Viaggio a Carpi, emblema dell'Italia che cambia, Esercizi di Storia Della Radio E Della Televisione
giorgia_gazzano
giorgia_gazzano

Viaggio a Carpi, emblema dell'Italia che cambia, Esercizi di Storia Della Radio E Della Televisione

4 pagine
185Numero di visite
Descrizione
Saggio su Carpi e il boom economico
20 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 4
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 4 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 4 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 4 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 4 totali

Giorgia Gazzano – LM1 SLTTT - 4607929

Viaggio a Carpi, emblema dell’Italia che cambia

Nel 1960 il regista Joris Ivens con la collaborazione dei fratelli Taviani, Valentino Orsini, Tinto Brass e con il commento di Alberto Moravia, aveva realizzato un documentario in tre episodi sull’Italia e sui cambiamenti provocati dalla sua metanizzazione. Il filmato dal titolo L’Italia non è un paese povero, che si presenta come un mix di elementi fantascientifici, neorealistici e di animazione, fu censurato e quasi come risposta alla mancata mandata in onda la Rai, nel 1963, decise di raccontare l’Italia del boom con il documentario Viaggio nell’Italia che cambia, affidandone la regia a Ugo Zatterin.

In questo reportage itinerante, trasmesso in cinque puntate, il filo conduttore è il lavoro, soprattutto quello manuale, vero protagonista e forza motrice dell’Italia di quegli anni e del miracolo economico che ha caratterizzato il nostro Paese. Quelle raccontate da Ugo Zatterin sono storie di fatica, di duro lavoro, ma anche di entusiasmo, di coraggio e soprattutto di speranza. Per la prima volta nella storia della tivù italiana, che è ancora ai suoi albori, viene data la parola a persone comuni, semplici, spesso analfabete, che si esprimono in un italiano non sempre corretto, condito di termini dialettali: si tratta il più delle volte di operai, artigiani, contadini.

La prima puntata presenta Carpi come emblema del boom del dopoguerra: già Giorgio Bocca, nel 1962, aveva detto “Se Carpi non ci fosse, bisognerebbe inventarla per spiegare ai posteri quello che è stato il Miracolo all’italiana”.

L’evoluzione ha interessato tante città nel dopoguerra, ma quella di Carpi è caratterizzata dal fatto che è stata condotta dalle donne: sviluppo in rosa in una città rossa, comunista, in cui trionfa però il capitalismo. Carpi non è solo l’emblema dell’Italia che cambia, del miracolo economico italiano iniziato nel dopoguerra e culminato negli Sessanta/ Settanta, ma è anche la città in cui questo cambiamento è avvenuto con particolari peculiarità: medaglia d’oro della Resistenza, centro prevalentemente agricolo fino agli anni ‘40, città rossa comunista dopo le elezioni del ’48, nel secondo dopoguerra Carpi inizia una trasformazione radicale, che la porterà a diventare in breve tempo il motore dell’industria made in Italy nel settore della maglieria e dell’abbigliamento, grazie soprattutto all’intraprendenza delle donne.

Questa profonda trasformazione venne messa in evidenza dal giornalista Ugo Zatterin, a cui nel 1963 fu affidato il compito di condurre un Viaggio nell’Italia che cambia, dal nord al sud, ai fini di mostrare la nuova realtà italiana: il boom, la città fabbrica, i costumi, le macchine, le nuove famiglie, le abitudini, il cambiamento del modo di parlare…

Può sembrare un controsenso che la puntata prenda avvio dall’immagine di una sala scommesse, dove molte persone (soprattutto uomini) tentano la fortuna nel gioco, nella speranza di cambiare il proprio destino. In realtà il contrasto è voluto, poiché le riprese successive mettono in evidenza il “miracolo” italiano prodotto non dalla fortuna, ma dal duro lavoro, e questo è il concetto basilare che emerge non solo dalle immagini, ma anche dalla voce fuoricampo (la voce di Zatterin, che rappresenta la voce della Rai), che fornisce informazioni e fa da filo conduttore.

Carpi prima della guerra era una città essenzialmente agricola, piuttosto povera e contadina, sia pure con un passato importante. Una città favorita dalla posizione, punto d’incontro tra il nord e sud nel mezzo della Pianura Padana. La prima economia che si era sviluppata in questa zona oltre a quella agricola era quella del truciolo, alla base della lavorazione dei cappelli di paglia, ma dopo la guerra, caduti in disuso i cappelli, alla lavorazione del truciolo si sostituisce quella della lana e del cotone, con uno sviluppo rapido e notevole nel settore tessile.

Questa “rivoluzione industriale” ha inizio soprattutto grazie alle donne, e non a caso sono in gran parte donne quelle che vengono intervistate e che, pur non essendo abituate alla macchina da presa, rispondono alle domande del giornalista, mostrando come dall’oggi al domani siano riuscite a trasformarsi da contadine e mondine in operaie e artigiane del settore tessile, talvolta mantenendo ambedue le attività, in quanto il lavoro di magliaia inizialmente consente solo di arrotondare le entrate della famiglia.

Quello di Carpi si può considerare pertanto un miracolo al femminile, un “miracolo rosa”, e ancora oggi sono molte le aziende che conservano i nomi femminili, come “Miriam”, “Clorinda”, “Marilù”, “Saffo”, “Cabiria”…

A Carpi, infatti, sono le donne che, dopo la fine della guerra, prendono in mano le redini non solo della famiglia, ma anche del lavoro, attuando una trasformazione importante. Donne che avevano lavorato in campagna soprattutto come mondine, incominciano a svolgere nelle loro case lavori di maglieria e cucito, spesso con strumenti semplici e antiquati, come ferri da maglia o rudimentali macchine da cucire. In molte case vengono gradualmente introdotte nuove macchine, che consentono alle donne di casa di produrre in modo più veloce maglie, camicie e indumenti in genere. Spesso le donne lavorano da sole o si fanno aiutare dalle altre donne della famiglia, mentre gli uomini di casa, quando non rimangono del tutto fuori da questo tipo di economia, svolgono mansioni secondarie come contabili, trasportatori, facchini... I prodotti, confezionati inizialmente in modo molto artigianale nelle case di Carpi, vengono pian piano portati in altre città, soprattutto Milano e Torino, dove vengono venduti prima nelle piazze su banchi ambulanti, poi in un secondo momento nei negozi, e negli anni ’60 il mercato si amplia ulteriormente, al punto tale che si può parlare di un vero e proprio boom.

Nel Viaggio nell’Italia che cambia la voce fuoricampo, che è quella di Zatterin, “racconta” l’inizio di una giornata lavorativa a Carpi, con un’immagine della stazione cittadina affollata prevalentemente di donne che alle sette e mezzo del mattino, come indica l’orologio inquadrato, arrivano dai paesi vicini con l’accelerato per raggiungere le circa 350 ditte sorte in pochi anni nella zona; molte donne usano anche la bicicletta o altri mezzi di trasporto (ad esempio il furgoncino di un ex-muratore) per raggiungere i posti di lavoro come operaie in fabbrica o per consegnare le maglie già confezionate artigianalmente nelle loro case.

Il mercato infatti, dopo un inizio basato soprattutto sulla produzione di lavoranti a domicilio, è cresciuto notevolmente in pochissimo tempo, così come è cresciuto il numero delle donne che nelle loro case producono da sole capi non più da vendere direttamente sui banchi dei mercati, ma da consegnare alle piccole imprese, che si stanno moltiplicando e hanno una richiesta sempre maggiore, tale da richiedere continua manodopera. I capi

prodotti dalle aziende di Carpi sono sinonimo di qualità e diventano sempre più famosi, perciò, abbandonati i banchi dei mercati ambulanti, vengono immessi su mercati più prestigiosi ed esportati anche all’estero. Carpi nel 1963 è la prima città d’Italia e la terza d’Europa per la produzione nel settore della maglieria, e al primato per la quantità si aggiunge anche quello della qualità dei capi prodotti.

Diverse donne, mostrate in primo piano, nell’intervista rispondono con la loro tipica cadenza emiliana alle domande di Zatterin (che però non viene mai ripreso) fornendo informazioni sul numero di maglie che riescono a produrre in una settimana, sul guadagno, sulle attività degli altri familiari, sull’interesse per questo tipo di lavoro…

In un’altra inquadratura viene mostrato il reparto accettazione del maglificio Miriam: l’unico uomo presente è l’addetto incaricato di accogliere e contare le maglie che quotidianamente vengono portate dalle lavoranti a domicilio, che ricevono il materiale e producono poi a casa i loro i capi da consegnare all’azienda.

Miriam è il nome di battaglia di Maria Martinelli, la prima e più famosa magliaia di Carpi, che da giovane ha fatto un po’ di tutto (la cameriera, la mondina, ambulante…), come lei stessa racconta davanti alla macchina da presa. L’intervista a Miriam, titolare dell’omonimo maglificio, costituisce secondo me il “pezzo forte” della puntata dedicata quasi interamente a Carpi, poiché la storia di Miriam è un po’ la storia di tante sue concittadine che hanno compiuto un percorso simile al suo, contribuendo al miracolo economico carpigiano, pur non avendo ottenuto tutte gli stessi straordinari risultati. La donna, che viene presentata nel suo ambiente di lavoro, ben pettinata e curata, indossa una maglia probabilmente della sua produzione e un filo di perle intorno al collo; il suo abbigliamento e il suo modo di fare la distinguono dalle altre donne (chiaramente dipendenti) che si intravvedono sullo sfondo, intente a sistemare sugli scaffali maglie ben ripiegate e stirate pronte per essere vendute. Miriam è partita dal nulla, ma nel giro di dieci o quindici anni è diventata un’imprenditrice, titolare di una fabbrica con 110 operaie che lavorano in loco e circa 50/60 donne che ogni giorno consegnano le maglie prodotte al loro domicilio e poi finite nell’azienda.

Particolarmente significativa è, a mio avviso, l’intervista che è stata fatta a un uomo, Benito Gualdi, titolare di un maglificio dal nome femminile, Lidia, che potrebbe essere il nome della moglie presente accanto a lui, in veste da segretaria. Il signor Gualdi racconta in breve la sua storia, che è probabilmente la stessa di tanti altri suoi concittadini, che da poveri contadini e partendo da nulla sono riusciti faticosamente a crearsi una posizione e a raggiungere il benessere economico. Anche nel suo caso quella che era una piccolissima impresa di prodotti venduti nelle piazze è diventata infatti una vera e propria azienda, che riesce a dare lavoro a molte persone.

Si tratta di un processo di crescita talmente rapido che si parla addirittura di “miracolo di Carpi”: quello di Carpi infatti si può considerare l’emblema dell’eccezionale crescita che ha caratterizzato gli anni del boom economico italiano. Miracolo ancora più straordinario, se si pensa che proprio nella regione rossa per eccellenza si sono create le condizioni ideali per uno sviluppo di tipo capitalistico, favorito dall’intraprendenza e dalla laboriosità del popolo emiliano, ma anche da altri fattori, come ad esempio la nascita di cooperative, che hanno permesso di organizzare e coordinare il lavoro.

Quella di Carpi sembrerebbe una parabola ascendente, e in realtà lo è per molti aspetti, ma non sono mancati gli ostacoli, come ad esempio la crisi generale degli anni Settanta, seguita da un nuovo boom nel decennio successivo, e poi la crisi attuale. Il più grosso colpo all’economia tessile carpigiana è stato inferto però da una calamità naturale: il 20 maggio 2012 un terremoto di magnitudo 5,9 ha colpito tutta la zona, distruggendo interi capannoni e danneggiando notevolmente molte aziende del settore tessile, a scapito soprattutto dei piccoli marchi, che nella zona costituiscono la parte preponderante.

La situazione attuale della zona di Carpi è ben evidente nel documentario realizzato dalla Rai 50 anni dopo. Ispirandosi a Zatterin, il giornalista Edoardo Camurri torna negli stessi luoghi e in 40 puntate ripropone a volte gli stessi temi, ma con uno sguardo decisamente diverso, perché la situazione è notevolmente cambiata e quello che viene raccontato è un Paese che, nel mezzo di una terribile crisi, dopo un tremendo terremoto, non guarda più al futuro con speranza, ma deve risollevarsi per riprogettare il proprio futuro. Ai tempi di Zatterin, in un’Italia che stava cambiando a ritmi frenetici, la televisione, apparecchio del futuro ancora a portata di pochi, era il mezzo più adatto per raccontare quegli anni, con un approccio sociologico e un fine educativo/formativo.

I tempi sono cambiati (sono trascorsi 50 anni…), ma Camurri, nel compiere il suo percorso per rivisitare i vecchi luoghi, riesce a mantenere un giusto equilibrio tra presente e passato e a conservare, almeno per certi aspetti, lo spirito del suo “predecessore”: soprattutto quello di una tivù che esce dai salotti e dagli studi per andare in mezzo alla gente. Una tivù che, ai suoi albori, ha visto in Ugo Zatterin un vero e proprio pioniere.

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 4 totali