali cartoline pubblicitarie o campioni di prodotti collocati negli ambienti frequentati dai consumatori, ed il Sensation Marketing, simile all’Ambient Marketing, con la differenza che consiste in eventi sorprendenti che si verificano una sola volta.

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LA PROPAGANDA INTERVENTISTA DI D’ANNUNZIO Nel secolo scorso invece, la propaganda, in Italia, fu adottata massicciamente nel periodo a ridosso della Grande Guerra, quando erano accesi i dibattiti tra neutralisti ed interventisti, tra cui spiccava la controversa figura del poeta Gabriele D’Annunzio. La sua posizione trasparve già in due raccolte di opere che vanno a comporre le Laudi: Merope, che esaltava l’impresa libica e presentava al contempo riferimenti ad altre vicende italiane quali la caduta di Costantinopoli per mano dei Turchi ed alla cultura epica – ne è un esempio la Canzone dei Dardanelli relativa alla guerra tra Grecia e Troia cantata nell’Iliade; Asterope invece, si compone di sette canzoni di stampo bellico che ruotano attorno alla Prima Guerra Mondiale, dove viene esaltato soprattutto il patriottismo dei soldati ed il loro ruolo di difesa contro il nemico comune, l’Austria. Con la Canzone del Quarnaro, il poeta mira a risollevare l’animo degli italiani, delusi dalla sconfitta di Caporetto, ricordando l’episodio della Beffa di Buccari, l’incursione militare contro il naviglio austro-ungarico. L’enorme fama del poeta lo portò ad essere scelto come oratore nel famoso discorso di Quarto, tenuto il 5 maggio 1915 in presenza di circa 20.000 persone che “andavano incontro al loro Vate per preparargli un’oceanica adunata”. La performance di D'Annunzio fu all'altezza della sua fama; il discorso fu teso a circondare l'evento di un alone di sacralità, il timbro principale fu dunque quello religioso, e biblici furono molti dei rimandi simbolici e delle movenze ritmiche dell'orazione. Tutto il discorso fu pieno di riferimenti mistici, riprendendo la simbologia classica e cristiana, con continue allusioni al fuoco sacro simbolo di rigenerazione, di ardore guerresco e di eroismo, di fusione tra la vita e la morte. La vastissima folla al discorso di Quarto Durante l’orazione, le ovazioni crebbero senza sosta ed il discorso si trasformò in un vero e proprio dialogo con la folla; grazie al suo incredibile fiuto, il Vate intuì che il bersaglio contro cui doveva scagliarsi dovesse essere la vecchia classe dirigente liberale, capitanata da Giolitti ribattezzato il “mestatore di Dronero”, rea di attardarsi colpevolmente di fronte alla guerra. Gli accenti aulici che caratterizzarono le giornate dal 4 al 7 maggio sparirono nelle giornate dal 12 al 20 maggio, sostituiti dall’invettiva anti-giolittiana; in questo contesto si accentuarono i richiami al popolo contro il “tradimento di un pugno di ruffiani” capeggiati dal “vecchio boia labbrone”. Il poeta sfruttò appieno la propria abilità manovriera, colpevolizzando così il “nemico interno” ed elevando la guerra ad un concetto sacrale e religioso, sottraendola così a qualsiasi giudizio politico.

CONFRONTO TRA PROPAGANDA STALINIANA E FASCISTA 6

Le grandi dittature del ‘900 dedicarono poi molta attenzione alla ricerca dei mezzi propagandistici che potessero risultare il più efficace possibile, ma i metodi di attuazione furono senza dubbio differenti. In Russia, la propaganda staliniana ruotava attorno all’idea che la Russia, umiliata ed ignorante, fosse sempre stata umiliata dai mongoli, dai turchi, dagli svedesi e dai capitalisti. Stalin quindi, volle apparire come colui che avrebbe rinverdiva i fasti della nazione, dimostrando la fattibilità del “socialismo in un solo paese”. Un ruolo estremamente importante lo ebbero gli intellettuali che divennero veri e propri impiegati dello stato, considerati “ingegneri dell’animo umano” e cultori del cosiddetto “realismo socialista”. Letteratura, cinema, teatro e musica furono dichiarati i mezzi necessari per combattere l’ideologia borghese e contrastarne la rinascita. Per permettere che il Tavarich fosse considerato come l’unico e fedele continuatore di Lenin, qualsiasi progresso del regime venne esaltato in maniera maniacale e la sua massiccia opera di colonizzazione delle coscienze gli permise di elevare la propria figura ed assumere le vesti del “Piccolo Padre”, cioè di salvatore e protettore della Madre Russia. Egli venne sempre raffigurato come l’eroe fermo ed imponente, ma al contempo sorridente e paterno, ed esaltato come il “grande umanitario” e “migliore amico dei bambini”. L’imponente opera di industrializzazione gli fece acquisire notevole fama in diversi strati sociali, i quali però ignoravano che dietro tanto progresso economico ci fosse lo sfruttamento coatto di milioni di lavoratori; l’incredibile popolarità acquisita implicò che le icone raffiguranti Stalin sostituirono quelle religiose e divennero immancabili in ogni casa, scuola, fabbrica e nei luoghi del “nuovo culto”. Classica icona di Stalin

In Italia, la propaganda fu affidata al Ministero della Cultura Popolare, cui spettava il compito di controllare le pubblicazioni dei giornali, sequestrando i documenti ritenuti pericolosi, e di diffondere gli ordini di stampa detti “veline”, che contenevano le disposizioni da rispettare nella stesura degli articoli. Mussolini, essendo giornalista, comprese subito l’importanza e la forza della stampa, pertanto prese il controllo di diverse testate giornalistiche, quali Il Popolo d’Italia e Giovinezza, chiudendo al contempo quelle di opposizione, quali l’Avanti e l’Unità. Una svolta fondamentale si ebbe nel 1924 con la creazione dell’Istituto Luce – L’Unione Cinematografica Educativa – che venne posto sotto il controllo della dittatura dal 1925; il Duce difatti, riteneva il cinema “l’arma più forte dello Stato”. Prima di ogni film veniva proiettato un cinegiornale, ossia un cortometraggio di attualità ed informazione infarcito di valori fascisti, che a partire dalla metà degli anni Trenta presentava contenuti sempre più volti alla guerra. Attraverso l’arte cinematografica, Mussolini volle evidenziare il livello di dinamismo e modernità raggiunto dall’Italia grazie al regime, le potenzialità della nazione, e con la proiezione del colossal “Scipione l’africano” nel 1937 fu esaltata l’impresa coloniale iniziata nel 1935. Durante la Seconda Guerra Mondiale poi, il regime impose all’Istituto Luce di proporre al pubblico filmati ed immagini che dessero l’idea di un conflitto che le truppe potessero sostenere in modo relativamente semplice e non traumatico. Notevolmente innovativa fu poi l’istituzione dell’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche nel 1927 che sostituì l’Unione Radiofonica Italiana e divenne l’ente monopolista delle radiodiffusioni, e quindi principale voce del Fascismo. Mussolini analizzò attentamente le potenzialità pedagogiche e propagandistiche della radio e lanciò la campagna “Ogni villaggio deve avere la radio”; il Duce, dopo aver indottrinato militarmente i giovani con l’Opera Nazionale Balilla, volle affiancarsi all’azione didattico-educativa dei maestri proponendo programmi “dall’impronta vigorosa, fascista e guerriera”, anche se, a cavallo tra il ’38 ed il ’39, il contenuto dei programmi si orientò verso il razzismo contro gli ebrei.

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LOS LEMAS DEL FRANQUISMO Una particular forma de propaganda actuada por el régimen de Francisco Franco en España, fue la de los lemas, con los que el Caudillo ha querido transmitir el mensaje de un País unido, fuerte y capaz de volver a la grandeza del Imperio Españolo. Los lemas del franquismo son los lemas con los que se resumen la ideología franquista. Aunque tuvieron su origen en la actividad de distintos partidos e intelectuales nacionalistas de derecha durante la Segunda República Española, la utilización de estos lemas se generalizó y demostró su mayor eficacia como elemento propagandístico. Los lemas que más se acuerdan son: ¡Una, Grande y Libre!, que consiste en una simplificación nacionalista del concepto de España, que la define como indivisible, negando la posibilidad de cualquier separatismo o descentralización territorial, imperial, por el imperio perdido en América y el que se quería construir en África, y no sometida a influencias extranjeras, en referencia a la supuesta conspiración marxista concretada en la Unión Soviética y en las democracias europeas. No es casual la elección del número tres, de claro simbolismo teológico, que compara implícitamente a España con las notas definitorias de la Iglesia, que es Católica, Apostólica y Romana. Durante la dictadura, aunque este lema fue el más utilizado, otra tríada, Una Patria, Un Estado, Un Caudillo, adaptación del lema de la Alemania Nazi Ein Volk, Ein Reich, Ein Fuhrer, fue usada. Escudo de España durante el franquismo con el lema “Una, Grande y Libre”

El grito de ¡Arriba España! se convirtió en obligatorio durante la guerra civil, debiendo ser también la entrada de las comunicaciones escritas; la fecha debía datarse con el año ordinario añadiendo la coletilla de I, II o III año triunfal – 1936-37, 1937-38, 1938-39. La elección del “Arriba” en vez del “Viva” se justificaba diciendo que vivir no es suficiente y que la verticalidad del “Arriba” se casaba mejor con la disposición activa de un patriota por mejorar España. El lema Por el Imperio hacia Dios se refiere a los deseos imperialistas de la España franquista a imitación del antiguo Imperio Español, pero después de la Segunda Guerra Mundial y del subsiguiente aislamiento internacional de España, estas ideas desaparecieron rápidamente del discurso del Régimen. Es un lema que reunía la idea de Imperio y la de Dios conciliando el componente nacional católico – que en España estaba omnipresente – con los rasgos expansionistas y militaristas del fascismo.

THE GREAT DEPRESSION 8

The period of great European dictatorships was marked by the Great Depression, a period of worldwide economic crisis. It started in America in 1929 and then spread to Europe and the rest of the world. Today it is often quoted as an example of how far the world’s economy can fall. In the 1920s a lot of American People invested their money in stocks and shares, pushing their prices up beyond their real value. Share prices reached a peak in August 1929, then started to fall. Investors panicked and started to sell recklessly, but things came to a tragic end on Black Tuesday, 29th October 1929. On that day, prices dropped suddenly and billions of dollars were lost. Wall Street, the New York Stock Exchange, crashed and this started a severe economic crisis as many banks and companies closed down. The period that followed was one of the darkest in American history. Many companies went bankrupt as people stopped spending. Millions of people lost their jobs and by 1933 unemployment was at 13 million. The unemployed lost their homes and were reduced to live in shanty towns of tin and cardboard. The economic crisis in the U.S.A. soon spread across the world. By 1932, world exports of raw materials had fallen by over 70%, ruining the economies of many countries which depended on the export of food and raw materials for their income. Severe economic problems also occurred in Europe, which had already suffered devastating losses of properties and finances during World War I. By 1933 three million British people were unemployed. The government paid a weekly amount of money, called dole, to the unemployed people, but poverty and despair was common. In 1938, there were still about 1.8 million people without work. The scene on Wall Street as the stock market crashed

IL NEW DEAL E LA TEORIA DEL MOLTIPLICATORE KEYNESIANO

La crisi del ’29 rappresentò quindi il fallimento del liberismo economico che, sostenendo la teoria dell’equilibrio automatico tra domanda ed offerta raggiungibile grazie all’oscillazione di salari,

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prezzi ed interessi, aveva completamente escluso la possibilità di una crisi di sovrapproduzione, cosa che invece avvenne negli Stati Uniti. Il sistema capitalista difatti, aveva permesso la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi imprenditori, che distribuivano agli operai un misero salario di sussistenza, rendendo quindi impossibile il completo assorbimento dei prodotti da parte delle famiglie. Fu il presidente Roosevelt a porre rimedio alla disastrosa situazione con il programma politico- economico New Deal che prevedeva un forte intervento dello Stato nell’economia e che fu attuato in due fasi: la prima, dal ’33 al ’34, che prevedeva lo stanziamento di 500 milioni di dollari per impiegare i disoccupati in programmi di lavori pubblici, l'istituzione del Civilian Conservation Corps che assoldò oltre tre milioni di disoccupati per la cura delle risorse naturali in cambio di un riparo, dei vestiti, del cibo e un salario di 30 dollari al mese, l’abrogazione del protezionismo, la concessione di sovvenzioni ad agricoltori e allevatori finanziate da un’imposta sulle società, l’istituzione di un sistema di controllo sulle operazioni in borsa; fu inoltre riformato il sistema fiscale con la legge sulle entrate del ’34 che disponeva l’aumento delle aliquote per i redditi più elevati, che arrivarono fino al 79%. Tuttavia, le opposizioni incontrate nei conservatori e nei capitalisti limitarono l’efficacia del primo New Deal, obbligando Roosevelt ad introdurre il secondo piano di riforme, dal ’35 al ’38, che prevedeva il Social Security Act, finanziato dai contributi dei datori di lavoro e dei lavoratori nonché con i fondi del bilancio federale, che erogava contributi in caso di disoccupazione, vecchiaia e disabilità, ed il National Labor Relations Act, riconosceva il diritto dei lavoratori di discutere l'ammontare dei salari e di organizzarsi in sindacati liberi e indipendenti. Franklin Delano Roosevelt

Con il New Deal fu applicata per la prima volta la teoria del moltiplicatore del reddito, ispirata dall’economista inglese John Maynard Keynes, secondo cui, per superare un momento di crisi, lo Stato deve finanziare in deficit le opere pubbliche, allo scopo di impiegare i lavoratori disoccupati, i quali avrebbero percepito un reddito che in parte avrebbero consumato, in parte risparmiato; la ripresa dei consumi spinge le imprese ad aumentare la produzione, necessitando quindi di assumere ulteriori lavoratori, i quali avrebbero contribuito all’incremento della domanda. Tale meccanismo, a seguito della crisi del ’29, fu spinto agli estremi, in quanto lo Stato arrivò a “pagare un operaio per scavare una buca, e a pagarne un altro per ricoprirla”, ma sortì effetti estremamente positivi, permettendo all’America di superare la gravissima situazione nella quale era precipitata.

FORMULA DEL MOLTIPLICATORE DEL REDDITO DI KEYNES

∆Y rappresenta la variazione del reddito nazionale, data dal rapporto tra il massimo del reddito- prodotto e la propensione marginale al risparmio (1-c), cioè la parte di reddito che rimane alla famiglia una volta coperti i consumi, ed il tutto moltiplicato per la spesa pubblica effettuata dallo Stato.

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∆Y= 11−c x ∆G

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