Test Universitario di Bruni, Schemi riassuntivi di Storia della lingua italiana. Università di Torino
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Test Universitario di Bruni, Schemi riassuntivi di Storia della lingua italiana. Università di Torino

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BRUNI LA METAFONIA E LA DITTONGAZIONE SPONTANEA E METAFONETICA. CAPITOLO 5

Il sistema vocalico dell’italiano si fonda su quello del latino volgare e quasi coincide con esso. Infatti l’italiano ha apportato una sola modifica è consiste nell’apertura in dittongo di ę ed ǫ in sillaba aperta. Abbiamo dunque bŏnu > buono, lŎcu > luogo, fŎcu > fuoco, vĔnit > viene, pĔde > piede. Questi due dittonghi, che sono ascendenti (accentati cioè sul secondo elemento vocalico) e risultano dalla sequenza semivocale + vocale, si producono in Toscana e sporadicamente nel nord, e prendono il nome di DITTONGHI SPONTANEI. Il dittongo ję si chiude in I se è seguito da vocale in iato diversa da I: měu > mio, děu > dio. Se la vocale che segue è una I, il dittongo non è impedito, měi > miei. Analogamente per WO: TUO, TUA, BUE contro TUOI, BUOI. Le vocali toniche si aprono solo se colpite dall’accento. Agli spostamenti di accento si ha il dittongo mobile. La formazione dei dittonghi deve essere stata preceduta da un allungamento delle vocali ę e ǫ in sillaba libera. Il Wartburg ha attribuito agli invasori germanici la differenziazione tra sillaba bloccata e sillaba libera e l’allungamento della vocale in sillaba libera. Non vi è dittongazione nel provenzale. Anche in Italia la differenza tra sillaba aperta e chiusa si traduce in esiti vocalici diversi; tale differenza sarebbe massima al nord e perderebbe d’intensità man mano che si scende verso il meridione, in parallelo con un più debole influsso longobardo. In definitiva secondo WARTBURG il modo con cui gli invasori germanici pronunciavano il latino, sarebbe stato imitato dalle popolazioni indigene e avrebbe dato una spinta decisiva alla dittongazione. In molte regioni dell’Italia funziona un diverso sistema di formazione dei dittonghi. La metafonia presente in numerose lingue, consiste nell’influenza esercitata dalle vocali finali ŭ Ī sulla tonica precedente. In pratica Ī ed ŭ sono vocali a grado minimo d’apertura, e dunque la metafonesi agisce diminuendo il grado di apertura della tonica, conformandola al grado di apertura dell’atona. La metafonesi agisce anche nei verbi. Ad esempio mĒnsem perde la lunghezza fonologica e acquisisce il grado chiuso, mese, al plurale misi. L’armonizzazione avviene portando la ǫ a u esempi: KILLA quello, KESTA questa. Dalla metafonesi di ę ed ǫ si formano i dittonghi je e wo. La metafonia di tipo NAPOLETANA è estesa su vaste zone del mezzogiorno continentale, fino alla Calabria meridionale, al Salento e alla Sicilia escluse (un’area della Sicilia comprendente Enna e Caltanissetta, si ha metafonia, ma di epoca non antica). Possiamo così riassumere la metafonia di tipo napoletano:

Ẹ …. I – u-i ọ … i-u- u ę … i- u- je Ǫ … i- u- wo

Quando le vocali finali sono diverse da i ed u allora / ę Ǫ ẹ ọ / restano intatte.

Una metafonia diversa dalla napoletana è quella che si suole definire di tipo CIOCIARESCO (diffusa nell’Italia mediana).

Ẹ …. I – u-i ọ … i-u- u ę … i- u- ẹ Ǫ … i- u - ọ

Come si vede gli esiti di ẹ ed ọ coincidono con quelli della metafonia napoletana, invece ę Ǫ non danno luogo a un dittongo ma si chiudono in ẹ ọ, sicché risulta un generale spostamento di apertura delle quattro vocali interessate. Esempi: PEDE PEDI. A nord di Ancona si ha metafonia soltanto da i, MESSO- MISSI. Nel nord la metafonia agisce oltre che su / ẹ ọ ę Ǫ / anche su A che per effetto di I presenta un’evoluzione palatale. Il fenomeno si prolunga nelle regioni meridionali del versante adriatico. Abbiamo distinto

tre tipi di metafonia (napoletana, ciociaresca e settentrionale). Un aspetto importante della metafonia, messo ripetutamente in rilievo dagli studiosi è il suo rendimento flessionale: la distinzione del singolare e del plurale, del maschile e del femminile, delle persone verbali, è in italiano assicurata dall’alternanza delle desinenze. Invece in molti dialetti settentrionali e meridionali le atone finali sono cadute, sicché la distinzione morfologica resta affidata al fenomeno fonetico della metafonia. Tuttavia la distinzione flessionale garantita dalla metafonia è meno precisa di quella assicurata dalle desinenze. Lo Schurr ha messo in contrasto il romagnolo e il veneto, egli afferma che la causa della dittongazione spontanea è un dittongo discendente.

CAPITOLO 6. PROFILO DELL’ITALIA DIALETTALE

I confini linguistici possono non coincidere affatto con i confini politici; nei casi più favorevoli la sovrapposizione è approssimata. Sull’ arco alpino la mescolanza è molto ampia. In valle d’Aosta e su una striscia del Piemonte occidentale, lungo il confine con la Francia, la lingua materna non è l’italiano ma il franco provenzale (valle d’Aosta e Piemonte nordoccidentale) e il provenzale (Piemonte sudoccidentale). Quindi l’italiano è la lingua ufficiale di popolazioni il cui idioma materno ha i suoi centri d’irradiazione fuori del paese. In valle d’Aosta si ha una situazione di trilinguismo perché al franco provenzale si aggiungono come lingue ufficiali l’italiano e il francese. In provincia di Bolzano (alto Adige, o Tirolo meridionale) la maggioranza della popolazione è di lingua tedesca. In provincia di Trento e in Friuli sono suddivisi due tronchi di espressioni ladina (ladino centrale dolomitico e friulano) mentre il terzo è nel Canton grigiori (retoromanzo). Al confine con la Jugoslavia esiste una minoranza che usa lo sloveno, una lingua della repubblica jugoslava. Le situazioni di bilinguismo non si limitano per altro alle zone di frontiera. Minoranze alloglotte che parlano cioè una lingua diversa dall’italiano, sono sparse in vari punti del paese. Sono di lingua non romanza:

1. Le colonie serbo-croate, di cui resta traccia in alcuni paesi del Molise (Acquaviva, Collecroce), residuo di più ampi insediamenti avvenuti nel xv secolo ad opera di popolazioni che abbandonano la loro terra per sfuggire ai turchi.

2. Alcuni paesi di lingua greca nella Calabria meridionale (Amendolea) e nel Salento (Calimera). La lingua dei centri salentini si chiama anche grico per distinguerla dal greco.

L’origine di queste colonie, magno greca o bizantina è controversa:

3. Alcuni paesi di lingua albanese, sparsi in Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria (Spezzano Albanese) Sicilia (Piana degli albanesi).

Idiomi romanzi diversi dall’italiano si parlano:

1. Ad Alghero in Sardegna dove la popolazione è di origine catalana in seguito alla conquista militare della città da parte di Pietro IV d’Aragona (1354).

2. A feto e Celle, dove sopravvivono due colonie valdesi di lingua franco provenzale

3. A Guardia piemontese dove c’è una colonia valdese di lingua provenzale. 4. In alcuni paesi sparsi nell’Italia settentrionale, di lingua tedesca. 5. Infine troviamo le colonie gallo italiche (provenienti dall’Italia settentrionale)

in Sicilia (Francavilla) e in Basilicata (Picerno).

L’ITALIANO FUORI D’ITALIA

L’italiano è parlato anche fuori dall’Italia, in primo luogo nel Canton Ticino, l’italiano è una delle tre lingue ufficiali nella Confederazione Elvetica. Un dialetto vicino al toscano si parla in Corsica, nel principato di Monaco si parla un dialetto ligure; l’italiano è stato vitale a Malta; minoranze di lingua italiana, infine si trovano in territorio jugoslavo, disseminate in Istria e in Dalmazia.

IL PROBLEMA DELL’INDIVIDUAZIONE DELLE AREE DIALETTALI FONDAMENTALI

Secondo alcuni studiosi l’Italia, è un divisa in due da un confine linguistico che interessa l’intera Romania. Fu il Wartburg ad osservare che le lingue romanze occidentali, lo spagnolo, il portoghese, il catalano, il francese, il provenzale, il ladino e l’italiano settentrionale sembrano accomunate da due caratteristiche: la sonorizzazione delle sorde intervocaliche, che può spingere al grado zero; il mantenimento della s finale latina per la formazione del plurale. Invece le lingue romanze orientali, l’italiano centromeridionale, il veglioto, il romeno, conservano le sorde intervocaliche del latino e non hanno la s al plurale. Es: spagnolo ortiga francese ortie italiano ortica romeno urzica. La linea di divisione passa proprio attraverso l’Italia, lungo due estremi che vanno grosso modo da la Spezia a Rimini. Infatti il segmento occidentale della linea la Spezia- Rimini separa nettamente i dialetti di tipo toscano dai dialetti settentrionali, percorrendo un itinerario coincidente con l’Appennino settentrionale. Rohlfs ha mostrato che il confine la Spezia Rimini separa numerosi fenomeni dialettali. La linea La Spezia Rimini non va intesa in modo rigido. Rohlfs ha sostenuto che un altro confine corre all’incirca da Roma ad Ancona. Anche Pellegrini ha proposto una nuova suddivisione dialettale inteso come il complesso delle varie parlate della Penisola e delle Isole che hanno scelto come lingua guida l’italiano. Le varietà fondamentali individuate da Pellegrini sono 5: toscano, friulano, sardo, dialetti settentrionali a nord di la spezia rimini dialetti centro meridionali compresa la Sicilia a sud di la spezia rimini. Varietà diverse convivono nella stessa area.

FIORENTINO E ITALIANO

Il dialetto toscano è alla base dell’italiano standard. Le caratteristiche principali sono: Anafonesi di E chiusa in I e di O chiusa in U davanti a determinati suoni, dittongazione spontanea di Ĕ o Ŏ toniche del latino classico in je e wo, passaggio di E atona ad I es. molte uomene “ molti uomini”, Passaggio di AR atono a ER nel futuro di prima coniugazione es. amaro’- amerò, Passaggio di RJ intervocalico a J. l’italiano condivide le scelte del fiorentino e conosce l’anafonesi, ignota agli altri dialetti mentre, al contrario non presenta tracce del fenomeno metafonetico, così diffuso nelle varietà sia settentrionali che meridionali. Nei dialetti si ha dittongazione sia metafonetica che spontanea, ma l’italiano sulla falsariga del fiorentino presenta solo quest’ultima. Vi sono alcuni punti in cui l’italiano e il fiorentino divergono. Il fiorentino ha la tendenza a chiudere in Ǫ il dittongo WO : bǪno, nǪvo, Ǫmo. L’italiano e il fiorentino coincidono in realtà solo nella serie che sonorizza alle occlusive sorde di lupo, prato, amico, corrispondono in fiorentino e in vaste zone toscane dei suoni fricativi e talora aspirati. In primo luogo è necessario precisare in quali condizioni si verifichi l’aspirazione toscana, unifichiamo sotto questa denominazione o sotto quella di gorgia, la modificazione delle occlusive nella realizzazione sia fricatica che aspirata. L’aspirazione investe le occlusive in posizione intervocalica tanto all’interno di parola che in fonetica sintattica. Infatti la parola può essere isolata dal contesto della frase solo con un procedimento d’astrazione. Nell’emissione continuata della catena verbale le parole si succedono le une dalle altre, di conseguenza una parola che cominci con P-T-K e sia preceduta da parola terminante per vocale, viene a trovarsi in posizione fono sintattica intervocalica ed è realizzata con

l’aspirata. Le occlusive sorde restano intatte sia in posizione postconsonantica che all’inizio di frase. Questo vale per le occlusive sorde brevi, mentre le lunghe sono mantenute. LA GORGIA è stata rilevata da Clemente Merlo che vide nella gorgia toscana una reazione del sostrato etrusco. L’assoggettamento di un popolo da parte di un altro comporta una situazione di bilinguismo presso il popolo vinto. Con il tempo però il popolo vinto finisce per abbandonare la propria lingua. Si ha una reazione di sostrato quando certe peculiarità fonetiche o lessicali sono dai parlanti trasferite dalla vecchia alla nuova lingua madre. Gli scambi che avvengono tra le lingue prendono il nome di interferenze. Nell’etrusco c’è una forte presenza di suoni aspirati, dunque secondo il Merlo, la gorgia toscana risale all’antica abitudine fonatoria degli Etruschi, che quando si latinizzarono, trasferirono sulla nuova lingua l’abitudine alle aspirate radicata all’idioma materno; tale abitudine si sarebbe conservata fino alla fase romanza. Limitata al settore fonetico, la reazione di sostrato nell’accezione del Merlo, avviene non per motivi di ordine storico, ma meccanico, è la speciale conformazione dell’organo vocale, che spiega come determinati suoni della nuova lingua vengono modificati dai parlanti. Il Merlo aveva indicato che il toscano copre all’incirca l’area su cui erano anticamente insediati gli Etruschi; il Rohlfs obietta però che alla gorgia è estraneo il Lazio settentrionale, che pure fu zona diretta influenza etrusca. La distribuzione dei suoni è diversa perché, la gorgia toscana non si ha in posizione postconsonantica. Della gorgia non vi è traccia nel corso che tra VIII e il IX secolo fu esposto alla penetrazione marina e commerciale toscana: se la gorgia risalisse a quell’epoca il corso dovrebbe averla. Per la più antica attestazione della gorgia bisogna aspettare il Polito 1525 un dialogo del senese Claudio Tolomei. Una nuova spiegazione della gorgia è stata fornita da Weinrich 1958 e Contini 1959. Per Weinrich dal punto di vista fonologico la gorgia è la manifestazione di un meccanismo tutt’altro che raro, che egli chiama variazione. La variazione consiste nel fatto che un suono P-T-K, mantenuto in posizione forte, in posizione debole, si realizza in modo foneticamente diverso. In alcune zone della Toscana si ha invece in posizione debole un’occlusiva aspirata, cioè: p/ ph impudiho, t / th, k / h. Nell’Italia mediana e in parte nel meridione (fino a Napoli) i fonemi P-T-K del latino si sdoppiano per variazione fra una realizzazione sorda, a una lenita, cioè sonorizzata a metà. Le sorde sono tali oltre che per la mancata vibrazione delle corde vocali anche per l’energia articolato ria con cui sono pronunciate; le sonore s’individuano per la vibrazione delle corde vocali e perché leni, articolate con minore intensità. Un’occlusiva può pronunciarsi senza sonorità ma indebolita, si avrà allora una sonorizzazione a metà. Esempi: imprestà, kopercu, poku, i karboni. Lo stesso meccanismo si ha nel sassarese. La gorgia toscana mantiene la sua unicità dal punto di vista dell’esito fonetico in fricativa sorda o in aspirata. Anche nel corso D-B-ĝ sono varianti di P-T-K. Contemporaneamente e indipendenti l’uno dall’altro Weinrich e Contini hanno sottolineato l’importanza della zona di lenizione a sud della Toscana. A parte alcune divergenze i due studiosi hanno sottolineato l’affinità che lega la gorgia e la lenizione, e insieme la diversità dei due fenomeni, consistente ovviamente nella diversa soluzione fonetica. Contini, ha osservato che la realizzazione fricatica o aspirata serve a salvaguardare le sorde intervocaliche, mentre nella zona di lenizione sorde e sonore rischiano di confondersi. L’area dell’aspirazione Toscana e la zona di lenizione mediana e meridionale sono divise da una zona cuscinetto nella quale le occlusive sorde intervocaliche non sono né spirantizzate né lenite, ma conservate proprio come la serie delle sorde in italiano. Il fiorentino si è diffuso in Italia anzitutto come lingua scritta, e dunque l’italiano non conosce le aspirate, che non sono notate nella scrittura. Nel centro sud una vasta area presenta la lenizione, e cioè una sonorizzazione parziale. Ci sono due suoni peculiari del fiorentino ed estranei all’italiano: in sede intervocalica a C italiano in fiorentino corrisponde S. È invece sconosciuto ai

fenomeni italiani Z del fiorentino in luogo di G intervocalico dell’italiano. C / s Cena / sena G / z Gente/ la zente

La prima attestazione di S/C è stata trovata da Castellani in un documento del 1427. Per G/Z lo stesso studioso ha indicato un evoluzione più antica, in epoca già duecentesca.

CENNI SULLE ALTRE VARIETA’ TOSCANE

Delle altre zone della Toscana ricordiamo solo le subaree senese, aretino-chianaiola e pisano-lucchese. A Siena non si ha l’anafonesi; ER atono passa ad AR.Della zona aretino-chianaiola è caratterizzata dalla palatalizzazione di A in ę che giunge fino a Perugia (NESO, MENO). Un esito spiccatamente pisano-lucchese antico è la perdita dell’elemento occlusivo dell’africata dentale per cui si passa da Z a S, da ZZ a SS. RR si scempia in R; il nesso STR passa a SS (NOSSO NOSTRO, MOSSARE MOSTRARE).

CARATTERI GENERALI DEI DIALETTI SETTENTRIONALI; IL CONSONANTISMO

La ricchezza di suoni vocalici e di dittonghi è una delle prime caratteristiche dei dialetti settentrionali. La serie delle vocali si arricchisce con le vocali nasali. Le vocali finali, tranne la A cadono, ne consegue un accorciamento della parola e quindi una diminuzione del numero delle sillabe. Entrambi i fenomeni si colgono in peccatu/ pka, il trisillabico latino si riduce a monosillabo e dalla caduta di E nasce un nesso PK senza riscontro in toscano, ma normale nei dialetti settentrionali. Altri due aspetti che colpiscono a prima vista nei dialetti settentrionali sono:

• L’assenza di consonanti lunghe, le intense del latino sono ridotte a brevi

• Sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche, che possono arrivare al grado zero.

Il corso settentrionale nella posizione debole presenta la sonorizzazione delle occlusive sorde. Nel corso tuttavia non si ha confluenza delle occlusive sorde, sonorizzate in posizione debole, con le occlusive sorde del latino, perché le sonore a loro volta diventano fricative:

P/b t/d k/g

Se la variazione dà luogo a due fonemi, uno sordo in posizione forte P-T-K l’altro sonoro in posizione debole B-D-ĝ, e se le sonore di origine latina restano sonore, allora i suoni prodotti in posizione debole cessano di essere allofoni di P-T-K e si fonologizzano. Solo il corso mantiene fra le lingue romanze occidentali la variazione. Nelle altre lingue romanze occidentali, ibero romanzo, gallo romanzo, e dialetti italiani a nord di la Spezia Rimini si ha sonorizzazione. Nel toscano e nella zona di lenizione mediana e meridionale fino a Napoli si ha variazione tra occlusive sorde e aspirate, e rispettivamente, occlusive sorde e occlusive lenite. Nei dialetti settentrionali le occlusive sorde intervocaliche sonorizzano ed eventualmente cadono, le sonore si mantengono o cadono (KAVEI- CAPELLI, KOA-CODA). Sugli altri esiti fonetici del consonantismo ci limitiamo a poche indicazioni essenziali. La velare iniziale sorda K del latino +E, I che in toscano evolve ad affricata palatale C, nei dialetti settentrionali antichi si sviluppa in affricata dentale sorda (ZERTO-CERTU). Nei dialetti moderni l’affricata si è ulteriormente evoluta; l’esito prevalente è S, che risulta dalla perdita dell’elemento occlusivo di Z (SERVELU- CERVELLO, SIRA-CERA). In posizione intervocalica si ha la fricativa palatale sonora Z o S. La velare sonora iniziale G + E, I, evolve in Z o S (CENTE, CENTIL, SéO-GELO). La F intervocalica evolve a V e talora cade (raphanu/ ravanello). La N in posizione finale o

scompare nasalizzando la vocale tonica che precede (ma/mano), o diventa nasale velare. Per quanto riguarda i nessi di consonante + l si ha in vari casi identità di esiti con il toscano; poiché le consonanti lunghe nei dialetti settentrionali si abbreviano, avremo degli esiti brevi anche in posizione intervocalica (NEBULA-NEBIA). Uno sviluppo particolare si ha per KL che diventa C (CHIAMARE-CLAMARE). Il nesso CT ha nei dialetti nordoccidentali (ligure e piemontesi) uno sviluppo in IT simile al francese nocte> noixte> noit, Factu > faxtu > faito. In Lombardia e in Emilia Romagna invece CT diventa C, noc/ notte, lec/ latte, fac/ fatto. Nei gruppi di consonante +J è frequente la propagginazione della vocale nella sillaba che precede (HABEAT-AIBA). La Z passa ad S. A+L dà luogo a U in Piemonte e Liguria.

L’ABBREVIAZIONE DELLE CONSONANTI LUNGHE

Le occlusive sorde intervocaliche, PP si è scempiata in P, TT in T e KK in K, per cui factu > fato. Però l’esito di fato non coincide con quello del latino fatum, che è fado: allora la sonorizzazione precede la degeminazione, e la tendenza alla degeminazione si affermò quando la sonorizzazione aveva cessato di agire. In generale, i suoni P-T-K provenienti dalle rispettive doppie del latino non collidono con le occlusive sorde intervocaliche brevi, perché queste ultime si sono sonorizzate. La sonorizzazione si attuò a partire dal V secolo, mentre la degeminazione avvenne più tardi, a partire all’incirca dal VIII secolo. Esiste un nesso tra i fenomeni della sonorizzazione e i fenomeni della degeminazione (fase latina FACTUM, sonorizzazione FATTO, degeminazione FATO). In altre zone, invece si è avuta variazione ma non degeminazione: il toscano e i dialetti mediani e meridionali conoscono il fenomeno della variazione, ma conservano la distinzione fra consonanti brevi o lunghe.

CENNI SUL VOCALISMO E LA MORFOLOGIA

In toscano due vocali toniche del latino volgare ę e Ǫ sono trattate diversamente in relazione alla loro posizione nella sillaba: le ę e le Ǫ in sillaba aperta si aprono in dittongo, in sillaba chiusa si conservano. Il diverso trattamento, dipende dalla natura della sillaba, di una vocale, può chiamarsi DIFFERENZIAZIONE VOCALICA. La differenziazione vocalica è molto importante in alcune lingue romanze e in molti dialetti italiani settentrionali e della fascia adriatica centro-meridionale. Secondo il Wartburg la differenziazione vocalica investiva un alto numero di vocali al nord e un numero via via decrescente al sud, e poiché l’accento germanico allunga le vocali in sillaba libera, nella distribuzione geografica del fenomeno, lo studioso svizzero vedeva rispecchiare l’azione del superstrato germanico, progressivamente meno intensa man mano che si passa dalle regioni settentrionali al mezzogiorno. Tuttavia è stato obiettato, che in alcuni dialetti meridionali la differenziazione vocalica è ancora più vistosa che nel nord. In italiano sono lunghe le vocali toniche in sillaba libera non finale, brevi le toniche in sillaba bloccata, le toniche finali e le atone. L’italiano conserva il valore distintivo della lunghezza consonantica, ma i dialetti a nord della linea la Spezia – Rimini, partecipano alla sorte degli altri idiomi romanzi di occidente, e abbreviano le consonanti lunghe. Avvenuta la degeminazione, sono possibili tre soluzioni al problema della quantità vocalica:

1. La vocale trovandosi davanti a una consonante lunga diventa breve, si allunga automaticamente assimilandosi alla vocale lunga che precede una consonante rimasta breve (FER-FERRUM);

2. Al livellamento delle consonanti brevi e lunghe in consonanti brevi corrisponde un livellamento delle vocali brevi e lunghe (CAPA-CAPPA);

3. Si rifonologizzano le quantità vocaliche.

La rifonologizzazione si è avuta in friulano, nei dialetti emiliani e bolognesi. Tuttavia la quantità vocalica, è stata più spesso trasformata nei dialetti settentrionali e adriatici, grazie alla differenziazione vocalica, in distinzione qualitativa. I dialetti settentrionali e quelli adriatici presentano in effetti una grande ricchezza di sistemi vocalici. La differenziazione vocalica agisce sempre formando dei dittonghi. La A tonica in sillaba libera si palatalizza in ę in Piemonte. La stessa evoluzione, sporadicamente attestata in Lombardia, generalizzata in Emilia Romagna (nęs = naso, sęl = sale, lęna = lana) si trova in alcune zone dell’Italia centrale e caratterizza fortemente i dialetti centro meridionali adriatici. La vocale ẹ in sillaba libera si apre nel dittongo discendente EI con ulteriori sviluppi (PREISI-PRESI). Analogamente da ọ si in sillaba libera si ha il dittongo discendente OU. Nei dialetti settentrionali si conserva la vocale finale delle desinenze latine, sicché da atis, etis, itis, si ha ati, eti, iti, contro, ate, ete, ite del toscano. Nei dialetti settentrionali, specialmente del Veneto, la terza persona plurale coincide con la terza del singolare. La s finale del latino, oggi conservata sporadicamente, soprattutto in aree marginali, ha avuto una certa vitalità in epoca medievale: si possono citare martes = martedì in Piemonte.

IL LIGURE

All’interno della vasta area dei dialetti settentrionali si individuano alcune subaree. Nel consonantismo ligure si registrano esiti particolari:

PL c Cuma > pluma

Bl g > bianco

Fl s > flamma

Nel ligure, le vocali finali sono più resistenti che nel resto dei dialetti nordoccidentali.

VENETO

I dialetti veneti hanno una posizione autonoma, distinta da quella dei dialetti gallo- italici. La metafonia da I resta vitale nella zona centrale dei dialetti padovano, vicentino, polesani, dove pure sono caratteristiche le fricative interdentali. Come in Liguria anche in Veneto le vocali finali sono conservate più che negli altri dialetti settentrionali. In Veneto non ci sono le vocali turbate Ö e Ü. I dittonghi spontanei sono più numerosi che nel resto dei dialetti settentrionali, e ciò contribuisce ad avvicinare il veneto al toscano. L’esito di CL in veneto è C (OCO-OCCHIO). Nel nesso CT si ha assimilazione con de geminazione note > notte, fruto > frutto. Abbastanza caratteristico del veneto è il participio in esto. Credesto > creduto, podesto > potuto.

IL FRIULANO

Una parte delle principali caratteristiche del ladino centrale è condivisa dal friulano. La varietà dolomitiche, così come quella del Canton Grigioni, sono prive di un dialetto sovra municipale; di una KOINE’, inoltre la lingua di cultura è generalmente il tedesco non solo nel Canton Grigioni svizzero, ma anche nella zona del gruppo centrale, dove i Tirolesi, di lingua madre tedesca, sono la maggioranza e le valli gravitano verso centri di lingua tedesca. L’italiano invece, è la lingua di cultura che si confronta con il dialetto friulano. In

questa regione anche il veneziano, ha avuto, una notevole diffusione come varietà linguistica più prestigiosa di quella locale. Il friulano è stato usato nella scrittura già in età antica. Tra le caratteristiche fondamentali del friulano ricordiamo: la QUANTITA’ VOCALICA diversamente che in italiano, ha valore FONOLOGICO (da un lato si ha MIL- MILLE-MIELE, PES-PESCE-PESO). Nell’udinese e nella rappresentazione scritta del dialetto, figurano i dittonghi / ję/ e / wę/. Caratteristica del friulano è la palatalizzazione delle velari K-G+A. La conservazione della S latina è un fenomeno fonetico le cui conseguenze morfologiche sono i plurali in S e le uscite in S alla seconda persona singolare e plurale dei verbi dell’indicativo presente. Ricordiamo in fine la desinenza IN alla prima persona plurale dell’indicativo presente delle quattro coniugazioni. In friulano i pronomi personali soggetto non si confondono con le forme oblique (VENEO MI-TI, FRIUL. IO-TU). Pellegrini insiste ripetutamente sul fatto che una parte delle caratteristiche del ladino dolomitico e anche del friulano trova riscontro nelle fasi meno recenti dei dialetti settentrionali: in altri termini il friulano, come il ladino del gruppo centrale, ha conservato fasi linguistiche, condivise un tempo da altri dialetti. Le parlate delle valli ladine sono rimastre estranee alle innovazioni provenienti dalla pianura e dai centri cittadini.

I DIALETTI CENTROMERIDIONALI

I dialetti centromeridionali si dividono in sezioni: SEZIONE MEDIANA: area marchigiano, umbro, romanesca. DIALETTI MERIDIONALI: sezione molto ampia, Campania, Basilicata (Lucania), Abruzzo, Molise, Puglia. Dialetti meridionali senza il sostrato sono: il Salento (Lecce) Calabria, solo parte settentrionale. DIALETTI MERIDIONALI ESTREMI: Salento, Calabria quasi tutta e la Sicilia. Una relativa unità dell’area centromeridionale era più evidente in età medievale, quando il romanesco presentava alcuni tratti linguistici spiccatamente meridionali. Durante il XVI secolo il romanesco perse i suoi caratteri sotto l’influsso toscano la conseguenza, fu che la diffusione di un modello linguistico sovramunicipale, il fiorentino che condizionò fortemente il romanesco, agì da un lato nel senso di una tendenziale standardizzazione, d’altra parte accentuò la frammentazione linguistica. Qualcosa del genere avviene con il veneto che per le sue caratteristiche si distacca dagli altri dialetti del gruppo settentrionale e si accosta al toscano. Nell’area centromeridionale ha grande importanza la metafonia. Un’assimilazione comune nell’area mediana e meridionale è la metafonia, ND > NN, MB > MM (COMMANNAO- COMANDò, QUANNO-QUANDO). L’evoluzione di ND in NN, trova un preciso riscontro nell’osco umbro. Di recente si è dimostrato che l’assimilazione si è irradiata dall’Italia centrale e si è estesa verso il sud in epoca tardo medievale. La Calabria meridionale, il Salento e la Sicilia nordorientale conservano invece ND e MB. Si ha dunque metafonia di tipo napoletano, sonorizzazione dell’occlusiva sorda in posizione postnasale, esito di ARIUS in ARO, ARU. Si può aggiungere che a Sud della linea Roma-Ancona, l’esito principale di G+E, I, DJ e J è J, contro l’esito toscano che è G e quello settentrionale che è Z.

I DIALETTI MEDIANI

Un tratto generale dei dialetti mediani è la metafonia, comunemente di tipo ciociaresco. La metafonia aspirata ciociaresca si realizza sempre con effetto di chiusura delle vocali di un grado. È indizio di arcaicità, il mantenimento, nel vocalismo finale, dalla distinzione fra O e U del latino, che si osserva in parte in Umbria, in parte dell’Abruzzo e delle Marche e nel Lazio meridionale : mentre U compare nei sostantivi che appartengono alla classe latina in us, si ha invece O nelle parole che in latino terminano in O. Presentano O

come vocale finale quei nomi indicanti materie (FUKU-FUOCO, MUNNU-MONDO) più forte è la tendenza alla palatalizzazione di L preconsonantica, AITRA-ALTRA. Nel Lazio, Umbria e nelle marche l’esito di LJ è JJ o J, FIJJA, MEJJO. LD diventa LL CALLO-CALDO. E aperta diventa E chiusa. E chiusa diventa una I. O aperta diventa O chiusa. O chiusa diventa una U. Le voci che terminano in u sono di sesso maschile. Nel sud la metafonia è di GENERE, in quanto interessa prevalentemente le voci maschili.

Pede pedi chiusura di un grado per effetto di metafonia

Dente denti

Nera Niro opposizione la METAFONIA CIOCIARESCA si manifesta sulla E o sulla O.

Rosso russo o russi

I DIALETTI MERIDIONALI

Tipica dei dialetti meridionali è la METAFONIA NAPOLETANA, metafonia di tipo meridionale provocata dalla E e dalla O. La differenza sta nel risultato. E chiusa ed O aperta diventano I ed U.

Kella killu secon secun ross russu

C’è il trattamento della e aperta. METAFONIA DITTOTTANGHE. Si crea un suono di dittongo.

Pede piede porta puorti (seconda persona).

Pier pierd dittonghi che si manifestano all’interno della sillaba chiusa

La dittongazione spontanea si manifesta esclusivamente all’interno di una sillaba libera (Toscana). La dittongazione CONDIZIONATA (per effetto della finale) può realizzarsi anche all’interno di una sillaba chiusa. I dialetti meridionali hanno la dittongazione metafonetica (dittongazione anche all’interno della sillaba chiusa) è caratterizzato dalle vocali aperte. Le vocali atone finali diventano vocali indistinte. Caratteristica dei dialetti meridionali è la confusione di B e V. Essa è una caratteristica del sostrato (area napoletana). Vocca-bocca, vivere-bibere, barbaro- varvaro. L’articolazione quando e V tende a raddoppiarsi Debbete-debiti. C’è una tendenza all’assimilazione progressiva di ND in NN, quando-quan, mundu-monno. C’è la tendenza anche di MB in MM, gamba- iamm. Caratteristiche del vocalismo, il dittongo AU che in toscano si chiude in Ǫ, si conserva o si modifica in AO (CANTò-CANTAO, ANDAO, PARLAO). Le vocali di fine parola tranne A si conguagliano in un'unica vocale Ə, (TRASE-ENTRA). Caratteristico del napoletano è l’allungamento della M intervocalica, tremmare, ammore. In posizione intervocalica il napoletano conosce solo V o BB: abbeto > abete, debbeto-debito. Il nesso qu si velarizza, kisto, killo. Alcuni nessi di consonante + l hanno uno sviluppo particolare, PL-KJ, plumbu > chiummu, plattu > chiattu. GL> L, FL>S FLORE-SORE. Da NJ e VJ si ha GG, da PJ si ha CC SEPIA-SECCA. Nei nessi NT-NK-NC-NS, la nasale sonorizza la consonante seguente: dende, biango, kambana. Nei gruppi LS-NS-RS, la S passa a Z: penzare, muorzo > morso. Il meridione non conosce l’articolo il, dunque LO copre le funzioni di IL e LO del toscano. Come pronome di terza persona singolare in luogo di egli, lui, lei, loro si impiegano esso, issu, illu, iddu. Nei dialetti meridionali restano tracce del neutro, che viene individuato dall’assenza di metafonia. Si ha infatti chisto/ chesta al maschile e al femminile ma chesto al neutro. Il congiuntivo è poco usato, a vantaggio

dell’indicativo. È diffusa la costruzione verbo + complemento oggetto animato retto dalla preposizione a: vedere a qualcuno.

I DIALETTI MERIDIONALI ESTREMI

E lunga, I breve, I lunga danno tutti una I, O lunga, U breve, U lunga danno tutti una U. Le E vengono pronunciate in modo aperto. In queste aree sono assenti le assimilazioni, abbiamo un’articolazione CACUMINALE. Una parte dei fenomeni più caratteristi dei dialetti meridionali non raggiunge le aree estreme del Salento, della Calabria, della Sicilia. Come si è detto al Salento, alla Calabria meridionale e alla Sicilia nordorientale sono estranee le assimilazioni di ND e MB. Si ha una sonorizzazione di consonante postnasale, per cui MP diventa MB CAMBANA, NT>ND DENDA, NC>NG e NK>NG BIANGO. Nel Salento settentrionale il vocalismo tonico è di tipo napoletano, si ha cioè metafonia. Nel Salento, come nella Sicilia e nella Calabria centromeridionale, LL e TR, hanno una realizzazione cacuminale (KAVADDU). Caratteristica del Salento è poi la desonorizzazione delle occlusive sonore (PATISSA-BADESSA). Separata dai dialetti meridionali per via della zona Lausberg, la Calabria non è unitaria dal punto di vista dialettale, ma va suddivisa in due zone diverse, distinte da una linea che grosso modo parte dal golfo di S. Eufemia sul Tirreno e attraverso Catanzaro arriva al golfo di Squillace sullo Ionio. In Calabria settentrionale si dimostra vitale, il passato prossimo, mentre nel sud della regione, come in siciliano, prevale il passato remoto. La Calabria del nord condivide altri fenomeni meridionali come la confluenza di B e V, l’assimilazione di ND e MB, la dittongazione metafonetica, cui il resto della Calabria è estraneo. L’infinito è usato solo in dipendenza del verbo potere. Siamo rimandati all’influenza del superstrato greco e pertanto alla permanenza dei Bizantini nella Calabria e nel Salento. Quando nel 568, i Longobardi penetrarono in Italia, piegarono rapidamente la resistenza bizantina, ma non conquistarono integralmente il paese; con il Lazio e la Romagna, restarono al di fuori dell’influenza politica diretta degli invasori la Calabria, la Sicilia e la Puglia. Mentre dunque l’influsso bizantino nella grande maggioranza del territorio italiano fu di breve durata, le regioni estreme del meridione restarono nella sfera d’influenza orientale più a lungo: nel corso del IX secolo, la Sicilia fu conquistata dagli Arabi, ma la Calabria e la Puglia rimasero bizantine fino alla riunificazione dell’Italia meridionale e della Sicilia operata dai Normanni. Anche dopo la conquista normanna il greco restò vitale. Queste vicende storiche spiegano poi come la Calabria meridionale, si distacchi dalla settentrionale per apparentarsi invece alla Sicilia orientale, che fu sede particolarmente nella zona del Messinese, di un capillare insediamento greco.

IL SARDO

Il sardo è una lingua romanza. In Sardegna si distinguono quattro aree dialettali: CAMPIDANESE a sud (con Cagliari). LUNGODORESE al centro. GALLURESE a nord est. SASSARESE a nord-ovest. Il sardo non conosce i dittonghi. Un’altra somiglianza con i dialetti meridionali estremi è lo sviluppo di LL nel suono cacuminale DD. Il logudorese conserva le occlusive valari sorda ne sonora K e G anche davanti a E-I (KENTU-CENTO, KELU-CIELO). I gruppi QW e GW evolvono in B (LINGUA-LIMBA). Le occlusive sorde intervocaliche in posizione debole vengono sonorizzate o spirantizzate, le sonore cadono. Si conservano S e T finali del latino, di conseguenza il plurale è in s. femina > feminas, muru > muros omine > omines. Anche alcuni neutri in us della terza declinazione conservano l’uscita del latino. La morfologia verbale è anch’essa prossima al latino: il sardo conserva l’imperfetto congiuntivo latino. La storia linguistica dell’isola è molto complessa. Già la romanizzazione, avviata nel 238 a.c, quando la Sardegna

divenne provincia romana, si completò forse solo intorno alla metà del I secolo a.c.: la sua lentezza si spiega la difficoltà della penetrazione nelle regioni dell’interno e per l’incontro con gli indigeni, il cui idioma, sconosciuto, ha lasciato tracce nel sardo, nonché con le popolazioni di lingua punica. Dopo il mille, l’isola si aprì alla penetrazione pisana e genovese, successivamente, entrò nell’orbita aragonese sicché, nonostante alcuni tentativi, di adottare come lingua letteraria l’italiano e il sardo, nei centri urbani finì per diffondersi un bilinguismo sardo- catalano prima, sardo- spagnolo poi: al catalano, lingua ufficiale fino al XVII secolo, subentrò infatti lo spagnolo. Principale centro d’irradiazione delle lingue iberiche fu in questo lungo periodo Cagliari. Quando, nel 1720, la Sardegna fu unita al Piemonte, la penetrazione dell’italiano, molto debole fono ad allora, aumentò decisamente, ma il catalano e lo spagnolo rimasero vitali ancora per lungo tempo. Il sassarese e il gallurese sono strettamente collegati con quelli della Corsica. Queste parlate sono di tipo toscano. Nel sassarese si hanno dei collegamenti con il lungodorese. Vi è un evoluzione particolare del vocalismo. All’interno della Sardegna si è persa la percezione della quantità vocalica (da 10 a 5). Nel sardo ci sono tratti di forte CONSERVATIVITA’. Mantiene questi suoni velari di fronte a VOCALI PALATALI. Chentum- cento, Caelum-cielo, Ghirare- girare

CU dà luogo a una P

Assimilazione del nesso QG magnum-mannu

GN dà luogo a NN

Usa una forma diversa per l’articolo. In Sardegna come base si usa ipsum.

• Ipsum per il maschile abbiamo su • Ipsam per il femminile abbiamo sa • Ipsos per l’accusativo plurale maschile abbiamo sos • ipsas per l’accusativo femminile plurale abbiamo sas

Divisione che riguarda il nostro territorio:

Tagliorini, studioso di linguistica italiana divide le parlate in base alle varietà geografiche.

• Dialetti settentrionali VS dialetti toscani • E dialetti centro meridionali

I dialetti settentrionali caratterizzato da diverse isoglosse divisa in ulteriori tre categorie:

- lombardo → dialetti piemontesi → dialetti gallo italici → liguri

→ emiliano romagnoli

• Veronese → veneziano

→ dialetti veneti

→ trevigiano

→ feltrino bellunese

→ vicentino padovano → triestino e veneto giuliano

Dal punto di vista vocalico l’area settentrionale ha un vocalismo atono piuttosto debole. Tendenza delle cadute finali delle vocali (es. padovan, ostigian, bicerin). Le vocali sono tutte deboli tranne la A che si mantiene. La lettera A ha un valore MORFENATICO che ti permette di dire se è maschile o femminile. CONSONANTISMO fenomeno che caratterizza le consonanti. Nel settentrione abbiamo uno scempiamento delle articolate (c’è una tendenza all’articolazione debole delle germinate ha fronte di un’articolazione intensa). ARTICOLAZIONE GERMINATE si ha quando una consonante viene pronunciata in modo forte, intenso (la scrivo due volte)

Fiama fiamma

Articolazione forte

Articolazione germinata

Sorella surella

Veneto piemontese

SONORIZZAZIONE DELLE OCCLUSIVE SORDE IN SEDE INTERVOCALICA, fenomeno per cui nella pronuncia delle vocali producono la vibrazione della laringe (fenomeni di lenizione). OCCLUSIVE, consonanti, sono quelle che si producono dall’apertura del canale boccale che prima era chiuso. OCCLUSIVE SORDE, consonanti espresse senza la vibrazione della laringe (P, T, Q). SEDE INTERVOCALICA, si ha quando le consonanti si trovano tra due vocali. G corrisponde alla sonora di C. P corrisponde alla sonora di B in settentrione V. T corrisponde alla sonora di D

Ripam riva nepotem in veneto nevodo

Il toscano nel trattamento di queste vocali, fa da mediatore tra settentrione e meridione. La toscana spira le consonanti. Il suo aspirato non ha corrispondenza latina e quindi non si sa come scriverlo.

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