Tesina " l'irraggiungibilità della felicità"
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Tesina " l'irraggiungibilità della felicità"

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tesina con collegamenti a materie come filosofia, letteratura italiana e inglese.
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tesina matura

L’INGANNO VITALE: LA FELICITÀ

Durante l’anno scolastico mi ha particolarmente colpito il tema della felicità e il tentativo

di svariati filosofi e scrittori di comprenderne il vero significato e di trovare una soluzione

per il raggiungimento di questo sentimento assoluto. Avendo vissuto in realtà

completamente diverse tra cui Brasile, Italia e Stati Uniti mi sono confrontata con

sentimenti di tutti i tipi che andavano dalla gioia alla nostalgia, dalla tristezza di una realtà

straniera all’euforia di essere in un territorio sconosciuto da esplorare. Lo stare bene con

la realtà che ti circonda viene solo capito e realizzato nel momento in cui qualcosa cambia,

nel momento in cui stai male e ti accorgi che la

realtà antecedente era inconsciamente ‘felice’.

Tutte queste esperienze mi hanno fatto riflettere

sul sentimento della felicità, intesa come piacere

infinito che l’uomo cerca ma non trova mai,

traendone cosi alcune conclusioni.

'E vissero per sempre felici e contenti ' ci sentiamo

dire fin da piccoli, tutte storielle con un lieto fine, speranzosi ed innocenti crediamo a ciò

che ci dicono, crediamo in un principe azzurro, in mondo armonico dominato da creature

che ci vogliono bene, immaginiamo quanto sarà bello crescere ed essere padroni della

propria vita ma ignoriamo la verità, la concretezza della vita, una verità che da bambini è

per lo più inconcepibile se non addirittura

inesistente. Passano gli anni ma quel

desiderio non cessa. Cresciamo, ma lei

rimane intatta, vogliamo quell'idea indefinita,

astratta, il motore della sopravvivenza : la

famigerata felicità. Questa tendenza non ha

limiti, pare quasi congenita al nascere e non

può aver fine se non alla morte. Viviamo

illudendoci che un giorno questo piacere

infinito ci colmi l'anima, ma non ci accorgiamo neanche che esso stesso non risiede nella

realtà.

Desideriamo tutta la vita, raggiungiamo obbiettivi, ma non è sufficiente, continuiamo a

remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato, troviamo la gioia nei

ricordi o negli immaginari trionfi futuri. Ci concediamo pause brevi, attimi inconsci di felicità

che svaniscono nel nulla in maniera repentina e che riaffiorano più tardi grazie alla

memoria, provocando quella curva che raddrizza tutto: il sorriso.

Il famoso recanatese Leopardi, scrittore pessimista degli anni 70 ebbe una concezione

interessante della nostra protagonista: per lui, la felicità non era altro che assenza di

sofferenza e dolore, questa fame di felicità che l’uomo possiede è però destinata a

rimanere insaziata, poiché ogni parvenza di felicità è mera illusione, inganno: un inganno

di cui abbiamo bisogno per sopravvivere.

Giacomo Leopardi identifica la felicità con il piacere, sensibile e materiale, ma l’uomo non

desidera un piacere ma ‘Il piacere’, dunque una determinata sensazione infinita.

Suppongo, come lo scrittore che nessuno dei piaceri goduti dall’uomo è in grado di

soddisfare questa esigenza assoluta, cadendo così nell’infelicità, che caratterizza per il

nostro poeta, la specie umana.

Considerato pessimista cosmico egli conclude che l’infelicità è legata alla condizione

assoluta, è un dato immutabile della natura. Infatti in quest’ultima sua fase da scrittore

Accostandoci alla famosa citazione di Giacomo

Leopardi, “La natura non ci ha solamente dato

il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero

bisogno, come quel di cibarsi. Perché chi non

possiede la felicità, è infelice, come chi non ha di

che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella

ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo, senza

nemmeno aver posto la felicità nel mondo’. Celato

vi è un immenso dubbio, cos’è la felicità? Forse la

risposta è ignota ai nostri limitati sensi, o forse non

vi è nemmeno risposta ma l’uomo continua e

continuerà a cercarla, offrendo infinite ipotesi, che

forse mai potranno essere considerate risposte.

Leopardi immerge nelle sue opere un atteggiamento ironico e rassegnato per cui la lotta e

la protesta sono vane. L’unica parziale soluzione risiede nell’immaginazione , ed è proprio

.

Penso che la felicità si veda, ma proprio quando la si vorrebbe prendere per averla

sempre con sé; essa, come una bolla, nello scoppiare svanisce. 
 Ma come mai la realizzazione dei nostri desideri, anche quelli più qualificati, non ci porta

ad una felicità assoluta a cui tanto agogniamo? “C'è un unico errore innato, ed è quello di

credere che noi esistiamo per essere felici” afferma uno dei maggiori pensatori del XIX

secolo Arthur Schopenhauer.

Ma nonostante questo perenne desiderio intrinseco nell’uomo seguito da una costante

delusione caratterizzi la frustrazione di tutti noi, è allo stesso tempo il motore della vita. La

volontà come ritiene il filosofo è quell'impulso che ogni essere vivente ha dentro di se, un

impulso che ci spinge ad esistere e ad agire.

qui che tengo a soffermarmi. L’immaginazione,

viene stimolata da tutto ciò che è vago ed

indefinito come: i suoni vaghi, il canto, il vento,

o addirittura le rimembranze di quei piaceri

vaghi ed indefiniti del passato. Potremmo

parlare non solo di passato come anche di

futuro, o meglio, di un possibile futuro che

immaginiamo. Anch’esso ci procura gioia e

allegria poiché viviamo pieni di aspettative di un

avvenire migl iore del presente e non

desideriamo accettare il peso della triste realtà,

perché non vogliamo vedere le nostre illusioni

distrutte. Essa dunque costituisce una sorta di

compensazione per una realtà noiosa ed

infelice, ma nonostante tutto il poeta crede che

la volontà di cercare e di far durare il più a

lungo possibile questa pausa dal dolore sia

insita nella natura umana.

Se l’essere è la manifestazione di una volontà infinita, la vita è dolore per essenza. Infatti

volere significa desiderare, e desiderare significa trovarsi difronte alla mancanza di

qualcosa che non si ha ma si vorrebbe avere. Il desiderio è dunque assenza. Inoltre, egli

afferma che per un desiderio che viene appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti:

‘esso è come l’elemosina per il mendicante, che prolunga oggi la sua vita per continuare

domani il suo tormento’.

Per di più, il godimento fisico e la gioia non sono che cessazione di dolore. Mentre il

dolore, identificandosi con il desiderio, è la struttura della vita, il piacere è solo una

funzione derivata dal dolore. Accanto al dolore vi è la noia, che subentra in caso di

assenza di desiderio o quando cessano le preoccupazioni. Infatti secondo il filosofo Il

pendolo della vita oscilla tra dolore e noia, passando attraverso l’intervallo fugace e

illusorio della gioia e del piacere.

La volontà è quindi un'aspirazione senza fine e senza scopo, tende a nessuna

acquisizione definitiva. Essa per il filosofo è una forza cieca e inconscia, puro istinto, pura

volontà di vivere. Si manifesta dappertutto, come il dolore, che investe ogni creatura, ma

diversamente dagli esseri privi di coscienza l’uomo ne risente di più giacché esso è

consapevole del suo proprio desiderio e malessere.

‘Come aumenta il sapere, così aumenta il dolore.

Come aumenta il dolore, così aumenta il sapere.’

Rifacendomi anche al pensiero di Schopenhauer ritengo che

l’uomo necessiti dare un fine alla vita, vuole uno scopo, com’è

quello di essere felici, o addirittura, introducendo la religione,

catapultarsi dopo la vita in un mondo metafisico com’è quello

del paradiso. Siamo sempre alla ricerca di concetti astratti,

vogliamo che prendano vita, concretizzarli nonostante la loro irraggiungibilità. In un sogno

o grazie alla nostra immaginazione abbiamo provato la speciale ebrezza di visitare mondi

ignoti e meravigliosi ma abbiamo anche conosciuto la cocente delusione che segue al

risveglio, quando la realtà ci ricaccia d’un sol colpo alla vita di tutti i giorni, che di ignoto e

meraviglioso spesso ha ben poco.

Pensiamoci attentamente: l’uomo ha sempre creduto ai mondi ulteriori. Ha voluto crederci.

Tanto che nel corso della storia ha stabilito per legge l’esistenza di un luogo superiore e

chi dubitava veniva emarginato, guardato con sospetto o addirittura processato per poi

essere condannato a morte. Vogliamo trovare un fine alla vita, ce lo imponiamo perché

siamo troppo deboli per sopportare il peso della realtà, crediamo nell’infinito, nella felicità,

nel paradiso, nell’inferno, in un essere onnipotente che chiamiamo Dio e in mille altri

concetti non appartenenti al nostro mondo, che trascendono i limiti dell’uomo.

La società descritta da Louis Lowry nel libro intitolato ‘The giver’ è un surrogato terrestre

del paradiso, un perfetto esempio di un tentato raggiungimento ad una vita perfetta e

felice. Il mondo di Jonas appartiene allo speciale genere che si confronta con i luoghi

dell’utopia, esponendone il lato oscuro di esse e mostrando la triste verità per cui il prezzo

del paradiso in terra è l’eguaglianza dell’infelicità.

Just for a second, imagine a world without war, conflict or grief. Refreshing, right? But it's

also a world without memory, colors, feelings, animals or even seasons. It is set in a

society which is at first presented as a utopian society but then later revealed to be a

dystopian one as the story progresses.

The Giver is a moral and interesting story about a young

boy called Jonas who lives in a society free of crime and

sadness. At the age of 12, children are assigned their jobs,

which they will train for and do for the rest of their lives.

Everything is chosen; from your parents to your partner.

Jonas stands apart from the community when he is chosen

to become the new "Memory Keeper" under the guidance

of the present Receiver, a surprisingly kind man who has

the same rare, blue eyes as Jonas, the boy absorbs

memories that induce for the first time feelings of true

happiness and love. Also, for the first time, the protagonist

knows what it is to see a rainbow, and to experience snow

and the thrill of riding a sled down a hill. But then he is

given the painful memories: war, pain, death, and starvation. These are memories of the

Community's deep past. Jonas learns that the Community engineered a society of

"sameness" to protect its people against this past, yet he begins to understand the

tremendous loss he and his people have endured by giving their memories away,

embracing "sameness", and using "climate control".

Society has been kept free of all the negative aspects of life because for as long as it has

been formed, there has been someone who holds all the bad and good memories of the

past within them. This is both bad and good for the inhabitants because, although they are

protected from harm, they are also not exposed to the wonderful aspects of life. Everything

is controlled by "the Elders," who are looked upon in a very positive light, though they

control who will marry whom, where children are placed, and what everyone will be

"assigned" as a career.

The community is a metaphor for restriction and censoring; it limits the choices of an

individual until they have none left, removing joy from life.

Is it worth giving up the experience of beauty and joy and love in order to end pain?

As we can see even ending suffering man would still not be happy enough. All efforts to

describe permanent happiness have been failures. The term "Utopia" to describe a

perfect world was first coined by Sir Thomas More, in 1518. More wrote a novel depicting

a fantastic new society, free from problems, a perfect society in an island, and gave it the

name "Utopia" which in Greek ou means "no" and topos means "place." Even More knew

that the place he wrote about was only imaginary. There would never be a place where

human beings live together in real peace, with real harmony, experiencing lives free of

worry, and finally happy without stress or pain.

Everywhere we look we see problems: poverty, crime, hunger, disease, war and

corruption. Truly, time has not brought us closer to Utopia. Man can create a perfect

society in a social way but it would never be an Utopia. This world is not perfect, it will

never be but choosing how to see it is the only power we have in our hands.

Se abbiamo dunque realizzato che un mondo

perfetto con gente felice è puro sogno e fantasia

allora cosa dovremmo fare? Possiamo scegliere.

La nostra vita e chi siamo noi dipende dalle

nostre scelte; non intendo solo scegliere se

mettere il vestito rosso o nero piuttosto che

scegliere di ammazzare qualcuno o combattere

per la pace, intendo scegliere il modo di vedere

ciò che ci circonda, come vivere quest’esistenza che altro non è che un’assurda

avventura.

Concordo nuovamente con il nostro Giacomo Leopardi nella sua veste pessimista : ‘ il più

solido piacere di questa vita è il piacere vano delle illusioni’. Ritengo dunque che prendere

coscienza dell’irraggiungibilità della felicità possa essere anche insignificante, ma farsi

trasportare dall’immaginazione e dall’illusione è l’unica possibilità di avvicinarsi all’idea di

felicità che gli umani continuano a coltivare. D’altronde qual è l’alternativa? L’uomo vuole

vivere. Gli piace vivere, Il tutto sta nel rendersi conto che la vita va vissuta nella sua

assurdità, facendo di questa assurdità la ragione per cui vale la pena vivere.

FONTI *Dal libro "Il mondo come volontà e rappresentazione" di Arthur Schopenhauer

*http://www.pensieriparole.it/aforismi/frasi-in-latino/frase-77865?f=a:89

* The Giver, by Louis Lowry

*Percorsi di filosofia Volume 3

*Un’idea di felicità – Carlo Petrini e Luis Sepulveda

*Il libro della letteratura – Guido Baldi, Silvia Giusso

* http://www.leopardi.it/home.php

SCHOPENHAUER:*DESIDERIO/VOLONTA’ DI VIVERE *DOLORE E NOIA

THE GIVER*UTOPIA*GIVING UP LOVE, COLORS, AND INDIVIDUALITY IN ORDER TO END PAIN

LEOPARDI: *FELICITA’ ! IL PIACERE *CONDIZIONE ASSOLUTA D’INFELICITA’ L’IMMAGINAZIONE

L’INGANNO VITALE:

LA FELICITÀ

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