Tesina Liceo Classico
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STORIA – LA QUESTIONE MERIDIONALE

LA STORIA DI OGGI E’ ANCORA QUELLA DI IERI

Questa frase potrebbe sembrare in opposizione alla tematica della scirttura come mezzo di riscoperta dell verità, ma infondo simboleggia pienamente l’argomento della “Questione Meridionale”. Infatti, Pino Aprile ha tentato di riportare alla luce uno degli argomenti più dibattuti e di difficile trattazione, una tematica che è nata con lo stato italiano, ma che ancora oggi, appunto, non è stata risolta. Tuttavia, più che di “Questione Meridionale”, forse si dovrebbe parlare di “Questione settentrionale”, per usare le parole di Pino Aprile nel libro “Terroni” che sta lentamente cercando di rifare luce sul vero prezzo pagato dalla popolazione dell’Italia Meridionale per quest’Unità che, secondo l’opinione di alcuni, non è stata ancora raggiunta pienamente a distanza di più di centocinquanta anni. La “Questione Settentrionale” vorrebbe andare proprio a mettere in luce la volontà, da parte del Nord, di mantenere il territorio meridionale nella condizione di subalternità in cui versa. E’ nata allora (nel 1861) una situazione di forte disagio in tutto il meridione – una terra allora così avanzata rispetto a quella che è stata presentata per decenni dai libri di storia – che si è protratta fino ai giorni nostri e che sembra destinata a non finire (<<la storia di oggi è ancora quella di ieri>>). Una situazione che sembra anche difficile da credere, tanto siamo ormai abituati a considerare questa come la terra dei figli di un dio minore. Il termine stesso, “Questione Meridionale”, tende a definire piuttosto lo studio dello stato di arretratezza in cui vera il Sud rispetto al Nord, ma – come Nietzsche era andato oltre i semplici dettami della morale, ricercando invece la sua vera origine – si dovrebbero approfondire le ragioni che sono alla base di questo divario e che hanno condotto questa terra a versare in una situazione talmente critica da aver fatto perdere la fiducia in essa dai suoi stessi figli (<<E’ accaduto che i meridionali abbiano fatto propri i giudizi di cui erano oggetto>>). Perché è vero che la crisi economia sta portando all riscoperta dell’estero come fonte id una vita migliore, ma, allo stesso tempo, è sempre più diffuso un comune sentimento di disprezzo rispetto al territorio meridionale, come se questa origine fosse una colpa della quale vergognarsi, e’ nata così una vera e propria corsa per spostarsi sempre più a nord. Chi è nato nel Sud Italia va a vivere nel Nord Italia, chi è nato nel Nord Italia preferisce l’estero (<<Ma si è sempre i meridionali di qualcuno>>). Se è sempre stato vero che l’erba del vicino è sempre più verde, adesso questo aforisma è più che mai attuale, dal momento che ogni aspetto della nostra terra è stato – ed è ancora – criticato e ignorato. Da essere offesi dalla parola “terroni”, abbiamo iniziato ad utilizzarla noi stessi contro la nostra stessa gente, perché basta stare pochi mesi più su per imparare immediatamente un nuovo accento che ci dia l’illusione di sentirci un po’ più a casa anche tra gi sconosciuti. Questo avviene oggi, questo è avvenuto sin dall’inizio: <<Quando il carnefice ti toglie tutto, l’unico punto di riferimento che ti rimane è il carnefice>>. Oggi preferiamo identificarci con quel “carnefice”, perché siamo troppo abituati a sentirci da meno, in molti aspetti della vita, rispetto ai nostri fratelli più a Nord.

<<Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager?>> Dopo il periodo di crisi dovuto alle dominazioni straniere, a partire dall’inizio del 1800, cioè con la nascita del Regno delle Due Sicilie, il Sud conobbe un nuovo periodo di sviluppo. Qui nacque la prima ferrovia italiana, veniva utilizzato il gas (1837) e il telegrafo elettrico (1852). Inoltre, sul piano politico, i Borbone avevano dato ampia autonomia alle amministrazioni locali, dando il via ad una riorganizzazione della burocrazia statale. Grande importanza venne data alla cultura, all’arte e alla scienza: fu edificato, in un solo anno, il teatro San Carlo. Nacquero inoltre il Museo archeologico, l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, l’Osservatorio Sismologico Vesuviano,la Biblioteca Nazionale, l’Accademia delle Belle Arti, l’Accademia Militare la Nunziatella. Scuole pubbliche e conservatori musicali erano presenti in ogni città. Anche l’Università di Napoli era considerata alla pari di alcune delle migliori università europee. L’economia del Mezzogiorno era integrata con quella del resto dell’Europa, fino ad essere in grado di

esportare in territori d’oltreoceano. Non solo, infatti, il Sud importava alcune materie prima da poter lavorare, ma aveva successivamente sviluppato una forte esportazione di vari beni. Esso era entrato in meccanismo di lavorazione e produzione di beni dalle materie prime messe in commercio dalle altre potenze. I governi di queste zone avevano spinto anche per la lavorazione in loco di prodotti di base meridionali, spingendo così grandi industriali europei ad impiantare in queste zone grandi stabilimenti. In quest’ambito, vi erano dunque zone del Sud altamente industrializzate, come vi erano anche zone del Nord che avevano ugualmente avviato un percorso di questo genere. In ogni caso si parla però di un’industria vigorosa sempre in proporzione alla situazione italiana dell’epoca. Si parla di una capacità tessile di centinaia di migliaia di fusi in Italia, mentre l’Inghilterra ne possedeva trenta milioni e la Francia cinque. Era quindi un’economia piuttosto basata su poche industrie e molte botteghe, ma – specialmente nel Sud - vi erano contemporaneamente grandi stabilimenti che si stavano già ingrandendo. Per di più, i Borbone avevano compreso l’importanza dei prodotti che la natura garantiva in grandi quantità al Sud, perciò, anche grazie ad un’economia di tipo protezionistico. Infatti non solo l’economia del Regno era basata sulle industrie, ma anche su un’economia agricola che, in alcune zone, permetteva di occupare la maggioranza della popolazione. La situazione cambiò decisamente dopo il 1861, considerato alla stregua di uno spartiacque nella storia dell’Italia meridionale, - peraltro le condizioni del popolo meridionale peggiorarono ancora di più dopo il primo conflitto mondiale -, dal momento che furono riposti grandi speranza e grandi capitali nel Nord, mentre il Sud era sempre maggiormente ostacolato. (Tutto ciò, però, non impedì il perpetuarsi dello sviluppo di talune industrie: nel 1925, la produzione di cotone era ancora concentrata nell’Italia Meridionale). Furono innumerevoli le industrie di lunga data che si affievolirono lentamente. Per citare alcuni esempi, le setetrie di San Leucio, nel cantiere navale di Catellammare (che nel 1860 era il più grande del Mediterraneo) fu costruita l’Amerigo Vespucci, la nave scuola in funzione ancora oggi, il primo collegamento ferroviario fu la tratta Napoli-Portici del 3 ottobre 1839, l’industria ferroviaria di Pietrarsa, di gran lunga superiore rispetto alla collega di Genova, era nata circa cinquanta anni prima della Fiat in Calabria venivano prodotti tessuti di grandissimo pregio. Si producevano guanti, si lavorava lo zucchero, il vetro. Successivamente i Savoia inviarono in queste zone LaMarmora al fine di studiare l’organizzazione di questi stabilimenti per importarne le tecniche in Piemonte e poi distruggere le aziende del Sud. <<Non è stato il Mezzogiorno a perdere quella ricchezza e quell'opportunità di crescita, ma l'Italia, ché l'egoismo, mentre sembra darti nell'immediato, ti toglie nel futuro, moltiplicato.>> Venne distrutta una produzione durata anni ed anni, mentre le fabbriche erano smantellate e i materiali che le componevano erano venduti a peso per ricavarne denaro. “Distrussero l'industria del Sud, ma come fai a vedere come questo cambiò il corso dell'esistenza delle persone?” perché troppo spesso lo studio della storia diviene lo studio di numeri e nomi senza un diretto collegamento con la realtà e con ciò che dati avvenimenti hanno creato nella vita delle persone sia dal punto di vista economico, ma anche per quanto riguarda le ideologie che avevano caratterizzato la vita degli abitanti di queste zone.

<<Piemontizzare ad ogni costo>> Furono molte le voci che si levarono a denunciare quanto stava avvenendo in questo periodo. Sicuramente vi furono le proteste legate alla questione economica. “Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio […] e frattanto tutto si fa venir dal Piemonte”. La popolazione meridionale fu dunque sostituita in ogni aspetto, anche burocratico, dai nuovi arrivati, i quali si mostravano spesso come gente “ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani”. Tuttavia non è solo la questione economica che va presa in considerazione, ma anche il fattore tutto psicologico che questa unione provocò nella popolazione che si trovò improvvisamente ad essere governata da dei stranire da tutti i punti di vista. Innanzitutto la questione del governo: per quanto gli ultimi anni del regno borbonico avevano visto un accentramento del potere nelle città più grandi – quali Napoli o Bari -, comunque adesso lo nuovo stato imponeva un governo che era totalmente distante, sia fisicamente (la capitale all’epoca era Torino), sia ideologicamente dalle idee

e dai problemi della popolazione. Inoltre, in riferimento ai problemi “più vicini” alla vita di ogni giorno, basti pensare ad una serie di questioni, tra le quali per esempio possiamo evidenziare le innumerevoli differenze, non dovute ad un maggiore o minore sviluppo di una zona rispetto all’altra, ma più che altro legate al fatto che Italia meridionale ed Italia settentrionale dell’epoca erano letteralmente due Stati differenti. Innanzitutto vi era la questione della lingua. Essa è generalmente identificata con l’idea del vessillo di una nazione unitaria, perciò nel territorio italiano pre-unitario vi erano vari stati e ognuno di questi era caratterizzato da una lingua differente. Ecco perché, dopo il 1861, con l’arrivo nell’ex Regno delle Due Sicilie dei nuovi governanti, il popolo si trovò smarrito davanti ad uomini che parlavano un lingua praticamente del tutto sconosciuta. Pino Aprile, infatti, raccontando uno degli episodi di violenza avvenuti, parla di un giovane pastore che fu fucilato perché non in grado di rispondere a dei soldati sabaudi che gli chiedevano come mai avesse delle scarpe che erano in possesso solamente dei soldati piemontesi. Peraltro, dopo l’annessione di questa zona, furono molti i giovani costretti a spostarsi a Nord per prestare servizio militare che, trovandosi in un luogo nuovo, circondati da persone con le quali non erano capaci di comunicare, preferirono addirittura il suicidio ad una condizione di questo genere. Vi era poi la questione degli usi e costumi che differivano completamente, come anche i pesi e le misure. Anche la moneta utilizzata era dissimile: nel Regno delle Due Sicilie vennero coniate monete in rame (tornesi, 1859), in argento (grane, 1859) e d’oro (ducati, 1850); nel Regno di Sardegna erano state invece utilizzate le lire sabaude, mentre nel Regno Pontificio erano usati i quattrini, i baiocchi (in rame o argento), gli scudi (in argento o oro). Necessariamente, oltre le presunte o meno volontà di subordinare il territorio annesso, unificare significa “ridurre ad un unico tipo, unire qualcosa in modo omogeneo”, perciò era necessario che la nascita di uno Stato dall’annessione di più territori differenti provocasse la perdita di talune certezze per alcune fasce delle popolazioni. Tuttavia ciò avvenne in modo quasi drammatico nel territorio meridionale, tanto da provocare un drastico mutamento delle condizioni.

«L’Italia è formata da due stirpi ben dissimili tra loro, anzi di caratteri fisici e psicologici del tutto diversi; una di queste stirpi popola il nord e il centro, l’altra il sud e le isole» Si è parlato, si parla ancora delle stragi delle popolazioni indiane durante la conquista dell’America, si parla delle leggi razziali contro gli ebrei, dei campi di concentramento nati per sterminare una razza definita, per opinione comune, “inferiore”. Simili tragedie si verificarono nel meridione, quando vennero inviate le teste tagliate dei briganti presso studiosi piemontesi per poter definire le caratteristiche di una razza minore, caratteristiche del volto, del cervello, che li portava ad essere per natura dei criminali. Durante le spoliazioni del territorio meridionale, il sovrano aveva ormai compreso la reale entità del danno che si stava abbattendo nel suo regno, tanto da dire che “il Nord non lascerà ai meridionali nemmeno gli occhi per piangere”. Non avrebbe però mai potuto immaginare cosa sarebbe avvenuto di lì a poco. Le città e i villaggi furono messi a ferro e fuoco mentre la popolazione veniva brutalmente massacrata. Ci furono moltissimi casi di stupri sulle donne meridionali ad opera dei soldati sabaudi, inoltre si assisté alla fucilazione addirittura di bambini accusati di brigantaggio, mentre altre fasce di popolazione furono deportate in campi di concentramento. Gran parte di queste stragi avvennero per mano anche dei bersaglieri. Tuttavia fu maggiormente l’opinione pubblica straniera ad occuparsi di tutto questo. Le maggiori testate giornalistiche pubblicarono cifre, seppure sottostimate, circa il numero di fucilati (8968) e di deportati (13529) solo nel primo anno di “civilizzazione”.

Furono peraltro molti i protagonisti dell’Unità che parlarono delle genti meridionali come di “vaiolosi”, “cafoni” e “barbari”. Innanzitutto Massimo D’Azeglio, in una lettera, scriveva di temere l’unificazione con i Napoletani, parlava dell’unione con questo popolo come di “mettersi a letto con un vaioloso”. Il generale Giuseppe Covone, quando gli fu fatta notare la barbarie con cui erano fucilati i giovani meridionali che avevano rifiutato di entrare come leve negli eserciti garibaldini – per poi uccidere i loro stessi fratelli – non ebbe remore nell’affermare che questi metodi erano gli unici che si sarebbero potuti utilizzare in un territorio

come quello siciliano, escluso dal percorso di passaggio dalla barbarie alla civiltà. Lo stesso Enrico Cialdini, protagonista dell’assedio di Gaeta (che fu tra le città maggiormente massacrate durante l’Unità d’Italia), si rese responsabile di azioni di incredibile e, talvolta, ingiustificata violenza contro la popolazione. (Si parla addirittura di colpi di cannone sparati sulla folla). Uno dei commenti più offensivi arrecati alla popolazione arrivò dal generale Paolo Solaroli, che ne parlò come della “più brutta e selvaggia che io abbia potuto vedere in Europa”. Tutti questi pregiudizi, che hanno anche “giustificato” il saccheggio di queste zone da parte del Nord, furono successivamente sostenuti da studiosi tra i quali spiccano Cesare Lombroso che, come detto in precedenza effettuò dei veri e propri studi su individui meridionali (fondando così un vergognoso museo che ancora oggi è in attività), e Alfredo Niceforo, il quale parlava di due razze completamente differenti che abitavano l’Italia. Ma, anche in questo caso, la situazione raccontata e tramandata dalla storiografia era diversa dalla verità. Un esempio emblematico di quanto si sia creato un atteggiamento doppio rispetto ai veri avvenimenti sta nella vicenda del Sergente Pasquale Domenico Romano, un uomo accolto dalla popolazione meridionale come un liberatore , che aveva creato un vero e proprio esercito parallelo rispetto a quello dei garibaldini. Combatté a lungo contro questi ultimi, contro i piemontesi e la Guardia Nazionale, conquistando varie cittadine che si univano alla sua resistenza. Col tempo venne poi definito un vero e proprio paladino degli oppressi e divenne quasi un mito anche per l’assoluta fedeltà a dedizione al Papa e al suo re Francesco II. Laddove i suoi uomini, per rispondere alle accuse di essere ladri, si davano effettivamente alle ruberie, il Sergente ordinava di entrare nelle città “ordinatamente e militarmente con educazione”. Il 24 febbraio del 1862, con Carmine Donatelli, bloccò le vie di accesso di Andria e Corato, respingendo così la guardia nazionale e assalendo le masserie conquistate dalle truppe dei conquistatori. Dopo lungo tempo i piemontesi riuscirono, tramite un accordo con il prefetto, ad unire un gruppo di militari e cittadini armati per catturarlo e ucciderlo. Egli seppe quanto stava per avvenire, ma decise di aggirare la colonna che lo stava raggiungendo e attaccò Gioia del Colle. Iniziò uno scontro tra il popolo, capeggiato dal Sergente, e artigiani, professionisti e addirittura preti armati, mantre nelle retrovie la popolazione si spinse fino alle campagne per fare strage di garibaldini. Nei successivi giorni, dopo un primo bagno di sangue a danno degli invasori,venne dato il via ad una lunga serie di rappresaglie che portò ad una vera e propria mattanza che mieté moltissime vittime da entrambe le parti. (La violenza consumata dai briganti fu alla pari di quella dei piemontesi, tuttavia fu un’arma di difesa.) Dopo essere stato catturato e ucciso, il suo corpo, fatto a pezzi, fu esposto per otto giorni nella sua città natale (Gioia del Colle), dove divenne letteralmente oggetto di venerazione al pari una reliquia. Alla sua morte, i soldati avevano smesso di combattere e si erano fatti arrestare. Lo stesso personaggio, la stessa vicenda è stata poi narrata dalla storiografia ufficiale come parlando di un delinquente, un brigante, per l’appunto. Si parla di lui come di un partigiano imprendibile e coraggioso; e spietato, se occorreva. Inoltre, si racconta che, dopo la sua morte, gli trovarono addosso solo poesie e preghiere per la Vergine – non gioielli o denaro – a testimoniare una fede che lo aveva caratterizzato per tutta la sua vita. <<E mio padre ne aveva udito parlare in questi termini: da messia, non da delinquente. A lui, persone vicine ai fatti narrarono il coraggio di un uomo; a me, i libri di storia, il disonore di troppi ribaldi e del popolo che li espresse. Dall’orgoglio alla vergogna>>.

WRITING AS DENOUNCE AND TRUTH

GEORGE ORWELL - “1984”

Writing as a means of denunciation was used also by George Orwell (1903-1950) in his works like “Animal Farm”, where he expressed an allegory of a revolution and its failure, making a strong satire about the Russian revolution of 1917. However, the main work that gave a great fame to Orwell was “1984”, where he described an

imaginary Country totally controlled by the mysterious Big Brother and his Party. They set up a totalitarian system in which everyone was controlled by cameras and microphones and the individual freedom was totally wiped up. In all the Oceania this situation of oppression is underlined by big posters representing a big eye in the center with the sentence “Big Brother is watching you”. Big eye is a metaphor used by Orwell to emphasize the situation of control, obviously of thoughts. This story was obviously influenced by the contemporary situation. In 1948 –when Orwell wrote this book- many European Countries were governed by dictators (like Mussolini in Italy or Hitler in Germany) and Orwell himself had the possibility to know nearly the Spanish dictatorship of Franco. In this regard, he wrote that “Every line of serious work that I have written since 1936 has been written, directly or indirectly, against totalitarianism and for democratic socialism, as I understand it”. He was not interested in dealing with aseptic arguments, but he discussed topics close to him and useful to awake the popular consciousness, like dangers of propaganda, destruction of human rightsor freedom and danger of manipulation of masses.

In this way, Orwell used a communicative, informative and descriptive language –that he derived from his journalist work- to show how all the things and the rules that the Big Brother, who is an obvious allegory of every dictatorship, spits for truths, are indeed lies that he takes advantages of to keep under control people. In fact a phrase that can represent this situation is “Ignorance is strength”, whose meaning is that the ignorance of the people corresponds to the power of the dictator. In effect, to limit the expressive capacity is the best way to destroy intellectual skills. Orwell shows, in this way, how language can be a double edged weapon exploited by who governs. He tried, in fact, to prove how a restrained and impoverished language could be really dangerous to the freedom, and, in this way (showing a very poor expressive ability), he had the possibility to demonstrate his thesis: he denounced the dangers and the mistakes of this totalitarianism. So, to achieve full control, Big Brother made up a particular new type of language, the Newspeak, and also the Doublethink.

Newspeak shows right how language can be also a way to keep under control public opinion and consciousness. Big Brother understood that a complex vocabulary comprising many words, but especially many adjectives, synonyms, antonyms, because the freedom of thought is dangerous for dictatorships. So, the Newspeak was characterized by the same two words to express concepts with positive but also negative meanings. For example, “excellent” becomes “double plus good” and “amazing” is “plus good”. But not only. Orwell understood also that writing is a way to carry on the memories of the past, to remember the history, whose knowledge –for definition- is necessary to avoid committing the same mistakes. So, in “1984” there is a Ministry of Truth (a satire against every form of dictatorship)that spreads just the things that the Party considered as truths. In fact, the men who work here must modify the past and must correct articles, books, documents who don’t agree with the Party’s ideas. “Who controls the past controls the future. Who controls the present controls the past.” Beyond the Newspeak, the Big Brother tried also to control directly the popular thoughts thanks to the Doublethink, or rather the possibility to accept at the same time two different and sometimes opposite ideas. It was useful because people could admit all the Party’s instances as they were created. Beyond the previous sentence, other significant syllogisms are:

War is peace. It means that is necessary to prepare war to obtain peace.

Freedom is slavery. It means that also a man who believes to be free, is anyway slave of something (also of consumerism, for example).

So, this book represent a dystopian world, in which is described the worst world possible as the result of a plan that initially tended to something positive. In all this, the most disturbing detail is that the world

represented is just an allegory of the contemporary reality.

This results in the substantial pessimism of the author who talks about the main character, Winston Smith, who had been rebel to the system – he had kept a diary where had written all his true memories for which was arrested and punished- and, in the end of the story, is converted to the Party ideals. It’s as if Orwell didn’t see any way to change.

“If you are a man, Winston, you are the last man. Your kind is extinct; we are the inheritors. Do you understand that you are alone? You are outside history, you are non-existent.”

STORIA DELL’ARTE – VASILIJ KANDINKSIJ

<<Il colore è la tastiera, gli occhi sono il martelletto, l’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che suona, toccando un tasto o l’altro, per provocare vibrazioni nell’anima>> Vasilij Kandinskij può essere a ragione considerato il primo artista che operò in maniera completamente astratta, operando tramite tecniche e stili quasi del tutto inutilizzati fino ad allora. Fondò infatti quello che può essere considerato un vero e proprio nuovo linguaggio nell’ambito artistico, vale a dire il linguaggio dell’astrattismo. Dopo aver intrapreso una carriera da avvocato, egli abbandonò il suo mestiere per dipingere. Nel primo periodo, in cui fondò il movimento Phalanx, si dedicò ancora ad una pittura figurativa. La sua conversione verso un’arte del tutto nuova, dopo un periodo in cui fu influenzato dalle idee espressioniste, arrivò solo a quaranta anni (nel 1911 fondò il movimento Der blaue Reiter). In realtà, le sue opere non furono apprezzate dal regime,tanto che furono vendute a prezzi molto bassi durante una mostra sull’Arte Degenerata, svoltasi a Monaco nel 1937. Questo lascia già comprendere la portata per molti versi rivoluzionaria del suo operato, peraltro legato ad una prevalenza dell’irrazionalismo orientale rispetto al razionalismo occidentale. Tuttavia, anche 0questo momento, che potremmo definire di protesta, era destinato a consolidare il sistema europeo rispetto al quale era nato come opposizione.

Alla base della sua poetica c’è una importante tematica, vale a dire l’interesse ch egli pose nei confronti del contenuto semantico che colori e forme possiedono, prescindendo dal rapporto che essi possono avere con la rappresentazione della realtà. Questo pensiero, espresso nell’opera Sullo spirituale nell’arte del 1910, faceva quindi riferimento ad uno delle caratteristiche principali dell’astrattismo, ovvero quella di non voler in alcun modo rappresentare il reale nella opere, ma creare forme, appunto, astratte che si facciano portatrici di contenuti. E’ ciò che avviene con Kandinskij, il quale per la prima volta pone nell’astrattismo una volontà di comunicazione che era stata la grande assente della produzione astratta greca, latina e delle altre epoche precedenti (astratta è ogni immagine che non si propone di creare una rappresentazione verosimile della realtà). Kandinskij, infatti, diede alle sue opere un importante obiettivo, ovvero quello di divenire uno stimolo per l’osservatore. Essendo un’opera basata su un progetto privo di razionalità alla base, essa non può dire di trovare significato in sé stessa, perciò coglie il proprio significato solo in riferimento all’osservatore, che dal quadro trae uno stimolo alla riflessione.

Nella sua opera, l’artista russo mette spesso a paragone la produzione artistica come immagine e la produzione legata all’ambito musicale. Infatti, nello studio dei contenuti semantici degli elementi della creazione pittorica, egli fece riferimento a quei colori e a quelle forme che “mettono in vibrazione l’anima umana”. In realtà, egli comprese che non tutte le tonalità cromatiche generano la stessa reazione nell’osservatore: laddove un giallo crea un effetto “pungente”, un blu crea un effetto di profondità. Sostanzialmente simile fu il discorso fatto per le forme, che Kandinskij distinse in forme acute (come il triangolo), quelle che sembrano tendere verso l’alto e che egli ritenne le migliori per far risuonare i colori pungenti, e forme rotonde (il cerchio), ovvero quelle che più si confanno ai colori profondi e che sembrano dare l’idea di qualcosa che si conclude in sé stesso. Ponendosi in quest’ottica, l’artista russo ebbe anche la possibilità di esprimesi circa il segno. Egli non lo vedeva come qualcosa di già dato, come poteva essere per le lettere dell’alfabeto o i numeri, bensì lo intendeva come qualcosa che nasce dall’impulso più profondo dell’artista, che resta indissolubilmente legato

al gesto dell’artista stesso. Tutto ciò può essere meglio compreso nelle Improvvisazioni, risalenti alla seconda delle tre fasi del suo operare, nelle quali l’artista basa la rappresentazione su una serie di segni aggregati che non hanno un piano strutturale o di significato alla base. Pertanto, nonostante talvolta ci troviamo ad avere a che fare con rappresentazioni che possono in un certo modo ricordare la realtà, bisogna tener sempre presente che Kandinkij non ha mai voluto restare nei canoni dell’arte come rappresentazione realistica del mondo circostante, ma la sua “nuova scrittura” mirava a raggiungere una più profonda comprensione dell’animo umano, raggiungibile soprattutto tramite un’analisi che facesse tabula rasa di tutte le strutture formali che l’uomo utilizza per conoscere la realtà, per potersi porre in rapporto con essa in modo totalmente vergine.

Per meglio comprendere la poetica di Kandinskij si deve fare riferimento alle tre fasi che hanno caratterizzato il suo operato: le Impressioni, le Improvvisazioni e le Composizioni.

• La prima fase fu incentrata sostanzialmente sulle impressioni che letteralmente la realtà provoca sulla figura dell’artista che osserva la realtà circostante e con la quale entra in relazione. Si potrebbe quindi effettuare un paragone con la condizione infantile durante la quale il bambino osserva la realtà e coglie una serie immagini che non riesce a comprendere in virtù del loro effettivo significato, bensì le coglie solo come immagini confuse e senza un senso effettivo. L’artista dunque utilizza lo scarabocchio come mezzo principe tramite il quale ha la possibilità ripercorrere il gesto che il bambino compirebbe per “prendere” ciò che lo attira e “respingere” ciò che gli fa paura se possedesse gli strumenti del fare artistico. Dunque, Kandinskij non vuole affermare che il modo in cui il bambino rappresenta la realtà corrisponde al modo in cui egli la vede: in realtà, l’artista vuole studiare l’atteggiamento infantile per comprendere al meglio la struttura primaria del fare artistico. La novità quindi sussiste sia nel nuovo obiettivo che l’artista si propone, ma anche nei mezzi che utilizza per perseguirlo. Nelle sue opere, Kandinskij accosta generalmente il blu e il rosso (con le loro varie sfumature). Il primo in quanto colore freddo, in contrazione, il secondo in quanto caldo, che tende ad espandersi. L’artista sfrutta dunque la contrapposizione tra le due tinte per arginare di volta in volta l’uno o l’altro, dando maggiore risalto all’altro colore. Inoltra utilizza forme lineari, che sembrano dare la direzione alle macchie. Sono considerabili alla pari di linee di forza che si pongono sul foglio, che viene quindi trasformato in un campo di forze. Kandinskij, infatti, ha anche introdotto la nuova visione di campo al posto dello spazio: ha fatto cioè riferimento ad una porzione di reale o, se si vuole rimanere legati al termine di spazio, ha parlato di una parte di realtà nella quale viene riprodotta artificialmente un pezzo del reale (come agisce il bambino, appunto).

• Nella seconda fase, legata alle improvvisazioni, Kandinskij passa ad un atteggiamento che segna un ulteriore distacco rispetto alla realtà: infatti utilizza un gesto inconsapevole, sorto improvvisamente, con l’obiettivo di esprimere eventi legati alla propria “natura interiore”. Anche esse si pongono alla stregua di segni che non seguono affatto un progetto dal punto di vista strutturale: molto spesso, nello stesso dipinto, sono delineati tipi di segni completamente differenti tra di loro che non fanno riferimento ad un disegno coerente. Questi segni, che potrebbero apparire come legati alla realtà esterna, sono in verità il risultato di labili immagini che sono pervenute alla mente dell’artista dal mondo esterno. Possiamo quindi affermare che l’interesse per lo scarabocchio infantile sia quasi totalmente venuto meno, sostituito da gesti via via sempre più controllati. Egli ha dunque accertato che l’esperienza estetica non ci porta a conoscere in m odo oggettivo la realtà, bensì ci permette di operare sulla realtà stessa. “La creazione di un’opera è la creazione del mondo.” L’arte quindi la possibilità di portarci ad un’esperienza totale della realtà, alla quale però si può arrivare solo tramite mezzi operativi e non speculativi. In altre parole, nasce l’interesse per l’azione pratica, quella della produzione. In tal modo Kandinskij dà un ruolo predominante anche alla cultura industriale della sua epoca, basata sulla produzione, e arriva sostenere che l’attività estetica, legata

indissolubilmente all’attività produttiva, può essere eletta a paradigma della coscienza moderna. In questa idea emerge la totale novità del suo pensiero rispetto alle correnti artistiche contemporanee che tanto avevano criticato la società moderna dei consumi.

• L’ultimo periodo fu quello delle composizioni. Esse possono essere considerate come la forma suprema dell’astrattismo, nonché come il risultato finale e definitivamente compiuto del suo processo di creazione artistica. Kandinskij è ora approdato al risultato dei suoi sforzi: ovvero ha creato una pittura pura, priva da ogni punto di vista di contatti con il reale, che può offrire le stesse emozioni di una composizione musicale, con le armonie e disarmonie che la costituiscono. Queste opere nascono sostanzialmente allo stesso modo delle improvvisazioni, tuttavia i primi abbozzi non vengono lasciati così come creati, bensì sono successivamente esaminati dall’artista, il quale le rielabora con meticolosa attenzione e con l’intervento della ragione. Dunque Kandinskij attribuisce un ruolo di crescente importanza, durante le tre fasi, all’intenzionalità, ovvero ad un processo razionale volto a intervenire sulla creazione iniziale (il risultato dei gesti generati dall’interiorità dell’artista), per trasformarla e giungere ad un risultato determinato che egli vuole raggiungere. Questo, però, non deve farci credere che le composizioni siano basate solo sull’aspetto razionale: infatti, mantiene ancora un ruolo di preponderante importanza il sentimento rispetto al ragionamento.

In generale, si può affermare che Kandinskij abbia realmente modificato il linguaggio artistico, inaugurando dei metodi espressivi completamente nuovi. Ha maturato una concezione del segno come risultato della vita interiore dell’artista, studiando l’origine di quest’ultimo e dedicandosi ad un approfondimento dei moduli di espressione utilizzati dai bambini, arrivando in tal modo ad una lucidissima analisi dell’esperienza estetica. L’artista russo ha quindi fondato una nuova idea dell’arte in generale: l’astrattismo. Per la prima volta, con lui, le rappresentazione artistiche cessano di essere semplicemente legate alla riproduzione della realtà, pur senza perdere la loro funzione comunicativa. Si fanno contemporaneamente portatrici di armonia musicale, tanto da essere paragonabili ad una sinfonia o ad una musica senza parole, senza aderenza alla realtà.

ITALIANO – PIRANDELLO

Kandinskij aveva rispecchiato a suo modo la mancata libertà a causa del regime nazista, che aveva considerato le opere dell’artista come opere “degenerate”, poi esposte nella mostra del 1937, in quanto cariche di significati alieni all’ideologia nazista. All’incirca nello stesso periodo, a cavallo tra il 1800 e il 1900, Pirandello aveva iniziato a denunciare un altro esempio di mancanza di libertà che attanagliava gli uomini da ben più tempo dei regini dispotici venutisi a creare i quel periodo. L’intellettuale siciliano, infatti, aveva conciliato il suo percorso di creazione letteraria con la certezza progressivamente crescente del fatto che nessun uomo è libero dalle maschere. Durante tutta la sua parabola letteraria Pirandello ha insistito, talvolta in modo ossessivo, su questo argomento, mostrando via via vari esempi di uomini che hanno tentato di liberarsi da questa schiavitù. Generalmente l’idea che Pirandello mette in luce è sostanzialmente negativa e pessimista: non crede sia possibile, per gli uomini, liberarsi da queste facciate che si creano da soli o che - e questo forse è l’aspetto più frustrate di tutta la questione- gli altri creano per loro. Infatti ogni individuo non ha solo una maschera, bensì ne ha una diversa per ogni persona con la quale entra in rapporto. Questa idea fece sì che Pirandello arrivasse a definire il mondo come una “pupazzata” all’interno della quale gli uomini vivono come dei semplici fantocci. Da tutto questo, Pirandello comprese come l’uomo si senta legato alla sua personalità, senta che questa sia comunque qualcosa di necessario per lui, emblema della sua realizzazione. Secondo l’autore, infatti, già la società dell’epoca mostrava l0indebolimento della personalità: la produzione non era più fatta da un uomo per un uomo preciso, bensì diveniva meccanica, legata a macchine ch producevano per una massa di consumatori senza volto. La nascita della burocrazia sottolineava la presenza dell’uomo nella società più

come numero che come persona specifica, il capitalismo che elimina l’iniziativa individuale è un’altra immagine di questa demolizione dell’io. Ecco perché i personaggi immortali delle due opere sicuramente più famose di Pirandello, Mattia Pascal e Vitangelo Moscarda, sono figure che mostrano in modo paradigmatico proprio questo meccanismo. Il primo, infatti, costituisce sostanzialmente la pars destruens dell’idea della personalità. Egli, simulando la sua morte si sente definitivamente libero dalla trappola familiare e quella lavorativa, tuttavia non riesce a vivere senza la definizione comune di personalità, per cui se ne forgia una nuova. Tuttavia questa lo lascia alienato rispetto alla società, nella quale non ha la possibilità di inserirsi, in quanto non esiste. Nasce così la volontà di riprendere la sua precedente identità, che però non può recuperare dle tutto, dal momento che sua moglie ha sposato un altro uomo. Perciò, con Mattia Pascal, Pirandello ha dato le luce ad un personaggio che rispecchia il primo passaggio di questo meccanismo: egli mostra la distruzione della personalità. La capacità di vivere totalmente libero, ovvero la pars costruens, è quella che nasce con Vitangelo Moscarda. Egli, infatti, dopo aver distrutto del tutto l’immagine (la maschera) che gli altri avevano di lui, va a vivere in un manicomio dove avrà finalmente la possibilità di non essere nessuno di definito, ma potrà rinascere ogni giorno. Dalle due opere quindi è chiaro come l’uomo, nell’ottica di Pirandello deve avere la capacità di comprendere la vera inconsistenza dell’io, in modo da poter avere, per assurdo, la capacità di vivere indipendentemente da questa.

Pirandello, nella sua lucida analisi demistificatrice, ha messo in luce la reale funzione di due delle istituzioni che l’uomo tende a immaginare come quelle che più gli permettono di realizzare sé stesso: la famiglia e il lavoro. Riguardo la prima, la sua concezione negativa era anche da ricollegarsi alla situazione soffocante che egli visse nella sua vita. Era derivata una visione del nucleo familiare come di una trappola che avviluppa l’uomo in una serie di responsabilità che non lasciano nulla dell’idea di famiglia come luogo di amore e serenità. Anche il lavoro, concordemente con le connotazioni sociali, diveniva qualcosa di meccanico che frustra e mortifica l’individuo. L’uomo è del tutto impossibilitato nel fuggire da questa situazione, dalla quale può liberarsi solo con la follia o l’immaginazione. Inoltre, l’azione denunciatrice di Pirandello non si fermò qui. Egli mise anche capo all’idea del relativismo, collegata anch’essa alla questione delle maschere. Rendendosi conto di come ognuno di noi sia visto in mille modi diversi dagli, comprese che anche per il reale prevale il relativismo e il soggettivismo dell’uomo. La realtà è multiforme e viene compresa dagli uomini in modi differenti sulla base del loro modo soggettivo di vedere la realtà. Da questo deriva il fatto che non vi sia un’ottica privilegiata per osservare, descrivere o comprendere il mondo circostante, il che porta a mostrare una oggettiva incomunicabilità tra gli uomini.

Gli stessi temi vennero utilizzati da Pirandello nel teatro. Egli, infatti, portò in scena delle opere che scardinarono del tutto la precedente concezione di teatro. Innanzitutto, le sue opere si posero come obiettivo quello di stravolgere del tutto il mondo rappresentato nel teatro borghese naturalistico. Infatti, egli presenta al pubblico un mondo in cui la verosimiglianza e la psicologia dei personaggi sono del tutto stravolte. E’ un mondo in cui i valori della classe borghese sono portati fino all’assurdo, mostrando la loro fondamentale inconsistenza. Lo stesso vale per i personaggi la cui psicologia non è ben definita, bensì è del tutto sconvolta, con figure astratte e scisse, che divengono quasi delle marionette che si esprimono con un linguaggio esagerato e convulso, specchio del loro caos interiore. In altre parole, il suo teatro è quasi una parodia dei grandi drammi a tinte forti che erano portati in scena dal teatro naturalistico dell’epoca. Introduce peraltro il “grottesco”, inteso come caratteristica portante di una tragedia che in sé abbia gli elementi di quest’ultima, ma che contenga anche la parodia della tragedia. Ovvero, nell’opera deve emergere l’elemento drammatico e il suo opposto come ombra, e la stessa cosa deve avvenire per il comico. Oltre al meta teatro dei Sei personaggi in cerca di autore, un ruolo di grandissima importanza è rivestito dall’Enrico IV. Per quest’opera, Pirandello ha voluto abbandonare il grottesco per fare solo tragedia. [trama] Quest’opera fa parte del metateatro in quanto il personaggio principale, definito “il grande Mascherato”, recita nella scena, di conseguenza crea uno spettacolo nello spettacolo. Questa sua finzione ha un significato

molto importante in riferimento alle idee di Pirandello: Enrico IV ha portato definitivamente davanti agli occhi di tutti la visione secondo la quale ognuno vive recitando costantemente una parte. Qui la visione è portata all’stremo: l’uomo finge per tutta la sua vita e ha la possibilità di vedere le persone che lo circondano per come sono realmente. Ritenendolo folle, infatti, non si preoccupando di indossare la maschera, pertanto egli ha una visione oggettiva delle persone che lo circondano. Ne deriva quindi una visione ulteriormente pessimistica, legata ad una presa di coscienza di una natura umana sostanzialmente negativa. Il personaggio, tuttavia, ha u atteggiamento ambivalente. Da una parte vorrebbe ritornare alla vita, dall’altro lato però si rende conto di non voler ritornare a vivere recitando, in quanto la sua “nuova identità” gli garantisce una sorta di rifugio. Il gesto finale, col quale decide di chiudersi definitivamente nella menzogna della follia, è la testimonianza di come non sia in grado di tornare a vivere come gli altri. E’ una decisione definitiva. Dunque, si potrebbe accostare Enrico alle figure di Pascal e Moscarda, ovvero a quelle del “forestiero della vita”: un uomo che guarda dall’esterno gli altri che vivono nelle convenzioni sociali, se ne discosta e si eleva oltre quelli in virtù della sua consapevolezza circa la cera condizione umana. Egli tuttavia, come già detto, è scisso, ma alla fine non fa altro che confermare la sua volontà di estraniarsi dalla vita proprio a causa della sua incapacità a vivere.

Dunque, possiamo affermare che davvero Pirandello abbia dato origine ad una rivoluzione. Non tanto importante è stata quella dal punto di vista delle tecniche letterarie o teatrali, quanto quella “sociale” che ha portato l’uomo ad avere, per la prima volta, una reale ed oggettiva concezione riguardo il suo modo di vivere. Esso si basa interamente su convenzioni, finzioni, difficili da accettare ma altrettanto ovvie, a seguito di una riflessione razionale e concreto. Proprio questo ci fa comprendere quanto, talvolta, le verità più grandi siano in realtà sotto i nostri occhi, ma siamo proprio noi a celarne il significato a noi stessi in quanto ci rendiamo conto di quanto, pur essendo estremamente logiche e quasi scontate, siano al contempo incredibilmente rivoluzionarie.

LATINO – APULEIO

La contrapposizione tra apparenza e realtà apparve anche nell’opera principale di Apuleio, vale a dire le Matamorfoseon libri, anche conosciute (a partire dalla definizione data da Agostino) con il nome di Asineus Aureus. Nome che poi è stato assunto alla pari del primo, per definire l’opera, anche se non risulta chiaro se il termine “aureus” facesse riferimento ad una sorta di apprezzamento del testo, oppure alla oggettiva definizione del colore dell’asino di cui si parla.

Già la biografia di Apuleio dimostra la su eccezionale personalità rispetto agli altri autori latini, sia precedenti, sia contemporanei. Era infatti un uomo poliedrico, che nella sua vita si dedicò e si interessò ad ambiti di carattere etico-politico, ma anche filosofico-religioso, fino a sviluppare importanti interessi addirittura in ambito magico-misterioso. La magia, infatti, rivestì un ruolo decisivo tanto nella sua opera, quanto nella sua esistenza: venne infatti processato con l’accusa di aver svolto pratiche magiche su Emilia Pudentilla, la madre di un suo amico che, rimasta vedova, aveva poi sposato Apuleio. La famiglia della matrona lo aveva poi accusato di averle somministrato un filtro d’amore a base di pesci marini per sposarla ed impadronirsi della sua dote tramite testamento. Apuleio, dal conto suo, grazie alla sua abilità oratoria (che in passato già gli era valsa una grande fama in tutto il territorio orientale dell’impero) riuscì a scagionarsi dall’accusa che lo avrebbe condotto molto probabilmente alla morte. Ciò non significa, come detto precedentemente, che egli fosse all’oscuro di pratiche magiche, verso le quali nutriva peraltro un manifesto interesse.

Nelle Metamorfosi, infatti, tutto l’intreccio delle vicende scaturisce proprio da un errore compiuto dalla servetta Fòtide durante una pratica magica. Da quel momento Lucio, il protagonista, diviene appunto un asino, il che lo condurrà in svariati luoghi, vivendo svariate avventure, le quali lo porteranno ad approfondire proprio la tematica che, secoli dopo, emergerà sostanzialmente allo stesso modo dell’opera pirandelliana.

Infatti, Lucio è esteriormente un asino, di conseguenza nessuno degli umani con i quali entra in contatto volta per volta si preoccupa di poter essere osservato, né tantomeno di poter essere giudicato dall’animale. Ecco perché tutti si mostrano a lui, seppur quasi inconsapevolmente, così come sono. Lucio ha quindi la possibilità di assistere una sfilata delle caratteristiche più brutte e vili che caratterizzano gli uomini: assiste ad adulteri, bugie, tradimenti, ovvero alla parte peggiore degli uomini. Egli, tuttavia, ha mantenuto la sensibilità umana sia da punti di vista di importanza marginale, come quelli legati al cibo (disdegna il fieno e preferisce carne alla senape, pesci o volatili conditi, il che farà notare la sua stravaganza ad un padrone, e questo sarà un elemento di grande importanza per la sua fuga che, alla fine, lo condurrà a tornare uomo), ma anche e soprattutto dal punto di vista “mentale”. Egli è perfettamente in grado di comprendere, checché ne pensino gli uomini intorno a lui, che cosa avviene. Ne deriva, come accennato in precedenza, una esibizione impietosa della meschinità e bassezza umana. Tuttavia, davanti ad un tale campionario di immagini così desolanti, che dovrebbero generare un ovvio e naturale senso di pessimismo, Apuleio ha la straordinaria capacità di dissimulare queste situazioni tramite una sottile costante ironia che accompagna costantemente la narrazione. Ciò che deriva da queste vicende è, per rimanere nel parallelismo con Pirandello, una sorta di denuncia, fatta molti secoli prima dell’artista di Agrigento, delle maschere che gli uomini indossano in ogni momento della propria esistenza quando sono in presenza di qualcuno che sanno capace di giudicare le loro azioni. Apuleio fa in modo che questa idea venga fuori in modo praticamente spontaneo ed oggettivo, non denuncia realmente il comportamento umano, bensì lascia che siano proprio gli stessi individui a scoprirsi, senza possibilità di appello, davanti allo sguardo di Lucio e, con lui, davanti ai lettori.

Altra novità di straordinaria portata delle Metamorfosi è la questione della tipologia testuale in cui esse si presentano. L’opera di Apuleio, infatti, è considerata dagli storici come l’unico esempio, insieme al Satyricon di Petronio, di romanzo che ci sia giunto dall’epica latina. L’opera, infatti, non è ricollegabile a nessun genere in particolare e questo avviene per due motivi: innanzitutto mancava la componente del lettore, ovvero non c’era quello strato medio di popolazione che è il maggio fruitore di questo genere; inoltre non esisteva alcun tipo di genere letterario, nemmeno nell’ambito della Grecia antica, al quale il romanzo come lo intendiamo oggi possa essere collegato. Le vicende di carattere mitico erano infatti definite con il nome di μυθος, quelle drammatiche o tragiche erano definite δραμα , mentre quelle sostanzialmente storiografiche erano dette ιστοριη. Le Metamorfosi, invece, nascono da una mescolanza di generi, tra i quali ha un ruolo di decisiva importanza la favola milesia, ovvero un tipo di narrazione basata su tematiche erotiche ma anche fantastiche, entrambe presenti nella narrazione. Al racconto di vicende amorose o erotiche in genere, con i successivi svolgimenti, si va infatti ad aggiungere l’interessa per le questioni magiche. La trasformazione dell’uomo in asino doveva sicuramente far parte del vasto campionario delle favole milesie, alle quali deve anche essere ascritto l’ambito magico. Tuttavia, bisogna sottolineare che la magia, nella storia apuleiana, ha un ruolo sicuramente più decisivo e preponderante rispetto a quello che poteva avere nella fonte greca. L’autore di Madaura, infatti, pone più volte l’accento sul fattore magico: la magia è qualcosa che interviene a scombussolare totalmente l’ordine e la logica della vita dei personaggi. Ha quasi lo stesso valore che il caso riveste nell’opera di Petronio, il quale interviene e fa sì che le vicende perdano del tutto il loro svolgimento razionale. Apuleio, in definitiva, utilizza questo fattore con due obiettivi: da un alto crea elle vicende che divengono esemplari per i protagonisti, ma dall’altro lato va a sottolineare la totale indipendenza dal suo operato rispetto ai predecessori. Dunque l’elemento magico si pone come un altro elemento di totale novità nelle Metamorfosi, opera già di per sé decisamente innovativa ed unica. Innovativo è anche l’utilizzo di una serie di racconti che divengono paradigmi della vicenda dell’asino d’oro nella sua interezza. Quello sicuramente più importante è la storia di Amore e Psiche. L’episodio si estende per i libri dal IV al VI e dà una chiave di lettura completamente nuova alla storia di Lucio, anticipandone anche il finale, nonostante il valore paradigmatico della favola di Amore e Psiche sia chiaro solo alla fine di tutto il libro. Fino a quel momento, infatti, essa sembra una semplice inserta fabula. In realtà, un’analisi più approfondita mostra come questa, oltre al già citato valore paradigmatico, abbia la possibilità di fornire una

nuova chiave di lettura al pubblico. Infatti, i primi tre libri, con i racconti che si muovono in un ambito magico-avventuroso, danno al lettore l’impressione di trovarsi davanti ad un libro che narra appunto di un’avventura simile ad un cammino iniziatico verso i riti misterici e magici. La favola, compenetrandosi con l’aspetto avventuroso, fa sì che il tema religioso vada ad accostarsi a quello magico e fa sì che il senso iniziatico assuma una connotazione religiosa. Non bisogna infatti dimenticare l’importanza data alla divinità, Iside, la quale costituisce la figura che rende possibile l’esito positivo della vicenda.

In ogni caso, la complessità dei piani di lettura, i significati allusivi che sembrano straripare dall’opera, in realtà sono tutti riconducibili ad un piano unico. A partire dai vari generi che si mescolano (comico, tragico, serio, magico, epico ecc.), fino alle contrapposizioni che la novella mette in luce (negli ultimi libri Lucio assiste a tutte le meschinità degli uomini, che sembrano cozzare con l’idea moraleggiante che emerge alla fine), tutta la storia sembra potersi definire come un percorso iniziatico unitario che non rinuncia a farsi portatore di un messaggio sito nella moralità. Alcuni hanno persino scorto un chiaro riferimento ad un iter verso la sapienza, che sarebbe emerso dallo status di Lucio in quanto asino: il suo passaggio finale dallo stato di bestia a quello di essere umano, così, rappresenterebbe la finale elevazione dello stato mentale dell’uomo.

Ultimo segno di novità di Apuleio emerge dallo stile di scrittura. Egli conosceva l’interesse dei suoi contemporanei per gli autori ed i generi arcaici, ma lo inserì in un piano più ampio che comprendeva una mescolanza (anche in questo caso) di generi dall’arcaico al moderno, dall’uso di volgarismi a termini tratti dalla poesia (la sua vastissima cultura letteraria, infatti, gli ha dato la possibilità di avere un vasto campionario da cui attingere le iuncturae, cioè delle vere e proprie formule espressive da adatte ai singoli contesti narrativi). Infine, compenetrò il genere letterario con le sue abilità retoriche e diede luogo ad una lingua sostanzialmente basata su una composizione “musicale”. Sembra, infatti, che nella narrazione Apuleio non si sia basato tanto su un definito ordine architettonico, bensì su una struttura di echi e rimandi simili a quelli di una sinfonia. In tal modo, Apuleio ha posto definitivamente fine alla prosa classica e di età augustea, inaugurando contemporaneamente la prosa mediolatina.

GRECO - EURIPIDE

Il teatro euripideo fu un mezzo di denuncia in moltissimi ambiti. Ciò emerse già dalle novità che egli introdusse nelle sue opere. Basti pensare all’utilizzo dei personaggi cosiddetti “straccioni”, ovvero di quegli eroi tratti dalla vita comune che molto spesso avevano ruoli di preponderante importanza nelle vicende, a volta surclassando i grandi personaggi del teatro precedente. Tuttavia, l’innovazione che ebbe un ruolo capitale nelle opere euripidee fu quella legata all’introspezione psicologica dei singoli caratteri. Di questi venivano approfonditi i moti più reconditi, quelli che li portavano ad essere scissi tra CUORE e razionalità. In tal modo, ed anche escludendo le divinità dalle vicende, Euripide contribuì ad indagare le ragioni che stavano alla base di dati atteggiamenti umani. Scoprì così che tutti i comportamenti, persino i più bestiali, non erano da imputarsi a fattori esterni, bensì erano legato all’interiorità delle passioni umane, a quel continuo flusso ininterrotto di passioni che sfuggono al controllo razionale del’uomo. Nasce quindi una forte provocazione che il tragediografo pose nei confronti degli uomini, che infatti non seppero apprezzare la portata innovativa delle sue opere. Euripide approfondì i grandi temi complessi dell’esistenza umana, generando ogni volta un vero capovolgimento delle convinzioni mantenute fino ad allora.

Alcesti

Emblematicamente, nell’Alcesti, Euripide trattò vari temi, mettendo a nudo l’egoismo di tutti personaggi, primo fra tutti il protagonista Admeto, minando poi alla base la convinzione “morale” secondo la quale i genitori non dovrebbero avere remore nel rinunciare alla vita propria vita in favore dei figli. L’opera si pone

al posto del dramma satiresco e che si conclude con un lieto fine che, insieme al modo in cui è presentato Eracle, fa dell’opera una “tragicommedia” o una “ilarocommedia”, anche se le ultime analisi hanno messo in luce quanto gli elementi spiccatamente drammatici siano inferiori rispetto a quelli comici. Questo tema in particolare emerge dall’agone (tipico nelle tragedie euripidee) tra Admeto e suo padre Ferete, i quali si mostrano carichi di egoismo e di bassezza, per quanto entrambi i discorsi appaiano logicamente fondati e sensati. Admeto rimprovera al genitore, come anche a sua madre, il fatto di non aver voluto rinunciare alla vita nemmeno per suo figlio, nonostante avesse avuto una vita molto lunga e nonostante avrebbe potuto trarre gloria da una morte così onorevole. Dal canto suo, Ferete va a sovvertire l’idea comune secondo la quale sarebbe preferibile una vita breve e gloriosa, piuttosto che un’esistenza lunga e priva di gloria. Ferete si carica di ragione accusando il figlio di essere il vero colpevole, in quanto avrebbe dovuto accettare il suo destino e consegnarsi a Thanatos, senza cercare qualcuno che prendesse il suo posto. Ma ad Admeto è venuto meno proprio il coraggio di accettare una questione di questo genere, è venuto meno il coraggio tipico degli eroi che i precedenti tragediografi avevano portato in scena. Emblematica è la frase di Ferete, che si rivolge al figlio dicendogli: “ Sposa molte donne, così saranno in tante a morire per te” . L’agone si conclude con Admeto che arriva a rinnegare i propri genitori ritenendo impossibile giudicarli tali dopo il comportamento avuto. Dunque viene meno un’ulteriore idea atipica dell’epoca, ovvero quella secondo la quale il figlio fosse legato alla figura paterna da una forte dipendenza. Nell’opera, con l’uso dei δισσοι λογοι di stampo sofistico, Admeto non ha più nessun atteggiamento di rispetto nei confronti del padre. Dunque, è chiaro come Euripide abbia voluto deliberatamente scioccare l’opinione pubblica, andando deliberatamente contro alcune delle idee tipiche e fondamentali della Grecia classica, tra le quali l’idea della gloria superiore ad ogni altra cosa, per cui quest’ultima debba essere messa al primo posto, prima ancora della vita. Si è anche voluto mettere in opposizione rispetto all’idea, idea che ancora oggi tendiamo a ritenere quasi di natura biologica, secondo la quale un genitore debba in ogni caso mettere davanti a sé la vita della propria prole. Euripide ha invece mostrato come in ognuno degli uomini alberghi, come peraltro è anche giusto che sia, un ovvio istinto di autoconservazione che, però, in taluni casi, come quello proposto, sfocia in un atteggiamento di mero egoismo e perde la sua giustificazione. Ciò avviene tuttavia in tutta la vicenda, nella quale emerge un Admeto in netta opposizione con la figura di cui parlava Esiodo nel Catalogo delle donne, in cui egli era descritto come l’emblema della figura aristocratica, che aveva ospitato Dioniso cacciato dai cieli e che, per questo, aveva ricevuto il dono di poter fuggire alla morte se qualcuno si fosse messo al suo posto. Qui, invece, emerge un sovrano meschino, un eroe simile a molti eroi euripidei (basi pensare a Giasone), al quale viene preclusa anche la possibilità della scelta, situazione prima con la quale il tipico eroe si doveva andare a confrontare. L’unica dote squisitamente aristocratica che gli viene riconosciuta dal tragediografo è quella dell’ospitalità (Admeto infatti ospita Eracle in casa senza dirgli nulla della morte della moglie). Prescindendo da questo, già in quest’opera, Euripide tende a dare molta più dignità ad una figura femminile piuttosto che alla figura maschile tipica del mito. Infatti, dal canto suo, Alcesti, che comunque appare coma un personaggio ancora poco approfondito psicologicamente, in quanto sembra essere un personaggio piatto, accetta quasi senza remore il suo ruolo di madre e di moglie, e si staglia fortemente rispetto al marito dal punto d vista morale. Ella è generosa, forte, decide di mettere il marito e i figli al primo posto, pur rinunciando alla propria esistenza, e affronta questo gesto con coraggio e risolutezza (quasi come Ifigenia accetta la propria morte nella Ifigenia in Aulide) pur senza rinunciare alla componente umana della sua esistenza. L’unica volta in cui compare in scena, infatti, si sta apprestando a morire e non è in alcun modo nascosta la paura che prova. Essa comunque è i grado di portare avanti un discorso razionale, nel quale constata, senza ombra di polemica, quanto gli uomini siano naturalmente terrorizzati dalla morte indipendentemente dall’età (con un manifesto riferimento ai genitori di Admeto); constatazione davanti alla quale il suo gesto assume un ancora più manifesto valore che Alcesti non ha problemi nel sottolineare. Ricorda infatti di essere nel fiore degli anni, e di aver avuto la possibilità di sopravvivere al marito e sposarsi nuovamente, ma di avere rifiutato tutto ciò. In realtà, anche in questo caso, Euripide ha portato davanti al pubblico una importante verità: dal gesto di Alcesti emerge una grandissima άρετη, generalmente prerogativa maschile. Il tragediografo, invece, mostra un’idea differente, e cioè che questa virtù possa essere posseduta anche dalle donne. Dà così una grande

dignità a questa classe, tuttavia non evita di mostrare la sua grandissima abilità come poeta, in quanto non crea un personaggio troppo perfetto, bensì mostra un certa componente di egocentrismo nella donna, la quale vuole che il suo gesto sia ricordato. Dunque, riassumendo, possiamo affermare che nella vicenda si delinea un vero e proprio crescendo di egoismo, da Admeto che non vuole morire e cerca qualcuno pronto a prendere il suo posto, ai genitori, che amplificano la meschinità, non volendo prendere il suo posto, per poi vedere le situazione smorzata da Alcesti che, con un altruismo che pare quasi estraneo alla tragedia in questione, risolve la situazione, muovendo un’ultima richiesta a marito che non è nemmeno finalizzata ai suoi interessi, ma agli interessi dei suoi figli. Ella, infatti, chiede ad Admeto di non risposarsi, in quanto necessariamente la matrigna che avrebbero avuto i figli li avrebbe comunque trattati male e diversamente rispetto a come avrebbe trattato i suoi figli naturali. Quindi, possiamo affermare che l’altruismo della donna è la sua maggiore componente, che la caratterizza fino alla fine della vicenda.

Altro personaggio positivo, che fa in un certo senso da contraltare di Admeto è anche Eracle. Esso viene presentato in maniera duplice, da una parte è una figura quasi comica, dedita al vino e al cibo, ma è anche un personaggio caratterizzato da una grande nobiltà d’animo. Basti pensare a quando scopre da un servo di Admeto che non è morta un lontana partente, bensì la moglie del suo ospite. Egli riprende le vesti dell’eroe e parte per affrontare la morte e ricompensare così Admeto della sua sposa perduta. Nasce così grazie a lui il felice epilogo della vicenda.

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