tesina sulle parti e il tutto per liceo, Prove d'esame di Italiano
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tesina sulle parti e il tutto per liceo, Prove d'esame di Italiano

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le parti e il tutto, trattati argomenti in ambito scientifico, psicologico, letterario e artistico. psicologia della gestalt, hegel e la totalità, Pirandello e il Fu Mattia Pascal, Seaurat e il puntinismo
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Liceo Scientifico Statale “G. Ancina” Fossano Esame di stato 2015

LE PARTI E IL TUTTO

IL SINGOLO COME STRUMENTO DI CREAZIONE E MASSIFICAZIONE

Morano Paola Classe V A Liceo Scientifico

Lo scopo della mia tesina è quello di capire come nella società moderna e massificata l’individuo sia diventato uno strumento e un oggetto di manipolazione inconscia, incapace di compiere scelte proprie, vittima di un’educazione che lo spinge ad essere in un determinato modo. Siamo pedine inconsapevoli di un progetto autoritario che non è quello che, evidentemente, vorremmo noi. Nasciamo con dei valori che non scegliamo, ma che ci vengono inculcati e risulta difficile distinguere le cose in cui realmente crediamo da quelle in cui, invece, dobbiamo credere. Cercherò, attraverso il mio lavoro, senza alcuna pretesa o possibilità di presentare teorie assolute, di mostrare come nel mondo occidentale si sia diffusa la concezione secondo cui i doveri siano più importanti dei voleri e il concetto secondo cui un uomo, creatore della sua stessa morale e società, sia costretto a vivere all’ombra di quest’ultima, come vittima e strumento. Non si può parlare, infatti, di un individuo distaccato dalla società di cui fa parte, né di una società che non sia formata da singoli individui “plasmati” e modellati da essa. Il singolo risulta, quindi, creatore di una totalità in cui, alla fine, perde l’importanza che invece dovrebbe avere: tutta la materia, che sia un’opera d’arte o la società stessa, è un insieme parti in cui ogni elemento non solo contribuisce a creare il tutto, ma è anche fondamentale per la definizione di esso. Ma la singola parte, punto o uomo, perde significato in una totalità di elementi tutti uguali. É perciò la totalità stessa a dominare sul singolo che le ha dato origine. Il mio obiettivo è dunque quello di partire dalla concretezza artistica per andare poi a teorizzare il rapporto tra la parte e il tutto attraverso il pensiero filosofico e letterario, fino ad osservarlo in quella che è la società di massa moderna.

La totalità come opera d’arte: il puntinismo In ambito artistico è notevole come attraverso il puntinismo (in francese pointillisme) si sia teorizzata l’idea di un’opera d’arte non realizzata attraverso la mescolanza di colori, ma ottenuta tramite l’accostamento di punti senza alcun apparente legame. Gli esponenti di questo movimento artistico, infatti, realizzano l’opera attraverso l’associazione sulla tela di vari punti separati che, per mezzo di alcune teorie scientifiche riguardanti il colore e vari meccanismi di percezione visiva, risulta, vista dall’occhio dell’osservatore, un’opera completa nella sua armonia e coerenza complessiva. Ciò che permise uno sviluppo secondo questa linea innovativa rispetto al passato fu l’associazione dell’arte alla scienza. All’insegna di questo sodalizio, un personaggio di particolare rilievo fu Georges Seurat. Seurat, pittore nato a Parigi il 2 dicembre 1859, fu il più celebre esponente del movimento artistico neoimpressionista del puntinismo. Questi cambiamenti e ricerche di nuovi stili andarono di pari passo con la riflessione, nel mondo scientifico, sulla percezione visiva e sui problemi della luce e del colore, le cui opere di riferimento furono “Loi du contraste simultané des couleurs” (“Legge sul contrasto simultaneo dei colori”) del 1839, pubblicata dal chimico francese Michel Eugène Chevreul, e “Modern Chromatics, with Applications to Art and Industry” (“Moderna cromatica con applicazione all’arte e all’industria”) del 1879, scritta dallo studioso americano Ogden Nicholas Rood. Seurat studiò questi principi innovativi riguardanti il colore e rimase particolarmente colpito da alcuni di essi: quello di “contrasto simultaneo” secondo il quale se si accostano due colori complementari, le qualità di luminosità di ognuno vengono esaltate; quello della “mescolanza additiva”, che consiste nel sostituire le sovrapposizioni di pigmenti sulla tela (mescolanze sottrattive) con l’avvicinamento di piccoli punti di colore non sovrapposti; quello della “ricomposizione retinica”, secondo il quale i colori accostati sulla tela vengono ricomposti e fusi dalla retina dell’occhio degli osservatori senza l’intervento meccanico del pittore. Seurat, così, mise a punto la tecnica divisionista, la quale consiste nell’accostamento di

colori puri tenuti fra loro divisi (da cui il nome). Da tutto ciò si deduce che tanti puntini creano un’opera d’arte omogenea e suggestiva in cui essi stessi perdono la loro individualità, tuttavia la loro unione è fondamentale per creare una totalità dove l’unicità diventa paradossalmente di secondaria importanza.

La totalità come realtà: psicologia della Gestalt La percezione visiva, come si può dedurre dall’opera di Seurat, coglie dunque la globalità e non la singola parte. Generalizzando questo concetto si può trovare un riscontro teorico della percezione visiva della totalità in quella che è la psicologia della Gestalt. Max Wertheimer fu uno dei maggiori esponenti di questa corrente psicologica incentrata sui temi della percezione e dell'esperienza che nacque e si sviluppò agli inizi del XX secolo in Germania. L'idea portante dei fondatori della Psicologia della Gestalt era che il tutto fosse diverso dalla somma delle singole parti. La visione gestaltica, infatti, è una visione olistica, da qui la famosa massima: "Il tutto è più della somma delle singole parti". La concezione olistica del mondo trova consistenza nel fatto che ogni interazione tra sistemi singoli o parti porti ad uno stato che implica una perdita di identità dei sistemi interagenti. La teoria della Gestalt, il cui nome fa appunto riferimento al concetto di forma e di globalità, si basa proprio sull’idea secondo cui è sbagliato dividere l'esperienza umana nelle sue componenti elementari e occorre invece considerare l'intero come fenomeno sovraordinato rispetto alla somma dei suoi componenti. Quello che noi siamo e sentiamo è il risultato di una complessa organizzazione che guida anche i nostri processi di pensiero. La mente non ha dunque una funzione passiva nella percezione, ma organizza in modo attivo le informazioni ricevute in modo da comporle a formare un “tutto”. I gestaltisti, studiando in modo approfondito la percezione, intuirono che la realtà fenomenologica si struttura spontaneamente in unità nel campo di esperienza del soggetto. Le modalità secondo le quali si costituiscono le forme sono state classificate e descritte come “leggi della forma” e sono state elencate da Wertheimer nel modo seguente:

1. Legge della vicinanza: le parti di un insieme percettivo vengono raccolte in unità conformi alla minima distanza, a parità di altre condizioni.

2. Legge della somiglianza: di fronte a una moltitudine di elementi diversi, vengono raccolti in gruppo gli elementi fra loro simili, a parità di altre condizioni.

3. Legge del destino comune: gli elementi che hanno un movimento concorde tra di loro e diverso da quello degli altri elementi, vengono uniti in forme.

4. Legge della chiusura: le linee che tendono ad unirsi vengono viste come unità formali, si percepiscono cioè come unità più facilmente di quelle che non si chiudono.

5. Legge della continuità di direzione: una serie di elementi vengono uniti in forme in base alla loro continuità di direzione. Nella figura percepiamo come unità AB e XY e non AY e XB.

6. Legge della pregnanza: le forme si impongono più facilmente alla nostra percezione quando le condizioni date lo consentono. Quando cioè esse sono più regolari, simmetriche, omogenee e semplici.

7. Legge dell’esperienza passata: tendono ad essere uniti in forme elementi che per la nostra esperienza passata sono abitualmente associati tra di loro. Un osservatore che non conosce il nostro alfabeto non può vedere la lettera “E” in queste tre linee spezzate.

Da queste leggi si comprende chiaramente il concetto di “unità” e “forma” secondo cui viene attuata la nostra percezione in base alla teoria della Gestalt. La singola parte, quindi, crea un’unità in cui perde la propria individualità poiché percepito in relazione a tutti gli altri elementi.

La totalità come “il vero”: la filosofia hegeliana Il concetto di totalità come “realtà” e “vero” trova un riscontro teorico nella filosofia hegeliana. Hegel, filosofo nato a Stoccarda il 27 Agosto 1770, sviluppò un pensiero fortemente idealista, secondo cui l’idea è il punto di partenza di tutto e di conseguenza tutto è razionale. Per comprendere appieno la filosofia hegeliana è importante comprendere la differenza tra ciò che è reale e ciò che è esistente.

Esistente e reale differiscono e non sono certamente confondibili. Il primo, pur avendo razionalità, non è razionalità, mentre il secondo è razionalità. La razionalità permette che l’esistente sia conosciuto, ma non è nel singolo esistente; essa costituisce la struttura e la connessione delle esistenze e dunque è processo, una processualità circolare che permette di comprendere razionalmente la singola cosa solo cogliendola come momento di una realtà complessiva. Ciò significa che l’esistente, cioè il finito, di per sé è contingente e trova risoluzione solamente nell’infinito di conseguenza in senso filosofico il finito non esiste. Infatti, come la parte non può esistere se non in connessione con il Tutto, così il finito esiste unicamente nell'infinito e in virtù dell'infinito stesso, in quanto è espressione parziale di esso e in rapporto ad esso ha vita e senso. Il totale, il vero, l’Assoluto non coincide perciò con nessuno dei momenti particolari in cui si articola, ma non è neppure immaginabile come separato da essi. La soluzione consiste nel considerare il particolare come qualcosa che non si esaurisce in se stesso, ma rimanda ad altro e l’universale come lo sviluppo completo di questi riferimenti. Per Hegel dunque il vero è il tutto, l’intero e non la singola parte; di conseguenza ogni parte, esistente, finito o momento dialettico, espressione dell’universale, dell’Assoluto o dello Spirito, crea una totalità processuale che è Assoluto stesso e in quanto tale non può essere pensato discostato dalle sue singole manifestazioni. Allo stesso tempo, però, la totalità diventa l’unica realtà e verità possibile pur mostrando l’importanza dei singoli momenti nel processo.

La totalità come società: “Il fu Mattia Pascal L’idea di “parte” subordinata alla totalità si riscontra anche a livello sociale, benché in un modo più difficile da capire e da intuire per chi ne è vittima. In questo caso il ruolo della parte è quello dell’individuo, membro di una società in cui è costretto ad assumere “forme”. Questo è il pensiero di Luigi Pirandello, scrittore e drammaturgo italiano vissuto tra il 1867 e il 1936, secondo cui la vita è un caotico flusso in movimento e trasformazione in cui l’individuo cerca comunque di affermare la propria personalità, ma, così facendo, assume delle “forme”, si irrigidisce e comincia a morire. Non solo il singolo si cristallizza in una “forma” e crede di essere uno per se stesso e per gli altri, ma acquisisce anche tutte le “forme” che gli altri gli attribuiscono. Si viene così a creare un’immagine stereotipata dell’individuo che dipende dalle sue relazioni con gli altri e dal suo inserimento nella società, nella quale gli uomini sono costretti a vivere secondo ciò che sembrano, o secondo ciò che gli altri vorrebbero che fossero e non secondo ciò che realmente sono. In particolare, Mattia Pascal, protagonista del famoso romanzo “Il fu Mattia Pascal ”, ha l’occasione di liberarsi delle sue “forme”, diventa “forestiere della vita”, guardando la società da una distanza infinita, cogliendo l’assurdità di tutto ciò che l’abitudine ci fa considerare normale. Tuttavia, dopo avere colto l’opportunità di sfuggire dalla forma del “vecchio” Mattia Pascal, egli non può che crearsene una nuova, quella di Adriano Meis, che è ancora peggio di quella precedente, poiché questa, non essendo socialmente riconosciuta, lo fa vivere come un’ombra. Egli, nel corso del romanzo, si rende infatti conto che senza relazioni con il mondo e senza un ruolo socialmente riconosciuto non può vivere davvero, ma è costretto a guardarsi vivere. Pirandello esprime inoltre all’interno di questo romanzo la sua concezione del rapporto tra l’individuo e la società attraverso la lanterninosofia (capitolo XIII: “Il lanternino”). Tale filosofia si basa sul fatto che ogni individuo è dotato di un piccolo “lanternino” grazie al quale può illuminare l’ambiente a stretto contatto con lui, ma non le zone lontane, che quindi restano nel buio. I “lanternini” sono alimentati dai

grandi “lanternoni” del mondo, che rappresentano le ideologie, i valori e la morale sociale. La lanterninosofia mostra da un lato il relativismo delle conoscenze, cioè il fatto che ogni individuo abbia il proprio punto di vista ed osservi la realtà con una luce flebile ed incerta in modo soggettivo, ma dall’altro lato vuole anche illustrare il legame che l’individuo ha con la società, della quale fa necessariamente propri tutti i valori. Talvolta, infatti, i grandi “lanternoni” si spengono facendo sprofondare l’individuo in uno stato di paura e confusione. Senza luce, senza stabilità e concretezza personale e sociale, l’individuo brancolerebbe nel buio. Non si sa, in effetti, se questo buio sia il nulla o propriamente la vera vita, “l’essere”, ma ciò non toglie che, una volta conosciuta la luce, il buio spaventerebbe l’uomo ed egli finirebbe in uno stato confusionale, senza certezze né illuminazione. L’uomo quindi, in base a questa teoria, ha un forte legame con la società e dall’esperienza di Mattia Pascal ci si accorge che non si può vivere senza un riconoscimento e una consistenza sociale, pur essendo questa un mezzo di alienazione e la causa della crisi dell’individuo. Il singolo dipende dalla sua società, una totalità che lui ha contribuito a costituire, ma in cui lui stesso diventa vittima perdendo la propria identità e personalità, schiavo di una maschera da cui non può liberarsi poiché ciò lo renderebbe un emarginato impossibilitato a vivere.

Conclusione La società che descrive Pirandello è quella degli inizi del ‘900, massificata e totalitaria, che andò a svilupparsi e a rafforzarsi in tutto il corso del secolo e che, incanalando i pensieri dei singoli, è stata responsabile nella sua interezza dei tremendi crimini dei totalitarismi. Una società capace di manipolazione ideologica e di diventare fonte di alienazione e annullamento dell’individuo, la quale ispirò gran parte della letteratura, dell’arte del dopoguerra e degli studi sulle dinamiche sociali che portarono alla formazione dei regimi totalitari. Si è venuta, infatti, a creare una totalità lontana dalla vera realtà, una totalità di cui il presupposto fondamentale è la mancanza di idee proprie, in quanto l’uomo viene reificato e privato della sua individualità e personalità. L’uomo, che aveva tentato attraverso la tecnologia e l’industrializzazione di dominare sulla natura, è infatti diventato vittima di questo stesso progresso in cui non ha potuto più fare valere i suoi diritti e vivere esaltando la sua istintività all’insegna della felicità. Controllato e stordito da quell’industria culturale dei mass media, la quale ispirò il pensiero filosofico della Scuola di Francoforte, il cui nucleo originario si formò nel 1923, l’uomo del dopoguerra viveva in un clima di “tolleranza repressiva” in cui la libertà personale era illusoria e inconsistente. Proprio di questo trattarono Adorno e Marcuse, principali esponenti della Scuola di Francoforte, consapevoli che il sistema sociale aveva preso il controllo sul singolo e su ogni sua attività apparentemente libera e innocua. Quella stessa società, massificata e manipolatrice, si è sviluppata fino ai giorni d’oggi, in cui viviamo inconsapevolmente controllati e condizionati. La modernizzazione e il progresso hanno fatto sì che il pensiero dell’uomo sia influenzato dall’informazione, dalla pubblicità e dai mass media al fine di creare una realtà, quella che scorre davanti allo sguardo distratto del telespettatore, inevitabilmente selezionata, manipolata, costruita. L’individuo, quindi, si annulla inconsapevolmente in una simile società, al pari di un piccolo punto in un’opera d’arte, o di una singola parte in relazione alle altre, si annulla attraverso delle “forme” al fine di esaltare quel “Tutto” che Hegel definiva “il vero”. L’interrogativo finale è dunque il seguente: l’uomo, in una società massificata, potrebbe mai essere libero anche solo di pensare?

Fonti

L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Oscar Mondadori, 1983

F. Cioffi, G. Luppi, A. Vigorelli, E. Zanette, A. Bianchi, M. De Pasquale, I filosofi e le idee. Esperienze

filosofiche e storia del pensiero, edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 2004, pp. 84-85

A. Appiano, Manuale di immagine. Intelligenza percettiva, creatività, progetto, Booklet Milano,

1998, pp. 62-65 ( paragrafo 3.4: “Il segno, la forma, la struttura. Il campo visivo”; paragrafo 3.5:

“Psicologia della percezione. Il contributo della scuola della Gestalt”)

M. Tazartes, Seurat-Art dossier, Giunti, 1991

S. Musante, “Tra arte e scienza: Seurat e le teorie scientifiche sul colore”, Mondo dell’arte, 20 Aprile 2012

www.treccani.it, Enciclopedia Treccani online, voce: “Teoria strutturalista della Gestalt

www.formazioneamps.it, sito ufficiale Associazione Musicoterapeuti Professionisti, pdf “Psicologia

Generale: la percezione”, sezione relativa a “Leggi della Gestalt” con rispettive immagini

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