Tracce svolte della prima prova di Maturità 2016 - Articolo di giornale ambito storico - politico, Prove svolte di Maturità di Italiano
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docsity22 giugno 2016

Tracce svolte della prima prova di Maturità 2016 - Articolo di giornale ambito storico - politico, Prove svolte di Maturità di Italiano

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Prima prova di maturità anno 2015 - 2016. Svolgimento del tema di Italiano. Per questa prova è stato svolto l'articolo di giornale ambito storico - politico
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#SalvaMaturità

Tracce svolte della Prima

Prova di Maturità

Anno 2015-2016

Tipologia: Articolo di giornale ambito storico-politico

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PROVA DI ITALIANO – TIPOLOGIA B – REDAZIONE DI UN ARTICOLO DI GIORNALE

AMBITO STORICO – POLITICO

ARGOMENTO: Il valore del paesaggio

Svolgimento

DESTINAZIONE: Mensile di

approfondimento

TITOLO: Il Paesaggio culturale italiano:

tra oblio e riscoperta

Sebbene la nostra sia una Nazione

giovane - nata ovvero in seguito alle

vicissitudini dell’Unità d’Italia e risorta poi

dalla ceneri del fascismo e della guerra - il

suo territorio è il palcoscenico di una

storia millenaria, una grande storia che

racconta attraverso le sue piaghe ed i suoi

splendori tutto quello che è stato dagli

albori ai nostri giorni.

L’Italia è un crogiuolo di storie e

tradizioni, una miscela formidabile di

culture e di espressioni, è il frutto della

commistione con gli arabi, il sapore

filosofeggiante delle colonie magno-

greche, è borbonica e bizantina, è (per

dire una) il Rinascimento. L’Italia è il luogo

dal quale si è irradiato il più grande e

longevo Impero di sempre, che segna

tuttora con le sue mura, le sue sculture e

le sue vestigia non solo la Città Eterna, ma

gran parte del territorio nazionale e

d’oltralpe.

Un paesaggio, qualunque paesaggio, è un

quadro in movimento, un continuo

mutare di profili e rilievi, soggetto

all’erosione naturale così come al

degrado talvolta criminale prodotto

dall’uomo. E’ anche qualcosa di

intangibile, un’atmosfera spesso facile da

cogliere ma difficile da descrivere fatta di

impressioni, rumori, odori e sapori.

Tuttavia, un paesaggio non è solo il

prodotto delle modifiche umane, anzi

esiste da prima e con ogni probabilità

esisterà anche dopo l’uomo.

I paesaggi italiani in particolare si

caratterizzano per la loro straordinaria,

struggente e variegata bellezza, sovente

baciati dal sole e bagnati da un mare

caldo e placido, che fu dedalo per Ulisse

nonché conquista ambita per moltissimi

monarchi e sovrani della Storia Antica. Ciò

nondimeno, è chiaro che una cultura

conferisca carattere ad un’area

geografica. Tranne che nelle comunità

cosiddette primitive, in ogni civiltà la

gente trasforma lo spazio nel quale vive

edificando costruzioni, creando vie di

collegamento, lavorando la terra ed

incanalando l’acqua. E tanto più

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sofisticate sono le tecnologie che sviluppa

e di cui dispone tanto più radicale –

oserei dire drammatico - è il

cambiamento che apporta al territorio.

Eppure, nella pensiero politico italiano,

come d’altronde in quello europeo, la

sensibilità per la tutela dell’ambiente si è

sviluppata abbastanza tardi. Tralasciando

le prime speculazioni che potremmo

definire di carattere “ecologista” che

giungevano d’oltreoceano, primo fra tutti

il celebre scritto della prima metà

dell’Ottocento di Hanry David Thoreau,

ovvero “Walden, vita nei boschi”, il tema

del rispetto e della difesa dell’ambiente è

giunto al centro del dibattito politico solo

dopo il sensazionale documentario di Al

Gore, “Una scomoda verità” del 2007. In

quel documentario, Gore presentava

all’umanità il suo nemico, ovvero sé

stesso, responsabile senza dubbio e senza

appello dell’avvelenamento del Pianeta

per effetto delle emissioni dei gas serra.

L’incidenza delle emissioni di Co2 sui

cambiamenti climatici - rappresentato con

un inequivocabile quanto efficace grafico

– e il loro evidente collegamento con i

devastanti fenomeni atmosferici che si

sono verificati a tutte le latitudini negli

ultimi 10/15 anni; il riscaldamento globale

e il pericoloso innalzamento del livello

degli oceani, erano tutti dati che hanno

contribuito a svegliare le coscienze, a

destrare consapevolezza ed insieme un

sentimento di paura. No dunque, la

natura non vince sempre!

Da italiani, non possiamo invece non

ricordare le stagioni del sacco di Palermo

come emblema della assoluta indifferenza

nei confronti di temi come la tutela del

paesaggio tanto naturale quanto

culturale. Sorgevano allora palazzi come

malerba e non andava meglio neanche in

Calabria o al Sud in genere. Le coste

erose, edificate, stuprate. Gli agrumeti

sostituiti dal cemento, gli scarichi fognari

abusivi che imbrattavano ed imbrattano

tutt’ora il nostro mare. E poi ancora,

l’affondamento delle Navi dei veleni,

l’interramento dei rifiuti pericolosi

(addirittura a Crotone non più di qualche

anno fa è emerso che nella costruzione di

una scuola sarebbero stati impiegati

materiali di scarto dell’industria), a

Salerno l’Ilva, a Casale Monferrato

l’Eternit, a Napoli la “terra dei fuochi” e

chissà quanto ancora... Il tutto collegato

ovviamente all’incidenza dei tumori ed

alle morti assurde, ingiustificabili ed

impagabili. La tutela del paesaggio è

dunque anche tutela della vita e della

salute.

D’altro canto, è molto più recente il caso

di Pompei, paesaggio unico nel suo

genere, dove per anni e nonostante i

commissariamenti e gli investimenti a

pioggia abbiamo assistito ad un degrado

progressivo, un “abbandono

attenzionato”, culminato nel crollo di

alcune delle strutture più importanti del

sito archeologico. E’ proprio la presenza

di numerosi e fondamentali scavi

archeologici a segnare, come una matrice,

il territorio italiano. Da Sud a Nord, sono

migliaia le testimonianze di civiltà antiche,

grandiose, senza eguali. Ciò nondimeno si

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tratta anche del settore più trascurato tra

quello afferente ai Beni Culturali perché il

più difficile da tutelare in assenza di

risorse; assenza determinata da una

precisa linea politiche fatta di tagli e

ridimensionamenti in continuità con quel

pensiero tanto assurdo quanto ormai

tristemente famigerato secondo cui “con

la cultura non si mangia”.

Insomma, sono luoghi della memoria che

diventano luoghi dell’oblio. Retaggio

storico-culturale della colonizzazione

greca, della cultura romana e non solo,

diario della nostra storia, risposte alle

domande ataviche dell’uomo (chi siamo?

da dove veniamo?), il patrimonio

archeologico italiano è molto di più che

l’insieme dei luoghi della vita dei nostri

millenari antenati: esso rappresenta la

nostra preziosa eredità. Eppure oggi, quei

reperti, quegli scavi, quel patrimonio

archeologico (quella ricchezza troppo

spesso millantata nelle dichiarazioni da

propaganda), è perlopiù dimenticato,

consegnato al dimenticatoio, scordato

dalle Istituzioni, ignoto agli italiani e

improduttivo. Il ché per una Nazione a

vocazione turistica è tutto dire! Non

suscita meraviglia quindi che città come

Berlino, la cui storia è stata letteralmente

cancellata dai bombardamenti e

dall’assedio degli ultimi mesi della

seconda Guerra Mondiale, vanti più

visitatori di Roma.

La difesa del patrimonio storico e artistico

auspicata dalla Costituzione è stata

dunque tradita? In ogni caso, è certo che

non esiste tutela senza promozione. Non

un’opera d’arte, una scultura, un’opera

architettonica è data una volta per tutte.

L’arte ha un costante bisogno di essere

riscoperta, curata, ricontestualizzata,

discussa e reinterpretata. E’ il caso del

Caravaggio, artista sublime dalla vita

tormentata, vessillo e simbolo dell’Italia,

che fu tratto dalla penombra tanto tipica

nei suoi quadri proprio nel corso del ‘900

dal critico Roberto Longhi.

La sfida è tutta qui: far rivivere il

patrimonio culturale italiano non come

merce da esporre in vetrina, ma come

cosa viva, pulsante di vita e fremente di

passione, foriera di conoscenza e di

pensiero. Le gallerie d’arte, i Musei, le

biblioteche, i palazzi e le piazze storiche, i

siti archeologici - per quanto necessitino

di una spinta propulsiva a ché tornino ad

essere invase dai turisti, spinta che

avrebbe un ovvio ritorno economico

capace di rendere il patrimonio culturale

auto sostenibile -, è importante

soprattutto che tornino ad essere avvertiti

come i luoghi propri della cultura italiana.

Luoghi, cioè, capaci di comunicare prima

a noi stessi e poi agli altri, perché è inutile

presentarli al mondo se noi stessi ne

ignoriamo l’essenza. Luoghi recepiti per

quel che sono, preziosi pezzi di Storia e

non come mura mute. Che facciano

ripensare, eccitare, sognare le epoche del

passato, immaginare un mondo nuovo.

Essi devono tornare ad essere il punto di

ritrovo e di ristoro per l’anima di giovani e

meno giovani, vere e proprie fucine

culturali che diano vita a nuovi

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Michelangelo e nuovi Da Vinci. Tutto ciò,

e non nel senso di un rinnovato

classicismo o manierismo di sorta, ma

come fondamentale bagaglio di

conoscenza per la creazione di nuove

forme espressive. Sarebbe la vera

“rivoluzione culturale”, una rivoluzione

che si rende tanto più necessaria ed

urgente quanto più si verifica il ritorno dei

rigurgiti dell’intolleranza, delle urla

laceranti della propaganda oscurantista

neo nazionalista, dei mali dell’ignoranza.

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