Tracce svolte della prima prova di Maturità 2016 - Analisi del testo, Prove svolte di Maturità di Italiano
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Tracce svolte della prima prova di Maturità 2016 - Analisi del testo, Prove svolte di Maturità di Italiano

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Prima prova di maturità anno 2015 - 2016. Svolgimento del tema di Italiano. Per questa prova è stata svolta l'Analisi del testo
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#SalvaMaturità

Tracce svolte della Prima

Prova di Maturità

Anno 2015-2016

Tipologia: Analisi del testo

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PROVA DI ITALIANO - TIPOLOGIA A – ANALISI DEL TESTO

Svolgimento

1. Comprensione del testo

In questo frammento di uno dei saggi della raccolta di Umberto Eco Sulla letteratura, il

grande critico, noto a tutti per i suoi molteplici interessi, scomparso in tempi recenti, parla

del valore immateriale della tradizione letteraria, ovvero quell’insieme di testi prodotti non

per fini pratici ma per il bello di fare, e soprattutto usufruire della letteratura. Quest’ultima,

afferma Eco, è assai importante in quanto veicolo di creazione, in un certo senso, e di

diffusione della lingua, da sempre strumento unificatore di una nazione, o, più nel ridotto,

di una collettività di individui. Le opere letterarie sono altresì importanti, infine, poiché

forniscono ai lettori materia di riflessione, utile non solo in ambito letterario ma anche nel

reale quotidiano. Sebbene sia naturale che ogni individuo, o più in generale, ogni

generazione, tenda ad interpretare “a suo piacimento” il significato di un’opera letteraria,

Eco in ultima battuta sottolinea come la libertà di interpretazione debba essere in un certo

qual modo limitata dall’originaria intenzionalità del testo, che non deve passare in secondo

piano rispetto a ciò che il fruitore della letteratura intende leggervi al suo interno.

2. Analisi del testo

2.1

Umberto Eco è un autore dei nostri tempi, pertanto, la sua prosa non è affatto inaccessibile,

ma risulta semplice alla comprensione, e per i contenuti ben esposti, e per il modo in cui ciò

viene effettuato, ovvero attraverso l’uso della paratassi (l’autore evita eccessivi gradi di

subordinazione), e di frasi brevi e concise, che ben racchiudono il pensiero dell’autore,

permettendo che esso non si disperda in un uso ridondante di parole. La facilità di

approcciare alla prosa echiana è determinata molto probabilmente dalla sua formazione e

professione accademica: la propensione al didascalico è evidente nella volontà dell’autore

di far ben comprendere i concetti che sta sciorinando al lettore, e se ne assicura attraverso

l’uso di esempi calzanti e accessibili ai più. Lo stile risulta dunque informale, ma non

colloquiale: sebbene Eco incalzi il lettore con domande dirette, il suo modo di esporre i

concetti ben si adatta alla forma del saggio; l’autore procede con spiegazioni esemplificative

e rimandi a fatti concreti (come quando cita l’importanza di Dante, Manzoni e altri autori

delle letterature estere, punti cardine dell’evoluzione di una lingua collettiva). Anche il lessico

risulta di livello medio, in modo da rendere chiare le proprie argomentazioni, con però

arricchimenti e tendenze verso l’aulico (espletati attraverso l’uso di latinismi), così come l’uso

di modi di dire ed espressioni “di propria invenzione”, come il concetto di “eresia critica”,

che rendono meglio il suo pensiero.

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2.2

L’affermazione echiana su cui ci si intende soffermare, è una personale “difesa” dell’autore

all’uso dell’italiano medio, dai più criticato poiché dissacrante rispetto all’aulico da cui, nei

grandi classici, la letteratura italiana è da sempre stata caratterizzata. Potremmo dire di

trovarci di fronte ad uno degli innumerevoli step della celeberrima “questione della lingua”,

che in Italia va avanti sin dal Cinquecento (è chiaro qui l’accenno a Bembo e alle sue Prose

della volgar lingua, trattato in cui, con una soluzione teorica e sicuramente poco naturale,

l’autore stabilisce che si debba prendere a modello, per la produzione letteraria, l’autorità

del fiorentino trecentesco, in particolare quello di Petrarca per la poesia, e di Boccaccio per

la prosa, che come ben possiamo immaginare, era ormai fuori l’uso quotidiano). In virtù del

municipalismo e della distanza tra lo scritto e il parlato, tipici della nostra penisola, in cui

dunque per svariati secoli la letteratura, sia dal punto di vista produttivo, che relativamente

alla fruizione, è stata “un lusso per pochi”, per Eco, l’uso di un italiano medio, anche se

veicolato attraverso un mezzo “inferiore”, frutto della modernità, quale la televisione,

rappresenta, per le problematiche sopracitate, una vera e propria vittoria, poiché ha

consentito l’allargamento del gruppo di utenti di una lingua collettiva, il raggiungimento

della quale è stato dunque assai difficile. Spiega poi Eco, nella sua affermazione, che, tutto

sommato, anche l’italiano medio, considerato dunque erroneamente come una storpiatura

in negativo della “lingua di Dante”, abbia alle sue spalle dei nomi del calibro di Manzoni,

Svevo e Moravia che ne determinano una certa dignità, innalzandolo ad adeguato strumento

di comunicazione, al pari (anzi superiore, se consideriamo il punto di vista quantitativo degli

utenti che vi hanno accesso) dell’italiano di registro elevato. Si ripresenta dunque lo stesso

conflitto di qualche secolo fa, che aveva visto protagonisti il latino e il volgare, quest’ultimo

ritenuto “indegno” mezzo comunicativo, poiché privo, tanto per dirne una, di una tradizione

letteraria di spessore: nel momento in cui questa emergente lingua ha avuto valide

personalità che lo hanno elevato, iniziando a costruire un complesso di testi di riferimento,

e ne hanno fornito una versione “nobile”, ecco che è riuscito a vincere la sfida. Lo stesso è

accaduto all’italiano medio.

2.3

Secondo Umberto Eco, la letteratura è un bene immateriale (aggettivo che serve a

distinguerla dai beni materiali, come un tetto sopra la testa, la sicurezza economica…),

specificando però che con questa espressione ci si riferisce nello specifico alla letteratura

prodotta non per finalità pratiche, ma per dilettare se stessi, e ovviamente, gli altri. Parla

dunque di quella letteratura “di piacere”, a cui ci si approccia per il semplice gusto di farlo,

perché è un giovamento per l’anima, che si arricchisce, e i sensi. Non è uno strumento

concreto, tuttavia, ha effetti tangibili sulla persona che vi approccia. Nonostante la purezza

della letteratura in quanto bene immateriale infatti, Eco le attribuisce delle funzioni tutt’altro

che astratte: in primis, è in grado di guidare la lingua, che come si sa, è in continua evoluzione,

verso una direzione o l’altra. In questo senso, l’autore accenna a come l’italiano non avrebbe

avuto l’iter storico di formazione e modifiche che conosciamo, se non fosse stato per Dante

e per le sue opere letterarie, che hanno introdotto usi linguistici, modi di dire, espressioni

entrate poi a pieno merito nel bagaglio della lingua del nostro Bel Paese. Dal momento che

la lingua è instrumentum regni di unificazione nazionale, poiché essa è influenzata dalla

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letteratura, per sillogismo aristotelico, quest’ultima contribuisce alla creazione di un’identità

nazionale: per sostenere la sua tesi, anche in questo caso Eco porta avanti degli esempi

concreti e che rendono il concetto da lui espresso. Asserisce infatti che ha un certo significato

affermare che il greco sia “la lingua di Omero” (accenna anche ad altre realtà europee): è

come se citando un celebre autore letterario, automaticamente ci si riferisce al suo intero

popolo.

2.4

Nella parte finale del frammento, Umberto Eco parla della possibilità dell’individuo che

decide di approcciare ai testi letterari, di interpretarli liberamente. La letteratura non è una

scienza esatta, è il mondo della soggettività per eccellenza, ragion per cui, Eco, ma in

generale tutti coloro che sono amanti di questo spazio a sé stante, parla della libertà di

interpretazione del lettore, sia dal punto di vista individuale che generazionale, come di un

fatto naturale, spontaneo, quasi ovvio. È questo il potere della letteratura, afferma Eco: ci

fornisce più spunti di riflessione, in virtù della libertà di linguaggio e della vita stessa, per cui

l’interpretazione di un testo è sempre personale. Tuttavia, questa concessione non può

essere sfruttata a ruota libera, impulsivamente, arrivando a “leggere tra le righe” tutto lo

scibile umano: secondo Eco, pur essendoci possibilità di interpretare un testo, ciò non può

accadere a proprio piacimento, bisogna sempre tener conto dell’originaria intenzione del

testo. Dunque il rapporto tra libera interpretazione dell’opera letteraria e fedeltà ad esso

deve essere sempre tenuto in considerazione, non possiamo leggere assolutamente

tutt’altro (sebbene la guida dal proprio trascorso personale, dal proprio gusto e dalla

contemporaneità in cui si vive sia concessa), quando il contenuto autorale è di diversa entità.

2.5

A questo punto è stato in parte accennato nel quesito 2.3, dal momento che con questa

espressione si rimanda ad una delle “funzioni” riconosciute alla letteratura in quanto bene

immateriale. Il bagaglio culturale e letterario di un popolo, in un certo qual modo, così come

fanno gli usi, i costumi, e per alcune realtà anche il credo religioso, contribuisce

all’unificazione e all’identificazione dello stesso. Costituisce una sorta di tratto distintivo,

appunto, che permette di individuare immediatamente quella specifica nazione (di nuovo,

Eco accenna ad alcuni casi esemplificativi: se parliamo di Omero, ci viene immediatamente

in mente il popolo e la lingua greci). Oltre che ad un approccio con l’esterno –chiunque sente

parlare di Dante pensa all’Italia, la letteratura è in grado di veicolare una comunità anche

dall’interno: consente infatti agli individui di sentirsi parte di una collettività, che pur nel

rispetto dell’individualismo, unisce i membri che ne fanno parte, per alcuni punti in comune,

non ultimi i testi letterati partoriti dalla stessa.

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3. Interpretazione complessiva e approfondimenti

Considero questo testo una pura difesa verso un valore sempre meno in vista di questi tempi,

ovvero la letteratura. Sebbene gli anni attuali siano intessuti di problematiche assai

considerevoli, esse non vengono denunciate in opere letterarie, che esplichino e diano

interpretazioni personali vicine alla collettività. La letteratura, nel corso dei secoli, ha

progressivamente perso la sua “importanza”: siamo passati ad una realtà in cui il poeta si

poneva a capo della collettività, e ne raccoglieva i pensieri, le problematiche, denunciando

negatività e crisi, come nel caso del più volte citato Dante, ma anche del politico Machiavelli,

ad un novecentesco Montale che, in componimenti come Non chiederci la parola, scredita

la figura del letterato, non più in grado di rappresentare il suo tempo. Colpisce dunque come

un pensatore così vicino a noi e ben inserito nell’epoca contemporanea, intenda recuperare

le molteplici finalità che la letteratura, per sua stessa natura, è in grado di perseguire (veicola

l’evoluzione della lingua, unisce i popoli…). In virtù degli standard letterari in lento

abbassamento, probabilmente hanno ragione gli “antagonisti” di Eco a temere che l’italiano

medio, con la letteratura che circola oggigiorno, e l’uso spropositato dei mass media, possa

essere guidato in negativo nella sua progressiva evoluzione, ed è pura utopia regressiva

credere che i testi letterari possano tornare ad essere i primi veicoli della crisi dei tempi

contemporanei, per la tecnologia e gli innovativi strumenti ormai utilizzati a tal proposito,

ma sentirsi italiani e facenti parte di un medesimo popolo perché tutti sappiamo a memoria

la frase “Quel ramo sul lago di Como che volge a mezzogiorno…” è ancora realtà.

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