Tesina di maturità sul vino
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marghijail5 settembre 2014

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Tesina di maturità sul vino

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• La nascita del Vino • il vino in Grecia - la cultura del vino in Grecia- Dioniso: Il dio del vino (Le Baccanti di Euripide) - il “simposio” • Il Mediterraneo • Il vino a Roma - il vino nella società ro...
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IL VALORE SOCIO-CULTURALE DEL VINO NEL MONDO LATINO E GRECO

Indice

MOTIVAZIONE-INTRODUZIONE

♦ La nascita del Vino

♦ il vino in Grecia

- la cultura del vino in Grecia- Dioniso: Il dio del vino (Le Baccanti di Euripide)

- il “simposio”

♦ Il Mediterraneo

♦ Il vino a Roma

- il vino nella società romana

- Orazio

CONCLUSIONE

Bibliografia

Motivazione-introduzione

Il motivo per cui ho deciso di affrontare questo argomento è stato dettato dal mio interesse riguardante l’atteggiamento nei confronti del vino tra i miei familiari e i miei coetanei, e il conseguente “conflitto generazionale” .

Infatti, se tra i giovani come me il vino è vissuto come una “bevanda da sballo”, a casa mi hanno da sempre insegnato ad apprezzare e rispettare questa bevanda, sia perché, se bevuta con moderazione, è buona ed affascinante, ma anche perché è il risultato di una cultura millenaria e, come ben pochi altri prodotti elaborati dall’uomo, ha un passato fortemente ed intimamente intrecciato alla storia dell’umanità.

Così ho ritrovato un argomento tanto vario e caro all’uomo in molte materie che ho studiato in questi anni di liceo classico: dalla chimica alla storia, dalla religione alla Grecia antica, dal mondo romano alla storia dell’arte sono tante le fonti e le citazioni che rimandano alla bevanda sacra a Dioniso.

In particolare ho deciso di soffermarmi su due momenti precisi di questa lunga storia, che sono secondo me i più emblematici e significativi: la Grecia Antica e il mondo Romano.

In questi tempi lontani il vino è stato utilizzato come valuta, per riti religiosi, come simbolo politico, e fonte di ispirazione filosofica e artistica; è servito ad esaltare il potere e lo status di una classe dominante, o per soggiogare o placare gli oppressi.

Si è usato il vino per celebrare nascite, commemorare scomparse, forgiare e rafforzare i legami sociali, per sigillare transazioni d’affari e trattati, per acuire i sensi o ottenebrare la mente.

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Per la riuscita del mio intento ho cercato di reperire il maggior numero possibile di fonti: oltre ai capitoli inerenti l’argomento dei testi scolastici, si sono rivelati preziosi i volumi “STORIA DEL VINO” di Tim Unwin, e “IL VINO” di Hugh Johnson.

La nascita del Vino

Sembra che la "vitis vinifera", a cui appartengono quasi tutte le moderne varietà a frutto bianco e rosso, abbia abitato il nostro pianeta sin dai tempi preistorici e che, addirittura, fosse una delle prime piante a crescere spontaneamente ben 50 milioni di anni fa.

Molto probabilmente la "vitis vinifera" arrivò dall’India, fermandosi in Mesopotamia, regione racchiusa tra il Tigri e l’Eufrate.

Da lì, attraverso la regione caucasica, il cosiddetto “Rifugio Pontico” (si è trovata traccia della pratica di spremitura e fermentazione del mosto in Armenia e Georgia), la vite fu portata sulle sponde del Mediterraneo.

A partire dal periodo Neolitico (8000-4500 a.C.), si crearono le condizioni favorevoli alla produzione del vino, prima fra tutte la stanzialità. Proprio allora le comunità del Medio Oriente e dell’Egitto si trasformarono da nomadi in stanziali. Con l’aiuto di una serie di tecniche e procedimenti,

anche casuali (fermentazione, ammollo, cottura, condimento, ecc.), i popoli Neolitici furono i primi a produrre pani, birre, bevande fermentate, e piatti a base di carni e cereali.

La natura plastica dell’argilla la rese materiale ideale per la creazione di tini e giare per la produzione e la conservazione di derrate liquide, fra cui il vino. Dopo aver cotto l’argilla ad alte temperature, il materiale che ne risulta è essenzialmente indistruttibile dal tempo e la sua natura porosa favorisce l’assorbimento delle sostanze organiche.

Il vino in Grecia

“ i popoli del mediterraneo cominciarono ad emergere dalla barbarie quando impararono a coltivare l’olivo e la vite” (Tucidide)

Dal territorio armeno, la vite giunge in Grecia attorno al XVI secolo a.C. Il mondo greco in questo periodo sta vivendo una fase di grandi cambiamenti socio-culturali. L’aumento della popolazione, dovuto allo sviluppo tecnologico, grazie al quale i terreni divengono più facilmente coltivabili, e di conseguenza più produttivi, porta direttamente ad un sistema sociale più complesso.

Una città non è un villaggio; inizia la specializzazione: un uomo coltiva la terra, un altro commercia i suoi prodotti, un terzo diventa avvocato per comporre le vertenze legali. Dopo poco tempo c’è bisogno di un’amministrazione, di equipaggi per le navi, di un esercito, e ben presto, la forza della personalità fa emergere un capo, che colloca la propria famiglia in una posizione di potere. È in questo contesto che nasce la πόλις.

Tucidide ci ricorda che l’olio e il vino sono stati uno stimolo potente per il commercio, che il commercio ha portato allo scambio di idee, e che il vino in particolare, ha portato una nuova dimensione alle relazioni sociali. Così il vino si nutre del suo successo, il vino migliore porta maggior profitto, quanto più è pregiato, quanto più è richiesto.

Nell'antica Grecia il vino assume, così, un ruolo importante, per poi diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo.

I Greci svilupparono da subito efficaci tecniche di viticoltura, favorendo la coltivazione della vite e la produzione di vino, fino a farli divenire parte integrante delle culture e dei riti dei popoli mediterranei. Però con molta

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probabilità il vino che si beveva nell'antica Grecia non era solamente quello prodotto nel paese; alcuni reperti archeologici, in particolare antichi vasi ritrovati a Micene non appartenenti all'arte e all'artigianato greco, suggeriscono che già a quei tempi si importava vino prodotto in altre zone. Durante il periodo classico la vite era ampiamente diffusa in tutto il paese e i Greci introdussero le loro specie di uva anche nei paesi colonizzati, in particolare l’Italia, dove sono ancora coltivate diverse specie che si ritiene abbiano una diretta derivazione greca.

Anche il commercio del vino rappresentava un aspetto importante per la Grecia. Reperti archeologici scoperti nei vari paesi del Mediterraneo, ma anche in Medio Oriente, testimoniano che il vino costituiva un prodotto molto importante per l'economia greca ed era una preziosa merce di scambio.

La cultura del vino in Grecia – Dioniso: il dio del vino

Il vino viene da subito adottato come simbolo pagano e religioso. La mitologia greca fece del vino la bevanda sacra per Dioniso, che rivelò agli uomini i segreti della produzione della bevanda e ne fece il fulcro delle feste a lui dedicate (i Riti Dionisiaci). Già in età micenea, il mito di Dioniso era diffuso in Grecia: dio della vegetazione, della fertilità, della procreazione,

della vite e del vino, il suo culto era originario della Lidia (il nome "Bakkos" è di origine lidia).

Il vino è l’unica bevanda in grado di generare “ubris” (letteralmente “tracotanza”), momento in cui l’uomo esce dai limiti della propria condizioni per confrontarsi direttamente con le divinità.

Dioniso però istruisce gli uomini sul modo in cui servirsi del tanto prezioso dono: esso deve essere necessariamente mescolato all’acqua (anche perché il vino utilizzato dai Greci presentava un’alta gradazione alcolica).

L'importanza dei riti dionisiaci nella civiltà antica è una scoperta recente, merito di F. Nietzsche, il cui saggio “La nascita della tragedia dallo spirito della musica” (1872) ha inaugurato un modo nuovo di considerare la grecità. Secondo il filosofo tedesco la grandezza greca fu il risultato di una difficile e temporanea sintesi fra una spiritualità apollinea, le istanze di equilibrio ed armonia espresse soprattutto in architettura e in scultura, ed una simmetrica e contraria spiritualità dionisiaca: quello "stato di vigore animale" che deriva dall'accettazione totale del lato oscuro ed istintuale della vita, in definitiva una forma di irrazionalità, necessaria però alla sopportazione della vita ed allo sviluppo della creatività. Apollineo e dionisiaco diventano in Nietzsche due impulsi, tra loro complementari: il primo presiede alla rappresentazione e il dionisiaco riscatta l'importanza delle passioni relegate nella parte dell'anima irrazionale. Nietzsche riabilita questo impulso perché necessario all'accettazione delle contraddizioni, impossibili da sanare.

Dioniso (Bacco per i latini), era il dio della vegetazione e della fertilità, dell’arte e del teatro, dell'uva e del vino, quindi dell'eccesso e dell'infrazione, sotto ogni aspetto l'esatto opposto dell'armonia apollinea.

Dionisio significava la rottura di ogni barriera fra dei e uomini; ebbro e folle lui stesso, favoriva la dissolutezza dei fedeli e li portava al vino, alla violenza, all' “orgia”. Amava le grida disordinate, il delirio, l'esaltazione parossistica, l'estasi mistica, la maschera ed il travestimento (a volte era ritratto con vestiti femminili), sconvolgeva leggi, costumi e gerarchie sociali: unico fra gli dei ammetteva donne e schiavi ai suoi riti.

I misteri dionisiaci erano infatti particolarmente seguiti dalle donne, dette Menadi, ed è probabile che ciò accadesse non solo perché queste erano tassativamente escluse da ogni altra forma di celebrazione religiosa: il

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menadismo femminile rappresentava una vera e propria cultura della follia contrapposta alla razionalità, qualità che il mondo ellenico considerava prettamente maschile.

Scopo del culto dionisiaco era rivivere il tragico destino che aveva segnato la vita del dio, figlio dell'adulterio di Giove con Semele, una donna umana e quindi perseguitato da Era, la moglie di Zeus, fino alla follia e alla morte. Le Menadi, incoronate con frasche di alloro, indossavano pelli di animale; gli uomini si abbigliavano come satiri; assieme, nell'ebbrezza data dal vino, si abbandonavano al ritmo selvaggio del ditirambo (ossessivo e ripetitivo, eseguito dal flauto e dal tamburo) enfatizzato dal grido con cui gli adepti si incitavano l'un l'altro. Alla fine satiri e baccanti raggiungevano il desiderato stato di trance ed entravano in una condizione di possessione psichica che gli antichi chiamavano “entusiasmo”. L'esito del rito, anticamente collegato al ciclo vitale della vegetazione (della vendemmia), era il temporaneo ritorno dell'adepto ad una condizione naturale (animale): la caccia e lo sbranamento di un animale selvaggio ne erano il coronamento finale. A partire dal VI sec. questa brutale procedura arcaica fu progressivamente sostituita con una rappresentazione simbolica (dapprima solo mimica) e canti corali. Dalla liturgia dionisiaca che accompagnava il sacrificio della bestia (quasi sempre un capro, tragos in greco), nacque la tragedia.

Nelle “Baccanti” (in greco antico Βάκχαι), tragedia di Euripide scritta tra il 407 ed il 406 a.C. , Dioniso, poiché accusato da Penteo di non essere un Dio, ma un comune mortale, nella sua ira divina rende pazze le donne tebane, pazze come le menadi che lo hanno seguito dalla Lidia e che ora stanno danzando sulle colline.

Il re di Tebe fa così arrestare lo stesso Dioniso (che si lascia catturare volutamente) per imprigionarlo. Il dio però scatena un terremoto che gli permette di liberarsi immediatamente.

Nel frattempo dal monte Citerone giungono notizie inquietanti: le donne che compiono i riti sono in grado di far sgorgare vino, latte e miele dalla roccia, e in un momento di furore dionisiaco si sono avventate su una mandria di mucche, squartandole vive con forza sovrumana. Hanno poi invaso alcuni

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villaggi, devastando tutto, rapendo bambini e mettendo in fuga la popolazione.

Dioniso, parlando con Penteo, lo induce a travestirsi da donna e ad andare con lui sul Citerone a spiare le donne, ma, una volta giunti lì, il dio aizza le Baccanti contro Penteo. Esse sradicano l'albero sul quale il re si era nascosto e lo fanno letteralmente a pezzi. Non solo, ma la prima ad avventarsi su di lui e a strappargli un braccio è Agave, la madre stessa di Penteo.

Agave torna in città con un bastone in mano, sulla cui sommità è attaccata la testa di Penteo che lei, nel suo delirio di Baccante, crede essere una testa di leone. La madre infine si accorge con orrore di ciò che ha fatto. A quel punto riappare Dioniso “ex machina”, che spiega di aver architettato questo piano per punire chi non credeva nella sua natura divina, e condanna Agave e Cadmo (nonno di Penteo) ad essere esiliati in terre lontane. Con l'immagine di Cadmo e Agave che, commossi, si dicono addio, si conclude la vicenda.

Le virtù che all'inizio dell'opera vengono attribuite al dio (capacità di alleviare le tensioni e le sofferenze degli uomini grazie al vino e ai piaceri fisici e mentali) vengono mostrate ben poco: Dioniso si dimostra una divinità assolutamente spietata nel punire chi non aveva creduto in lui. Tutto questo per pura e semplice vendetta.

Inoltre le stesse Baccanti appaiono molto più intente a compiere azioni violente (invadere villaggi, squartare mandrie di mucche e lo stesso Penteo) che non a celebrare la gioia dei riti di Dioniso. La stessa Agave, dopo essere stata Baccante, si allontana gettando a terra i paramenti del dio e augurandosi di non vedere mai più il Citerone.

Per questo motivo alcuni studiosi arrivano a interpretare l'opera come una forte invettiva antireligiosa: il vecchio dio tuttofare delle cose che crescono è diventato il dio particolare del vino, e questo in un momento storico in cui la vite è diventata il motore economico dell’espansione dell’impero romano.

Il “simposio”

La frequenza delle citazioni letterarie e delle illustrazioni artistiche sul vino è elevatissima. Quasi tutte le città stabilirono precise leggi volte a regolamentarne l’uso. Il vino puro (non mescolato) possedeva un carattere decisamente negativo, quindi berlo veniva considerato barbaro. Tra l'altro, il vino era elemento essenziale in uno dei più importanti eventi sociali dell'antica Grecia, il simposio (letteralmente “bere insieme”), che si svolgeva in una sala, solitamente di dimensioni ridotte, in cui erano generalmente ospitati dai sette agli undici partecipanti, sdraiati su dei triclini, ai quali era servito il vino. Tali cerimonie si diffusero anche in Italia e la loro popolarità rimase intatta praticamente fino alla fine dell'era antica.

Il vino era consumato mescolato ad acqua ed era contenuto nel "cratere", cioè il vaso comune, posto al centro della sala, in cui avveniva materialmente la diluizione. Il compito della diluizione spettava al "simposiarca", il maestro di cerimonia, che aveva anche il compito di regolare lo svolgimento del rito, stabilendo il momento in cui si doveva bere il vino e in che quantità. Il simposio era un evento della vita sociale greca in cui persone della stessa estrazione si riunivano in un momento di vita

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consociata allo scopo di scambiarsi idee e opinioni riguardo a vari argomenti, dove si sviluppava la memoria collettiva, poetica e visiva, accompagnando le discussioni con cibo. In quanto rivelatore di verità, il vino veniva anche concepito come strumento pedagogico: secondo Platone, si trattava di una sorta di esperimento che permetteva di conoscere veramente gli altri, rendendo così possibile il miglioramento della loro natura. Il proverbio "in vino veritas" è stato attribuito al poeta greco Alceo, e si riferiva proprio all'azione del vino quale forza liberatrice da ogni falso ritegno a dire la nuda verità.

Il Mediterraneo…

Dall'antica Grecia, il vino si diffuse in tutti i paesi affacciati sul Mediterraneo e divenne un elemento centrale nelle economie dei paesi e negli scambi commerciali (le navi “vinarie”).

Circa nel X sec. a.C. i Greci introdussero la vite in Nord Africa, Andalusia, Provenza, Italia meridionale e Sicilia.

Nel V secolo a.C. Sofocle diede all'Italia il nome di "Enotria“, paese “prediletto da Bacco”, dove antiche popolazioni illiriche si erano stabilite sulle coste di Calabria, Lucania e sud della Campania. Le viti erano allevate basse, ad alberello, legate in piccole piramidi a tre a tre.

Progressivamente la vite si diffuse in Sicilia, in Puglia, in Campania, in Toscana, nel Lazio, fino ad arrivare all'antica Rezia, vasta regione che abbracciava Trentino, Valtellina e Friuli.

I Fenici a loro volta, portarono la vite in Italia, dove però pare fosse già presente. I semi di vite trovati nelle tombe del Chianti proverebbero che gli Etruschi portarono questa pianta dall'oriente e l'acclimatarono in Italia, mentre secondo altri studi recenti sembra che la vite esistesse in Toscana già prima della comparsa dell'uomo. Trovandola, gli Etruschi (popolo ancora oggi dalle origini misteriose) colonizzatori dell'entroterra toscano e probabili primi abitatori delle zone del Chianti, l'avrebbero "addomesticata" da selvatica che era. Quindi, non sarebbero stati i navigatori fenici a portare la pianta in Toscana, dove esisteva già: lo dimostrerebbero i reperti di travertino affiorati nella zona di San Vivaldo, dove furono ritrovate impronte fossili della "vitis vinifera" che laggiù cresceva spontanea.

Il vino a Roma

I Romani, nei loro rapporti di incontro e scontro politico, economico e culturale con gli Etruschi e la Magna Grecia, appresero le tecniche vitivinicole fin dall'epoca dei primi re. Dopo la conquista del Lazio e la fine delle Guerre Puniche, la viticoltura si sviluppò al punto da indurre Catone il Censore (234-149 a.C.) a suggerire, come buona abitudine nell'acquisto di un buon podere, di dare importanza prioritaria alla vite e quindi, prima dell'olivo, alla coltivazione dei salici per produrre i vimini necessari per le legature dei tralci. Nel periodo compreso tra Catone e Plinio il Giovane (61-113 d.C.) la vitivinicoltura raggiunse livelli molto elevati e il vino era consumato anche in locali pubblici di vendita ("thermopolia"). Molto rilevante era l'esportazione, tanto che il porto di Ostia divenne un vero emporio vinario. Agli inizi dell'Età Imperiale la viticoltura era molto estesa e praticata anche in terreni fertili per ottenere più elevate produzioni, necessarie per soddisfare l’esportazione e l’aumento del consumo interno. La conseguente riduzione di altre coltivazioni, quali quella dei cereali, secondo quanto riferisce Svetonio nel "De vita Caesarum", indusse

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Domiziano a vietare nel 92 la costituzione di nuovi vigneti e imporre lo spiantamento della metà delle vigne esistenti nelle "provinciae" romane.

In questo grande periodo della civiltà del vino non solo scrittori teorici dedicarono pagine al vino, ma anche grandi poeti come Tibullo, Ovidio, Marziale, Catullo, Giovenale, Petronio e infine, ma non ultimo, Orazio.

Nel mondo antico il vino era una componente essenziale della vita quotidiana, sempre presente nell’alimentazione, ma anche nella sfera sacrale, nelle libagioni, e nei sacrifici privati e pubblici. Nel culto privato e pubblico il vino manteneva un alto valore come liquido sacrale: era usato dai sacerdoti, dai magistrati e dal “pater familias”, nei sacrifici e nei riti funerari-le ossa del morto erano cosparse di vino-.

Come il banchetto stesso, il vino era un segno di ricchezza e di fortuna del padrone di casa: a volte si specificava nella qualità del vino servito. In ambito simposiale era considerato un rimedio ai mali e svolgeva a volte una funzione liberatoria. Era l’ "arbiter bibendi" che decideva la quantità d'acqua da aggiungere al vino prima di mescerlo: bere il vino puro ("merum") era considerato, come già presso i Greci, un atto barbarico.

Quinto Orazio Flacco

ll vino è uno dei temi fondamentali di Orazio, sia perché la liberazione dalle preoccupazioni era uno degli scopi che l’epicureismo (filosofia dal quale attingeva) si prefissava, sia perché Orazio persegue la pienezza di vita, godendo del presente, dell’attimo, che il vino gli reca. Orazio ama bere in occasioni ben precise: “nunc” (ora); non ama il vino in sé, ma per l’aiuto che offre all’individuo, e di solito Orazio preferisce il vino di medio valore, in ossequio al precetto epicureo della semplicità dell’esistenza.

Nell’ode I,9 Orazio, in una fredda giornata invernale, invita il suo ospite Taliarco a tirare fuori il vino “di quattro anni” dalla cantina, con cui gli amici brinderanno parlando pacatamente tra loro di cose quotidiane davanti al fuoco acceso. Affidando agli dei “cetera” (tutto il resto) Orazio ci rivela il suo pessimismo storico e la sua volontà ferma di salvare almeno gli affetti, creando attorno a essi la difesa dello “stare bene insieme”, di cui la scelta di un vino pregiato è l’arma vincente (il vino con funzione consolatoria e aggregante). Ben diversa è la funzione che questo dono della natura assume nel famoso “Nunc est bibendum” (ora bisogna bere) della ode I, 37. Orazio ha appena saputo che Cleopatra, la grande regina nemica di Roma, è morta: bisogna festeggiare con vino eccelso questa notizia che fa sperare in un futuro di pace per la repubblica. Qui la funzione che il poeta affida al vino è quella del festeggiamento, perché esso aiuta l’uomo a rompere ogni vincolo e a esprimere sfrenatamente la sua gioia esultando per uno scampato pericolo pubblico.

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Nell’epodo 13 il bere assume una connotazione non del tutto positiva, poiché riesce ad offrire un conforto solo precario ad un’infelicità senza rimedio, una pausa in mezzo ai travagli e all’ansia per l’avvenire.

Ma è nelle tecniche della lavorazione e conservazione del vino che Orazio dà un saggio della sua competenza invitando a travasarlo nelle anfore greche (Odi, I, 20), chiuse già allora con tappi di sughero, argilla o cera e poi sigillati con la pece (Odi, III, 8), e poi a purificarlo attraverso l’uso di filtri (Odi, I, 11).

Orazio ci informa riguardo il rituale preciso che il convito deve seguire nel suo svolgimento, fatto rispettare dal rex convivii o magister o arbiter bibendi, al modo di comportarsi, per esempio mai rifiutando il vino offerto dal padrone di casa (Epistole, I, 18), mai occupando, se di rango inferiore, i posti riservati agli ospiti illustri, mai ubriacandosi per non esagerare nel dialogo e per apprezzare i cibi offerti (Satire, II,8).

Infine nel carmen I,11, appare evidente il rapporto tra il vino e la concezione oraziana della vita: il vino assume un valore metaforico, rappresenta infatti la capacità di godere del presente.

È dedicata a Leuconoe, la fanciulla ingenua che tesse sogni illusori sul suo futuro. Orazio invita Leuconoe a non cercare di capire il suo futuro, dissipando il proprio tempo, perché è impossibile conoscere ciò che accadrà, dunque bisogna accettare il proprio destino, godendo del tempo presente, cercando di “quidquid erit pati” (accettare qualunque cosa accadrà). Per imparare questa saggezza esistenziale Leuconoe, e con lei ogni individuo, dovrà vivere intensamente giorno per giorno.

Carmina, I, 11 Carpe Diem

Tu ne quaesieris (scire nefas) quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati! Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam, quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

CONCLUSIONE

Questo lungo viaggio nella storia del vino, ed egualmente dell’uomo, ha consolidato e forse accresciuto il mio pensiero riguardo ciò che per me esiste dietro un bicchiere di vino.

Esso nasconde - dico nasconde perché è spesso celata agli occhi di molti - una storia millenaria, di lavoro, cultura, e passione, che ha visto uscirne consolidati i valori dell’amicizia, della solidarietà, della società come collettività.

Inoltre il fine del vino non è quello dell’ebbrezza come molti ritengono, vedendo nel vino una sostanza psicotropa come un’altra, ma del piacere. Un piacere che solo il vino può offrire al nostro naso o alla nostra bocca, facendo, di tipo in tipo, giungere esperienze sensoriali diverse, che non sono per forza dovute all’alterazione notevole di facoltà mentali e fisiche.

Il vino è forse l’emblema delle contraddizioni umane: presente sin dalla nascita della biochimica, ha spinto l’uomo in avanti sulla strada del sapere e allo stesso tempo lo ha frenato inducendolo ad abbruttirsi nel vizio. Il vizio è dato dall’abuso dei piaceri che la vita ci offre, e il vino, come ogni sostanza alcolica in generale, è spesso soggetta ad un uso sbagliato in quanto eccessivo, che vede poi aperte le strade verso l’alcolismo.

Orazio invita invece a rispettare il giusto mezzo, definendo la mediocrità una virtù, una delle più alte, attribuendole addirittura l’aggettivo “aurea”. Per mediocritas l’autore intende un’ ottimale moderazione, che sottende il rifiuto di ogni eccesso.

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BIBLIOGRAFIA

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