Tesina sul consumo del suolo (istituto tecnico per geometri)
klima93
klima939 febbraio 2016

Tesina sul consumo del suolo (istituto tecnico per geometri)

PDF (496 KB)
8 pagine
1Numero di download
1000+Numero di visite
Descrizione
La tesina tratta l'argomento del consumo del suolo, analizzando le cause che negli anni hanno portato a questo fenomeno e le strategie seguite in Italia e nel mondo per limitare questo fenomeno.
20 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 8

Questa è solo un'anteprima

3 pagine mostrate su 8 totali

Scarica il documento

Questa è solo un'anteprima

3 pagine mostrate su 8 totali

Scarica il documento

Questa è solo un'anteprima

3 pagine mostrate su 8 totali

Scarica il documento

Questa è solo un'anteprima

3 pagine mostrate su 8 totali

Scarica il documento
Microsoft Word - TESINA DEFINITIVA ESTIMO.docx

1

IL CONSUMO DEL SUOLO: cause e possibili rimedi. Qualsiasi essere vivente sulla Terra necessita per il proprio sviluppo di uno sfruttamento delle risorse che il suolo gli mette a disposizione all’interno del proprio habitat naturale. Ogni specie, dal vegetale all’animale è in grado di sfruttare le caratteristiche dell’ambiente in cui vive per nutrirsi, per cercare un riparo, per riprodursi; in generale per svolgere le funzioni principali della propria vita. L’uomo, essendo il frutto dell’evoluzione delle specie animali, non si esime dalla necessità di sfruttare l’ambiente per compiere le proprie funzioni vitali, ma a differenza di quest’ultime la specie umana ha sviluppato capacità talmente evolute da essere in grado di carpire il massimo delle risorse dall’ecosistema in cui vive, arrivando in questo modo a sfruttare in modo smisurato l’ambiente, sviluppando un senso di egoismo che l’evoluta mente umana dovrebbe essere in grado di reprimere. Questo comportamento ha di conseguenza portato la società umana a pensare di essere superiore ed indipendente da tutte le altre specie animali ed addirittura dall’habitat in cui vive. Purtroppo però, questa consuetudine non ha tardato a far pagare pesantemente il proprio conto da parte della natura, di cui l’uomo è parte e mai potrà essere superiore. Una delle conseguenze dell’egoismo umano può essere ritrovata nel consumo sfrenato del suolo che negli ultimi anni sta diventando un problema di dimensioni enormi e spesso sottovalutate. La sottovalutazione di quest’evento può essere dimostrata dal fatto che non esista una vera e propria definizione valida per questo fenomeno che è in genere definito come quella serie di processi di trasformazione di superfici naturali o agricole mediante la realizzazione di costruzioni ed infrastrutture, il cui compimento comporta un’inevitabile alterazione, irreversibile a causa dello stravolgimento della “matrice terra”, delle funzioni ivi svolte naturalmente. Il suolo è infatti definito come lo strato superficiale che ricopre la crosta terrestre, esso deriva da processi fisici, chimici e biologici prodotti da agenti superficiali e dagli organismi presenti su di esso, ne consegue che la formazione di una risorsa così complessa ed utile non sia riproducibile in alcun modo da parte della tecnologia umana. Questo bene è infatti una materia finita e non rinnovabile, esso è un bene comune, cioè di proprietà di tutta la collettività, primario cioè alla base di tutti gli aspetti della vita delle specie presenti sul nostro pianeta e soprattutto limitato, non essendo riproducibile in alcun modo. Inoltre il suo consumo risulta nella maggior parte dei casi irreversibile, se non in periodi di tempo lunghissimi, quali intere ere geologiche.

2

Le funzioni che questa fondamentale risorsa è in grado di svolgere sono innumerevoli e possono essere prettamente ambientali quali ad esempio la salvaguardia delle condizioni idrogeologiche adeguate e la tutela e regolazione degli ecosistemi, oppure possono coinvolgere in maniera diretta la vita dell’uomo, come la costruzione di aree verdi o l’incremento turistico derivante dall’istituzione di un parco naturale o di una qualche forma di tutela delle condizioni ambientali e paesaggistiche. La materia della “difesa del suolo” è sempre stata considerata come fondamentale dall’ordinamento giuridico italiano, che si occupa di quest’importante funzione fin dal 1904, quando vennero emanate le prime leggi per la tutela del patrimonio idrico italiano. Le disposizioni in questa materia si susseguirono, con leggi riguardanti le foreste (1923) e nel 1989 venne approvata dal parlamento su richiesta degli ambientalisti una legge interamente dedicata alla difesa del suolo. Oggi le norme riguardanti questa materia sono raccolte dal d.lgs. 152/2006 all’art. 54 che definisce la difesa del suolo come “il complesso delle azioni ed attività riferibili alla tutela e salvaguardia del territorio, dei fiumi, dei canali e collettori, degli specchi lacuali, delle lagune, della fascia costiera, delle acque sotterranee, nonché del territorio a questi connessi, aventi le finalità di ridurre il rischio idraulico, stabilizzare i fenomeni di dissesto geologico, ottimizzare l'uso e la gestione del patrimonio idrico, valorizzare le caratteristiche ambientali e paesaggistiche collegate”. Tuttavia l’ordinamento giuridico italiano, così come quello di molti altri paesi europei, non prese mai in considerazione in modo effettivo il problema della difesa nei confronti del consumo del suolo, essendo quest’ultimo un problema inesistente all’epoca della redazione delle prime leggi di diritto ambientale ed urbanistico. Infatti come si può notare leggendo l’articolo 54 del Codice dell’Ambiente, la difesa del suolo è intesa principalmente come salvaguardia dei fiumi, canali, collettori, specchi lacuali ecc. L’Italia è infatti da sempre un paese ad alto rischio di dissesti idrogeologici, i quali si verificano frequentemente e sono un problema molto sentito da sempre, ma soprattutto oggi, alla luce delle recenti tragedie provocate dallo spregiudicato sfruttamento dell’ambiente, affrontare in modo opportuno questa materia risulta inevitabile. Tuttavia un problema rilevante come il consumo del suolo è stato finora considerato come secondario. Infatti, mentre un’alluvione o un terremoto sono sotto gli occhi di tutti per mezzo dei media e dell’informazione, quasi sempre non è così per i problemi derivanti dalla drastica diminuzione dei suoli fertili e delle aree destinate ad attività agricole. Quasi mai in televisione o sui giornali si sente parlare di questo problema ed il nostro paese sembra ancora restio a prendere efficaci provvedimenti per arginare questa situazione.

3

Quali sono le cause di uno sfruttamento così esasperato del suolo? Un fenomeno così vasto come il consumo del suolo ha cause radicate all’interno della società, infatti, da sempre in Italia, così come in molti altri paesi europei e dell’intero mondo, si è ritenuto di soddisfare le esigenze costruttive ed urbanistiche di una società che si stava ingrandendo a dismisura ampliando sempre di più le città. Al giorno d’oggi infatti circa il 65 % della popolazione mondiale è inurbata, con conseguente continua necessità di ampliare i servizi e le infrastrutture necessarie alla vita di così tante persone. Ne è derivato che le città hanno subito un enorme espansione, con nuove aree che si affacciano verso le zone esterne delle esistenti periferie. Purtroppo però questa espansione con conseguente consumo indiscriminato del suolo fertile non è stata quasi mai condotta in modo razionale, arrivando a fomentare uno dei fenomeni a cui possiamo attribuire la causa dello sfruttamento odierno del suolo fertile: lo “sprawl” o “città diffusa”. Che cosa si intende per “sprawl”? Con il termine americano sprawl, il cui significato in inglese è stendersi, adagiarsi, si intende il fenomeno derivante da una rapida e disordinata crescita della città con conseguente dispersione abitativa, industriale e produttiva. La manifestazione di questo fenomeno avviene nelle zone periferiche di espansione della città, dove abitazioni, industrie, centri commerciali, palazzi, uffici e servizi vari si sviluppano in un modo dispersivo, con la conseguente necessità di espandere il sistema infrastrutturale a servizio di esse. Le principali caratteristiche di una zona urbana affetta da sprawl sono la bassa densità abitativa, derivante dai grandi spazi occupati, che raggiunge dimensioni preoccupanti soprattutto nelle medio- grandi città con conseguente riduzione degli spazi verdi ed un grave consumo del suolo a causa della continua necessità di realizzare opere infrastrutturali per collegare le varie zone residenziali, commerciali e produttive che vengono spesso costruite a distanze sempre maggiori le une dalle altre, costringendo i cittadini ad un utilizzo crescente dell’automobile per potersi spostare da una zona all’altra e compiere le normali attività quotidiane. Gli edifici vengono costruiti molto distante tra di loro ed a causa della grande necessità di utilizzo dell’auto, grandi spazi vengono destinati a parcheggi, con conseguente consumo sfrenato di suolo fertile ed impermeabilizzazione dello stesso. Con il fiorire di questo fenomeno, l’urbanizzazione finisce col crescere ad un tasso superiore rispetto all’incremento della popolazione, fino ad arrivare a casi estremi in cui al crescere dell’ 1-2 % della popolazione, l’incremento di utilizzo del terreno può arrivare anche al 30 %. Alcuni esempi di “sprawl urbano” presenti in Europa possono essere trovati nell’area metropolitana di Barcellona in Spagna e nelle vaste metropoli diffuse dell’olanda. Anche l’Italia, seppur in

4

maniera minore rispetto ad altri paesi europei e mondiali, presenta alcuni esempi di “città diffusa”, quali ad esempio l’area metropolitana di Venezia. In Italia il termine sprawl è spesso inteso con il concetto di città “infinita”, con cui si indicano i centri urbani soggetti ad espansioni insediative frutto di scelte urbanistiche inorganiche. Le azioni che spesso favoriscono questo fenomeno nel nostro paese possono essere ricercate soprattutto nel sistema normativo italiano, il quale, inconsciamente istiga le amministrazioni locali ad incentivare il consumo del territorio grazie alla possibilità di disporre fino al 50% degli oneri per le spese correnti, utilizzabili dai comuni per fare cassa e mantenere i servizi. Le conseguenze di tutto questo sono di facile intuizione: un consumo sfrenato del suolo e la successiva cementificazione delle aree per far fronte alle sempre minori risorse economiche disponibili per le amministrazioni locali. Che cosa si può fare per ridurre questo fenomeno? In molti paesi europei e del mondo intero si sta diffondendo la preoccupazione per il proliferare della trasformazione di spazi liberi in zone urbanizzate, ed è stata recepita da parte di molti governi la necessità di prendere provvedimenti efficaci e veloci per arginare questi fenomeni.  Germania: il consumo del suolo è da molti anni uno dei temi messi in primo piano dai

governi tedeschi. Infatti già nel 1998 il Ministro per l’Ambiente stabilì una politica molto ambiziosa nell’ambito della riduzione del consumo del suolo, disponendo importanti obiettivi da realizzare entro il 2050, riducendo il consumo del territorio di circa l’80%. Alla politica nazionale, si affiancano importanti provvedimenti perseguiti a livello regionale dai Lander, attraverso criteri stringenti quali l’uso prioritario delle aree dismesse per preservare le aree agricole.

 Inghilterra: sono numerose le scelte urbanistiche effettuate per ridurre il consumo del suolo, ad esempio dal 2004, il governo inglese ha stabilito che almeno il 60% delle nuove urbanizzazioni debba avvenire su aree dismesse. Inoltre il numero di abitazioni per ettaro su suolo inglese è inferiore a trenta e le politiche di tutela nei confronti del suolo agricolo sono numerose. Anche l’espansione urbana è regolata attraverso le “green belts”, cinture verdi attorno alle città, realizzate per limitarne l’espansione, essendo essa vietata all’interno di queste particolari aree.

 Paesi Bassi: anche qui sono numerose le scelte governative per la tutela del territorio, dall’istituzione di vere e proprie zone off-limits per l’edificazione, alla classificazione di aree il cui utilizzo sia vincolato a fini agricoli e spazi naturali, inoltre, dal 2007 almeno il 40% delle nuove costruzioni deve avvenire su zone dismesse o sottoutilizzate.

5

 Stati Uniti: il controllo sul consumo del suolo, così come la limitazione dello sprawl sono divenuti legge soltanto in 11 stati, tuttavia l’esperienza ha portato a risultati confortanti soltanto dove vi fosse un effettivo interesse locale da parte della popolazione, alla riduzione di tali fenomeni, con una consapevole presa di conoscenza dei rischi e delle scelte da effettuare.

 Canada: nel 2003 è stato redatto ed approvato un piano quarantennale nel quale vengono definiti gli ordini di priorità per le nuove costruzioni, privilegiando quelle inserite in contesti dove fossero già presenti infrastrutture e servizi.

 Giappone: già nel 1968 fu istituito un programma per il controllo dell’urbanizzazione che prevedeva una frontiera, realizzata attorno alla città, entro cui costruire, senza avere la possibilità di superarla con qualunque tipo di opera urbanistica.

Quali provvedimenti sono stati adottati sul suolo italiano? Una reazione al continuo aumento dello sfruttamento del suolo in Italia è stata data da alcuni comuni virtuosi, i quali, a fronte di notevoli sacrifici e tagli nelle spese, sono riusciti a realizzare dei Piani di gestione del territorio ridimensionando in maniera effettiva ed efficace il consumo di territorio. Un esempio di questa politica “virtuosa” è stato dato dal comune di Osnago in provincia di Lecco, che ha approvato nel 2008 un nuovo piano di gestione del territorio riguardante il contenimento delle aree destinate all’espansione edilizia per un consumo di suolo ridotto quasi fino a zero. Questo provvedimento è stato possibile grazie ad un ridimensionamento della spesa, tagliando i costi superflui, monitorando quelli non indispensabili e attivando numerose reti di volontariato, attaccando le possibilità di evasione tributaria ed applicando politiche di risparmio energetico quali ad esempio il risparmio per il fabbisogno elettrico pubblico. Anche altri paesi, quali Cassinetta di Lugagnano, in provincia di Milano, hanno adottato provvedimenti simili, in particolare l’amministrazione di Cassinetta ha adottato un Piano di Governo del Territorio senza alcuna zona di espansione. Questo è stato possibile grazie ad una profonda rivisitazione del bilancio comunale, riducendo le spese e incentivando nuovi introiti derivanti dal turismo e dall’edilizia di recupero del patrimonio edilizio esistente. Proprio in questo paese è nato il Forum italiano dei movimenti per la terra, un’associazione a cui aderiscono circa 10 000 persone ed il cui scopo di fermare il consumo di suolo nel nostro Paese. Un’importante iniziativa di questo forum ha avuto inizio il 27 febbraio 2012 quando è stata inviata a tutti i comuni italiani una scheda elaborata da architetti, pianificatori, urbanisti e professionisti in genere per il censimento di tutti gli edifici sfitti ed inutilizzati sul territorio nazionale, in modo da

6

poter redigere una mappa di questi ultimi, da inserire nei PRG dei vari comuni. È infatti noto che negli ultimi trent’anni, sono stati coperti da cemento circa 6 milioni di ettari anche se attualmente rimangono in Italia circa 10 milioni di case vuote. Nonostante questo si continua a costruire occupando terreni fertili irriproducibili che quindi vengono persi per sempre. Tuttavia non è possibile fare affidamento su dati certi, non essendo finora stato monitorato sufficientemente il problema da parte delle istituzioni. Bisogna inoltre ricordare che, come si evince dal Codice dell’Ambiente l’uso attento del territorio è essenziale per rimediare al grave stato di dissesto idrogeologico in cui imperversa il nostro paese. Purtroppo però troppo spesso i piani urbanistici vengono redatti in maniera distante dai veri bisogni sentiti dalle comunità locali e prevedono soltanto il consumo di nuovo territorio, nonostante l’ampia disponibilità edilizia esistente. Il consumo di suolo in Piemonte. Anche il Piemonte, come tutte le regioni italiane non è esente da problemi derivanti dal consumo del suolo. Infatti si stima che negli ultimi vent’anni siano stati consumati circa 1000 ettari di suolo fertile all’anno, al netto delle infrastrutture e mobilità. Gli edifici più costruiti rimangono le villette a schiera, i centri commerciali, ma anche i capannoni industriali i quali risultano inoltre spesso inutilizzati. Ciò che risulta strano è che nonostante la crisi economica, i dati raccolti dalla Regione Piemonte nel 2008 hanno dimostrato che il consumo del suolo non conosce cenni di arresto, infatti le ristrettezze economiche hanno costretto le amministrazioni locali ad utilizzare i proventi dalle concessioni edilizie per fare cassa e garantire i servizi infatti soltanto nel 2008 i comuni hanno incassato soltanto dagli oneri di urbanizzazione 3208 miliardi di euro. Eppure qualche reazione in Piemonte c’è stata, ad esempio la provincia di Torino ha approvato un Piano Territoriale di Coordinamento con cui ha imposto ai comuni l’inedificabilità delle aree ancora vergini, da cui sono derivati importanti provvedimenti come quello riguardanti lo stop al progetto di un nuovo insediamento di un importante azienda svedese. Anche le associazioni di agricoltori hanno avanzato delle richieste riguardanti il recupero del patrimonio edilizio esistente e la riduzione delle nuove espansioni urbanistiche sparse con la conseguente necessità di nuove infrastrutture, il censimento degli immobili inutilizzati servirà proprio per spingere i comuni ad andare in questa direzione. Il recupero del patrimonio edilizio esistente: aree industriali dismesse. Uno dei casi in cui le aree consistenti un patrimonio edilizio esistente presentano dimensioni maggiore è in genere dato dalla presenza di insediamenti produttivi di ogni genere dismessi ed

7

inutilizzati, i quali possono diventare un importante alternativa al consumo di nuovo suolo per la realizzazione di opere di pubblica utilità o di edilizia privata. Gli insediamenti produttivi realizzati prima dell’avvento dell’automobile come mezzo principale di locomozione erano in genere situati in una posizione centrale della città, per rendere il più possibile agevoli gli spostamenti di operai e dipendenti che dovevano recarsi al lavoro. Proprio questa posizione centrale è oggi una caratteristica importantissima per il recupero degli enormi patrimoni edilizi che edifici di questo genere rappresentano per la comunità. Spesso oggigiorno le aziende sentono inoltre il bisogno di allontanarsi dalla città, anche sotto la spinta degli stessi comuni, che per questioni di inquinamento, di ordine pubblico o di gestione del territorio preferiscono trasferire gli stabilimenti produttivi in zone periferiche della città. Proprio questi trasferimenti, oggi sempre più diffusi, comportano la liberazione di numerosi spazi all’interno del territorio urbano, che permettono, se opportunamente sfruttati di ridurre la spinta espansionistica verso l’esterno e l’occupazione di nuovi terreni per la costruzioni di edifici pubblici o privati che siano. Come si recupera un’area industriale dismessa? L’importanza del recupero delle suddette aree è ormai riconosciuta sempre più spesso dai comuni, nascono però numerosi dubbi sul modo in cui recuperare aree spesso molto vaste, su cui altrettanto spesso sono necessarie opere di bonifica derivanti dalla presenza di sostanze tossiche o materiali pericolosi abbandonati. Sicuramente un comune percepisce numerose esigenze che potrebbero essere sanate da quegli ampi spazi improvvisamente vuoti ed utilizzabili, ma è veramente possibile considerare un’area industriale come un semplice suolo edificabile, comportando così la demolizione di tutto ciò che è presente sopra di esso? Oppure sarebbe opportuno mantenere almeno in parte le caratteristiche architettoniche e culturali presenti sul suolo prima del cambiamento di destinazione urbanistica? L’ “archeologia industriale”. Le fabbriche e gli stabilimenti produttivi in generale, anche se dismessi da anni ed abbandonati ad uno stato di sfrenato degrado, hanno rappresentato in passato aspetti importantissimi della vita sociale. È di conseguenza molto importante introdurre il concetto di “archeologia industriale”, cioè quell’insieme di metodi atti a studiare le testimonianze derivanti dall’attuazione di processi produttivi al fine di approfondire la conoscenza del passato e del presente industriale. Le testimonianze necessarie all’archeologia industriale sono racchiuse nei luoghi dei processi produttivi e nelle tracce archeologiche lasciate da questi, anche i mezzi ed i macchinari con cui si

8

sono attuati questi processi, così come i prodotti finali ed i paesaggi in cui queste realtà erano inserite rappresentano fonti importantissime per questi studi. A partire da metà del Settecento, fino ai giorni nostri l’evoluzione industriale ha subito mutamenti importantissimi, passando per diversi stadi dell’evoluzione tecnologica. Di conseguenza tutti i metodi ed i processi utilizzati in uno stabilimento o in un azienda sono testimonianza storica di un periodo di produzione di un determinato prodotto. Per questo motivo, non si deve sottovalutare l’importanza storica, architettonica e sociale che un insediamento produttivo dismesso può avere. È dunque molto importante saper mediare tra la necessità di costruire e trasformare le aree recuperabili e quella di ricordare quali straordinari processi sono stati svolti all’interno di esse, facendo tesoro dei metodi e dell’evoluzione tecnologica che una fabbrica può contenere. Non bisogna però ridurre le eredità industriali a reperti intangibili, il cui unico utilizzo possa essere quello della museificazione, gli edifici industriali non possono di conseguenza essere ridotti a semplici “musei di se stessi”, ma devono essere utilizzati e valorizzati sfruttando nel modo migliore possibile le caratteristiche strutturali ed architettoniche presenti in essi. Bisogna quindi sapersi fare carico della reinterpretazione degli spazi esistenti, in equilibrio con la necessità di miglioramento e di rinnovamento di cui la moderna progettazione necessita. Solo così l’identità e la memoria di una dismessa “capitale del lavoro” possono non venir meno. Un’idea spesso legata e diffusa con il recupero del patrimonio industriale esistente è legata alla creazione della “green city”, infatti per una città, poter disporre, magari nelle proprie aree centrali di siti prima occupati da grandi industrie può comportare la possibilità di riutilizzare parte di questi spazi per realizzare aree di verde pubblico che magari non erano state previste dalle precedenti pianificazioni urbanistiche. In questo modo è possibile far fronte alla necessità da parte della comunità di ottenere aree dedicate al verde pubblico in cui svagarsi e respirare aria migliore. Spesso gli stabilimenti industriali dispongono infatti di spazi molto grandi, di cui è facile destinare una parte a questo scopo, creando parchi cittadini che possono migliorare notevolmente l’immagine turistica e la vivibilità di una città.

commenti (0)

non sono stati rilasciati commenti

scrivi tu il primo!

Questa è solo un'anteprima

3 pagine mostrate su 8 totali

Scarica il documento