Tesina di maturità sul tema dell'emarginazione sociale
cecilia-bregante
cecilia-bregante

Tesina di maturità sul tema dell'emarginazione sociale

DOCX (262 KB)
16 pagine
5Numero di download
708Numero di visite
Descrizione
Tesina che affronta il problema dell emarginazione sociale con spunti presi dall'attualità. Viene affrontata la figura dell'intellettuale emarginato nella società del suo tempo e il tema dell emarginazione del diverso /...
20 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 16
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 16 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 16 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 16 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 16 totali
Scarica il documento

Liceo Linguistico Giovanni Da Vigo - Rapallo Anno scolastico 2015-2016

Bregante Cecilia V D

L’emarginazione all’interno della letteratura e della storia

“Inascoltate grida di un dolore invisibile

rompono il silenzio della notte, ma i nostri cuori tacciono

davanti all'orrore del diverso”

(“Emarginazione” di Giancarlo Milone)

Indice ▲ Introduzione generale sulla tematica dell’emarginazione e della mancata

integrazione (esposizione in spagnolo)

▲ La mancata integrazione sociale/emarginati all’interno della società: panoramica sulla vita di F.G. Lorca,sulle sue opere e relativi testi trattati durante l’anno, focalizzazione sulla poesia “In memoria” da L’Allegria di Giuseppe Ungaretti.

▲ L’intellettuale assume ruoli marginali all’interno della società a partire dalla fine dell’800: accenni alla scapigliatura, al crepuscolarismo, al futurismo e al decadentismo; focalizzazione su poesie di Eugenio Montale “Forse una mattina andando in un’aria di vetro” e “Non chiederci la parola” da Ossi di seppia

▲ L’ intimismo e l’autoemarginazione di Pascoli: focalizzazione sulla poesia “Nebbia” da Canti di Castelvecchio

▲ L’emarginazione che sfocia nella discriminazione e nella soppressione del “diverso”: dalle leggi raziali al genocidio degli ebrei

1.L’EMARGINAZIONE E I SUOI CARATTERI GENERALI: Ho scelto questo tema poiché lo ritengo molto interessante e particolarmente attuale all’interno della società odierna. Infatti, al giorno d’oggi, l’esempio più lampante di emarginazione è rappresentato dalla figura degli immigrati che, sempre più spesso, si trovano fortemente esclusi dalla società che avrebbe teoricamente il compito di ospitarli e garantire loro una vita migliore. Essi vengono visti come “intrusi” ed “usurpatori” a causa di vari pregiudizi, spesso infondati; la popolazione ospitante mostra inoltre un grande timore nei loro confronti poiché rappresentano “il diverso” e si dimostra spesso ostile senza dar loro la possibilità di integrarsi in maniera adeguata. In generale l’emarginazione può essere definita come la condizione in cui si trovano coloro che vengono relegati ai margini, cioè alla periferia del sistema sociale, ed implica la mancata integrazione di alcuni gruppi e categorie di persone che non partecipano ai vari processi all’interno della società rimanendone esclusi; questa condizione provoca spesso un forte sentimento di solitudine, di frustrazione e di disagio.

Cause dell’ emarginazione: L' emarginazione si produce per azione diretta, conscia o parzialmente inconsapevole, di persone o di gruppi verso altre persone a causa di vari fattori. Tra i più comuni si può individuare il disprezzo verso gli individui considerati “diversi” principalmente a causa della loro etnia o della loro religione, ma è molto diffuso anche il rifiuto e il disprezzo nei confronti dei malati o degli individui diversamente abili; vi è inoltre la discriminazione verso l'appartenenza ad un sesso (principalmente verso le donne) o verso scelte di relazione affettiva (principalmente verso gli omosessuali). La società in cui viviamo è infatti un sistema complesso, formato da vari sottoinsiemi (come economia, cultura e politica) da cui si può essere esclusi: l'emarginazione economica comporta l'esclusione dai processi e dai rapporti che riguardano produzione e consumo; l'emarginazione politica comporta l'esclusione dai processi decisionali mentre l'emarginazione religiosa e culturale comporta la mancata integrazione nel sistema che riguarda valori e credenze dominanti (alcuni gruppi possono essere integrati in un determinato sottosistema ed esclusi o emarginati da un altro come successe ad esempio per gli Ebrei nella società medievale; essi infatti erano integrati all’interno del piano socioeconomico ma erano quasi sempre esclusi sul piano socioculturale. )

Per quanto riguarda invece l’auto-emarginazione le cause possono essere svariate dal punto di vista individuale ma riguardano in generale problematiche personali ed esistenziali per cui un individuo è portato ad auto-escludersi ed

1 Bregante Cecilia VD

emarginarsi dalla società che lo circonda; alcuni dei fattori che contribuiscono all’auto-emarginazione possono essere individuati nei disturbi psichici e mentali, nella perdita di punti di riferimento o di un ruolo all’interno della società (perdita del lavoro, del proprio alloggio, degli affetti più cari..). Si può affermare che nei casi di auto-emarginazione all’ interno dell’individuo risieda un forte rifiuto della società che inizialmente si origina dall’ impossibilità di risolvere le proprie problematiche personali e che in seguito sfocia in una giustificazione del proprio stato, elaborata a supporto della propria sopravvivenza fisica ma soprattutto mentale.

2.L’EMARGINAZIONE SOCIALE E LA MANCATA INTEGRAZIONE:

La exclusión social en la literatura española

Federico Garcia Lorca (1898/1936) es un personaje muy significativo desde el punto de vista de la exclusión social. Con sus obras él llegó a ser considerado el portavoz de los marginados y de su condición dado que los protagonistas de sus obras son todos personajes que viven al margen de la sociedad como los obreros y los gitanos. Durante toda su vida Lorca se sintió excluido del resto de la sociedad debido a su homosexualidad y por eso él quiere expresar y trasmitir un fuerte sentido de soliderariedad hacia los más excluidos y marginados. Lorca se convirtió en él escritor más representativo de la Generación del’27 gracias a obras en prosa como “El romancero gitano” (1928) y “Poeta en Nueva York”(1929) pero también sobresalió en el teatro de este periodo con “La casa de Bernarda Alba”(1936).

Estas tres obras hablan del mismo tema la exclusión social y la frustración de los seres humanos:

“El romancero gitano” es una obra que se compone de dieciocho poemas donde Lorca retoma un estilo que partenecía a la literatura antigua de España: el Romance. Él pero utiliza un lenguaje culto y refinado, uniendo así elementos populares y elementos más cultos. El sujeto principal de toda la obra es el mundo de los gitanos y sus condiciones; por el escritor los gitanos son el simbol de la exclusión social, dado que viven al margen de la sociedad y están marcados por una grande frustración, pero ellos representan también el alma de Andalucia, la patria de Lorca (el autor expresa un fuerte amor por su tierra introduciendo en sus obras elementos que se inspiran a la tradición de Andalucia como por ejemplo los cantos gitanos, el flamenco, el sonido triste de una guitarra …).

Ahora analizamos un poco un poema lirico que hace parte de esta collección: “Romance de la luna,luna”, donde Lorca explica la condición de los gitanos y un particular acontecimiento.

Romance De La Luna, Luna, F.G.Lorca La luna vino a la fragua

con su polisón de nardos. El niño la mira mira.

El niño la está mirando. En el aire conmovido

mueve la luna sus brazos y enseña, lúbrica y pura, sus senos de duro estaño.

Huye luna, luna, luna. Si vinieran los gitanos, harían con tu corazón

collares y anillos blancos. Niño, déjame que baile.

Cuando vengan los gitanos, te encontrarán sobre el yunque

con los ojillos cerrados.

Huye luna, luna, luna, que ya siento sus caballos.

Níno, déjame, no pises mi blancor almidonado.

El jinete se acercaba tocando el tambor del llano Dentro de la fragua el niño,

tiene los ojos cerrados.

Por el olivar venían, bronce y sueño, los gitanos.

Las cabezas levantadas y los ojos entornados.

¡Cómo canta la zumaya, ay cómo canta en el árbol!

Por el cielo va la luna con un niño de la mano.

Dentro de la fragua lloran, dando gritos, los gitanos.

El aire la vela, vela. El aire la está velando.

En este poema lirico se puede ver la unión entre las caracteristicas liricas, dado que la obra está escrita en versos, y las caracteristicas tipicas de las obras en prosa como por ejemplo la división entre el planteamiento (desde el verso 1 hasta el verso 20), el nudo (desde el verso 21 hasta el verso 28) y el desenlace tragico (desde el verso 29 hasta el verso 36). En la primera parte el autor presenta los personajes principales: la luna, que se descibe como una mujer, y el pequeño niño gitano; después hay un dialugo entre los dos. En el nudo Lorca describe la legada de los gitanos y al final el autor habla de la tragica muerte del niño y del dolor de todo el pueblo gitano.

1 Bregante Cecilia VD

“Poeta en Nueva York” es una obra que fue realizada en 1929, cuando Lorca hizo un viaje a los Estados Unidos, pero fue publicada solo después la muerte del escritor en 1940. En esta obra Lorca quiere denunciar y criticar la sociedad capitalista governada por el dinero; él critica también la deshumanización de los hombres y las injusticias sociales. Como antes el autor se identificaba con los gitanos, ahora se identifica con los obreros, los negros y los más oprimidos que pueblan la sociedad americana; además él afirma que los marginados y los más humildes representan la parte más delicada de la sociedad. De esta collección hace parte “La Aurora”, un poema en el que Lorca describe la dificíl situación economica de algunas clases sociales después el crack de la bolsa americana del 1929 ( él habla sobretodo de los obreros,porque ellos trabajan mucho pero no ganan bastante dinero).

La Aurora,F.G.Lorca La aurora de Nova York tiene

cuatro columnas de cieno y un huracán de negras palomas

que chapotean las aguas podridas La aurora de Nova York gime por las inmensas escaleras buscando entre las aristas

nardos de angustia dibujada. La aurora llega y nadie la recibe en su boca

porque allí no hay mañana ni esperanza posible. A veces las monedas en enjambres furiosos

taladran y devoran abandonados niños. Los primeros que salen comprueban con sus huesos

que no habrá paraíso ni amores deshojados; saben que van al cieno de números y leyes,

a los juegos sin arte, a sudores sin fruto. La luz es sepultada por cadenas y ruidos

en impúdico reto de ciencia sin raíces. por los barrios hay gentes que vacilan insomnes como recién salidas de un naufragio de sangre.

En general la aurora suele ser un simbol positivo que indica el renacimiento y la renovación pero en este caso tiene un sentido negativo porque indica sobretodo la victoria de la civilización y de la ciencia sobre la naturaleza ( entonces indica la muerte). En este poema Lorca describe la sociedad americana de manera negativa: él habla de una ciudad ciucia caracterizada por la presencia de columnas de cieno y rascacielos; él unico elemento de la naturaleza son las palomas que pero se han vueltos negras a causa de la civilización y del progreso. De hecho el autor presenta una aurora che gime y sufre por esta situación (personificación); Lorca centra su atención sobre la condición de los obreros (los más pobres y más marginados de la sociedad) dado que ellos trabajan mucho y por eso tienen que dejar sus hijos solos él quiere subrayar el hecho que la crisis economica se refleja sobre los más débiles. Además el autor hace una referencia a las leyes raciales de este periodo y afirma que el trabajo de estos hombres es un trabajo sin fruto y sin arte, entonces es un trabajo alienante (visión marxista). Al final del poema Lorca presenta la imagen muy cruenta de un -naufragio de sangre- afirmando que en los barrios los trabajadores parecen naufragos dado que viven en condiciones casi inhumanas.

“La casa de Bernarda Alba” es un drama teatral en el que se narra la historia de Bernarda Alba, una mujer que acaba de quedarse viuda por la perdida de su segundo marido, y de sus hijas. En aquella época era habitual realizar un luto de ocho años entonces las cinco hijas de Bernarda (Angustias, Magdalena, Amelia, Martirio y

Adela) tienen que aceptar este hecho con resignación. Todas aceptan esta situación ecepto la hija menor, Adela, que no quiere pasar toda su joventud encerrada en casa. En el mismo tiempo la hija major, Angustia, puede escapar a este luto dado que era la hija del primer marido de Bernarda; ella tiene que casarse con Pepe el Romano pero este hombre del pueblo solo quiere casarse con ella por el dinero, ya que ésta es muy fea y tiene 39 años. A esta boda se oponen dos hermanas: Martirio, que ama Pepe en secreto, y Adela, que se convierte en su amante. Cuando Bernarda se entera de esta relación adulterina escorre el hombre con una escopeta pero él huye con su caballo; al final Adela, que cree que Pepe está muerto, decide ahogarse poniendo fin a su sufrimiento.

En esta obra teatral los temas principales son el amor, el odio pero también el tema de la exclusión social: de hecho estas mujeres están excluidas de la sociedad dado que no pueden partecipar en ninguna actividad social y tienen que vivir encerradas en casa por 8 años. Con el subtítulo “Drama de mujeres en los pueblos de España” Lorca quiere denunciar la situación de opresión en la que vivían las mujeres en la España rural de este periodo. Además la grande represión moral impuesta por la madre Bernarda a sus hijas puede ser un simbol de la situación de opresión en toda España durante la dictadura de Francisco Franco.

L’emarginazione sociale all’interno della letteratura italiana Attraverso la poesia sotto riportata di Giuseppe Ungaretti, In memoria, si può trovare un esempio di mancata integrazione nella società novecentesca.

In memoria, Giuseppe Ungaretti Si chiamava

Moammed Sceab Discendente

di emiri di nomadi suicida

perché non aveva più Patria

Amò la Francia e mutò nome Fu Marcel

ma non era Francese e non sapeva più

vivere nella tenda dei suoi

dove si ascolta la cantilena del Corano

gustando un caffè E non sapeva

sciogliere il canto

del suo abbandono

1 Bregante Cecilia VD

L’ho accompagnato insieme alla padrona dell’albergo

dove abitavamo a Parigi

dal numero 5 della rue des Carmes appassito vicolo in discesa.

Riposa nel camposanto d’Ivry

sobborgo che pare sempre

in una giornata di una

decomposta fiera E forse io solo

so ancora che visse

“In memoria” viene posta in apertura de “Il porto sepolto” (1916), il primo libro di liriche pubblicato da Ungaretti. L’anno precedente questa poesia era già uscita sulla rivista «Lacerba» in una versione ancora abbozzata e confluirà poi ne “L’Allegria” (1931), che raccoglie tutte le liriche dell’autore. La poesia è dedicata all’amico arabo Moammed Sceab, con cui Ungaretti condivideva una stanza nel Quartiere Latino della periferia di Parigi; egli si suicidó perché incapace di sopportare la lontananzadalla sua patria originale e la mancata integrazione nell’ambiente parigino. Inoltre Sceab non possedeva il dono della poesia, attraverso cui Ungaretti riuscì invece a sopportare il medesimo destino. Il poeta condivideva infatti con l’amico la condizione di sradicato (déraciné): Ungaretti nacque nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, dove trascorse la giovinezza. Si trasferì poi a Parigi nel 1912, entrando a contatto con i grandi intellettuali del tempo ma a differenza del defunto amico arabo, Ungaretti riuscì a “sciogliere il canto del suo abbandono” (vv. 20-21) e a salvarsi grazie alla poesia. Le liriche di questo autore contengono elementi di grande innovazione stilistica, specialmente rispetto alla tradizione letteraria italiana. La metrica è alla base della sua rivoluzione poiché egli nelle sue composizioni è solito disgregare e frammentare i versi; questo meccanismo carica le singole parole di una grande energia espressiva. Alla metrica “frantumata” di Ungaretti corrisponde un preciso ideale di poetica, ovvero quello di recuperare il significato puro delle parole. Oltre alla metrica “frantumata”, in cui parole isolate possono costituire da sole un verso (come “suicida”, v. 5), bisogna notare l’assenza di punteggiatura e la funzione degli spazi bianchi. Gli spazi bianchi, al di là del loro impatto grafico, rendono ancora più incisiva la scansione del ritmo e sottolineano il significato puro delle parole (poetica dell’essenzialità verbale).

3. L’EMARGINAZIONE DELL’ INTELLETTUALE: 1)La Scapigliatura

Durante il periodo successivo all’unità d’Italia (1861) gli intellettuali cominciarono a sentirsi inutili ed emarginati rispetto al resto della società. I primi a manifestare questo sentimento all’interno della letteratura italiana furono gli scapigliati, un gruppo di intellettuali che operavano a Milano tra il 1860 e il 1870; essi rifiutavano le idee del romanticismo italiano e la società borghese dell’epoca manifestando per la prima volta il conflitto tra l’artista e l’ambiente circostante. Questi scrittori manifestavano il loro disagio rifiutando le regole morali della società e conducendo una vita sregolata, solitamente dominata da alcool e droghe (così come i poeti maledetti in Francia). Gli scapigliati furono i primi a portare in Italia le idee del Romanticismo europeo come il sogno, le allucinazioni, il “macabro”, l’ “orrido”, tutti concetti da loro utilizzati per esprimere la loro sensazione di malessere ed esclusione.

poeti di riferimento: Emilio Praga e Igino Ugo Tarchetti.

2)Il Crepuscolarismo

Successivamente, nel 1909 il critico letterario Giuseppe Antonio Borghese fu il primo ad utilizzare il termine ”Crepuscolarismo” per identificare vari poeti con caratteristiche molto diverse tra di loro ma accumunati da tre fattori principali:

• Il rifiuto verso la poesia di D’Annunzio

• La focalizzazione dei poeti sulle “piccole cose”

• La volontà di diventare interpreti e rappresentanti di uno stato di emarginazione; essi infatti nelle proprie opere vogliono esprimere il disagio globale dell’uomo in generale ma soprattutto il disagio individuale del poeta e degli intellettuali. I crepuscolari avvertono la crisi del ruolo del poeta all’interno della società comprendendo il fatto che il poeta non ha più nessun messaggio da esprimere al popolo; questi scrittori amano rifugiarsi nelle zone d’ombra da coscienza (nell’inconscio) per evadere dalla realtà opprimente nella quale vivono.

Per quanto riguarda il Crepuscolarismo troviamo due scuole: la prima é la Scuola Romana, il cui esponente principale è Sergio Corazzini, definito poeta–fanciullo poiché morí a soli 21 anni a causa della tisi; questo crepuscolare amava cantare l’emarginazione e la sofferenza, due tematiche fortemente legate alla sua malattia attraverso le quali egli vuole esprimere l’impossibilità di offrire una qualsiasi testimonianza attraverso la poesia che non riguardi il dolore. La seconda scuola crepuscolare è la Scuola dell’ironia, che si sviluppa intorno alla figura di Guido Gozzano e nella quale si attua un rovesciamento della poetica dannunziana. Gozzano nasce inizialmente come seguace di D’Annunzio ma in seguito diventa un suo ironico oppositore sempre attenendosi peró al mito dell’esteta; l’estetismo di questo scrittore è infatti molto diverso da quello di D’Annunzio poiché deriva dalla sua impossibilitá di aderire alla vita a causa della malattia psichica e di quella fisica (anch’egli era gravemente malato di tisi) la malattia per questo autore è quindi un elemento che lo conduce all’emarginazione sociale.

1 Bregante Cecilia VD

3)Il Futurismo

Questa avanguardia si sviluppa, come il Crepuscolarismo, a partire dal 1909 quando Filippo Tommaso Marinetti fece pubblicare il “Manifesto del Futurismo” sulla rivista “Le Figaro” di Parigi. In questo Manifesto i futuristi esaltano la velocità, il dinamismo, il coraggio e il progresso; la guerra viene vista come “la sola igiene del mondo” e inoltre viene esaltata la distruzione di biblioteche e accademie (viene fatta forte critica ai professori) i futuristi si propongono infatti come principale obiettivo una rottura radicale con il passato poiché considerano tutto ciò che riguarda la tradizione come “fetido” e marcio; essi vogliono azzerare il passato per arrivare ad un vero e proprio rinnovamento sociale. Così come i crepuscolari, anche i futuristi percepiscono l’inutilità del poeta nella società dato che egli non ha più un ruolo rilevante all’interno di essa; essi però non rimangono impassibili davanti a questa condizione ma al contrario esprimono la volontà di “ribellarsi” e reagire attraverso le loro opere. Aldo Palazzeschi, scrittore futurista di rilievo, esprime questo concetto nella poesia intitolata “E lasciatemi divertire!”: in questo componimento viene rappresentato un dialogo immaginario tra il poeta e un interlocutore (un ipotetico lettore); inizialmente l’interlocutore rimane sorpreso di fronte alle parole prive di senso logico del poeta mentre successivamente perde la pazienza sminuendo quindi lo scrittore e la poesia da lui realizzata (esprime grande disprezzo nei suoi confronti). Il poeta decide però di non curarsi delle critiche ricevute e continua questa sua poesia apparentemente priva di senso (quella che viene da lui definita come un “divertimento”; egli dona il senso del divertimento attraverso le numerose onomatopee che rendono unica questa poesia). Ho deciso di riportare gli ultimi versi di questa poesia (vv. 79-95) poiché a mio parere sono i più significativi per quanto riguarda la tematica del poeta “inutile ed escluso”.

E Lasciatemi divertire! (vv. 79-95)

Labala falala falala

eppoi lala… e lala, lalalalala lalala.

Certo è un azzardo un po’ forte scrivere delle cose così,

che ci son professori, oggidì, a tutte le porte.

Ahahahahahahah! Ahahahahahahah! Ahahahahahahah!

Infine, io ho pienamente ragione,

i tempi sono cambiati, gli uomini non domandano più nulla

dai poeti: e lasciatemi divertire!

A partire dal verso 86 il poeta, utilizzando l’ironia, critica apertamente i professori, che sono per lui il simbolo della conservazione della tradizione (analogia con “Manifesto del Futurismo” per quanto riguarda la distruzione e l’azzeramento del passato). Infine, nell’ultima strofa, decide di spiegare il motivo del suo atteggiamento e della sua poesia: Palazzeschi afferma infatti che la poesia per lui diventa una sorta di gioco e di divertimento dato che egli non trasmette più nessun tipo di messaggio importante alla società; il poeta quindi, non avendo più il ruolo di donare un messaggio di rilievo ai suoi lettori , si trova in una condizione di inutilità.

4)Il Decadentismo

In questi stessi anni (fine ottocento/ inizio novecento) a Parigi si sviluppa un movimento letterario, il Simbolismo, che si estende poi anche in Italia con il nome di Decadentismo. I poeti decadenti sono degli intellettuali che vivono ai margini della società poiché si contrappongono nettamente alla società borghese e ne hanno una visione estremamente negativa; essi non percepiscono il miglioramento e il progresso all’interno dell’ ambiente sociale, ma al contrario ne colgono solo il disfacimento e la decadenza. Il termine decadentismo viene coniato dalla critica di indirizzo naturalistico per indicare in modo dispregiativo un gruppo di giovani intellettuali francesi, il cui obiettivo era quello di esprimere la degradazione culturale del loro tempo; questi giovani intellettuali, che si riunivano a Parigi sulla Rive Gauche, accettano tale termine e ne assumono la definizione facendosene un vanto. Infatti il poeta Paul Verlainein un suo famoso verso afferma: "Je suis l'empire à la fin de la décadence" ("Io sono l'impero alla fine della decadenza"); inoltre una delle più autorevoli riviste di questo periodo porta proprio il nome "Le décadent". I poeti decadenti sono molto pessimisti e nella loro poetica esaltano le idee del Romanticismo europeo; dato che essi vogliono esprimere il proprio disagio e la perdita di un ruolo rilevante da parte dell’intellettuale, anche i personaggi delle loro opere sono spesso frustrati ed emarginati: troviamo ad esempio la figura dell’inetto che caratterizza la produzione di Italo Svevo, il mito dell’esteta (inteso come individuo eccezionale al di sopra del resto della società e quindi in questo senso “escluso”) nella produzione di D’Annunzio e più in generale la figura del poeta emarginato senza un ruolo di rilievo all’interno della società.

5)Eugenio Montale

Montale nelle sue opere affronta spesso la tematica del ruolo marginale del poeta all’interno della società e del fatto che egli non abbia più un messaggio carico di valori da trasmettere al popolo; questo fatto provoca in lui un sentimento di isolamento rispetto all’ambiente sociale che lo circonda, popolato da “uomini medi” superficiali e borghesi egli si sente incompreso ed escluso.

Questo suo stato emerge particolarmente nella poesia “Non chiederci la parola” da Ossi di seppia

Non chiederci la parola, Eugenio Montale

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco Perduto in mezzo a un polveroso prato.

1 Bregante Cecilia VD

Ah l'uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico,

e l'ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

4.IL SENTIRSI “DIVERSO” E L’AUTO-EMARGINAZIONE:

Giovanni Pascoli (1855/1912)

Giovanni Pascoli è un personaggio molto emblematico per quanto riguarda l’auto- emarginazione: la sua giovinezza fu fortemente segnata dalla morte del padre nel 1867, ucciso da alcuni sicari; nel giro di 10 anni poi la sua famiglia si dimezzò a causa di grandi lutti ed egli ne soffrì moltissimo (la tematica dei cari defunti si può ritrovare in quasi tutta la sua produzione poetica). A causa di questi avvenimenti egli si chiuse in se stesso e cominciò a vedere il mondo esterno come ostile e difficile (=auto-emarginazione); dopo qualche mese in prigione a causa della sua adesione alle idee socialiste, egli decise di andare a vivere a Massa dove convisse con due delle sorelle ancora in vita, Ida e Maria, tentando così di ricostruire il nucleo familiare perduto. Pascoli infatti non costruirà mai un nucleo familiare poiché continuamente ossessionato dalla “presenza” dei familiari defunti; inoltre l’autore aveva una visione molto distorta della donna e questo gli impedì un vero e proprio approccio con il sesso femminile durante tutta la sua vita. Egli nella sua psiche rimase sempre un “ragazzino”: il poeta percepiva infatti il nucleo familiare come un nido protettivo grazie al quale poteva difendersi dalla realtà e dal mondo degli adulti, del quale aveva molto timore (poetica del nido).

Nebbia, Giovanni Pascoli

Nascondi le cose lontane, tu nebbia impalpabile e scialba,

tu fumo che ancora rampolli, su l'alba,

da' lampi notturni e da' crolli, d'aeree frane!

Nascondi le cose lontane, nascondimi quello ch'è morto! Ch'io veda soltanto la siepe

dell'orto, la mura ch'ha piene le crepe

di valerïane.

Nascondi le cose lontane: le cose son ebbre di pianto!

Ch'io veda i due peschi, i due meli, soltanto,

che danno i soavi lor mieli pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane Che vogliono ch'ami e che vada! Ch'io veda là solo quel bianco

di strada, che un giorno ho da fare tra stanco

don don di campane...

Nascondi le cose lontane, nascondile, involale al volo

del cuore! Ch'io veda il cipresso là, solo,

qui, quest'orto, cui presso sonnecchia il mio cane.

La lirica, pubblicata per la prima volta nel 1899 sulla rivista napoletana "Flegrea", confluì poi nella raccolta "Canti di Castelvecchio" del 1903. La nebbia qui raccontata non va vista come un fenomeno atmosferico, bensì come simbolo della separazione fra il poeta e la realtà: è infatti una “barriera” di protezione che ha il potere di isolarlo da tutto ciò che il poeta percepisce come non familiare - la siepe, il muro, i peschi, la strada del cimitero, il cipresso – ed è un elemento che ha quindi una funzione protettrice (poetica del nido). Tutte le strofe iniziano nello stesso modo ossia con un'invocazione alla nebbia affinché nasconda tutto ciò che il poeta non vuole vedere e neppure più ricordare - nascondi le cose lontane, nascondimi quello ch'è morto!- . Il verbo "nascondere" , che è ripetuto all'inizio di ogni strofa (anafora), ribadisce la volontà di voler occultare tutte le cose che non essendo conosciute spaventano il poeta (egli ha infatti paura del mondo esterno). La poesia procede sulla contrapposizione fra ciò che è familiare e ciò che non lo è, ma mentre il mondo esterno è genericamente definito come le cose lontane, il mondo che gli è familiare è dettagliato e fortemente legato alla sfera degli affetti personali che lo rassicurano (orto, cane..) Il mondo esterno, dunque, spaventa il poeta, ma, nello stesso tempo, lo attrae conducendolo verso quella contraddizione tra la paura che tiene legati al nido e la voglia di scoprire il mondo che sarà costante nella poetica pascoliana.

Fuga dalla vita: come tutti i poeti decadenti, anche Pascoli tende a fuggire dalla realtà ma la sua evasione appare come regressione nel mondo piccolo e rassicurante dell'infanzia, lontano dal mondo reale degli adulti (poetica del Fanciullino= il poeta vuole rapportarsi con il mondo esterno con l’animo di un Fanciullino, quindi con ingenuità, senza malizia e senza le costruzioni mentali tipiche degli adulti); inoltre la sua evasione può essere vista addirittura nella morte poiché il "bianco di strada" che porta al cimitero, tra i rintocchi lenti delle campane può simboleggiare il desiderio di fuggire dalla fatica di vivere.

1 Bregante Cecilia VD

Differenza con “L'Infinito” di Leopardi: da notare la profonda differenza con “L'Infinito” di Leopardi: lì la siepe è come una barriera che, limitando lo sguardo, permette all'immaginazione di spaziare e viaggiare liberamente, mentre qui la nebbia ha proprio la funzione di impedire e ostacolare il pensiero verso tutto ciò che potrebbe recare dolore, o perché ricordo passato o perché ignoto futuro.

Differenza con “San Martino” di Carducci: la novità di questa poesia si può comprendere notando il modo in cui Carducci rappresenta la nebbia nei primi versi di “San Martino” ("La nebbia a gl'irti colli /Piovigginando sale / E sotto il maestrale /Urla e biancheggia il mar"). Quella nebbia che Carducci raffigura in maniera oggettiva, come un fenomeno atmosferico, in Pascoli diventa appunto un elemento protettivo che il poeta pone tra sé e il mondo esterno.

5. LA DISCRIMINAZIONE E L’EMARGINAZIONE DEL “DIVERSO” CHE SFOCIA NELLA SOPPRESSIONE :

Un periodo storico fortemente caratterizzato dall ‘emarginazione di coloro che erano considerati “diversi” e “inferiori” è il periodo del nazifascismo , durante il quale gli ebrei vennero inizialmente esclusi dal resto della società per poi essere definitivamente eliminati. A partire dagli anni ’20 in Italia si diffuse un militarismo aggressivo e nazionalista che trovò espressione nei “Fasci italiani di combattimento”, guidati da Mussolini; nel 1921 Mussolini decise di trasformare i “Fasci italiani di combattimento” nel “Partito nazionale fascista”. L’ideologia fascista era basata sulla creazione di uno stato totalitario che governasse ogni individuo sotto i vari aspetti della vita quotidiana; inoltre i fascisti esaltavano la guerra e la violenza (tra il 1921 e il 1922 biennio nero). Infine, nel 1922, Mussolini realizzò la marcia su Roma costringendo quindi il re Vittorio Emanuele III ad affidare il governo nelle mani dei fascisti. Nello stato tedesco invece la figura principale è quella di Adolf Hitler (soprannominato il “Fuhrer”, ossia la “guida”); egli si pose come leader del “Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori” nel 1928, rendendo pubblica fin da subito la volontà dei nazisti di riconquistare lo “spazio vitale” tedesco e la loro politica razzista ed antisemita. Nel 1933 salì al potere legalmente diventando cancelliere e successivamente presidente della Repubblica. Con Hitler al potere la costruzione di uno stato totalitario fu rapidissima: egli organizzò una vera e propria dittatura emanando una serie di leggi eccezionali che limitavano la libertá di stampa e di riunione; inoltre scatenò una grande campagna di repressione nei confronti degli oppositori politici. Il “Fuhrer” riuscì a creare così il Terzo Reich, un regime totalitario basato sulla repressione di ogni posizione contraria e sulla propaganda per raccogliere numerosi consensi da parte della popolazione ( Hitler riuscì a raccogliere molti consensi e pareri positivi a livello popolare grazie alla rapida ripresa economica tedesca e grazie alla scomparsa della disoccupazione dovuta alla politica di riarmo avviata dal Fuhrer). Nell’ideologia nazista in realtà lo Stato era solo uno strumento che sarebbe servito a raggiungere un fine superiore ossia il dominio della razza ariana sul mondo. I tedeschi credevano che la razza ariana potesse essere fortemente minacciata dalla razza ebrea e, proprio per questo, nel 1935 vennero emanate le prime leggi antisemite a causa delle quali iniziò un lungo e crudele processo di emarginazione degli ebrei tedeschi dal resto della società. Il 15 settembre 1935 vennero infatti emanate le “Leggi di

Norimberga”(1. Legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco/ 2. Legge sulla cittadinanza tedesca): secondo queste leggi vennero vietati rapporti sessuali e matrimoni tra ebrei e tedeschi mentre i matrimoni misti preesistenti vennero sciolti. Inoltre gli individui di razza ebrea vennero privati della cittadinanza tedesca ed emarginati anche nel campo lavorativo. Inoltre nel novembre 1938 un importante diplomatico tedesco venne assassinato da una giovane ebrea questo fatto aumentò l’odio razziale e diede inizio a vere e proprie persecuzione nei confronti degli ebrei: i pogrom (molti ebrei vennero uccisi e arrestati, molte sinagoghe vennero distrutte e tutti i negozi appartenenti a individui ebrei vennero fatti a pezzi durante la “notte dei cristalli”). In Italia, invece, la mentalità razzista si diffuse a seguito della conquista dell’Etiopia (1935) e trovò espressione anche in questo caso nelle leggi antisemite che prevedevano l’ espulsione di docenti e studenti di razza ebraica dalle scuole, la espulsione dal territorio nazionale di tutti gli ebrei stranieri e la limitazione del diritto di proprietà per tutti gli individui di origine ebraica.

Nel settembre 1940 Germania, Italia e Giappone si incontrarono a Berlino stabilendo la “Carta dell’ordine nuovo” con la quale essi volevano rivoluzionare il mondo. Infatti, sia i nazifascisti europei (Italia e Germania) che gli imperialisti giapponesi volevano un mondo governato in maniera gerarchica ed autoritaria e fondato sulla subordinazione naturale di interi popoli alle razze superiori, ossia la razza ariana e quella giapponese (tedeschi e giapponesi si ritenevano migliori rispetto agli altri popoli dal punto di vista genetico e quindi superiori). In particolare il progetto della Germania era quello di creare grandi spazi autonomi dedicati a coloro che erano ritenuti “superiori” mentre le altre popolazioni formate dai così detti “sottouomini” sarebbero servite solo per fornire loro alimenti e risorse; i tedeschi desideravano mantenere una condizione intellettuale e di istruzione molto bassa tra la popolazione per poter governare più facilmente attraverso il terrore (arma chiave dei nazisti) in Polonia per esempio vennero aboliti il servizio sanitario e la scuola superiore, inoltre la popolazione venne ridotta alla fame per far in modo che la resistenza da parte dei cittadini fosse molto debole e facilmente reprimibile. Il sistema di dominazione nazista fu affidato alle SS (dal tedesco Schutz-Staffel ossia schiera di protezione): questa formazione paramilitare supportava il Partito nazista e dal 1925 divenne responsabile della sicurezza personale di Adolf Hitler; dopo il 1933 le SS, guidate da H. Himmler, ebbero il controllo di tutta l’ amministrazione interna del Reich, compresa la polizia e il controspionaggio essi avevano il compito di emarginare , sterilizzare e sopprimere i malati, i pazzi e gli omosessuali; inoltre dovevano eliminare e deportare nei campi di concentramento tutti gli oppositori politici (soppressione di tutti coloro che erano considerati inferiori). Per arrivare a realizzare il loro progetto i nazisti dovevano quindi eliminare gli ebrei, considerati da Hitler inferiori a qualsiasi altro popolo; i tedeschi si resero però conto che uccidendo gli individui ebrei in maniera casuale e senza un piano preciso non avrebbero raggiunto il loro obiettivo. Così nel 1942 i nazisti si riunirono a Wansee, vicino a Berlino, e pianificarono accuratamente la “soluzione finale” ossia il completo sterminio della razza ebraica, che prese il nome di Olocausto (quest’ultimo si può considerare come il primo sterminio premeditato di un’ intera popolazione) lo sterminio sarebbe dovuto avvenire rapidamente e in segreto dato che i tedeschi non volevano che la popolazione e in generale il resto del mondo venisse a conoscenza di un progetto così terribilmente crudele. Adolf Eichmann, un alto ufficiale delle SS, venne incaricato dell’organizzazione generale di questo progetto: inizialmente gli ebrei venivano radunati e rinchiusi nei ghetti, vivendo in una grande povertà, quasi ridotti a una condizione di

1 Bregante Cecilia VD

schiavitù; essi avevano l’obbligo di indossare una stella gialla cucita sugli abiti per poter essere meglio riconosciuti (essi venivano quindi emarginati dal resto della società tedesca). Intorno ai ghetti cominciarono a nascere varie fabbriche ed attività produttive dove gli ebrei erano costretti a lavorare ricevendo un salario minimo. Il più grande ghetto mai costruito fu quello di Varsavia, in Polonia: qui, nel 1943, vi fu il primo episodio di resistenza spontanea al nazismo gli ebrei riuscirono a impossessarsi di alcune armi e diedero vita ad una grande ribellione che i tedeschi poi dovettero reprimere radendo al suolo l’intero ghetto. Dopo un periodo passato nei ghetti, gli ebrei venivano trasportati nei campi di concentramento: questi luoghi erano equipaggiati di baracche circondate da filo spinato percorso da corrente; inoltre erano dotati di camere a gas e forni crematori utilizzati per bruciare i corpi. Come mezzo di morte venne scelto il gas “Zyklon B” a base di acido cianidrico, poiché secondo i tedeschi garantiva una morte veloce e indolore. Il trasporto dai ghetti ai campi di sterminio avveniva in vagoni merci piombati; durante il lungo viaggio i detenuti non ricevevano né acqua né cibo, arrivando spesso a destinazione senza vita. Arrivati ai campi di concentramento coloro che erano sopravvissuti al viaggio venivano privati dei propri oggetti preziosi, del denaro e dei propri abiti; fin da subito le SS attuavano una selezione disumana mandando anziani,bambini e in generale individui inadatti al lavoro nelle camere a gas. I campi di concentramento realizzati dai tedeschi non si basavano quindi solo sulla soppressione fisica ma anche sull’annientamento della personalità e sulla degradazione morale ( alle donne venivano rasati i capelli, tutti i detenuti indossavano la stessa “uniforme”, essi erano privati di tutti i loro beni e ridotti in schiavitù senza una reale motivazione…) Il più grande campo di sterminio realizzato dai nazisti fu quello di Auschwitz-Birkenau, in Polonia. Arbeit macht frei (dal tedesco: Il lavoro rende liberi) era il motto posto all'ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale. La scritta assunse nel tempo un forte significato simbolico, poiché rappresenta le menzogne che i nazisti diffussero riguardo i campi di concentramento, nei quali i lavori forzati, la condizione disumana dei prigionieri e il destino finale di morte erano in contrasto con il significato del motto.

Conclusione: A mio parere il compito della società dovrebbe essere quello di rimuovere, almeno dove possibile, i fenomeni di emarginazione poiché essi producono disagio, sofferenza, squilibrio e tensioni. Il superamento e alla rimozione di tutte le forme di emarginazione dovrebbero essere svolte dai gestori della società (amministratori, politici, forze sociali…) poiché solo loro hanno realmente i mezzi per operare in maniera positiva e perseguire tale obiettivo. Purtroppo però vari individui, gruppi sociali e ,spesso, anche gli stessi movimenti politici, promuovono o sostengono iniziative volte ad emarginare determinati gruppi o persone.

Parlando del tema dell’emarginazione si è portati a riflettere sulla solidarietà umana e sul rispetto che dovrebbe essere dovuto ad ogni individuo. In alcuni casi dovrebbero essere appunto le leggi dello Stato a prevenire e risolvere certe situazioni ma purtroppo con la mancanza di rispetto e di solidarietà, le leggi non possono raggiungere il loro scopo; infatti la cronaca pone spesso in evidenza dei casi che dimostrano che l’emarginazione e la solitudine di cui soffrono tanti esseri umani è determinata dall’insensibilità, dall’incomprensione e

dall’egoismo della società. L’emarginazione può essere quindi definita come il frutto di un ‘razzismo spontaneo’ diffuso ovunque, che deriva principalmente dal bisogno di proteggere valori, credenze e tradizioni della propria comunità, che possono essere "minacciati" dalle differenze socio-culturale che vengono quindi rifiutate. In una società come la nostra, dominata dal progresso e dall’innovazione sembra assurdo che vi siano ancora pregiudizi e limitazioni nei confronti del “libero pensiero” e nei confronti della “diversità”, costantemente percepita come una minaccia. A mio parere l’unica vera risposta all’emarginazione è la solidarietà, in quanto rispettosa delle molteplici cause della differenza, essa vuole il raggiungimento della giustizia sociale e lo sviluppo di ogni essere umano secondo la legge della partecipazione. Solidarietà significa infatti riconoscere l’identità socio-culturale di ogni individuo, tutelarla e promuoverla per favorire la loro integrazione nella società.

1 Bregante Cecilia VD

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 16 totali
Scarica il documento