TESINA sulla comunicazione liceo classico
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TESINA sulla comunicazione liceo classico

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tesina liceo classico sulla comunicazione
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"Viaggio alla scoperta della comunicazione "

VIAGGIO ALLA SCOPERTA DELLA COMUNICAZIONE

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- INTRODUZIONE

Negli ultimi anni la possibilità e la capacità di comunicare sono diventate un’esigenza sempre più importante. Comunicare, permette lo scambio di pensieri

tra esseri umani per mezzo della parola, della scrittura, dei gesti, delle immagini. Con la diffusione dei mass media nel XX sec., iniziò a circolare l'idea che

la diffusione dell'informazione da parte dei media dovesse essere in tempo reale, o che almeno ci fosse un arco di tempo breve tra l'emissione del messaggio

e la sua ricezione. Lo scopo principale che i mezzi di comunicazione di massa si posero, fu quello di diffondere comunicazione e conoscenza ad un

pubblico di massa, quindi vasto, tutto questo attraverso il teatro, la stampa, la radio (Marconi 1895), cinema (I fratelli Lumière, 1895) e in seguito

televisione (1954, cominciano le prime diffusioni regolari RAI) e internet. In breve tempo si arrivò a definire i mass media "quarto potere" dopo i poteri

legislativo, esecutivo e giudiziario e grazie allo sviluppo della tecnologia, l'informazione fu accessibile ad un numero sempre più cospicuo di persone, a tal

punto che si iniziò a parlare di "cultura di massa". Caratteristiche della cultura di massa sono l'eclettismo, la semplicità del linguaggio, la semplificazione

degli argomenti proposti, l'universalizzazione dei temi; ma uno dei suoi aspetti negativi è la formazione di un pubblico per lo più passivo che manca di

spirito critico. Il bombardamento d'informazioni cui si è sottoposti giornalmente, infatti, molto spesso fa perdere la capacità di riflettere, di elaborare

un'opinione personale. Bisogna però sottolineare che l'epoca in cui viviamo è un'epoca ricca di opportunità per tutti poiché ognuno è libero di scegliere

(anche se molte volte si è manipolati senza saperlo) seguendo le proprie inclinazioni culturali, emotive, il proprio senso di responsabilità. Lo studioso che

più di tutti si è occupato del fenomeno mediatico è sicuramente Marshall McLuhan, che nella sua opera intitolata "Gli strumenti del comunicare" sostiene

che i mass media riescono a raggiungere un grandissimo numero di persone diventando potenti mezzi di controllo ma anche di mobilitazione politica. Le

sue ipotesi, così attuali e così lungimiranti, sono riassunte dall'enunciato "Il medium è il messaggio"; con questa espressione McLuhan (definito sociologo

dell'informazione ma mai dichiaratosi filosofo) vuole affermare l'esistenza di due tipi di messaggio, uno esplicito e uno implicito, uno letterale e uno

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nascosto: per questo motivo egli arriva a sostenere che non esiste una comunicazione imparziale.

LA PROPAGANDA FASCISTA PER IL CONSENSO DI MASSA

La comunicazione, ma soprattutto i mass-media diventato importanti per l’attività politica nel periodo fascista, grazie alle moderne tecniche della

propaganda, cioè con la diffusione sistematica di messaggi e informazioni diretti che forniscono un’immagine positiva o negativa di avvenimenti, persone,

istituzioni, ma anche di prodotti commerciali.

Tale propaganda diviene così una componente essenziale delle società di massa, a cominciare dalla prima guerra mondiale (1914-18), quando per la prima

volta la propaganda politica viene usata capillarmente e su scala nazionale dai vari governi, per rendere popolare la causa della guerra. È ovvio che tutti i

sistemi politici, alle prese con il problema del consenso delle masse, si avvalgano, dagli anni Venti in poi, di tali mezzi.

Due esempi sono i regimi totalitari del Fascismo in Italia e del Nazismo in Germania, basati sulla formazione del consenso e del conformismo passivo

tramite la propaganda. Strumento fondamentale dei regimi fascista e nazista, la propaganda coinvolse tutti i settori economici, sociali, politici e culturali per

costruire e diffondere un’immagine “positiva” del regime e organizzare, sotto varie forme, il consenso di massa. Un sistema rigidamente centralizzato

controllò e piegò ai propri fini gli strumenti della comunicazione di massa; in particolare la radio (introdotta in Italia dal 1924), ma anche i giornali e

successivamente il cinematografo, che divenne un sempre più formidabile veicolo di glorificazione dei regimi. Tra gli elementi che sicuramente

contribuirono di più alla formazione del consenso durante il fascismo sono da ricordare la scuola e il sistema educativo, l’organizzazione del tempo libero,

l’uso della propaganda e dei mezzi di comunicazione di massa, tutti strumenti che permisero la diffusione di quei miti ed ideali che il regime adottò per far

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presa specialmente sulle nuove generazioni, grazie anche al contributo di alcuni intellettuali che fornirono al fascismo i sistemi ideologici e culturali di

cui aveva bisogno.

"Le mie idee sono chiare, i miei ordini sono precisi. Sono certissimo che diventeranno una realtà concreta. Fra cinque anni Roma deve apparire

meravigliosa a tutte le genti dei mondo: vasta, ordinata, potente come fu ai tempi dei primo impero di Augusto".

Benito Mussolini, Roma 1925

L’ideologia fascista vedeva un’esaltazione dei principi del Futurismo (“guerra igiene del mondo”), del nazionalismo (il motto era “Credere, obbedire,

combattere”), del superuomo di Nietzsche, della centralità del ruolo della famiglia e accompagnava quest’ideologia a una forte propaganda effettuata

tramite i mezzi di comunicazione di massa (in primo luogo la radio, che consentiva di raggiungere direttamente tutti gli italiani nelle proprie case), del duce

e capo carismatico, Benito Mussolini, che attraverso l’arte oratoria e ai discorsi pronunciati con grande enfasi, riusciva a conquistare le folle. I discorsi del

Duce erano trasmessi simultaneamente nelle scuole, nelle officine, nelle piazze di tutto il paese, attraverso altoparlanti e nella misura in cui venivano

ascoltati collettivamente dalle famiglie o da intere comunità erano percepiti come veri e propri eventi. Un ruolo più rilevante ebbero gli strumenti di

comunicazione visiva: il cinema, la fotografia, i fumetti per la gioventù, le vignette satiriche, le cartoline postali e la pubblicità . Le tecniche di

condizionamento con le quali si raggiungeva il consenso furono: la pubblicità, i giornalini a fumetti, la radio e il cinema, le celebrazioni, le manifestazioni

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di massa e i dialoghi dal balcone del duce con il popolo italiano radunato in piazza. Fin dal 1931 il regime impartì alla

stampa direttive molto precise, ordinando di improntare ogni giornale a ottimismo, fiducia e sicurezza nell’avvenire,

eliminando le notizie allarmistiche, pessimistiche, catastrofiche e deprimenti.

Nel 1933 l’Istituto Luce (L’Unione Cinematografica Educatrice) venne posto alle dipendenze del Ministero della Cultura

Popolare, con il compito di documentare le opere del regime e diffondere le immagini ufficiali attraverso servizi

fotografici, film, documentari propagandistici e cinegiornali distribuiti nelle sale cinematografiche di ogni parte d’Italia.

L’immagine fotografica doveva apparire come un documento di inconfutabile realt

L’ISTITUTO LUCE

L’Istituto Nazionale Luce fu istituito da Mussolini e rappresentò in Italia il primo esempio di organizzazione pubblica e sistematica di

educazione, informazione e propaganda attraverso le immagini, rivolte ad una popolazione ancora fortemente colpita dall’analfabetismo

(con un tasso del 31% nel 1919, cui andrebbe sommato il dato non quantificabile del semi-analfabetismo di ritorno) e quindi, per certi

versi, più facile da plasmare. L’Istituto Luce rappresentava l’organo tecnico cinematografico dei singoli Ministeri e degli Enti posti sotto

il controllo e l’autorità dello Stato, con lo scopo essenziale della “diffusione della cultura popolare e della istruzione generale per mezzo delle visioni

cinematografiche, messe in commercio alle minime condizioni di vendita possibile, e distribuite a scopo di beneficenza e propaganda nazionale e patriottica

(art. 1).” Nel marzo del 1927, contestualmente alla produzione dei primi cinegiornali, proiettati per obbligo in tutti i cinema del paese prima di ogni

spettacolo il Luce istituì il Servizio Fotografico, che avrebbe avuto contemporaneamente il compito di ordinare, conservare e completare un Archivio

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Fotografico Nazionale, e di forgiare e diffondere l’immagine di Mussolini, arrivando a detenere, in pratica, il completo monopolio della ripresa

fotografica degli avvenimenti ufficiali. nel corso degli anni, l’Istituto Luce era passato sempre più sotto la vigilanza dell’Ufficio Stampa del Capo del

Governo, trasformato prima in Sottosegretariato di Stato per la Stampa e la Propaganda, innalzato poi al rango di Ministero per la Stampa e la Propaganda

da cui sarebbe sorto infine il successivo Ministero della Cultura Popolare (Minculpop). Cultura e propaganda finirono, dunque, per essere due aspetti di una

principale politica unica, volta ad accrescere l’efficacia della dittatura di massa, inserendola nella profondità della vita del paese. Tali istituti effettuavano

una duplice forma di azione, sia effettuando delle vere e proprie commissioni al Luce, affinché venissero realizzati servizi fotografici su determinati

argomenti; sia agendo, in secondo tempo, sugli organi di stampa, incidendo direttamente sulla gestione, sulla scelta, sulla collocazione della fotografia,

attraverso varie disposizioni o note di servizio. La fotografia, dunque, fu elevata ad uno strumento diretto di persuasione politica, avendo essa l’importante

funzione, attraverso la sua elaborazione e diffusione, di agire sulle coscienze degli individui, cercando di eliminare ogni riserva e capacità critica, per

stimolare un’adesione spontanea negli italiani alle tematiche fasciste. Tutte le fotografie “di propaganda o di interesse nazionale” venivano inviate

gratuitamente a tutta la stampa nazionale, la quale, però, doveva pagare un canone o sottoscrivere un abbonamento per ricevere le immagini cosiddette di

“varietà”. Alla stampa estera, invece, veniva recapitata senza alcuna spesa ogni genere di immagine.

A partire dagli anni ’30 anche i fumetti si fascistizzarono nei personaggi e nei soggetti fino a raggiungere la completa autarchia delle storie: Il Corriere dei

Piccoli, Il Balilla, L’Audace, L’Avventuroso, tutti questi albi a fumetti seguirono le direttive del regime, comparvero storielle per i bambini che avevano

come protagonisti giovani con la tipica divisa nera da Balilla che nelle loro avventure beffavano gli avversari dell’Italia fascista. Si moltiplicarono inoltre i

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racconti storici con venature fasciste. Apparvero storie di attualità politica volte a esaltare le imprese fasciste in Africa o nella guerra di Spagna, anche

se comunque non ci fu una vera e propria letteratura fascista. Non mancarono invece forme di dissenso, ma molte di queste subirono una dura repressione o

ebbero guai con la censura: Gobetti morì per le percosse subite dai fascisti, Gramsci morì in carcere, i fratelli Rosselli furono uccisi in Francia da sicari

fascisti, Bernari e Moravia ebbero difficoltà a far circolare i loro romanzi, Silone visse in esilio, la rivista Solaria, la più ricca officina letteraria del

ventennio, fu chiusa nel 1936. Le due figure che meglio rappresentano i punti di riferimento per gli intellettuali fascisti ed antifascisti furono senz’altro

Giovanni Gentile e Benedetto Croce. Gentile fu il filosofo ufficiale del regime che teorizzò lo stato totalitario nel quale il singolo doveva completamente

identificarsi. Fu Ministro della Pubblica Istruzione, presidente dell’ Enciclopedia Italiana, la Treccani, in cui comunque accettò la

collaborazione d’intellettuali di non stretta osservanza fascista. Fu l’ultimo presidente dell’ Accademia d’Italia e redattore del Manifesto degli

intellettuali fascisti. Croce, filosofo napoletano, era un liberale giolittiano che vedeva nel fascismo una sorta di parentesi nella continuità dello

stato liberale, di malattia dello spirito. Diventò nel ventennio il simbolo di una cultura che non si piegava al regime e fu il redattore del

Manifesto degli intellettuali antifascisti.

L’IMMAGINE DEL DUCE

L’immagine inizialmente diffusa di Mussolini, era quella dell’uomo di governo brillante, sportivo, elegante, super-attivo,

immagine tipica della propaganda elettorale di stampo Americano. Mussolini inoltre, essendo giornalista, aveva ben compreso

l’importanza che la propaganda poteva assumere per la sua ascesa al potere. Dagli anni ’30 iniziò ad affermarsi un’iconografia

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imperiale, dove la testa del duce è ingigantita o moltiplicata ossessivamente all’infinito dai fotomontaggi. L’immagine del duce era ormai onnipresente

e onnipotente: veniva fotografato mentre trebbiava a torso nudo, fondava città con l’aratro, cavalcava focosi destrieri o pilotava veloci automobili da corsa.

Il documento fotografico doveva anche comprovare il rapporto d’amore e di identificazione tra il duce e il popolo. Le fotografie dei suoi discorsi avevano

l’onore della prima pagina sui giornali. Il mezzo fotografico consentiva di esaltare le caratteristiche fisiche del duce mediante effetti di luce particolari e il

ritocco (sguardo duro, pose atteggiate, mani sui fianchi). Nell’attività lavorativa la sua figura diveniva simbolo di straordinaria operosità; non solo era il

trebbiatore, era anche il minatore tra i minatori, spesso il costruttore e sempre il condottiero.

I discorsi di Mussolini alle folle radunate davanti a palazzo Venezia a Roma, venivano diffusi dalla radio in tutto il paese e costituivano un momento

importante di propaganda politica e di creazione di consenso al regime che intorno alla metà degli anni ’30, raggiunse il suo livello più alto.

Il brano riporta un passo del breve discorso tenuto dal Duce il 2 ottobre del 1935 per annunciare la mobilitazione militare contro l’Etiopia (Mussolini

annunciò l'inizio di una guerra provocata senza alcuna causa plausibile, rispolverando come giustificazione la bruciante sconfitta subita dall'Italia alla fine

del secolo precedente) e costituisce un esempio tipico del suo stile oratorio. Mussolini non leggeva e usava un linguaggio enfatico e retorico, molto efficace

però dal punto di vista della comunicazione e capace di trasmettere alle folle che lo ascoltavano direttamente o per radio, militaresca sicurezza e patriottico

entusiasmo.

“Camicie nere della rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia! Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre i mari! Ascoltate!

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Un’ora solenne sta per scoccare nella storia della Patria. Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta Italia. Mai si vide nella

storia del genere umano spettacolo più gigantesco. Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola.

La loro manifestazione deve dimostrare e dimostra al mondo che Italia e fascismo costituiscono un’identità perfetta, assoluta, inalterabile. Possono credere

il contrario soltanto i cervelli avvolti nella più crassa ignoranza su uomini e cose d’Italia, di questa Italia 1935, anno XIII dell’era fascista. Da molti mesi la

ruota del destino, sotto l’impulso della nostra calma determinazione, si muove verso la meta: in queste ore il suo ritmo è più veloce e inarrestabile ormai!

Non è soltanto un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di quarantaquattro milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la

più nera delle ingiustizie: quella di toglierci un po’ di posto al sole. Quando nel 1915 l’Italia si gettò allo sbaraglio e confuse le sue sorti con quelle degli

Alleati, quante esaltazioni del nostro coraggio e quante promesse! Ma, dopo la vittoria comune, alla quale l’Italia aveva dato il contributo supremo di

seicentosettantamila morti, quattrocentomila mutilati e un milione di feriti, attorno al tavolo della esosa pace non toccarono all’Italia che scarse briciole del

ricco bottino coloniale altrui.

Abbiamo pazientato tredici anni, durante il quale si è ancora più stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità. Con l’Etiopia abbiamo

pazientato quaranta anni.

Ora basta!”

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LA DICHIARAZIONE DI GUERRA

Discorso del 10 Giugno 1940

Combattenti di terra, di mare e dell'aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del regno d'Albania!

Ascoltate!

Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. (Acclamazioni vivissime). L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già

stata consegnata (acclamazioni, grida altissime di. "Guerra! Guerra! ") agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le

democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo

italiano .

Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell'edificio, l'ignobile

assedio societario di cinquantadue stati.

La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. (Applausi). Con voi il mondo intero è testimone che l'Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente

possibile per evitare la tormenta che sconvolge l'Europa; ma tutto fu vano.

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Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l'eternità; bastava non iniziare

la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che la hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il fuher fece

il 6 ottobre dell'anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia.

Oramai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gi è che l'onore, gli interessi, l'avvenire

ferramente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano

il corso della storia.

Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi

vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è

veramente libero se non ha libero l'accesso all'Oceano.

Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli

affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutele ricchezze e di tutto l'oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli

isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee.

Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l'Italia non intende trascinare altri popoli

nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro,

soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.

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Italiani!

In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. ("

Duce! Duce! Duce!"). Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze armate.

In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore (la moltitudine prorompe in grandi

acclamazioni all'indirizzo di Casa Savoia), che, come sempre, ha interpretato l'anima della patria. E salutiamo alla voce il Fuhrer, il capo della grande

Germania alleata. (Il popolo acclama lungamente all'indirizzo di Hitler).

L'Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. (La moltitudine grida con una sola voce: "Sì! "). La parola

d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! (Il popolo prorompe in

altissime acclamazioni). E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo.

Popolo italiano!

Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore.

BREVE STORIA DEL FASCISMO

Nel 1921, sfruttando la crisi economica bancaria, l’incremento della disoccupazione, l’indebolimento del fronte sindacale, Mussolini cercò di sfruttare il

momento per raccogliere consensi e nacque così il Partito Fascista, organizzato gerarchicamente, che voleva accattivarsi le simpatie monarchiche e papali in

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primo luogo e perseguire l’uso della violenza contro il movimento operaio per indebolirlo. All’ascesa del Partito contribuì anche il tacito consenso

dei liberali, che solo troppo tardi capirono la gravità della situazione istituendo l’Alleanza del lavoro per ripristinare la legalità, e la decadenza del Partito

Socialista, che si divise in PSU e Partito Comunista d’Italia. Comprendendo che lo stato liberale era ormai in crisi, il Fascismo organizzò un’insurrezione il

28 ottobre 1922, marciando su Roma per occuparla militarmente con la forza. Alla proposta di Facta, l’allora capo del governo, di decretare lo stato

d’assedio per poter difendere l’attacco alle istituzioni, il re Vittorio Emanuele III affidò invece l’incarico di formare un nuovo governo a Mussolini, il quale

arrivò comodamente da Milano in vagone letto. L’Italia così cominciava la strada che l’avrebbe condotta alla dittatura grazie all’appoggio del re, della

borghesia e per la neutralità della Chiesa. Con l’avvento del nuovo regime si assistì ad una ripresa economica, si dichiararono decadute le leggi del governo

Giolitti, si ridusse il debito pubblico; inoltre, venne limitata la libertà di stampa e di espressione (Ministero della Cultura Popolare), di diede più libertà di

iniziativa economica che portò ad un boom delle esportazioni, mentre per diminuire le importazioni vennero intraprese due iniziative: la battaglia del grano

e la bonifica integrale per aumentare la produzione agricola e diminuire la disoccupazione. A livello istituzionale si assistì alla nascita della Milizia e del

Gran Consiglio del Fascismo. Nelle elezioni del 1924 che assegnarono la vittoria al listone, ci furono dei brogli che vennero denunciati da G. Matteotti,

deputato socialista che venne poi assassinato. Ci fu così un’indignazione popolare cui seguì la secessione dell’Aventino per protesta.

Il regime fascista nacque ufficialmente nel 1926 e portò alla fine del regime liberal parlamentare: lo Statuto Albertino non venne abrogato ma rimase solo

virtualmente in vita, la funzione legislativa del Parlamento fu affidata al Governo, sindaci e presidenti vennero sostituiti dai podestà e dai presidi, tutti i

movimenti antifascisti vennero dichiarati illegali, vennero creati Tribunali speciali per la sicurezza dello Stato e sempre più frequente fu il fenomeno del

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Fuoriuscitismo. Le leggi sindacali rendevano illegali scioperi e serrate e i sindacati vennero sostituiti da corporazioni che raggruppavano datori di

lavoro e operai (i cui contrasti erano risolti dalla Magistratura del Lavoro). Venne poi emanata la Carta del Lavoro che conteneva i diritti degli industriali.

Per la svalutazione della Lira e l’inflazione venne poi intrapresa una rigida politica economica improntata sul Protezionismo: fu così che la “Quota 90” con

la sterlina fu raggiunta e fu un gran successo per Mussolini che voleva affermare la propria autorità anche a livello industriale, mentre la rinuncia alle

esportazioni penalizzò il settore agricolo. Poiché le industrie dipendevano sempre più dalle banche la banca mista venne smantellata e sostituita dall’IRI

(Istituto ricostruzione industriale), con il quale lo Stato si proponeva come imprenditore e banchiere allo stesso tempo.

Più tardi la politica economica protezionistica (il cosiddetto “dirigismo economico”) fu potenziata e venne chiamata autarchia, che dava comunque sempre

più potere agli industriali.

Solo nel 1935 si ebbe il vero programma di rilancio dell’economia nazionale promuovendo la guerra in Etiopia. Prendendo come pretesto alcuni incidenti

avvenuti alla frontiera dei possedimenti italiani in Somalia ed Eritrea, fu dichiarata guerra alla Somalia conquistata un anno dopo (1936) anche grazie

all’uso di armi chimiche. Somalia, Eritrea, Etiopia formarono l’AOI (Africa Orientale Italiana), un’area per far fronte alla disoccupazione italiana e

allargare il mercato nazionale. La politica estera del regime fu orientata in senso revisionista, cioè a rivedere l’equilibrio internazionale dopo i trattati di

Versailles e intraprendere accordi diplomatici in Europa. Ma c’erano timori per la crescente potenza tedesca e venne perseguito l’obiettivo, poi raggiunto, di

estendere l’influenza sui Balcani.

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In seguito alla guerra d’Africa, l’Italia ebbe sanzioni economiche dalla Società delle Nazioni per aver violato gli accordi e peggiorò le sue relazioni

diplomatiche con Inghilterra e Francia. In tal modo, si avvicinò alla Germania e firmò con essa l’asse Roma-Berlino (1936), alleanza tra stati fascisti che

rompeva l’equilibrio internazionale.

Nel 1929 vennero stipulati i Patti Lateranensi tra lo Stato Italiano e la Chiesa, che posero fine alla Questione Romana (1870 presa di Roma), davano piena

indipendenza territoriale e giuridica alla Santa Sede e poneva la religione cattolica come religione di Stato, il cui insegnamento era obbligatorio nelle

scuole. Inoltre venne riconosciuto il matrimonio religioso che aveva anche effetti civili. Tutto ciò portò al consenso popolare che nelle elezioni plebiscitarie

(voto con un si o un no) condusse il regime Fascista alla vittoria. Mussolini fu inoltre chiamato “uomo della Provvidenza” dal Pontefice ma intanto molti

cattolici furono costretti all’esilio.

Lo stato Fascista, parte integrante del regime, cercò in ogni modo di allargare il consenso anche tramite la creazione di organismi giovanili, di

organizzazioni dei lavoratori in cui furono coinvolte anche le donne; inoltre la scuola perse ogni autonomia culturale con la Riforma Scolastica, che

prevedeva un unico testo nazionale e il giuramento di fedeltà al Fascismo da parte degli insegnanti. Il controllo della società fu anche dato dalla

Fascistizzazione di stampa, radio, cinema. Accanto alla politica del consenso si affiancava la politica di repressione del dissenso (polizia segreta, l’OVRA, o

meglio Opera Vigilanza Repressione Antifascismo).

Anche se la società italiana iniziava a modernizzarsi e la popolazione del nord tendeva a lasciare le campagne per trasferirsi in città, la popolazione del sud

tendeva invece a fare il contrario. Ma in generale le condizioni di vita migliorarono, con la scomparsa di molte malattie, e questo a tutto vantaggio del

regime Fascista.

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Sigmund Freud: lo studio delle figure e della loro capacità di comunicare e di plagiare le folle di questi dittatori, ha portato Sigmund Freud alla

formulazione di un saggio intitolato Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921). In esso il filosofo ha affrontato ,con gli strumenti della psicoanalisi, il

rapporto tra l’individuo e la “massa” e ricercò le motivazioni che spingono il singolo aggregato in un gruppo a comportarsi diversamente da quanto farebbe

isolato. Il comportamento collettivo della folla è determinato dal rapporto di identificazione che si stabilisce tra i suoi componenti, che vengono ad

assumere un’identità unica; tutti i componenti della folla si identificano in un capo in cui vedono un proprio “Io ideale”, cioè quella personalità che

ciascuno vorrebbe essere. La massa è tenuta insieme da qualche potenza che Freud individua nell’amore, che “tiene unite tutte le cose del mondo”. Se nella

massa il singolo rinuncia al proprio modo d’essere personale e si lascia suggestionare dagli altri, avviene perché vuole stare in armonia con gli altri.

LO SVILUPPO DELLA RETORICA ANTICA

L’arte retorica posseduta da Mussolini è un arte che si sviluppò fin dalle origini della Grecia e della città di Roma.

Nell’antica Grecia ha sempre esercitato fascino e importanza, la capacità di dialogare e produrre discorsi cercando con questi di persuadere l’ascoltatore,

già Omero sottolineava l’importanza dell’abilità discorsiva. L’arte del parlare si chiama ORATORIA questa disciplina è stata talmente studiata dagli elleni

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L'ORATORIA

DELIBERATIV A

di carattere politico, si

cerca di sostenere le proprie idee

politiche

EPIDITTICA

i pronunciati nelle cerimonie per

commemorare eventi e persone. tratta

argomenti di attualità e di politica civile

GIUDIZIARIA

è ungere strettamente legata a argomenti

giuridici sia di difesa sia di denuncia. Il discorso

giudiziario si divide

INTRODUZIONE

presentazione dei fatti

NARRAZIO NE

vengono narrati i

fatti

DISCUSSIONE

vengono presentate

prove e testimonianze

PERORAZIO NE

momento in cui si cerca

di plagiare il giudice

che nel V sec. Decisero di comporre dei manuali, facendone così una teknh’. Nasce così nel V sec la RETORICA, ovvero la disciplina che studia

l’elaborazione del discorso. I primi manuali di retorica vengono attribuiti a Corace e Tisia, questo tutorial erano utili per l’attività giudiziaria, altri studiosi

invece attribuiscono l’invenzione dell’oratoria a Empocle un filosofo. Atene la si può considerare il fulcro della retorica in quanto i cittadini ateniesi,

sentivano maggiormente il bisogno della retorica in quanto partecipavano al dibattito in assemblea.

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Tra i più grandi oratori greci ricordiamo Demostene e lisia:

DEMOSTENE

Demostene politicamente non fu ne lungimirante ne irreprensibile , ma fu sicuramente il più grande oratore Greco. La sua grande dote era la passione che

metteva in tutte le orazioni dando un idea di spontaneità.In realtà il discorso era costruito con tutti gli artifici retorici e i proemi dimostrano la sua grande

preparazione e abilità.

Non aveva un schema compositivo fisso ma adattava le espressione alla causa e usava uno stile basato sul pathos più libero di quello Isocrateo e per questo

più apprezzato. La sua è un implacabile demolizione dell’Aversario e cerca con passione di portare chi ascolta dalla sua parte.

Fu considerato dai critici antichi i primo tra i 10 migliori oratori greci, ha uno stile non sempre piano e lineare come quello di Lisia, ma spesso acceso e

concitato con grande partecipazione emotiva.

Trae spunto da diversi modelli di eloquenza: l’armonia di Isocrate la maestosità di Trucidide e talvolta la semplicità di Lisia. Il suo modo di esprimersi e

vario e comprende espressioni elevate.

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OPERE DI DEMOSTENE

ORAZIONI GIUDIZIARIE

- Contro Conone: discorso breve su Aristonegiovane che ha subito molti sopprusi durante la cariera militare. - Sulla Corona: Nel 336 Tesifonte aveva proposto l'assegnazione della corona a Demostene per le sue beneverenze, ma la proposta fu attacata da Eschine. in quanto la politica di Demostone era considerata non buona. Demoste ribatte l'accusa.

ORAZIONE DELIBERATIVE

ci sono orazione politche anteriori alla battaglia antimacedone ("Sulle Simmorie", in cui Deostene sostiene la necessità di rafforzare la flotta con la riforma dell Simmorie, cioè dei gruppi che cotruivano le navi). le più importanti sono le orazioni sulla figura di filippo, "Le FIlipiche"; nella prima Demostene denuncia gli errori in passato di Filippo e svaluta il mito della sua invicibilità e invita gli ateniesi a intervenire in difesa dei loro territori. dopo di che fa un discorso pratico sui finanziamenti e amonisce gli Ateniesi a sruttare il momento politico e a non pensare che il pericolo fosse scomparso, perchè il sovrano macedone ne era malato. Infine ci sono le tre Olintiache, per convincere gli Ateniesi a salvare la città alleata

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CORPUS LISIACUM le opere di lisia sono 34 orazioni complete, più un cennitinaio di frammenti, però non possiamo attribuire a lui tutte queste opere, in quanto esiste una vera propria piratiria nei confronti delle sue orazioni, alcuni libri venduti come discorsi di lisia,

ma in realtà non appartenevano a lui.

ORAZIONI GIUDIZIARIE

sono le orazioni in maggioranza. affrontano i casi giudiziari di tutte le

forme. a partire dagli omicidi come le orzioni riguardo gli omici avvenuti

durante l'oridarchia dei 30. Ricordiamo:

- Per l'uccisione di Eratostene

- Contro Eratoste

- Contro Agorato

LINGUA E STILE

Lisia usa l'attico parlato, un attico moderno e semplice, per impostare sobrietà e chierezza. Ha una precisa strategia stilistica infatti usa l'etopea una tecnica oratoria, che cosiste nel

creare personaggi per megli esprimere la verosimiglianza

ORAZIONI EPIDITTICHE

sono poche le orazioni epidittiche che possiamo attribuite a Lisia. siamo però

certi che "olimpico" che scrisse in occasioni dei giochi olimpici.

ORAZIONI DELIBERATIVE

ricordiamo "la difesa della costiuzione a vita, di

quest'opera abbiamo solo la parte inziale. si tratta di

un discorso pronunciato in un assemblea da un ignoto

politico, a sfavore di quelli che sostenevano un governo

olidarchico

LISIA

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IL SISTEMA GIUDIZIARIO ATENIESE (ARINGA)

La mancanza di giudici ad Atene fa si che per affrontare dei processi i cittadini si rivolgono a professionisti, ovvero ai logografi.

I discorsi affrontati da Lisia sono dei discorsi per cercare di difendere o accusare, convincendo il giudice della verità della sua tesi. Per far ciò però Lisia non

ha bisogno di conoscere perfettamente la legge, poiché deve cercare di convincere i giurati che in materia legislativa non sono preparati.

PER L’UCCISIONE DI ERATOSTENE

in questa sua opere non descrive il vero ma il verosimile. Qui il committente Eufileto, è accusato di avere ucciso premeditamene Eratostene, colpevole di

avere una relazione con sua moglie.

Eufileto intende dimostrare di averlo ucciso premeditamene, ma di avere agito secondo i codice di legge, commettendo fonoj dikaioj, ossia un omicidio ai

tempi legale, concesso a chi coglieva sul fatto l’adulterio.

Eufileto sostiene di aver invitato la stessa sera l’amico Sostrato e sfrutta questo particolare a suo discolpa, sottolineando che non avrebbe invitato ospiti a casa

se il suo crimine era premeditato, qui Eufileto viene descritto come un tranquillo padre di famiglia che mai pensava al tradimento della moglie. In conclusione

Eufileto ribatte la sua innocenza, dicendo che il suo crimine è utile alla società, poiché così i colpevoli di adulterio sappiano cosa gli aspetti.

L’orazione si termina con l’esortazione ai giudici richiamandoli al corretto adempimento del dovere.

CONTRO SIMONE

Qui un ignoto accusato deve difendersi dall’accusa di avere teso un agguanto a un certo Simone. Anche qui Lisia non racconta il vero ma il verosimile.

CONTRO ERATOSTENE

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Questa orazione è l’unica che possiamo attribuire a Lisia. Siccome è lui stesso a pronunciarla in tribunale. Lisia vuole condannare Eratostene, uno dei

trenta, colpevole di avere ucciso suo fratello Polemarco, qui la difficoltà di Lisia e quella di non avere alcuni risentimenti personali ma di agire negli interessi

della giustizia

RETORICA A ROMA: DALLO SPLENDORE DELL’ELOQUENZA DI CICERONE ALLA DECADENZA DELL’ETÀ IMPERIALE.

A Roma il massimo esponente dell’arte rotorica fu Cicerone, vissuto nel I sec a.C. e strenuo difensore della Repubblica; ma col passare del tempo, e

soprattutto in età imperiale, perse i caratteri che l’avevano resa famosa ed iniziò la decadenza di quest’arte così antica. Già dall’età dei Giulio-Claudi (14-68

d.C.), infatti, poiché la retorica non poteva più essere esercitata in campo politico (età in cui c’è mancanza di libertà), la formazione culturale dei giovani si

impoverì e la retorica stessa portò al risveglio dello stile Asiano (che privilegiava l’asimmetria ed era uno stile ampolloso, ridondante, artificioso, che si

indirizzava più sulla forma che sul contenuto, privilegiava la fantasia e la creatività e di cui si faceva portavoce la prosa di Seneca) a discapito del Classicismo

(lineare, semplice, equilibrato). Con l’eta dei Flavi (68-96 d.C) continua la decadenza dell’eloquenza. Sia Quintiliano (con il “De causis corruptae

eloquentiae”) che Tacito (con il “Dialogus de oratoribus”), vissuti in due epoche diverse, cercarono di comprendere il motivo della decadenza dell’eloquenza

nell’Impero romano. Mentre Quintiliano afferma che la decadenza dell’arte del dire è dovuta principalmente all’assenza di una buona riforma scolastica, per la

mancanza di maestri in grado di emulare le doti di Cicerone, Tacito va oltre (centrando il vero problema di fondo) sostenendo che è stata la mancanza di

libertà che ha provocato il declino dell’ “arte del dire”; in età imperiale inoltre, l’oratore verrà chiamato causidico, avvocato, patrono. Questo successe perché

cessate le lotte politiche, la pratica di quest’arte si era ristretta al genere giudiziario e alle celebrazioni ufficiali, cosicché molto spesso per guadagnare il

consenso si adoperava un linguaggio ricercato dando quindi maggiore importanza alla forma che al contenuto.

Quintiliano visse nel periodo dell’Eta dei Flavi, un’età in cui si ha un rifiuto della letteratura precedente (e di Seneca) cercando di ritornare al classicismo

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Augusteo e prendendo come modello Cicerone. Egli fu condotto a Roma dalla Spagna dall’imperatore Galba, anche se la sua posizione si consolidò con

Vespasiano, che lo promosse ad insegnante di retorica per la formazione dei giovani del tempo. Della sua produzione letteraria ci è rimasto ben poco: sono

andate perse le orazioni che pronunciò da avvocato, libri di arte retorica e l’opera “De causis corruptae eloquentiae”, il cui tema principale era la decadenza

dell’eloquenza a Roma cui Quintiliano provava a dare una risposta dicendo che mancavano maestri capaci di insegnare l’arte retorica come Cicerone, anche se

forse in realtà Quintiliano sapeva che era dovuta alla mancanza di libertà ma poiché stipendiato dal principe non poteva di certo mettersi contro il potere

imperiale, come dirà in seguito Tacito nei suoi scritti. Secondo Quintiliano inoltre, ci doveva essere una vera e propria rifondazione della retorica, con

l’ispirazione al modello ciceroniano e a quello di Catone. Bisognava invece evitare Seneca e la sua prosa spezzata condannando il neoasianesimo e

approvando invece il Classicismo Augusteo.

Un’altra opera che ha per tema l’importanza della retorica per i giovani e il percorso che li permette di divenire intellettuali completi è la “Institutio Oratoria”.

Divisa in 12 libri, può essere denominata enciclopedia ed è così strutturata:

i primi due libri, a sfondo pedagogico, affrontano il tema dell’educazione del bambino (lo studio deve avere il primato anche sulle attività ludiche), che deve

essere formato prima dalla famiglia e in seguito dal retore, la cui figura non deve però essere troppo rigida, ma quasi quella di un padre, perché altrimenti il

ragazzo non è invogliato a studiare. Quintiliano non si mostra poi favorevole alla scuola a casa perché secondo il retore bisogna misurarsi con gli altri e non

rimanere ancorati al nido familiare;

i libri successivi vedono la vera e propria trattazione dell’arte retorica, i cui momenti Quintiliano spiega con dovizia di particolari (inventio, dispositio,

elocutio, memoria, actio). In definitiva, a libro XII, Quintiliano disegna la figura del perfetto oratore e nel libro X affronta lo stile che egli deve acquisire (il

libro XI parla degli ultimi due momenti dell’arte retorica, la memoria e l’actio).

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Quintiliano crede poi nella rinascita dell’arte retorica e vede in Cicerone la massima espressione di quest’arte poiché ha saputo sintetizzare invenzione e

imitazione. Crede però anche possibile la creazione di un oratore capace di emularlo o anche superarlo.

Il suo stile denuncia però la sua ambiguità: pur condannando Seneca, egli ne viene influenzato e questo aspetto viene evidenziato dall’uso di ellissi verbali e

nominali, grecismi, figure retoriche come la metafora tipica di Seneca. Quintiliano è anche influenzato dallo stile del tempo e dal neoasianesimo, che lui stesso

condannava.

Nell’età di Nerva e Traiano (96-117 d.C.) sarà Tacito a farsi portavoce della decadenza dell’eloquenza, cui cercherà di dare la sua motivazione con il

“Dialogus de oratoribus” (scrive anche altre opere come “l’Agricola”, la “Germania”, le “Historiae”, gli “Annales”). Si tratta di un dialogo che avviene fra vari

oratori a casa di uno di questi, Curiazio Materno. Tutti dicono la loro sui motivi della crisi dell’arte oratoria ma è proprio alla fine che viene affermato che è la

mancanza di libertà nel principato che ha causato la crisi, anche se per Tacito questa mancanza di libertà era necessaria per la pace e la sicurezza nazionale.

L’opera si presenta come una prosa classica, quasi ciceroniana, anche se il vero stile di Tacito era completamente diverso e rifletteva il suo pessimismo cupo

(stile semplice per il mondo esteriore, più complesso per il mondo interiore dei personaggi): era infatti particolarmente sintetico, spezzato, stringato con poche

frasi e parole, asimmetrico per l’uso di termini ed espressioni poco usuali, caratterizzato dalla variatio e dagli asindeti.

Nell’età di Adriano e degli Antonini (117-192 d.C.) l’arte retorica si riflette nelle opere degli apologisti, impegnati a difendere i Cristiani dalle infami accuse

che gli erano state mosse (infanticidio, antropofagismo, incesti), e i cui maggiori esponenti furono Minucio Felice (“Octavius”) e Tertulliano

(“Apologeticum”), ma anche nell’oratoria epidittica e non politica portata avanti dai Neosofisti, che erano itineranti e giravano per tutto l’impero, e che con la

loro “ars dicendi” riuscivano a tenere conferenze su qualsiasi argomento, utilizzando un liguaguaggio molto curato con parole arcaiche e ricercate per dare

lustro al discorso. Il movimento della Neosofistica, nato dall’affiancamento della cultura latina a quella greca non portò avanti una propria filosofia e la forma

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di comunicazione privilegiata era la comunicazione-spettacolo: il pubblico assisteva alle orazioni e il più delle volte decideva anche l’argomento,

cosicché il neo sofista doveva improvvisare. La Neosofistica darà vita, in fine al movimento arcaizzante.

LE ONDE ELETTROMAGNETICHE

L'onda elettromagnetica è una perturbazione di natura simultaneamente elettrica e magnetica che si propaga nello spazio e che può trasportare energia da un

punto all'altro e che ci permettono di comunicare. Tale perturbazione è costituita dalla vibrazione simultanea di due enti immateriali detti campo elettrico e

magnetico attorno alla loro posizione di equilibrio (che corrisponde all'assenza di perturbazione).

Questa definizione nasconde, dietro la sua apparente astrusità, un ente fisico, in realtà, estremamente familiare della cui presenza facciamo continua esperienza

nella vita di tutti i giorni. Sono onde elettromagnetiche:

 la luce emessa dal sole, da una lampada o da qualunque sorgente in grado di illuminare gli oggetti. E' ciò che chiamiamo la luce visibile;

 le radiazioni infrarosse emesse dal termosifone o dai nostri corpi per il solo fatto di essere ad una certa temperatura. Avrai sentito parlare

(almeno nei film di spionaggio) di macchine fotografiche in grado di "vedere" la radiazione infrarossa;

 le microonde emesse dagli omonimi forni che utilizziamo per scaldare rapidamente le vivande;

 le onde radio per mezzo delle quali sono possibili tutte le moderne telecomunicazioni (radio, televisione, cellulari...);

 i famosi raggi ultravioletti ai quali dobbiamo molta della "tintarella" estiva;

 i famigerati raggi X utilizzati in medicina per la radiografia delle ossa;

 i raggi γ (esistono davvero!) che anziché essere sparati da improbabili armi di altrettanto improbabili alieni, sono radiazioni emesse nelle

disintegrazioni nucleari ed estremamente dannose per i tessuti biologici.

LA POP ART

Pop art è il nome di una corrente artistica della seconda metà del XX secolo che deriva dalla parola inglese "popular art"

ovvero arte popolare (con un'accezione del termine diversa dall'uso comune).La Pop Art è una delle più importanti correnti

artistiche del dopoguerra. Discende direttamente dal graffiante cinismo della Nuova oggettività e dalla semplicità equilibrata

del Neoplasticismo, del Dadaismo e del Suprematismo. Nasce in Gran Bretagna alla fine degli anni cinquanta, ma si sviluppa

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